Ultime bozze

Ho appena consegnato le bozze del romanzo, quando mi arriva una mail dalla casa editrice. Monica scrive che, nel controllare le ciano prima del “visto si stampi”, le è venuto un dubbio. A pagina 36 si dice che Annika aveva nove anni, ma poi a pagina 43 si accenna al suo ottavo compleanno. «Che ne pensi? Come correggiamo?» Faccio un respiro. Mi guardo attorno. La carta, dopo avere conquistato la scrivania e la poltrona, ha invaso ogni superficie libera tranne il soffitto. Mi aggiro sul pavimento, trovo le pagine 36 e 43, controllo i miei appunti, verifico l’età del personaggio, cerco altri riferimenti, paragono la mia versione originale con il pdf già impaginato. Com’è possibile che mi sia sfuggita l’età della bambina? Alla fine per fortuna, dopo un’indagine accurata, riesco a ricostruire le vicende di Annika e della sua famiglia.
Chiamo Monica, che risponde al primo squillo.
«Allora?»
«Ha otto anni.»
«Sicuro?»
«Ho controllato.»
«Bene!» Monica sorride. «Allora possiamo andare avanti.»
Non si finisce mai di scrivere un romanzo. Semplicemente, a un certo punto è il romanzo stesso che ha voglia di vedere il mondo e chiede di andarsene per conto suo. Allora ci si preoccupa. Avrà freddo? Fame? Sete? C’è qualche dettaglio da sistemare, qualche imprecisione, qualche parola da sostituire? Fino all’ultimo l’autore aiuta il romanzo a preparare lo zaino per il viaggio. Ma viene il momento in cui autore, editor, correttori di bozze, redattori, tutti si ritirano nell’ombra. Il romanzo viene affidato ai tipografi. È pronto per partire verso l’ignoto.
Gli Svizzeri muoiono felici uscirà nei primi giorni di settembre per l’editore Guanda. È una storia noir, con l’investigatore Elia Contini, ma è allo stesso tempo il diario di una ricerca esistenziale. È anche la cronaca di un incontro fra culture diverse, paesaggi distanti (la montagna, il deserto) e visioni del mondo che sembrano opposte, inconciliabili. Da tempo mi portavo dentro questa vicenda, ma ero bloccato. Sono infine riuscito a scriverla grazie all’incoraggiamento di qualche amico e ad alcune circostanze favorevoli. Si tratta di un romanzo anomalo e avevo il timore di non riuscire a esprimermi in maniera efficace. Mi è stato utile confrontarmi con altri, in fase di scrittura e di revisione; non solo per le questioni tecniche, ma soprattutto per definire meglio ciò che volevo dire.
Per scavare un pozzo a mano, nel Maghreb, bisogna essere in due: una persona che scava e un’altra che porta fuori la terra con un secchio e una corda. Questo succede anche con la scrittura. Non si tratta di un lavoro totalmente solitario, di un confronto con sé stessi nel proprio recinto, perché di continuo il gesto creativo rimanda a un altrove. Il luogo dove nascono le storie rimane misterioso, come un pozzo nella profondità della terra, e le storie stesse acquistano un senso solo se destinate a un lettore, a qualcuno che le accolga e le renda vive.
A proposito di pozzi. I Tuareg raccontano la storia di due compagni di viaggio che, dopo un lungo cammino nel deserto, arrivano a un pozzo parzialmente ostruito. Uno dei due, impaziente, abbevera il cammello, riempie la borraccia e riparte. L’altro si ferma, rimuove le pietre, riesce a calarsi nel pozzo. Dopo qualche metro trova dell’acqua più buona di quella che affiorava alla superficie. Ma c’è un ingombro di materiali che rende difficoltoso attingere a una maggiore profondità. A questo punto, l’uomo s’interroga: devo accontentarmi di questo rivolo o devo scavare ancora, rischiando e faticando, per cercare un’acqua più fresca, più abbondante, più pura?
È una domanda difficile. Per quanto riguarda la scrittura, credo che ciò che mi spinga a inventare nuove storie sia il bisogno di trovare un’acqua sempre più limpida, insieme al desiderio di condividere quest’acqua. Dopo aver scavato il pozzo, infatti, l’uomo non si limita a proseguire il cammino, ma fabbrica un muro di pietre, perché la fonte non si ostruisca di nuovo e perché il prossimo viaggiatore possa dissetarsi.
Nella mia vita mi è successo di arrivare a pozzi soffocati. Ma ho conosciuto anche libri, luoghi, persone che sono per me come pozzi di acqua viva. Proprio in segno di gratitudine continuo a scavare, a costruire storie e personaggi. Ogni tanto mi sfugge qualche dettaglio, come l’età di Annika… ma per fortuna arriva sempre una mail con un’osservazione o un dubbio dell’ultimo minuto. È proprio vero: per costruire un buon pozzo, bisogna essere (almeno) in due.

PS: Il disegno di un pozzo nel deserto risale al 28 ottobre 1885 e proviene dal taccuino di Charles de Foucauld. La fotografia è di Alain Morel: scattata nel Sahara maliano, a nord di Araouane, raffigura un pozzo profondo che permette di abbeverare le carovane di sale provenienti da Taoudenni. È tratta dal saggio dello stesso Morel intitolato Comprendre les déserts, che si trova in AAVV, Le livre des déserts. Itinéraries scientifiques, littéraires et spirituels, a cura di Bruno Doucey (edizioni Robert Laffont 2006).

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A Zurigo, sulla luna

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Di fianco a noi siede un ragazzo olivastro.
Barba scura, maglietta nera e scarpe
da ginnastica. Sull’orecchio un brillante
pacchiano. Fissa il suo telefono, poi aggiusta
nelle orecchie gli auricolari. Solo quando si gira
mi accorgo che i suoi occhi sono più azzurri
del vento, senza macchie, e si spalancano
densi come nubi. La piazza riflessa è diventata
minuscola, ora, noi tutti siamo punti dispersi
che non ritrovo, che si sommano ad altri
nel profondo marino di depositi e secoli.

Finché si alza, ride forte e riparte. Anche lui
torna presto insignificante.

[YB]

*

Quando non ci vedi più, immagini tutto. Le cose che sono, quelle che sono state. Le cose che potrebbero essere. Ho negli occhi il paesaggio della mia infanzia – il deserto, le vie della città vecchia, i minareti – e ho nelle orecchie le voci di questa piazza. Ho nelle narici i suoi odori. La campana del tram risuona anche troppo vicina. Il negozio di tabacchi si protende fino a me, insieme alla bottega del fioraio, alla pasticceria, all’edicola con i giornali freschi di stampa. Raggiungo in fretta il marciapiede, prima che arrivi il prossimo tram. Muovo il bastone davanti ai piedi, esplorando l’asfalto. Percepisco i corpi che si scansano per lasciarmi passare.
Mi siedo. Sono stanco. Il cervello lavora per ricostruire lo spazio, immaginando la distanza fra le persone, i palazzi delle banche, il volto di una madre che spinge una carrozzina. Ma nello stesso tempo, con poca fatica, il cervello immagina mia madre: i suoi denti bianchi quando ride, il velo ciclamino dei giorni di festa, le sue mani che impastano la farina. Mia madre, morta da anni, scivola in mezzo a un gruppo di ragazzi in gita scolastica. Il cielo senza confini non è più remoto del piccione che beccheggia a pochi centimetri dalle mie scarpe. Che cosa scegliere?
Potrei vedermi da vecchio al mio paese. Potrei vedermi all’altro capo del mondo. Potrei vedere una donna bellissima sopra i tacchi che si muove, si ferma, si muove. Potrei vedere le labbra che pronunciano parole in tedesco, in inglese, in spagnolo, in italiano, in altre lingue che non conosco. Una donna chiacchiera in arabo al telefono. Rihla sa’ida, buon viaggio. E io resto sulla panchina, con i pensieri che fuggono. Sento una ragazza che dice a un’altra, in tedesco: hai visto che occhi, quello lì? Guarda come sono chiari! Capisco che stanno parlando di un uomo seduto accanto a me. Non so se sia vecchio, se sia giovane, se sia straniero. Lo sfioro delicatamente sul braccio. Lui si volta, mi guarda.
Occhi blu, silenziosi come il mare sognato, come il cielo ricordato, come il tempo della giovinezza e come i pomeriggi che non finiscono mai. Mormoro due parole di scusa e avverto il suo imbarazzo nell’accorgersi che sono cieco. Lui torna a voltarsi dall’altra parte. L’invisibile azzurro del suo sguardo resta con me, ancora per un po’, nel vasto incrocio di Paradeplatz.

[AF]

*

Indietreggiare può fare bene, ogni tanto. Ritornare sulle proprie idee, mostrarsi timidi, lasciare spazio a qualcun altro. Così, all’angolo di Paradeplatz, invece di avanzare sicuri con i nostri taccuini in direzione della solita panchina, indietreggiamo un passo dopo l’altro, fino a ritrovarci all’interno di una corte ricca di marmi, bancomat e boutiques. Qualche metro ancora e compare un bar lussuoso agghindato con qualche pallone, bandierine, finte zolle di finta erba e un trionfante calcio balilla a ricordare il comune gaudio (mezzo mal?) dei campionati del mondo in Russia. Giunge l’eco di frasi lontane, pronunciate a mezza voce dentro un cellulare. Intorno domina la perenne staticità delle pietre levigate. L’unico movimento è quello di una fontana che, sul fondo, lascia intravvedere alcune frasi che scorrono. Sono desideri apparentemente inesaudibili, espressi in più lingue: respirer sous l’eau, essere invisibile, auf einem Teppich fliegen, die Zeit anhalten, be wherever I want…

“Siamo quello che siamo”, si sente dire ogni tanto: “prendere o lasciare”. Invece siamo molto più spesso quello che non possiamo diventare e quello non siamo riusciti a fare. Poco male, la poesia che abbiamo portato con noi sembra proprio uscita da quella fontana e dal flusso di parole: è un’ottava dell’Ariosto, tratta dall’Orlando furioso, dall’episodio di Astolfo sulla Luna (alla ricerca del senno di Orlando).

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.

La Luna: ecco dove finiscono i vani disegni e i vani desidèri che rincorriamo per tutta la vita, e che non di rado ci plasmano e ci trasformano. Non si contano, sono moltissimi, e infatti la più parte ingombran di quel loco. Un loco speciale, lassù. Luminoso nel cielo di notte e appena accennato nel cielo di giorno, quando il colore dell’aria non è troppo intenso.
Indietreggiare fino alla Luna: presto scompare Zurigo, poi la Svizzera e l’Europa, i territori si dissolvono nel blu, l’orologio non scorre, la gravità è relativa, spazio e tempo sono una cosa sola, noi ci siamo e non ci siamo.
«Luna!», dice mia figlia di un anno e mezzo indicando il cielo con il dito fragile e deciso. «Sì, è la Luna», rispondo ogni volta. E insieme spalanchiamo gli occhi.

[YB]

*

Altre cose viste: due ragazze che si scattano un selfie davanti ai bancomat; un cieco che entra da Sprüngli; ventinove fra uomini e donne che camminano con un bastone (compreso il cieco); due scolaresche; un uomo che si soffia il naso nella maglietta; un mozzicone di sigaro cubano in un vaso; una donna con un velo ciclamino; una madre che sprona i figli a camminare gridando, in italiano, «È laggiù la fontanella!»; tredici carrozzine; innumerevoli cravatte; nuvole; bandiere; un elefante a rovescio; due monaci buddisti con l’ombrello; un carretto a pedali che trasporta champagne; due donne che indossano abiti dello stesso colore del cielo; un candelabro; cani; sigarette; ciclisti; un uomo altissimo.

[AF]

PS: Ludovico Ariosto pubblicò per la prima volta il suo poema nel 1516. Abbiamo citato l’ottava 75 del canto XXXIV (Ludovico Ariosto, Orlando furioso, a cura di Lanfranco Caretti, Einaudi, 1966; 2015).PPS: Scoprire che il tempo non scorre, e anzi non esiste in quanto tale, può dare qualche vertigine. Ma come dice Carlo Rovelli, «L’assenza del tempo non significa […] che tutto sia gelato e immoto. Significa che l’incessante accadere che affatica il mondo non è ordinato da una linea del tempo, non è misurato da un gigantesco tic-tac […]. È una sterminata e disordinata rete di eventi quantistici. Il mondo è più come Napoli che come Singapore» (in L’ordine del tempo, Adelphi, 2017).

  

 

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Che cosa succede?

Nei racconti di Succede sempre qualcosa (Casagrande) per la prima volta scrivo di me stesso, della mia vita. All’inizio mi sentivo in imbarazzo e avevo qualche timore. Poi, rileggendo, mi sono accorto che quell’uomo di nome Andrea è un personaggio come tutti gli altri. Forse un po’ più rognoso della media; non perché sono io, ma perché Andrea – quell’Andrea – è uno difficile da capire. (Forse lo è anche questo Andrea: ma mi fermo qui, altrimenti comincia a girarmi la testa…). Del resto, non capisco mai del tutto i miei personaggi: se ci riuscissi, mi sembrerebbero falsi.
Ho sempre amato inventare racconti. Sono un modo di sperimentare nuovi stili e modalità diverse di scrittura. Inoltre, seguendo i suggerimenti dalle lettrici e dei lettori di questo blog, negli ultimi anni mi sono cimentato pure con il genere del reportage (nulla di giornalistico: più che altro pretesti concreti per divagazioni narrative). Dopo tanti racconti pubblicati nelle riviste o in antologie, avevo il desiderio di riunirne qualcuno in una raccolta. Mi mancava però un filo conduttore.
Magda Mandelli, delle edizioni Casagrande, mi ha incoraggiato e mi ha aiutato a dare una forma precisa alle mie intenzioni. Siamo partiti dalle storie della piazzetta, un progetto nato in origine proprio per il blog.
Che cosa succede, dentro questo libro?
C’è una magnolia. Un western. Storie d’amore. Una volpe, una tigre, una zanzara, un elefante. Corto Maltese, i Tuareg, il mio bisnonno, un tappeto volante, una sirena. Storie di viaggio. Parigi. La Cina. La notte di carnevale, la notte di Natale, un sabato sera in un centro commerciale, una salita in bicicletta. Il sax di John Coltrane. Una canzone di Guccini. Un luna park. Qualche poesia, qualche canto di uccelli. Pensieri sulla morte, sulla vita. Una stanza chiusa. Il primo giorno di vacanza… e altro ancora.
(E poi ci sono io. Anche se, come vi dicevo, non sono io.)
Buona lettura!

PS: Se aveste voglia di fare due chiacchiere e di bere un aperitivo, presenterò ufficialmente Succede sempre qualcosa venerdì 6 luglio a Lugano, al Longlake Festival, con Massimo Gezzi (Park&Read, Parco Ciani, 18.30). Poi giovedì 12 luglio a Bellinzona, nell’ambito del festival Territori, con Lorenzo Erroi (Corte del Municipio, 18.00) e a Milano con Marco Rossari (a suo tempo vi darò i dettagli). È previsto anche un incontro “firma copie” alla libreria Taborelli di Bellinzona, sabato 7 luglio alle 11.30.

PPS: Grazie a Magda Mandelli, ad Anna Banfi e a tutti i collaboratori delle edizioni Casagrande. Sono grato anche a chi ha condiviso i miei viaggi, le mie letture, i miei silenzi, le mie domande. E i miei smarrimenti. (Senza perdersi, come si fa a scrivere un libro?).

PPPS: La fotografia sulla copertina è di Maia Flore, dalla serie L’enchantement va de soi (France, Deauville, 24 marzo 2016). © Maia Flore / Agence VU

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Panchinario (1-6)

Ci sono panchine dov’è bello starsene da soli. Altre che sembrano fatte apposta per mangiare un hamburger. O per leggere Guerra e pace. O per baciare qualcuno. Non è sempre facile capire quale sia l’attività ideale per la panchina su cui ci stiamo sedendo. A volte sono le circostanze a decidere per noi: senza libro, non possiamo leggere; senza cibo, non possiamo mangiare; senza labbra (altrui), non possiamo baciare. A volte per fortuna accade il miracolo. La panchina giusta nel posto giusto, sulla quale dolcemente baciare una splendida fanciulla mentre addentiamo un saporito cheeseburger e, con la coda dell’occhio, leggiamo le peripezie di Andrej Bolkonskij.
Ho sempre amato fermarmi sulle panchine, nei sentieri di campagna o nelle strade affollate delle città. Forse si tratta di una fuga. Le mie giornate, come quelle di tutti, sono talvolta un insieme di linee rette. Orari, scadenze, gesti necessari, spostamenti da un luogo all’altro, allo scopo di compiere azioni che portano ad altre azioni. Ma ogni tanto, in questo labirinto geometrico, si apre una crepa. Mi fermo, esco dal flusso delle cose da fare e compio un gesto inutile. Una linea curva. Mi siedo. E resto seduto, per un po’, senza fare niente di utile.
Lo scarto è minimo: pochi minuti rubati, pochi metri fuori dal percorso prestabilito. Ma il gesto ha una portata avventurosa, perché una panchina è sempre un viaggio. Si tratta di assumere un punto di vista e di mantenerlo, affinché la distinzione fra l’io che contempla e il luogo contemplato divenga sempre meno netta.
«La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata», scrive Beppe Sebaste. «È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade.» Quando ci sediamo anche solo per qualche istante su una panchina, osserva Pierre Sansot ,«ci troviamo a “inquadrare” un frammento della città. Ne fissiamo gli elementi maggiori, le linee di fuga e di confusione. Il punto di vista a partire dal quale organizziamo una messinscena crea un paesaggio.» Credo che sia proprio così: sono le panchine a creare il paesaggio.
A partire da oggi comincia Sopra la panca, una rubrica sulla rivista “Ticino 7” (allegata al quotidiano “La Regione”). Si tratta di una mia piccola guida alle panchine, molto libera e molto personale. Semplicemente, ogni settimana racconterò un paio di cose intorno a una panchina su cui di recente mi è capitato di sedermi. Qui sul blog, oltre ai testi e alle fotografie, pubblicherò anche un frammento di “paesaggio sonoro”.

1) BELLINZONA, via Sasso Corbaro
Coordinate: 2’722’676.0; 1’116’414.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ascoltare il vento.
È come un teatro per uno o due spettatori (magari anche tre, o quattro seduti vicini vicini). La panchina è rustica, di sasso, senza schienale. Davanti c’è un muretto a forma di mezzaluna. Oltre il muretto, si distende la parte sud di Bellinzona: via Ospedale, Ravecchia, le Semine, Giubiasco, il fiume e l’autostrada, fino all’azzurra lontananza delle montagne. Da quelle parti tira spesso il vento, perciò la vista sulla città è spesso accompagnata dal fruscio delle foglie: quelle verdi fra gli alberi e quelle accartocciate ai piedi del muretto (anche in piena estate, c’è sempre un rimasuglio di foglie secche). Se restate seduti abbastanza a lungo, di sicuro transiterà alle vostre spalle qualche coppia a spasso con il cane e qualche corridore (detto anche “runner”). Il respiro ansimante (del cane e dei corridori in affanno) si confonde con i discorsi del vento.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

2) BREGANZONA, all’angolo tra via Camara e via Vergiò
Coordinate: 2’715’548.0; 1’096’755.9
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… mangiare un pompelmo.
È necessaria una certa preparazione. Se si arriva con i mezzi pubblici, c’è una fermata dell’autobus accanto alla panchina. Altrimenti si può lasciare la macchina in via Vergiò. Poi bisogna camminare lungo la strada in discesa, fermarsi alla Coop (dove comunque ci sono dei parcheggi), comprare un pompelmo e tornare a piedi fino all’angolo con via Camara. Per raggiungere la panchina, che poggia su un pavimento di mattonelle sopra un terrapieno, occorre salire tre o quattro gradini di legno. Il gesto di sbucciare e mangiare un pompelmo, lassù, rende in qualche modo esotico il flusso ordinario delle cose: un cantiere sulla sinistra (scintillìo delle gru, colpi di martello); un appezzamento di orti sulla destra (verde intenso, odore di campagna); una motocicletta che rallenta e imbocca via Vergiò (discesa e risalita del motore sopra il canto degli uccelli).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

3) SEMENTINA, al bivio tra via Moyar e via Mondò
Coordinate: 2’718’714.0; 1’115’650.5
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… riprendere fiato dopo la salita in bicicletta.
Mi piace arrivarci in bicicletta. Dal Ponte Vecchio di Giubiasco vado fino a Camorino, poi salgo lungo Al Sècch e In Vigana. Da Vigana scendo a Sant’Antonino. Via Paiardi, via Canvera, via della Posta, via Stazione, via al Ticino. Ora sono in mezzo ai campi: strada dei Pianoni, al Gaggiolo, alle Golene. Supero il fiume su via Stradonino e a Gudo imbocco la via Cantonale, che diventa via Locarno. A Sementina svolto in via Moyar e riprendo a salire all’altezza della fattoria L’Amorosa. Pedalo tra boschi e vigneti e finalmente, dopo un ultimo strappo, ecco la panchina. Di fronte c’è una betulla. Oltre, la vista si allarga: prati, alberi, fiume, città, ferrovia, autostrada, montagne. Mi concentro nell’atto di respirare. Un aeroplano traccia una striscia bianca nel cielo. Il ronzio, quasi impercettibile, misura il passaggio del tempo nella vastità del pomeriggio.
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4) CADEMARIO, incrocio tra via Lisone e via Lücc
Coordinate: 2’712’095.1; 1’097’808.6
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… prendere il sole dopopranzo.
Passa un autobus giallo con la scritta FUORI SERVIZIO. Poi torna il silenzio, interrotto soltanto dal gorgoglio della fontana. La panchina sta su un pendio erboso, dove si trova pure un tavolo per fare picnic. Poco distante c’è la strada che porta al Monastero delle Clarisse. Arriva un altro autobus. Anche questo ha la scritta FUORI SERVIZIO. Oppure è lo stesso? Ma perché dovrebbe passare due volte in dieci minuti? Ogni cosa, all’improvviso, assume un aspetto segreto, misterioso. Un uomo con gli occhiali scuri sta ritto in piedi alla fermata. Un operaio esce da un cantiere e si siede sulla panchina di fianco alla mia per mangiare un panino al salame. Ha un serpente tatuato all’incavo fra il collo e la spalla. Per la terza volta, passa l’autobus FUORI SERVIZIO. L’uomo con gli occhiali da sole fa un cenno di saluto al conducente.
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5) LODRINO, via Pasquerio
Coordinate: 2’718’785.4; 1’129’222.2
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… leggere Raymond Carver.
Il vento pulisce l’aria e fa spiccare i colori delle case: rosso, bianco, turchese. Davanti a me, la montagna sale vertiginosa: la roccia e gli alberi sono già scuri, e la linea d’ombra avanza verso la panchina. Ogni casa ha il suo giardino, con un’altalena, uno scivolo, un tavolo di sasso. Da lontano arriva il ronzio delle macchine sulla strada cantonale. Immagino i padri di famiglia che tornano ogni sera dal lavoro e, quando il tempo è sereno, cucinano salsicce alla griglia. Mi viene in mente l’atmosfera suburbana dei racconti e delle poesie di Raymond Carver. «Fai conto che io dica estate, / scriva la parola “colibrì”, / la metta in una busta, / la porti giù per la discesa / fino alla buca. Quando tu aprirai / la lettera, ti verranno in mente / quei giorni e quanto, / ma proprio tanto, ti amo» (Colibrì, di Raymond Carver, traduzione di R. Duranti).
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6) SANTA MARIA, sulla scalinata che porta alla chiesa
Coordinate: 2’731’587.0; 1’124’866.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… scrivere.
È come una scrivania di pietra, dimenticata contro il muro da uno scultore distratto. A sinistra c’è un portale che conduce al sagrato della chiesa di Santa Maria Assunta, un edificio che risale all’inizio del XIII secolo (all’interno si trova una bella “Madonna vestita” del 1724). A destra c’è il ristorante Bellavista, dal quale si gode in effetti una vista aperta su tutta la valle. Dai prati intorno al villaggio arrivano scampanii di mucche; dalla terrazza del Bellavista brandelli di chiacchiere. Due palloncini colorati stanno lì a ricordare passati festeggiamenti (per un matrimonio?). Il luogo sembra fatto apposta per chi vuole scrivere en plein air: basta appoggiare il taccuino (o il computer) sul ripiano di sasso e lasciarsi ispirare dal tiglio di trecento anni che cresce ai bordi del sagrato o dalla macchina del tempo (travestita da torre medievale) che svetta accanto alla chiesa.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PPS: Ringrazio la redazione di “Ticino 7”, in particolare Lorenzo Erroi e Giancarlo Fornasier, per l’ospitalità e la preziosa collaborazione.

PPS: La canzone Les amoureux des bancs publics venne incisa dal cantautore francese Georges Brassens nel 1954. Le parole di Beppe Sebaste provengono da Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza, 2008). Quelle di Pierre Sansot da Jardin public (Payot 1993, ristampato nel 2003; la traduzione è mia). La prima panchina di questo articolo è tratta dal film Manhattan, girato da Woody Allen nel 1979. Pure la seconda è una panchina newyorchese: raffigura il pittore René Magritte che dorme sotto un suo quadro esposto al Museum of Modern Art (Steve Shapiro, Magritte Sleeping, New York, 1965).

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A testa in giù

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

«Ci sei domani?» mi domanda qualcuno. «No – gli rispondo – sarò in viaggio.» Non entro nei dettagli: per “viaggio” intendo il mio appuntamento a Paradeplatz con Yari Bernasconi. Seduto in treno, fra Arth-Goldau e Zugo, mi chiedo se sia giusto definire la spedizione in questo modo. Faccio sempre la stessa strada, passando dagli stessi posti. Si può ancora chiamare “viaggio”?
La sera, mentre sono ospite di amici a Zurigo, scoppia un temporale. Il bagliore dei lampi fa irruzione dalle finestre, i tuoni sembrano scuotere le fondamenta. In quell’atmosfera da finimondo, mi arriva un messaggio da Yari: per motivi di forza maggiore, forse domattina non riuscirà ad accompagnarmi a Paradeplatz.
Il mattino dopo Yari mi conferma che non ci sarà. Io prendo il tram a Goldbrunnenplatz e mi dirigo verso il centro. Quando scendo, a Paradeplatz, mi rendo conto di essere solo. Non è una sorpresa – sapevo che Yari non sarebbe venuto – ma fino a questo momento era una cognizione astratta. Ora, invece, l’assenza di Yari diventa qualcosa di tangibile: uno spazio su una panchina, un silenzio, un’irresolutezza che sembra affaticare anche i miei pensieri. Capisco allora che, per creare un viaggio, basta già soltanto questo spaesamento. Mi siedo al solito posto e annoto sul taccuino: piccoli vuoti, piccole coincidenze.
È una definizione di “viaggio”. Non è esaustiva, ma in questo momento è quella che più mi aiuta a comprendere. Viaggiare è quella condizione (fisica o mentale) per cui siamo particolarmente ricettivi ai piccoli vuoti e alle piccole coincidenze.
Ecco per esempio che una donna mi si avvicina e mi chiede: «Are you from Zürich?» Faccio per dire di no, ma lei deve averlo già capito dal mio sguardo: senza aspettare la risposta, mi volta le spalle e si allontana. Un’altra donna mi mette in mano un volantino su una prossima votazione. Lo accetto. Poi seguo la donna nella sua opera di propaganda e scopro che le successive dodici persone da lei interpellate si rifiutano di ascoltarla, o anche solo di prendere il volantino.
Piccoli vuoti.
Attraverso la piazza e mi apposto accanto a un fioraio. Rimango fermo all’ingresso, confuso tra le ortensie, aspettando che passino persone vestite dello stesso colore dei fiori. Poi noto un uomo che, appena sceso dal tram, si mette a parlare da solo, gesticolando e rivolgendosi a un interlocutore immaginario. Proprio in questo momento, mi arriva un messaggio da Yari, con la poesia che avremmo dovuto leggere insieme. Sono alcuni versi di Gianni Rodari, tratti dal Libro dei perché. Mi avvicino all’angolo fra l’edificio dell’UBS e quello di Crédit Suisse. Vedo un elefante che si tiene in equilibrio sulla proboscide. Lo guardo. Mi chiedo: perché?
Piccole coincidenze.
Si chiama Gran elefandret. È una scultura di bronzo, grande 755x370x300 centimetri e ideata da Miquel Barceló nel 2008. Decido di chiamare Yari via FaceTime, per mostrargli il pachiderma, quando vengo distratto da un trambusto alle mie spalle. La signora con i volantini sta discutendo animatamente con l’uomo che parla da solo.
[AF]

*

Esserci o non esserci. Cosa diventa un luogo quando non ci siamo? Ma soprattutto: esiste ancora? L’ideale è avere un emissario clandestino come Andrea, che mi inscatola nel suo cellulare e grazie a FaceTime mi offre una visita virtuale di Paradeplatz. Un giro sulle montagne russe di Paradeplatz (ah no, è Andrea che oscilla mentre cammina, scatta e rallenta, ha visto qualcosa e cerca di rendermi partecipe; credo non si sia accorto che così facendo sono volato dal tetto di un palazzo fino all’asfalto rigato dai binari dei tram, e poi ancora hop a mezz’aria insieme a un passero di passaggio, prima di frenare davanti a un elefante che non capisco se sia capovolto, o lo sono io, o lo siamo tutti).
Dunque i luoghi, stando a quello che ci mostra la tecnologia, continuano a esistere anche quando non ci siamo. Eppure ho la netta impressione che Paradeplatz, in mia assenza, osservandola da dietro chip e microchip, sia qualcosa di diverso. Per cominciare è più fredda e distante. Così come mi è sembrata qualche settimana fa, transitandoci per caso, per altri motivi, diretto da tutt’altra parte, senza taccuino e senza tempo per fermarmi. Quasi disturbato dall’idea di essere lì in quelle condizioni. Infatti, a ben guardare, si è trattato più di un’assenza che di una presenza.
E poi, con la distanza, tornano ad affiorare i pregiudizi. Gli stessi di gennaio, che nel frattempo erano stati assorbiti dalla curiosità. Ora, dalla finestrella dell’ottovolante di FaceTime, vedo soprattutto le banche e le cravatte. L’imperturbabile serietà e l’affettata (e affrettata) cortesia. Paradeplatz rimane un luogo di potere e di soldi. Con Andrea ne esploriamo gli strati, evidenziando l’umanità in viaggio, i tram e il movimento. Ma non possiamo dimenticare la presenza fissa, statica, del potere. «Non ci sono poteri buoni», cantava De André.
Difficile essere completamente d’accordo, ma ancora più difficile dargli torto. Certo è che troppo spesso rimaniamo in disparte, più o meno coscientemente, e le derive del potere trovano scorciatoie e nuovi metodi, si manifestano in modo poco spettacolare, astruso, spingendoci all’autoesclusione. Franco Fortini lo ha detto molti anni fa in alcuni celebri e illuminanti versi: «Gli oppressi / sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli / parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso / credo di non sapere più di chi è la colpa».
Osservare, scavare, studiare. Tentare di dire, nonostante tutto: l’insegnamento di Fortini è anche questo. In fondo, è l’essenza della libertà, ha ragione Gianni Rodari:

Chi ha torto tira dritto
se chi ha ragione resta zitto.
Chi non sa dire la sua ragione,
il primo che passa è suo padrone.

[YB]

*

Il potere è qualcosa che occupa uno spazio, nella mente o nel mondo, e che non lascia più aperture, punti di fuga. È immutabile peso, grigio, antico, refrattario a ogni nascita. Se fosse poggiato sulle zampe, l’elefante di Barceló potrebbe rappresentare la forma del potere. Invece è sottosopra, imprevedibilmente e incredibilmente leggero, tanto che pare uscito da una filastrocca di Rodari. In fondo, ogni rivoluzione non è altro che questo: credere che possa esistere un altro equilibrio. E non è escluso che per scrivere, per tentare di dire, nonostante tutto, occorra mettersi a testa in giù.
[AF]

*

Per guardare il nostro mondo
Allacciamo la cintura,
Rovesciamo il globo tondo
A dispetto delle mura!
D’improvviso volpi, tigri,
Elefanti e canarini
Per gli uomini più pigri
Lascian questi bigliettini:
A chi ancora non lo sa,
Tutta qua sta la realtà:
Zeta, TAL e PEDARAP.

[YB]

PS: La quartina di Gianni Rodari è nel Libro dei perché (Editori Riuniti, 1984).

PPS. Fabrizio De André canta «Non ci sono poteri buoni» in Nella mia ora di libertà (nell’album Storia di un impiegato, 1973).

PPPS. I versi di Franco Fortini vengono da Traducendo Brecht, in Una volta per sempre (Mondadori, 1963). La poesia tra l’altro inizia così: «Un grande temporale / per tutto il pomeriggio si è attorcigliato / sui tetti prima di rompere in lampi, acqua»… Che fosse anche Fortini diretto a Paradeplatz?

PPPPS: Ecco le altre puntate della serie Paradeplatz2018: gennaio, febbraio, marzo, aprile.

 

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