Stamattina sono uscito in giardino e ho guardato un filo d’erba, uno solo, provando a ignorare tutto il resto. Nel tardo pomeriggio sono tornato in giardino, ma non sono riuscito a ritrovare quel singolo filo d’erba. Mi chiedo se lui, invece, mi abbia riconosciuto.
Mi sono seduto vicino al prato, su una seggiola di plastica bianca. Da lontano veniva il rumore di un tosaerba. Era un suono ringhioso, che saliva e scendeva a ritmo irregolare. Ho immaginato che per l’erba ai miei piedi risuonasse come un canto funebre. Quando il motore si è zittito, è rimasto solo il ronzio delle api, qualche grido remoto di bambini. Ogni tanto il vento agitava i fiori del trifoglio, i tarassachi, il verbasco. Passavano bombi, farfalle. Mi sono detto: finalmente ho trovato il mio hobby. C’è chi va a correre, chi gioca a paddle. Altri riparano motori o costruiscono muri a secco. Magari c’è ancora chi colleziona francobolli. Ma per me sono attività troppo impegnative. E se mi limitassi a guardare il prato? Qualche giorno più tardi ho trovato una conferma. Sfogliando una copia della Settimana enigmistica, ho notato una vignetta con due individui che parlano davanti a un giardino incolto. Uno dice: «Il mio hobby è quello di vedere l’erba crescere».
Se lo afferma anche La settimana enigmistica, ho pensato, non posso trascurare questo segno del destino. Il problema è che il passatempo gode di cattiva fama: molti lo considerano addirittura una sorta di scusa per non tagliare l’erba. Forse la soluzione è rendere l’hobby più strutturato, più regolare. Perché non creare una federazione ufficiale? O addirittura istituire dei tornei? Tutte le persone appassionate potrebbero affiliarsi all’APE (Associazione Pratisti Europei). Il vantaggio delle gare, poi, è che non ci sarebbero né vincitori né vinti: è l’erba a fare tutto, bisogna solo restare lì e contemplarla con la giusta intensità. Sento già la telecronaca sportiva: «Il pratista inglese sta fissando l’angolo più lontano, mentre ecco, i francesi si soffermano su un soffione cresciuto accanto alla catasta di legno… colpo di scena, i pratisti italiani stanno seguendo il volo di una farfalla…» e via discorrendo. Non sarebbe facile farsi riconoscere come sport olimpico, ma ci si può provare. Magari potremmo fondare una scuola di pratismo per i giovani: una academy, per usare un termine di moda. In inglese, più che lawn userei la parola grass oppure anche meadow, per sottolineare che ci piace l’erba un po’ selvatica: una bella IMA (International Meadow Academy). Credo che il pratismo funzionerebbe come stimolo per il mio lavoro di romanziere. Anzi, forse questo esercizio sarebbe più utile di tante scuole di scrittura. È un ottimo compito in classe: «Uscite, osservate un prato e poi raccontate». Del resto, in una lettera a Louise Colet, Gustave Flaubert scrisse: «Si può mettere un immenso amore nella storia di un filo d’erba» (22 aprile 1854).
Non sono il primo a notare una correlazione fra il prato e la scrittura. Anzi, la conformazione stessa dell’erba è un invito a considerare il mistero insito in ogni gesto creativo: essa infatti cresce in maniera misteriosa, quasi invisibile ma persistente. Sempre muore e poi risorge, ricresce, si spinge sopra le rovine, annuncia nuove idee, nuovi slanci. Una vita nuova. Soprattutto, l’erba non ha autori. È un paziente lavoro collettivo, una spinta dal sottosuolo alla luce. Chi può veramente dire dove nascano le storie? Qualcuno dà loro voce per un momento, in una certa lingua e in una certa epoca, poi sprofondano e riaffiorano altrove. Di certo non appartengono a nessuno, con buona pace di chi si occupa dei diritti d’autore. Il successo maggiore, infatti, consiste nel restare ignoti: i grandi poemi della storia dell’umanità, così come i miti e le fiabe, sono gloriosamente anonimi. In fondo l’erba, come diceva Jacques Réda, ci assomiglia: «cresce dappertutto». Può spuntare «fra i ciottoli della capitale così come sulle scarpate. E la nostra memoria è pure come una grande prateria, dove l’erba con dolcezza cresce sui nostri sentieri. Così l’erba ci assomiglia perché si rinnova, restando sempre la stessa di sempre. Ha la cocciutaggine della speranza e la profondità dell’oblio. Il vento l’ama, la fa correre, come corrono le parole nelle nostre teste e poi su una pagina, quando ci si lascia trasportare dal soffio variabile dei giorni».
Per ascoltare i Post Scriptum:
PS: Al di là di tutto, non è male far crescere l’erba, se non dobbiamo comporre un campo da calcio. Il paesaggista Éric Lenoir scrive che «i prati liberi sono magnifici per gran parte dell’anno». E aggiunge che il loro ruolo ecologico è fondamentale, «poiché aiutano a fissare il terreno, ne limitano l’inaridimento e regolano i flussi idrici, inoltre, fra i vari benefici, c’è l’aumento della biodiversità» (da Petit traité du jardin punk, Terre Vivante, 2018; in italiano Piccolo trattato di giardinaggio punk, tradotto da Daniela Alderuccio per Elliot nel 2026).
PPS: La frase di Flaubert proviene dal volume Correspondance, Gallimard, 1980. Quella di Jacques Réda da L’Herbe des talus, Gallimard, 1984. Fra gli autori francesi che hanno approfondito il senso dei prati segnalo anche Yves Bonnefoy con Le lieux d’herbe, Galilée, 2010. Ricordo anche Leaves of Grass, pubblicato da Walt Whitman nel 1855, e molti altri. Parecchi si ritrovano nell’ottimo saggio di Alain Corbin intitolato La fraîcheur de l’herbe e pubblicato da Fayard nel 2018.
PPPS: E il paradiso? Per me sono le celesti praterie dove ancora corrono mandrie di bisonti, laggiù, dove l’erba tocca il cielo.
A volte mi sveglio e sono nel XIX secolo. Mi vesto, faccio colazione. Leggo un giornale (di carta), sfoglio qualche pagina di un libro (di carta). Sono circa le nove. Bevo un caffè e penso che là fuori ci sono dei continenti da esplorare. Magari dovrei scendere al porto e imbarcarmi su un veliero? Potrei unirmi al Duncan: ho sentito parlare di una spedizione alla ricerca del capitano Grant, perduto da qualche parte in Sudamerica o forse in Australia. Poi mi ricordo che sono il proprietario di un telefono portatile. Basta accenderlo per scoprire che sono le 9.07. Al mondo accade questo e quest’altro – proprio in questo preciso istante – e milioni di persone stanno girando milioni di video. Siamo tutti qui, contemporaneamente, come dei gatti selvatici chiusi in una stanza troppo piccola.
Ma che importa? Forse la questione dei continenti da esplorare non è legata alla realtà, bensì alla fantasia. Purtroppo ci sono state guerre, disastri ecologici, decenni di colonialismo, eccetera. Ora però non voglio approfondire la Storia, quanto invece le storie. Per esempio la trilogia di Jules Verne: I figli del capitano Grant (1867), Ventimila leghe sotto i mari (1870), L’isola misteriosa (1874). Nei romanzi è sempre possibile partire all’avventura, con la freschezza dell’adolescenza, con il ritmo di un mattino estivo, nel cuore delle vacanze. L’essere umano ha bisogno di una tensione verso l’ignoto, è questo che ci definisce. Mi viene in mente la canzone Chi siamo noi? di Paolo Conte (nell’album Paolo Conte, Delta Italiana, 1975). Dopo avere tratteggiato un’atmosfera invernale a Torino e poi a Milano, il cantautore astigiano socchiude uno scenario fra il sogno e la fantasticheria, evocando Bastian Caboto che «andava / in pieno mare, intorno a lui la curiosità / spalancava allora in un sospiro il suo ventaglio / di meraviglie americane, / e si calmava in una rumba senza fine…» E più tardi cita anche Vasco da Gama, che andava «in pieno mare, e intorno a lui la verginità del mondo / gli parlava come un gatto il suo dialetto fresco / di mattino zulu»… È un gioco che dice una cosa importante: abbiamo bisogno di continenti inesplorati.
Non c’è niente di avventuroso nell’oleandro che cresce accanto a casa mia. Non so chi l’abbia piantato proprio lì, non so quando. Non è nemmeno una pianta esotica: è presente ai tropici, ma è attestato sia in oriente sia nella zona mediterranea da centinaia di anni. Eppure, c’è qualcosa che mi sfugge. Che continua a sfuggirmi, sia quando d’inverno lo vedo aggrovigliarsi nel freddo, sia quando all’inizio di giugno avvampa in una nuvola di fiori gialli.
Le componenti dell’albero, soprattutto le foglie e la corteccia, sono tossiche. Non a caso veniva chiamato anche «ammazza cavallo» o «ammazzalasino». Ogni giorno l’oleandro giallo mi ricorda che la vita può essere insieme splendida e velenosissima (per un autore di gialli è un insegnamento essenziale, direi…). Certo, anche dall’oleandro gli esperti traggono qualcosa: unguenti e cataplasmi che fanno bene alla pelle. Ma così come non voglio approfondire la Storia, non mi soffermo neppure sulla biologia. Qui si tratta solo di sguardo: posso percorrere il vialetto di casa accettando l’abitudine, la normalità dell’oleandro, oppure posso tenere desta la parte di me che è partita alla ricerca del capitano Grant. Considero la pianta come se fosse rara, appena scoperta. Nel sorvegliarne la fioritura, accolgo le variazioni di colori come se fossero inedite, e come se io e l’albero fossimo soli su un’isola al largo della Nuova Zelanda. Risalgo la strada, trovo l’automobile, metto in moto. Prima di partire mi viene in mente uno haiku che ho letto tempo fa o che mi ha scritto un amico o che ho inventato io, non lo so più.
fuori di casa il mondo è sempre nuovo oleandro giallo
Così come dimentico che l’oleandro è un oleandro, cerco sempre di scordarmi chi ha scritto cosa. Le storie più belle, così come i fiori più gialli, non hanno autori. Si muovono nel mondo come se fossero qui da sempre e come se stessero nascendo proprio ora, nel momento esatto in cui i miei polpastrelli scelgono le lettere sulla tastiera, nell’attimo in cui l’indice preme sul punto che chiude questa frase.
“Cartoline” (#cartoline2020) è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli.
CARTOLINA NUMERO 29 Da New Delhi, India Ci siamo persi. Anche perché qui è impossibile trovarsi. Il taxi che dall’aeroporto ci ha portati nel centro della città sembrava una navicella spaziale. Non abbiamo riconosciuto niente, nessun punto di riferimento, nessuna sensazione di déjà vu. Scendiamo dall’auto. Alziamo lo sguardo verso l’orizzonte, fitto e pesante di cose, tanto pieno da risultare vuoto. Per un attimo dubitiamo di avere i piedi sullo sterrato. Eppure siamo qui. Queste persone parlano con noi. Questa polvere ci sta entrando nei sandali. Non ha più alcuna importanza ciò che siamo stati e ciò che avremmo voluto essere: ora c’è solo il presente impenetrabile. Così saliamo sul primo tuk-tuk con la più adulta delle paure e la più infantile delle curiosità.
CARTOLINA NUMERO 30 Dallo zoo di Zurigo, SvizzeraCiao! I nostri papà sono rimasti dentro ancora un po’. Dicono che devono rivedere i cammelli. Sarà la quarta volta! Noi siamo già usciti e facciamo merenda e ti scriviamo. Sai, lo zoo è bello perché gli animali sono anche molto strani. E certi sono bruttissimi!! No, è uno scherzo, poverini. Comunque hanno le loro abitudini. Forse è vero che possono insegnarci delle cose se li osserviamo bene, ma i nostri papà di sicuro esagerano. Li abbiamo già chiamati due volte col telefono e non rispondono. Siamo alle solite.
CARTOLINA NUMERO 31 Dal buio È buio, di colpo. Anche quando si prepara lentamente, il buio scende all’improvviso. La vita di prima diventa macerie, ricordi sbagliati, eco di parole smarrite. Non c’è strada, né desiderio di andare, perché l’oscurità si scava una tana dentro di noi, corrode i pensieri. Siamo fatti ombra, lontani dal mondo. Stiamo per nascere o siamo già morti? Nel ventre di una madre, o dentro un pescecane, non risuona la solita domanda: «Chi siamo?». Ma senza piangere, senza gridare, resta sempre un filo di voce per chiedere: «Dove sei?»
CARTOLINA NUMERO 32 Dai bordi di una piscina di plastica Il sole brucia sopra di noi, dietro, davanti, si riflette sulle auto parcheggiate, ci aggredisce dai vetri delle finestre. Camminiamo per le strade di un quartiere periferico e a ogni passo le suole s’incollano all’asfalto. Mentre l’afa ci consuma, ci pare di udire onde, spruzzi, risate. La voce cristallina di una sirena. Vorremmo resistere, restare fedeli alla nostra umanità canicolare. Gettando l’occhio dietro siepi e recinti, però, scintillano gommosi lampi azzurri, uno dopo l’altro, a ripetizione. È l’esercito delle piscine da giardino. Finiamo insomma per entrare dove siamo invitati. «Ci mettiamo di fuori? I bambini giocano in piscina…» Ma certo. Ci sediamo accanto al paradiso fosforescente, sorridiamo, beviamo bevande colorate col ghiaccio e discutiamo cercando di capire se l’immenso animale di plastica gonfiabile sia uno squalo, un’orca o un balenottero. Finché un buco non lo sgonfia per sempre.
PS: Potete leggere qui le prime quattro cartoline. Le successive: qui dalla 5 alla 8, qui dalla 9 alla 12, qui dalla 13 alla 16, qui dalla 17 alla 20, qui dalla 21 alla 24 e qui dalla 25 alla 28.
1) Se siete debuttanti, non scegliete una panchina troppo vicina a casa. Potreste correre il rischio, dopo un po’, di porvi una domanda fatale: “Ma che cosa ci faccio qui?” E potreste ricordarvi che a casa avete una poltrona comoda.
2) Non cedete subito al richiamo di una panchina. Allontanatevi di qualche passo, poi fermatevi, come per un pensiero improvviso. Tornate indietro e, come per caso, accorgetevi della panchina. “Ma guarda! E se mi sedessi per qualche minuto?”
3) Le panchine sono fuori dal tempo. Non commettete l’errore, appena seduti, di controllare l’ora sull’orologio o sul telefono. Per assaporare davvero una panchina, è necessario non sapere da quanti minuti (ore?) si è seduti a guardar passare il mondo.
104) MONTE BOGLIA, sopra Lugano, lungo la cresta a trecento metri dalla vetta Coordinate: 2’721’645.0; 1’098’530.3 Comodità: 2 stelle su 5 Vista: 5 stelle su 5 Ideale per… superare i confini. Dal paese di Brè, a 900 metri di quota, si sale attraverso un bosco di faggi. Dopo i 1000 metri gli alberi cominciano a diradarsi; dal Sasso Rosso, a 1317 metri, la vista spazia sul lago di Lugano. Anche dalla cime del Boglia (1516 metri) il panorama è stupendo: i laghi, le Alpi e le Prealpi, la Valsolda. Questa panchina si trova più in basso lungo la cresta, proprio davanti al cippo di confine numero 7 ½ G. La frontiera ufficiale fra Svizzera e Italia passa di lì, invisibile, vagamente assurda. Quante volte, nella vita, ci capita di credere che una linea divisoria (di qualunque tipo essa sia) possa mantenere le cose come sono? Quante volte innalziamo dei muri? Ma il pensiero, l’immaginazione abbattono ogni steccato. Basta muovere un passo accanto al cippo 7 ½ G: non esistono più “qui” e “là”, ma soltanto rocce, laghi, montagne, desideri ampi come nuvole che passano sopra il confine. PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
105) CASTAGNOLA, lungo il Sentiero di Gandria Coordinate: 2’720’476.6; 1’095’911.2 Comodità: 4 stelle su 5 Vista: 5 stelle su 5 Ideale per… avvistare creature fantastiche. Questo è il luogo di tutte le partenze, il principio di ogni avventura. Svanisce il sentiero, insieme al ristorante. C’è una barca che oscilla, poi l’acqua calma del lago, poi l’ignoto. Le montagne, i riflessi, il San Salvatore, tutto prende vita e consistenza corporea. Quella che sorge nella foschia non è più una montagna, ma una creatura fantastica. È una bestia che vive nelle profondità del lago e che a pochi è dato scorgere – all’alba, quando il silenzio avvolge le cose. È un animale immenso, che sosta immobile e che pare inanimato… ma il suo vasto respiro si trasmette fino alla panchina. Il possente Leviatano? L’antico Zaratán degli zoologi arabi, che i marinai confondevano con un’isola, così come accadeva con il Jasconye di san Brandano? O è una variazione del mostruoso Kraken, che emerge dalle profondità dei mari nordici? Forse è una creatura senza nome, che ancora attende di venire scoperta. PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
106) AVUSY, lungo le Chemin du Moulin-de-la-Grave Coordinate: 2’488’066.5; 1’111’771.8 Comodità: 1 stella su 5 Vista: 4 stelle su 5 Ideale per… osservare le nuvole. Questa panchina che si confonde nella natura, come se fosse un pezzo di tronco rotolato qui per caso, è un luogo ideale per la nubologia. Laggiù, tra gli alberi, palazzi di nuvole sorgono e crollano, mentre appaiono entità di ogni genere – cose persone animali – come se un altro mondo, suscitato dalla fantasia, si sovrapponesse alle strade e ai campi di Avusy, nel Canton Ginevra. Attenzione, non si tratta di una questione meteorologica: non stiamo parlando delle nubi secondo la definizione scientifica di idrometeore composte di particelle di vapore d’acqua e cristalli di ghiaccio. Tuttalpiù distinguiamo fra cirri, cumuli e strati, magari ci spingiamo a ipotizzare un cumulonembo; ma la nostra nubologia è una forma di esercizio dell’immaginazione, un allenamento alla creatività: «quando abbiamo imparato dalle nuvole siamo diventati poeti, capaci del pensiero metaforico» (P. Millanta, La forma delle nuvole, Ediciclo 2020). PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
107) CAMORINO, nella zona di Serta, vicino alla capanna Cremorasco Coordinate: 2’721’350.0; 1’111’937.0 Comodità: 1 stella su 5 Vista: 4 stelle su 5 Ideale per… trovare sé stessi. Anche quando ricopre montagne placide, quando circonda una valle conosciuta, piena di case, strade, dove scorrono fiume e ferrovia, anche quando appare quasi domestico, il bosco è sempre il bosco. Uscire dal sentiero, perdersi nell’ombra e nell’intrico di rami è una delle paure primordiali dell’umanità, da Cappuccetto Rosso alla «selva oscura» di Dante Alighieri. Talvolta accade anche sui monti sopra Camorino. M’inoltro in una macchia di castagni, mi arrampico su un pendio… Di colpo, non so più dove sono. Vicino al mio mondo, alla mia vita quotidiana, eppure lontanissimo. Giro e rigiro, finché davanti a me si apre una radura. Proprio al centro, accarezzata da una luce dolce, sta una panchina. Prima ancora di avvicinarmi, vedo me stesso. Sono seduto tranquillo e guardo il paesaggio. Sono davvero io, su quella panchina? Mi avvicino con cautela. Quando uno torna dal bosco, non è mai la stessa persona. PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
108) SANT’ANTONINO, in via della Posta Coordinate: 2’718’943.4; 1’112’618.5 Comodità: 1 stella su 5 Vista: 2 stelle su 5 Ideale per… conversare con un serpente marino. È uno che ne ha combinate di tutti i colori. Nato nelle profondità dell’oceano migliaia di anni fa, ricorda ancora l’epoca dei grandi velieri… e soprattutto il terrore sulle facce dei marinai nel vederlo sorgere dagli abissi. Dopo aver conosciuto burrasche e bonacce, iceberg e isole tropicali, il serpente di mare ha deciso di passare gli anni della pensione a Sant’Antonino, di fronte a un’aiuola fiorita e a due passi dal Salone parrocchiale. Per sbarcare il lunario, svolge il compito di rubinetto della fontana. Ogni tanto vengo a sedermi su questa panchina sinuosa e ascolto quello che, a un orecchio disattento, può sembrare il gorgoglio dell’acqua. In realtà è la voce del vecchio serpente che racconta le sue peripezie: quando ha incrociato le caravelle di Colombo; quando ha combattuto contro il pirata Edward Teach, detto Barbanera; quando nel 1912 ha visto passare un transatlantico che pareva inaffondabile. PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
109) BARCELLONA, all’angolo fra carrer del Parlament e carrer de Viladomat Coordinate: 41°22’34.5″N; 2°09’43.3″E Comodità: 3 stelle su 5 Vista: 2 stelle su 5 Ideale per… incontrare Pepe Carvalho. Lo scrittore Manuel Vázquez Montalbán (1939-2003) racconta che il mestiere del suo investigatore Pepe Carvalho «non era salvare vite o distruggerle, bensì osservarle per un certo tratto del loro percorso, senza preoccuparsi né dell’inizio né della fine» (La Rosa di Alessandria, 1984; Feltrinelli 1995). Dove ritrovare oggi il più celebre detective di Barcellona? Forse starà osservando la vita da una panchina qualunque, come questa davanti all’Armería Izquierdo. Siamo a pochi passi dal barrio Raval, già barrio Chino, in una zona multietnica popolata da pakistani, cinesi, magrebini. Giorno e notte – il quartiere non dorme mai – si può passeggiare tra gli alberi della rambla del Raval o fra i locali equivoci della calle Robador; oppure fermarsi ad assaggiare un vermuth nei bar amati da Pepe Carvalho: il minuscolo Pastis, il Can Lluís o il sontuoso Marsella, fondato nel 1820. PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
110) BRIONE VERZASCA, lungo il fiume di fronte a via Pianesc Coordinate: 2’704’659.0; 1’127’305.0 Comodità: 2 stelle su 5 Vista: 4 stelle su 5 Ideale per… leggere Anna Gnesa. Si può girare il mondo, leggere, studiare, ma capire un luogo resta un’impresa difficile. La scrittrice Anna Gnesa (1904-86), che era originaria proprio di Brione Verzasca, non smise mai d’indagare il cuore di questo prodigioso paesaggio. Stare su una panchina con i sensi all’erta – resistendo al richiamo del telefono – è una buona via per imparare il fruscio del bosco, l’ombra mutevole degli alberi, il canto dell’acqua. «Il fiume, nuovo ogni giorno, è vita per innumerevoli creature, e talvolta è anche morte. […] Vita, morte, e ancora vita, sempre, invincibile. E in questo affaccendarsi, la fugacità nostra e delle cose, che la montagna ci richiama con l’inesorabile evidenza del tempo; perché se il mare è lo spazio, la montagna è il tempo. Tempo immenso, o anche solo di istanti. Il mistero, lo splendore, la fugacità delle cose: questo insegna la valle» (A. Gnesa, Lungo la strada, Dadò 2001). PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
111) GAVIRATE, sul lungolago Isola Virginia, tra il parco Folaga Allegra e il lido Coordinate: 45°50’18.4″N 8°43’03.2″E Comodità: 2 stelle su 5 Vista: 4 stelle su 5 Ideale per… spegnere i litigi. Il parco giochi è deserto e il paesaggio sembra una foto particolarmente vivida: il taglio netto dell’ombra, l’azzurro del lago di Varese, il marrone della sabbia, il verde degli alberi. Quando sto per andarmene, sento le voci furibonde di un litigio. È una coppia di giovani, fra i venti e i trent’anni. Discutono di una possibile vacanza in comune e del fatto che invece lei preferisca partire con le sue amiche. Si siedono sulla panchina e continuano a parlare senza ascoltarsi: non è questione di fiducia ma; potevi dirlo prima che; però scusa loro le vedi sempre; se non ti fidi allora dillo. Poi le frasi rallentano. I toni si abbassano. Si capisce che continuano per inerzia, ma non ci credono più. Il diverbio appare loro assurdo: l’acqua, la placidità dell’acqua, ha inghiottito ogni rancore. «Vabbè» dice lui alzandosi. «Vediamo, dai, non abbiamo fretta.» Lei sorride, guardando il lago. PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
112) REALP, sulla vetta della Hannibal Turm (2882 m) Coordinate: 2’675’164.0; 1’161’357.4 Comodità: 2 stelle su 5 Vista: 5 stelle su 5 Ideale per… aspettare l’autopostale. Siamo nella zona del Furka, nel Canton Uri. In una valle di roccia, poco lontano dalla capanna Sidelen, si erge uno spunzone di granito: la Torre di Annibale (Hannibal Turm). Per raggiungere la cima bisogna arrampicarsi lungo i fianchi dalle sfumature grigio-rossastre. L’itinerario è conosciuto come “Conquest of Paradise” (per i conoscitori: la difficoltà massima è di 6a+). Proprio sulla cima, si trova la “Hanibank”: una classica panchina rossa con un cartello che indica gli orari dell’autopostale. Davanti agli occhi rifulge la bellezza del Furkahorn, del Galenstock, della neve abbagliante che purifica i pensieri. Poi, certo, bisogna tornare in basso. Ma la speranza è che un giorno o l’altro l’assurdo diventi realtà, e che davvero passi di qui un autopostale… naturalmente annunciato dal tradizionale clacson a tre note: sol diesis, mi, la (in la maggiore), come nel Guglielmo Tell di Rossini. PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
113) FAIDO, nel bosco sopra Chinchengo Coordinate: 2’705’801.5; 1’148’312.3 Comodità: 1 stella su 5 Vista: 3 stelle su 5 Ideale per… ingannare il tempo. Salgo a piedi da Faido a Rossura, seguendo il sentiero che passa per i boschi. In macchina, lungo la strada asfaltata, si arriva in meno di dieci minuti. Durante l’estate c’è un gran viavai di villeggianti. Ci si muove per mille ragioni: passeggiate, lavoro, aperitivi, spesa, trasporto di figli e via discorrendo. A una svolta del sentiero, mi fermo su questa lunga panchina dall’aspetto fragile. Davanti c’è una cappella votiva dedicata a Padre Rocco da Bedano, un frate cappuccino che ancora negli anni Sessanta ogni domenica saliva a piedi per celebrare la messa. Penso a come sarebbero le vacanze se non ci fosse la strada carrozzabile, così com’era fino agli anni Trenta. Senza automobili di sicuro la vita rallenterebbe. Chissà, magari nella nostra percezione una settimana di ferie in montagna si dilaterebbe, fino a durare un mese o più. Ascolto i fruscii del bosco e, almeno per qualche minuto, provo a ingannare il tempo. PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
114) PIANDERA, fuori dal paese, lungo la via Cantonale Coordinate: 2’724’258; 1’105’056 Comodità: 3 stelle su 5 Vista: 3 stelle su 5 Ideale per… lottare contro l’odio. Il sentimento è maiuscolo: ODIO AMBRÌ. La panchina è stata imbrattata da uno o più sostenitori dell’Hockey Club Lugano, con l’intento di ribadire la propria appartenenza e di esprimere disprezzo per l’Hockey Club Ambrì Piotta. Mi siedo con cautela, con l’impressione di essere piombato in una curva di tifosi. Alle mie spalle: ULTRAS LUGANO. Di fianco: ANTI GBB (la sigla GBB sta per “gioventù biancoblu”, un gruppo di sostenitori della squadra rivale). Perché tanto accanimento, in questo luogo circondato dai boschi della Val Colla? Non c’è da stupirsi. Se l’odio è dappertutto – sport, politica, mezzi di comunicazione – vuoi che non arrivi anche sulle panchine? C’è chi sorride (sono ragazzate!) e chi s’indigna (maleducati!). Ma la parola ODIO su una panchina è anche un invito a guardarsi dentro: quell’erbaccia può attecchire in ogni essere umano, nessuno escluso. Ogni tanto non guasta un piccolo controllo. PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
115) IRAGNA, nei boschi sopra Pön Coordinate:2’716’285; 1’131’461 Comodità:2 stelle su 5 Vista: 4 stelle su 5 Ideale per… vedere l’invisibile. Sulla panchina sono scritti due nomi: Mano e Milo, due grandi amici che avevano l’abitudine di passare da queste parti. È una zona impervia, fitta di boschi e dirupi. Mano e Milo sedevano insieme, accanto al sentiero, e contemplavano il burrone che si apriva davanti a loro. Forse restavano in silenzio: spesso tra vecchi amici i pensieri corrono dall’uno all’altro senza che ci sia bisogno di pronunciarli. Quando Mano morì, Milo sentì la ferita della solitudine davanti al vuoto del precipizio. Allora ebbe l’idea di scrivere i nomi sulla panchina; così, quando si sarebbe seduto al suo posto, avrebbe potuto immaginare l’amico al suo fianco. Quando mi fermo qui, ho l’impressione di non essere solo davanti all’abisso: il vuoto spaventoso dell’assenza è colmato dall’amicizia, che resiste anche alla morte. Più tardi, proseguendo lungo il sentiero, penso che al mondo esistono più cose di quelle che uno riesce a vedere. PDF dell’articolo su “Ticino 7” Colonna sonora (30 secondi):
PS: Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37, qui da 38 a 45, qui da 46 a 55, qui da 56 a 64, qui da 65 a 73, qui da 74 a 81, qui da 82 a 93 e qui da 94 a 103. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.
PPS: Grazie al quotidiano svizzero “La regione”, sul quale ho pubblicato tutte le panchine. Sono grato pure a chi mi accompagna e a chi mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie a Paolo (Monte Boglia), Martina (Castagnola), Francesca e Nicola (Avusy), Gabriel (Camorino e Realp), Caterina (Barcellona), Filippo (Brione Verzasca), Barbara (Gavirate), Giacomo (Sant’Antonino), Maria e Sara (Faido), Lavinia e Giulio (Piandera e Iragna).
Ogni tanto pubblico anche fotografie che mi arrivano da parte di lettrici e lettori con il gusto di scovare panchine belle o insolite. Stavolta tuttavia, dal momento che l’articolo contiene già dodici panchine, mi sono limitato a quelle “ufficiali”.
PPPS: In genere, per segnalare le panchine di tutto il mondo uso il WGS84 (World Geodetic System 1984), cioè un sistema di coordinate costruito a partire da un ellissoide di riferimento risalente al 1984. La latitudine e la longitudine sono designate mediante la proiezione universale trasversa di Mercatore (UTM), da cui la sigla UTM-WGS84. Le cifre sono espresse in base sessagesimale: gradi, minuti, secondi.
Per quanto riguarda le panchine situate in Svizzera, invece, uso la triangolazione nazionale MN95, introdotta negli anni Novanta e ultimata nel 2016: si tratta di coordinate a sette cifre con la città di Berna come punto di origine. I valori hanno sempre un 1 in direzione nord-sud e un 2 in direzione ovest-est. Gli assi sono quindi 2’600’000 metri (est) e 1’200’000 metri (nord). Per definire un punto nel territorio elvetico, le coordinate MN95 sono più precise rispetto a quelle mondiali. A chi volesse convertire le coordinate MN95 in UTM-WGS84, consiglio di consultare il sito Swisstopo, che fornisce tutti i dettagli, compresa una mappa molto accurata (potete inserire nella mappa le coordinate svizzere per individuare una singola panchina).
“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.
Agosto Hanafuda: Miscanthus sinensis / Luna piena Luogo: Ajano-Majskij, Chabarosk, Russia
Coordinate: 58°51’05.8″N; 132°47’40.3″E
(Latitudine 58.85161; longitudine 132.79453) Trascorro gli ultimi giorni di agosto in un villaggio di montagna. Le case di vacanza sono sbarrate, i parcheggi vuoti, nessuno cammina più per i sentieri. Anche gli ultimi cercatori di funghi hanno ceduto al richiamo delle città. Qualche famiglia ha resistito più a lungo, ma il vortice di settembre – scuola quaderni libri riunioni – le ha risucchiate tutte, una dopo l’altra. Le montagne sono sempre al loro posto, ma sembrano perdute, avvolte in un azzurro irraggiungibile. Le sere sono un po’ più oscure, è meno fulgido il verde dei prati. È scomparso il rombo delle tosaerba; e crescono le piante spontanee, le vagabonde, le irregolari.
Tra le mani tengo le carte dell’Hanafuda, l’antico gioco giapponese che segue il corso delle stagioni. Le quattro immagini del mese di agosto mostrano le spighe d’argento di una graminacea, la Miscanthus sinensis. Su due carte gli steli piegati dal vento evocano la solitudine, lo spazio vuoto, ma anche la dolcezza dell’abbandono davanti alla terra scura e al cielo bianco. Su un’altra carta la luna piena, immensa, sorge dietro la collina, in un cielo rosso come il coraggio; le macchie lunari assumono la forma di un coniglio, com’è usanza in Giappone. Infine, nell’ultima carta appare la migrazione autunnale delle oche selvatiche, che torneranno solo in primavera. È stupefacente come un semplice gioco possa esprimere con tanta forza un’atmosfera, raccontando una storia senza trama, una condizione dell’animo. (Del resto, nessun gioco è mai veramente semplice.) Nella mia testa il vento che muove gli steli della Miscanthus è lo stesso che accompagna i miei passi nell’estremo est della Russia. È un paesaggio sempre uguale, ondulato, con piccoli corsi d’acqua e laghi nascosti dietro le colline. Nel 1639 l’esploratore Ivan Jur’evič Moskvitin, insieme a quarantanove cosacchi, attraversò i territori di quello che oggi è il distretto di Ajano Majskij, oltrepassò i monti Džugdžur e infine arrivò alle coste del mare di Okhotsk. Oggi anch’io mi trovo da qualche parte lì in mezzo, a una cinquantina di chilometri dal fiume Aldan. Sono proprio al confine tra l’Ajano-Majskij rajon e la Sacha (detta anche Jacuzia). Dico “al confine”, ma naturalmente intorno a me non c’è niente, se non alberi, erba, rocce. La Jacuzia da una parte, con i suoi tre milioni di chilometri quadrati; l’Ajano-Majskij dall’altra, con quasi centosettantamila chilometri quadrati per meno di duemila abitanti. Supero il confine con la Jacuzia e dirigo verso ovest, in direzione dell’Aldan. Non vedo né sentieri, né piste, né tantomeno strade; e con me non c’è neppure un cosacco. Sono luoghi selvaggi, lontani da tutto. Eppure anche qui la storia lasciò le sue ferite: l’Ajano-Majskij infatti accolse l’ultima sacca di resistenza ai bolscevichi da parte dei controrivoluzionari “bianchi”, durante la guerra civile russa (1917-22). In queste zone il tenente generale ucraino Anatolij Pepeljaev continuò la lotta e non si arrese fino al giugno 1923. In seguito Pepeljaev fu condannato a morte, ma ottenne la grazia e venne mandato in prigione; nel 1936 venne scarcerato e lavorò come carpentiere, prima di venire di nuovo arrestato e fucilato come «nemico del popolo» nel 1938. Tutto questo ormai è passato. Intorno a me, nel tardo pomeriggio di agosto, si sente solo il suono del vento. Non riuscirò ad arrivare al fiume prima di sera, ma voglio avvicinarmi. Sono stanco. Concentro i miei pensieri nel gesto di muovere le gambe, di appoggiare i piedi. Che cosa dice il vento? Avanzo a passi misurati, secondo il mio ritmo. Forse le storie che frusciano nell’erba riecheggiano le antiche battaglie, il furore? Magari invece cantano la malinconia della stagione che svanisce; oppure – oggi così come all’inizio del mondo – ripetono l’eterna vicenda della partenza, dell’addio, della speranza di un ritorno, non si sa come, non si sa quando.
HAIKU
L’erba d’argento brilla come un addio – Non c’è nessuno.