Misterioso

Ero uno studente all’università di Zurigo quando un giorno, girando per le strade del Niederdorf, entrai in un negozio di dischi usati. All’epoca cominciavo a interessarmi di jazz, in maniera disordinata e curiosa. Così fui colpito dal nome di un pianista: Thelonious Monk. Non sapevo niente di lui, e credo proprio che comprai il disco per il nome (e forse per il bizzarro disegno sulla copertina, dove Monk appare con un casco da aviatore). Arrivato a casa, mi sedetti in balcone e ascoltai il disco. Non avevo nessuna competenza musicale, ma il suono di quel pianoforte mi riempì di meraviglia. A colpirmi furono la sua forza e insieme la sua lontananza. Quei trilli, quelle note ribattute, quelle dissonanze. Mi pareva di trovarmi in un altro mondo, somigliante al nostro eppure profondamente misterioso. Le melodie erano facilmente distinguibili, le canzoni avevano perfino qualcosa di antico… ma per me era tutto nuovo.
Misterioso è la parola giusta. Questo infatti è il titolo di uno dei brani più belli composti da Monk, registrato per la prima volta il 2 luglio del 1948 con il vibrafonista Milt Jackson. È un blues in dodici battute eppure, per la sua atmosfera surreale, è diverso da ogni altro blues. Questo a causa della melodia che marcia su e giù per la tastiera a scalini di sesta che sembrano un esercizio per principianti – scrive il critico John Szwed – ma soprattutto a causa dell’assolo di Monk, che lascia stupefatti per il suo rifiuto della logica convenzionale del blues. Le frasi sembrano chiudersi sempre su una nota sbagliata, gli intervalli scelti non sembrano quelli corretti, a un certo punto sembra addirittura restare indietro, suonando ripetutamente intervalli di seconda, dissonanti. Ogni volta che lo riascolto, mi sembra che non abbia perso niente della sua contemporaneità; del resto, anche il tocco di Monk al pianoforte è sempre unico e inconfondibile.


Sono passati cento anni dalla nascita di Thelonious Sphere Monk, avvenuta il 10 ottobre del 1917. (Sì, anche il secondo nome non è male.) Sposato e padre di due figli, Monk ebbe una vita difficile, a causa di una grave sindrome depressiva, intensificata dal consumo di alcol e stupefacenti. La moglie Nellie gli fu sempre vicina, così come altre persone; in particolare Nica, cioè la baronessa Pannonica de Koenigswarter, sua grande amica e protettrice, tanto che lo ospitò per gli ultimi dieci anni di vita (dal 1972 al 1982). A lungo Monk non fu curato nella maniera adeguata, e spesso i critici lo descrivono come un matto, un istintivo, uno che suonava le note sbagliate. Lui invece era profondamente consapevole della sua arte. Anche dopo che si era chiuso nel silenzio, durante gli anni Settanta, continuò a non apprezzare i giudizi dei critici (come quello da me citato sopra…). Nel 1976 gli accadde di sentire una trasmissione radiofonica, nella quale un musicologo dichiarava che Monk era un grande musicista nonostante suonasse le note sbagliate sul piano. Thelonious arrivò al punto da chiamare la radio e lasciare un messaggio, chiedendo che qualcuno dicesse a quel tizio in onda: “Il piano non ha note sbagliate”.
La musica di Monk non è sbagliata. È diversamente giusta. È come un pomeriggio di sole nel tardo autunno, quando a sederti in piazza pare di essere in estate, e ti rimbocchi le maniche e ti viene voglia di una birra, mentre la luce accarezza gli alberi nudi sui viali. In quei momenti ti piace stare in silenzio, fissando l’attenzione su qualcosa di piccolo e immediato: un riflesso sui vetri, il cigolio di un tram, il passaggio di un corvo sopra i tetti delle case. Il calore del pomeriggio è un abbraccio che fa vibrare qualcosa dentro di te, come una voce amica che ti raggiunge al telefono quando non te lo aspettavi. Mi sembra che tutto ciò, in maniera insondabile, sia racchiuso nella musica di Thelonious Monk.
A volte, quando scrivo e non capisco più a che punto sono, metto un disco di Monk. Come narratore, avverto la presenza di una piccola storia in ogni suo brano: ci sono gli imprevisti, i colpi di scena, la tensione dell’attesa e, nel momento giusto, il silenzio. Monk non amava gli effetti spettacolari, proprio perché sapeva bene – come ebbe a dire in un’intervista – che il silenzio è il rumore più forte del mondo. È famoso un suo silenzio in un’incisione di The man I love, registrata la vigilia di Natale del 1954 con Miles Davis alla tromba e con tre membri del Modern Jazz Quartet (Milt Jackson al vibrafono, Percy Heath al basso e Kenny Clarke alla batteria). Il pezzo comincia con il ritmo lento di una ballad, mentre Davis espone il tema; al minuto 1.21 Jackson parte con l’assolo e la band raddoppia il tempo. Quando è il turno di Monk, a 4.51, lui decide di esporre un’altra volta il tema; ma lo fa nel tempo originale, mentre gli altri continuano a doppia velocità. A 5.23, all’improvviso, Monk si ferma. Il basso e la batteria proseguono per nove battute, poi Davis richiama all’ordine il pianista con una frase suonata lontana dal microfono (5.36), quasi per esortarlo a proseguire. Monk allora si lancia in un’improvvisazione, finché a 6.02 Davis interviene con una frase decisa ripetuta quattro volte.

Su questo episodio si sono fatti molti pettegolezzi, anche perché, durante la stessa sessione, Monk aveva già dato qualche segno di stravaganza. Qualcuno dice che il pianista si fosse addormentato, qualcuno che si fosse alzato per danzare (come faceva spesso durante i suoi assoli), altri pensano che fosse andato in bagno o che si fosse smarrito e non sapesse più che cosa suonare. Altri ancora riferiscono di un litigio fra Monk e Davis (ma i due smentirono; e anzi Monk raccontò che quella sera fecero le ore piccole insieme). In realtà, se si ascolta la prima versione del pezzo, pubblicata in seguito, si scopre che Monk aveva fatto la stessa cosa, lasciando semplicemente una pausa più breve. La spiegazione più semplice è quindi che Monk avesse voluto quel silenzio. Inaspettato, certo. E, com’è giusto che sia, misterioso. Quando scrivo, o quando parlo, cerco sempre di ricordarmi che il silenzio è una modalità espressiva; non è soltanto una pausa fra i suoni o le parole, ma ha una sua consistenza e un suo significato.
In tanti hanno provato a definire la musica di Monk. L’autore giapponese Murakami Haruki, per esempio, la descrisse come ostinata e soave, intelligente ed eccentrica e, per una ragione che non capivo bene, nel complesso estremamente precisa. Una musica che aveva un’incredibile forza di persuasione su qualcosa nascosto dentro di noi. Molti provarono a interrogare lo stesso Monk, ma lui era un esperto nel dirottare le domande. Resta memorabile per esempio la sua ultima intervista, che ebbe luogo a Città del Messico in occasione del Festival internazionale del jazz del 1971. Così la racconta Arrigo Arrigoni in Jazz foto di gruppo (Il Saggiatore 2010).

PEARL GONZALES. «Oltre alla musica esiste qualcosa che la interessa?»
MONK. «La vita in generale.»
G. «E cosa fa in questa direzione?»
M. «Continuo a respirare.»
G. «Qual è secondo lei lo scopo della vita?»
M. «Morire.»
G. «Ma tra la nascita e la morte c’è molto da fare.»
M. «Mi avete fatto una domanda e io vi ho dato una risposta.»
Girò i tacchi, lasciando Miss Gonzales interdetta, per sempre.

Quanto a me, vorrei concludere ascoltando un brano che dura meno di un minuto. Il 26 giugno 1957, in un periodo difficile della sua vita, Monk era in studio per registrare con altri sei musicisti. Il giorno prima avevano inciso qualche brano, ma con grande fatica. La sera del 26 Monk si presentò con l’arrangiamento di un inno che aveva imparato da bambino, Abide with me. Monk adorava quella melodia, composta nel 1861 da William Monk (nessuna parentela) con il titolo Eventide. Dopo che il poeta Henry Francis Lythe ebbe scritto la poesia Abide with me sul letto di morte, le parole furono sovrapposte all’inno di William Monk. Di sicuro Thelonious le aveva in mente quando quella sera insistette perché i quattro fiati registrassero l’inno. Così lui tacque mentre Ray Copeland (tromba), Gigi Gryce (sax alto), John Coltrane (sax tenore) e Coleman Hawkins (sax tenore) suonavano Abide with me.

The darkness deepens; Lord with me abide, / When others helpers fail and confort flee, / Help of the helpless, O abide with me. (“Il buio si addensa; Signore, resta con me, / Quando non vale altro soccorso e fugge ogni consolazione, / Aiuto degli indifesi, resta con me”). Proprio questa registrazione, il 22 febbraio del 1982, accompagnò il funerale di Thelonious Monk. Oggi, a cento anni dalla sua nascita, Monk ancora ci insegna a cercare l’originalità vera, che significa fedeltà alla propria voce e disponibilità allo stupore. Come disse lui stesso, a volte suono cose che nemmeno io ho mai sentito.

PS: Le citazioni di Monk (nella foto qui sopra, a sinistra, con Dizzy Gillespie) e le parole di Abide with me provengono da Robin Kelley, Thelonious Monk. Storia di un genio americano, pubblicato nel 2009 e tradotto da Marco Bertoli nel 2012 per Minimum Fax. Il commento di John Szwed è tratto da Jazz! Una guida completa per ascoltare e amare la musica jazz, pubblicato nel 2000 e tradotto nel 2009 da Francesco Martinelli per EDT. La frase di Murakami viene da Ritratti in jazz, scritto nel 1997 e tradotto da Antonella Pastore nel 2013 per Einaudi. L’episodio legato a The man I love è raccontato anche da Franck Bergerot nel numero 699 (ottobre 2017) della rivista francese Jazz Magazine (Le jour où Monk eut un trou). La stessa rivista presenta un dossier per il centenario di Monk, con cento brani essenziali. Una discografia si trova anche nel volume di Kelley.

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Terrain vague

Ogni tanto qualcuno mi chiede: ma che cosa significa “scrittura creativa”? E tutti questi corsi, queste scuole, a che cosa servono? Spesso la domanda mi coglie impreparato e finisco per dare una risposta più teorica di quanto vorrei. Certo, ogni forma di scrittura in fondo è “creativa”, perciò il termine può sembrare quasi assurdo. Per giunta la pretesa d’insegnare un’attività artistica ha dei limiti evidenti: la tecnica può spingersi fino a un certo punto, ma poi la scrittura – come la musica, la pittura, il cinema – richiede un cammino di ricerca personale, allo scopo di favorire la maturazione negli anni di una propria voce, di un proprio stile.
In realtà non si tratta per me di un problema teorico, ma di un mestiere concreto. Da anni tengo laboratori nei licei o in altri contesti didattici, fra cui la Scuola Flannery O’Connor di Milano e la Scuola Yanez, che opera fra Italia e Svizzera. Con quale spirito, dunque, affronto il lavoro sui testi? Ci pensavo oggi mentre, fermo al semaforo, lasciavo che lo sguardo si perdesse in un terrain vague di fianco alla strada. È una fetta di prato incolto, con qualche vecchio albero da frutto e il ricordo di un sentiero nell’erba alta. Mi sono accorto di due cose. Primo, lasciare che gli occhi divaghino in quello spazio è per me un’abitudine, anche se finora l’avevo sempre fatto senza consapevolezza. Secondo, ho notato che il prato sta per andarsene. Sul terreno infatti sono comparse quelle che in Svizzera si chiamano modine: sono pali di legno o di metallo che, prima dell’avvio di un cantiere, disegnano nell’aria la forma che occuperà il futuro edificio.
Il terreno dunque è ancora incolto, ma ci vuole poco a immaginare il grande caseggiato che lo sostituirà. Comprendo che ciò significherà appartamenti, negozi, opportunità economiche. Ma è più forte di me: amo i terrains vagues e mi rattristo ogni volta che ne scompare uno. In italiano si chiamano spazi residuali, in inglese vacant land. Sono definiti dall’assenza, dalla mancanza di una funzione utile. Un terrain vague è un vuoto, un pezzo di natura dimenticato dentro la città, una svista geografica. La particolarità di questi frammenti è quella di avere un loro tempo, un loro ritmo segreto che non sempre si accorda a quello del contorno urbano. Ecco perché i terrains vagues mi fanno pensare alla “scrittura creativa”. Per me un laboratorio non ha solo lo scopo di aiutare uno scrittore a trovare la sua voce, né quello di fornire mezzi tecnici a chi voglia affinare gli strumenti del mestiere. I laboratori servono anche a controbilanciare un aspetto fondamentale della scrittura: la solitudine. È giusto che un autore conosca la solitudine, ma senza esagerare (altrimenti si rischia l’isolamento). È giusto che chi lavora con le parole approfondisca il valore del silenzio, ma sempre senza esagerare (altrimenti si rischia l’aridità). Nel laboratorio si approfondisce l’amore per la letteratura, come lettori prima che come autori. Il fatto di condividere un’esperienza non rende meno acuminato e solitario il lavoro di chi scrive, ma permette d’interrogarsi e di cogliere altri punti di vista.
La scrittura è come un terrain vague nel tessuto della quotidianità, uno spazio imprevisto, non riducibile a uno scopo immediato. Quando tengo un laboratorio, mi capita di avere intorno persone dai quindici agli ottant’anni (e anche oltre…), che fanno i mestieri più disparati e che vogliono scrivere per i motivi più differenti. Qualcuno vuole costruire racconti o romanzi, qualcun altro vuole raccontare di sé o tenere traccia dei suoi viaggi, altri ancora vogliono diventare lettori più attenti provando il gesto della scrittura. È come dedicarsi a uno strumento musicale: non tutti imparano a suonare il pianoforte per poi incidere un disco; spesso c’è soprattutto il desiderio di conoscere un nuovo tipo di linguaggio. Alla fine l’avvocato o il meccanico che frequenta un laboratorio non diventerà magari uno scrittore, ma è possibile (e auspicabile) che la passione per la letteratura lo aiuti a diventare un avvocato o un meccanico migliore.
Del resto anch’io prendo una lezione di saxofono una volta alla settimana, ma non ho certo intenzione di suonare in pubblico. Semplicemente, a volte uno sente l’esigenza di trovare un terrain vague. Allora occorre parcheggiare la macchina, allontanarsi dal traffico e oltrepassare il cancello chiuso.
Così ho fatto oggi. Ho scavalcato il recinto, ho superato una macchia di bambù e mi sono inoltrato nel vuoto. Le modine, da vicino, parevano dei totem. In mezzo al prato – benché si sentissero ancora le automobili – il vento e il fischio di un uccello mi hanno procurato una sensazione di silenzio, di lontananza dal mondo. È proprio a questo altrove, ho pensato, che approda chi si cimenta nella scrittura.


Ho raggiunto un albero da frutto, mi sono arrampicato sui rami più bassi e da lì ho contemplato il terrain vague. Mi sentivo come se guardassi verso il passato. Fra poco non ci saranno più né gli alberi né il vuoto; già ora, in mezzo ai rami, s’infila come un monito l’asta di metallo, a delimitare l’angolo di un muro o il vano di un garage. Passeranno gli anni e forse, in fila al semaforo, arriverò perfino a scordarmi che al posto del caseggiato c’era uno spazio incolto.
Ci sono tuttavia dei terrains vagues che, nella loro provvisorietà, hanno la capacità di restare. La lettura e la scrittura a ben vedere non servono a niente. La vita sembra fatta di cose ben più necessarie e giustificabili: cibo, contratti, amori, palestre, case, affari, figli, aperitivi, amicizie, vacanze… Insomma, perché scavalcare il cancello? Perché camminare nella terra di nessuno? La risposta non può essere teorica. Bisogna proprio andarci e sentire, sotto i nostri passi, il frusciare di quell’erbaccia inutile e preziosa.


PS: Qualche informazione per chi fosse interessato. Le lezioni della Scuola Flannery a Milano sono già in corso; ci si potrà iscrivere nuovamente all’inizio del 2018. La Scuola Yanez invece apre nuovi laboratori per l’autunno-inverno (trovate qui tutti i dettagli).

PPS: Ne approfitto per ringraziare le scuole e le associazioni che negli anni mi hanno chiamato per tenere lezioni o laboratori. Oltre a quelle che ho già menzionato, voglio citare anche Lalineascritta (Napoli). Il laboratorio fondato da Antonella Cilento festeggia i venticinque anni di attività: un traguardo importante e un segno di speranza per chi crede nella letteratura.

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L’ultima tigre

Mi ha punto una zanzara. Un giorno di fine settembre, a Bellinzona, su una panchina nell’anonima piazzetta tra via Raggi e via Borromini, sono stato aggredito senza pietà da una Aedes albopictus, meglio conosciuta come zanzara tigre. A Bellinzona, capite? A circa 46 gradi di latitudine nord e 9 gradi di longitudine est. A poco più di duecento metri sul livello del mare e con una temperatura di venti gradi. Altre zanzare in giro, a Bellinzona, non se ne vedono. Sono tutte morte, oppure sono piombate nella diapausa invernale, cioè stanno dormendo serenamente nel tepore di un sottovaso, di un garage o di un albero cavo. Ma la mia zanzara invece no. Lei è una guerriera, una che resiste: disprezza da lontano la viltà delle sorelle, ignora i segnali dell’autunno, se ne infischia del freddo e delle prime foglie ingiallite. Magari non ha nemmeno sete di sangue, ma il suo onore di tigre solitaria esige che vada a caccia e che conficchi il rostro nel mio avambraccio, pronta a morire come muoiono gli eroi. In realtà poi è sopravvissuta: appena mi sono accorto dell’assalto, ha fatto perdere le sue tracce (avrà pensato che sì, va bene morire come un eroe, ma senza fretta).
Eccomi dunque con la mia lesione pomfoide pruriginosa, mentre intorno – ignari della tigre che prepara l’agguato – i frequentatori della piazzetta passano il pomeriggio nelle solite attività: pettegolezzi, birra, whatsapp. Gli sventurati non sanno che, come informa in un documento il Gruppo cantonale di Lavoro Zanzare, la belva sosta frequentemente sugli indumenti, rimanendo silente a lungo. Ma forse siamo fortunati, forse la Sanguinaria si è spinta verso altri territori di caccia. Dicono che si sposti poco – circa 100 metri all’anno – ma potrebbe aver usufruito di un passaggio: la zanzara tigre, infatti, entra facilmente in un qualsiasi mezzo di trasporto (automobile, camion, ecc.) inseguendo la sua preda (uomo).
Oggi sembra che io sia l’unico esemplare della sua preda (uomo) ad aver subito il prelievo di sangue. Mi gratto l’avambraccio e apro il libro che ho portato con me: Filippo Strumia, Marciapiede con vista (Einaudi 2016). Il titolo si addice alla situazione, perché dalla mia panchina il panorama è interessante: il va e vieni di pensionati e adolescenti, l’arrivo e la partenza degli autobus, la vita minima di un quartiere periferico. Qualcosa accade qui e ora, qualcosa che sembra niente ma che invece è un momento irripetibile nel tempo. In due versi fulminei, Strumia annota: Non posso dire adesso / senza averne nostalgia. Mi accorgo che la mia nostalgia non è tanto perché l’istante fugge, quanto perché intuisco di non appartenere al mondo in cui mi trovo. Il gruppo dei pensionati discute di calcio, un uomo di mezza età mette due lattine di birra nella fontana. Quattro ragazzi, due maschi e due femmine, si siedono nella panchina accanto alla mia. Poi una delle ragazze riceve un messaggio che la manda in agitazione, tanto che trascina l’amica dalla parte opposta della piazza, per un consulto. I due maschi non fanno commenti e fumano in silenzio. Quando le ragazze tornano, una sta dicendo all’altra: Ma se lui vede che hai letto e tu non rispondi, poi pensa che sei d’accordo! Oh, esclama l’amica. E allora che cosa faccio?
Che cosa faccio? È la domanda che mi pongo anch’io. I ragazzi, l’uomo con la birra, una famiglia in bicicletta, i pensionati che sanno tutto di tutti, ognuno qui ha un ruolo, ognuno vive il pomeriggio di festa con pienezza di azione e di pensiero. Invece io mi limito a guardare gli altri e a chiedermi lo scopo di questi andirivieni domenicali, di queste partite di calcio, di questi messaggi con o senza risposta. Certo, prendo appunti sul mio taccuino. E tornano a cadere / parole dalle cose, / e cosa fare di questo / stare qui è la domanda / da dimenticare. Purtroppo non sono mai riuscito a dimenticare una domanda. Se nei mesi scorsi ogni tanto mi è parso di partecipare alla vita della piazzetta, oggi percepisco la mia estraneità: sono arrivato, ho letto il mio libro, non ho parlato con nessuno.
L’uomo con la birra ha scovato una stazione radiofonica sul cellulare. Il miagolio della musica nasconde le parole dei pensionati, prima di venire a sua volta coperto da un gruppo di motociclisti. Mi alzo e mi avvicino alla fontana, concentrandomi sul fruscio dell’acqua. Fra poco me ne andrò, con la consapevolezza di essere irrimediabilmente straniero, anche qui, in una piazza della mia città. L’essere vivente al quale più mi sono avvicinato è quell’estremo esemplare di Aedes albopictus (anzi, si è avvicinata lei). C’è una lirica di Strumia che sembra scritta apposta: L’autobus ritarda, / sei nel luogo dove stare. / Guarda la zanzara, / chiedile un parere, / ragiona sui lampioni / con i pipistrelli. Non ho conversato con la Sanguinaria, mentre per i pipistrelli mi sembra troppo presto. Taglio attraverso l’aiuola, ancora sfolgorante di colori, e me ne torno a casa.


Investigando marciapiedi, lampioni, panchine e tombini, Strumia esprime in parte questa sensazione di lontananza dal mondo, di solitudine. Chiudi tutto e vai a zonzo. / Soffrire di pensieri / è difetto di presenza. / Per sapere d’esser qui / serve un ragno, / un disegno col gessetto / cancellato per metà, / forse un pezzo di pneumatico / scoppiato, / un randagio che ha lo sguardo / dei tuoi occhi. Mi pare che le parole difetto di presenza dicano bene il mio essere escluso. Naturalmente ho persone che mi sono accanto ma qualche volta, come un randagio, mi taglio fuori da ogni forma di vicinanza. E se scrivo, quando scrivo, è anche per ritrovare una forma di contatto.
Lungo la strada, passo accanto a un bidone per la spazzatura su cui campeggia un annuncio a lettere cubitali: ESTRANEI CHE GETTANO SACCHI NON UFFICIALI VENGONO DENUNCIATI. Mi fermo a guardare. Trovo significativo che non venga punita soltanto l’infrazione (gettano sacchi non ufficiali), ma anche il fatto che sia perpetrata da estranei. Inoltre, punita da chi? Non è precisato, e perciò la minaccia suona ancora più fosca: vengono denunciati, senza complemento d’agente. Non ho la minima intenzione di gettare sacchi nel bidone (soprattutto sacchi non ufficiali), ma in qualche modo mi sembra che l’avviso voglia mettere in guardia anche me: attento, resti comunque un estraneo. Un randagio. Uno che viene da fuori. Ma sta’ tranquillo che noi ti teniamo d’occhio.

PS: Per leggere gli altri articoli sulla piazzetta, potete aprire la categoria “Piazzetta 2017” oppure cliccare qui: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto.

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You look like my brother

Ecco uno dei miei personaggi preferiti.

C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

È una storia malinconica narrata dall’autore russo Daniil Charms nel 1937. Ogni tanto torno a rileggerla, e sempre mi stupisce un paradosso: la narrazione consiste nello smantellamento del personaggio, tanto che egli progressivamente scompare, diventa nulla; e tuttavia – proprio perché possiamo parlare di un personaggio, proprio perché possiamo definirlo con un egli – in qualche modo egli esiste davvero. Il personaggio non c’è, ma c’è; e se ne sta davanti a noi con i suoi capelli rossi (che non ha). Sul filo dell’assurdo, la storia apre domande esistenziali. Che cosa definisce quell’insieme di memoria e desideri che si chiama “Andrea”? Nel corso della mia vita mi accadrà quello che accade all’uomo che (non) aveva i capelli rossi: un progressivo allontanamento da ciò che mi è caro, una perdita di ricordi, legami, capacità. Questo vale per tutti noi – persone vere e personaggi fittizi. Allora è meglio non parlarne più? Eppure scattiamo fotografie, suoniamo, scriviamo lettere, romanzi e articoli sui blog. E aggiorniamo i nostri profili sui social network. Insomma, vogliamo esistere. Mi capita di pensarci in viaggio, quando incrocio una persona che non vedrò mai più: è negli incontri, magari fortuiti, che la storia di Charms può cambiare finale. Infatti nello sguardo degli altri, anche in minima parte, appare sempre qualcosa di noi.
C’è un uomo che vive a Monaco, in Baviera. Qualche volta la sera, durante la settimana, indossa gli stivali, un paio di calzoni a tinta mimetica, una maglietta con il disegno di un teschio e un cappellino da baseball. Poi prende la metro e va in un locale dove mettono musica rock. È una discoteca di periferia, in una zona in cui si aprono le voragini degli edifici in costruzione e dove, accanto alle insegne colorate dei locali notturni, brillano i fari di posizione delle gru. Nel locale a volte non c’è quasi nessuno. Ma anche se la pista è vuota, l’uomo non si lascia scoraggiare. Avanza tra le luci fosforescenti e gli sbuffi di fumo, si lascia prendere dal ritmo. Appena c’è un assolo di chitarra, imita il musicista e mima il gesto di suonare.
Nello stesso locale, la settimana scorsa, c’ero anch’io. Guardavo l’uomo con il cappellino mentre fingeva d’imbracciare una chitarra, e ho notato come la musica lo avvolgeva. Lui non si è accorto di me, ma senza volerlo ha lasciato una traccia, tanto che ora si trova qui, nel blog. Le nostre vite si sono appena sfiorate; eppure quell’incontro è riuscito a suscitare un’impressione, un pensiero, un segno scritto.
Nella stessa discoteca, ho visto un uomo che pareva una montagna. Era un ammasso di muscoli, con due bicipiti spessi come un paracarro e una canottiera aderente cosparsa di parole minacciose. Al centro della pista, dondolando al ritmo dei Black Sabbath, avrebbe potuto spaventare chiunque. Invece, a modo suo, voleva fare amicizia. Verso le due di notte ha preso in simpatia un altro avventore, alto la metà di lui. I due hanno ballato l’uno accanto all’altro e si sono dati il cinque. Poi la Montagna ha abbracciato l’uomo più minuto e gli ha detto, con ruvida commozione: You look like my brother, sembri mio fratello. L’ha ripetuto un paio di volte – tanto che l’uomo più piccolo ci ha tenuto a precisare, con un filo di esitazione: But I’m not… Infine la Montagna ha dato una pacca affettuosa al suo nuovo amico (rischiando di mandarlo a gambe all’aria) e ha ripreso a ballare, felice di quel riconoscimento notturno, di quel fratello lontano apparso per un attimo con le fattezze di un estraneo. Come nella storia di Charms, nella nostra vita sono sempre in tensione i poli dell’assenza e della presenza. A volte un’assenza può rovesciarsi in presenza inaspettata, a volte invece una presenza impallidisce, tanto che non arriviamo più a percepirla.
Sempre a Monaco, nel Museo Brandhorst, mi è capitato di vedere un’opera dell’artista statunitense Jeff Koons: Amore (1988), del ciclo Banality. È la riproduzione in porcellana (81.3 x 50.8 x 50.8 cm) di un bambolotto dalle guanciotte rosse e dagli occhietti azzurri, avvolto in un costume da orsacchiotto da cui esce un ciuffo di capelli biondi e ricci. In una mano ha un cuore con la dicitura I love you, nell’altra un vasetto di marmellata. Al collo, un bavaglino ricamato con la scritta amore. Ha un altro cuore disegnato sul petto e se ne sta seduto su un basamento in stile rococò, tra cuoricini, fiorellini e altri oggetti simili. Per il filosofo Arthur Danto, Amore e le altre opere del ciclo sono meraviglie innaturali che dovrebbero piacere a tutti noi, se non fossimo stati educati a svalutarle come banali esempi di kitsch. Non so se quest’opera abbia suscitato in me il conflitto interiore di cui parla Danto. Intorno al bambolotto c’era un gruppo di persone che discutevano animatamente. Qualcuno leggeva dotte spiegazioni da un volantino, altri scuotevano il capo o indicavano i dettagli della scultura. In un certo senso, mi è parso che la vera opera d’arte fossero loro, i visitatori, con la loro presenza e con il fatto che stessero quasi litigando sul senso di quell’inquietante bambolotto.
Secondo Koons non è necessario essere preparati per conoscere l’arte, ma basta accettare sé stessi: Volevo che il ciclo Banality comunicasse alle persone che la loro storia personale, qualunque sia, è perfetta; per creare un’arte eccezionale serve soltanto la propria storia. L’arte che ne uscirà rappresenta l’espansione delle vostre possibilità. Non capisco bene che cosa tutto ciò voglia dire. Forse abbiamo smarrito la nostra parte infantile, capace di meravigliarsi anche davanti al kitsch? Ho provato a mostrare la cartolina con la riproduzione di Amore a una bambina di cinque anni, la quale in effetti non si è posta il problema del kitsch. Però non ha nemmeno commentato l’estetica dell’opera, limitandosi invece a chiedere: 1) se fosse una bimba travestita da orso; 2) come facesse a stare seduta senza rovesciarsi all’indietro.
Anche se l’avessimo smarrita, la nostra parte infantile non può scomparire. È una presenza silenziosa, nel profondo dell’anima, alla quale possiamo attingere in caso di bisogno. Quasi sempre, essa non si manifesta con affermazioni o con apprezzamenti estetici, ma spostando il punto della questione. Ho letto alla bambina la storia di Charms, e lei non ha dubitato nemmeno per per un attimo dell’esistenza del protagonista. Senza battere ciglio, mi ha chiesto: Ma lui dove abita? E dopo qualche secondo ha aggiunto: Di sicuro abita in una casa invisibile.

PS: Daniil Charms nacque nel 1905 a San Pietroburgo; dopo una vita difficile, venne arrestato nel 1941 e morì in un ospedale psichiatrico di Leningrado nel 1942. In italiano è uscito il volume Casi (Adelphi 1990), a cura di Rosanna Giaquinta, in cui si trova il racconto sull’uomo con i capelli rossi. Le parole di Koons (nato nel 1955) sono tratte da Ulrich Obrist, Jeff Koons, Walter König Verlag 2012. Quelle di Danto provengono dal saggio Banality and Celebration. The Art of Jeff Koons, in Unnatural Wonders, Columbia University Press 2007.

PPS: Grazie a Emanuele per alcune delle fotografie di questo articolo.

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Greina

Ecco la domanda: chi siamo noi, davvero? Dove passa il confine fra noi-stessi-ma-proprio-noi e ciò-che-ci-siamo-o-che-ci-hanno-cucito-addosso? A voler essere precisi, bisognerebbe rispondere come Giobbe: nudi siamo usciti dal ventre di nostra madre, nudi ritorneremo nel ventre della terra. Il resto è solo, come dire, un intermezzo. Ma è un intermezzo pieno di case, famiglie, passaporti, tatuaggi, pranzi della domenica, autobus, banconote e altri vestiti più o meno eleganti, che velano la primordiale nudità.
Quando scrivo un romanzo, cerco di prestare attenzione ai dettagli. Ma soprattutto mi sforzo di cogliere quello che Simenon chiamava l’homme tout nu, l’uomo nudo, nella sua natura essenziale. La difficoltà consiste nell’usare i dettagli concreti della storia come un mezzo e non come un fine. In che modo conservare questa schiettezza narrativa? Spesso alcuni gesti in apparenza semplici, come quello di camminare, mi aiutano a riordinare i pensieri.
Il pianoro della Greina si trova fra le montagne a nord della Svizzera italiana. Da migliaia di anni è un valico per chi viaggia attraverso le Alpi. Oggi il Passo della Greina, a 2362 metri sul livello del mare, segna il confine fra due Cantoni elvetici: Ticino e Grigioni. Ma è proprio l’idea di “confine” a diventare labile quando ci si trova lassù, nella vastità dell’altopiano in cui sole, vento e acqua discutono fra loro con parole nate prima di ogni linguaggio. Che senso ha distinguere una nazione dall’altra? Ci affanniamo a litigare su “cittadinanza”, “identità”, “tradizioni storiche”, “valori nazionali”, “patria”, “politiche migratorie”, “istituzioni”… e trecento milioni di anni fa qui c’era soltanto acqua. Un mare calmo, tropicale. Un moto di onde senza frontiere, incessante, sempre uguale a sé stesso. Camminando per la Greina, la vertigine non è data dall’altezza, ma dal tempo: ogni passo segna il trascorrere dei millenni. Da uno strato roccioso all’altro, si misura l’ampiezza e la lentezza dei movimenti che hanno creato il suolo, quello stesso suolo che ci pare immutabile e che possiamo misurare, ma non veramente possedere.
A nord c’è lo gneiss occhiadino, che è una roccia metamorfica. Il gruppo del Piz Medel, del Valdraus e del Gaglianera risale all’era paleozoica, circa trecento milioni d’anni fa. La tonalità di fondo è grigiastra, rischiarata dal verde dell’erba e del muschio. Poche centinaia di metri più a sud, prevale il giallo delle dolomie, con le striature rossastre del magnesio: sono rocce sedimentarie del Triassico, nate circa duecento milioni di anni fa. Ancora più a sud, si trovano i calcescisti e gli argilloscisti: dal Piz Coroi al Piz Terri, sono ammassi giganteschi di rocce nere. Le montagne si formarono dall’accumulo di sabbia, giù nelle profondità del mare, dove si posavano i sedimenti minuscoli portati dai fiumi. Durante il Giurassico e il Cretaceo, dai centottanta agli ottanta milioni di anni fa, la materia organica si trasformò in grafite; oggi, nelle giornate di sole, brilla come uno specchio.
Proprio questo è la Greina: uno specchio. Il mutare del tempo diviene la consistenza stessa del paesaggio. Mi sposto dal nero al giallo fino al grigio – nell’ampio silenzio interrotto dal frusciare dei torrenti e dal fischio delle marmotte – e penso che sto viaggiando verso il passato. Tutto pare immobile, ma i moti convettivi che crearono queste valli e queste montagne stanno ancora lavorando, proprio nel ventre della terra. Anche se non sembra, ogni cosa lentamente cambia. Nella desolazione spiccano i movimenti minimi: il fremito di un girino dentro una pozza, il ciondolio di una vacca al pascolo, il guizzo di uno stambecco fra gli spunzoni di roccia. Anche i miei gesti mi sembrano più netti, come se lasciassero un’eco visuale nello spazio: bere un sorso d’acqua, appoggiare il bastone, aggiustare il cappello. Ogni azione elementare, per effetto del paesaggio, acquista una densità, un senso compiuto e misterioso.
Come tutti gli specchi, infatti, la Greina conserva qualcosa di segreto. Lo scrittore olandese Cees Nooteboom annotava: C’è qualcosa di misterioso nel fatto che i paesaggi, che in definitiva non sono responsabili della tua esistenza, che in ogni caso non hanno nulla a che farci e che sicuramente non se ne curano affatto, ciò nonostante esprimano qualcosa di quello che provi perché se così non fosse non proveresti nulla per quello che vedi. I paesaggi, visti o immaginati, restano dentro di me, riflettono un’immagine di ciò che sono e mi sorprendono a mezza costa fra il passato e il futuro, incerto, inquieto come sempre. Sulla Greina affiorano sorgenti che scendono nel Reno e poi nel Mare del Nord, da una parte, e che dall’altra giungono fino al Po e al Mediterraneo. Essere qui è essere altrove, in una vicissitudine spazio-temporale che mi comprende e che mi sovrasta. Risalgo la parete di un canyon, passo accanto agli archi e ai monoliti della dolomia. Poi supero le doline erbose, avanzo fra i meandri del fiume, nella pianura alluvionale.
L’aria è fredda, sale la nebbia. Comincia a piovere. Mi sembra che potrei camminare per sempre lungo questo frammento di tundra. Così in alto, dentro questo vuoto, la vita e la morte si mostrano per quello che sono: inesorabili. Animali e piante si adattano, per sopravvivere si aggrappano con tenacia a ogni espediente, a ogni spiraglio. E noi esseri umani, che pensiamo di possedere le cose, non lottiamo forse allo stesso modo? Con la differenza che a noi non basta essere dentro un paesaggio, ma vogliamo trovare noi-stessi-ma-proprio-noi, vogliamo indagare le ragioni del nostro vivere e del nostro morire. Anche i protagonisti delle mie storie, dentro il fluire delle vicende quotidiane, devono fare i conti con la loro intrinseca nudità. Mentre mi avvolgo nel mantello, sotto la pioggia leggera nel cuore dell’altopiano, mi vengono in mente i miei personaggi. È tutto qui: la vita e la morte. Ed è il riassunto di ogni storia, dal principio del mondo fino a questo giorno di metà settembre.

PS: La frase di Giobbe proviene dal libro omonimo della Bibbia (Gb 1, 21). Il riferimento di Simenon all’homme tout nu si trova in parecchi testi o interviste; per esempio nella conferenza Le romancier, tenuta a New York nel 1945: Je me rapprochais de l’homme, de l’homme tout nu, de l’homme en tête à tête avec son destin qui est, je pense, le ressort suprême du roman. Il testo completo si trova in L’Âge du roman (Complexe 1988). Le parole di Cees Nooteboom risalgono al 1981 e sono tratte da Voorbije passages (De Arbeiderspapers, Amsterdam 1989). In italiano, tradotte da Fulvio Ferrari e Marco Agosta, sono citate in Cees Nooteboom, Avevo mille vite e ne ho presa una sola (Iperborea 2011).

                                         

PPS: Grazie a Paolo per la documentazione e per alcune delle fotografie che illustrano questo articolo; ma soprattutto, grazie per avermi fatto da guida. (A proposito: lo gneiss occhiadino, che ho citato sopra, si chiama così per il feldspato plagioclasio, di colore bianco, che forma quasi degli occhi all’interno delle rocce). Un ringraziamento ai gestori della Capanna Scaletta per l’ottimo vitto e per la gentile accoglienza.

PPPS: La regione della Greina è un altopiano lungo circa sei chilometri e largo uno. Si allunga in tre direzioni: a est il Plaun la Greina, a sud l’Alpe di Motterascio e a ovest il Piano della Greina. Al centro di questa area, su un grande masso, è stata infissa una croce di ferro battuto: è il Cap la Crusc (il sasso della croce).

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