Il settimo gufo

Mancano pochi giorni alla fine di ottobre. È una domenica fosforescente di ciclisti, con una luce calda sui campi e sulle colline. Salgo in bicicletta con mio fratello lungo la strada che dal piano di Magadino porta verso il paese di Orgnana. L’aria è frizzante, l’asfalto cosparso di foglie. Sulla via incrociamo coppie con il cane, escursionisti, famiglie alla ricerca di castagne (con il figlio adolescente alla retroguardia, corrucciato e immerso in una felpa troppo grande).
Alla fine di uno strappo ci troviamo in un punto da cui lo sguardo spazia verso sud. C’è una panchina di legno ancora intrisa di umidità. Poco più in basso il sole avvolge in un pulviscolo d’oro i paesi sulla riva del lago. Riprendiamo fiato.
La strada prosegue fino alle case di Orgnana. Ci fermiamo in una piazza rotonda e riempiamo le borracce a una fontana. Il rubinetto è la testa di un animale: un drago, forse, o una bizzarra creatura anfibia. Poco più in là, sul muro di una casa, c’è la statua di un ramarro. Dopo aver placato la sete, notiamo il primo gufo: è una statua racchiusa in una nicchia sopra una finestra. Subito dopo scorgiamo il secondo che sporge da una parete e il terzo dipinto sulla facciata di una casa. Il quarto sta appollaiato sopra una porta. Percorriamo le vie deserte. In un balcone ci sono un corvo impagliato e alcune streghe di legno. Quando torniamo nella piazza, avvistiamo il quinto e il sesto gufo, che spiccano sul cemento di una casa moderna.
A lungo cerco il settimo gufo. Sono convinto che sarà lui a chiarire il significato degli altri sei – insieme al senso di questo sole d’ottobre, di questo sudore, di queste gite domenicali. Da quando sono bambino, mi capita di vivere esperienze che non riesco a comprendere. Mi limito a custodirle dentro di me. A volte, mesi o anni dopo, succede qualcosa che mi aiuta a capire; a volte invece il settimo gufo resta nell’ombra. Riprendiamo le biciclette e da Orgnana scendiamo a picco verso il Lago Maggiore, prima di tornare a Bellinzona.
Questo blog compie due anni di vita. Non essendo nella mia indole la condivisione di cio che mi accade, fin dall’inizio mi ero interrogato sul senso di un’impresa del genere. In occasione del primo anniversario, avevo tentato di trarre un bilancio. Ora, dopo due anni, mi sembra di poter essere più preciso: lo scopo non è altro che la ricerca del settimo gufo. Ci sono giorni in cui si lascia scovare e giorni in cui si nasconde: è necessario usare con cura le parole e non abbandonare la speranza.
In futuro proverò a scrivere articoli più corti. Alcuni lettori mi dicono che amano leggere testi lunghi, perché i contenuti fulminei già abbondano su internet. Ma penso che ci sia una giusta via di mezzo. Spesso, se mi dilungo, è perché mi manca il tempo di rifinire quanto scrivo; anche a costo di ridurre la frequenza, cercherò quindi di essere più conciso.
L’anno scorso, avevo pubblicato un elenco degli articoli più popolari. Ecco i tre che, negli ultimi dodici mesi, sono stati letti da più persone.

1) Coriandoli nella birra

2) Ho bisogno di soldi!

3) Smile

Vi propongo anche una selezione di articoli che, per un motivo o per l’altro, mi sembrano significativi.

1) Tecniche di sopravvivenza, dove racconto come sono entrato in un centro commerciale, uscendone sano e salvo (più o meno).

2) L’elefante innamorato, dove indago le vicende di una piazzetta di periferia, nella quale torno una volta al mese.

3) Z, dove rifletto sul ritrovamento di un’incisione rupestre scolpita probabilmente da mio nonno e rimasta nascosta per decenni.

4) L’uomo senza casa, dove rievoco la giovinezza di Elia Contini, il protagonista di parecchi miei romanzi e racconti.

5) Oggetti smarriti, dove ricordo un viaggio a Parigi, fra vie inafferrabili, quadri scomparsi, poesie persiane, alberi blu e melodie segrete.

L’anno scorso avevo lasciato a Paolo Conte e al suo Ratafià il compito di fare un brindisi. Di nuovo mi rivolgo a lui per un augurio di buon viaggio lungo questa strada zitta che vola via / come una farfalla, una nostalgia, / nostalgia al gusto di curaçao… / Forse un giorno meglio mi spiegherò.
Un cordiale saluto a tutti voi… e attenti al settimo gufo!

PS: La canzone Hemingway è tratta dall’album Appunti di viaggio (RCA 1982).

PPS: Se avete voglia di farmi sapere che cosa ne pensate del blog (lunghezza degli articoli, contenuti, eccetera), lasciate un pensiero qui sotto o inviatemi una mail.

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rOssUrAcArÌ

Mi capita spesso di andare in bicicletta da Rossura a Carì, nella parte alta della valle Leventina (nel Canton Ticino). È una salita ripida, lunga una decina di chilometri. Ho sempre pensato che il suono dei due toponimi, nel mutare delle vocali, riassumesse il percorso: all’inizio, dopo il bivio tra Faido e Rossura, il respiro comincia a farsi difficile (rO), poi l’affanno cresce chilometro dopo chilometro (ssU), finché dopo Campello arriva un tratto pianeggiante per tirare il fiato (rAcA), prima dell’ultimo strappo (rÌ) dove braccia, cuore e polmoni si aggrappano al manubrio.
Viaggiare in bicicletta, anche quando si arranca come nel mio caso, non consente l’immersione nel paesaggio di chi va a piedi; ma non c’è neppure il distacco di un transito in automobile. In bicicletta riusciamo ad afferrare qualche dettaglio – un frammento di frase, un profumo – ma poi siamo già lontani. Quando camminiamo, in un certo senso, facciamo una piccola pausa a ogni passo, mentre in bici il nostro corpo deve piegarsi alle esigenze implacabili di una macchina. Salendo verso Carì, per esempio, sento il battito di un picchio nel bosco, vedo guizzare una biscia in una macchia di rovi; addirittura, a un certo punto, un cerbiatto spaventato mi taglia la strada. Ma è un lampo: appena registro la presenza degli animali, sono già oltre. A Calpiogna suonano le campane di mezzogiorno. Nell’aria, si diffonde un odore di salsicce alla griglia. Alle finestre c’è un profluvio di bandiere rosse con la croce bianca (il primo di agosto è la festa nazionale svizzera). A Molare, alla fine di un chilometro impervio, appare una catasta di legna che aspetta di consumare il suo destino come falò.
A lungo salgo da solo, poi vengo superato da qualche automobile. Passa pure un idiota che taglia le curve a una velocità folle: mi viene in mente che, se fossi stato in discesa, avrei corso il rischio di venire falciato. Qualcuno sta pranzando fuori su tavoli di legno, altri fanno il bagno in piscina. Seminascosta da una siepe, noto una fanciulla dal corpo dorato, distesa a prendere il sole con il petto scoperto. Ma la macchina, come dicevo, è implacabile: tutto viene consumato nel flusso dei pedali…
Ci sono cartelli che annunciano case e terreni in vendita. Nel momento in cui il sole picchia più forte, mentre la fatica si fa sentire, mi viene in mente che potrei fermarmi qui, come facevano i pionieri che andavano verso ovest: comprare un pezzo di terra, costruire un ranch e mettere su un allevamento di cavalli. L’idea assurda si dissolve nel momento in cui nasce, anche perché la strada sale, s’impenna ancora.
Le curve diventano momenti preziosi, in cui prendere un respiro più lungo prima di alzarsi sui pedali. Sulla sinistra avvisto un cartello che segnala un distributore self service di formaggio, aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. M’immagino un buongustaio che, colto da improvviso appetito nel cuore della notte, si arrampichi fin quassù, inserisca la carta di credito e ottenga l’agognato pezzo di Piora o di formaggella.
Un paio di anni fa anche il Giro della Svizzera fece tappa a Carì. Resta ancora qualche segno: una sagoma di ciclista sul tetto di un garage e alcune scritte sull’asfalto. Mi limito a segnalarne tre: 1) Un incitamento a Fabian Cancellara, un professionista che nel frattempo si è ritirato (ma il suo nome dura ancora sulle strade); 2) Un gigantesco pene maschile, sbiadito ma tenace; 3) lo slogan W IL NOCINO, proprio nel tratto più impegnativo.
La borraccia è ormai vuota. M’inerpico verso la fontana che mi aspetta alla fine, ai margini di un prato. Solo il primo sorso di acqua fresca interromperà la sofferenza. Perché in fin dei conti andare in salita con la bicicletta è un gesto che provoca sofferenza. Nient’altro. Forse è proprio per questo che mi piace. Non mi aiuta a rilassarmi, non è una cosa divertente, non ha aspetti socievoli (vado sempre da solo), non ho bisogno di perdere peso e non sento l’esigenza di fare sport.
Fra l’altro, mi piace uscire negli orari in cui il sole è a picco: il caldo, il sudore, la tensione nelle gambe e nelle braccia, il respiro spezzato… ho la sensazione che tutto questo serva a bruciare i pensieri neri, portandomi in una dimensione dove esiste solo il presente. Il cervello è intento nella prossima pedalata, nella prossima curva, e non può soffermarsi nella tristezza. Sebbene questo in realtà non sia del tutto vero: lungo un tratto lontano dagli abitati, in mezzo a un bosco, noto una palla di plastica colorata dentro un tombino. Non ci sono case, nei paraggi, non ci sono ragazzi né piscine. Mi chiedo da dove sia rotolata la palla e quanto durerà, nell’ombra perenne di quel buco. Inevitabilmente, paragono il percorso della palla smarrita al mio, al nostro. Quando anche noi rotoleremo via, presto o tardi, da quale genere di tombino oscuro dovremo passare?
Mi sembra però che nello sforzo di salire la riflessione non sia del tutto nefasta. Ai bordi della via, ci sono parecchie cappelle con dipinte scene sacre. Una, in particolare, mostra Gesù appena deposto dalla croce nelle braccia di Maria, coperta da un manto azzurro che spicca da lontano. Anche questo dolore immenso si unisce alla mia piccola sofferenza, al mio affanno. Penso alle persone ammalate, penso ai morti che ho conosciuto, li passo in rassegna uno per uno mentre salgo. Può darsi che, in qualche maniera inesplicabile, la mia fatica abbia una doppia funzione: da un lato mi aiuta ad avere ben presenti i morti, il male, la disperazione; dall’altro mi permette di gettare i pensieri nel prossimo giro di pedali, senza indugiare nelle ombre della malinconia.
Quando scrivo ho l’impressione d’innescare un meccanismo simile. La differenza è che la salita in bicicletta non costruisce niente, mentre la scrittura lascia un segno che può essere condiviso. Proprio questa prospettiva, la condivisione dell’interiorità che diventa racconto, è ciò che mi motiva a scrivere. A volte però mi capita di chiedermi se il senso più profondo non consista nell’offerta – che sia un romanzo o una salita. Come se fosse necessario offrire la fatica per mettere a nudo frammenti di sé o del mondo.
C’è un brano di John Coltrane che esprime bene questo aspetto: infatti s’intitola proprio Offering. So di aver già parlato di Coltrane un paio di settimane fa, per ricordare i cinquant’anni dalla sua scomparsa, ma mi pare opportuno proporre l’ascolto di questo pezzo stupefacente. (Non si tratta di musica facile: le orecchie sensibili stiano in guardia…) Per me il sax tenore di Offering è figura di un uomo che s’inerpica su una china, in bicicletta o a piedi, raggiunge l’apice dello sforzo e poi, finalmente, si placa nel respiro libero e lirico della discesa.

Per una cinquantina di secondi Coltrane suona volute di note che si alzano come segnali di fumo (mi pare che riprenda qualcosa da Aknowledgement, in A Love supreme). È accompagnato da Alice Coltrane al piano, Jimmy Garrison al basso e Rashied Ali alla batteria. Poi, lentamente, cresce l’onda del delirio. Il basso tace, o forse ha sempre taciuto, sopraffatto dalla forza d’urto. Anche Alice Coltrane si ferma, intimorita. Rashied Ali invece incalza Coltrane, lo pungola, lo sferza, e la furia tumultuosa del sax diventa frastuono, urlo, strazio, tensione vibrante verso un oltre che non si lascia afferrare. Infine, cessata la tempesta, tornano gli accordi del pianoforte. Ora il sax è quasi melodico, intriso di tutto ciò che è riuscito a sfiorare lassù, dove il fiato si fa corto e appaiono visioni nel nitore dell’azzurro.

PS: Offering si trova nell’album Expression (Impulse, settembre 1967). Il brano venne registrato il 15 febbraio 1967; pochi mesi dopo, il 17 luglio, Coltrane morì per un tumore allo stomaco.

 

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Buon 2017 su Blötzgeul!

img_8891Oggi uscirò in bicicletta. Tecnicamente sarà l’ultima uscita del 2016, ma in realtà è l’inizio della stagione 2017. Negli ultimi mesi infatti ho lasciato la bici in cantina; e di sicuro fra un paio d’ore, quando avrò indossato l’armatura degli abiti invernali e mi sarò avviato, mi scontrerò con l’ultima salita dell’anno, che avrà tutte le caratteristiche insidiose della prima. Il fiato si accorcerà, cigoleranno i muscoli. I chilometri iniziali sono sempre i peggiori: ogni gesto diventerà pesante mentre il cuore, svegliato dal sonno invernale, comincerà a sobbalzare su e giù per il petto. Ecco: questo sarà il mio Capodanno. Poi tornerò a casa, certo, mi riposerò, suonerò il sassofono, credo che ci sarà una cena, fumerò la pipa e forse non eviteremo nemmeno il brindisi a mezzanotte. Ma il vero punto di passaggio per me sarà già avvenuto: pericolante, a mezza costa, infagottato in un giaccone blu, avrò provato ad accogliere il futuro. Non so come andrà. Farò del mio meglio, ma non prometto niente.
fullsizerender-2In realtà, per nessuno il Capodanno arriva a mezzanotte. Ne è una prova questa vignetta di Manu Larcenet e Jean-Michel Thiriet: come spiega la didascalia, sul pianeta Blötzgeul IV gli anni durano un secondo. E con perenne entusiasmo, i due simpatici alieni si stringono la mano ripetendosi vicendevolmente “Buon anno!” a ogni secondo. La vignetta ha l’intento di far sorridere, ma è poi tanto lontana dal vero? Quando finisce un anno e quando ne comincia uno nuovo? Nel corso delle nostre giornate viviamo attimi irripetibili, e i fogli del calendario sono solo un tentativo di mettere ordine in questo magnifico mistero: il tempo che passa.
image1-2In un’altra vignetta, Larcenet e Thiriet mettono in scena un individuo che, con aria un po’ sconsolata, fissa un calendario appeso alla parete. Sul calendario appare la scritta: OGGI. In alto, la didascalia spiega che si tratta di un calendario perpetuo. Possiamo far scoppiare petardi e brindare, organizzare cenette o scatenarci nelle piazze, ma la verità è che, intimamente, non conosciamo il Capodanno. Non percepiamo il 2016 o il 2017 così come non percepiamo il 1993 o il 778. Quello che conosciamo è soltanto l’oggi. Come scriveva il poeta Mallarmé: Le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui (nella traduzione lirica di Mario Luzi: “il vivido l’intatto lo splendido oggi è qui”). Ma l’uomo che guarda il calendario perpetuo è sconsolato: forse perché un oggi percepito come continuità inesorabile, come eterno presente privo di senso, sarebbe una condanna. Magari allora il Capodanno può darci una mano a riflettere sul fatto che, sebbene non li percepiamo, passato e futuro esistono eccome, ed esisteranno finché ci sarà il mondo.
copia-di-fullsizerender-2Scrive l’autore Raffaele La Capria: Amo gennaio e tutti gli inizi, anche quando sono un po’ duri, perché quel che inizia e nasce deve sempre superare la barriera del non essere. Amo gennaio perché mi conferma il ritorno della ruota del tempo. Lo amo anche perché è un mese in cui senti che bisogna raccogliere le forze per andare avanti, e richiede perciò concentrazione, progettazione e fantasia.
Voglio condividere con tutti i miei lettori questo augurio per un 2017 ricco di concentrazione, progettazione e fantasia. Sono i talenti che servono a costruire o a ricostruire: e le macerie, materiali o spirituali, oggi non mancano. Costruire significa anche lavorare perché si plachi il conflitto fra passato e futuro, fra realtà e desiderio, fra speranza e delusione.

La pace che mi auguro, per me e per tutti, è quella che si sente in questo brano del pianista Horace Silver. È una ballad lenta, dolce, ma attraversata da un movimento, da una profonda allegria ritmica tipica di Silver (sentite in particolare il suo assolo, a partire da 2.29 e soprattutto da 4.19 a 4.56). Se la serenità è semplicemente una passione smorzata, non serve a nessuno. A nessuno servono risposte che addormentino le coscienze. La vera pace, quando si manifesta in noi o nel mondo, così come nella musica, porta sempre con sé un pizzico d’inquietudine.
Buon 2017!

PS: Le vignette di Larcenet e Thiriet si trovano in La vie est courte (Dupuis 2013; è l’integrale che raccoglie tre volumi usciti tra il 1998 e il 2000). Il verso di Mallarmé è l’inizio di un sonetto pubblicato nel 1885 su La Revue Indépendante e poi incluso nella raccolta Poésies del 1887; la traduzione di Luzi è apparsa nel volume La cordigliera delle ande (Einaudi 1983); ecco i pdf con il testo completo del sonetto e della traduzione. Le parole di La Capria provengono da I mesi dell’anno (Manni 2008, con le illustrazioni di Enrico Job, autore del mazzo di fiori che vedete sopra). Il brano di Horace Silver è tratto dall’album Blowin’ the blues away, inciso per la Blue note a Englewood Cliffs nel New Jersey, il 29 e 30 agosto e il 13 settembre 1959. Insieme a Silver, suonano Junior Cook (sax tenore), Blue Mitchell (tromba), Eugene Taylor (basso), Louis Hayes (batteria).

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Un panino al salame

Perché salire? La domanda mi arriva così, dopo una curva. I muscoli, il fiato, la catena, le ruote, tutti lavorano. Quest’anno però sono fuori allenamento e perciò, nella mia prima scalata verso Carena, devo fare i conti con una mozione di protesta. 1) Le gambe: Una bicicletta da corsa… era necessario? 2) I polmoni: Che cosa… c’è… che non va… nella dolcezza della pianura? 3) Il cuore: Povero me, perché proprio la stessa salita che percorrevi a diciotto anni? 4) Il cervello: No comment. 5) Coro: E quindi, in conclusione, chi te lo fa fare?
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Parto da Giubiasco, vicino a Bellinzona, a una quota di 244 metri sul livello del mare, e arrivo a Carena (958 mslm) dopo un percorso di 10,6 chilometri. Durante il tragitto passo da Lôro, Pianezzo, Vellano, Carmena e Melera. È una strada che conosco a memoria. Quanto ci metto? All’incirca trenta minuti, quando non sono in forma. Altrimenti cerco di stare sotto i venticinque.
Attenzione, la frase precedente l’ho scritta nell’intento di far sobbalzare – sia pure soltanto per una frazione di secondo – gli eventuali appassionati di ciclismo che leggono questo blog. Naturalmente, sono ben lontano da questi tempi… e lo ero anche a diciotto anni! Non ho l’abitudine di conometrare e mie uscite in bicicletta (vado a pedalare proprio per starmene lontano dagli orologi, in senso proprio e metaforico). So che impiego più o meno un’ora, ma il contachilometri che ho sul manubrio ha esaurito le batterie anni fa, e non ne ho mai comprate di nuove.
image1Quando cominciai a uscire in bicicletta, durante l’adolescenza, seguivo il ciclismo con interesse. Ancora oggi mi tengo aggiornato, guardando qualche gara alla tivù o più spesso sfogliando le pagine sportive dei giornali. Di recente, mi è capitato di leggere un breve romanzo di atmosfera ciclistica: Cicale al carbonio, scritto da Carlo Zanzi e pubblicato nel 2008 dal Gruppo editoriale Eureka. L’autore suggerisce che la domanda con cui si apre questo articolo possa risuonare anche in un gruppo di professionisti: Un piccolo lago, alberghi e il bosco più fitto. Ai tornanti cartelli indicavano l’altitudine: millesettecentotrenta metri sopra il livello del mare. Nessuno si era permesso di scattare, neppure gli avventurieri alla caccia di qualche ripresa televisiva. Avevano tutti freddo lì in mezzo. Quando potevano, s’avvicinavano per scaldarsi. Ma nel gruppo allungato, biscia colorata a picco su Canazei, scoppiavano soprattutto imprecazioni, battute e, non dette, ricerche di un senso a tutta quella sofferenza fra i monti.
Ecco, si tratta proprio di questo: sofferenza fra i monti.
Perché, dunque?
Durante la salita lascio che la mente divaghi. Forse per il tempo che passa adagio, forse per la fatica nei muscoli e nel sangue, mi capita spesso di pensare a persone che ho conosciuto e che non ci sono più. È come se la tormentosa ascesa del corpo, in qualche modo, favorisse anche quella del pensiero. Qualche volta, se ci sono lavori in corso, mi devo fermare per pochi secondi. Bevo un sorso d’acqua, aspetto che il solenne autopostale giallo davanti a me riprenda a salire.
image1 copia 2Tutto è molto verde, molto azzurro. Un ciclista sulla cinquantina, dal fisico nodoso, mi raggiunge e mi supera, lentamente, concentrato nel suo ritmo. Lo lascio andare e rimango solo, in un tratto di strada meno ripido. Guardo le montagne: le case sembrano appoggiate sulle macchie di prato da un bambino che giochi a creare un piccolo mondo. Ci sono greggi di pecore: campane, belati, la corsa di un agnello (il suo belato, più urgente, è di un’ottava più alto). Passo e colgo brandelli di paesaggio, di conversazione. All’ombra dei portici siedono persone rilassate, nel cuore del pomeriggio. Il fruscio di una fontana mi accompagna per qualche metro. È uno scenario che, in questo momento, non mi appartiene. Ho il fiato breve, il cuore che pulsa. Insomma: sto faticando. Perché invece non mi siedo anch’io all’ombra, con una birra fresca?
Copia di image1Perché, a pensarci bene, sta succedendo qualcosa. Un’uscita in bicicletta per me non è un banale allenamento sportivo, ma una storia minima, un viaggio, un arco narrativo dalla fatica al sollievo, dalla freschezza iniziale al rimescolio del sangue fino allo scioglimento finale, con il respiro che ritrova la sua compostezza e i pensieri che tornano alla quiete. Mi piace pedalare così come mi piace camminare: senza fretta, seguendo un ritmo profondo. Affronto le salite proprio come affronto il lavoro della scrittura: è un percorso che si costruisce un pezzo alla volta, senza mai sapere che cosa si vedrà dietro la prossima curva. Anche quando conosco le strade, sono abbastanza distratto per dimenticarle. Così accade quando scrivo, quando viaggio, perfino quando suono. In un certo senso, forse, è uno dei segreti della creatività: essere pronti a dimenticare le strade note.
image1 copia 4Quando arrivo a Carena, appoggio la bicicletta contro il muro. Di fianco a me c’è l’edificio della vecchia dogana: in passato tra queste zone e la val Cavargna (in Italia) correvano traffici più o meno legali. Ora è tutto tranquillo e oltre al mio fiato si sente soltanto il gorgoglio del vecchio lavatoio (è severamente vietato lordare l’acqua, mi avvisa un cartello, e i trasgressori verranno puniti a norma di regolamento).
Svito il tappo della borraccia, la riempio di acqua fresca. Perché salire? La risposta alla domanda iniziale è tutta in quei pochi secondi di pausa, prima di portare la borraccia alle labbra. Sono sentimenti semplici: la sete, il calore, la freschezza, la dolcezza sublime dell’acqua che si dirama lungo il sistema nervoso. Ecco perché vado in bicicletta: perché prima di bere, bisogna avere sete.
image1 copia 5Anche Carlo Zanzi, in un momento significativo del suo Cicale al carbonio, nota qualcosa del genere: Marco saliva e la fatica si spegneva, lasciandogli nelle gambe e nella pancia una bella sensazione. Alzò lo sguardo verso la fine della scalata; più a destra, fra il Cuvignone e la cima del Monte Nudo, galleggiavano nel cielo tre parapendii. Uomini appesi a una tela colorata sfidavano il vuoto e la loro paura. Li seguì nel loro volo lieve, curando con la coda dell’occhio di non finire nella scarpata, dentro buche o contro i sassi lasciati in strada dall’inverno. Si sentì leggero e felice. Provò desiderio di un panino al salame.

PS: Per apprezzare l’ultima fotografia di questo articolo, credo che sia necessario un accenno di colonna sonora. Eccolo:

 

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“Comu tieninu i palazzi?”

La primavera è come una bambina che impara l’equilibrio in bicicletta.
In un grande piazzale, con vasti alberi spogli intorno al grigio, eccola che prova a cercare stabilità. Si arrischia. Mezzo metro, poi ondeggia, un altro metro, un altro, quasi ce la fa.
IMG_0009Domenica ho portato le mie figlie in bicicletta, e mi sono reso conto che c’è qualcosa di feroce, in quel distacco. All’inizio la bambina sente le mani del padre sulle spalle: il mezzo meccanico avanza ma lei è tranquilla, ha un punto d’appoggio. Poi arriva il momento in cui è sola, pericolosamente sola, affidata a due strisce di gomma e al vorticare della catena. Pedala! L’ordine le arriva da dietro e lei protesta, vorrebbe di nuovo sentire il tocco rassicurante delle mani. Alla fine, naturalmente, la bambina va, come un miracolo di grazia equilibristica, e il padre resta indietro, con il suo passo trotterellante, rallenta, respira, cerca di ritrovare un po’ di compostezza.
Ho pensato che anche la primavera, anche la Pasqua hanno qualcosa a che vedere con l’arte dell’equilibrio. L’incertezza del tempo, la mutevolezza degli umori, quell’inquietudine che appartiene così intimamente al mese di aprile. È una stagione di fatica e rinascita. A volte per trovare l’equilibrio bisogna allontanarsi. Provate a tenere un bastone sospeso diritto sulla vostra mano: se guardate in basso, verso il punto d’appoggio, non riuscirete mai; ma se guardate verso l’alto, dopo un po’, arriverete a bilanciare il peso del bastone.
IMG_0021Per i cristiani, la croce su cui hanno appeso Gesù è un punto di rottura e di equilibrio allo stesso tempo: uno scandalo che sconvolge l’ordine del mondo e che promette un nuovo compimento. Ma al di là della religione, per tutti l’arrivo della primavera è un invito ad avere fiducia. Specialmente in questi giorni, funestati da notizie di morte, non bisogna scordare quanto sia miracoloso questo mutare della natura, questa prima riapparizione della vita. È il momento in cui diamo un’ultima spinta: abbiamo ancora un po’ di paura ma confidiamo nel prodigioso insieme di ragione, istinto, olio di catena e muscoli di bambina…
IMG_1411A proposito di equilibrio, mi ricordo un testo di Gesualdo Bufalino, scritto negli anni Settanta e pubblicato in Museo d’ombre (Sellerio 1982), nella sezione “Facce lontane”. L’autore evoca una serie di personaggi bizzarri del suo paese, fra cui Biagio Re, un uomo capace di stupirsi davanti al miracolo dell’equilibrio.
Alto, dinoccolato, con occhi piccini e opachi, persi dietro un pensiero che non mutava. Per anni non fece altro che chiedere a chiunque incontrasse: “Comu tieninu i palazzi?” (“Come fanno i palazzi a stare in piedi?”), turbato da questa poco credibile cosa: che solo essi durassero in piedi in un universo così visibilmente destinato a tremare, a spaccarsi, a scoscendere. Faceva di no col mento, deluso dalle spiegazioni, e andava a tastare e lisciare i mattoni delle facciate, scansandosi poi con un soprassalto improvviso. Una sera di festa lo vedemmo tra la folla, mentre guardava, trasecolato, a dieci metri dal suolo, un acrobata volteggiare in bicicletta lungo un invisibile filo sospeso.
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In questi giorni molte cose mi stanno girando per la mente: le mie figlie in bicicletta, le notizie di attentati sanguinosi, l’arrivo della primavera, la meraviglia di Biagio Re. Sono convinto che ci sia un legame e che questo legame, in fin dei conti, sia un segno di speranza. Insomma, siamo qui. In attesa. La mente è ancora sconvolta dalle urla, dalle immagini di morte che rimbalzano sui giornali. Spengo il computer, faccio scorrere la porta finestra. Ho bisogno di respirare. La Pasqua tace, avanza nelle crepe, e nella zona oscura del giardino i fili d’erba, lentamente, fanno un tentativo. Il mio auspicio è che tutti noi, come Biagio Re, sappiamo restare all’erta, attenti all’equilibrio nostro, del mondo, della primavera, di ogni cosa che si affaccia alla luce. Buona Pasqua!

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