Panchinario (5-9)

È importante ascoltare. E anche parlare, qualche volta. Così come leggere, scrivere, chiedere, rispondere. Ma ci sono momenti in cui tutte queste attività possono aspettare. Ci sono momenti in cui il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere è camminare adagio fino a una panchina e sederci a guardare come va il mondo. Le prime settimane mi sono limitato ai luoghi più vicini a casa mia, ma sono in arrivo “panchine” più lontane e più esotiche (anche se in fondo ogni panchina è esotica, a modo suo).

5) LODRINO, via Pasquerio
Coordinate: 2’718’785.4; 1’129’222.2
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… leggere Raymond Carver.
Il vento pulisce l’aria e fa spiccare i colori delle case: rosso, bianco, turchese. Davanti a me, la montagna sale vertiginosa: la roccia e gli alberi sono già scuri, e la linea d’ombra avanza verso la panchina. Ogni casa ha il suo giardino, con un’altalena, uno scivolo, un tavolo di sasso. Da lontano arriva il ronzio delle macchine sulla strada cantonale. Immagino i padri di famiglia che tornano ogni sera dal lavoro e, quando il tempo è sereno, cucinano salsicce alla griglia. Mi viene in mente l’atmosfera suburbana dei racconti e delle poesie di Raymond Carver. «Fai conto che io dica estate, / scriva la parola “colibrì”, / la metta in una busta, / la porti giù per la discesa / fino alla buca. Quando tu aprirai / la lettera, ti verranno in mente / quei giorni e quanto, / ma proprio tanto, ti amo» (Colibrì, di Raymond Carver, traduzione di R. Duranti).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

6) SANTA MARIA, sulla scalinata che porta alla chiesa
Coordinate: 2’731’587.0; 1’124’866.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… scrivere.
È come una scrivania di pietra, dimenticata contro il muro da uno scultore distratto. A sinistra c’è un portale che conduce al sagrato della chiesa di Santa Maria Assunta, un edificio che risale all’inizio del XIII secolo (all’interno si trova una bella “Madonna vestita” del 1724). A destra c’è il ristorante Bellavista, dal quale si gode in effetti una vista aperta su tutta la valle. Dai prati intorno al villaggio arrivano scampanii di mucche; dalla terrazza del Bellavista brandelli di chiacchiere. Due palloncini colorati stanno lì a ricordare passati festeggiamenti (per un matrimonio?). Il luogo sembra fatto apposta per chi vuole scrivere en plein air: basta appoggiare il taccuino (o il computer) sul ripiano di sasso e lasciarsi ispirare dal tiglio di trecento anni che cresce ai bordi del sagrato o dalla macchina del tempo (travestita da torre medievale) che svetta accanto alla chiesa.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

7) ROSSURA, sulla via principale davanti alla chiesa
Coordinate: 2’706’497.6; 1’148’055.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… aspettare che faccia buio.
Più di ogni animale selvaggio, più di ogni balena bianca è difficile acchiappare un momento fuggevole. I cacciatori di momenti fuggevoli non usano armi, se non la pazienza e – quando occorre – una panchina. A Rossura bisogna arrivare all’ora giusta, poco prima dell’imbrunire. Al centro della panchina, seduti con le mani sulle ginocchia, bisogna lasciar correre lo sguardo oltre la cima del campanile, sulle montagne, fra il pizzo Forno e il pizzo Tencia. Il sole non c’è più, ma il cielo è ancora imbevuto di luce. C’è un attimo, solo un attimo in cui il tempo ha un’esitazione. Ogni cosa è immobile, in attesa: i campi, le croci di ferro ai bordi del cimitero, le case, gli orti. Poi, rapidamente, si accendono i riflettori sulla chiesa di san Lorenzo. L’azzurro si dilegua, arriva la sera. E il momento fuggevole torna nel buio del tempo passato.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

8) LOCARNO, nel Parco delle Camelie in via Gioacchino Respini
Coordinate: 2’705’414.7; 1’112’648.2
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… volare via.
Il vento scompiglia il lago e mette in fuga i bagnanti, in un turbine di asciugamani, cappelli di paglia e camicie variopinte. C’è un albero proprio sulla riva. Poco più indietro, su una panchina, una ragazza è rimasta sola a fissare le onde. Mi avvicino. Il cielo è terso e le montagne sull’altra sponda sembrano vicinissime. La ragazza indossa una maglia arancione. I suoi capelli biondi s’intrecciano, si sciolgono, si arruffano. Il vento cresce d’intensità. Alle mie spalle sento un grido: una madre chiama un bambino nell’edificio del Bagno pubblico. Mi volto verso il lago… la ragazza è scomparsa. Provo a sedermi sulla panchina: è bianca, geometrica, minimalista. Mi pare di essere su una rampa di lancio. Dall’acqua esce un’ultima bagnante con i capelli lunghi e scuri, la pelle abbronzata. Mi distraggo un attimo e, quando torno a guardare verso la riva, anche la donna con i capelli lunghi è volata via.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

9) OLIVONE, sulla strada verso Ghirone prima della galleria della Töira
Coordinate: 2’714’560.7; 1’154’447.4
Comodità: 5 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ricordare un vecchio amore.
Lei non lo sa. Vive, parla, ride da qualche parte nel mondo, ma non sa di essere stata il mio primo, primissimo amore. Eravamo entrambi all’asilo, ed era senza dubbio un’emozione infantile. Ma l’aggettivo “infantile” rende forse meno potente l’emozione? Non credo. Anzi, gli amori infantili s’incidono saldamente nella memoria – conscia o inconscia – come i graffiti che scopro su questa incantevole panchina di montagna (a 1070 metri di quota): P+M, TI AMO, A+D, insieme a vari nomi fissati dentro e intorno a cuori più o meno simmetrici: Raf, Gengi, Ryan… La panchina, nascosta dietro un albero immenso, sta su un terrazzo sospeso sopra i campi e i boschi, sopra le case di Olivone, sopra i ricordi che a volte confortano, a volte feriscono. Prima di andare, noto qualcosa che luccica per terra. Controllo. È la confezione (vuota) di un antidolorifico.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Grazie per l’aiuto a Gioele (Rossura), Alice (Locarno) e Martina (Olivone).

PPS: Trovate qui le prime quattro “panchine” e la spiegazione del progetto. Per leggere tutte le panchine, scegliete la categoria Panchinario nel menu in alto a destra.

 

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La solitudine del formichiere

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Lorenzo ha diciannove anni e vive allo zoo di Zurigo. È uno dei più vecchi formichieri del mondo. Anzi, per essere precisi è un tamandua (Tamandua tetradactyla): è lungo circa un metro dalla punta del naso alla fine della coda, ha una lingua di quaranta centimetri, è di indole solitaria e divora qualche migliaio di formiche al giorno. Un anno fa i responsabili dello zoo ebbero l’idea di farlo socializzare con un gruppo di scimmie leonine (Leontopithecus rosalia). Ma le scimmie, che sono animaletti vivaci, dalla coda lunga e dalla pelle color albicocca, non erano d’accordo. Entrambe le specie sono originarie del Sudamerica, tuttavia questo non basta per fondare un’amicizia. In linea di massima Lorenzo si sarebbe anche adattato alla compagnia, non avendo grandi esigenze se non quella di passeggiare fra i tronchi d’albero aspirando formiche. Le scimmie però adottarono un atteggiamento di chiusura, arrivando a episodi di bullismo e costringendo il vecchio formichiere a rintanarsi nel suo buco. Secondo gli specialisti, probabilmente il maschio riproduttore dei leontopitechi si era sentito attaccato nel suo «Sicherheitsbedürfnis», cioè nel suo bisogno di sicurezza. Immagino che gli stessi specialisti avranno provato a spiegargli che il placido Lorenzo non intendeva mettersi in competizione con nessuno; ma si sa, i maschi riproduttori talvolta sono lenti a comprendere le cose.
Appena scendo dal tram, in una Paradeplatz inondata dal sole, mi sento un tamandua tra le scimmie leonine. Mi guardo intorno e mi accorgo che il luogo è pieno di gente che si sta divertendo, che si è appena divertita o che sta per andare a divertirsi. Ragazzi glabri e abbronzati, fanciulle che schioccano le infradito, famiglie che fanno jogging. Nessuno ciondola senza combinare niente: anche il divertimento, qui, è una cosa seria. Un uomo lucido di sudore si avvicina correndo e quasi mi travolge, mentre un gruppo di turisti consuma un’orgia di selfie. Cerco di rifugiarmi sotto la tettoia, ma tutto è diverso. Le panchine sono semivuote, l’edicola è chiusa e le scale che portano ai bagni sono disseminate di cartelli inquietanti: pavimento scivoloso – scale sdrucciolevoli – superficie viscida – badate a voi!
Passano meno tram. A momenti Paradeplatz diventa quasi silenziosa, percorsa da lontani scampanii che sembrano già un ricordo, come uno di quei sogni sognati il mattino presto, prima di svegliarsi, e subito dimenticati. Poi appaiono cappelli di paglia, tavole per nuotare nel lago, cesti da picnic, palette di plastica per la sabbia. Vedo una sola cravatta ma è rossa a pallini gialli, quindi forse non conta.
Con Yari, leggiamo una poesia di Anna Achmatova.

No, non sotto un cielo straniero,
non al riparo di ali straniere:
io ero allora col mio popolo,
là dove, per sventura, il mio popolo era.

Esistono cieli che non siano stranieri? Esistono luoghi che possiamo definire “nostri”? Credo di no, e infatti i versi parlano di un popolo, non di un luogo. Ma è difficile per me riconoscermi in questo popolo domenicale, almeno finché non mi rendo conto che ne faccio parte anch’io. Come sempre, c’è chi è più tamandua e chi è più scimmia leonina. Ed è normale che i tamandua ogni tanto si sentano soli.
Yari e io abbiamo pianificato di visitare lo zoo di Zurigo con alcuni amici e famigliari. Ecco dunque che anche il nostro gruppo, mentre si raduna intorno a una panchina ombreggiata, diventa un frammento di popolo: voci, saluti, richiami. All’angolo della panchina, fra l’altro, c’è un uomo che dorme con il capo posato sopra una valigia. È immobile, e resta così per almeno quaranta minuti, mentre noi studiamo gli orari dei tram, acquistiamo i biglietti, telefoniamo agli amici. Quando l’uomo si sveglia e incrocio il suo sguardo un po’ smarrito, all’improvviso, per un attimo, avverto un moto di riconoscimento.
Dopotutto, i tamandua sono più numerosi di quanto credessi.

[AF]

*

Non so quanto si possa considerare permalosa una piazza. Vero è che Paradeplatz, nel momento del bisogno, non si fa problemi a fartela pagare. Succede infatti che quando la domenica decidi di andare allo zoo di Zurigo con Andrea e le rispettive famiglie, raggiungendo a piedi la famosa piazza per uno sguardo furtivo, di passaggio, quasi scherzoso, come a dire «eccola» sorridendo sotto i baffi che non hai (ma sogni di avere), ebbene succede che una voce fuori campo ti chieda con misurata sufficienza: dove pensi di andare? E scopri in breve tempo che i tram diretti allo zoo non esistono. I tram che fino a un giorno prima – e per tutti i mesi che hai frequentato la piazza – portavano fieri sulla loro ampia fronte il capolinea «ZOO» non esistono. I tram che ancora ieri scampanellavano selvaggiamente per farti notare che se c’è qualcuno che deve spostarsi sei tu e solo tu (e anzi datti una mossa) non esistono.
La tabella degli orari sembra una vignetta satirica: da lunedì a sabato una rete fittissima di arrivi e partenze, delle colonne dense di numeri neri come il carbone, come se lo zoo di Zurigo fosse il centro del mondo; e poi sulla destra, placida, una colonna bianca come la rampa del salto con gli sci, una striscia di vuoto cosmico, a rappresentare naturalmente la domenica. Spiegalo tu, a una piazza, che si può anche intraprendere il viaggio combinando le attività, unendo l’utile al dilettevole (come dice chi si vergogna di fare qualcosa di utile e vuole sottolineare a tutti i costi la presenza del dilettevole; o per i più strani il contrario), non avere insomma come Scopo Ultimo di un viaggio a Zurigo l’osservazione di Paradeplatz. Ma niente, tram non ce ne sono, la piazza indispettita guarda altrove, se ne va a «culodritto» direbbe Guccini, e a noi tocca incamminarci con il pranzo al sacco alla ricerca di un altro luogo di partenza, magari un luogo più accogliente, simpatico e meno suscettibile. (Sì, l’ho presa benissimo questa cosa dei tram.)
Certo, incamminarsi in gruppo con un passeggino e qualche sacco, scoprendo qualcosa di nuovo a ogni occhiata, sottolinea una volta di più la nostra estraneità al tessuto urbano zurighese. Se in Paradeplatz non ci sentiamo più del tutto stranieri, bastano pochi metri per ripiombare nei panni dei forestieri. E in fondo, anche la familiarità con Paradeplatz è soprattutto una nostra proiezione. Basta guardare l’architettura e l’utilizzo della piazza, leggere le insegne, ascoltare gli avventori: tutto porta lontano dalla nostra cultura d’origine e dalla nostra lingua madre. Non c’è nulla di più intrigante, beninteso, ma la distanza rimane; e, pur con qualche eccezione, rimarrà. Insomma siamo e resteremo stranieri, a meno che il concetto non risulti obsoleto. Quando penso alla geografia, per esempio, o più precisamente all’appartenenza a un luogo, i miei sentimenti sono molto diversi da quelli che potevano avere i miei avi (che del resto erano ovunque, salvo nei luoghi in cui sono nato e cresciuto).
Credo che Andrea abbia ragione: non ci sono luoghi che possiamo definire “nostri”. L’appartenenza e il radicamento sono da ricercare altrove. Possono essere un popolo, come appunto per l’Achmatova: «io ero allora col mio popolo, / là dove, per sventura, il mio popolo era» (in un testo che apre un ciclo intitolato, simbolicamente, Requiem). Possono essere la nostra lingua o la nostra cultura, come avrei tendenza a credere. Possono essere un ideale o un sogno. In ogni caso, dubito si tratti di qualcosa che potremmo fissare e scolpire nella pietra: più probabile che sia volubile e volatile. Ancorché necessario.
Mi piace sempre ricordare Simone Weil, che ne La prima radice afferma: «Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. È tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale, all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente».

[YB]

*

Infine, stanchi ma felici, tornammo a casa. Così un tempo finivano i temi scolastici. Ora si tende a evitare quel passato remoto tanto perentorio e, soprattutto, non è sempre chiaro dove sia “casa”. Un altro “pensierino”: Oggi andammo allo zoo. L’animale che più mi piacque…
Yari, quale animale maggiormente ti piacque allo zoo di Zurigo?

[AF]

*

Caro amico di penna,
il gorilla è il mio animale preferito. Mio papà dice che ci sono diversi tipi di gorilla, ma sono sempre pelosi. Sono neri e anche un po’ grigi. Allo zoo di Zurigo c’è un gorilla che è anche più vecchio del mio papà. È nato nel 1977. Quando lo guardi lo capisci che è più vecchio e che ha visto più cose e sa anche molte più cose di te.
Quando lo guardi per tanto tempo forse anche lui ti guarda. Il gorilla ti guarda sempre in modo triste. Forse perché è chiuso in uno zoo o forse perché è solo triste di essere triste. Ma lui lo sa di sicuro perché è vecchio e saggio. Il mio papà mi ha detto che lui invece non lo sa. Quando il gorilla mi guarda divento triste anch’io, ma non so perché. Sono triste senza saperlo.
Scrivimi presto.
La tua amica di penna

[YB]

PS: Un ringraziamento speciale a Martina e Gregorio. Le informazioni sugli animali provengono dalla newsletter e dal sito dello Zoo di Zurigo.

PPS: I versi di Anna Achmatova fungono da epigrafe al ciclo intitolato Requiem, che si può leggere in Poema senza eroe e altre poesie (Einaudi, 1966; traduzione di Carlo Riccio).

PPPS: La canzone di Francesco Guccini Culodritto, dedicata alla figlia Teresa (allora bambina), è nell’album Signora Bovary, uscito nel 1987. Comincia così: «Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti / e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti, / ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare / e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare»…

PPPPS: La citazione di Simone Weil è in La prima radice (Edizioni di Comunità, 1954, ripubblicato nel 2017; traduzione di Franco Fortini).

PPPPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio e giugno.

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Panchinario (1-4)

Ci sono panchine dov’è bello starsene da soli. Altre che sembrano fatte apposta per mangiare un hamburger. O per leggere Guerra e pace. O per baciare qualcuno. Non è sempre facile capire quale sia l’attività ideale per la panchina su cui ci stiamo sedendo. A volte sono le circostanze a decidere per noi: senza libro, non possiamo leggere; senza cibo, non possiamo mangiare; senza labbra (altrui), non possiamo baciare. A volte per fortuna accade il miracolo. La panchina giusta nel posto giusto, sulla quale dolcemente baciare una splendida fanciulla mentre addentiamo un saporito cheeseburger e, con la coda dell’occhio, leggiamo le peripezie di Andrej Bolkonskij.
Ho sempre amato fermarmi sulle panchine, nei sentieri di campagna o nelle strade affollate delle città. Forse si tratta di una fuga. Le mie giornate, come quelle di tutti, sono talvolta un insieme di linee rette. Orari, scadenze, gesti necessari, spostamenti da un luogo all’altro, allo scopo di compiere azioni che portano ad altre azioni. Ma ogni tanto, in questo labirinto geometrico, si apre una crepa. Mi fermo, esco dal flusso delle cose da fare e compio un gesto inutile. Una linea curva. Mi siedo. E resto seduto, per un po’, senza fare niente di utile.
Lo scarto è minimo: pochi minuti rubati, pochi metri fuori dal percorso prestabilito. Ma il gesto ha una portata avventurosa, perché una panchina è sempre un viaggio. Si tratta di assumere un punto di vista e di mantenerlo, affinché la distinzione fra l’io che contempla e il luogo contemplato divenga sempre meno netta.
«La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata», scrive Beppe Sebaste. «È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade.» Quando ci sediamo anche solo per qualche istante su una panchina, osserva Pierre Sansot ,«ci troviamo a “inquadrare” un frammento della città. Ne fissiamo gli elementi maggiori, le linee di fuga e di confusione. Il punto di vista a partire dal quale organizziamo una messinscena crea un paesaggio.» Credo che sia proprio così: sono le panchine a creare il paesaggio.
A partire da oggi comincia Sopra la panca, una rubrica sulla rivista “Ticino 7” (allegata al quotidiano “La Regione”). Si tratta di una mia piccola guida alle panchine, molto libera e molto personale. Semplicemente, ogni settimana racconterò un paio di cose intorno a una panchina su cui di recente mi è capitato di sedermi. Qui sul blog, oltre ai testi e alle fotografie, pubblicherò anche un frammento di “paesaggio sonoro”.

1) BELLINZONA, via Sasso Corbaro
Coordinate: 2’722’676.0; 1’116’414.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ascoltare il vento.
È come un teatro per uno o due spettatori (magari anche tre, o quattro seduti vicini vicini). La panchina è rustica, di sasso, senza schienale. Davanti c’è un muretto a forma di mezzaluna. Oltre il muretto, si distende la parte sud di Bellinzona: via Ospedale, Ravecchia, le Semine, Giubiasco, il fiume e l’autostrada, fino all’azzurra lontananza delle montagne. Da quelle parti tira spesso il vento, perciò la vista sulla città è spesso accompagnata dal fruscio delle foglie: quelle verdi fra gli alberi e quelle accartocciate ai piedi del muretto (anche in piena estate, c’è sempre un rimasuglio di foglie secche). Se restate seduti abbastanza a lungo, di sicuro transiterà alle vostre spalle qualche coppia a spasso con il cane e qualche corridore (detto anche “runner”). Il respiro ansimante (del cane e dei corridori in affanno) si confonde con i discorsi del vento.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

2) BREGANZONA, all’angolo tra via Camara e via Vergiò
Coordinate: 2’715’548.0; 1’096’755.9
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… mangiare un pompelmo.
È necessaria una certa preparazione. Se si arriva con i mezzi pubblici, c’è una fermata dell’autobus accanto alla panchina. Altrimenti si può lasciare la macchina in via Vergiò. Poi bisogna camminare lungo la strada in discesa, fermarsi alla Coop (dove comunque ci sono dei parcheggi), comprare un pompelmo e tornare a piedi fino all’angolo con via Camara. Per raggiungere la panchina, che poggia su un pavimento di mattonelle sopra un terrapieno, occorre salire tre o quattro gradini di legno. Il gesto di sbucciare e mangiare un pompelmo, lassù, rende in qualche modo esotico il flusso ordinario delle cose: un cantiere sulla sinistra (scintillìo delle gru, colpi di martello); un appezzamento di orti sulla destra (verde intenso, odore di campagna); una motocicletta che rallenta e imbocca via Vergiò (discesa e risalita del motore sopra il canto degli uccelli).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

3) SEMENTINA, al bivio tra via Moyar e via Mondò
Coordinate: 2’718’714.0; 1’115’650.5
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… riprendere fiato dopo la salita in bicicletta.
Mi piace arrivarci in bicicletta. Dal Ponte Vecchio di Giubiasco vado fino a Camorino, poi salgo lungo Al Sècch e In Vigana. Da Vigana scendo a Sant’Antonino. Via Paiardi, via Canvera, via della Posta, via Stazione, via al Ticino. Ora sono in mezzo ai campi: strada dei Pianoni, al Gaggiolo, alle Golene. Supero il fiume su via Stradonino e a Gudo imbocco la via Cantonale, che diventa via Locarno. A Sementina svolto in via Moyar e riprendo a salire all’altezza della fattoria L’Amorosa. Pedalo tra boschi e vigneti e finalmente, dopo un ultimo strappo, ecco la panchina. Di fronte c’è una betulla. Oltre, la vista si allarga: prati, alberi, fiume, città, ferrovia, autostrada, montagne. Mi concentro nell’atto di respirare. Un aeroplano traccia una striscia bianca nel cielo. Il ronzio, quasi impercettibile, misura il passaggio del tempo nella vastità del pomeriggio.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

4) CADEMARIO, incrocio tra via Lisone e via Lücc
Coordinate: 2’712’095.1; 1’097’808.6
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… prendere il sole dopopranzo.
Passa un autobus giallo con la scritta FUORI SERVIZIO. Poi torna il silenzio, interrotto soltanto dal gorgoglio della fontana. La panchina sta su un pendio erboso, dove si trova pure un tavolo per fare picnic. Poco distante c’è la strada che porta al Monastero delle Clarisse. Arriva un altro autobus. Anche questo ha la scritta FUORI SERVIZIO. Oppure è lo stesso? Ma perché dovrebbe passare due volte in dieci minuti? Ogni cosa, all’improvviso, assume un aspetto segreto, misterioso. Un uomo con gli occhiali scuri sta ritto in piedi alla fermata. Un operaio esce da un cantiere e si siede sulla panchina di fianco alla mia per mangiare un panino al salame. Ha un serpente tatuato all’incavo fra il collo e la spalla. Per la terza volta, passa l’autobus FUORI SERVIZIO. L’uomo con gli occhiali da sole fa un cenno di saluto al conducente.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 

PS: Per leggere le prossime “panchine”, scegliete la categoria Panchinario nel menu in alto a destra.

PPS: Ringrazio la redazione di “Ticino 7”, in particolare Lorenzo Erroi e Giancarlo Fornasier, per l’ospitalità e la preziosa collaborazione.

PPPS: La canzone Les amoureux des bancs publics venne incisa dal cantautore francese Georges Brassens nel 1954. Le parole di Beppe Sebaste provengono da Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza, 2008). Quelle di Pierre Sansot da Jardin public (Payot 1993, ristampato nel 2003; la traduzione è mia). La prima panchina di questo articolo è tratta dal film Manhattan, girato da Woody Allen nel 1979. Pure la seconda è una panchina newyorchese: raffigura il pittore René Magritte che dorme sotto un suo quadro esposto al Museum of Modern Art (Steve Shapiro, Magritte Sleeping, New York, 1965).

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A testa in giù

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

«Ci sei domani?» mi domanda qualcuno. «No – gli rispondo – sarò in viaggio.» Non entro nei dettagli: per “viaggio” intendo il mio appuntamento a Paradeplatz con Yari Bernasconi. Seduto in treno, fra Arth-Goldau e Zugo, mi chiedo se sia giusto definire la spedizione in questo modo. Faccio sempre la stessa strada, passando dagli stessi posti. Si può ancora chiamare “viaggio”?
La sera, mentre sono ospite di amici a Zurigo, scoppia un temporale. Il bagliore dei lampi fa irruzione dalle finestre, i tuoni sembrano scuotere le fondamenta. In quell’atmosfera da finimondo, mi arriva un messaggio da Yari: per motivi di forza maggiore, forse domattina non riuscirà ad accompagnarmi a Paradeplatz.
Il mattino dopo Yari mi conferma che non ci sarà. Io prendo il tram a Goldbrunnenplatz e mi dirigo verso il centro. Quando scendo, a Paradeplatz, mi rendo conto di essere solo. Non è una sorpresa – sapevo che Yari non sarebbe venuto – ma fino a questo momento era una cognizione astratta. Ora, invece, l’assenza di Yari diventa qualcosa di tangibile: uno spazio su una panchina, un silenzio, un’irresolutezza che sembra affaticare anche i miei pensieri. Capisco allora che, per creare un viaggio, basta già soltanto questo spaesamento. Mi siedo al solito posto e annoto sul taccuino: piccoli vuoti, piccole coincidenze.
È una definizione di “viaggio”. Non è esaustiva, ma in questo momento è quella che più mi aiuta a comprendere. Viaggiare è quella condizione (fisica o mentale) per cui siamo particolarmente ricettivi ai piccoli vuoti e alle piccole coincidenze.
Ecco per esempio che una donna mi si avvicina e mi chiede: «Are you from Zürich?» Faccio per dire di no, ma lei deve averlo già capito dal mio sguardo: senza aspettare la risposta, mi volta le spalle e si allontana. Un’altra donna mi mette in mano un volantino su una prossima votazione. Lo accetto. Poi seguo la donna nella sua opera di propaganda e scopro che le successive dodici persone da lei interpellate si rifiutano di ascoltarla, o anche solo di prendere il volantino.
Piccoli vuoti.
Attraverso la piazza e mi apposto accanto a un fioraio. Rimango fermo all’ingresso, confuso tra le ortensie, aspettando che passino persone vestite dello stesso colore dei fiori. Poi noto un uomo che, appena sceso dal tram, si mette a parlare da solo, gesticolando e rivolgendosi a un interlocutore immaginario. Proprio in questo momento, mi arriva un messaggio da Yari, con la poesia che avremmo dovuto leggere insieme. Sono alcuni versi di Gianni Rodari, tratti dal Libro dei perché. Mi avvicino all’angolo fra l’edificio dell’UBS e quello di Crédit Suisse. Vedo un elefante che si tiene in equilibrio sulla proboscide. Lo guardo. Mi chiedo: perché?
Piccole coincidenze.
Si chiama Gran elefandret. È una scultura di bronzo, grande 755x370x300 centimetri e ideata da Miquel Barceló nel 2008. Decido di chiamare Yari via FaceTime, per mostrargli il pachiderma, quando vengo distratto da un trambusto alle mie spalle. La signora con i volantini sta discutendo animatamente con l’uomo che parla da solo.
[AF]

*

Esserci o non esserci. Cosa diventa un luogo quando non ci siamo? Ma soprattutto: esiste ancora? L’ideale è avere un emissario clandestino come Andrea, che mi inscatola nel suo cellulare e grazie a FaceTime mi offre una visita virtuale di Paradeplatz. Un giro sulle montagne russe di Paradeplatz (ah no, è Andrea che oscilla mentre cammina, scatta e rallenta, ha visto qualcosa e cerca di rendermi partecipe; credo non si sia accorto che così facendo sono volato dal tetto di un palazzo fino all’asfalto rigato dai binari dei tram, e poi ancora hop a mezz’aria insieme a un passero di passaggio, prima di frenare davanti a un elefante che non capisco se sia capovolto, o lo sono io, o lo siamo tutti).
Dunque i luoghi, stando a quello che ci mostra la tecnologia, continuano a esistere anche quando non ci siamo. Eppure ho la netta impressione che Paradeplatz, in mia assenza, osservandola da dietro chip e microchip, sia qualcosa di diverso. Per cominciare è più fredda e distante. Così come mi è sembrata qualche settimana fa, transitandoci per caso, per altri motivi, diretto da tutt’altra parte, senza taccuino e senza tempo per fermarmi. Quasi disturbato dall’idea di essere lì in quelle condizioni. Infatti, a ben guardare, si è trattato più di un’assenza che di una presenza.
E poi, con la distanza, tornano ad affiorare i pregiudizi. Gli stessi di gennaio, che nel frattempo erano stati assorbiti dalla curiosità. Ora, dalla finestrella dell’ottovolante di FaceTime, vedo soprattutto le banche e le cravatte. L’imperturbabile serietà e l’affettata (e affrettata) cortesia. Paradeplatz rimane un luogo di potere e di soldi. Con Andrea ne esploriamo gli strati, evidenziando l’umanità in viaggio, i tram e il movimento. Ma non possiamo dimenticare la presenza fissa, statica, del potere. «Non ci sono poteri buoni», cantava De André.
Difficile essere completamente d’accordo, ma ancora più difficile dargli torto. Certo è che troppo spesso rimaniamo in disparte, più o meno coscientemente, e le derive del potere trovano scorciatoie e nuovi metodi, si manifestano in modo poco spettacolare, astruso, spingendoci all’autoesclusione. Franco Fortini lo ha detto molti anni fa in alcuni celebri e illuminanti versi: «Gli oppressi / sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli / parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso / credo di non sapere più di chi è la colpa».
Osservare, scavare, studiare. Tentare di dire, nonostante tutto: l’insegnamento di Fortini è anche questo. In fondo, è l’essenza della libertà, ha ragione Gianni Rodari:

Chi ha torto tira dritto
se chi ha ragione resta zitto.
Chi non sa dire la sua ragione,
il primo che passa è suo padrone.

[YB]

*

Il potere è qualcosa che occupa uno spazio, nella mente o nel mondo, e che non lascia più aperture, punti di fuga. È immutabile peso, grigio, antico, refrattario a ogni nascita. Se fosse poggiato sulle zampe, l’elefante di Barceló potrebbe rappresentare la forma del potere. Invece è sottosopra, imprevedibilmente e incredibilmente leggero, tanto che pare uscito da una filastrocca di Rodari. In fondo, ogni rivoluzione non è altro che questo: credere che possa esistere un altro equilibrio. E non è escluso che per scrivere, per tentare di dire, nonostante tutto, occorra mettersi a testa in giù.
[AF]

*

Per guardare il nostro mondo
Allacciamo la cintura,
Rovesciamo il globo tondo
A dispetto delle mura!
D’improvviso volpi, tigri,
Elefanti e canarini
Per gli uomini più pigri
Lascian questi bigliettini:
A chi ancora non lo sa,
Tutta qua sta la realtà:
Zeta, TAL e PEDARAP.

[YB]

PS: La quartina di Gianni Rodari è nel Libro dei perché (Editori Riuniti, 1984).

PPS. Fabrizio De André canta «Non ci sono poteri buoni» in Nella mia ora di libertà (nell’album Storia di un impiegato, 1973).

PPPS. I versi di Franco Fortini vengono da Traducendo Brecht, in Una volta per sempre (Mondadori, 1963). La poesia tra l’altro inizia così: «Un grande temporale / per tutto il pomeriggio si è attorcigliato / sui tetti prima di rompere in lampi, acqua»… Che fosse anche Fortini diretto a Paradeplatz?

PPPPS: Ecco le altre puntate della serie Paradeplatz2018: gennaio, febbraio, marzo, aprile.

 

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Fosforescenze

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Sono tornate le foglie. Anche sugli sparuti alberi di Paradeplatz. Tu cominci a creare delle piccole abitudini, ti sembra addirittura di poterti fidare, conti i dettagli che di volta in volta si ripropongono. Poi la natura si sveglia dal torpore e rimette tutto in moto, spazzando via i tuoi rassicuranti (e per questo transitori) appigli. Naturalmente ci si può nutrire con le spiegazioni più scientifiche: dalle mezze stagioni che non esistono più, ohibò, al miracolo della fotosintesi clorofilliana. Resta però l’impatto visivo, il verde improvviso, la vita che avevi dimenticato. E ancora più forte l’immagine dell’immenso e imperturbabile ingranaggio, quel ciclico vortice che fa di te, nei secoli dei secoli, un nulla insignificante. Anche l’esplosione di vita, insomma, dà le vertigini. Nel mio taccuino, in una breve annotazione di febbraio, avevo scritto: «Pochi alberi bassi e spogli, infilati in una struttura geometrica fredda e calcolata. Li aspetto al varco della primavera». Non sapevo che sarebbero stati loro ad attendermi. Al varco.
La piazza intanto si gode il clima primaverile: colori sgargianti e luminosi, maniche corte, movimento. Un ragazzo fa jogging con una canottiera aderente, in tinta ai pantaloncini e alle scarpe: sfreccia tra i binari dei tram. Anche Andrea si è già alzato con slancio dalla nostra panchina per intrufolarsi nel crocchio di un gruppo turistico. È come se Paradeplatz fosse ringiovanita. O forse sono io a sentirmi più vecchio.
Una signora si avvicina ad Andrea e gli rivolge la parola. Dice di fare attenzione perché ha la stringa slacciata. Lui ringrazia e riannoda. Non si rendono conto che quella stringa era slacciata da gennaio. Conosco bene quelle scarpe: a destra il laccio è sempre stato selvatico, libero. Mentre ora è strozzato in un nodo. Anche le certezze più rocciose, oggi, vengono a cadere.
[YB]

*

Facciamo un passo indietro. Nel 1926, a Zurigo, Erwin Schrödinger scrisse un’equazione differenziale per ciascuna funzione d’onda quantistica. Leggenda vuole che l’ispirazione gli sia venuta mentre contemplava le increspature sulla superficie dell’acqua nella piscina del Dolder. In realtà, a quanto sembra, Schrödinger andava al Dolder soprattutto per guardare le ragazze in costume (ma è pur sempre una faccenda di curve).
Mentre viaggiavo in treno, ho avuto uno scambio di messaggi con alcuni amici a proposito dell’equazione di Schrödinger. Ne avevo sempre sentito parlare, ma non avevo mai capito che cosa fosse. Un amico mi ha spiegato che a livello atomico le componenti della materia non possono essere descritte come ci aspetteremmo: un elettrone non è una pallina con una posizione e una velocità ben definite. Lo stato di un elettrone è rappresentato dalla sua “funzione d’onda”, che descrive una “nube di probabilità” degli stati possibili. Ovviamente, tutto questo vale per gli elettroni, non per i passeggeri dei tram (in nessun punto della sua equazione Schrödinger menziona i tram, né a dire il vero altri mezzi di trasporto). Ma quando si arriva a Paradeplatz in un giorno di aprile, come non sentirsi avvolti da una nube di probabilità?
Perché proprio oggi, e proprio qui, due uomini con la maglietta fosforescente, di due colori diversi, s’imbattono l’uno nell’altro? È un evento eccezionale oppure, calcolando la quantità di uomini fosforescenti che si aggirano a Zurigo, è probabile che simili incontri si verifichino di continuo? L’agglomerarsi di turisti che parlano spagnolo, e il loro fondersi con turisti che parlano inglese, è qualcosa che avviene ogni giorno? O soltanto oggi, per caso? Mi avvicino, mi mescolo al gruppo. Una guida, in inglese, mi raccomanda di avere pazienza: fra poco partiremo. Un’altra guida, parlandomi spagnolo, mi consegna una mappa della città, con un prontuario di frasi utili in inglese, svizzero tedesco, francese e italiano (non si capisce la mancanza dello spagnolo). Indispensabile «I love you» («ich han di gern»; «je t’aime»; «ti amo»). Ma può essere utile anche «I would like» («ich hätti gern»; «je voudrais»; in italiano, misteriosamente: «i molto»).
La guida mi ripete che fra poco partiremo.
Decido di sganciarmi dal gruppo e raggiungo Yari. Mi siedo accanto a lui. Ho una stringa slacciata e l’altra no, giusto per adeguarmi alla nube di probabilità.
Oggi abbiamo portato con noi una poesia di Mariagiorgia Ulbar.

Torno dove termina la strada
dove resta solo il bivio
dove trovo i calcinacci ma anche l’erba
spontanea che ci cresce in mezzo.
Se è malerba non so dirlo
ma i cani contro il male se la mangiano.
Dove finiscono le strade, anche le cose
impacchettate da altri da scartare
c’è una parola piccola su un’insegna
e lì stanno un solco e una crepa
il mio occhio che vede
il mio dito che dentro si infila.

Questo paesaggio estremo, di erba e calcinacci, sembra lontano da Paradeplatz. Oggi però le cose sono ciò che sono e, insieme, ciò che non sono. Circolano le solite cravatte, le solite borse, ma insieme appaiono cappelli di paglia, gonne corte, occhiali da sole. Il meccanismo della piazza funziona come sempre, ma la fragilità primaverile rivela il solco, la crepa che corre fuori e dentro di noi. Anche Paradeplatz, un tempo, era fatta di alberi, prati, cespugli spinosi. Quella piazza fantasma è sempre qui, suscitata dall’immaginazione, nascosta nella nube di probabilità. O forse, semplicemente, evocata dalla nube di pollini.[AF]

*

Parliamo di Schrödinger, della sua equazione e di quel suo esperimento conosciuto con la stupenda dicitura di “Paradosso del gatto” (sembra di rivedere lo Stregatto che è venuto a trovarci a Paradeplatz in febbraio). In realtà, per quanto mi riguarda, mi do solo le arie di uno che parla di Schrödinger. Chi mai potrebbe credere che io abbia veramente qualcosa da dire sulla meccanica quantistica? E infatti il mio massimo contributo alla discussione è una vignetta satirica che trovo grazie a Google.
Le fosforescenze di passaggio, come appoggiate sugli abiti della gente, come convogliate per caso in questo momento di disordine cromatico a cui non sopravvivrebbe non dico uno stilista affermato, ma neppure un apprendista sarto al primo giorno di scuola, ecco che queste fosforescenze si spengono senza preavviso nel più simbolico degli accostamenti: quello della tuta mimetica di un soldato che passa. Forse solo una recluta a giudicare dallo sguardo spaesato, la falcata lunga ma goffa e l’assenza di (obbligatorio) cappellino o basco. Naturalmente una tuta mimetica in mezzo a Paradeplatz è tutto fuorché mimetica. Una sorta di Trova Wally al contrario: vinci se riesci a non vederlo.
In ogni caso, il giovane militare cammina, si ferma, poi ciondola e infine riparte a spron battuto, continuando la sua strana traiettoria fuori dal mio campo visivo.
Sono i miracoli dell’esercito di milizia svizzero e della leva obbligatoria: nell’immaginario collettivo, un’organizzazione strutturata e all’avanguardia, pronta per qualsiasi evenienza (e non sono io a poter dimostrare il contrario); nella vita di tutti i giorni, si palesano invece non di rado sfaccendati neo-maggiorenni in grigioverde che aspettano ordini agli angoli delle strade, nei dintorni di caserme o rifugi antiatomici, poligoni di tiro, zone boschive apparecchiate per esercizi e simili amenità. E verso sera, in treno, se si è fortunati, si condivide il viaggio con intere truppe in libera uscita che tra canti e schiamazzi danno sfogo alla loro ispirazione ingegneristico-architettonica costruendo piramidi con le lattine di birra vuote. Vista la quantità di lattine vuote, non vi è alcuna esagerazione a servirsi del concetto altrimenti abusato di “talento naturale”.
Rimango comunque un poco assorto. L’immagine del militare ha quasi fisicamente rabbuiato i colori che prima riempivano i miei occhi. Ora risaltano i non-colori dei palazzi e della strada pulita, la piatta lucentezza dei binari, le trasparenze delle vetrine. Ricordo anch’io i mesi estivi e autunnali in quella stessa tuta mimetica, a diciannove anni, con un sacco di idee per la testa, ma nemmeno una che riuscisse a suggerirmi il perché (perché fossi lì, a quasi sette ore di treno da casa; perché, dopo gli anni di scuola, dovessi imparare la disciplina, come non esitarono a spiegarci; perché avessi sempre con me un’arma che mi restava sconosciuta, una pistola fredda e scura, estremamente efficace a quanto pare; e insomma, perché e basta). Le mie gambe erano ancora più goffe e lo sguardo senz’altro più perso. Cerco dentro di me alcune immagini di quel tempo non vicino, ma tutto rimane sfocato. Forse mi trovo proprio dove termina la strada, riconosco il bivio, i calcinacci e quell’erba misteriosamente spontanea. Risuona ancora più forte degli altri il verso numero 7 della poesia di Mariagiorgia Ulbar: «Dove finiscono le strade, anche le cose». Già. Anche le cose.
Sono tornato a casa e ora scrivo al mio computer. Ho cercato in cantina la piccola scatola della Posta Svizzera dove ho raccolto gli oggetti legati al servizio militare. L’ho aperta (il mio dito che dentro si infila…) e non c’è quasi più nulla. Ritrovo però il quadernetto dove, durante la cosiddetta “scuola reclute”, avevo appuntato quelle che sicuramente, allora, credevo fossero delle poesie. Le scrivevo prima di dormire, nel letto, sotto la luce della torcia, oppure nelle pause del mezzogiorno. Le rileggo dopo tanti, troppi anni. Sono testi di un’impietosa ingenuità.
Sulla prima pagina scopro una specie di introduzione: «Se devo passare le mie giornate a “sembrare”, qui, su questo foglio bianco, nessuno potrà impedirmi di “essere”». E poi le parole, i versi, ritmati in un approssimativo – quanto ovvio – stile ungarettiano. Solo che a metà ricompare un’immagine. Netta. Sono seduto di fianco alle fontane dove la sera puliamo gli scarponi. È tardi, sono gli sgoccioli della libera uscita. Di fianco a me c’è un compagno che fuma in silenzio. Rivedo tutto: il nero del cielo, la luce soffusa dei dormitori mezzi vuoti, la sigaretta che si rianima a ogni boccata. Ritorno a sentire quel formicolio dietro la nuca, la sensazione di vuoto. Il fumo che danza e richiama «l’oscillare irregolare / del sospiro / che inavvertitamente / ho perso. // Non lo sento, / e la cenere / si porta via il vento».
È strano pensare che oggi potrei scriverne cento o duecento di poesiole così, ma forse mai ritroverò la stessa fiducia nelle parole, di fronte al vuoto.
[YB]

*

Yari scrive. Cioè, fino a qualche minuto fa stava scrivendo. Poi ha salvato il documento e me l’ha inviato. È domenica, e Yari se ne stava a casa davanti al computer, intento a decifrare gli appunti presi durante la nostra visita a Paradeplatz. Con la mente è tornato sotto la pensilina, si è seduto sulla panchina di legno dove termina la strada. Davanti a lui sferragliavano i tram. Poi la piazza reale si è trasformata in un passaggio verso un’altra, più segreta Paradeplatz, un luogo a cui è più difficile tornare. È una radura selvatica, dove cresce l’erba spontanea insieme alla malerba. È il luogo del ricordo, della nostalgia. A volte la luce radente lo trasforma in un prato morbido, colmo di desideri. A volte invece, quando incombe il buio, la radura diventa un intrico di rimpianti, uno spiazzo desolato in cui soffocano i pensieri, i segni, le parole.
Osservando Paradeplatz, all’inizio appare soltanto la piazza esterna. Noi cerchiamo di fissare il mondo nel taccuino: dettagli sui colori, sui rumori, piccole scene che accadono in pochi secondi. Scorgo un ragazzo e una ragazza che si salutano con intensità. Si abbracciano, poi lei dice qualcosa sorridendo, lui torna indietro e l’abbraccia di nuovo. Arriva il tram. La ragazza sale, si siede accanto al finestrino. Il ragazzo, dal basso, le sorride. Lei contraccambia, lo saluta con la mano, mima il gesto di un bacio. A questo punto il tram dovrebbe partire. Ma non parte, perché una donna sta incontrando qualche difficoltà nello spingere una carrozzina con un bimbo in fasce. La ragazza e il ragazzo non sanno che cosa fare. Lei sorride, ancora. Lui sventola le braccia. Quante volte si può ripetere un sorriso? Quante volte si può mimare un bacio? C’è imbarazzo, ma i due tengono duro: persistono a guardarsi negli occhi finché il tram, con un sospiro, si mette in moto verso il capolinea di Morgental.
L’azione di scrutare la Paradeplatz esterna, cercando di captare il suo ritmo, dischiude le vie che portano a quella intima, invisibile. Per questo sostiamo a lungo, prendiamo appunti, scattiamo fotografie. Cominciamo da «pochi alberi bassi e spogli, infilati in una struttura geometrica fredda e calcolata», poi ci spostiamo nel tempo o nello spazio, non importa, ed esploriamo la nube di probabilità. Infine torniamo a casa, ci mettiamo a scrivere. Yari a Berna, io a Bellinzona. È domenica pomeriggio. Senza volerlo, ci ritroviamo nella radura insidiosa dove nascono le storie, le poesie. Abbiamo fiducia che bastino a reggere il deserto? Le parole resisteranno contro il vento che infuria tra i rovi della piazza fantasma?
Non lo sappiamo. Intanto ho già inviato una mail, prima di aggiungere queste ultime righe. Alla sua scrivania, Yari sta già correggendo il testo. Nonostante tutto, Yari scrive.
[AF]

PS: La lirica di Mariagiorgia Ulbar è tratta da Gli eroi sono gli eroi, Marcos y Marcos 2015.PPS: L’immagine con l’equazione di Schrödinger proviene da Ian Stewart, Seventeen Equations that Changed the World (2012). In italiano, con la traduzione di Giorgio P. Panini, Le 17 equazioni che hanno cambiato il mondo (Einaudi 2012).PPPS: Per i dettagli su Schödinger, grazie a Gregorio (e a tutto il gruppo dei neuroni specchio).PPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. Trovate qui le puntate di gennaio, febbraio e marzo.

 

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