Zarchè

Prendo un vecchio aspirapolvere e lo porto alla discarica. Lui non è contento. Durante il viaggio guarda con una certa curiosità fuori dal finestrino – un aspirapolvere non ha molte occasioni di vedere il mondo – ma nello stesso tempo sembra rivolgermi un rimprovero perché voglio disfarmi di lui.
– Non sei tu il problema – gli dico. – Sono io.
L’aspirapolvere continua a guardarmi in silenzio.
– Vedrai che starai bene. Troverai qualcuno che sa apprezzarti.
Gli spiego che a casa mia un aspirapolvere guasto è sprecato. Ma la discarica è piena di utensili come lui, con i quali potrà condividere la sua esperienza nel muto linguaggio che parlano le cose rotte.
L’Ecocentro Ex-Birreria, oltre ad avere un nome straordinario, è uno dei luoghi in cui la città di Bellinzona mostra il suo volto più fragile. Forse le mura medievali possono dare un’impressione del tempo che fugge, ma non quanto le insegne all’ingresso della discarica. Sulla sinistra, sopra la targa della via Riale Righetti, c’è un segnale che indica il CENTRO RACCOLTA RIFIUTI e un altro su cui è disegnato un pallone da calcio. Subito a destra, due cartelli muniti di freccia: uno promette dei VIVAI (lo slogan dice: non solo giardini!) e l’altro conduce alla CASA FUNERARIA. Dietro si vede la pubblicità di un apicoltore, con una piccola ape felice e svolazzante.
Tutto ciò mi sembra perfetto. È una poesia fatta di cartelli, che riassume essenzialmente il nostro passaggio in questo mondo. Ogni parola è limpida: giardini, api, raccolta, casa funeraria, gioco, vivai, rifiuti… vita e morte in un giorno d’aprile, a Bellinzona-Carasso, poco lontano dall’autostrada e dal fiume.
Alla discarica c’è movimento. Una fila di macchine con il baule spalancato, un trambusto di carta, masserizie, saluti, erbacce, pettegolezzi, stoviglie, legname, plastica, lattine, discussioni sul tempo, ferraglia, vetro, bottiglie, domande sugli orari di chiusura, copertoni, attrezzi, ruggine, lamenti per il mal di schiena, batterie, risate, proteste, sassi, vasellame. È un pomeriggio nuvoloso. Gli addetti ai lavori indossano divise arancioni. Sul muro, fra la raccolta del PET e quella degli olii usati, sono appese due bandiere svizzere.
Intorno al deposito dei vetri grandi si è formata una gigantesca pozzanghera. Le persone si muovono avanti e indietro sull’acqua grazie passerelle di legno. In fondo noto una casupola con la scritta VIN BRÛLÉ. Mi chiedo quando, a chi e per quale motivo venga servito del vin brûlé in mezzo ai rifiuti ingombranti. Penso a una festa dello scarto, a una celebrazione dell’avanzo, a una solennità del ciarpame e della cianfrusaglia. Mi piacerebbe partecipare.
Niente viene mescolato in maniera casuale. I vegetali stanno con i vegetali, il vetro con il vetro. Ma ogni tanto c’è qualcuno (meglio, qualcosa) che si avventura fuori dal suo territorio. Una pallina da tennis, per esempio, si è ritrovata al centro della Grande Pozzanghera. Una boccia di plastica blu è finita invece fra le rocce e le pietre. Se ne sta sopra un blocco di granito, al centro del quale c’è un buco rotondo che sembra un pozzo. Mi guarda come se fosse giunta lì per caso; ma io so che, come tutti noi, è attratta dall’abisso.
Poco più in là, si ergono spettrali i resti di un parco giochi. Un pezzo di ferro di colore rosso ha due occhi verdi e una bocca sogghignante piena di denti. Un parallelepipedo blu, con un ricciolo azzurro, ha invece la bocca spalancata, pronta a inghiottire chiunque si avvicini. Accanto al vetro misto, giace in mezzo all’erba una stazione dell’autobus. Non solo i passeggeri, gli autisti e i motori prima o poi vanno in pensione, ma anche le fermate stesse.
Sembra un’ironia del destino, visto che la fermata avrebbe la vocazione di stare fissa in mezzo al fluire del traffico. Quando ci passo accanto mi sembra un po’ triste: non vedrà mai più un autobus. Poi però, guardandola meglio, mi pare di cogliere anche una certa allegria. Chi l’ha mai detto che una fermata debba vedere autobus per sempre? Qui in mezzo al caos e all’erba, fra cumuli di mattoni e pali di ferro, la stazione di Carasso è finalmente serena.
La discarica non è soltanto luogo di abbandono, bensì anche punto d’incontro. Si ritrovano amici, ci s’informa sulla salute dei figli e dei genitori. Qualcuno è venuto per depositare oggetti di varia natura, ma altri sono qui per cercare. Ai bordi delle vasche ci si scambia opinioni sulla qualità di un vaso o di un servizio da tè. C’è chi si è organizzato e, dopo aver infilato un berretto e un paio di guanti, entra fisicamente fra i rifiuti ingombranti, a caccia di tesori.
Mi viene in mente una poesia di Tonino Guerra. S’intitola Zarchè (“Cercare”).

M’ al móci ’d spazadéura ti cantéun
l’aréiva chi burdèll a sfurgatè;
e’ préim l’a impéi al bascòzi e pu u s’n’è andè,
ch’l’à cólt un pógn ad òsi e di butéun.

La bòcia ch’la è ròta e tóta in pézz
la pis ma quèll di véidar culurèd,
e cal burdèli al tó di pann strazèd
par la bumbòza ch’la pérd e’ sgadéz.

Mo quand chi à bén finéi da sfurgatè
e’ ven ch’l’aréiva éun e u n’ gn’è piò gnént;
e’ smèsa un po’, e pu e’ va véa cuntént,
che tòtt e’ bèll, s’avéiv, l’è te zarchè.

Ci arrivano i ragazzi a frugare / nei mucchi di rifiuti, / uno con le tasche piene va via / dopo aver raccolto degli ossi e dei bottoni, / a un altro per il colore del vetro / piace un fiasco spezzato, / le ragazzine raccolgono un po’ di panno stracciato / per la bambola che perde la segatura. / Ma proprio quando tutti hanno finito di rimestare / ne arriva ancora uno / e non c’è più niente di buono da trovare, / così fruga un po’ poi si allontana contento / perché tutto il bello, come si sa, è nel cercare.
Per conto mio, mi accontento di prendere un piccolo oggetto di plastica: una sorta di catena rigida con due ganci alle estremità. Non so bene che cosa sia (forse un componente di un giocattolo), ma mi piace tenerla in mano. E penso che una volta o l’altra potrebbe venirmi utile.
Se da un lato la discarica stimola a cercare tesori perduti, dall’altro insegna quanto sia labile ogni forma di oggetto. Un prezioso lampadario non è altro che un mucchio di vetri. Un computer è un ammasso di plastica e componenti elettroniche. I libri e i giornali sono mucchi di parole. Cari poeti, romanzieri, giornalisti, saggisti, fate un salto alla discarica! Mettetevi per qualche minuto davanti alla macchina che maciulla carta e cartoni. Non c’è lezione di scrittura creativa più efficace.

Prima di tornare a casa, scovo il deposito dei giocattoli. Ci sono biciclette rosa di Hello Kitty, carte da gioco solitarie, pezzi di penne stilografiche, trattori di plastica e vecchi giochi da tavolo.
In prima fila, avvisto un album dei Simpson in spagnolo. In copertina, i protagonisti sono seduti sopra un divano che sta in mezzo a una discarica di rifiuti. Mi fermo. Trattengo il respiro. Il gioco di specchi mi dà un lieve capogiro. Mi guardo intorno: non c’è nessuno. Sono solo nel cuore di una vertiginosa mise en abîme. Poi sento una voce alle mie spalle.
– Signore! Ehi signore, scusi!
È uno degli addetti al lavoro, sfavillante nella sua giacca arancione.
– State chiudendo? – gli domando.
– Siamo già chiusi.
Mi indica gentilmente l’uscita. Poi, cogliendo forse un vago dispiacere da parte mia, tenta di rassicurarmi.
– Ma domani siamo aperti. Torni domani.
Il cielo è grigio, l’aria umida, le mie mani sono sporche di terra e olii usati. Ma quelle parole fanno vibrare una nota di speranza tra la CASA FUNERARIA e il CENTRO RACCOLTA RIFIUTI. Non c’è bisogno di dire altro. È primavera, le api ronzano intorno agli alveari. Il fiume scorre.
Torni domani.PS: La poesia di Guerra proviene dalla sezione  “Préim vèrs” del volume I bu. Poesie romagnole, pubblicato da Rizzoli nel 1972 con la trascrizione in lingua del poeta Roberto Roversi e un’introduzione di Gianfranco Contini. Il volume, subito esaurito e poi ricercato per anni dai bibliofili, è stato riproposto nel 2014 dalle Edizioni Pendragon. Ringrazio Franca per avermene donata una copia.PPS: Consiglio ai lettori di mettersi comodi per guardare il video della carta maciullata. È un’esperienza istruttiva.PPPS: Ecco un altro breve video, che ha lo scopo di approfondire la vicenda della temeraria pallina blu. La pallina da tennis appassionata di pozzanghere la trovate invece in una delle immagini sotto il video.

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Un giorno ideale per i pescitaccuino

Io li chiamo “momenti acquario”. Accadono quando, per una serie di circostanze, fra me e il mondo si frappone un vetro. Il problema è capire chi sia dentro e chi sia fuori, cioè quale dei due spazi si possa definire “acquario”. Ripenso al mio viaggio a Zurigo e, in particolare, alla cena a casa di Martina e Gregorio. Dalla loro cucina si vede il giardino, con un tavolo di legno appena distinguibile nell’oscurità. Oltre il giardino, un edificio con una parete di vetro. Oltre il vetro, un luminoso corso di ballo. Noi ce ne stiamo nel nostro mondo, con un bicchiere di birra, mentre di là ballano il tango. Senza sentire la musica, i gesti appaiono come frammenti di un discorso arcano, per noi intraducibile. Ma chi siamo noi? Siamo fuori o dentro l’acquario?
La domanda ritorna il giorno dopo. Seduto su una panchina in Paradeplatz, aspetto che arrivi Yari Bernasconi. I tram scorrono davanti a me. Guardo le facce dietro i finestrini, immagino storie che non saprò mai. Mi domando se per i passeggeri la piazza sia un grande acquario e io un piccolo pesce fra i tanti, che si distingue solo perché ha in mano un taccuino.
Presto mi raggiunge Yari, l’altro pescetaccuino. Ci spostiamo sotto la pensilina per ripararci dal vento. Il cielo è bianco, basso, sembra fatto di materia solida (panna? vernice? sabbia?). La poesia che leggiamo insieme s’intitola, inevitabilmente, Acquario. Scritta da Gianluca D’Andrea.

Passano le figure, inseguono gli eventi.
Ombre, i bambini trascorrono
in gesti, in un piede piegato o i passi.
Gli uomini impiegano il tempo
in frazioni strutturate,
il movimento ha passioni e dolori
e quadri che si aprono a brusii,
flussi trapassati, sorprese
negli scorci, membrane che respirano
le azioni compiute;
la giustizia si sposta nello stesso
luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

Di certo, poche persone passano di qui senza inseguire eventi: un vecchio si affretta, con in mano una busta bianca, una donna ride al telefono senza fermarsi. Numerosi impiegati escono senza il cappotto – i Senza Giacca, li chiamiamo Yari e io – in transito fra un ufficio e l’altro. In mezzo a brusii, / flussi trapassati, sorprese negli scorci, si moltiplicano gli acquari.
La Galerie Gmurzynska, con gli spazi disegnati da Zaha Hadid, è curva, liscia, piena di luce e di oggetti lisci che ruotano lentamente. La gioielleria Harry Winston, appena aperta, è già chiusa per un “evento privato”. Un “Perfect Diamond” (PD) svela con malcelata fierezza i suoi carati, come una tigre che ringhiando faccia balenare i denti aguzzi. Mi avvicino alla vetrina e l’acquario si capovolge: intorno al PD si riflettono le persone di passaggio, gli uomini che impiegano il tempo / in frazioni strutturate, i bambini che trascorrono / in gesti.
Un Senza Giacca si ferma a guardare il PD. Il suo riflesso si colloca precisamente al centro, tanto che per un attimo – senza saperlo – il Senza Giacca ha l’onore d’indossare l’irraggiungibile PD. Accanto alla gioielleria, un negozio di fiori vende mazzi di mimose a dodici franchi l’uno. Se le mimose vanno a tanto, penso, chissà quanto costano i diamanti.
Torno alla pensilina, meditando sugli acquari. Ancora non ho capito chi sia dentro e chi fuori… ma forse non c’è differenza. Forse ognuno è nello stesso tempo persona-che-guarda e pesce-che-nuota: l’osservatore è osservato, lo spettatore spettacolo, il lettore scrive la poesia. Rileggo la lirica di D’Andrea e provo a cercare la giustizia, che si sgrana in tempi impercettibili. Vorrei parlarne con l’altro pescetaccuino. Ma Yari si alza di colpo, attirato da qualcosa alle sue spalle, e mi lascia solo.
[AF]

*

La telecamera sembra professionale. L’operatore si contorce attorno all’obiettivo in una danza di corteggiamento. No, a ben guardare è concentrato su qualcosa e non stacca gli occhi dall’oggetto del desiderio, manovrando lo strumento come se fosse l’appendice di un suo arto. Mi immagino la star hollywoodiana che compare da dietro una vetrina translucida, la confusione improvvisa, è un attimo, basta premere REC e invece no, un tizio si ferma davanti alla telecamera, copre la visuale, la celebrità internazionale sta per salire nella Bentley parcheggiata a pochi metri, l’autista apre la porta, maledetto passante, farabutto, spostati, non c’è tempo, si registra lo stesso, chissà, la fortuna aiuta gli audaci, ma quel cretino è ancora davanti, si è girato senza capire, resta fisso, apre gli occhi da bovino, slam, la portiera si chiude, i passanti indicano col dito, razza di ebete togliti di mezzo, uno sbuffo di fumo e ciao, è andata, maledizione, maledizione, maledizione.
In verità, l’oggetto del desiderio rimane misterioso. Senza un motivo apparente, l’operatore smette di interessarsi alla prospettiva scelta. Guarda intorno e si sposta con la sua telecamera. Filma la piazza, ora. Si muove, cerca due scorci. Poi mi guarda, o meglio blocca l’obiettivo su di me. E mi accorgo che non sono io: siamo noi, siamo la folla, siamo la piazza. Mi ero arrogato il ruolo di osservatore e mi ritrovo a essere osservato. Si chiama mise en abîme: guardare lo specchio nello specchio e scoprire la vertigine del potenziale infinito (l’abîme, appunto, l’abisso). Sento comunque un poco di paradossale fastidio a stare dietro la lente. Mia nonna paterna, che da ragazza è arrivata a Berna dalla campagna vicentina, alla fine degli anni ’40, ha involontariamente creato un lessico tutto suo, italianizzando parole dal tedesco e dal dialetto veneto; ebbene, ancora oggi, per lei, la “lente” è la lupa. Dal tedesco “Lupe”, lente d’ingrandimento. Ecco: mentre la lente della telecamera mi fissa, vedo i suoi denti, sento il respiro minaccioso, mi sembra di essere Atreiu davanti a Mork, nella Storia infinita. Uno di fronte all’altro, mentre dietro avanza il Nulla.

Raggiungo nuovamente Andrea con la mente che continua a fantasticare: Bastiano, il Drago della Fortuna, il leone Graogramàn, il Vecchio della Montagna Vagante… Lui, per farmi tornare con i piedi per terra nell’irrealtà di tutti i giorni, decide di ribattezzarci: pescitaccuino.
[YB]

*

L’occhio della videocamera punta sui binari del tram, sull’edicola, sulle vetrine e anche su di noi. L’enigma dell’obiettivo ci sta pescando. Pescitaccuino presi nella rete. Immagino che navigheremo dentro un’acquario lontano, schermo di televisore o di computer o di telefono. Nessuno può restare fuori. Nemmeno l’operatore, con i suoi contorsionismi, anche lui catturato da chi ha catturato. Eccolo qui, nei nostri telefoni, nei nostri appunti. È questa forse la giustizia? No, perché guardare e venire guardati significa semplicemente essere nel mondo. Il problema è trovare un senso morale nello sguardo. Come scrisse il poeta irlandese Seamus Heaney: «No such thing / as innocent / bystanding» (“Non esiste / spettatore / innocente”).
Da Paradeplatz passano persone con lo sguardo vuoto, donne curve, uomini impauriti, ragazzi vacillanti. Alzo gli occhi e vedo una pubblicità sulla fiancata di un tram: un piccolo pinguino con la madre e la scritta «Sicherheit» (sicurezza). Ma non esiste sicurezza. Non c’è nulla che possa metterci al riparo dall’ignoto. Anche questa, forse, è una possibile forma di giustizia.
[AF]

*

«Beati i giusti, perché saranno giustiziati»: è una freddura che ripetevo da ragazzino, quasi ignaro del Vangelo secondo Matteo. La ripeto anche oggi, fra me e me, nel treno per Zurigo. Quasi ignaro, sempre, del Vangelo secondo Matteo. Sto scrivendo a computer e ascolto con le cuffie una voce che mi ricorda quanto sia oscillante la vita: «Sometimes I’m cold and sometimes I burn»… Nel volgere di un minuto, un uomo barcollante entra nel vagone, chiede discretamente degli spiccioli di scompartimento in scompartimento. Faccio segno di no con la testa. Quando realizzo, l’uomo è già scomparso. Non faccio però in tempo a dimenticare, perché una donna alza il tono della voce. Viaggia con un coetaneo, entrambi sessantenni direi, la pelle dei volti grigia. Parlano in dialetto zurighese, capisco poco ma colgo termini come “scandalo”, “brutto”, “polizia”. E infatti la donna, cercando il contatto visivo con gli altri passeggeri, estrae teatralmente il cellulare dalla borsa e telefona alla polizia.
Il dialogo è più lineare e malgrado il dialetto capisco meglio: molestati in treno da un accattone, nel 2018 in Svizzera non dovrebbe succedere, siamo sul treno per Zurigo. E a questo punto la donna sciorina indicazioni sorprendenti, numero del treno, orario di partenza e di arrivo, numero del vagone, addirittura l’orario preciso in cui la sua giornata è stata rovinata dall’intruso. Saluta, interrompe il collegamento e dice sollevata (al suo accompagnatore e al vagone tutto): manderanno degli agenti alla stazione di Zurigo. Poi continua il monologo, il suo compagno annuisce, il tono – dopo i crismi dei tutori dell’ordine – si è fatto definitivamente sicuro, incalzante, cerca l’approvazione degli altri viaggiatori. La Svizzera è senz’altro un paese migliore, adesso. Alzo il volume delle cuffie. «I know I’m not supposed to look at you the way I look at you»…

A Paradeplatz, quando ormai stiamo per partire, assisto all’incontro fra due altre figure barcollanti. Non hanno bisogno di aprire la bocca, comunicano con gli occhi.
– Ciao.
– Ciao.
– Come va oggi?
– Come ieri.
– Eh.
– Tu?
– Come ieri.
– Eh.
Aspettano un tram. Scoprirò dopo che è il numero 7. Si muovono lentamente, la curva del corpo innaturale, goffa. Poi si cristallizzano in un’immobilità improvvisa, lo sguardo rivolto a terra mentre il mondo – il resto del mondo – va avanti. La gente scansa le due statue con dispetto. Intralciano il passaggio. Ogni occhiata è una sentenza: la maggioranza sa sempre quello che è giusto. Come il potere, finché resta abbastanza potente. La giustizia si sgrana in tempi impercettibili.
Adesso è veramente ora di alzarci e partire. Guardo l’altro pescetaccuino, Andrea, anche lui a metà strada fra tutto e niente, eternamente in bilico. Sorrido. Poco importa se siamo pescitaccuino o «pesci d’aeroporto», come direbbe Angelika Overath: «I viaggiatori migravano l’uno verso l’altro. C’erano volti che tornavano, scomparivano e ritornavano. Li si riconosceva, senza un saluto, che già si erano persi. Quel rapido rivedersi scivolava nella memoria vuota di un déjà vu. Siamo su uno schermo, pensò, siamo un film. Per quale curioso osservatore?».
[YB]

PS: La poesia Acquario di Gianluca D’Andrea è tratta dal volume Transito all’ombra, Milano, Marcos y Marcos, 2016.

PPS: La storia infinita è naturalmente il romanzo fantastico di Michael Ende, Die unendliche Geschichte, pubblicato la prima volta nel 1979. Famoso anche l’adattamento cinematografico, del 1984, comunque molto distante dal libro.

PPPS: I versi di Seamus Heaney sono tratti da Mycenae Outlook, nella raccolta The Spirit Level (1996). In italiano: La misura dello spirito, a cura di Roberto Mussapi, Milano, Mondadori, 2000.

PPPPS: Per la citazione del Vangelo secondo Matteo, si fa riferimento in particolare a Mt 5, 1-12, dal cosiddetto “discorso della montagna”. Curioso (e forse significativo) che in realtà, nei Vangeli e in tutta la Bibbia, non compare mai l’espressione “Beati i giusti”, che pure sembra di avere nelle orecchie da sempre.

PPPPPS: Il salvifico accompagnamento musicale sul treno per Zurigo è di Sophie Hunger. In particolare, sono citate Supermoon e LikeLikeLike, uscite rispettivamente in Supermoon (2015) e The Danger of Light (2012).

PPPPPPS: Il libro di Angelika Overath si chiama proprio Pesci d’aeroporto, in tedesco Flughafenfische, in italiano tradotto da Laura Bortot per Keller (Rovereto) nel 2013.

PPPPPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. Ogni mese abbiamo con noi una poesia diversa. E ogni mese, a proposito di acquari, prima di riprendere i nostri rispettivi treni beviamo un caffè negli spazi sotterranei della stazione principale, dietro le vetrate di un bar con vista sul viavai di viaggiatori e pendolari (cavedani, lucci, trote, alborelle; ma c’è pure chi ha visto tonni e squali). Trovate qui la puntata di gennaio e qui la puntata di febbraio.

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Non ci saremo

Paradeplatz, a Zurigo. Forse la piazza più famosa della Svizzera, dove batte il cuore della Confederazione. (Anzi, uno dei cuori: la Svizzera è un paese pluricardiaco.) La domanda è: come si può arrivare tardi a un appuntamento in un luogo tanto solenne?
Ecco le mie giustificazioni:
1) Al momento di scendere dal treno stavo orecchiando una conversazione. Una donna riferiva a un’amica le rivelazioni di un non meglio precisato sciamano, e cioè che il virus dell’influenza è irradiato dal governo per far aumentare i costi della salute e per far guadagnare le aziende farmaceutiche.
2) Tutto ciò mi ha distratto a tal punto che ho scordato il cappello sul treno. Sono tornato indietro, ma non c’era. Una signora molto cortese l’aveva preso e mi stava cercando sul binario. Trovala, spiegale, ringraziala. Ritardo.
Con Yari Bernasconi, in Paradeplatz, abbiamo letto una poesia di Fabio Donalisio.

dire le cose non è raccontarle e
spiegarle men che meno; è accettare
che esista il binario e pure il treno
e l’unico senso è che noi
non ci saremo

Mentre eravamo seduti a leggere, siamo invecchiati in fretta.
Quando alziamo gli occhi, ci accorgiamo che tutte le persone intorno sono nuove. All’improvviso, sento l’impulso di salire sul primo tram, magari quello diretto allo zoo o a Frankental. Del resto, sulle fiancate dei tram le pubblicità sbandierano panda, koala e viaggi da sogno a Singapore. Ma ci sono binari che non vedremo e luoghi che, forse, esistono proprio perché non ci saremo. Un’altra pubblicità tranviaria dice: The show must go wrong.
Sfilano cravatte e borse della spesa, zampettano piccioni, passano e ripassano con suono di risucchio macchine per la pulizia stradale. Accanto a me si siede una ragazza con un telefono così vasto che, anche se lo non facessi di proposito, probabilmente leggerei per sbaglio ciò che sta scrivendo. È un’immensa, entusiasta parola, in un profluvio di faccine: Woooooooow!!! (Mi pare di aver contato sette vocali e tre punti esclamativi, ma non ne sono sicuro). Guardo Yari e gli dico che la prossima volta dobbiamo andare a Frankental.
[AF]

*

Per noi che abitiamo a Berna, andare a Zurigo significa in genere prendere l’Intercity diretto che in 56 minuti ti lascia alla stazione centrale della più popolosa città della Svizzera. Facile. Andare a Zurigo per incontrarmi con Andrea Fazioli, invece, significa in genere scoprire solo una volta arrivati chi dei due:
a) ha sbagliato giorno (worst case scenario, come dicono i cultori del risk management: le parole sono importanti, e il nostro ambiente è molto cheap);
b) è in ritardo (best case scenario).
Questa volta è il cappello di Andrea – che è poi il cappello di Leonard Cohen – a essere in ritardo. Così, per evitare di affrettarmi, dopo essere sceso dal treno mi sgancio dalla folla che avanza verso le uscite della stazione. Nel giro di pochi minuti, l’illusione di appartenere a una comunità si scioglie in una meno volatile evidenza: sono solo. Sopra la testa i tabelloni digitali con gli orari dei treni. Tutto intorno una pulizia irreale, muri chiari e corrimani metallici.
La pulizia è anche la prima immagine che mi investe in Paradeplatz: il tempo di sedersi e una pulitrice a quattro ruote comincia a fare il giro della piazza, spazzando l’asfalto già lustro e aspirando con roboante entusiasmo. Ci si può chiedere perché certi clichés vengano coltivati con tanta dedizione. Sotto il tettuccio della pensilina dove sostiamo, del resto, le vetrate della struttura che porta ai gabinetti sotterranei sono così terse da scomparire (ma ci sono, giuro).
Un uomo fissa lo spazio libero accanto al mio, mi guarda due volte senza sorridere e decide di sedersi solo quando è sicuro che nemmeno io gli sto sorridendo. Ma è un attimo: il suo tram arriva, lui corre e io l’ho già dimenticato.
Non conosco bene Paradeplatz. La mia antipatia non ha argomenti solidi e cerco di dissimularla rapidamente, come se qualcuno potesse cogliermi in fallo. Eppure in questo imbarazzo riconosco qualcosa di rassicurante, di umano. In fondo, se di Paradeplatz vogliamo scrivere, forse la strada da seguire non è così distante da questa componente poco razionale. Per esplorare davvero le cose, bisogna anche fare i conti con la nostra imperfezione, con l’imponderabile, con tutti i paradossi (evidenti e non) che ci abitano. Ecco perché dire le cose non è raccontarle e / spiegarle men che meno. Non è sufficiente rifugiarsi in qualche apparente, transitoria ovvietà.
Certo, di tutto questo Paradeplatz se ne infischia. Chi giunge qui sembra avere solo voglia di ripartire. Oppure viene respinto come in una centrifuga. Una donna chiede ad Andrea se il tram su cui sta salendo è quello per la stazione. «Ich glaube», risponde lui. Poi mi guarda e aggiunge: «La prossima volta dobbiamo andare a Frankental». La poesia dei capolinea. In Piazza della Parata, ogni tram è una promessa.
[YB]

*

Sì, è un luogo promettente. Ma è anche indecifrabile. Forse perché i luoghi, se li guardi a lungo, diventano tutti misteriosi. A che cosa serve una piazza? Ad allontanarsene, a sostare, a pensare… qual è il suo vero scopo?
[AF]

*

E invece della Memoria, del Sole, della Vittoria, perché non c’è Piazza della Dimenticanza, Piazza dell’Uggiosità, Piazza della Sconfitta? Al posto di un Fondatore della Patria, perché non prendere un panettiere?
[YB]

PS: La poesia di Fabio Donalisio è tratta da Ambienti saturi (Amos edizioni 2017).

PPS: Torneremo ogni mese in Paradeplatz (se riusciremo a non perdere troppi treni). Ogni volta leggeremo una poesia. Ci metteremo a sedere e guarderemo ciò che succede. Questa serie scritta a quattro mani prenderà il posto di quella, a due mani, dedicata nel 2017 a un’anonima piazzetta bellinzonese (trovate qui i link a tutte le puntate).

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Tappeti volanti

Di recente mi hanno chiesto di tenere un laboratorio sulla scrittura di viaggio. Ho passato quindi in rassegna vari mezzi di trasporto. Automobile, treno, nave, bicicletta, cavallo… il più elegante resta l’unico perfettamente naturale, cioè camminare. A chi non l’avesse mai fatto, vorrei però suggerire di provare anche il tappeto volante.
È un mezzo pulito, non inquina, potrebbe essere una soluzione efficace al problema del traffico. L’unico problema è come procurarsene uno: i tappeti volanti non s’incontrano sempre dove ci si aspetta di trovarli. Nel canone delle Mille e una notte, per esempio, ne appaiono pochissimi. Ne ho scovato uno nella traduzione in francese di Galland, ripresa in italiano nel 1852 da Antonio Falconetti: Pagato adunque il custode del khan, […] entrò, chiudendosi dietro l’uscio e lasciandovi entro la chiave, e disteso il suo tappeto, vi sedé coll’officiale seco lui condotto. Allora, raccolto in sé stesso, e concepito seriamente il desiderio di venir trasferito nel luogo dove i principi suoi fratelli dovevano recarsi al par di lui, si avvide in breve d’esservi giunto; fermatosi colà, e spacciandosi per un semplice mercante, stette ad aspettarli.
Il tappeto volante richiede immaginazione. La fiaba che ho citato – Il principe Ahmed e la fata Pari-Banu – non fa parte del corpus originale della raccolta, ma riassume bene la tecnica di decollo: bisogna concepire il desiderio di essere in un luogo, raffigurandolo nell’anima prima di vederlo con gli occhi. Un altro tappeto celebre appare nella fiaba Aladino e la lampada magica. In realtà, nemmeno questa appartiene al nucleo più antico delle Mille e una notte; inoltre, nella sua prima versione, non menziona nessun tappeto volante. Il tappeto sarebbe un’aggiunta più tarda, nata da contaminazioni con la tradizione russa e approdata venticinque anni fa in un film della Walt Disney: Aladdin (1992), diretto da Ron Clements e John Musker. A quanto pare, la Disney vorrebbe festeggiare l’anniversario girando un remake, con attori diretti da Guy Ritchie, ma la produzione starebbe incontrando difficoltà, forse per la paura di misurarsi con un film che ha segnato un’epoca del cinema di animazione. In effetti, sembra difficile trovare un interprete per il tappeto volante, che è un vero e proprio personaggio dinamico: parla, combatte, gioca perfino a biliardo o a scacchi (e lo fa con grande talento).

Non è certo Aladdin il primo film a mostrare un tappeto volante. Uno dei più belli, sempre ispirato alle Mille e una notte, venne girato nel 1924 da Raoul Walsh con il titolo The thief of Bagdad (Il ladro di Bagdad). Me lo sono procurato in dvd e una sera, dopo cena, ho proposto ai miei commensali: che ne dite di guardare un’avventura esotica? (Ho astutamente taciuto che si trattava di un film muto, in bianco e nero, lungo 155 minuti.) In realtà, la storia è avvincente. Il film, con Douglas Fairbanks nei panni del protagonista, ha il pregio di avere una forza visionaria che si esprime nelle grandiose scenografie e negli effetti speciali. Anzi, The thief of Bagdad è la prova che gli effetti speciali, se sono sorretti da un’intuizione poetica, restano efficaci anche quando la tecnologia si rinnova.

Del resto, il tappeto volante è uno dei primi effetti speciali della storia. A prescindere dalle necessità narrative, è interessante indagarne il meccanismo: perché il tappeto vola? In un saggio sull’argomento, la scrittrice Cristina Campo spiega che nella lingua araba classica una radice comune lega tappeto e farfalla. Poi aggiunge: Il tessere e l’annodare alludono di per sé alle vicende ordite per gli uomini da invisibili mani. In questo senso, il tappeto da preghiera della tradizione islamica (ma non solo), dà un valore mistico all’azione di volare. La preghiera è un mezzo per accedere a un altrove, a partire dal qui e ora del tessuto annodato e decorato. Il tappeto – questa piccola, ironica terra che può volare – è uno spazio privilegiato che consente un’esperienza mistica: infatti per descrivere la decorazione i Persiani usavano la parola zemân, cioè il tempo. I motivi ornamentali si stagliano sullo sfondo (zemîn); secondo la tradizione, gli stessi motivi e lo sfondo si uniscono in un intreccio spazio-temporale (zemîn u zemân) che consente l’unione mistica tra finito e infinito.
Il tappeto veniva usato anche per il viaggio in assoluto più avventuroso: quello che accompagna le anime verso l’aldilà. Nel 1947 gli archeologi sovietici Sergej Rudenko e Mikhail Griaznov stavano esaminando una tomba scita nella valle siberiana di Pazyryk, sui monti Altaj, a 1650 metri sul livello del mare. I due studiosi scoprirono che il tumulo ospitava le spoglie di un capotribù. I saccheggiatori avevano rubato arredi e oggetti preziosi, ma non si erano accorti di un tappeto fissato nel permafrost, insieme ai resti di alcuni cavalli (gli Sciti avevano l’abitudine di seppellire sette cavalli per ogni capo morto). Anzi, paradossalmente proprio il saccheggio, aprendo il sepolcro al deflusso delle piogge, aveva assicurato la conservazione del tappeto. Il prezioso manufatto, conosciuto come “tappeto di Pazyryk”, è databile al quinto secolo avanti Cristo. Fatto di lana su trama di lana e pelo di cammello, è il più antico tappeto a noi pervenuto: misura 200×182 centimetri ed è composto da circa 360mila nodi. Nonostante sia stato trovato a migliaia di chilometri dalla Persia, secondo gli studiosi è di origine persiana (della dinastia alchemide). Oltre a una fila di alci, sul bordo esterno si nota una processione di cavalli e cavalieri: probabilmente il corteo funebre alla morte del capo. Il tappeto venne deposto nella tomba perché il guerriero scita lo potesse usare per raggiungere la sua ultima dimora. Non si sa se sia servito allo scopo oppure no; comunque sia, oggi è esposto al museo dell’Hermitage a San Pietroburgo.
Il tappeto volante è promessa di lontananza, intreccio di fili che raccontano storie, ordito misterioso, spazio circoscritto in cui liberare la fantasia. Nello stesso tempo, è un oggetto apparentemente domestico e usuale. Seguendo questo paradosso, per costruire o usare un tappeto volante non c’è bisogno di stoffa o peli di cammello. Basta affidarsi alla forza evocativa delle parole, della musica, dell’arte, di tutto ciò che ci aiuta, nello stesso tempo, a calarci nelle profondità di noi stessi e a esplorare orizzonti sconosciuti.

PS: A chi volesse leggere in italiano Le mille e una notte consiglio la traduzione a cura di Francesco Gabrieli, pubblicata per la prima volta nel 1948 e riedita da Einaudi nel 2017 nella collana “I millenni”. La fiaba Il principe Ahmed e la fata Pari-Banu non è presente; in compenso, nell’appendice, si trova la Storia di Aladino e della lampada magica (ma senza tappeti volanti). Il saggio di Cristina Campo è contenuto nel volume Il flauto e il tappeto (Rusconi 1971); oggi si può trovare nella raccolta Gli imperdonabili (Adelphi 1987; 2008).

PPS:  A parte le immagini cinematografiche e la fotografia del “tappeto di Pazyryk” (che viene dal sito dell’Hermitage), gli altri tappeti di questo articolo sono tratti dal catalogo pubblicato in occasione della mostra Tappeti volanti, che si è svolta all’Accademia di Francia a Roma (Villa Medici) dal 29 maggio al 21 ottobre 2012, a cura di Philippe-Alain Michaud. Responsabile editoriale del catalogo è Cecilia Trombadori; i testi sono di Eric de Chassey, Olivier Michelon, Philippe-Alain Michaud e Maximilien Durand, tradotti da Alfonso Cariolato e Giada Daveri per le edizioni Drago. Per chi volesse saperne di più sui tappeti persiani, un’opera di riferimento storica è questa: Joseph Karabacek, Die persische Nadelmalerei Susandschird. Ein Beitrag zur Entwicklungs-Geschichte der Tapisserie de Haute Lisse, (Seemann, Lipsia 1881; esiste una versione in inglese, credo, ma purtroppo non in italiano).

PPPS: Ho usato alcune parti di questo articolo per scrivere un brevissimo saggio sui tappeti volanti nel cinema. Il testo si trova nella rivista Cinemany (dicembre 2017).

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Sud

Nel corso della nostra vita possiamo scoprire di appartenere a luoghi che non abbiamo mai visto. Come dice Marcel Proust, anche da una visuale puramente realistica, i paesi che noi desideriamo tengono in ogni istante assai più posto nella nostra esistenza vera dei paesi dove abitiamo in realtà. Nella sezione della Strada di Swann intitolata Nomi di paesi: il nome, Proust accenna alla forza evocativa dei toponimi.
Esistono parecchi modi di viaggiare, che implicano più o meno dispendio di mezzi e di tempo. Uno dei più semplici è senza dubbio quello di limitarsi a pronunciare un nome, lasciando che esso susciti assonanze, ricordi e sensazioni. Questo vale per i posti che abbiamo già visto, poiché essi, come annota lo stesso Proust, diventano un tentativo di fissare il tempo: I luoghi che abbiamo conosciuti non appartengono solo al mondo dello spazio, nel quale li situiamo per maggiore facilità. Essi sono solamente uno spicchio sottile fra le impressioni contigue che costituivano la nostra vita d’allora; il ricordo d’una certa immagine non è che il rimpianto d’un certo minuto; e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi, ahimè, come gli anni.
Ma pronunciare nomi non è solo un esercizio nostalgico. A volte si tratta davvero di un modo per svegliare la fantasia, specialmente quando elenchiamo luoghi che non abbiamo mai visto. Per questa ragione, spero che non scompaia del tutto il vecchio Orario Ferroviario cartaceo, con la lista delle stazioni e delle coincidenze. È una lettura ideale prima di andare a letto: i nomi, scritti l’uno in fila all’altro, diventano montagne, laghi, precipizi, cascate, strade fragorose, vicoli, sentieri abbandonati.
Altri “viaggi non viaggiati” sono i cartelli che appaiono in autostrada o dai finestrini del treno, anche lungo i tragitti abituali. Ogni volta che vado a Milano non posso fare a meno d’immaginare Gradate, Fino Mornasco, Lomazzo, Turate, Origgio, Uboldo… Per qualcuno saranno toponimi banali, soprattutto se ci è nato o vissuto, invece per me sono occasioni a portata di mano: un giorno magari mi fermerò, o forse no. I toponimi delle mie parti – Lugano, Lamone, Taverne, Rivera, Bellinzona, Corvesco, Airolo – per me sono un frammento di quotidianità, mentre per qualcuno potrebbero rappresentare l’ignoto.
Il deserto, per esempio, è un luogo che da sempre risveglia in me un misterioso senso di appartenenza. Sono cresciuto in mezzo a valli e montagne, perciò sono più abituato all’altezza, ai boschi, ai declivi. Eppure da qualche parte dentro di me riposa una strana nostalgia per paesaggi che non ho mai visto, per distese di sabbia silenziose e palmizi che tremano all’orizzonte. Di recente mi sono imbattuto in un poema composto nel 1903 da Mokhammed äg Mekhiia, un autore tuareg nato nel 1870. È una lunga fantasticheria, nella quale il poeta passa in rassegna i luoghi che lo separano dalla sua amata. Il testo diventa una rassegna di nomi, simile a quelli che gli studiosi di letteratura araba chiamano “poemi geografici”; l’etnografo Dominique Casajus propone invece, per la rêverie di Mokhammed äg Mekhiia, la definitione di poème de Noms de Pays, con un chiaro riferimento a Proust. Ecco qualche verso in lingua originale.

[…]
Nei Tamada, netrem Êlisen,
Nas Ti-n-täğart ed Ihaouaghâten,
D Ädîkel et Mechredden
Et Tékadeout, netrem Ihaien
Et Tehalaouait, asegh Iouallen
Et Ti-n-täğart, ekkegh I-n-semmen;
Neğ dât-ämoud, eklegh Âseqqen,
Nei Ti-n-älous, ekkegh Âseqqen,
Nas dägg äğêdé dagh Oulaouen.
Ğïgh Tenist dagh gân bareqqâten;
A n nermes akli n Selâmâten
Ğïgh Ti-n-täouâfa d Bereghrâghen.
[…]

Non ci sarebbe quasi bisogno di traduzione, tanto questa litania evoca di per sé stessa la fatica del cammino nel deserto, la lunghezza del viaggio e l’arsura della sete, con la tensione del desiderio che, di luogo in luogo, corre verso l’amata (e verso la freschezza dell’oasi). Anche il ritmo non è casuale: intono il mio canto – scrive Kourman, un altro poeta tuareg – e il passo del cammello mi dà la cadenza. La parola elweylwey, anche soltanto con il suono, richiama la marcia del méhari, il dromedario da monta che si usa nel deserto.
Ecco la traduzione in italiano dei versi di Mokhammed äg Mekhiia: Lasciamoci alle spalle Tamada, scendiamo lungo la valle di Êlisen, andiamo nella valle di Ti-n-täğart e in quella di Ihaouaghâten, raggiungiamo Ädîkel, Imechredden e Tékadeout, scendiamo le valli di Ihaien e di Tehalaouait, troviamo le acque di Iouallen e a quelle di Ti-n-täğart, andiamo a quelle di I-n-semmen; partiamo all’ultimo terzo della notte, fermiamoci a Âseqqen nelle ore calde del giorno, lasciamoci alle spalle il monte Ti-n-älous, andiamo nella valle di Âseqqen, arriviamo ai piedi delle dune di Oulaouen. Passo dal colle Tenist con le sue piste numerose; incontro lo schiavo di un uomo della tribù degli Iselâmâten tra il monte Ti-n-täouâfa e il monte Ibereghrâghen.
Alla fine uno si sente esausto come se davvero avesse percorso le dune del Sahara; in effetti, forse, anche questo è un modo di esplorare il deserto. Non so spiegarmi le ragioni dell’affinità che sento con questi nomadi e queste terre così lontane dalla mia esperienza. Ma quando penso all’origine, penso al sud. Nella mia mente, da sud viene un chiarore primigenio di cose ancora abbozzate, di speranze, di storie appena sorte.
Credo che la letteratura viva anche grazie a queste divagazioni, nel tempo e nello spazio. I nomi nell’Orario Ferroviario s’incrociano con il méhari dei tuareg: è un fermento, una crescita misteriosa che conduce a nuove storie.
Un’altra città che non ho visto è Buenos Aires. Il nome suscita vie, piazze, musiche e ombre che forse non conoscerò mai dal vivo. Tuttavia mi basta leggere qualche verso di Borges per sentirmi come se anch’io fossi stato laggiù, tra portici e cisterne, e avessi contemplato le costellazioni dell’emisfero sud da un cortile nascosto.

Desde uno de tus patios haber mirado
las antiguas estrellas,
desde el banco de
la sombra haber mirado
esas luces dispersas
que mi ignorancia no ha aprendido a nombrar
ni a ordenar en constelaciones,
haber sentido el círculo del agua
en el secreto aljibe,
el olor del jazmín y la madreselva,
el silencio del pájaro dormido,
el arco del zaguán, la humedad
– esas cosas, acaso, son el poema.

La lirica s’intitola El sur ed è tratta da Fervor de Buenos Aires, una raccolta pubblicata da Borges nel 1923. Ecco la traduzione: Da uno dei tuoi cortili aver guardato / le antiche stelle, / dal sedile in / ombra aver guardato / quelle luci disperse / che la mia ignoranza non ha imparato a nominare / né a ordinare in costellazioni, / aver sentito il cerchio dell’acqua / nella segreta cisterna, / l’odore del gelsomino e della madreselva, / il silenzio dell’uccello addormentato, / l’arco dell’androne, l’umidità / – tali cose, forse, sono la poesia.
Se Proust e Mokhammed äg Mekhiia traggono l’incanto poetico dai toponimi, Borges invece qui lavora proprio sull’assenza di nomi, con quelle antiche stelle, quelle luci disperse / che la mia ignoranza non ha imparato a nominare. Ma a volte non c’è bisogno di sapere neppure i nomi. A volte basta una parola sola, di sole tre lettere, per portarci in capo al mondo. Sud.

PS: La traduzione di À côté de chez Swann. III. Nom de pays: le nom, pubblicato da Proust nel 1913, è quella scritta per Einaudi da Natalia Ginzburg del 1946 (poi rivista dall’autrice stessa nel 1990). I versi di Mokhammed äg Mekhiia si trovano in Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Il poema è citato anche da Dominique Casajus in Gens de parole. Langage, poésie et politique en pays touareg (La Découverte, Paris 2000). Dal volume di Casajus provengono pure i versi di Kourman (nato nel 1912 e morto nel 1989). La traduzione in italiano è mia, a partire dalle versioni francesi di Foucauld e Casajus. La traduzione di Borges è di Domenico Porzio, tratta da Tutte le opere (Mondadori 1984).

PPS: La prima immagine è un’edizione della Recherche che apparteneva allo stesso Proust; la seconda (presa dal sito Le fou du Proust) raffigura l’Orario ferroviario edito da Chaix nel 1906: era forse quello a cui si riferiva Proust quando, nel 1907, scrisse su “Le Figaro” che la saggezza sarebbe sostituire tutte le relazioni moderne e molti viaggi con la lettura dell’Almanacco del Gotha e dell’Orario ferroviario. La terza foto (presa dal sito Proust-ink) rappresenta la stazione di Illiers, chiamata Combray nella Recherche e ora ufficialmente Illiers-Combray. Le immagini del deserto sono tratte dal numero 84 della rivista “Meridiani” (dicembre 1999) e dal volume I Tuareg dell’Aïr di Ketty Adornato (testo) e Rino Cardone (foto), edito da Città del Sole (2005) per l’organizzazione umanitaria Bambini nel Deserto.

PPPS: Questo articolo riprende parzialmente Le antiche stelle, un breve saggio che ho scritto per l’ottavo numero della rivista letteraria Achab (in uscita la settimana prossima). Ringrazio per lo spunto e per la collaborazione Nando Vitali, Maria Rosaria Vado e Vincenzo Gambardella.

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