L’ignoto fuori di casa

Per ascoltare questo articolo:

A volte mi sveglio e sono nel XIX secolo.
Mi vesto, faccio colazione. Leggo un giornale (di carta), sfoglio qualche pagina di un libro (di carta). Sono circa le nove. Bevo un caffè e penso che là fuori ci sono dei continenti da esplorare.  Magari dovrei scendere al porto e imbarcarmi su un veliero? Potrei unirmi al Duncan: ho sentito parlare di una spedizione alla ricerca del capitano Grant, perduto da qualche parte in Sudamerica o forse in Australia.
Poi mi ricordo che sono il proprietario di un telefono portatile. Basta accenderlo per scoprire che sono le 9.07. Al mondo accade questo e quest’altro – proprio in questo preciso istante – e milioni di persone stanno girando milioni di video. Siamo tutti qui, contemporaneamente, come dei gatti selvatici chiusi in una stanza troppo piccola.

Ma che importa? Forse la questione dei continenti da esplorare non è legata alla realtà, bensì alla fantasia. Purtroppo ci sono state guerre, disastri ecologici, decenni di colonialismo, eccetera. Ora però non voglio approfondire la Storia, quanto invece le storie. Per esempio la trilogia di Jules Verne: I figli del capitano Grant (1867), Ventimila leghe sotto i mari (1870), L’isola misteriosa (1874). Nei romanzi è sempre possibile partire all’avventura, con la freschezza dell’adolescenza, con il ritmo di un mattino estivo, nel cuore delle vacanze. L’essere umano ha bisogno di una tensione verso l’ignoto, è questo che ci definisce.
Mi viene in mente la canzone Chi siamo noi? di Paolo Conte (nell’album Paolo Conte, Delta Italiana, 1975). Dopo avere tratteggiato un’atmosfera invernale a Torino e poi a Milano, il cantautore astigiano socchiude uno scenario fra il sogno e la fantasticheria, evocando Bastian Caboto che «andava / in pieno mare, intorno a lui la curiosità / spalancava allora in un sospiro il suo ventaglio / di meraviglie americane, / e si calmava in una rumba senza fine…» E più tardi cita anche Vasco da Gama, che andava «in pieno mare, e intorno a lui la verginità del mondo / gli parlava come un gatto il suo dialetto fresco / di mattino zulu»… È un gioco che dice una cosa importante: abbiamo bisogno di continenti inesplorati.

Non c’è niente di avventuroso nell’oleandro che cresce accanto a casa mia. Non so chi l’abbia piantato proprio lì, non so quando. Non è nemmeno una pianta esotica: è presente ai tropici, ma è attestato sia in oriente sia nella zona mediterranea da centinaia di anni. Eppure, c’è qualcosa che mi sfugge. Che continua a sfuggirmi, sia quando d’inverno lo vedo aggrovigliarsi nel freddo, sia quando all’inizio di giugno avvampa in una nuvola di fiori gialli.

Le componenti dell’albero, soprattutto le foglie e la corteccia, sono tossiche. Non a caso veniva chiamato anche «ammazza cavallo» o «ammazzalasino». Ogni giorno l’oleandro giallo mi ricorda che la vita può essere insieme splendida e velenosissima (per un autore di gialli è un insegnamento essenziale, direi…). Certo, anche dall’oleandro gli esperti traggono qualcosa: unguenti e cataplasmi che fanno bene alla pelle. Ma così come non voglio approfondire la Storia, non mi soffermo neppure sulla biologia. Qui si tratta solo di sguardo: posso percorrere il vialetto di casa accettando l’abitudine, la normalità dell’oleandro, oppure posso tenere desta la parte di me che è partita alla ricerca del capitano Grant. Considero la pianta come se fosse rara, appena scoperta. Nel sorvegliarne la fioritura, accolgo le variazioni di colori come se fossero inedite, e come se io e l’albero fossimo soli su un’isola al largo della Nuova Zelanda.
Risalgo la strada, trovo l’automobile, metto in moto. Prima di partire mi viene in mente uno haiku che ho letto tempo fa o che mi ha scritto un amico o che ho inventato io, non lo so più.

fuori di casa
il mondo è sempre nuovo
oleandro giallo

Così come dimentico che l’oleandro è un oleandro, cerco sempre di scordarmi chi ha scritto cosa. Le storie più belle, così come i fiori più gialli, non hanno autori. Si muovono nel mondo come se fossero qui da sempre e come se stessero nascendo proprio ora, nel momento esatto in cui i miei polpastrelli scelgono le lettere sulla tastiera, nell’attimo in cui l’indice preme sul punto che chiude questa frase.

Condividi il post

L’attualità delle rose

Per ascoltare questo articolo:

Un pomeriggio d’estate, tornando da una gita in montagna con mio nonno e mio fratello, trovammo un pezzo di falce abbandonato. Aveva la forma di una T allungata, con la stanga superiore corta: sembrava il bastone da passeggio di un uomo di piccola statura. Mio nonno infatti lo impiegò come supporto, poi lo regalò a me e a mio fratello. Noi prendemmo a chiamarlo la ranza (dal nome dialettale della falce) e lo usammo nei nostri giochi di volta in volta come spada, cavallo, scettro, fucile, chitarra, timone di nave o barra di aeroplano. Il bastone si trova oggi nella mia casa di montagna, accanto all’ingresso. Ogni tanto lo guardo e mi chiedo se, un giorno, lo userò per aiutarmi a camminare.
Ho ritrovato questa vicenda in un tempo e in un paese lontano, come talvolta accade seguendo i percorsi accidentati della letteratura. È una poesia di Saigyō, un monaco buddista vissuto fra il 1118 e il 1190.

takeuma wo
tsue ni mo kyō wa
tanomu kana
warabe asobi wo
omohide tsutsu

Oggi cerco
un bambù come bastone
da passeggio
mentre ricordo che da bambino
ci giocavo a cavalcioni

Oggi è il mio compleanno. Mi trovo quindi a riflettere sul tempo. In maniera confusa, penso che mi piacerebbe unire le due attitudini: usare il bastone per camminare, quando ne avessi bisogno, senza smettere di trasformarlo con la fantasia in una spada o in un cavallo. In effetti, è una cosa che faccio tuttora ogni volta che lo afferro, anche per pochi secondi.

La dimensione del gioco, come quella dell’arte, ci insegna l’importanza dell’inutile. Soprattutto, ci insegna come diceva Montaigne che «non c’è niente di inutile in natura», a ben vedere, «neppure la stessa inutilità». Perciò mi pare che sia opportuno passare qualche minuto in giardino, fra un rovescio di pioggia e l’altro, per controllare lo stato delle rose.

In realtà le rose non hanno certo bisogno di me. Come scrisse Vita Sackville-West (1892-1962), è un errore accanirsi nel volerle educare. Quando l’autrice inglese, durante la guerra, ebbe l’occasione di visitare alcuni giardini abbandonati per forza di cose dai loro proprietari, notò la resistenza di questo fiore: «quei giardini erano un triste ammasso di erbacce, ma le rose si ergevano alte, superbe e orgogliose, solo perché non erano state importunate per due, tre, cinque anni». Certo, in realtà bisogna tenerle d’occhio. Come diceva Ippolito Pizzetti, «se squallidissimi sono quei giardini pettinati e geometrici in cui tutto è ordinato come in un’aiuola di una stazione ferroviaria, folle d’altra parte è pensare che non vi sia nulla di meglio che lasciar fare alla natura». Il giardino, in effetti, è un punto d’incontro fra il libero flusso della vegetazione e il pensiero umano. Forse questo accade in ogni ambito: quando scrivo, per esempio, ripeto le stesse narrazioni che l’umanità racconta da sempre – l’eroe, l’ostacolo, il tradimento, la redenzione – ma nello stesso tempo le incarno in un qui e ora che mi appartiene, con i suoi difetti, le sue acciaccature. Con la sua irripetibilità.

Ma sto divagando. Torno al giardino, dove la pioggia ha disfatto alcune rose che trionfavano pochi giorni fa. In compenso ne ha fatte crescere altre: alcune sono sul punto di schiudersi. In questo caso, sembrano dare ragione a Sackville-West: hanno ricevuto una potatura sommaria, un po’ di concime ma niente di che, eppure mi sembra che stiano bene. Il grande giardiniere William Robinson (1838-1935) cita la lettera ricevuta da un suo corrispondente, un tale Greenwood Pim, il quale asseriva che le rose rampicanti «lasciate a sé stesse offriranno il miglior spettacolo possibile, e per ottenerlo è sufficiente fornire loro un terreno profondo e compatto e assicurarsi che abbiano una discreta quantità di luce da ogni lato».
Ecco, mi sembra che questo possa essere un auspicio per il mio lavoro. Non so che cosa vorrò e riuscirò a scrivere ancora. Non so nemmeno quanto chi legge possa apprezzare le mie storie, come quella che racconterò nel nuovo romanzo in uscita fra pochi mesi. Per conto mio, posso solo tentare di vivere meglio che posso, badando ad ascoltare le persone, a leggere, a osservare il mondo. In questo modo fornirò alle storie un «terreno profondo e compatto», assicurandomi che «abbiano una discreta quantità di luce da ogni lato».

Certo, l’insicurezza nel mio caso è sempre in agguato. Mi chiedo: sarò all’altezza? Riusciranno i miei romanzi a cogliere lo spirito della nostra epoca? O potranno almeno aiutare qualcuno a passare qualche ora in maniera piacevole? Mi chiedo però se sia davvero necessario. Quando si cerca d’intercettare il presente, si sprofonda nel passato. Basta guardare il flusso di post di qualunque rete sociale e paragonarli invece a queste rose bagnate, che sono sempre d’attualità. Per giunta le rose – nella loro gloriosa inutilità – sono sempre una buona notizia. Lo scriveva già Dante:

ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce
poscia portar la rosa in su la cima.

Dall’altra parte del mondo, poco più di un secolo prima di Dante, rifletteva sui fiori e sui pruni anche lo stesso Saigyō, con il suo bastone di bambù.

kono haru wa
shizu ga kakiho ni
furewabite
ume ga kaori tomemu
hito shitashimamu

Per questa primavera
voglio fare amicizia
con chi si accosta
alla mia siepe dimessa
cercando il profumo di pruno

Ecco, in fondo si tratta di «fare amicizia». Benché la siepe sia «dimessa», il profumo è sempre unico, è sempre dotato di personalità: nessuna intelligenza artificiale riuscirà mai a sprigionarlo. L’odore di una rosa o di una storia serve se crea un legame, anche minimo, anche provvisorio, se getta un ponte ideale fra me e gli altri, fra me e il mondo. Ho cominciato a raccontare quando fingevo che la ranza trovata con mio nonno fosse un cavallo o una spada, continuo adesso che sono più vecchio e medito nel giardino intriso di pioggia. In fondo non c’è altro da dire.

Di solito per il mio compleanno pubblico un racconto inedito. Quest’anno però faccio un’eccezione. Visto che come dicevo sta per uscire il prossimo romanzo, di cui sto correggendo l’ultima stesura, mi permetto invece di mettere il link a una lunga intervista con Michela Daghini, andata in onda di recente alla radio svizzera. Se qualcuno non ne avesse abbastanza di queste divagazioni sulle rose e le favole, qui troverà altri cinquantotto minuti di parole.

Ascolta l’intervista

Dopo le parole, viene il tempo del silenzio.
Ricomincia a piovere.
Lascio il giardino, torno in casa. La mia figlia più piccola, che ha poco più di tre anni, ha detto di avere cucinato con sua madre «una torta a forma di volpe» per il mio compleanno. «Devi assaggiarla!» mi ordina. «Senti come profuma!»
Prima di chiudere – e prima di mangiare – ecco il sottofondo. Può accompagnare sia la lettura, sia la contemplazione delle rose. È il brano To a wild rose, composto da Edward Mac Dowell nel 1896 e interpretato con il sax tenore da Sonny Rollins a Montreux nel 1974. Buon ascolto, a presto!

PS: Ecco infine le indicazioni dei libri che ho citato. Saigyō, Poesie dal mio rifugio, a cura di Peter Otiv Norton, traduzione di Matteo Contrini, La Vita Felice, 2020. Vita Sackville-West, Un giardino per tutte le stagioni, traduzione di Marta Suatoni, Franco Muzzio, 1991 (2002); il libro contiene una raccolta degli articoli che Sackville-West pubblicò nella sua rubrica di giardinaggio sull’Observer fra il 1946 e il 1961. Ippolito Pizzetti, Rosa, in Fiori e giardino, Garzanti, 1998. William Robinson, Il giardino naturale, traduzione di Melani Traini, Franco Muzzio, 2014; il testo originale è un grande classico della letteratura sul giardinaggio: risale al 1881 ed è tuttora valido. Le parole di Montaigne provengono dal primo capitolo del terzo libro dei Saggi, i versi di Dante dal canto XIII del Paradiso (vv. 133-35).

Condividi il post

Agatha e gli aquiloni

Per ascoltare questo articolo:

Che cosa c’entra Agatha Christie con gli aquiloni?
Che io sappia, niente.
Potrebbe essermi sfuggito un romanzo in cui Agatha uccide la sua vittima con uno di questi congegni, magari un raffinato aquilone di foggia esotica la cui punta, resa acuminata, è stata poi intrisa di veleno. Potrebbe. Ma tutto sommato mi vedo male Poirot che segue il volo di un aquilone: il piccolo detective belga di certo non amava restare allo scoperto in un luogo ventoso. Miss Marple, dal canto suo, invece di contemplare il volo dell’aquilone avrebbe osservato le persone all’altro capo del filo, poiché la natura umana è sempre lo spettacolo più meraviglioso.
Eppure, quando guardo gli aquiloni penso ad Agatha Christie.

C’è un famoso racconto di Achille Campanile intitolato Gli asparagi e l’immortalità dell’anima, in cui l’autore cerca di tracciare un legame fra i primi e la seconda. Alla fine, il nesso più profondo fra queste due entità consiste forse proprio nell’avere condiviso un titolo di Campanile. Gli aquiloni e Agatha Christie, dunque, sarebbero legati dall’articolo che state leggendo.
Ma questa è una falsa pista.
C’è un motivo se, dopo avere portato le mie figlie a far volare un aquilone, mi è venuta voglia di tornare a casa, sedermi in poltrona con una cioccolata calda e leggere un romanzo christiano (christico?) ambientato in una piovosa campagna inglese. Forse l’azzurro del cielo ha suscitato un desiderio di nuvole, o forse il vento ha stimolato il bisogno della cioccolata. Chissà. Oppure gli aquiloni, come i romanzi di Agatha Christie, hanno il potere di riportare in me un po’ di leggerezza anche nelle giornate in cui tutto mi pare gravoso.
Agatha Christie per me è questo: un incanto lieve, nonostante gli omicidi e i personaggi cinici. È la certezza di un congegno costruito alla perfezione e sempre miracoloso. Si tratta solo di un po’ di carta, un filo, quattro stecchi di legno… eppure, basta un colpo di vento e guarda come sfreccia nel cielo azzurro. I suoi romanzi sono aquiloni in un limpido pomeriggio di favonio. Non tradiscono mai. Solidi e prodigiosi, leggiadri e sorprendenti, sono capaci di sterzate improvvise quando meno te lo aspetti. Forse qualcuno sale di più, altri di meno… Ma che importa? Basta aspettare la prossima folata, il prossimo cadavere in biblioteca, e presto ricomincia il volo.

Alla sua morte, avvenuta esattamente cinquant’anni fa, il 12 gennaio 1976, Agatha Christie lasciò sessantasei romanzi gialli, venti opere teatrali, sei romanzi rosa pubblicati con uno pseudonimo e più di centocinquanta racconti. Aveva ottantasei anni. Di lei rimangono pure settantatré quaderni di appunti, divulgati solo dopo la morte della figlia Rosalind nel 2004. John Curran, che è uno dei maggiori studiosi christici (christiani?), li approfondisce in un saggio del 2009: Agatha Christie’s Secret Notebooks.
Ci sono le trame dei romanzi insieme a note spicciole, a liste della spesa, a indirizzi e appuntamenti. La vita quotidiana e quella dell’immaginazione si mescolavano nella mente dell’autrice. In una pagina per esempio cita la modalità di uccisione di un personaggio (una freccetta sparata da una cerbottana), poi una lista di oggetti da acquistare per i regali di Natale ai suoi cari, poi menziona il fatto che Poirot riceve una lettera «da un apparente psicopatico». Altrove le elucubrazioni dello stesso Hercule Poirot («HP» nel taccuino) precedono un appunto circa una visita a una vecchia amica.
Curran ricostruisce meticolosamente l’intreccio dei pensieri dell’autrice britannica, decifrandone con pazienza la grafia illeggibile e abbinando ogni scarabocchio a un romanzo o a un racconto. Fra le molte annotazioni riportate nel saggio mi ha colpito questa: «Sarebbe una buona idea.»
Sulle prime non sembra niente di speciale.
«Sarebbe una buona idea.»
E allora? Un’altra idea in pagine che ne sono fitte.
Ma il bello è che l’appunto si trova («curiosamente», annota Curran) su una pagina bianca. Questo mi pare grandioso: l’idea migliore è quella non scritta, quella che si accampa nel vuoto. O in altre parole: la prossima idea, ancora ignota alla stessa autrice. Il vero colpevole segreto, l’omicidio irrisolto, è quello di una storia non ancora raccontata. Il prossimo libro. Che poi è sempre il migliore.
Non ci sarà ovviamente un prossimo libro di Agatha Christie, ma ci saranno sempre nuove letture e riletture dei suoi romanzi. Inoltre ci saranno nuovi autori che, nel desiderio di ricostruire quell’incanto, proveranno a costruire i loro aquiloni.
Nel mio piccolo anch’io, dopo avere reso omaggio alla maestra, torno a scrivere. See you next time!

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Il saggio di John Curran è stato tradotto in italiano da Diana Fonticoli con il titolo I quaderni segreti di Agatha Christie. Nell’officina della signora del giallo, Mondadori, 2010.

PPS: Non voglio dare troppi consigli, perché il bello dei romanzi di Agatha Christie è che arrivano per caso nelle vostre mani, seguendo percorsi misteriosi. Certo, potete leggere il debutto di Poirot in Poirot a Styles Court (1920) o quello di Miss Marple in Morte nel villaggio (1930). Oppure potete provare con gli altri grandi classici. Ma ci sono anche racconti assai interessanti, come Testimone d’accusa, in originale The witness of the prosecution (1933). Lo trovate per esempio nella raccolta Il segugio della morte (Mondadori, 1982); molto bello anche il film omonimo diretto da Billy Wilder nel 1958, con Marlene Dietrich, Charles Laughton e Tyrone Power.
Di recente, ho trovato in una bibliocabina della mia città il romanzo La parola alla difesa (1933). È un meccanismo con una struttura interessante: nella prima parte il caso viene esposto con una serie di scene molto brevi, nella seconda parte Poirot arriva alla soluzione parlando con le persone coinvolte. Secondo Julian Symons, autore della prefazione all’edizione Mondadori, il romanzo venne scritto da Christie in un periodo difficile, dopo la separazione dal primo marito; l’autrice forse si rispecchiava nell’immagine che Miss Wellman ha di sé stessa come di una «strana, solenne, acerba fanciulla che aveva la testa piena di idee e di infatuazioni letterarie». Chissà. Nello stesso volume c’è anche un Ritratto di Agatha Christie, dove lo stesso Symons evoca alcuni episodi controversi della vita dell’autrice; in particolare la sua scomparsa, avvenuta fra il 3 e il 15 dicembre 1953. Anche lo scrittore e critico Luca Crovi ha ricostruito questo episodio di confusione mentale, di disagio psichico (con successiva amnesia), in un articolo apparso ieri su “Il Giornale” (lo trovate qui). Lo stesso Crovi conclude che quella fuga da sé stessa e dal mondo «funzionò come cura al dolore e le impedì di cadere nella disperazione, consentendole di divenire la più famosa e amata scrittrice gialla di tutti i tempi».

PPPS: Un mistero nel mistero. Fra le pagine del romanzo La parola alla difesa c’era una vecchia fotografia in bianco e nero, che ritrae una donna con una bambina. Sono sedute in riva a un lago, sorridenti. Chi sono? Quando è stata scattata l’immagine? Come sono finite fra le pagine di un romanzo di Agatha Christie? Chissà, potrebbe essere una nuova storia…

Condividi il post

L’arte di fare attenzione

Per ascoltare questo articolo:

Che cosa cerchiamo sulle strade?
D’inverno. Al freddo.
Perché?
Ci pensavo durante un’uscita in bicicletta con mio fratello. In fondo, la mia indole – diciamo – contemplativa (che è sinonimo di pigra) tenderebbe ad apprezzare il tepore di un salotto, con una poltrona, una tazza di tè e un buon romanzo da leggere. Eppure c’è una parte di me che ama la fatica. Mentre il gelo s’insinua non solo nelle ossa ma soprattutto nei pensieri, con i muscoli e il cuore che protestano, non mi sfiora il pensiero di tornare indietro. Perché?

Ne parlavo proprio con mio fratello. Se il nostro andare avesse una ragione, una ragione precisa, sarebbe troppo facile. Andiamo perché la strada è la strada, perché il paesaggio è il paesaggio. E perché noi, sulla strada, con passo lento, non mancando mai un’occasione per guardarci intorno, noi proviamo a essere noi.
In fondo, si tratta di una forma di contemplazione.

Credo che una delle mie ambizioni sia quella di affinare lo sguardo, anno dopo anno. Da bambino mi affascinavano i romanzi gialli perché l’investigatore aveva uno sguardo che penetrava nei dettagli, che faceva parlare le cose. Ciò che per gli altri non era niente, per lui acquistava valore: un po’ di terriccio, una parola detta per caso, un odore pungente, un sapore (…forse di mandorle amare?). In seguito il mio amore per la letteratura, soprattutto per la poesia, si è sviluppato a partire da queste premesse. Ancora oggi per me la letteratura è insieme uno spettacolo e una scuola dello sguardo. È spettacolo perché mette in scena l’umanità, nero su bianco, il mistero degli esseri umani fatto di risate, lacrime, perplessità; e mentre mi affascina mi insegna che nessuna cosa è mai banale.

Di recente ho letto un breve romanzo dell’autrice brasiliana Clarice Lispector: L’ora della stella, scritto nel 1977 e pubblicato in italiano da Feltrinelli. È la storia di Macabéa, una donna che vive con quattro coinquiline in una piccola casa di Rio de Janeiro. A un certo punto il narratore dice: «Questa storia sarà composta di parole raggruppate in frasi dalle quali si sprigionerà un significato segreto che trascende parole e frasi.»
Il segreto. Questo mi riporta alla domanda iniziale: perché?
Il narratore dice quanto sia grande la responsabilità di chi sceglie le parole: «Nessuna meraviglia se, come ogni altro scrittore, sono tentato di usare termini succulenti: conosco aggettivi sfolgoranti, sostantivi carnosi e verbi così affilati da attraversare acuti l’aria nel loro processo di azione. La parola è infatti azione, no?»
La parola è azione. Impegnarsi nel corpo a corpo necessario per l’immaginazione, per leggere bene o per scrivere una storia, non è diverso dal faticare lungo una salita, nell’aria buia d’inizio dicembre. Come tutte le azioni importanti, la scrittura dev’essere spettacolare sì ma nel modo giusto, senza ghirigori inutili e senza esibizionismi: «Non abbellirò tuttavia le parole poiché se io toccassi il pane della ragazza questo pane si tramuterebbe in oro e la giovane (ha diciannove anni) non potrebbe mangiarlo, morendo quindi di fame. Devo perciò esprimermi con semplicità se voglio cogliere la sua esistenza sottile e incerta.»
Non so più se sto parlando di un romanzo brasiliano o di un’uscita in bici nel paese di Mergoscia, nella Svizzera italiana. Ma che importa? Il principio è lo stesso: per cogliere «un’esistenza sottile e incerta» bisogna rimanere vigili, pedalare adagio. Occorre prestare attenzione ai segni delle stagioni, ai bordi della strada, e indagare su ciò che nascondono le parole, dentro e fuori dai libri.

Condividi il post

Il rischio di oziare

Di per sé non mi piace alzarmi presto.
Con gli anni, però, ho scoperto che non mi piace nemmeno restare a letto il mattino.
Questo mi pone in una situazione difficile. Sarebbe buona cosa riuscire a trovare un’opzione intermedia: alzarmi e continuare a sognare.
Dev’essere per questo che amo leggere dopo colazione. Una volta leggevo molto la sera a letto prima di dormire; e ancora lo faccio, spesso almeno per un’ora o più. Di recente però ho riscoperto anche la lettura mattutina. A mie spese. Quando ho da scrivere, avviene un dialogo di questo tipo.

ANDREA CHE SCRIVE: Su, faccio colazione e mi metto al lavoro.

ANDREA CHE LEGGE: Non esagerare. Io direi che puoi leggere per mezz’ora, così ti viene voglia di scrivere.

ANDREA CHE VORREBBE SCRIVERE: Ne sei sicuro?

ANDREA CHE LEGGE: Ma certo!

ANDREA CHE PRIMA VOLEVA SCRIVERE: Mmm… forse hai ragione.

Così un’ora o due più tardi il computer è ancora spento. E questo naturalmente non aiuta a finire un romanzo. Per contro credo che a lungo termine l’ANDREA CHE LEGGE non abbia torto. Il fatto di trascinare un’attività – leggere un libro, sfogliare una rivista – posticipa l’atto della scrittura, ma in qualche modo lo anticipa anche, come se stessi già scrivendo prima di scrivere. L’atto di mettere le parole sul bianco della pagina è solo l’ultima parte dell’azione, quella visibile. È la perdita di tempo, la zona grigia, quella dove nascono le idee.

Poi ci sono le mattine in cui devo alzarmi e uscire di casa. Una settimana al mese almeno sono in onda sulla Rete2 della Radio svizzera pubblica, per la rassegna stampa e le interviste in diretta del mattino. In questi casi non ho molto tempo di pensare alla mie storie, se non come domanda e reazione.
Come domanda: di fronte a tutto ciò che del mondo si accumula sui giornali, di fronte a tutto il marciume che comincia a esalarmi della mente fin dalle cinque del mattino, la scrittura non può che rinnovare una domanda di senso. Che cosa ci faccio io, a questo mondo? Come può riuscirmi di non renderlo peggiore?
Come reazione: non occorre per forza che io scriva di attualità, stando sempre nel momento presente. Ma la costruzione di un mondo immaginario, di un destino narrativo, l’approfondimento dell’impasto fra bene e male che siamo tutti noi è un modo per reagire alle visioni falsamente estreme: tutto il male da una parte, tutto il bene dall’altra. In realtà il male (soprattutto) e il bene (c’è anche quello, per fortuna) che affiorano nella rassegna stampa sono gli stessi che combattono dentro di me e intorno a me. Non posso cambiare le sorti del mondo, almeno non in modo macroscopico. Ma disegnare altri mondi e altre vite, vite minime, vite fantastiche, per me è un gesto di speranza e di rottura. Fra le varie forme in cui si esprime la speranza, infatti, una delle più efficaci è fare il proprio lavoro.
Io scrivo. E quindi provo a scrivere le mie storie, nonostante tutto.
(E se per scriverle devo cincischiare, posticipare, perdere tempo, divagare mentre dovrei lavorare… be’, eccomi, sono pronto a correre anche il rischio di oziare!)

Condividi il post