Muling

[“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.]

Febbraio
Hanafuda: Pruno / Usignolo
Luogo: Muling, Mudanjiang, Heilongjiang, Cina
Coordinate: 44°49’25.9″N, 130°35’12.8″E
(Latitudine 44.82385; longitudine 130.58689)
«Ho avuto la gastrite», dice una donna al telefono nella piazza deserta. Io la osservo dall’alto, seduto sul terrazzo. Accanto a me, per terra, la carcassa dell’albero di Natale. Una colomba si posa in cima alla betulla. Gli aeroplani, lassù, fanno due scie lunghissime; nel cuore del silenzio disegnano una X. Io resto immobile. Sul terrazzo. Con l’albero che mi guarda e sembra rimpiangere tempi migliori. Ma ci sono tempi migliori? Migliori di questo, voglio dire, migliori dell’istante in cui scrivo della donna, della gastrite, dell’albero, della colomba. Vorrei che qualcuno mi raccontasse tutto ciò come una fiaba, come una delle storie meravigliose che da bambino ascoltavo prima di dormire. Certe volte spero che qualcuno da qualche parte custodisca quelle fiabe, per dirmele a bassa voce quando sarò in punto di morte. Intanto la colomba è volata via. Una sirena suona da lontano. Sulla strada  passa un camion della nettezza urbana.
Queste immagini e questi suoni mi tornano in mente poco prima dell’alba, nei campi intorno a Taihecun (太和村). Sono nel nordest della Cina, vicino al confine con la Russia, e sto camminando in un vuoto di storie. La terra è nera e secca, il terreno brullo. Cade una pioggia insistente. A quest’ora non c’è nessuno in giro, né contadini né animali. Corro il rischio di perdermi. Per fortuna a poco più di un chilometro c’è Taihecun, con le sue strade polverose, i suoi cortili e le sue fattorie colorate. Ho l’impressione di essere in un luogo remoto, ma mi rendo conto che non è vero. La città di Muling (穆棱市), il capoluogo della regione, dista appena dieci chilometri e ha trecentomila abitanti. Andando verso nord in automobile, potrei raggiungere in due ore Jixi (鸡西市), che di abitanti ne ha circa due milioni. E allora perché questa sensazione di vuoto, sotto la pioggia, nel grigio che precede l’alba?
È perché non senti-ti-ti, non senti, mi risponde il canto di un uccello. Mi guardo intorno. Sono qui, qui, qui. Sopra un palo di legno si posa un uccellino. Ha il becco arancione e la gola gialla. Appena lo guardo lui riprende a cantare. La cosa strana è che, pur riconoscendo che si tratta di un insieme di trilli e gorgheggi, riesco a capirlo come se fossero parole. Sai cosa volevo dirti-ti-ti? Faccio segno di no. L’uccellino allora comincia a raccontare che in questa regione c’è un bellissimo giardino di pruni selvatici, protetto da quattro mura. Sono pruni speciali, perché possono fiorire anche in pieno inverno, anticipando la primavera. È sufficiente che un uomo saggio entri nel giardino e li guardi. Se li guarda uno stolto non succede niente. Al contrario, lo sguardo di un saggio suscita la primavera, facendo sbocciare mille fiori rosa del colore dell’alba nascente o delle guance di una fanciulla.
L’uccellino ha finito di raccontare. Si posa su un cespuglio, poco più in là. Sento che sta per volare via. Aspetta, vorrei dirgli. La storia non è finita. Dov’è il giardino? Quante persone hanno provato a far sbocciare i fiori? È già successo che un uomo saggio riuscisse a compiere il miracolo? Come se mi avesse letto nel pensiero, l’uccellino piega la testa. Quei fiori nessuno mai li sbocciò-ciò, nessuno mai. E perché? Forse non ci sono uomini saggi? Ma cosa dici-ci-ci? L’uccellino cinguetta che la primavera non è mai cominciata in anticipo. Infatti gli stolti guardano i pruni e non succede niente, mentre i saggi non li guardano mai prima del tempo. Perché se uno è saggio, sa che la primavera comincia quando comincia. Nel momento giusto. Né prima né dopo. I fiori sbocciano quando devono sbocciare. Proprio così-sì-sì.

HAIKU

Sulla betulla
si posa una colomba –
È quasi marzo.

 

PS: Trovate qui il primo viaggio immaginario e un’introduzione a tutta la serie.

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Panchinario 31-37

Se potessi costruire una macchina del tempo, la farei a forma di panchina.
Le cose dovrebbero andare più o meno in questo modo. È un mattino di sole. La panchina sembra una panchina come le altre. Io mi siedo tranquillo, con un giornale e un caffè. Mi distendo contro lo schienale, allungo le gambe. La macchina è programmata per avviarsi in questo preciso istante: avverto un ronzio, poi un suono di risucchio… e di colpo sono fuori. Sono uscito dalla catena delle cause e degli effetti. Intorno, il mondo continua a scorrere, anzi, aumenta la velocità, divora i minuti e gli anni e i secoli in maniera accelerata. (È una macchina del tempo con il pulsante fast forward). In poco tempo, tutto mi pare nuovo: le facce, gli abiti, i mezzi di trasporto. La panchina è il punto immobile intorno a cui si compone la molteplicità dell’universo. Strade, palazzi, guerre, baci, temporali, sfilate, alberi, cemento, proteste, comete, motori, sangue, turisti, elettricità, preghiere, vento, feste, lacrime, fuochi d’artificio e inondazioni.
In verità, non c’è bisogno di costruire niente. Ogni panchina è già una macchina del tempo. Lo dimostrano le fotografie che corredano queste parole, scattate da Adolfo Tomasini qualche mese fa durante un’esondazione del lago Maggiore. Basta poco perché, intorno a una panchina, il mondo metta un’altra maschera. Allora, seduti in mezzo al lago, ascolteremo il canto degli uccelli e il mormorio dell’acqua.

 

Ringrazio Adolfo per le fotografie e per l’audio. La panchina si trova nei giardini Jean Arp, presso il lungolago Giuseppe Motta di Locarno (coordinate: 2’705’467.3; 1’113’559.0).

Un’altra panchina che fa viaggiare nel tempo è quella che Massimo Anile mi ha gentilmente inviato affinché la condividessi con le lettrici e i lettori del blog.
Eccomi qui. Ho raggiunto la panchina che si affaccia sulla valle e mi son seduto a prender fiato. Le tempie pulsano e sono sudato, ma basta volgere lo sguardo al panorama per dimenticare la fatica. Quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che ho appoggiato i miei lombi su questi legni scoloriti? E dalla prima? La vita è un canale di neve ghiacciata e non c’è picca che tenga per rallentare la corsa. Venti anni fa ci venivo coi miei figli, era una meta molto gettonata nelle mezze giornate libere che rubavo al lavoro. (Qui il racconto completo su Facebook).

Di sosta in sosta, il “panchinario” si arricchisce. Trovate qui sotto le panchine 31-37. Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 6 a 11, qui da 11 a 17, qui da 18 a 23 e qui da 24 a 30. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

31) POSCHIAVO, all’angolo fra la strada San Bartolomeo e la via da Clalt
Coordinate: 2’716’482.1; 1’101’034.0
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… fare il verso della rana.
Avete mai provato il desiderio di imitare il verso della rana? A me è successo a Poschiavo una domenica mattina d’inverno. Il villaggio era ancora umido di brina. Alle mie spalle, il bisbiglio del fiume; di fronte, la Cà da Cumün, il palazzo comunale. Più vicina, al centro di un’aiuola, la vasca di una fontana spenta. Proprio sul bordo della vasca c’era una piccola rana con la bocca spalancata. È stato il silenzio della raganella di pietra, probabilmente, a trasmettermi il bisogno di gracidare. Avrei potuto emettere un suono intriso di cultura classica, come il coro delle rane evocato dal poeta Euripide nel 405 a. C.: «Brekekex coax coax, brekekex coax coax!» Ma non ero sicuro che la mia piccola rana sapesse il greco antico. Così, nel silenzio mattutino, mi sono limitato a esclamare: «Cra!» Poi mi sono guardato intorno. Non si vedeva nessuno. «Cra!» ho ripetuto. «Cra!»
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

32) BRISSAGO, accanto alla chiesa della Madonna di Ponte
Coordinate: 2’697’936.3; 1’107’502.8
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… cominciare una storia.
La chiesa rinascimentale sorge una ventina di metri sopra la sponda del lago. Nel portico riposa il corpo del compositore Ruggero Leoncavallo (1857–1919). La sua opera I Pagliacci (1892) è ispirata a un omicidio avvenuto nel 1865: gli assassini furono condannati proprio dal padre di Ruggero, che era magistrato in un comune calabrese. Mi siedo sulla panchina e penso fuggevolmente alla furia, al sangue, alle lacrime. Come sembrano distanti dalla pace di questo pomeriggio d’inverno. Il cielo terso, il lago luminoso, il profilo nitido delle montagne… ho la sensazione che il paesaggio stia trattenendo il fiato, in attesa del buio. Sembra che niente di grave sia mai accaduto e che niente mai accadrà. Eppure è proprio da questa calma, da questi momenti di contemplazione che nascono le storie, con i loro colpi di scena, i conflitti, la tensione narrativa, il turbinío delle emozioni.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

33) CAPRIASCA, davanti alla Capanna Monte Bar
Coordinate: 2’721’788.3; 1’106’603.0
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… leggere Tolkien.
Sedetevi a riposare dopo aver raggiunto la capanna da Corticiasca, da Roveredo o da Gola di Lago, a piedi o in mountain bike. Siete a 1600 metri di quota. Rilassatevi. Le palpebre si abbassano… state per appisolarvi… ma qualcuno accanto a voi comincia a parlare. Socchiudete gli occhi e notate due individui. Uno, molto basso, sembra descrivere il paesaggio. «È lì che si scindono le Montagne Nebbiose, e fra le loro braccia si estende la profonda valle ombrosa che non possiamo obliare: Azanulbizar, la Valle dei Rivi Tenebrosi, che gli Elfi chiamano Nanduhirion». L’altro, un uomo anziano alto, con una barba grigia, gli risponde con voce grave. «È alla Valle dei Rivi Tenebrosi che ci stiamo recando. Se valichiamo il passo detto Cancello Cornorosso, sul fianco remoto di Caradhras, giungeremo giù per la Scala dei Rivi Tenebrosi sin nella profonda valle dei Nani». (J. R. R. Tolkien, Il Signore degli anelli, Bompiani 2004).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

34) CREMONA, nei giardini di piazza Roma
Coordinate: 45°8’6″ N; 10°1’24” E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… recitare una filastrocca.
Nei giardini pubblici c’è qualcosa che resiste al passare del tempo, come se presente e passato si scambiassero una stretta di mano. Il cielo si fa grigio. Fra poco sarà buio. Ma intanto, dietro una fila di case, scorgo la cima del Torrazzo. Passano bambini, giovani coppie, una donna con un cagnolino. Proprio da Cremona il mio bisnonno Benvenuto Fazioli emigrò a Zurigo e poi in Ticino. Penso che anche lui forse avrà visto il Torrazzo da questa prospettiva. Mormoro un’antica filastrocca in dialetto cremonese. La storia de l’òoca l’è bèla ma l’è poca. Vóot che te la cüünti? Te la cüntaròo: la storia de l’òoca l’è bèla ma l’è poca… È di quelle cantilene che si ripetono senza fine, senza passato né futuro, come accade talvolta le sere d’inverno nei giardini pubblici. La storia de l’òoca l’è bèla ma l’è poca. Vóot che te la cüünti? Te la cüntaròo: la storia de l’òoca l’è bèla ma l’è poca. Vóot che te la cüünti? Te la cüntaròo…
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 35) SAN BERNARDINO, sulla via pedonale che costeggia la Moesa
Coordinate: 2’734’699.0; 1’147’033.8
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere Philippe Jaccottet.
Come uscire dal mondo? Le cose mi costringono, mi soffocano. Nel pensiero non si aprono radure, non conosco spazi liberi dall’ombra minacciosa dei rami. Un possibile rimedio: sedermi in pieno inverno davanti a un fiume mezzo ghiacciato, aspettando che la neve annulli tutto ciò che non sia respiro, battito di palpebre, sangue che pulsa nelle vene. «Adesso su tutto questo / vorrei che scendesse la neve, lentamente, / posandosi sopra le cose lungo il giorno / – la neve che parla sempre a bassa voce – / e che facesse in modo che il sonno dei grani / fosse, così protetto, più paziente.» Forse allora un canto sommesso m’invaderà la mente, smussando, levigando, lasciando che l’ingombro dell’io si celi nella «lenta / caduta dei cristalli umidi». (Philippe Jaccottet, Alla luce d’inverno. Pensieri sotto le nuvole, trad. di Fabio Pusterla, Marcos y Marcos 1997.)
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

36) LINDAU, nella Hafenplatz, davanti all’hotel Bayerischer Hof
Coordinate: 47°32’38” N; 9°40’57” E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… rallentare i battiti del cuore.
Tutto comincia a rallentare, impercettibilmente, appena scendo dall’automobile. All’inizio non me ne accorgo. Mi avvio lungo la strada che costeggia il porto. Intorno a me vedo gabbiani – ma come volano adagio! – famiglie tranquille con bambini silenziosi, coppie di anziani che passeggiano al sole con grandi occhiali scuri, senza fretta, senza nessuna fretta. Mi siedo. Appoggio le mani sulle ginocchia. L’acqua è azzurra, immobile. In lontananza si sfaldano città di nuvole. All’ingresso del porto, in muto dialogo, stanno un leone di pietra (a sinistra) e un faro che segna l’ora (a destra). Oltre il varco, il lago di Costanza dorme nel pomeriggio. Una ragazza si appoggia alla ringhiera e scatta una fotografia. Poi si allontana. Ci ripensa. Torna indietro e ne scatta un’altra. Lentamente, la lancetta sull’orologio del faro si sposta avanti. È passato un altro minuto.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

37) RIVERA, in via Monte Ceneri
Coordinate: 2’713’814.4; 1’110’477.1
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… scherzare con un santo.
È un giorno freddo. La panchina si trova proprio alle spalle del monumento a san Carlo Borromeo, che transitò di qui nel 1577. Poco più in là parte la strada per l’Oratorio di San Nicolao della Flüele, detto anche il “Santuario dei ciclisti” (vi si trovano le effigi dei due storici corridori Hugo Koblet e Ferdi Kübler). Oggi però non passano ciclisti; la fontana è spenta; non c’è nessuno. Eppure, mi sembra di sentire uno starnuto. Mi guardo intorno. Provo a dire: «Salute!» Silenzio. Penso: mah, dev’essere stato il vento. Tuttavia, dopo qualche secondo, ecco il suono di uno che si schiarisce la voce. E una parola: «Grazie». «Ehm… – dico io. – Come va?». «Come vuoi che vada, figliolo? Aspetto la primavera…». Mi alzo, giro intorno alla statua e sollevo gli occhi. Si sa che san Carlo è sempre raffigurato con un naso imponente… ma questo mi sembra perfino gonfio. Vuoi vedere che anche i santi di pietra pigliano il raffreddore?
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Grazie a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie a Gioele (Capriasca).

 

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Pilley’s Island

Questo viaggio comincia con un mazzo di carte giapponesi.
Si chiama Hanafuda (花札; cioè “mazzo dei fiori”). Le carte consentono di praticare diversi giochi; i più comuni sono lo Hana awase (a tre o quattro giocatori) e il koi koi (a due giocatori). Non conosco le regole né dell’uno ne dell’altro; credo che ricordino la briscola. Quando per caso mi sono trovato per le mani uno Hanafuda, ho sentito che l’anno intero mi scorreva fra le dita. Le quarantotto carte, infatti, si dividono in dodici semi che corrispondono ai dodici mesi. A ogni mese è abbinato un fiore o un albero e, qualche volta, anche un animale.
Subito mi è venuto in mente di usare le carte come un calendario. Ho pensato di partire dalle immagini per entrare nell’atmosfera, scrivendo qualche appunto e condensando poi il tutto in un haiku di stile giapponese. Non volevo tuttavia che la fantasia restasse troppo legata al Giappone; avevo il desiderio di spostarmi in luoghi diversi.
Nel 2017 mi sedevo ogni mese in una piazzetta della mia città, osservando ciò che accadeva intorno a me. Nel 2018 ogni mese tornavo con Yari Bernasconi a Zurigo, in Paradeplatz. Quest’anno andrò più lontano, muovendomi su tutta la Terra in una serie di viaggi immaginari. Ho scovato un sito che permette di designare un punto a caso sul mappamondo: basta premere un pulsante e il programma sceglie aleatoriamente delle coordinate.
Ecco dunque il mio progetto: ogni mese viaggerò idealmente in un luogo che non ho mai visto, aiutando la fantasia con quattro carte giapponesi. Se il sito dovesse mandarmi (com’è probabile) in mezzo al mare, ripeterò la scelta fino ad approdare sulla terraferma; se arrivassi dove sono già stato, ripeterò la scelta fino a trovarmi in un luogo sconosciuto.Hanafuda: Pino / Gru
Luogo: Pilley’s Island, Terranova e Labrador, Canada
Coordinate: 49°30’34.2″ N; 55°43’43.6794″ E
(Latitudine 49.50950; longitudine -55.7280)

Verso la metà di gennaio capita che il cielo raggiunga la tonalità di colore dell’asfalto. Me ne sono accorto qualche giorno fa, camminando in un parcheggio vuoto verso la fine del pomeriggio, poco prima che scendesse il buio. Ho infilato le mani in tasca per cercare le chiavi della macchina, poi ho alzato lo sguardo. Per un istante, il sopra e il sotto si sono confusi: il grigio, la durezza, le strisce di vernice – o di nuvole – che tagliavano fette di cielo e delimitavano lo spazio dei parcheggi. Non mi sarei stupito se la mia automobile fosse stata lassù, oltre il ciglio delle montagne. Ci ripenso ora, mentre cammino adagio, sprofondando nella neve. La strada più vicina è a chilometri da qui. Anche il villaggio di Pilley’s Island è irraggiungibile, con le sue staccionate bianche, la chiesetta, la baia tranquilla e le case di legno dove le stufe sono sempre accese.
Non sono mai stato tanto a Nord. Da qualche parte in mezzo al bosco c’è un rifugio dove posso trascorrere la notte, ma devo sbrigarmi. Le ore di luce sono brevi e la giornata è tutta un tramonto, o tutta un’alba, a seconda dei punti di vista. Il cielo ha colori bellissimi: sfumature di rosso, di viola, di rosa, variazioni dorate, qualche lampo di verde. Non c’è niente che faccia pensare all’asfalto.
Intuisco una vita segreta di orsi, di volpi, di aquile, di piccoli roditori che sono in letargo o che tentano di sopravvivere all’inverno. Il suono del vento tra i rami dei pini mi porta la voce di chi non c’è, di tutte le persone di cui ho smarrito le tracce.
Poi, all’improvviso, la vedo.
Una gru immensa, con tanto di carrucole e cavi d’acciaio, si muove con leggerezza nel bosco, scivolando sui cingoli. Si ferma per un attimo davanti a me, oscillando, poi riprende il suo cammino, sradicando i cespugli, con l’incedere di un grande animale preistorico.
Che ci fa una gru di ferro nelle foreste canadesi? È stato un sogno? Un’allucinazione? Eppure per terra resta il segno dei cingoli e, in lontananza, sento ancora il ruggito metallico del motore, sopra il vento, sopra i tonfi della neve, persistente, feroce, come un canto d’amore.

HAIKU

Parcheggio vuoto –
Sopra le case e gli alberi
svetta una gru.

 

PS: L’haiku (俳句) è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo. La definizione fa discutere gli studiosi; ma si può dire, semplificando, che i poemi sono composti di diciassette sillabe distribuite in tre gruppi, rispettivamente di cinque, sette e cinque sillabe. L’haiku è passato anche nelle letterature occidentali del XX secolo; in italiano è composto da un quinario, un settenario e un quinario (naturalmente questa regola è arbitraria, tuttavia mi ci atterrò per avere una forma fissa di riferimento).
Secondo Roland Barthes, l’haiku non descrive ma fissa nel tempo un’apparizione, fotografa un istante (L’empire des signes, 1970; L’impero dei segni, traduzione di Marco Vallora, Einaudi 2002). In poche parole, si tratta di annotare un gesto, un paesaggio, uno stato d’animo. In origine gli haiku erano legati al passare del tempo nell’arco dell’anno, tanto da contenere sempre una parola che indicava la stagione.
Per questa serie di viaggi immaginari impiego mezzi poveri:  un mazzo di carte e due coordinate geografiche. Ho deciso di concludere ogni puntata con un haiku perché si tratta di una forma essenziale: esso infatti 
«non formula ma, rapido, si fa slancio verso la cosa, fusione con essa, silenzio già all’interno delle sue parole» (Yves Bonnefoy, Du haïku, in Entretiens sur la poésie 1972-1990, Mercure de France 1990; Sull’haiku, traduzione di Andrea Cocco, O barra O edizioni 2015).

PPS: Per i dettagli sull’Hanafuda, si veda Véronique Brindeau, Hanafuda. Le Jeu des fleurs, Philippe Picquier 2012.

 

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Lezioni di volo

Sulla mia scrivania c’è una pulcinella di mare (fratercula arctica). È piccola, con il manto nero, il petto bianco. Le zampe e il grande becco sono arancioni. Va precisato che mai la pulcinella di mare spiccherà il volo, dal momento che non si tratta di un uccello bensì di un’ocarina. In altre parole, è uno strumento musicale travestito da pulcinella. Ci siamo incontrati qualche mese fa a Lima, in Perù. Lei stava in una cesta con altre ocarine a forma di uccello. Mi guardava. Io non avevo intenzione di comperare ocarine, però lei mi guardava. E ora eccola qui, accanto al mio computer. Io scrivo, lei continua a fissarmi. Entrambi, lo sappiamo bene, non voleremo mai. Ma entrambi desideriamo volare.
La fratercula arctica vive nell’Atlantico settentrionale e sfreccia nell’aria a novanta chilometri all’ora, battendo le ali quattrocento volte al minuto. La mia fratercula da scrivania, invece, proviene dal Perù, sta ferma e ascolta il ticchettio dei tasti. Credo che, pur essendo di terracotta, conservi dentro di sé un barlume di nostalgia per gli immensi cieli nel nord, le scogliere, il fragore delle onde. E io? In quanto essere umano, ovviamente, non posso volare (intendo volare davvero, senza deltaplani, elicotteri, astronavi o paracadute). Ma proprio in quanto homo sapiens, covo una segreta aspirazione a librarmi nell’aria. Fra le più antiche narrazioni giunte fino a noi ci sono testi cuneiformi assiri del II millennio a.C. in cui si menziona il sogno di volare. Ma secondo me già l’australopithecus afarensis, dopo aver imparato a camminare in posizione eretta, deve avere accarezzato il sogno di un altro passo evolutivo: sollevarsi, muoversi nel vuoto, cambiare orizzonte alla velocità con cui mutano i pensieri.
Torniamo alla tastiera del mio computer. Per due esseri irrimediabilmente terrestri come me e la mia povera fratercula mensae scriptoriae, scrivere parole che portino lontano può, almeno in parte, sostituire l’azione di volare.
Prima ho scritto “Perù”. Adesso aggiungo: domenica mattina, primavera, pisco sour, palme, mirador. Chiudo gli occhi un istante, li riapro in Plaza de Armas. Appena finiscono di battere le campane della Catedral, una banda attacca a suonare davanti al Palazzo presidenziale.
Intorno, possenti edifici di colore giallo, con balconi di legno intarsiato, palmizi, una certa atmosfera coloniale, come se il tempo non fosse passato. Ma è un’illusione: niente è immobile in questa città. La periferia si espande a vista d’occhio, con ondate di migrazione dalle campagne che hanno reso Lima la seconda città più popolosa del Sudamerica (dopo San Paolo). Più di nove milioni di abitanti, più di nove milioni di cuori che battono, cervelli che sognano e soffrono e sperano, anche loro, di volare.
Nel mese di ottobre sono stato in Sudamerica per un giro di conferenze: prima a Lima, in Perù, poi a Quito (Ecuador) e infine a Bogotà (Colombia). Il tutto in una decina di giorni. Poco tempo per vedere con calma, per ascoltare, per tentare di capire una città. Del resto, per capirla davvero non basta una vita. Ma anche in poche ore possono accadere incontri, sorprese, piccole folgorazioni. Se rileggo il mio taccuino, trovo annotazioni accomunate dalla tensione verso l’alto, come se il pensiero sotterraneo del volo avesse permeato quei giorni senza che me ne rendessi conto.
Condivido altre parole con voi e la pulcinella: piramide, argilla, Huaca Pucllana, vasosqualo. E subito siamo nel quartiere di Miraflores, a sud della città. Proprio in mezzo al tessuto urbano, sorgono le rovine precolombiane di una piramide che risale al 500 d.C., lasciate da una civiltà che abitava la valle del fiume Ribac.
Tutto, in questo sito archeologico, trasmette volontà di resistenza e trasformazione. La piramide sale, perché i riti più profondi dovevano avvenire vicino al cielo. I mattoni di adobe sono disposti in maniera verticale, come tanti libri nello scaffale di una libreria, in maniera da resistere alle scosse sismiche. Nel piccolo museo noto una vasija ceremonial con rostro escultórico de tiburones. Si tratta di un vaso con la faccia da pescecane, che immagino indeciso fra l’ancestrale esigenza di sbranare e la quotidiana funzione di contenere.
Nello stesso quartiere, a poca distanza, la città finisce ai bordi dell’Oceano Pacifico. Anche in questo caso, per cogliere l’ampiezza dell’Oceano, bisogna salire fino al punto di osservazione più alto. In mezzo ai belvedere e ai punti di ristoro, scopro una panchina divelta, mezzo sepolta nell’erba. È protetta da un terrapieno, perciò, appoggiato contro lo schienale, sento svanire le voci dei passanti con il loro turbinio di selfie, sento perdersi anche le strade, le case, le automobili. Per qualche secondo, mi pare di essere solo davanti al Pacifico. Basterebbe così poco. Un fremito del corpo, un battito d’ali. Invece solo il pensiero vola, immaginando velieri, burrasche, isole sconosciute.
Mentre andavo all’Istituto italiano di cultura, dove avrei tenuto una conferenza, mi sono imbattuto in una libreria. Un piccolo volume di poesie ha attirato la mia attenzione: Eduardo Chirinos, Breve historia de la música. Ogni lirica è abbinata a un brano musicale, dai compositori del XIV secolo a Cage, passando per Mozart, Gershwin e molti altri. Fra le composizioni che hanno ispirato l’autore c’è un canto anonimo siciliano del 1492: Ayo visto lo mappamundi. Percorrendo la carta del mondo a volo d’uccello, l’anonimo autore esprime la convinzione che la Sicilia sia la regione più bella di tutte, facendo poi un gioco di parole fra due significati di Cicilia: il luogo geografico e il nome della sua amata. Chirinos fa suo lo sguardo dell’anonimo siciliano: con il dito percorre dall’alto le catene montuose, i mari, i deserti. E si chiede: ¿Veré tu nombre en el mapa? Vedrò il tuo nome sulla mappa?
Durante la conferenza ho letto la poesia di Chirinos e in seguito, commentandola insieme al pubblico, ci siamo detti che lo scopo di ogni viaggio è proprio questo: entrare nel paesaggio, animarlo, aggiungere il proprio nome a quelli segnati sulla mappa. Ora, accanto alla mia pulcinella, mi viene in mente che osservare una mappa è un modo per imitare lo sguardo di chi si muove nel cielo… e di nuovo torna il motivo ricorrente del volo e dell’altezza.
Levitiamo quindi fino ai 2.850 metri di Quito, in Ecuador. Rispetto a Lima, basta salire un poco per vedere i confini della zona urbana: la città, circondata da montagne verdi, si sviluppa nel senso della lunghezza. Ho l’impressione che la breve permanenza a Quito sia stata segnata da una serie di ascensioni. Per esempio quella che porta al Panecillo, una collina a 3000 metri di quota. Proprio sulla cima c’è una statua in alluminio della Madonna: la Virgen del Panecillo, alta 45 metri. Venne creata nel 1976 dall’artista spagnolo Agustín de la Herrán Matorras; è la copia di una statua alta 30 cm, scolpita da Bernardo de Legarda nel 1734 e visibile sull’altare della chiesa di San Francesco, sempre a Quito. La Vergine è raffigurata secondo l’iconografia tradizionale, tranne un dettaglio: la Madonna ha le ali, come quelle di un angelo. Secondo la gente del posto è l’unica statua di Madonna alata al mondo.
Mentre ero a Quito, sebbene non avessi ancora cominciato a riflettere sul volo, sentivo un oscuro bisogno di continuare a salire. Ai margini del centro c’è una teleferica che, in un quarto d’ora, supera mille metri di dislivello e arriva fino a 4000 metri sul livello del mare. È uno dei più alti impianti del genere al mondo. La stazione d’arrivo si trova sulle pendici del Cruz Loma, nel massiccio vulcanico del Pichincha. Uno dei vulcani, il Guagua Pichincha, ha ripreso negli ultimi anni l’attività e ogni tanto esala sbuffi di vapore, gas solforosi, colonne di fumo.
Non ero mai stato tanto in alto. L’aria sottile, l’erba verde, i fiori colorati e le nuvole che si stracciavano all’orizzonte. Ogni cosa era limpida, ogni passo aveva un peso, un significato. Più in basso le case di Quito, come un’onda bianca, seguivano il saliscendi delle montagne. Tutto era lontano, minuscolo; le preoccupazioni, i crucci, le malinconie si riempivano di vento e volavano via, come palloncini. Il sole depositava minuscoli granelli d’oro nei miei pensieri, nei miei ricordi. Uno splendore molto simile si trova anche nel centro di Quito, racchiuso nella chiesa San Ignacio de Loyola de La Compañía de Jesús, detta semplicemente La Compañía. Costruito fra il 1605 e il 1765, è uno dei più importanti monumenti barocchi al mondo: le navate, le colonne, le pareti sono interamente ricoperte da lamine d’oro, tanto da creare l’impressione di essere vicinissimi al sole, anzi, di essere scivolati nel cuore del sole, nel punto in cui nascono i raggi.
A Quito ho avuto l’occasione di tenere un laboratorio di scrittura, nella sede della Società Dante Alighieri. Abbiamo letto insieme un testo di Calvino che comincia così: «La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse. È un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza? È così fragile e pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste.» Attraverso la luna, e senza mai aver letto Leopardi, gli studenti hanno scritto di sé stessi, di che cosa significhi vivere oggi a Quito, delle loro angosce, delle loro speranze. Un po’ in spagnolo, un po’ in italiano, abbiamo trovato un punto d’intesa che non era né il mio paese né l’Ecuador. Era la luna, che in un certo senso li contiene entrambi.
Mi accorgo che la pulcinella di mare dà segni d’impazienza. Forse ci ha preso gusto e vuole volare ancora. Ormai ha imparato come si fa: basta dire sciamano, pipistrello, yopo, gioielli, metamorfosi… e siamo al Museo del oro di Bogotà. All’interno, ancora una volta gli occhi sono invasi dallo splendore. La storia del museo cominciò nel 1939 con un poporo quimbaya (un vaso cerimoniale). Oggi l’edificio completamente rinnovato, nel centro di Bogotà, assembla la più importante collezione al mondo di arte pre-colombiana. Sono più di cinquantamila oggetti in metallo, ceramica, pietra, legno o stoffa; ma la maggior parte è naturalmente d’oro: gioielli, statue, oggetti sacri, maschere, bastoni, pettorali che brillano nelle varie sale. Il percorso espositivo permette di confrontare i tratti artistici delle varie culture indigene, che rivelano spesso un’impronta grafica soprendentemente moderna.
Osservando la collezione, si capisce come sia potuta nascere la leggenda che illuse tanti avventurieri europei. Uno di loro si chiamava Sebastian Moyano, detto Sebastian de Belalcazar dal nome del suo paese di nascita in Andalusia. Fu proprio lui che nel 1537 sentì parlare di un misterioso re che s’immergeva in una laguna ricoperto di polvere d’oro, gettando oggetti d’oro nella profondità delle acque. Presto crebbe la leggenda di una città lastricata di metallo giallo, governata dal misterioso e ricchissimo El Dorado. Qualcosa di vero c’era: effettivamente gli indigeni muisca cospargevano il corpo del loro cacique, del loro capo, di finissima polvere d’oro; ed effettivamente gettavano monili e altri oggetti nella laguna sacra di Guatavita, nei dintorni di Bogotà. Fra i reperti conservati al museo c’è la statua di una zattera, fatta di oro, che raffigura il cacique ricoperto d’oro, adornato di gioielli d’oro, attorniato da altri personaggi che recano stendardi d’oro… immagino come questa parola – oro! oro! oro! – martellasse nelle orecchie dei conquistadores, facendo loro perdere la testa (in senso figurato e in senso proprio).
E il volo? La pulcinella di mare m’incalza. Vuole sapere se anche a Bogotà c’era qualcosa o qualcuno che volasse. Basterebbe evocare il pesce con le ali trovato in una tomba a San Agustín. Lungo una decina di centimetri, sinuoso ed elegante come un sogno a occhi aperti, raffigura l’incontro fra acqua e aria, i due elementi che permettono ogni forma di esistenza. La sua bellezza, il suo mistero mi colpiscono e lasciano una ferita aperta, una domanda su di me, sulla mia vita, sul senso di questo impasto di idrogeno, ossigeno, carbonio e azoto, sul destino di questi sette miliardi di miliardi di miliardi di atomi che rispondono al nome di Andrea.
Un altro aspetto che mi ha stupito è la continua metamorfosi. Nelle sale del museo appaiono figure votive e gioielli che mostrano sciamani nell’atto di trasformarsi. Nella Sierra Nevada di Santa Marta prevaleva l’uomo-pipistrello, presso i Muisca l’uomo-uccello, nel Sud Ovest l’uomo-giaguaro; ma ci sono anche uomini-rana, uomini-lucertola, uomini-cervo e uomini-granchio. Lo sciamano acquisiva le doti dell’animale: forza, potenza visiva, coraggio, capacità di volare. Per quanto riguarda il pipistrello, per esempio, ad attrarre gli sciamani era la facoltà di dormire a testa in giù e la capacità di muoversi al buio, durante la notte. Soprattutto, gli sciamani erano attratti – come potete immaginare – dalla possibilità di volare, sia dei pipistrelli sia degli uccelli. Un capo muisca del villaggio di Ubaque raccontò agli Spagnoli che durante i suoi voli giungeva fino a Santa Marta, sulla costa dei Caraibi, cioè a mille chilometri di distanza, e che tornava indietro nella stessa notte. Queste metamorfosi venivano compiute grazie a riti, digiuni, danze estenuanti e assunzione di allucinogeni come lo yopo.
La Colombia ha una storia vecchia di quindicimila anni. L’eredità delle popolazioni indigene è sempre viva: oggi si contano 84 gruppi che parlano 65 diverse lingue aborigene. Alcuni conservano la loro religione e usano nei loro rituali l’oro ereditato dai loro antenati. La loro cultura, incontrando quella europea e quella africana, ha generato il crogiolo di tradizioni, popoli, storie che contraddistingue la Colombia. Basta camminare per le vie del centro per vedere forme moderne di El Dorado (un uomo travestito da statua d’oro che si esibisce per i passanti), un poeta di strada (un uomo che batte a macchina e vende i suoi versi), studenti universitari, famiglie, uomini in giacca e cravatta, anziane donne con abiti colorati. Passando dalla periferia, si nota anche la stanchezza di questo paese, le sue lacerazioni, s’indovina la tensione sociale e il rischio della violenza. Le differenze culturali, come sempre, sono una ricchezza ma generano anche incomprensioni, paure, steccati ideologici.
Come a Lima e a Quito, anche a Bogotà non sono mancati gli incontri, sempre preziosi perché mi hanno permesso di assorbire qualche frammento non solo dei monumenti e dei paesaggi, ma anche delle faccende quotidiane, che sono la vera anima di un luogo. Incontri in libreria, conferenze, lezioni… la parte ufficiale del viaggio è stata un’occasione per riflettere sul mio lavoro di scrittore, sulla mia identità multipla, sul senso delle mie parole. Ma i pranzi, le cene, le conversazioni a tu per tu durante un aperitivo o dopo una conferenza mi hanno donato quel valore aggiunto, quel supplemento di umanità che è stato il vero cuore di questa esperienza. I viaggi più riusciti, in fondo, non sono quelli da cui si torna con fotografie e souvenir, ma quelli che ci lasciano un bagaglio di volti, accenti diversi e parole da custodire.
Nessuno sa con precisione come e dove le pulcinelle di mare passino la maggior parte dell’anno. Alla fine dell’estate abbandonano la terra e vanno da qualche parte nel mare aperto. Usano i piedi palmati e le ali per nuotare, e sanno immergersi fino a sessanta metri di profondità. Vivono, mangiano, si riposano sulle onde, circondati solo dall’acqua e dal cielo. Poi, in primavera, ogni anno partono e ritrovano esattemente lo stesso nido nella stessa scogliera. Gli studiosi non hanno mai capito come riescano ogni anno a indovinare la via per tornare a casa. Probabilmente usano punti di riferimento visivi insieme a odori e suoni. Qualcuno dice che a guidarli siano i campi magnetici della terra. Altri sono convinti che si orientino con le stelle.
Mi rivolgo alla mia fratercula. Partire è una grande sfida, ma ritrovare la strada è ancora più stupefacente. Come si fa, le chiedo. Come si può vivere nel mare aperto, senza confini, e poi nonostante tutto tornare a casa? La pulcinella mi guarda e non risponde. Accenna appena un sorriso. E rimane lì, sul punto di spiccare il volo.

PS: Grazie a Gregorio, il mio compagno di viaggio e l’autore della maggior parte delle fotografie che corredano questo articolo. Senza di lui non avrei potuto né partire, né ritrovare la strada di casa.

PPS: Esprimo la mia gratitudine a tutte le persone che mi hanno accolto. Primo fra tutti Patrick Egloff, dell’ambasciata Svizzera in Colombia, che ha ideato e coordinato questo tour sudamericano. Ringrazio Markus-Alexander Antonietti, ambasciatore svizzero in Perù; Esther Marie-Merz dell’ambasciata svizzera in Perù; Gabriele La Posta, direttore dell’Istituto italiano di cultura di Lima; Giancarlo Maria Curcio, ambasciatore italiano in Perù, e tutti i suoi collaboratori; Uberto Malizia, direttore dell’Istituto italiano di cultura a Bogotà; Michela Licitra dell’ambasciata italiana in Colombia; Andrea Izquierdo dell’Istituto italiano di cultura a Bogotà; Sergio Bardaro dell’ambasciata svizzera in Ecuador; Fabio Fusi, direttore della Società Dante Alighieri di Quito; Ximena Lopez Arias dell’ambasciata svizzera in Colombia; Manuela Leimgruber, che ha organizzato uno splendido cocktail; Fabrizio Poretti, Ana Gonzales Rojas e le altre persone conosciute al cocktail; Sveva Borla e, in generale, tutte le persone che ho incontrato alle conferenze, a pranzo, a cena o in libreria; le studentesse e gli studenti; Nathalie Lugo e tutte le traduttrici che mi hanno aiutato a raccontare le mie storie.


PPPS: Per scrivere questo articolo ho consultato il sito del National Geographic e i seguenti volumi: Caspar Henderson, Il libro degli esseri a malapena immaginari (Adelphi 2018, traduzione di Massimo Bocchiola; l’originale The book of barely imagined beings risale al 2012); Yuri Leveratto, La ricerca dell’El Dorado (Infinito 2008); AAVV, Museo del oro (Banco de la república 2008).

PPPPS: Ecco la poesia di Eduardo Chirinos (tratta da Breve Historia de la música, Colección Visor de Poesia, Madrid 2001). L’autore nacque a Lima nel 1960 e morì nel 2016.

AYO VISTO LO MAPPAMUNDI
(Anónimo siciliano, c. 1492)

Una vez más
abrí las ventanas del mar

 (Qué mudo el espumoso mar
qué ciegas las montañas)

 ¿Veré tu nombre en el mapa?

 Con el dedo recorrí
mil desiertos y comarcas
Con mil ojos los mares
donde navegan las barcas

 (Qué callada noche cautiva
qué silenciosa mañana)

 ¿Veré tu nombre en el mapa?

 

 

 

 

 

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Capolinea Frankental

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

La piazza chiama. Noi rispondiamo.
Che non sia un giorno come gli altri appare subito evidente.
Per cominciare, siamo entrambi in anticipo di mezz’ora: alla stazione di Zurigo, senza dire nulla, ci troviamo in quello che è ormai diventato l’unico posto possibile (per incontrarsi). Il cielo, poi, è di un blu troppo intenso per non nascondere qualcosa. Percorriamo rapidamente la distanza che ci separa da Paradeplatz, seguendo la scia di cavi a penzoloni che di notte rendono magica – si dice – la Bahnhofstrasse, illuminando la via con una pioggia di stelle. Di giorno invece le luci spente esaltano l’assenza di colori. Giacche, loden, mantelli oscillano fra il nero e il grigio. Le facce dei passanti appaiono pallide, affaticate, mentre il freddo punge la pelle. I raggi del sole, che pure ci sono, sembrano il ricordo ostentato di un lontano torpore, un po’ come quando davanti a una palazzina si sente dire «qui una volta c’era un prato, c’erano i fiori, ci venivo a giocare».
All’inizio, appena giunti a Paradeplatz, non ci accorgiamo di niente. Poi, dopo qualche secondo, ci rendiamo conto di essere circondati. Intorno a noi è schierato un esercito nemico: un corpo di fanteria composto da appuntiti alberi di Natale ci sta prendendo di mira dai tetti dei palazzi, dalle vetrine, dagli angoli delle strade. Cerchiamo rocambolescamente riparo nel Lichthof, il cortile interno dell’edificio che ospita la Crédit Suisse, ma cadiamo in un agguato.
Gli alberi, tutti identici nella loro agghiacciante opulenza, sono disposti in una sinistra simmetria tra il colonnato marmoreo e le vetrine delle boutiques. Cresce l’inquietudine. Davanti ai nostri occhi, nel centro del centro di questa sorta di chiostro, la fontana è diventata un altare in attesa del sacrificio e del sangue. Ripariamo all’esterno dove, istintivamente, proviamo a difenderci nell’unico modo che conosciamo: prendiamo i nostri taccuini, afferriamo la penna con le dita rigide e cerchiamo apparizioni.
L’attesa dura poco. Tempo di sedersi ed ecco un Uomo Senza Macchia, vestito completamente di bianco. Un imbianchino in pausa pranzo? Un arcangelo che con questo freddo preferisce viaggiare in tram? L’assoluto candore dei suoi abiti è una risposta alla monotonia cromatica, agli sguardi smorzati, all’austera cortesia dei passanti. Poco dopo, nel gelo della piazza, ad attirare la nostra attenzione sono i capelli grigi dolcemente ondulati di un’anziana ed elegante signora, che si avvicina leggiadra alla fontanella. I pochi gesti che seguono sono tra i più antichi nella storia dell’umanità: una donna si avvicina a una fonte, si china, accosta le labbra all’acqua, beve. A confermare questo sussulto di vitalità, da un tram sbarca una scolaresca. Un nugolo di bambini circonda la nostra panchina. Come sempre, sono fra i pochi avventori che sostengono il nostro sguardo senza imbarazzo, osservano i taccuini, si siedono accanto a noi spontaneamente, evitando la più svizzera e improbabile delle domande: isch da no frei, è ancora libero qui? Presto si accendono risate, parole squillanti e ancora, all’improvviso, una canzone.

Forse pungolati dalla maestra, fatto sta che i bambini cantano. Intorno continuano a muoversi le signore impellicciate, gli uomini d’affari, i vecchi dallo sguardo perduto. Qualcuno accenna un mezzo sorriso, la maggior parte lancia un’occhiata rapida e tira diritto, verso il prossimo appuntamento.
Dopo tanti mesi, oggi troviamo la parola per definire questo luogo. Non è una parola nuova, l’abbiamo già menzionata più volte nelle nostre conversazioni e diversi suoi sinonimi hanno già trovato spazio nei nostri testi. Eppure solo oggi la sentiamo emergere definitiva: Paradeplatz è e rimane uno svincolo. Un posto da cui si deve transitare per raggiungere una destinazione. Non sarà mai una di quelle piazze dove la gente sosta, perde (cioè guadagna) tempo, avvia conversazioni. Di qui si continua a passare in fretta, con il pensiero rivolto altrove. È proprio questo, paradossalmente, che rende possibile una mescolanza sociale vertiginosa, difficile da ritrovare in altri luoghi di assembramento. Esistono piazze frequentate dai giovani, altre dai pensionati, alcune predilette dai turisti, altre dai lavoratori. Qui invece gli estremi si sfiorano con naturalezza. Da una limousine tirata a lucido scende un individuo sicuro di sé, dallo sguardo sfacciatamente determinato. Mastica una gomma sbattendo la bocca, con un gesto che mette in evidenza i muscoli della mascella. A pochi metri da lui c’è uno sfaccendato con un abito troppo leggero: finisce di fumare, getta il mozzicone per terra e si avvia come uno che non sa dove andare. Nella mano tiene un enorme pacco di patatine chips. Arriva una guida turistica con il suo gruppo di seguaci. Mentre snocciola dettagli sulla piazza, si affretta a precisare: hier ist das Geld, è qui che stanno i soldi. Intanto un mendicante gira intorno alla pensilina, augurando buon Natale e chiedendo spiccioli per un caffè.

Certo, avere attraversato questa piazza lungo il naturale e ciclico incedere delle stagioni ci rende sensibili alle impressioni nostalgiche. Sicuramente anche qui, prima della colata d’asfalto, «una volta c’era un prato». Come non tornare con la memoria ai piccoli segnali di vita vissuta, che abbiamo tentato di raccontare ogni mese per iscritto?
I dodici testi riflettono dodici frammenti di tempo strappati alla nostra quotidianità. Abbiamo cancellato appuntamenti e rinviato faccende da sbrigare. Ci siamo fermati. Ci siamo seduti ogni mese per un paio d’ore in mezzo al viavai… Non solo quello dei passanti, ma anche quello dei nostri pensieri, delle preoccupazioni, delle malinconie. Ci sono stati mesi in cui eravamo stanchi morti, altri in cui uno di noi era triste, altri ancora in cui il gesto assurdo di venire a Paradeplatz sembrava dare un senso a tutto il resto. Eravamo qui un giorno umido di gennaio, abbiamo visto i primi cenni della primavera, l’afa dei mesi estivi, abbiamo superato l’autunno per approdare a questo giorno di metà dicembre.
Come non cedere al sentimentalismo? Un modo ci sarebbe: nominare tutte le cose di cui non abbiamo parlato in questi dodici mesi. Per esempio la statua di Alfred Escher, all’uscita della stazione di Zurigo: «seguite il mio sguardo e la troverete, la vostra piazza», ci ha detto la prima volta. Ma ancora la bottega di tabacco sul lato sud di Paradeplatz, l’ufficio dei trasporti pubblici, il negozio della Lindt & Sprüngli (dove stavolta ci siamo bevuti un caffè liscio). E proprio di fronte alle vetrine colme di graziose scatole di cioccolatini (a prezzi meno graziosi), la scultura di Silvio Mattioli che esplode e si sfilaccia a mezz’aria, trattenuta solo da una goccia d’acqua che scende implacabile da una sporgenza, a formare una minuscola pozzanghera.

Poi le telefonate, le frasi colte al volo e smarrite, i personaggi passati in un lampo, i capolinea dei tram che non abbiamo mai raggiunto. Vorremmo pronunciare una parola ufficiale di commiato, compiere un memorabile gesto di addio, ma siamo pervasi da una strana sensazione d’incompiutezza. Allora, come abbiamo fatto mese dopo mese, leggiamo una poesia.

Oh rompere gli indugi
Partire partire
Io non sono fra coloro che restano
La casa il giardino tanto amati
Non sono mai dietro ma davanti
Nella splendida bruma
Sconosciuta

Questi pochi versi di Anne Perrier sono un segnale. Ripensando ai tram che non abbiamo preso e ai luoghi che non abbiamo raggiunto, un toponimo si stacca dagli altri e si accende di luce propria: Frankental. Non è un capolinea come gli altri; è quello che per primo, in gennaio, ci ha suggerito una mai sopita volontà di fuga. L’attrazione dell’ignoto. Frankental è la nostra promessa, il nostro capolinea. Da un anno ci sta chiamando, ed è per lui che ci rimane una sola cosa da fare: andarcene. Perché Paradeplatz è e rimane uno svincolo. Non siamo noi a fare eccezione: ci siamo fermati dodici volte, è vero, ma solo per ripartire. Quando il tram numero 13 si ferma incrociamo gli sguardi, infiliamo i taccuini negli zaini e siamo i primi a salire. Dietro, vicino alla fontanella, la Heilsarmee – Suppe für alle! recita un volantino – si sta preparando per un concertino natalizio, trombe e tromboni escono dalle loro custodie, ma non sentiamo nulla, le porte si stanno chiudendo, ora sono chiuse, il tram si muove, prende velocità… Anche il concertino è da rubricare nelle cose di cui non abbiamo parlato.
Chi siamo noi? Due persone che si danno appuntamento ogni mese in una piazza lontano da casa. Ma non abbiamo niente di meglio da fare? A cosa serve correre sui treni per raggiungere un luogo dove poi non facciamo niente? Chi continua a nutrire queste più che pertinenti perplessità, avrà ora nuovi materiali di (psic)analisi: se fino a oggi i nostri incontri sono apparsi assurdi, cosa dire di questo ultimo viaggio? Due persone adulte salgono sul tram numero 13 diretto a Frankental con l’unico scopo di andare a Frankental. Nient’altro che il desiderio di essere lì. Non abbiamo appuntamenti, non abbiamo impegni, non abbiamo motivi validi e spendibili nella vita di tutti i giorni. Vogliamo solo partire, guardare davanti a noi nella splendida bruma /sconosciuta.
Sotto i nostri piedi sentiamo i binari, ogni movimento ha il suo rumore e il suo segreto. Dal finestrino scorgiamo muri con graffiti, cavalcavia, strade vuote e poi sempre più verde: siepi, alberi, pezzi di prato. Attraversiamo quartieri di villette discrete, dove Zurigo si traveste da villaggio. Superiamo supermercati e palazzi. Alla fine, giungiamo a destinazione. Il tram si ferma. Da dietro le porte ancora chiuse scorgiamo una vigna, un fumo che sale in lontananza. La stazione del tram è un edificio rotondo, un disco volante atterrato per sbaglio nel cuore della Svizzera. Siamo arrivati. Siamo qui. Siamo a Frankental.

Eccolo il nostro capolinea. Basta un occhiata e cominciamo a capire. Sorridiamo con una leggerezza diversa, una spontaneità che nel frattempo avevamo dimenticato. Non c’è spazio per i dubbi, questa volta.
Frankental è la fine e l’inizio.

[YB+AF]

PS: La poesia della scrittrice losannese Anne Perrier (1922-2017) è tratta dalla raccolta La voie nomade (1982-86), in La voie nomade et autres poèmes. Œuvres complètes 1952-2007, L’Éscampette Éditions 2008. La traduzione è di Andrea.PPS: Lo spirito natalizio di Paradeplatz ci ha chiesto di trasmettere a tutti i lettori – chi ci ha accompagnato negli ultimi mesi e chi invece ha appena scoperto l’esistenza di questo blog, magari cominciando proprio da questo PS – un augurio di buon Natale. È la prima volta che ci viene chiesto di fare da intermediari, ma come rifiutare?PPPS: Questa è l’ultima puntata della serie. Se cercate le altre, eccole qui. Siamo stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagostosettembreottobre e novembre.

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