Amores nuevos

LIBRI IMPOSSIBILI (MARZO)
#libriimpossibili2021 è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Ronald De Pisis, Brillantina, Franco Ceschi Editore, 2020, 73 pagine

Quarta di copertina
«Da più di quarant’anni Ronald De Pisis raccoglie i suoi aforismi in grandi quaderni con la copertina nera. Diventati quasi un oggetto di culto fra i pochi fortunati cui era concesso leggerli, ora gli aforismi sono finalmente stampati nero su bianco. De Pisis ha distillato pazientemente il meglio di decenni di studi e osservazioni della natura umana: frasi brevi, intuizioni, appunti che sembrano esistere da sempre e che invece nessuno aveva mai pensato prima. Sospeso fra malinconia e saggezza, passione e disincanto, lo stile di De Pisis non manca mai di precisione e ironia. Il Maestro era solito dire agli amici e agli estimatori che “pubblicare un libro prima dei sessant’anni è un gesto di temeraria incoscienza”. Ora, passati i sessanta, De Pisis ha finalmente aperto lo scrigno dei suoi tesori».

Prefazione dell’autore
«A sessant’anni, durante un viaggio in Andalusia, vidi una pianta dal nome soave: amores nuevos. Mi ricordai che la stessa cresceva pure da noi, nei campi verso il mare. Da bambino la chiamavo “erba brillantina” e pensavo che fosse incantata. Poi da ragazzo cercai a lungo amores nuevos nelle balere di periferia. Indossavo il completo a righine, le scarpe lucide, e mi tiravo indietro i capelli con la brillantina, sempre pensando che quella roba fosse un incantesimo. Qualche giorno fa, compiuti i sessantasei anni, mi ha preso il desiderio di scrivere un libro: il tempo ormai è maturo, forse anche troppo. Non so ancora se intitolarlo “Brillantina” o “Amores nuevos”: deciderò all’ultimo, come sempre. Sulla copertina andrà la foto della pianta, con didascalia in latino: briza minor, giacché un po’ di latinorum aiuta a creare l’atmosfera. Ma non aspettatevi incantesimi; tuttalpiù, come i vecchi prestidigitatori, farò sparire un foulard e due monetine».

Ronald “Ronnie” De Pisis nasce il 5 aprile del 1955 a New York da madre americana e padre napoletano. All’età di quattro anni rientra in Italia con la famiglia: prima in Lombardia, a Limone sul Garda, per un periodo di tre anni, poi definitivamente a Napoli. Dopo gli studi in lettere all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e un’esperienza in Inghilterra, all’Università di Reading, dove difende una tesi di dottorato su H.P. Lovecraft, De Pisis torna a Napoli e fino alla pensione lavora come insegnante di francese e inglese in un liceo cittadino. Nel 1997 vince il Premio di Montesarchio con il saggio L’occhio del ciclone. Tre casi di weird fiction (I Quaderni di Fantascienza, 1996). Brillantina è il suo primo libro di aforismi.

Tre domande all’autore

YB+AF:Ronald De Pisis, dopo aver pubblicato diversi saggi durante la sua carriera di ricercatore e insegnante, oggi – all’età di 66 anni – ha deciso di condividere i suoi aforismi. Perché questa scelta e quali sono le caratteristiche che più le stanno a cuore della scrittura per aforismi?
RDP: Vi risponderò con una osservazione di Gesualdo Bufalino, lui pure approdato alla pubblicazione in tarda età: «Anche quando le parole sembrano più volarmi sotto la penna, sento che hanno, ciascuna, un grammo di piombo nell’ala». Ho trascorso anni a spiombarmi le ali: una pagina ridotta a un paragrafo sublimato in una riga. Nel frattempo mi toccava l’incombenza di vivere, medicata dalla possibilità di leggere. Come diceva lo stesso Bufalino, anch’io mi commuovo per tutto ciò che è scritto, dalla Bibbia all’elenco telefonico. (Anzi, la rapida sparizione degli elenchi telefonici è un cruccio della mia tarda età.) Vivendo, dunque, scrivevo, quasi per distrazione. La saggistica era un obolo che pagavo al mio senso dell’avventura: è meno costoso scrivere una dissertazione su un madrigale del Tasso che partire per un viaggio nella foresta amazzonica; ma entrambe sono attività colme di pericoli. Vengo al sodo: degli aforismi amo l’eleganza un po’ sfacciata, l’ambizione di racchiudere in sé molte pagine non scritte. Un aforisma – o un aforismo, per usare la forma corretta – è come un gesto abbozzato, una rapida stretta sul braccio per dire: sono qui, sono accanto a voi, anch’io finalmente voglio dirvi qualcosa, ma brevemente, anzi fulmineamente. Il tempo di pronunciare una parola ed essa già diventa ricordo, sogno di epoche preistoriche, pietra tombale o – chi può dirlo? – astronave per futuri e inimmaginabili mondi.
YB+AF:In una recente intervista ha dichiarato di scrivere aforismi fin dall’adolescenza. Come ha lavorato per selezionare quelli da pubblicare? È stata una scelta ardua?
RDP: Mi viene in mente una storiella che viene dall’Indonesia e che narra di un uomo qualsiasi, che scoprì un giorno di avere il cosiddetto “pollice verde”: riusciva senza fatica alcuna a coltivare i più bei fiori che si fossero visti nella sua regione. In poco tempo divenne una piccola personalità sull’isola di Sumatra. Quando tuttavia un ricco possidente gli chiese di lavorare per lui, e di abbellire coi fiori le sue ville di campagna, l’uomo respinse l’offerta e bruciò tutti i suoi campi. I suoi amici insorsero e gli chiesero se non avesse esagerato, se non fosse stato troppo frettoloso. Lui rispose laconico: “Precipitosa è la via della libertà”. Con tali parole definirei anche la mia selezione: precipitosa, ma senza serbarne alcun rimpianto o rimorso. Ho una collezione di aforismi che sfugge dal mio controllo: non potevo che agire con intuito, annusando le carte, e scegliere affidandomi alla fortuna. In alcuni frangenti ho usato un dado che mi è molto caro, l’icosaedro, quello con venti facce. Mi sono assai divertito.
YB+AF: Lei ha insegnato per tutta la vita, ma accanto all’attività scolastica ha coltivato una singolare passione per il collezionismo. Osvaldo Cravero, in un articolo sul “Corriere del Mezzogiorno”, l’ha definito «collezionista seriale e stravagante», citando fra l’altro il suo debole per i campanelli da bicicletta e i rastrelli da giardino. Nello stesso articolo, si racconta di come lei abbia instaurato l’usanza personale di bersi ogni giorno un caffè allo scoccare delle 10:10, senza eccezioni, tanto che in alcuni bar del suo quartiere si parla – anche in sua assenza – di “caffè De Pisis”. Che rapporto esiste fra queste sue “tradizioni” (private e pubbliche) e la sua scrittura?
RDP: Perdonatemi la debolezza, forse lievemente senile, di rispondervi ancora con le parole di uno dei miei maestri. Si tratta stavolta del grande scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila, il quale ebbe a dire: «Nessuno parla così chiaramente di sé stesso come chi parla d’altro». Non mi è facile discutere di me, dei miei vizi e delle mie abitudini. Il mio gusto per alcuni meravigliosi oggetti – che squillino felicità per le strade o che massaggino il suolo – è forse un tentativo di restare ancorato al qui e ora. Che volete, non ho la forza di entrare in un “social network”: sono intimorito dalla crescente smania di manifestare la propria opinione, come pure dalla tendenza a indulgere in una rabbiosa suscettibilità. Scrisse Gómez Dávila: «Maturare è veder crescere il numero di cose sulle quali sembra grottesco avere un’opinione, favorevole o contraria che sia». Se i miei giorni sono scanditi da piccoli, precisi rendez-vous, potrebbe essere un modo per compiere il mio desiderio di vivere la pienezza del presente. In altre parole: per sottrarmi al dominio delle opinioni, cerco di essere fedele ai piccoli gesti della mia e nostra vita quotidiana.

Alcuni aforismi tratti dal libro
(clicca qui per leggerli in pdf)

Ho vissuto un’adolescenza pleonastica.

La pace dei sensi è una guerra che si perde sempre.

«Il capitano affonda!» gridò la nave. «Si salvi chi può!»

Rileggendo il Furioso: Ingiustissimo Onor, perché si raro / corrispondenti fai nostri pensiri? / Onde, perfido, avvien che t’è sì caro / il concorde doler di due martíri?

Nidificare in un cespuglio sempreverde è come ingannare le stagioni, ma non renderà i tuoi pulcini né più forti, né più scaltri.

Ogni parola è sull’orlo dell’abisso.

Un giorno un androide si rese conto di quanto il suo proprietario invidiasse le sue conoscenze. E lo ebbe in pugno.

In indovino veritas?

Bisognerebbe affrontare la morte come si legge un romanzo di avventura.

Ah, il profumo profumato del bosco boscoso!

Amo gli ossimori concordi.

Le migliori conversazioni non sono altro che la punteggiatura del silenzio.

La casa non ha radici.

Era un uomo fedele ai suoi principi, proprio come un cane che finisce per affezionarsi alle proprie pulci.

Che l’inferno sia una lunga gita turistica?

Il bambino era convinto che la manza al pascolo fosse un montone, finché questa fece pipì. Talvolta la verità appare in forma di deiezione.

La rugiada è il pianto del gallo.

Nel salone cominciò il grande ballo. Violini, fruscii di seta, gentiluomini e damigelle audaci. Poco dopo la mezzanotte, in un angolo oscuro, una coppia si avvinghiò in un intenso, interminabile, appassionante selfie d’addio.

Talvolta le vecchie bugie vengono promosse a verità.

Prospettive future: l’uomo senza terra o la terra senza l’uomo. Nel dubbio, non resta che andare al mare.

Se una formica avesse un giorno coscienza di sé, continuerebbe a essere una formica?

L’intelligenza è il più spaventoso dei vizi.

Soltanto morendo s’impara a vivere. 

***

NB: Per questioni meramente giuridiche (legate ai diritti editoriali dell’opera), non siamo purtroppo autorizzati a pubblicare in questa sede la copertina del libro. Vi invitiamo a cercare il volume nelle librerie o nelle biblioteche.

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Il mistero della casa

LIBRI IMPOSSIBILI (FEBBRAIO)
#libriimpossibili2021 è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Lucio Costa, Casa mia, Ed. Spirito Giallo, 2020, 182 pagine

Quarta di copertina
«Un terribile omicidio viene commesso in una villa immersa nella campagna piemontese. La polizia è alle prese con un torbido intrigo di famiglia. Sembrano le premesse per una classica vicenda poliziesca, ma questa volta a raccontare la storia è un personaggio fuori dall’ordinario: la casa in cui è avvenuto il delitto. L’insolito punto di vista consente all’autore di sviluppare una trama ricca di colpi di scena e nello stesso tempo di scavare nella psicologia dei personaggi. Un lavoro di assoluta originalità nel panorama del nuovo giallo italiano e non solo».

Lucio Costa è nato a Sorengo nel 1994 ed è cresciuto a Lugano. Dopo il liceo, si è trasferito in Piemonte per gli studi in letteratura comparata e comunicazione. Attualmente vive a Torino, dove lavora come copywrighter. Casa mia, il suo esordio narrativo uscito nel 2020 per Spirito Giallo, è stato presentato da Luca Crovi nel quadro del Cureggio Noir Festival. Ne hanno parlato Nanni Canconi sul quotidiano “La Stampa” e Gianni Biondillo sul blog “Nazione Indiana”. Il romanzo sarà pubblicato in Francia dalla prestigiosa casa editrice Flammarion.

Tre domande all’autore

YB+AF: Lucio Costa, il primo aspetto che colpisce del suo romanzo è naturalmente la prospettiva narrativa, affidata dall’inizio alla fine agli “occhi” della casa in cui avviene l’omicidio dell’avvocato Pirello. Un approccio originale che crea anche una particolare suspense: alcuni avvenimenti restano sconosciuti al lettore per il semplice fatto che avvengono fuori casa, mentre altri dettagli minimi e quotidiani (e forse secondari ai fini della trama) vengono raccontati con grande dovizia. Come è giunto a questa scelta o “soluzione” narrativa?
LC: Stavo lavorando al romanzo con un punto di vista più tradizionale, ma avevo l’impressione di scrivere l’ennesimo giallo con il solito poliziotto, la scientifica e via discorrendo. In quel periodo stavo leggendo Here, una graphic novel di Richard McGuire in cui l’autore compie un esperimento narratologico dove una sola stanza di una casa viene mostrata in diverse epoche temporali, delineando una storia che procede dalla preistoria(prima che la casa venisse costruita, ma lo “spazio” già c’era) fino al 2111. Mi sono detto: è come se fosse la stanza a raccontare la storia! Allora ho impostato il romanzo diversamente, seguendo il flusso di una voce che è nello stesso tempo tutti i personaggi e nessuno di loro. La casa è il destino: il luogo della disperazione ma anche la tensione verso un ritorno, verso la pace. Scrivendo avevo in mente pure il capolavoro di Perec, La Vie, mode d’emploi, in cui vene rivelata per segmenti la vita di tutti gli abitanti di un palazzo. Nel mio romanzo la casa è la narratrice e, in un certo senso, anche la “persona” che compie l’indagine. In questo modo, seguendo l’ispirazione di Perec, ho cercato di raccontare non solo i fatti brutali del poliziesco, ma anche il flusso della quotidianità, quella che Perec chiamerebbe l’infra-ordinaire.
YB+AF: Nel romanzo ci sono effettivamente diversi riferimenti alla letteratura francese. La proprietaria della villa, per esempio, è una seguace della patafisica, la scienza dell’immaginario inventata da Alfred Jarry; le sentenze dell’anziana signora, sempre sul filo dell’assurdo, fanno da controcanto cinico alla narrazione, con molta ironia. Poi c’è Marcel Proust, con l’epigrafe tratta proprio dalla Ricerca del tempo perduto: «L’essere che sarò dopo la morte non ha maggior ragione di ricordarsi dell’uomo che io sono dalla mia nascita in poi di quanta ne abbia quest’ultimo di ricordarsi di ciò che sono stato prima di nascere» (dalla trad. di Maria Teresa Nessi Somaini)…
LC: La cultura francese ha cominciato ad affascinarmi all’università. Ho scoperto autrici e autori con cui ancora oggi trascorro molto del mio tempo. Della citazione in esergo non posso dire molto, visto che gioca un ruolo chiave nell’intera vicenda. Ma posso dire che a lungo ho riflettuto se aggiungere una seconda citazione di Perec, una frase che avevo stampato e tenuto accanto al computer durante i mesi di stesura del romanzo: «Vivere è passare da uno spazio all’altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male». Anche in questo caso, chi leggerà il libro capirà. Quanto alla patafisica, be’, è una delle cose più spassose che io conosca: non poteva mancare nel mio primo libro. È anche un modo per fare un passo indietro, non dimenticare che basta poco per prendersi troppo sul serio e credere di avere la verità in tasca. Errore imperdonabile, credo, per chi scrive.
YB+AF: Lei è nato e cresciuto nel Canton Ticino. Che rapporto sente di avere, oggi, con la Svizzera italiana? Cosa rappresenta questo territorio, per lei?
LC: Mia madre è svizzera (di Lucerna) e Lugano è la città in cui ho scoperto il mondo. Dopo il liceo mi sono trasferito a Torino. Da qualche anno anche i miei genitori abitano in Piemonte, ma i miei legami con la Svizzera italiana sono rimasti forti. In Ticino ho molti amici e infatti mi capita di tornare spesso. Inoltre il mio “imprinting” è segnato anche dagli scrittori ticinesi e dagli eventi culturali locali. Ricordo per esempio che in prima o seconda liceo, al festival “Tutti i colori del giallo”, conobbi le autrici Margherita Oggero, che è di Torino, ed Elisabetta Bucciarelli, che ho poi rivisto spesso in varie rassegne. Forse proprio in quell’occasione decisi che prima o poi avrei provato anch’io a scrivere un romanzo poliziesco.

Un estratto dal libro
(clicca qui per leggerlo in pdf)

[…]
– Non credo che sia in ufficio.
– Ma allora dov’è?
– Non lo so.
– Andiamo a vedere.
Il commissario Bardi e il suo subalterno uscirono dalla porta sul retro e ripresero a parlare, gesticolando, troppo lontani perché potessi sentirli o vederli.
E Anita? Rientrai dentro me stessa: la donna sedeva sulla poltrona del salotto, gli occhi cerchiati di stanchezza. Nella sua grigia disperazione insisteva a mostrarsi determinata, quasi gelida. “Sei lontana”, le aveva detto Marco prima di andare dal notaio. Si erano abbracciati senza enfasi. Io mi ero concentrata, avevo chiuso mentalmente tutte le finestre. Pensavo di cogliere almeno un segnale, un filo di complicità. Nulla: sembravano a un punto di non ritorno.
Ora Anita aveva rilassato le spalle e curvato leggermente la schiena. Lo sguardo però sempre immobile e teso. La polvere girava nel vuoto e pensai che per gli umani la morte arriva di colpo, come un pensiero involontario. Le maschere vengono a cadere. Le convenzioni e i sorrisi di facciata, così come le relazioni superflue, si accartocciano e prendono fuoco. Gli umani cambiano, muoiono, nascono, fanno tutto così in fretta. Non stanno mai fermi.
Anita si alzò. Sentii la carezza della luce obliqua che illuminava gran parte del salotto. Cominciava a essere tardi. La donna spostò i bicchieri e la brocca sul vassoio e portò tutto in cucina. Percepii il peso del suo passo, rigido come quello di un automa. Continuava a esibire indifferenza, anche ora che si muoveva sola nelle stanze silenziose. Passò due volte vicino allo stipite dove nemmeno tre giorni prima aveva trovato il cadavere dell’avvocato Pirello. Il “suo” avvocato, diceva Marco quando parlavano di lui.
Io mi rilassai. Feci un giro rapido dei locali, lasciandomi cullare dall’ultimo sole. Sentivo il calore sulle finestre e sulle tegole del tetto. Presto sarebbe tornata la gatta.
Poi suonarono alla porta.

[Dal capitolo III, pp. 56-57]

***

NB: Per questioni meramente giuridiche (legate ai diritti editoriali dell’opera), non siamo purtroppo autorizzati a pubblicare in questa sede la copertina del libro. Vi invitiamo a cercare il volume nelle librerie o nelle biblioteche.

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Anch’io dagli abissi ti chiamo

LIBRI IMPOSSIBILI (GENNAIO)
#libriimpossibili2021 è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Naomi E. Taro, Notizie da Kokovoko, a cura di Silvio D’Alessio, Ed. Nuove Poetiche, 2020, 129 pagine

Dal risvolto di copertina
«[…] non poteva che essere una voce poetica femminile quella di una terra che sta scomparendo, Nuatambu, novella “isola che non c’è” di un mondo che cambia troppo in fretta. […]»

Naomi Elisabeth Taro nasce a Nuatambu (Isole Salomone) nel 1972. Durante l’infanzia, si trasferisce con la famiglia negli Stati Uniti, prima in Texas e poi nello Utah. Laureata in letteratura inglese, vive oggi in Canada con il marito, l’artista plastico Nick Glove. Insegna come libera docente all’Università di Toronto. Esordisce giovanissima, nel 1992, con due plaquette autoprodotte, a cui seguono le raccolte poetiche A Wednesday’s Afternoon (1995), Looking for Queequeg (2000), Diagnostics (2007), Two Winter’s Tales (2014) e Reports from Kokovoko (2018), quest’ultima tradotta in italiano da Silvio D’Alessio nel 2020.

Tre domande all’autrice

YB+AF: Diciotto anni dopo Looking for Queequeg, un altro libro che prende esplicitamente spunto da Moby Dick. Perché? Quale è l’attualità dell’opera di Herman Melville?
NT: Non è questione di attualità: Moby Dick attraversa le epoche. E non smetterà di farlo finché ci saranno umani sulla terra. Non è solo un libro, è un universo coeso in cui si può trovare quasi qualunque cosa. Abbiamo tutti un libro feticcio, con cui intratteniamo un rapporto speciale. Per me è Moby Dick. Lo rileggo ogni anno. Che due miei libri siano nati da quelle pagine non ha nulla di programmatico: è semplicemente successo. E non poteva andare diversamente.

YB+AF: Kokovoko è un luogo letterario, un’isola inventata appunto da Melville, che afferma: «Non è segnata in nessuna carta: i posti veri non lo sono mai». Ma nel suo libro si è anche subito trasportati sulla sua isola natale, Nuatambu, che purtroppo sta scomparendo sotto le acque, diventando paradossalmente una sorta di nuova Kokovoko. Quanto incide la geografia delle sue origini nella sua scrittura?
NT: Ho trascorso i miei primi anni di vita a Nuatambu. Sono sempre stata legata alle mie origini e all’inizio degli anni Novanta sono tornata ad abitare lì per qualche anno. Già allora la situazione stava diventando drammatica. Ma quando sono tornata di nuovo, nel 2016, mi sono sentita morire. Oggi la superficie è più che dimezzata. La casa dove sono nata è scomparsa, come quella di molti miei parenti. Gli abitanti vengono trasferiti nelle zone più elevate o in altre isole. Il riscaldamento globale, accentuato da cause antropiche, sta segnando il destino delle Isole Salomone. Nuatambu sparirà dalle carte, ma occorre preservare la sua essenza, il suo spirito. I posti veri non sono segnati sulle carte perché la geografia esterna è solo un riflesso di quella interna. Questa geografia interna è la ferita da cui ha origine la mia scrittura.

YB+AF: In Notizie da Kokovoko il racconto della vicenda di Nuatambu s’intreccia con una riflessione più intima. L’io poetico si presenta come «sommerso», mentre la poesia è «canto residuo di balene ventre buio dell’abbandono / sogno popolato di allarmi».
NT: Ma l’isola è inscindibile dalla mia intimità. È parte del mio io e lo si nota anche dalla citazione a cui fate riferimento, che di fianco a «sommerso» dice: «animato dalle invisibili profondità delle acque». Ci tengo molto, perché non voglio scrivere poesie memoriali. Voglio scrivere poesie della vita. Quella che resta, che si evolve. La poesia è una voce multipla, percorsa da suoni del passato e del presente. Sogni individuali e collettivi. 

(Ringraziamo Silvio D’Alessio per averci messo in contatto con Naomi Taro e per aver tradotto questa breve conversazione).

Due estratti dal libro
(clicca qui per leggerli in pdf, in una veste graficamente più curata)

siamo qui con i volti scuri come bandiere / siamo i morti di Nuatambu che tornano a ispezionare il paese di coralli e le navi bianche / e l’uomo con le pinne (al sole è meraviglioso fare snorkeling) incontra gli occhi aperti degli antenati / anch’io dagli abissi ti chiamo / il professore riunisce gli abitanti mostra il destino in slow motion / anch’io dal profondo imploro una voce una tregua nella fuga – quanti anni, professore? quanto manca?

*

la bambina non piange mai quando scende il buio / la sabbia il cielo e i riflessi già trascorsi nell’orizzonte mobile che si spalanca / quante volte ancora il tuo cielo sarà il mio specchio la mia luce la mia fine se mi senti non cercarmi ma lasciami andare / la plastica delle confezioni del discount vicino alle lattine sembra cuocere al sole

***

NB: Per questioni meramente giuridiche (legate ai diritti editoriali dell’opera), non siamo purtroppo autorizzati a pubblicare in questa sede la copertina del libro. Vi invitiamo a cercare il volume nelle librerie o nelle biblioteche.

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Sorridi, se vuoi

CARTOLINE (DICEMBRE)

“Cartoline” (#cartoline2020) è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli.

CARTOLINA NUMERO 45
Da Kingman, Arizona, Stati Uniti


Da quando la Atchison, Topeka and Santa Fe Railway ha costruito il deposito di Kingman sulla linea secondaria che si interrompe a Mullinville, non pochi personaggi taciturni e minacciosi hanno cominciato a transitare dalla cittadina. Non siamo e non saremo gli ultimi, insomma, anche se oggi le nostre preoccupazioni riguardano il carico speciale che avremmo dovuto ritirare per conto del Gordo. La polvere sotto gli stivali è sempre la stessa, ma l’ombra che gira e s’allunga non promette niente di buono. Il convoglio sarebbe dovuto passare da un pezzo. Ci scambiamo uno sguardo cupo: ci sono in ballo interessi che vanno al di là della nostra immaginazione, come ci ha lasciato intendere ieri sera il guerriero che si fa chiamare Mastamho. Gli uomini del Gordo dicono che c’è poco da fidarsi della popolazione mohave. A noi, per dirla tutta, pare che ci sia poco da fidarsi di chiunque decida di mettere radici in questo posto, che lo si chiami Kingman o Huwaalyapay Nyava. Per esempio, chi è questo che viene, proprio mentre ti stiamo scrivendo, e sembra armato e ci fa segno da lontano di non muoverci, sventolando una cartella di cuoio? Non giriamoci intorno: ci siamo messi nei guai. Una volta di più.

CARTOLINA NUMERO 46
Dal ventre di un grosso pesce

All’inizio sembrava una virgola, un’increspatura nell’acqua grigia. Quando ci siamo avvicinati, però, abbiamo riconosciuto la forma di un’isola nera e lisciata dal vento. Abbiamo calato la scialuppa e dopo due colpi di remi l’isola ha spalancato enormi fauci, piombando su di noi. Troppo tardi abbiamo capito che si trattava del Grande Pesce. Proprio lui: il Cetaceo, il Pescecane, il Kraken, il Leviathan. O la Balena. Le sue viscere sono buie, umide e soffocanti. Ci facciamo strada fra relitti di navi, scheletri, masserizie. Poi, in lontananza, intravediamo una luce. «Ohi! Che fate costì? Venite, venite…» Intorno a un tavolo stanno un vecchietto tutto bianco, un individuo magro e barbuto ma dall’aspetto solenne e un burattino di legno. È il vecchio a fare le presentazioni: «Mi chiamo Geppetto e son falegname, molto lieto! Questi è il mi’ figliuolo Pinocchio e questi è il signor Giona, che di mestiere fa il profeta». Il burattino tira fuori le carte: «Che bello, ora possiamo fare un poker in cinque!» Ci sediamo con cautela e, cercando d’ignorare il persistente odore di pesce, cominciamo la partita. Giona ci dà un’occhiata in tralice: «Attenti», mormora, «il burattino tenterà di fregarvi».

CARTOLINA NUMERO 47
Da Sidi Bou Said, Cartagine, Tunisia

Azraq. Oggi comprendiamo perché la parola “azzurro” proviene dall’arabo. Appena arrivati a Sidi Bou Said, un sobborgo a nord-est di Tunisi, abbiamo vagato tra i vicoli in salita, in mezzo a case bianche con porte celesti. Dalla cima si vedono il golfo di Tunisi e il luogo dove milleduecento anni fa Cartagine splendeva nella sua potenza. Ogni cosa è lāzuwardī: l’azzurro del mare rispecchia quello del cielo, quello delle porte, quello dei nostri sguardi e dei nostri respiri. Sidi Bou Said è un approdo turistico; anzi, nel 1915 fu il primo sito al mondo a venir considerato protetto. Ma oggi il vento porta immagini avventurose e il pensiero corre ad Annibale, che da qui trascinò il suo esercito fin sulle Alpi – azzurro il cielo spezzato dai monti, azzurre le genziane nei prati macchiati di neve… – prima di scendere faticosamente verso l’Italia. Per noi, in un attimo, è come sentirsi a casa. Dove abitiamo non si vede il mare, eppure anche noi apparteniamo al Mediterraneo. Anche noi soffriamo per le sue ferite. Azraq, azul, azur, azzurro, blu ċar, e kaltërt, galázio, mavi, modrá, plava, ṯelet… Sebbene risuoni in molte lingue, il colore è sempre lo stesso. E oggi appare vivo, brillante, come una bandiera di speranza.

CARTOLINA NUMERO 48
Dall’interno di un social network

Abbiamo confezionato una fotografia con commento, due “tag”, e ancora data e località. Poi abbiamo gettato il tutto nel fitto della foresta telematica, fra pollici alzati e faccine che ridono, faccine che piangono, faccine che abbracciano cuoricini, accompagnati da ripetuti inviti a condividere, a dire come ci sentiamo, a fare amicizia. Più sotto, come un pieghevole che si moltiplica senza fine, i commenti pedagogici: «forse non hai capito», «ti sbagli di grosso», «dove andremo a finire», «sei un cretino!», «fascista!!», «sei bravissimo!!», «guarda le statistiche!!!», «ti banno!!!!», «ti amo!!!!!». E citazioni, bestemmie, poesie, ricordi, grida d’aiuto. Intanto, là fuori, la vita oscilla tra un vagito meraviglioso, un appuntamento mancato, una madre che respinge il suo piccolo, una stella filante, la voce tenue di chi si è perso e non si ritroverà. Sorridi, se vuoi.

PS: Dicembre è il dodicesimo e ultimo mese del progetto #Cartoline2020. In un anno così imprevedibile, nel quale viaggiare è diventato più difficile, talvolta impossibile, è stato per noi significativo compiere insieme queste quarantotto ricognizioni avventurose. Speriamo siano piaciute anche a voi.

PS: Potete leggere qui le prime quattro cartoline. Le successive: qui dalla 5 alla 8, qui dalla 9 alla 12, qui dalla 13 alla 16, qui dalla 17 alla 20, qui dalla 21 alla 24, qui dalla 25 alla 28, qui dalla 29 alla 32, qui dalla 33 alla 36,  qui dalla 37 alla 40 e qui dalla 41 alla 44.

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Questo sono io

Se avete qualche minuto di tempo, mi piacerebbe che andassimo insieme nella steppa asiatica, vicino all’avamposto occupato da un distaccamento dell’armata mongola. È il IV secolo avanti Cristo ed è un giorno come tutti gli altri. Raffiche di vento, odore di cuoio, di cavalli. Gli ordini secchi dei comandanti, i colpi di un martello. Un gruppo di soldati sta giocando a dadi, ai margini dell’accampamento, mentre due cani si azzuffano poco più in là. Lentamente il sole si arrampica nel cielo finché, all’inizio del pomeriggio, si staglia all’orizzonte un gruppo di uomini a cavallo.
Un fermento corre nella truppa… oggi non è più un giorno come tutti gli altri. Da mesi i soldati non vengono pagati, ma finalmente sono arrivati i soldi. Gli uomini si mettono in fila e il tesoriere, con fare solenne, consegna a ognuno di loro una moneta d’argento. Tutti ridono, si danno pacche sulle spalle. 
Un soldato basso, di corporatura robusta, si allontana senza dire niente. Dimostra quarant’anni e il volto, segnato dalla fatica, ha dei tratti occidentali. I suoi compagni, pur rispettandolo, ne hanno un certo timore, forse perché è mancino o perché ha gli occhi di due colori diversi: uno azzurro e l’altro nero. Fissando il soldo d’argento, il soldato prende a borbottare fra sé. Avviciniamoci, senza far rumore, e tendiamo l’orecchio. «Sono io – mormora con voce rotta. – Questo sono io.» Si rigira la moneta fra le mani. «Io ho fatto coniare questa moneta per celebrare una vittoria su Dario, quand’ero Alessandro di Macedonia.»

Questa piccola gita asiatica è ispirata a The Clipped Stater, una poesia di Robert Graves. Il poeta britannico immagina che Alessandro Magno non sia morto a Babilonia nel giugno del 323 avanti Cristo. Dopo una battaglia il condottiero era rimasto separato dall’esercito. Confuso, smarrito, a lungo vagò per una foresta e in seguito attraversò fiumi e montagne. Jorge Luis Borges, che amava questa leggenda, racconta che un giorno Alessandro «scorge i fuochi di un accampamento. Uomini dagli occhi obliqui e di carnagione gialla lo accolgono, lo salvano e infine lo arruolano nel loro esercito. Fedele al suo destino di soldato, partecipa a lunghe campagne nei deserti di una geografia che ignora.» Solo il giorno della paga Alessandro ritrova la sua identità. O meglio, riconosce una vicinanza fra l’uomo della moneta e l’uomo arruolato nell’esercito mongolo. È realmente la stessa persona?

La vita è un lungo moltiplicarsi. Se mi volgo indietro, se immagino il futuro, scorgo una quantità di Andrea diversi. Alcuni mi osservano con stupore infantile, altri sono disillusi, addolorati, malinconici, altri ancora mi offrono saggezza e perfino lampi di felicità. Ogni volta, con diffidenza prima e poi con meraviglia, mi convinco che siamo la stessa persona: quel che avevo di buono nell’infanzia non è perduto, anche se talvolta si nasconde ai miei occhi offuscati.
Anche scrivendo, e qui la faccenda si complica, m’interrogo sull’identità dei miei personaggi. È appena uscito per l’editore Casagrande il romanzo Le vacanze di Studer, che ho scritto a quattro mani con l’autore svizzero Fredrich Glauser. A quattro mani per modo di dire, visto che Glauser visse tra il 1896 e il 1938… In realtà l’editore ha fatto tradurre alcuni frammenti di un romanzo inedito, ambientato nel Canton Ticino, a cui Glauser stava lavorando prima di morire.

Glauser aveva abbozzato una trama: nel 1921 il sergente Studer, della Polizia cantonale bernese, sta trascorrendo una vacanza ad Ascona quando s’imbatte in un misterioso omicidio avvenuto nei ditorni del Monte Verità. La storia si muove tra ambienti sociali diversi: i commercianti e i pescatori di Ascona, gli artisti del Monte Verità, i primi turisti attirati dal Lago Maggiore. 
All’inizio ho faticato a trovare il passo, forse per soggezione. Leggo Glauser da quando sono ragazzo e lo ammiro per lo stile, per la capacità di evocare un’atmosfera, per la maestria con cui usa il genere poliziesco. Il suo obiettivo non era costruire un indovinello intorno a un cadavere e nemmeno titillare i lettori con scene morbose; al contrario, Glauser desiderava portare i lettori «in piccole stanze che non hanno mai visto», mettendo in scena personaggi memorabili. Il sergente Studer, creato negli anni Trenta, è protagonista di parecchi racconti e romanzi. Il suo metodo è molto simile a quello del commissario Maigret di Simenon, e consiste proprio nel non avere un metodo. Studer si muove con passo lento, parla con le persone, s’impregna degli odori, dei sapori, dei pensieri altrui.
Per superare le mie difficoltà, ho deciso di condividerle. Insieme alla storia, nella quale metto in scena Studer, ho narrato anche il modo in cui ho affrontato questa sfida. Mi ha aiutato il fatto che lo stesso Studer si trova in difficoltà, perché deve muoversi in un ambiente che non è il suo. Il Ticino è assai diverso da Berna e il poliziotto, con il suo dialetto svizzero tedesco, si sente impacciato, lontano dalla realtà. Questa condizione lo conduce a interrogarsi sul suo ruolo d’investigatore, ma non solo. A un certo punto, di fronte a una bambina appena nata, Studer vive un momento di vertigine.

«Studer sbirciò la bambina. I suoi occhi azzurri, sgranati, parevano intenti a osservare un mondo invisibile a tutti [gli adulti presenti]. Ad un tratto Studer ebbe nostalgia di quella vastità, di quella meraviglia. Un giorno anche lui aveva conosciuto la tenerezza e l’abbandono di chi si aspetta qualcosa dalla vita; di certo anche il piccolo Köbu, fra le rassicuranti strade di Berna, aveva fissato una fontana, un geranio, una carrozza, un ciuffo d’erba o un ciottolo, e forse li aveva visti per ciò che sono realmente. Chi ne sapeva di più? Il piccolo Köbu o lo smaliziato sergente Jakob Studer, della Polizia cantonale di Berna?»

È la stessa domanda: quella di Alessandro il Grande, quella di Studer, quella di tutti noi. Questi interrogativi giungono spesso nei momenti difficili, quando ci sembra di essere lontani dalla realtà, così come accade a Studer. Il mio augurio per Natale è che, anche in tempi segnati dalla crisi (sanitaria, economica, esistenziale…), sappiamo ritrovare il senso del passato e la speranza nel futuro, con la coscienza che entrambi non esistono se non ancorati nel presente, con tutte le sue ombre. Sembra contorto, «eppure – come scrive Glauser – la faccenda è naturale se non addirittura misteriosa, proprio come il fatto che un melo che si credeva seccato incominci d’un tratto a fiorire.»

PS: Buon Natale alle lettrici e ai lettori di questo blog!

PPS: Il romanzo Le vacanze di Studer. Un poliziesco rirovato (Casagrande 2020) è uscito in anteprima nella Svizzera italiana. A partire da gennaio sarà disponibile in tutte le librerie.

PPPS: La poesia The Clipped Stater di Robert Graves (1895-1985) venne pubblicata per la prima volta nel volume Welchman’s Hose, The Fleuron Press, London 1925. Si trova in numerose antologie e anche in The complete poems, Penguin Modern Classics, London 2003. Jorge Luis Borges (1899-1996) ne parlò in due racconti brevi. Il primo, Un mito de Alejandro, si trova nella raccolta Cuentos breves y extraordinarios (1955), scritta con Adolfo Bioy Casares e tradotta da T. Scarano con il titolo Racconti brevi e straordinari, Adelphi, Milano 2020; il secondo, Graves a Deyá, si trova nella raccolta Atlas(1984), tradotta da D. Porzio e H. Lyria con il titolo di Atlante in Tutte le opere, Mondadori, Milano 1985. Nell’articolo ho citato frasi da entrambe le versioni. Inoltre, Borges raccontò questa «favola tanto bella che meriterebbe di essere antica»in alcune conferenze e dialoghi (si veda per esempio l’intervista del 9 dicembre 1985 con Armando Verdiglione, pubblicata in Una vita di poesia, Spirali, Milano 1986).

PPPPS: La fotografia della moneta d’argento e quella che ritrae Glauser sono prese da internet. Purtroppo le dimensioni delle fotografie potrebbero risultare troppo grandi o troppo piccole, a seconda del supporto su cui leggete l’articolo. O magari invece saranno perfette. Sto riscontrando qualche problema tecnico che spero di risolvere al più presto.

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