Il paese che non c’è

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Mentre pedalo in salita, mi chiedo dove sia Corvesco.
È uno di quei paesi dove torni sempre, ma non arrivi mai. Pensi di averlo scovato quando riconosci una sensazione: il profilo delle montagne, la luce che taglia la valle, il fruscio delle fontane. Invece tutto è nuovo. Le nuvole, le voci che attraversano la piazza. Dove sono finito, ti domandi, in quale parte del mondo? Esci dal grotto Pepito e cammini verso la casa di Elia Contini, che è bianca e con le imposte verdi, un po’ discosta dalle altre.
Ma Elia Contini, come sempre, non si fa trovare.
Mi viene in mente una di quelle poesie paradossali di Giorgio Caproni: «Sono tornato là / dove non ero mai stato. / Nulla, da come non fu, è mutato.» Insomma, questo luogo esiste oppure no? Forse è come Kokovoko, un’isola citata da Melville in Moby Dick, che «non è segnata in nessuna carta: i posti veri non lo sono mai». Ecco perché ancora non sono riuscito a reperire Corvesco.
Lo stesso Caproni fornisce dei dettagli che, dietro la negazione di una prima forma di esistenza sperimentabile, fanno intuire un diverso modo di essere: «Sul tavolo (sull’incerato / a quadretti) ammezzato / ho ritrovato il bicchiere / mai riempito». Certo, nessuno ha riempito il bicchiere… eppure, eccolo. «Tutto / è ancora rimasto quale / mai l’avevo lasciato».
È la vigilia del primo d’agosto, la festa nazionale svizzera. Anche a Corvesco organizzeranno qualcosa: un falò, dei fuochi d’artificio, una cena in piazza. Un’occasione per vedersi e parlarsi e sapere come va in questi tempi difficili (perché i tempi sono sempre difficili).
Ma Contini, come sempre, non si farà trovare.

Non so come sia possibile, eppure sono partito in bicicletta proprio da Corvesco. Ho pedalato lungo la strada che sale verso nord. Faido, il Dazio Grande, Quinto, Ambrì. A tratti ho costeggiato l’autostrada, invasa da una fiumana di macchine ferme. Anche sulla cantonale mi superavano automobili con targhe di tutta l’Europa. Ad Airolo ho preso la via che risale la valle Bedretto, fino al passo della Novena. Ho fatto fatica, perché ero stanco e perché faceva un caldo torrido. In cima però era fresco, con un vento che spalancava le bandiere.
È uno dei passi che separa la Svizzera italiana da quella tedesca: la Novena oppure la Nufenen. Era già tardi. Ho guardato le montagne riarse, ho mangiato un po’ di cioccolato e ho bevuto del tè. Poi ho indossato il giubbotto per la discesa e sono tornato indietro. Inspiegabilmente, non sono mai arrivato a Corvesco.
Com’era prevedibile, sono rientrato a casa mia.
Eppure, per qualche strana ragione, ora sono qui. Nella Corvesco che non c’è. Picchio con due dita i tasti del computer, sul tavolo di legno che mi fa da scrivania, a pochi passi dal bosco in cui stanotte Contini uscirà per cercare le sue volpi.

PS: Corvesco è il luogo in cui abita l’investigatore Elia Contini, protagonista di vari miei romanzi. Il più recente s’intitola Le strade oscure. Il prossimo uscirà in ottobre, sempre per l’editore Guanda.

PPS: La poesia di Caproni s’intitola Ritorno ed è tratta da Il muro della terra (1975).

PPPS: Qui sotto, una veduta di Corvesco. Chi me l’ha inviata, assicura che si tratta del panorama visto da una delle finestre di Elia Contini. Forse quella del bagno, o della cucina. Sarà. La casa di Contini, del resto, non c’è… come tutti i luoghi che veramente esistono.

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L’ignoto fuori di casa

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A volte mi sveglio e sono nel XIX secolo.
Mi vesto, faccio colazione. Leggo un giornale (di carta), sfoglio qualche pagina di un libro (di carta). Sono circa le nove. Bevo un caffè e penso che là fuori ci sono dei continenti da esplorare.  Magari dovrei scendere al porto e imbarcarmi su un veliero? Potrei unirmi al Duncan: ho sentito parlare di una spedizione alla ricerca del capitano Grant, perduto da qualche parte in Sudamerica o forse in Australia.
Poi mi ricordo che sono il proprietario di un telefono portatile. Basta accenderlo per scoprire che sono le 9.07. Al mondo accade questo e quest’altro – proprio in questo preciso istante – e milioni di persone stanno girando milioni di video. Siamo tutti qui, contemporaneamente, come dei gatti selvatici chiusi in una stanza troppo piccola.

Ma che importa? Forse la questione dei continenti da esplorare non è legata alla realtà, bensì alla fantasia. Purtroppo ci sono state guerre, disastri ecologici, decenni di colonialismo, eccetera. Ora però non voglio approfondire la Storia, quanto invece le storie. Per esempio la trilogia di Jules Verne: I figli del capitano Grant (1867), Ventimila leghe sotto i mari (1870), L’isola misteriosa (1874). Nei romanzi è sempre possibile partire all’avventura, con la freschezza dell’adolescenza, con il ritmo di un mattino estivo, nel cuore delle vacanze. L’essere umano ha bisogno di una tensione verso l’ignoto, è questo che ci definisce.
Mi viene in mente la canzone Chi siamo noi? di Paolo Conte (nell’album Paolo Conte, Delta Italiana, 1975). Dopo avere tratteggiato un’atmosfera invernale a Torino e poi a Milano, il cantautore astigiano socchiude uno scenario fra il sogno e la fantasticheria, evocando Bastian Caboto che «andava / in pieno mare, intorno a lui la curiosità / spalancava allora in un sospiro il suo ventaglio / di meraviglie americane, / e si calmava in una rumba senza fine…» E più tardi cita anche Vasco da Gama, che andava «in pieno mare, e intorno a lui la verginità del mondo / gli parlava come un gatto il suo dialetto fresco / di mattino zulu»… È un gioco che dice una cosa importante: abbiamo bisogno di continenti inesplorati.

Non c’è niente di avventuroso nell’oleandro che cresce accanto a casa mia. Non so chi l’abbia piantato proprio lì, non so quando. Non è nemmeno una pianta esotica: è presente ai tropici, ma è attestato sia in oriente sia nella zona mediterranea da centinaia di anni. Eppure, c’è qualcosa che mi sfugge. Che continua a sfuggirmi, sia quando d’inverno lo vedo aggrovigliarsi nel freddo, sia quando all’inizio di giugno avvampa in una nuvola di fiori gialli.

Le componenti dell’albero, soprattutto le foglie e la corteccia, sono tossiche. Non a caso veniva chiamato anche «ammazza cavallo» o «ammazzalasino». Ogni giorno l’oleandro giallo mi ricorda che la vita può essere insieme splendida e velenosissima (per un autore di gialli è un insegnamento essenziale, direi…). Certo, anche dall’oleandro gli esperti traggono qualcosa: unguenti e cataplasmi che fanno bene alla pelle. Ma così come non voglio approfondire la Storia, non mi soffermo neppure sulla biologia. Qui si tratta solo di sguardo: posso percorrere il vialetto di casa accettando l’abitudine, la normalità dell’oleandro, oppure posso tenere desta la parte di me che è partita alla ricerca del capitano Grant. Considero la pianta come se fosse rara, appena scoperta. Nel sorvegliarne la fioritura, accolgo le variazioni di colori come se fossero inedite, e come se io e l’albero fossimo soli su un’isola al largo della Nuova Zelanda.
Risalgo la strada, trovo l’automobile, metto in moto. Prima di partire mi viene in mente uno haiku che ho letto tempo fa o che mi ha scritto un amico o che ho inventato io, non lo so più.

fuori di casa
il mondo è sempre nuovo
oleandro giallo

Così come dimentico che l’oleandro è un oleandro, cerco sempre di scordarmi chi ha scritto cosa. Le storie più belle, così come i fiori più gialli, non hanno autori. Si muovono nel mondo come se fossero qui da sempre e come se stessero nascendo proprio ora, nel momento esatto in cui i miei polpastrelli scelgono le lettere sulla tastiera, nell’attimo in cui l’indice preme sul punto che chiude questa frase.

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Ciò che dicono i fiori

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Da piccole cose a volte nascono grandi domande.
Cerco di andare piano, fra le case vuote e le chiazze di neve. Ascolto le domande della strada e quelle – impercettibili – dei fiori. Spingo la bici lungo vie che s’inerpicano per il bosco, finché arrivo a una svolta. Mi fermo. Mi pare di essere lontano dal mondo, qui fra le montagne. Le incombenze e le notizie sono laggiù, dietro la caligine. In questo momento milioni di polpastrelli scivolano su milioni di schermi, dove appena finisce un video ne parte un altro. E succedono cose: amori, guerre, baratti, come sempre dall’inizio dei tempi. Ma io sono qui, dentro e fuori la vicenda umana. Se fossi un cavaliere solitario in un western starei parlando con il mio cavallo. In mancanza di quadrupedi, parlo con la bicicletta.

Che cosa ci faccio qui?
A che serve ammirare la lontananza del lago?
Cerco di misurare i gesti, per risparmiare le forze: mi siedo, bevo un sorso d’acqua e mangio un po’ di frutta secca. Non penso in maniera diretta al romanzo che sto ultimando (mancano pochi capitoli). Ma in questi momenti silenziosi il romanzo si scrive da sé, all’insaputa dell’autore. Poi, certo, quando tornerò a casa mi toccherà capire che cos’è successo.

Il mio girovagare non serve a niente, direi. O forse solo ai fiori. Ci sono primule, bergenie, narcisi e calicanti che, con la loro antica testardaggine, non aspettano nessuno. Spuntano fra le foglie secche, germogliano, sbocciano senza nessuno che li guardi; sono capaci anche di sfiorire, sempre da soli. Così m’invento un mestiere necessario: il guardatore di fiori. Non il giardiniere (che presuppone la volontà d’interferire) e nemmeno l’osservatore (che mi sembra già dotato di un piglio scientifico). Mi basta guardarli, fare loro un cenno con il capo e mormorare: ti ho visto.
Qualcuno i fiori li deve pur guardare.
Mi viene il sospetto che, per il fatto stesso che esistano, i fiori vogliano dirmi qualcosa. Non si tratta di sentenze roboanti. (Dei fiori opinionisti? Direi di no: lasciamo certe cose agli esseri digitali.) Al massimo, più che affermazioni, i fiori possono fare domande. Questo sì. Piccole scie di pensiero, punti interrogativi che si perdono nell’aria.

«Il segreto di questi fiori chiusi – scrive l’autrice brasiliana Clarice Lispector – è che proprio il primo giorno di primavera si aprono e si danno al mondo. Come? Ma come fa a sapere questa modesta pianta che la primavera è appena iniziata? E i fiori si aprono senza nessun preavviso. Noi siamo seduti vicini a loro, guardando distratti, ed ecco che lentamente si aprono affidandosi alla nuova stagione, sotto i nostri occhi meravigliati.»
Queste parole potrebbero essere il manifesto dei guardatori di fiori. Ma senza esagerare: noi g.d.f. non vogliamo essere depositari di nessun sapere arcano e nemmeno di una competenza tecnica. Non siamo né botanici specializzati né poeti laureati, bensì guardatori più o meno distratti; e tanto basta. Se i fiori ci sussurrano un discorso, noi lo ascoltiamo. Anche se il discorso è sempre lo stesso: è primavera, dicono, stateci attenti. (Sarà sempre quello, ma se i fiori non me lo ripetessero, di sicuro potrei dimenticarlo. Non è sempre facile credere alla primavera, prima che sia primavera.)
La mia bicicletta, paziente, ascolta tutto questo.
«Hai sete anche tu?» le domando alla fine.
Lei non dice niente. Non dicono mai niente, le biciclette, ma di sicuro pensano molto.
«Andiamo, che è tardi.»
Indosso il giubbotto, i guanti. Chiudo la cerniera. Mi butto in discesa, con l’ultimo sole che filtra in mezzo ai castagni. Non c’è più niente da pensare e nemmeno da dire, è questo il bello. Tornerà il tempo delle storie e delle parole ma intanto c’è solo il fruscio delle ruote, come una canzone, con i tocchi dei freni a dare il ritmo.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Le parole di Clarice Lispector provengono da La scoperta del mondo (1967-1973), una raccolta di articoli pubblicata in italiano da La Tartaruga nel 2001. 

PPS: Eccomi, sono qui. Anche i miei polpastrelli sono tornati a sfiorare schermi. Cerco di spenderci il minor tempo possibile, ma un po’ devo farlo. È inevitabile se voglio condividere queste parole. Qualcuno si potrebbe chiedere perché le voglia condividere, tanto più che non hanno molto a che vedere con i miei romanzi o i miei racconti. Ma penso che forse a qualcuno interessi anche il dietro le quinte della scrittura. È la trafila della quotidianità.

PPPS: Inoltre, chissà, può darsi che presto o tardi venga ufficialmente riconosciuto il ruolo di pubblica (in)utilità delle guardatrici e dei guardatori di fiori. È una buona professione da consigliare ai giovani: non richiede alcuna formazione, non garantisce né stipendi né riconoscimenti, non serve a nessuno e a nessuno crea danno. Il lavoro perfetto, direi.

PPPPS: Ecco anche una colonna sonora. Il duo fra la trombettista Airelle Besson e il fisarmonicista Lionel Suarez è tratto dall’album Blossom, pubblicato nel 2026.
Forse ciò che dicono i fiori, e ciò che pensa la bicicletta, è proprio questa musica.

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Una creatura dei boschi

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Tra i viaggi dell’ultimo mese un posto speciale nella memoria avrà la mia tournée in Germania.
Sono arrivato a Francoforte dopo essere passato da Monaco e Stoccarda, nell’ambito di una serie di conferenze. A Monaco ho parlato nella sede dell’Istituto italiano di cultura. A Stoccarda ho partecipato a una serata organizzata insieme dal consolato italiano e dall’Istituto italiano di cultura; con me c’era la scrittrice Alice Urciolo. Anche a Francoforte ho parlato dei miei romanzi, nella residenza del console svizzero, e sono stato alla Fiera del libro. Sono stato poi a Düsseldorf, per una lettura pubblica alla Casa della letteratura Heine Haus, un’istituzione nata dalla collaborazione fra la città, la libreria Müller & Böhm e l’Associazione per la promozione della casa natale di Heinrich Heine.
Ognuna di queste città, ognuna di queste serate sono state occasioni preziose per incontri e scambi di vedute: talvolta fuggevoli, talvolta più lunghi, ma tutti hanno lasciato il segno. Ho incontrato numerosi italiani e svizzeri all’estero, ma non solo, anche cittadine e cittadini tedeschi che si sono avvicinati con curiosità alle mie storie, ambientate perlopiù in quel bizzarro unicum culturale che è la Svizzera italiana.

Non voglio però soffermarmi troppo sulla parte ufficiale, anche perché nella mia memoria ci sono eventi più arcani. Dietro il suono delle parole pubbliche c’è un controcanto più intimo, composto dai discorsi e dagli scambi privati, personali. Queste conversazioni spicciole, spesso, sono l’anima di un viaggio più dei momenti solenni che affiorano nelle fotografie. Inoltre, ci sono i silenzi. A Francoforte ero ospite con un amico nella residenza di Thomas Kalau, che si occupa degli eventi culturali per il consolato svizzero. La sua abitazione, annidata nel bellissimo borgo di Kronberg im Taunus, è meravigliosa e accogliente. Dopo tanti soggiorni negli alberghi, ho avuto la sensazione di essere a casa di amici. Prima degli impegni ufficiali, ogni mattina, abbiamo fatto una gita nei boschi insieme a Mary, la moglie di Thomas e a un’amica. È stato un momento particolare avvistare da lontano, in mezzo allo splendore del foliage, la città di Francoforte. La Fiera del libro, con il suo intreccio di contatti, contratti, parole, affari, relazioni, è parsa all’improvviso più remota della luna. E un misterioso abitante dei boschi è parso più vivo dei vivi, sebbene fosse soltanto (oppure no?) una statua di legno scolpita in una radura a partire da un vecchio tronco. Abbiamo ascoltato con rispetto il silenzio di questo personaggio, ricco di tutta l’esperienza della sua vita selvatica, esposta alle intemperie ma anche alla dolcezza delle stagioni.

Questa piccola scultura non ha niente a che vedere con il viaggio di lavoro, ma per me ne è stata l’emblema segreto. Forse sto diventando anch’io come Elia Contini, il protagonista di tanti miei romanzi? Forse cerco di capire l’affanno del mondo seguendo le tracce delle volpi (nel suo caso) o di evanescenti creature dei boschi?
Non mi spingerei fino a questo punto. La mia vita è tessuta di tante parole, non saprei adattarmi fino in fondo ai silenzi di Contini. Anche lui, del resto, è pur sempre un investigatore privato (sia pure di piccolo cabotaggio) e per sbarcare il lunario deve incontrare persone, indagare, occuparsi di faccende più o meno rognose. Per conto mio ho bisogno della natura, dei suoi incanti ma anche della sua durezza. È grazie a questa dimensione immutabile che trovo la forza per escogitare nuove storie e intrecciare fra di loro nuove parole: un atto per me fondamentale, necessario, che proprio perché è estremamente serio non va preso troppo sul serio, affinché conservi la pensosa leggerezza indispensabile alla cultura.
Seguendo la guida della creatura silvana, ascolto la musica dei miei viaggi come se fosse un contrappunto: dietro ogni conferenza e ogni lettura c’è una storia, un trasferimento più o meno lungo (come l’epopea tra Francoforte e Düsseldorf, con un eroico Thomas alla guida), una cena rischiarata da una birra e da buona conversazione (come quelle a Monaco e a Stoccarda), una passeggiata come quelle di Kronberg o un momento di solitudine mattutino in un parco, come a Monaco e Stoccarda. La parte più visibile dei viaggi e quella invisibile, o nascosta, si mescolano fra di loro. Il collante che unisce entrambe è la curiosità, il desiderio di conoscere, di stringere nuovi legami, insieme all’esigenza di ripensare a tutto questo in silenzio, lasciando alle parole il tempo di affiorare dall’ombra.

PS: Un ringraziamento speciale a Thomas e Mary Kalau, per la loro splendida accoglienza; Thomas ha organizzato il tour in ogni dettaglio, impegnandosi anche nel tradurre, nell’introdurre e nel creare dei legami preziosi. Grazie al console generale svizzero a Monaco Eros Robbiani e a chi lavora con lui, all’Istituto italiano di cultura a Monaco, alla direttrice Maria Cristina Salati e a tutte le sue collaboratrici e i suoi collaboratori. Grazie al console generale a Francoforte Eric Jakob; a Danie Häne e Roberto Lupi del consolato svizzero di Stoccarda, così come a Giuseppe Restuccia, direttore dell’Istituto italiano di cultura a Stoccarda, insieme a Matilde Madonna e a tutte le altre persone che lavorano per l’Istituto; grazie a Simonetta Puleio per le sue parole e le sue domande, ad Alice Urciolo e a molti altri che di sicuro sto dimenticando, non da ultimo Gregorio Ortelli che ha condiviso con me parte delle avventure di questo viaggio.

PPS: Ho parlato anche qui di Monaco, dove sono tornato un’altra volta sempre nel mese di ottobre. Qui invece ho scritto di un’altro viaggio in occasione della Settimana della lingua italiana del mondo: sono stato a Canton, in Cina, per una lectio magistralis alla Guangdong University for Foreign Studies.

PPPS: Di seguito qualche fotografia scelta fra quelle scattate durante i viaggi in Germania. Non allego le foto di ogni incontro ufficiale per non essere pedante, ed evito le immagini del pubblico per non invadere la vita privata di nessuno. Ho condiviso nelle reti sociali più immagini, soprattutto a Monaco e Stoccarda; qui per evitare di ritrarre il pubblico propongo solo una selezione.
L’impronta della mano è una tradizione della Heine Haus.
L’immensa sequoia nell’ultima fotografia è un altro incontro avvenuto a Kronberg im Taunus. La sua corteccia è appassionante come un classico della letteratura…

Esercizi di scrittura a Stoccarda: camminare piano.
(Residenza del console generale svizzero a Francoforte)
(Frammenti della parte ufficiale del viaggio… ma anche qui, ci sono le montagne!)
(A Stoccarda.)
(Piccola immagine “rubata” a Monaco)
(Una locandina; una sola, in rappresentanza delle altre…)
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L’ignoto

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Oggi sono stato invitato a pranzo in un ristorante particolare.
Ero un po’ preoccupato, all’inizio. Ma poi la conversazione si è rivelata interessante.

Sono di ritorno da un periodo di viaggi all’estero, dove ho fatto numerosi pranzi e incontri in circostanze diverse, ufficiali e informali. Ancora una volta, ho potuto scoprire che le spedizioni più remote, più avventurose, partono da casa mia. È l’attraversamento del tempo, dell’immaginazione, del vuoto delle vacanze che genera storie. Nel pomeriggio di una bambina di tre anni ci stanno almeno dieci giri del mondo, più una dozzina di viaggi sulla luna e, perché no, anche una missione su Marte o su Venere.
Sono sempre in viaggio verso l’ignoto, sia che pedali in bicicletta nelle strade che conosco a memoria, sia che componga frasi alla tastiera del computer, sia che mi sieda sul pavimento, che è il punto di partenza per raggiungere le stelle più lontane.

PS: Trovate qui alcune riflessioni sul viaggio in Cina. Qui ho parlato in generale del mio tour in Germania. Qui, invece, ho parlato di Monaco in maniera più sommessa.

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