Tappeti volanti

Di recente mi hanno chiesto di tenere un laboratorio sulla scrittura di viaggio. Ho passato quindi in rassegna vari mezzi di trasporto. Automobile, treno, nave, bicicletta, cavallo… il più elegante resta l’unico perfettamente naturale, cioè camminare. A chi non l’avesse mai fatto, vorrei però suggerire di provare anche il tappeto volante.
È un mezzo pulito, non inquina, potrebbe essere una soluzione efficace al problema del traffico. L’unico problema è come procurarsene uno: i tappeti volanti non s’incontrano sempre dove ci si aspetta di trovarli. Nel canone delle Mille e una notte, per esempio, ne appaiono pochissimi. Ne ho scovato uno nella traduzione in francese di Galland, ripresa in italiano nel 1852 da Antonio Falconetti: Pagato adunque il custode del khan, […] entrò, chiudendosi dietro l’uscio e lasciandovi entro la chiave, e disteso il suo tappeto, vi sedé coll’officiale seco lui condotto. Allora, raccolto in sé stesso, e concepito seriamente il desiderio di venir trasferito nel luogo dove i principi suoi fratelli dovevano recarsi al par di lui, si avvide in breve d’esservi giunto; fermatosi colà, e spacciandosi per un semplice mercante, stette ad aspettarli.
Il tappeto volante richiede immaginazione. La fiaba che ho citato – Il principe Ahmed e la fata Pari-Banu – non fa parte del corpus originale della raccolta, ma riassume bene la tecnica di decollo: bisogna concepire il desiderio di essere in un luogo, raffigurandolo nell’anima prima di vederlo con gli occhi. Un altro tappeto celebre appare nella fiaba Aladino e la lampada magica. In realtà, nemmeno questa appartiene al nucleo più antico delle Mille e una notte; inoltre, nella sua prima versione, non menziona nessun tappeto volante. Il tappeto sarebbe un’aggiunta più tarda, nata da contaminazioni con la tradizione russa e approdata venticinque anni fa in un film della Walt Disney: Aladdin (1992), diretto da Ron Clements e John Musker. A quanto pare, la Disney vorrebbe festeggiare l’anniversario girando un remake, con attori diretti da Guy Ritchie, ma la produzione starebbe incontrando difficoltà, forse per la paura di misurarsi con un film che ha segnato un’epoca del cinema di animazione. In effetti, sembra difficile trovare un interprete per il tappeto volante, che è un vero e proprio personaggio dinamico: parla, combatte, gioca perfino a biliardo o a scacchi (e lo fa con grande talento).

Non è certo Aladdin il primo film a mostrare un tappeto volante. Uno dei più belli, sempre ispirato alle Mille e una notte, venne girato nel 1924 da Raoul Walsh con il titolo The thief of Bagdad (Il ladro di Bagdad). Me lo sono procurato in dvd e una sera, dopo cena, ho proposto ai miei commensali: che ne dite di guardare un’avventura esotica? (Ho astutamente taciuto che si trattava di un film muto, in bianco e nero, lungo 155 minuti.) In realtà, la storia è avvincente. Il film, con Douglas Fairbanks nei panni del protagonista, ha il pregio di avere una forza visionaria che si esprime nelle grandiose scenografie e negli effetti speciali. Anzi, The thief of Bagdad è la prova che gli effetti speciali, se sono sorretti da un’intuizione poetica, restano efficaci anche quando la tecnologia si rinnova.

Del resto, il tappeto volante è uno dei primi effetti speciali della storia. A prescindere dalle necessità narrative, è interessante indagarne il meccanismo: perché il tappeto vola? In un saggio sull’argomento, la scrittrice Cristina Campo spiega che nella lingua araba classica una radice comune lega tappeto e farfalla. Poi aggiunge: Il tessere e l’annodare alludono di per sé alle vicende ordite per gli uomini da invisibili mani. In questo senso, il tappeto da preghiera della tradizione islamica (ma non solo), dà un valore mistico all’azione di volare. La preghiera è un mezzo per accedere a un altrove, a partire dal qui e ora del tessuto annodato e decorato. Il tappeto – questa piccola, ironica terra che può volare – è uno spazio privilegiato che consente un’esperienza mistica: infatti per descrivere la decorazione i Persiani usavano la parola zemân, cioè il tempo. I motivi ornamentali si stagliano sullo sfondo (zemîn); secondo la tradizione, gli stessi motivi e lo sfondo si uniscono in un intreccio spazio-temporale (zemîn u zemân) che consente l’unione mistica tra finito e infinito.
Il tappeto veniva usato anche per il viaggio in assoluto più avventuroso: quello che accompagna le anime verso l’aldilà. Nel 1947 gli archeologi sovietici Sergej Rudenko e Mikhail Griaznov stavano esaminando una tomba scita nella valle siberiana di Pazyryk, sui monti Altaj, a 1650 metri sul livello del mare. I due studiosi scoprirono che il tumulo ospitava le spoglie di un capotribù. I saccheggiatori avevano rubato arredi e oggetti preziosi, ma non si erano accorti di un tappeto fissato nel permafrost, insieme ai resti di alcuni cavalli (gli Sciti avevano l’abitudine di seppellire sette cavalli per ogni capo morto). Anzi, paradossalmente proprio il saccheggio, aprendo il sepolcro al deflusso delle piogge, aveva assicurato la conservazione del tappeto. Il prezioso manufatto, conosciuto come “tappeto di Pazyryk”, è databile al quinto secolo avanti Cristo. Fatto di lana su trama di lana e pelo di cammello, è il più antico tappeto a noi pervenuto: misura 200×182 centimetri ed è composto da circa 360mila nodi. Nonostante sia stato trovato a migliaia di chilometri dalla Persia, secondo gli studiosi è di origine persiana (della dinastia alchemide). Oltre a una fila di alci, sul bordo esterno si nota una processione di cavalli e cavalieri: probabilmente il corteo funebre alla morte del capo. Il tappeto venne deposto nella tomba perché il guerriero scita lo potesse usare per raggiungere la sua ultima dimora. Non si sa se sia servito allo scopo oppure no; comunque sia, oggi è esposto al museo dell’Hermitage a San Pietroburgo.
Il tappeto volante è promessa di lontananza, intreccio di fili che raccontano storie, ordito misterioso, spazio circoscritto in cui liberare la fantasia. Nello stesso tempo, è un oggetto apparentemente domestico e usuale. Seguendo questo paradosso, per costruire o usare un tappeto volante non c’è bisogno di stoffa o peli di cammello. Basta affidarsi alla forza evocativa delle parole, della musica, dell’arte, di tutto ciò che ci aiuta, nello stesso tempo, a calarci nelle profondità di noi stessi e a esplorare orizzonti sconosciuti.

PS: A chi volesse leggere in italiano Le mille e una notte consiglio la traduzione a cura di Francesco Gabrieli, pubblicata per la prima volta nel 1948 e riedita da Einaudi nel 2017 nella collana “I millenni”. La fiaba Il principe Ahmed e la fata Pari-Banu non è presente; in compenso, nell’appendice, si trova la Storia di Aladino e della lampada magica (ma senza tappeti volanti). Il saggio di Cristina Campo è contenuto nel volume Il flauto e il tappeto (Rusconi 1971); oggi si può trovare nella raccolta Gli imperdonabili (Adelphi 1987; 2008).

PPS:  A parte le immagini cinematografiche e la fotografia del “tappeto di Pazyryk” (che viene dal sito dell’Hermitage), gli altri tappeti di questo articolo sono tratti dal catalogo pubblicato in occasione della mostra Tappeti volanti, che si è svolta all’Accademia di Francia a Roma (Villa Medici) dal 29 maggio al 21 ottobre 2012, a cura di Philippe-Alain Michaud. Responsabile editoriale del catalogo è Cecilia Trombadori; i testi sono di Eric de Chassey, Olivier Michelon, Philippe-Alain Michaud e Maximilien Durand, tradotti da Alfonso Cariolato e Giada Daveri per le edizioni Drago. Per chi volesse saperne di più sui tappeti persiani, un’opera di riferimento storica è questa: Joseph Karabacek, Die persische Nadelmalerei Susandschird. Ein Beitrag zur Entwicklungs-Geschichte der Tapisserie de Haute Lisse, (Seemann, Lipsia 1881; esiste una versione in inglese, credo, ma purtroppo non in italiano).

PPPS: Ho usato alcune parti di questo articolo per scrivere un brevissimo saggio sui tappeti volanti nel cinema. Il testo si trova nella rivista Cinemany (dicembre 2017).

Condividi il post

Fuori dagli stalli demarcati

Oggi è il 30 novembre, festa di sant’Andrea. Secondo la tradizione è l’inizio dell’inverno. È anche il giorno in cui si chiudono i conti: ognuno restituisce ciò che ha preso e riprende ciò che ha dato. L’anno sta finendo, si comincia a pensare al futuro, ma intanto le giornate sono sempre più fredde e assediate dall’oscurità. Nel pomeriggio raggiungo la mia solita piazzetta, nel quartiere delle Semine a Bellinzona. Mi siedo su una panchina e mi metto a pensare al futuro. La piazzetta è vuota, la fontana muta, i cespugli sfioriti. Passano due ragazzi con un barboncino al guinzaglio. Il barboncino ha un cappotto nero. L’ultimo sole sta pennellando la cima delle montagne. Be’, insomma, che cos’è il futuro? Quando comincia, esattamente?
Ricordo che nel mese di luglio me ne stavo seduto su questa stessa panchina. C’erano pensionati in canottiera, adolescenti abbronzati, un ubriacone che teneva la birra in fresco nella fontana. Dal Mc Donald’s veniva un odore di fritto, mentre le auto in coda al semaforo, scintillanti sotto il sole, mettevano caldo solo a guardarle. E io già pensavo al futuro, e il futuro era questa piazzetta nel mese di novembre. Per essere precisi: la neve sulle montagne, l’aria pungente, l’arancione dei cachi sui rami spogli. Ed eccomi qui. Ora che mi trovo nel futuro, come immaginare la piazzetta di luglio? È diventata passato oppure diventerà altro futuro? È una di quelle situazioni in cui i pensieri si mordono la coda. Cose che succedono d’autunno, nelle piazze vuote. Il mondo è sospeso fra un prima e un dopo che si confondono, tanto che il dopo potrebbe venire prima e io, muovendomi verso la mia morte, potrei tornare in qualche modo alla mia infanzia, come un salmone che sale verso lontani ruscelli dimenticati.
Alzo il bavero della giacca e leggo I racconti di Nick Adams di Ernest Hemingway. Aveva paura di guardare Marjorie. Poi la guardò. Seduta gli voltava la schiena. Guardò la schiena di Marjorie: «Proprio non è divertente» disse. «Nemmeno un po’.» Lei non disse niente. Egli continuò. «Mi pare come se tutto dentro di me fosse andato al diavolo. Non so, Marge. Non so proprio cosa dire.» Continuò a fissare la schiena di lei. Chiese Marjorie: «Non è divertente l’amore?» «No» disse Nick.
Il ritmo inesorabile della prosa di Hemingway sostituisce le chiacchiere dei pensionati, che oggi sono rimasti al caldo. È uno strano libro, in cui si percepisce una tenerezza verso le cose semplici, un desiderio di essere fedele alla vita. Nello stesso tempo, c’è da combattere contro il buio che, all’inizio, si presenta in maniera ingannevole, travestito da nostalgia per il passato o da incertezza per il futuro. Il protagonista combatte come sempre fanno gli eroi di Hemingway: se ne sta ancorato al qui e ora, cercando di fare nel miglior modo possibile ciò che deve fare. Make your job, che si tratti di pescare nei ruscelli del Michigan o di sopravvivere alla guerra o ancora di scrivere come Cézanne dipingeva.
Vicino alla piazzetta c’è un camper parcheggiato senza targhe, in attesa che torni la bella stagione. Sul retro ci sono due adesivi con le scritte Sun Living e Vivere viaggiando. Visto che non c’è nessuno, lascio Hemingway e ne approfitto per fare un filmato, girando intorno alla fontana. Due ragazzine mi osservano sconcertate. Quando mi avvicino, si voltano e scappano di corsa. Io scatto una foto a un albero di cachi. Da lontano sento una delle ragazzine che dice all’amica: Ma non può, Ali, è casa nostra! Andiamo a dirlo alla mia mamma! Prima di che qualcuno mi denunci, torno a sedermi e cambio paesaggio. Mark Twain, Huck Finn, Tom Sawyer e La Salle si affollarono disordinatamente nella testa di Nick che guardava la scura e liscia distesa d’acqua lentamente in moto. Intanto ho visto il Mississippi, pensò felice.

Non dovrei essere qui. Un uomo avvolto in un giaccone, solo con un libro nella piazza deserta, sorpreso nell’atto di fotografare cachi e di navigare sul Mississippi. Non dovrei essere qui. Perché butto via il tempo? Dovrei lavorare o andare a correre o pensare ai regali di Natale, o fare qualunque cosa ragionevole che mi permetta poi di lamentarmi per lo stress. Oh, vorrei essere stressato. Se fossi stressato, tutto sarebbe più semplice. Di certo non cadrei nella trappola della piazzetta e non confonderei il passato e il futuro.
Intanto ho visto il Mississippi, pensò felice. La felicità nei racconti di Hemingway è così pura da essere straziante, anche perché dura solo il tempo di pulire le trote. O di finire la pagina.
Cézanne cominciò con tutti i trucchi. Poi demolì tutto e costruì la cosa vera. Fu tremendo da fare. Fu lui il più grande. Il più grande d’ogni tempo e per sempre. Non era un culto il suo. Era che Nick voleva scrivere della campagna per riuscire a essere quello che Cézanne era stato in pittura. Bisognava farlo dall’interno di sé stessi. Non c’erano trucchi. Nessuno aveva scritto mai così della campagna. Nick provava quasi un sentimento religioso a questo riguardo, faceva terribilmente sul serio. Si poteva riuscire a saperlo tirar fuori di prepotenza. Riuscire a vivere giusto con gli occhi.
Il vento solleva un mucchio di foglie secche. Capisco che, anche volendo scrivere di una semplice piazzetta, bisogna proprio farlo dall’interno di sé stessi. Bisogna scrivere le parole in fila, per bene: il vento solleva un mucchio di foglie secche. Bisogna essere qui e demolire tutto per costruire la cosa vera. C’è modo e modo di scrivere del vento. C’è modo e modo di guardare una piazza vuota, o di esserne guardati. Apro il taccuino: vento, annoto, e foglie secche. Poi, tra parentesi: gialle, rosse. Ci sono dettagli che vanno coordinati fra di loro: una piuma di uccello sul vialetto, il rosso stinto di una bandiera svizzera sopravvissuta all’estate, la mezzaluna che affiora nel cielo. È giusto dire che la mezzaluna affiora? Potrei scrivere appare, ma sarebbe impreciso (non è un’apparizione, è un lento emergere dall’invisibile). Spunta non avrebbe senso. Fa capolino sarebbe tragico. No, lasciamola affiorare.
Tornando a casa, passo da una via dove le macchine devono andare a trenta all’ora, zigzagando tra vasi di cemento. I pedoni invece possono viaggiare alla velocità che preferiscono. Io cammino adagio, con le mani in tasca. Il sole si riflette su un cartello, creando un effetto di arcobaleno. Una scritta ammonisce gli automobilisti, ricordando loro che è proibito parcheggiare fuori dagli stalli demarcati.
Penso che in quelle quattro parole, così lividamente efficaci, si celi tutto quello che volevo dire oggi. Il passato, il futuro, il presente sono diversi quando cambi prospettiva, quando osservi stando fuori dagli stalli demarcati. È anche l’unico modo per scrivere davvero senza trucchi. Prima devi trovare uno stallo demarcato (qualunque cosa sia), devi girarci intorno, entrarci dentro, farci amicizia. Poi devi uscirne. E soltanto allora, forse, potrai dire davvero che il vento solleva un mucchio di foglie secche. Un mucchio di foglie gialle e rosse.

PS: The Nick Adam’s Stories, che uscì postumo nel 1972, è una serie cronologica di racconti scritti negli anni Venti e Trenta. Il libro posato sulla panchina è l’edizione Mondadori del 1972 (traduzione di Giuseppe Trevisani). Ernest Hemingway (1899-1961) appare qui sopra in due fotografie: la prima lo ritrae all’ospedale della Croce Rossa, in via Manzoni 10 a Milano (luglio 1918), la seconda nel Michigan durante la giovinezza. Le immagini sono tratte da Hemingway. Le parole, le immagini (Mondadori 1994). Nella quarta di copertina, c’è questa frase dello stesso Hemingway: Voglio continuare a scrivere il meglio e il più sinceramente che posso finché morirò. E spero di non morire mai.

PPS: Oltre che nel mese di luglio, mi sono seduto nella piazzetta anche in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, agosto, settembre, ottobre.

 

Condividi il post

Nebbia e circo

Alcuni libri, letti durante l’infanzia, si fissano nella memoria. Le parole e le immagini mettono radici dentro di noi, e anni dopo le ritroviamo mescolate agli altri ricordi, tanto che quasi non distinguiamo più ciò che abbiamo vissuto da ciò che abbiamo letto. In fondo, questo è il senso della letteratura: aumentare la vita. L’immaginazione ci rende più consapevoli di noi stessi, tiene deste le domande sul mondo, ci rammenta che ogni realtà visibile poggia su fondamenti invisibili. Proprio per verificare i fondamenti, è opportuno qualche volta tornare alle storie che ci meravigliavano da bambini.
Ogni anno, in novembre, rileggo una storia di Bruno Munari: Nella nebbia di Milano, Corraini Editore (prima edizione 1968; ristampato parecchie volte, l’ultima nel 2013). È una passeggiata nella grande città immersa nella nebbia, con il richiamo delle luci di un circo, l’incanto dello spettacolo e infine il ritorno a casa attraversando il parco. L’autore, com’è nel suo stile, trasforma il libro in un oggetto dinamico, per mezzo di illustrazioni, pagine trasparenti, sovrapposizioni e ritagli che creano connessioni segrete. Il fascino di quest’opera consiste soprattutto nell’atmosfera, che si diffonde grazie a due elementi in apparenza diversi, ma intimamente legati: la nebbia e il circo.
Fin da bambino amo sia la nebbia, sia il circo. Anzi, per me il circo è un evento luminoso che si manifesta proprio durante l’inverno, con la musica dell’organetto di Barberia che si diffonde nel buio, con quell’odore di popcorn e di segatura, di zucchero filato e di cavalli. Ogni anno, ancora oggi, assisto allo spettacolo del Circo Knie a Bellinzona. Certo, lo stupore non è più quello assoluto dell’infanzia, ma quando varco la soglia del tendone avviene uno sfasamento temporale. È come se per un istante mi fossero restituite le sensazioni di quel bambino dai capelli biondi, sbalordito dai riflettori e dall’ampiezza dell’arena. Oggi il bambino non esiste più – cioè, ormai sono diventato io, con il mio strascico di esperienze e disillusioni. Ma è davvero così?
Forse acrobati e pagliacci resistono anche per questo, per congiungere epoche lontane con il linguaggio delle pantomime, del salto mortale e dei volti truccati, con quello struggimento dolceamaro che sempre il circo porta con sé. È un mondo nomade, che arriva e riparte, che appartiene a tutti i luoghi e a tutte le età, senza mai radicarsi veramente. Così annotava nel 1939 Tristan Rémy, uno dei più grandi critici circensi: Nella grande famiglia errante dei tendoni, delle carovane e dei transatlantici, si preparano nuove meraviglie, nuovi misteri si compiono, la fantasia prepara nuove forme. Il circo non è un museo. Gli artisti viaggianti non sono manichini. Vivono. E vivere è, per loro come per tutti, sorpassare sé stessi, sorpassarsi ancora.
Lo spettacolo di quest’anno miscelava alcuni grandi classici (la “posta ungherese” di Ivan Frédéric Knie o il numero indiavolato del giocoliere Michael Ferreri) con qualche novità soprattutto nel campo delle acrobazie (penso in particolare ai lazos della Xinjiang Troupe). Per quanto riguarda i clown, l’attrazione dello spettacolo era l’artista ungherese Semen Shuster, conosciuto come Housch-ma-Housch. Sia lui sia l’altro comico presente – il portoghese Cesar Dias – hanno fatto un largo uso degli effetti sonori ottenuti con il microfono. Entrambi mi sono parsi di buon livello, sebbene con una tendenza forse eccessiva a coinvolgere direttamente il pubblico.
Uno dei momenti più intensi è stato il finale, prima della chiusura del sipario. Gli spettatori seduti dietro di me se n’erano già andati, presi dalla frenesia di raggiungere il più presto possibile la loro automobile; altri si stavano alzando. Housch-ma-Housch è tornato in scena con un foglio, dal quale ha letto un breve messaggio di ringraziamento nel suo gergo caratteristico. Poi ha girato il foglio, che era bianco e vuoto, e ha proseguito il discorso. Infine ha spezzato il foglio e, aguzzando lo sguardo, ha continuato a leggere di profilo. Ecco una cosa alla quale non avevo mai pensato: la pagina bianca non è soltanto fronte e retro; anche nel taglio si celano parole minuscole, quasi inafferrabili.
Come scrittore, questa piccola rivelazione circense mi ha fatto riflettere. Da dove arrivano le storie? Credo che le parole trovate non corrispondano mai precisamente a quelle che si cercavano: il senso profondo di un testo, per fortuna, supera sempre le intenzioni dell’autore. Le parole più preziose sono quelle che non aspettavamo, quelle che sono apparse nel taglio nascosto della storia. L’atto del narrare dischiude mondi sconosciuti al narratore stesso: i personaggi si manifestano lentamente, dapprima incorporei e poi sempre più vivi, così come – nel testo di Bruno Munari – la nebbia diventa sempre più colorata man mano che ci avviciniamo alle luci rosse e gialle del Gran Circo.

PS: Da bambino, nel libro di Munari a colpirmi non erano tanto i colori del circo, quanto gli autobus che mescolano lentamente la nebbia dei vari quartieri. Era l’attesa prima dello spettacolo, la sospensione narrativa: nella nebbia di Milano anche i gatti vanno a passo d’uomo. E il ritorno a casa non è un banale ritorno alla normalità: dopo l’incontro con la realtà irreale del circo, anche i viali del parco sembrano avvolti in un prodigio. D’inverno la natura dorme e quando sogna appare la nebbia. Camminare dentro la nebbia è come curiosare nel sogno della natura: gli uccelli fanno voli corti per non perdere l’orientamento, scompaiono i segnali e i divieti nelle strade, i veicoli vanno piano e si fa appena in tempo a riconoscerli che spariscono.

PPS: Le parole di Tristan Rémy provengono dal saggio Le cirque, uscito sul primo numero del mensile Mieux Vivre (gennaio 1939); in italiano, si può leggere tradotto da Luana Savarani per l’antologia Tornano i clown (Medusa 2017). Anche le due fotografie in bianco e nero provengono dal saggio di Rémy (la prima s’intitola Equilibrio, la seconda Intervallo).


PPPS: Per approfondire i contenuti dello spettacolo, e per vedere le fotografie del circo a Bellinzona, consiglio di visitare il blog specialistico https://solocirco.blogspot.ch. È meticolosamente aggiornato e curato con passione. (Questa estate, sono usciti anche degli interessanti reportage sui grandi clown.)

 

Condividi il post

Sud

Nel corso della nostra vita possiamo scoprire di appartenere a luoghi che non abbiamo mai visto. Come dice Marcel Proust, anche da una visuale puramente realistica, i paesi che noi desideriamo tengono in ogni istante assai più posto nella nostra esistenza vera dei paesi dove abitiamo in realtà. Nella sezione della Strada di Swann intitolata Nomi di paesi: il nome, Proust accenna alla forza evocativa dei toponimi.
Esistono parecchi modi di viaggiare, che implicano più o meno dispendio di mezzi e di tempo. Uno dei più semplici è senza dubbio quello di limitarsi a pronunciare un nome, lasciando che esso susciti assonanze, ricordi e sensazioni. Questo vale per i posti che abbiamo già visto, poiché essi, come annota lo stesso Proust, diventano un tentativo di fissare il tempo: I luoghi che abbiamo conosciuti non appartengono solo al mondo dello spazio, nel quale li situiamo per maggiore facilità. Essi sono solamente uno spicchio sottile fra le impressioni contigue che costituivano la nostra vita d’allora; il ricordo d’una certa immagine non è che il rimpianto d’un certo minuto; e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi, ahimè, come gli anni.
Ma pronunciare nomi non è solo un esercizio nostalgico. A volte si tratta davvero di un modo per svegliare la fantasia, specialmente quando elenchiamo luoghi che non abbiamo mai visto. Per questa ragione, spero che non scompaia del tutto il vecchio Orario Ferroviario cartaceo, con la lista delle stazioni e delle coincidenze. È una lettura ideale prima di andare a letto: i nomi, scritti l’uno in fila all’altro, diventano montagne, laghi, precipizi, cascate, strade fragorose, vicoli, sentieri abbandonati.
Altri “viaggi non viaggiati” sono i cartelli che appaiono in autostrada o dai finestrini del treno, anche lungo i tragitti abituali. Ogni volta che vado a Milano non posso fare a meno d’immaginare Gradate, Fino Mornasco, Lomazzo, Turate, Origgio, Uboldo… Per qualcuno saranno toponimi banali, soprattutto se ci è nato o vissuto, invece per me sono occasioni a portata di mano: un giorno magari mi fermerò, o forse no. I toponimi delle mie parti – Lugano, Lamone, Taverne, Rivera, Bellinzona, Corvesco, Airolo – per me sono un frammento di quotidianità, mentre per qualcuno potrebbero rappresentare l’ignoto.
Il deserto, per esempio, è un luogo che da sempre risveglia in me un misterioso senso di appartenenza. Sono cresciuto in mezzo a valli e montagne, perciò sono più abituato all’altezza, ai boschi, ai declivi. Eppure da qualche parte dentro di me riposa una strana nostalgia per paesaggi che non ho mai visto, per distese di sabbia silenziose e palmizi che tremano all’orizzonte. Di recente mi sono imbattuto in un poema composto nel 1903 da Mokhammed äg Mekhiia, un autore tuareg nato nel 1870. È una lunga fantasticheria, nella quale il poeta passa in rassegna i luoghi che lo separano dalla sua amata. Il testo diventa una rassegna di nomi, simile a quelli che gli studiosi di letteratura araba chiamano “poemi geografici”; l’etnografo Dominique Casajus propone invece, per la rêverie di Mokhammed äg Mekhiia, la definitione di poème de Noms de Pays, con un chiaro riferimento a Proust. Ecco qualche verso in lingua originale.

[…]
Nei Tamada, netrem Êlisen,
Nas Ti-n-täğart ed Ihaouaghâten,
D Ädîkel et Mechredden
Et Tékadeout, netrem Ihaien
Et Tehalaouait, asegh Iouallen
Et Ti-n-täğart, ekkegh I-n-semmen;
Neğ dât-ämoud, eklegh Âseqqen,
Nei Ti-n-älous, ekkegh Âseqqen,
Nas dägg äğêdé dagh Oulaouen.
Ğïgh Tenist dagh gân bareqqâten;
A n nermes akli n Selâmâten
Ğïgh Ti-n-täouâfa d Bereghrâghen.
[…]

Non ci sarebbe quasi bisogno di traduzione, tanto questa litania evoca di per sé stessa la fatica del cammino nel deserto, la lunghezza del viaggio e l’arsura della sete, con la tensione del desiderio che, di luogo in luogo, corre verso l’amata (e verso la freschezza dell’oasi). Anche il ritmo non è casuale: intono il mio canto – scrive Kourman, un altro poeta tuareg – e il passo del cammello mi dà la cadenza. La parola elweylwey, anche soltanto con il suono, richiama la marcia del méhari, il dromedario da monta che si usa nel deserto.
Ecco la traduzione in italiano dei versi di Mokhammed äg Mekhiia: Lasciamoci alle spalle Tamada, scendiamo lungo la valle di Êlisen, andiamo nella valle di Ti-n-täğart e in quella di Ihaouaghâten, raggiungiamo Ädîkel, Imechredden e Tékadeout, scendiamo le valli di Ihaien e di Tehalaouait, troviamo le acque di Iouallen e a quelle di Ti-n-täğart, andiamo a quelle di I-n-semmen; partiamo all’ultimo terzo della notte, fermiamoci a Âseqqen nelle ore calde del giorno, lasciamoci alle spalle il monte Ti-n-älous, andiamo nella valle di Âseqqen, arriviamo ai piedi delle dune di Oulaouen. Passo dal colle Tenist con le sue piste numerose; incontro lo schiavo di un uomo della tribù degli Iselâmâten tra il monte Ti-n-täouâfa e il monte Ibereghrâghen.
Alla fine uno si sente esausto come se davvero avesse percorso le dune del Sahara; in effetti, forse, anche questo è un modo di esplorare il deserto. Non so spiegarmi le ragioni dell’affinità che sento con questi nomadi e queste terre così lontane dalla mia esperienza. Ma quando penso all’origine, penso al sud. Nella mia mente, da sud viene un chiarore primigenio di cose ancora abbozzate, di speranze, di storie appena sorte.
Credo che la letteratura viva anche grazie a queste divagazioni, nel tempo e nello spazio. I nomi nell’Orario Ferroviario s’incrociano con il méhari dei tuareg: è un fermento, una crescita misteriosa che conduce a nuove storie.
Un’altra città che non ho visto è Buenos Aires. Il nome suscita vie, piazze, musiche e ombre che forse non conoscerò mai dal vivo. Tuttavia mi basta leggere qualche verso di Borges per sentirmi come se anch’io fossi stato laggiù, tra portici e cisterne, e avessi contemplato le costellazioni dell’emisfero sud da un cortile nascosto.

Desde uno de tus patios haber mirado
las antiguas estrellas,
desde el banco de
la sombra haber mirado
esas luces dispersas
que mi ignorancia no ha aprendido a nombrar
ni a ordenar en constelaciones,
haber sentido el círculo del agua
en el secreto aljibe,
el olor del jazmín y la madreselva,
el silencio del pájaro dormido,
el arco del zaguán, la humedad
– esas cosas, acaso, son el poema.

La lirica s’intitola El sur ed è tratta da Fervor de Buenos Aires, una raccolta pubblicata da Borges nel 1923. Ecco la traduzione: Da uno dei tuoi cortili aver guardato / le antiche stelle, / dal sedile in / ombra aver guardato / quelle luci disperse / che la mia ignoranza non ha imparato a nominare / né a ordinare in costellazioni, / aver sentito il cerchio dell’acqua / nella segreta cisterna, / l’odore del gelsomino e della madreselva, / il silenzio dell’uccello addormentato, / l’arco dell’androne, l’umidità / – tali cose, forse, sono la poesia.
Se Proust e Mokhammed äg Mekhiia traggono l’incanto poetico dai toponimi, Borges invece qui lavora proprio sull’assenza di nomi, con quelle antiche stelle, quelle luci disperse / che la mia ignoranza non ha imparato a nominare. Ma a volte non c’è bisogno di sapere neppure i nomi. A volte basta una parola sola, di sole tre lettere, per portarci in capo al mondo. Sud.

PS: La traduzione di À côté de chez Swann. III. Nom de pays: le nom, pubblicato da Proust nel 1913, è quella scritta per Einaudi da Natalia Ginzburg del 1946 (poi rivista dall’autrice stessa nel 1990). I versi di Mokhammed äg Mekhiia si trovano in Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Il poema è citato anche da Dominique Casajus in Gens de parole. Langage, poésie et politique en pays touareg (La Découverte, Paris 2000). Dal volume di Casajus provengono pure i versi di Kourman (nato nel 1912 e morto nel 1989). La traduzione in italiano è mia, a partire dalle versioni francesi di Foucauld e Casajus. La traduzione di Borges è di Domenico Porzio, tratta da Tutte le opere (Mondadori 1984).

PPS: La prima immagine è un’edizione della Recherche che apparteneva allo stesso Proust; la seconda (presa dal sito Le fou du Proust) raffigura l’Orario ferroviario edito da Chaix nel 1906: era forse quello a cui si riferiva Proust quando, nel 1907, scrisse su “Le Figaro” che la saggezza sarebbe sostituire tutte le relazioni moderne e molti viaggi con la lettura dell’Almanacco del Gotha e dell’Orario ferroviario. La terza foto (presa dal sito Proust-ink) rappresenta la stazione di Illiers, chiamata Combray nella Recherche e ora ufficialmente Illiers-Combray. Le immagini del deserto sono tratte dal numero 84 della rivista “Meridiani” (dicembre 1999) e dal volume I Tuareg dell’Aïr di Ketty Adornato (testo) e Rino Cardone (foto), edito da Città del Sole (2005) per l’organizzazione umanitaria Bambini nel Deserto.

PPPS: Questo articolo riprende parzialmente Le antiche stelle, un breve saggio che ho scritto per l’ottavo numero della rivista letteraria Achab (in uscita la settimana prossima). Ringrazio per lo spunto e per la collaborazione Nando Vitali, Maria Rosaria Vado e Vincenzo Gambardella.

Condividi il post

Il settimo gufo

Mancano pochi giorni alla fine di ottobre. È una domenica fosforescente di ciclisti, con una luce calda sui campi e sulle colline. Salgo in bicicletta con mio fratello lungo la strada che dal piano di Magadino porta verso il paese di Orgnana. L’aria è frizzante, l’asfalto cosparso di foglie. Sulla via incrociamo coppie con il cane, escursionisti, famiglie alla ricerca di castagne (con il figlio adolescente alla retroguardia, corrucciato e immerso in una felpa troppo grande).
Alla fine di uno strappo ci troviamo in un punto da cui lo sguardo spazia verso sud. C’è una panchina di legno ancora intrisa di umidità. Poco più in basso il sole avvolge in un pulviscolo d’oro i paesi sulla riva del lago. Riprendiamo fiato.
La strada prosegue fino alle case di Orgnana. Ci fermiamo in una piazza rotonda e riempiamo le borracce a una fontana. Il rubinetto è la testa di un animale: un drago, forse, o una bizzarra creatura anfibia. Poco più in là, sul muro di una casa, c’è la statua di un ramarro. Dopo aver placato la sete, notiamo il primo gufo: è una statua racchiusa in una nicchia sopra una finestra. Subito dopo scorgiamo il secondo che sporge da una parete e il terzo dipinto sulla facciata di una casa. Il quarto sta appollaiato sopra una porta. Percorriamo le vie deserte. In un balcone ci sono un corvo impagliato e alcune streghe di legno. Quando torniamo nella piazza, avvistiamo il quinto e il sesto gufo, che spiccano sul cemento di una casa moderna.
A lungo cerco il settimo gufo. Sono convinto che sarà lui a chiarire il significato degli altri sei – insieme al senso di questo sole d’ottobre, di questo sudore, di queste gite domenicali. Da quando sono bambino, mi capita di vivere esperienze che non riesco a comprendere. Mi limito a custodirle dentro di me. A volte, mesi o anni dopo, succede qualcosa che mi aiuta a capire; a volte invece il settimo gufo resta nell’ombra. Riprendiamo le biciclette e da Orgnana scendiamo a picco verso il Lago Maggiore, prima di tornare a Bellinzona.
Questo blog compie due anni di vita. Non essendo nella mia indole la condivisione di cio che mi accade, fin dall’inizio mi ero interrogato sul senso di un’impresa del genere. In occasione del primo anniversario, avevo tentato di trarre un bilancio. Ora, dopo due anni, mi sembra di poter essere più preciso: lo scopo non è altro che la ricerca del settimo gufo. Ci sono giorni in cui si lascia scovare e giorni in cui si nasconde: è necessario usare con cura le parole e non abbandonare la speranza.
In futuro proverò a scrivere articoli più corti. Alcuni lettori mi dicono che amano leggere testi lunghi, perché i contenuti fulminei già abbondano su internet. Ma penso che ci sia una giusta via di mezzo. Spesso, se mi dilungo, è perché mi manca il tempo di rifinire quanto scrivo; anche a costo di ridurre la frequenza, cercherò quindi di essere più conciso.
L’anno scorso, avevo pubblicato un elenco degli articoli più popolari. Ecco i tre che, negli ultimi dodici mesi, sono stati letti da più persone.

1) Coriandoli nella birra

2) Ho bisogno di soldi!

3) Smile

Vi propongo anche una selezione di articoli che, per un motivo o per l’altro, mi sembrano significativi.

1) Tecniche di sopravvivenza, dove racconto come sono entrato in un centro commerciale, uscendone sano e salvo (più o meno).

2) L’elefante innamorato, dove indago le vicende di una piazzetta di periferia, nella quale torno una volta al mese.

3) Z, dove rifletto sul ritrovamento di un’incisione rupestre scolpita probabilmente da mio nonno e rimasta nascosta per decenni.

4) L’uomo senza casa, dove rievoco la giovinezza di Elia Contini, il protagonista di parecchi miei romanzi e racconti.

5) Oggetti smarriti, dove ricordo un viaggio a Parigi, fra vie inafferrabili, quadri scomparsi, poesie persiane, alberi blu e melodie segrete.

L’anno scorso avevo lasciato a Paolo Conte e al suo Ratafià il compito di fare un brindisi. Di nuovo mi rivolgo a lui per un augurio di buon viaggio lungo questa strada zitta che vola via / come una farfalla, una nostalgia, / nostalgia al gusto di curaçao… / Forse un giorno meglio mi spiegherò.
Un cordiale saluto a tutti voi… e attenti al settimo gufo!

PS: La canzone Hemingway è tratta dall’album Appunti di viaggio (RCA 1982).

PPS: Se avete voglia di farmi sapere che cosa ne pensate del blog (lunghezza degli articoli, contenuti, eccetera), lasciate un pensiero qui sotto o inviatemi una mail.

Condividi il post