Prima i nostri

Boom di suicidi. Così titolava un giornale, commentando il numero di persone che nel Canton Ticino, fra agosto e settembre, si sono tolte la vita. La cosa mi ha colpito sia perché si tratta del luogo dove abito, sia perché un titolo del genere, così banalmente allarmista, è riuscito a generare in me un sentimento di tristezza tanto profondo, tanto complesso e ramificato che alla fine non so nemmeno più perché sono triste. Ho pensato quindi di scrivere sull’argomento, non per dire qualcosa ma per capire meglio questa faccenda. Tuttavia ho fatto uno sbaglio: ho lasciato che l’atteggiamento giornalistico invadesse il campo della scrittura.
Mi sono messo a fare ricerche. Ho esaminato le cifre dell’Ufficio federale di statistica, ho compulsato i rapporti della polizia, controllando gli eventi senza reato qualificato, distinguendo i suicidi tramite organizzazione di assistenza dai suicidi veri e propri (con la tabella che precisa: di cui uomini, di cui Svizzeri, di cui minori), prendendo in considerazione anche i tentativi di suicidio accertati e incrociando i dati con quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ho confrontato la situazione svizzera con quella di altri paesi europei ed extraeuropei. In seguito ho paragonato le differenti modalità di esecuzione di quello che qualche giornalista ancora definisce gesto fatale (più per evitare una ripetizione che per interrogarsi sul ruolo del fato, del destino inesorabile che forse governa le nostre piccole azioni umane; e forse no, per fortuna). Infine mi sono interessato anche alla prevenzione, in particolare studiando il prezioso servizio del Telefono Amico (numero 143). Ho scoperto che tale servizio, in collaborazione con le autorità, ha posto una cabina telefonica sulla diga della Verzasca, per offrire un ultimo appiglio a chi salisse fin lassù con l’intenzione di gettarsi nel vuoto.
Tutto questo non mi ha aiutato. Infatti non riporterò qui nemmeno una cifra, tra le tante che ho annotato nel taccuino. Non citerò nemmeno l’evoluzione storica del fenomeno e le indagini socio-psicologiche volte a individuarne le cause. Non vorrei nemmeno precisare la situazione della Svizzera, della Svizzera italiana o dell’Italia, cioè i luoghi che conosco meglio, in rapporto alla situazione internazionale. Vorrei partire invece dal fatto che un suicidio è un suicidio, e che soltanto accessoriamente diventa una percentuale, un fenomeno, una tendenza, magari un boom.
Certo, il suicidio assistito è un’altra cosa, e infatti qui non ne parlerò. Così come è diverso uccidersi perché si è in preda al terrore, alla fame, in situazioni di povertà, tortura, sofferenze indicibili. A me basterebbe capire meglio i suicidi che mi hanno toccato più o meno da vicino. Ho conosciuto infatti alcune persone che poi si sono suicidate. Ho letto e amato scrittori che, magari nel pieno del successo professionale, si sono suicidati. Ho incrociato pure qualcuno che ha tentato di suicidarsi, o che ha voluto sucidarsi, senza poi arrivare a suicidarsi davvero.
Che cosa succede, qual è la spinta che, in una situazione di pace, di salute, di relativa tranquillità economica, porta al desiderio di uscire dalla propria vita? Di certo nessuno è al riparo dall’angoscia. (Sembra una frase scontata, ma qualche volta giova ripeterlo.) Anzi, il fatto di vivere in un paese (più o meno) permeato di benessere, come lo sono i paesi occidentali, può mettere a nudo quanto sia precaria ogni forma di benessere, fisico e spirituale. Soprattutto, il benessere non mette al riparo dalla solitudine. E ogni suicidio è avvolto, riempito, intriso di solitudine.
La ricerca di legami definisce ogni essere umano. Appena nati, ci viene reciso il cordone ombelicale, ed è come se la nostalgia di quella connessione primigenia si ripercuotesse su ogni azione successiva. Sentiamo il peso dell’io, e a ogni costo vogliamo sentirci protetti nel tepore rassicurante di un “noi”. Credo che questo spieghi alcune paure collettive, che forse mascherano disperazioni individuali. Convincersi di essere parte di una comunità, sentirne il privilegio, la dolcezza dei valori condivisi. E di conseguenza avere la necessità di ribadirne l’esclusività, serrando i ranghi. Allora si contingenta il numero di stranieri, si lanciano iniziative popolari che gridano “Prima i nostri!” (ed è come una richiesta d’aiuto dal profondo dell’abisso), ci si aggrappa alle tradizioni, al buon vecchio tempo in cui eravamo gentili, alla necessità di non coprirsi il volto nei luoghi pubblici, alla fierezza per le imprese sportive dei nostri ragazzi.
Prima i nostri. I nostri ragazzi. Il nostro paese. I nostri giovani. Ecco, vedete? Siamo un “noi”. Possiamo dire: i nostri valori. Come se ci fossero valori nostri e valori altrui, e non semplicemente valori, da qualunque parte provengano, in opposizione a ciò che invece non vale. Ma tutto questo “noi” non mette al riparo dalla noia. È la noia insidiosa dell’uomo che esce di casa intorno all’ora di cena, una sera d’inverno. E si accorge che a casa potrebbe anche non tornarci.
Vorrei seguire quest’uomo. È lui che mi permetterà forse di capire. Eccolo che lascia l’automobile e prosegue a piedi. Attraversa il parcheggio davanti alla sagoma oscura di una chiesa. Nota che stanno restaurando la chiesa – vede le impalcature, gli avvisi del cantiere. Pensa che restaurare sia una bellissima parola, ma anche un inganno. L’uomo non è isolato: ha una famiglia, amici, colleghi. Eppure non c’è nessuno di loro che prima o poi non se ne andrà, lasciandolo solo. Presto o tardi. L’uomo sa che ha cominciato a morire quando gli hanno tagliato quel cordone, qualche decina di anni fa. Di giorno in giorno vedrà il suo declino, il suo lento abbandonarsi alla deriva di un corpo meno efficiente, di un futuro più ristretto. Di certo l’uomo si ammalerà, e scivolerà negli ultimi giorni della sua vita. Oppure un incidente lo farà piombare di colpo nell’incoscienza.
Nel buio, l’uomo cammina su un sottile strato di ghiaccio, attento a non perdere l’equilibrio. Mica vorrà cadere, magari picchiare la testa e restarci secco? L’uomo sorride e si accorge di quanto sia terrificante quel suo sorriso. Pensa alla felicità. Ai momenti di quiete. E intorno, l’infelicità delle persone vicine, delle persone lontane, degli affamati, dei torturati. Intorno, l’infelicità passata e futura. Intorno, l’incapacità di provare piacere, se non mentendo a sé stesso. Intorno, la consapevolezza che, anche quando la ragione cerca di trovare un senso in tutto questo, la sensibilità dell’anima lo rifiuta.
L’uomo è straniero, anche in mezzo ai “nostri”. Questa è la sua condizione inesorabile. Cammina lungo la strada, di fianco ai binari della ferrovia. Si affaccia al parapetto, vede il cartello giallo con il teschio: pericolo di morte, non toccare i fili. Sente tutto il peso di esistere, la stanchezza di vagare in mezzo a un paese straniero, fingendo che i legami siano duraturi, fingendo di conoscere la lingua, le usanze, ma irrimediabilmente solo. L’uomo fissa i binari e pensa che, dopotutto, non fa una grande differenza se la morte accade ora, fra un anno, fra dieci anni, fra venti. Il mondo potrà continuare a essere anche senza di lui, e almeno la solitudine diventerebbe un fatto, non solo una condizione straziante.
Non so andare oltre. Mentre torno a casa, porto con me l’immagine di quell’uomo fermo sopra i binari. Essere stranieri non ha a che fare con il passaporto. (Perché poi, in fondo, il passaporto è solo una sciocchezza burocratica, inventata per mantenere un’apparenza di ordine nel crogiolo dell’umanità.) La solitudine e l’essere stranieri si manifestano come una ferita, ma occorre credere che non sia incurabile. Dopo giorni e giorni di cammino nel deserto, capita di giungere a un accampamento. Non è difficile riconoscere che, fra le tende, non c’è nessuno dei “nostri”. Siamo inevitabilmente stranieri, e come tale veniamo accolti. Mio padre è straniero. Mia madre è straniera. I miei parenti, i miei amici. E questa indecifrabile cosa che chiamiamo vita oscilla sempre, paurosamente, fra i poli della solitudine e dell’accoglienza. Speriamo che si fermi dalla parte giusta.

 

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La Mano Rossa

A Natale ho ricevuto un piccolo rastrello di colore rosso. O forse arancione. In realtà, più che un rastrello, si tratta di un sarchio o di una zappetta. Ma il modo giusto per descriverlo è riconoscere, dietro le dita di ferro, il modello originario della mano umana. Insieme al dono c’era un biglietto con la foto di alcuni profughi: una madre, due bambini, un uomo con la barba. In alto, la parola Betlemme scritta in arabo e in ebraico. Sotto, in grassetto: Still crossing. Più in basso: Everything will be ok, Andrà tutto bene, Tout ira bien, Todo irá bien. Il biglietto non aiuta a capire il rastrello, se non forse come un invito a dissodare la terra, affinché possa attecchire la pace.
Per me la Mano Rossa è simbolo di avventura: ricordo una banda di spietati assassini, nei fumetti di Tex Willer. È anche uno scettro, un bastone magico, un’antenna che capta emozioni. Soprattutto è uno mezzo per favorire la scrittura, sarchiando la terra allo scopo di consentire la circolazione dell’aria e della luce.
Ho tenuto la mano rossa sulla scrivania e, giorno dopo giorno, ho scritto un piccolo diario. Lo potete leggere qui: Diario della Mano Rossa (sono poche pagine). Il mio augurio è che ognuno di noi sappia compiere il gesto primordiale di spezzare la crosta del terreno. Bisogna smuovere le zolle e rompere la durezza dei pregiudizi, delle identità acquisite, perché germoglino incontri, novità, storie inaspettate.
In questo senso, vorrei proporvi di ascoltare Fleurette africaine, un brano inciso il 17 settembre 1962 da Duke Ellington (piano), Charles Mingus (contrabbasso) e Max Roach (batteria). È un incontro inedito (e unico) fra musicisti di generazioni diverse: il grande classico Ellington, nato nel 1899, indiscusso maestro dello swing, l’irregolare Mingus, nato nel 1922 (e già cacciato nel ’53 dall’orchestra di Ellington per avere inseguito il trombonista Juan Tizol con un coltello sul palcoscenico), insieme all’ombroso Max Roach, nato nel 1944 (e passato anche lui dall’orchestra di Ellington nel ’41 per una sostituzione). A quell’epoca Mingus stava lavorando ai suoi più grandi album (Oh Yeah nel ’61, The Black Saint and the Inner Lady nel ’63), mentre Roach aveva pubblicato nel ’60 We Insist! – Freedom Now Suite, una pietra miliare nella protesta contro la segregazione razziale. Tre musicisti, tre percorsi, tre linguaggi… e un brano memorabile.

Fra i musicisti c’è ascolto, c’è grande rispetto, c’è la voglia di mettersi al servizio della musica, ignorando le etichette. Mingus gioca sul vibrato, mentre Roach batte solo sui tom, contribuendo a creare un’atmosfera ipnotica. Al piano Ellington disegna il ritratto di un piccolo fiore che spunta nel folto della giungla, lontano dagli sguardi. La melodia delicata, gli accordi talvolta dissonanti, le contromelodie di Mingus, tutto contribuisce a dispiegare una grazia minuta, apparentemente fragile, ma inestirpabile nella sua gratuità. Anche se non lo vede nessuno, anche se a molti può sembrare inutile, il piccolo fiore – come disse Duke Ellington – cresce ogni giorno più bello.

PS: Il brano
Fleurette africaine, composto dallo stesso Ellington, si trova dall’album Money Jungle (Blue Note 1962). La frase di Ellington proviene dalla sua autobiografia Music is my mistress (1973, tradotta in italiano da Franco Fayenz e Francesco Pacifico nel 2007 per Minimum Fax con il titolo La musica è la mia signora).

PPS: Grazie a Caterina per l’escardilho e per il biglietto.

PPPS: Buon 2018!

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Tappeti volanti

Di recente mi hanno chiesto di tenere un laboratorio sulla scrittura di viaggio. Ho passato quindi in rassegna vari mezzi di trasporto. Automobile, treno, nave, bicicletta, cavallo… il più elegante resta l’unico perfettamente naturale, cioè camminare. A chi non l’avesse mai fatto, vorrei però suggerire di provare anche il tappeto volante.
È un mezzo pulito, non inquina, potrebbe essere una soluzione efficace al problema del traffico. L’unico problema è come procurarsene uno: i tappeti volanti non s’incontrano sempre dove ci si aspetta di trovarli. Nel canone delle Mille e una notte, per esempio, ne appaiono pochissimi. Ne ho scovato uno nella traduzione in francese di Galland, ripresa in italiano nel 1852 da Antonio Falconetti: Pagato adunque il custode del khan, […] entrò, chiudendosi dietro l’uscio e lasciandovi entro la chiave, e disteso il suo tappeto, vi sedé coll’officiale seco lui condotto. Allora, raccolto in sé stesso, e concepito seriamente il desiderio di venir trasferito nel luogo dove i principi suoi fratelli dovevano recarsi al par di lui, si avvide in breve d’esservi giunto; fermatosi colà, e spacciandosi per un semplice mercante, stette ad aspettarli.
Il tappeto volante richiede immaginazione. La fiaba che ho citato – Il principe Ahmed e la fata Pari-Banu – non fa parte del corpus originale della raccolta, ma riassume bene la tecnica di decollo: bisogna concepire il desiderio di essere in un luogo, raffigurandolo nell’anima prima di vederlo con gli occhi. Un altro tappeto celebre appare nella fiaba Aladino e la lampada magica. In realtà, nemmeno questa appartiene al nucleo più antico delle Mille e una notte; inoltre, nella sua prima versione, non menziona nessun tappeto volante. Il tappeto sarebbe un’aggiunta più tarda, nata da contaminazioni con la tradizione russa e approdata venticinque anni fa in un film della Walt Disney: Aladdin (1992), diretto da Ron Clements e John Musker. A quanto pare, la Disney vorrebbe festeggiare l’anniversario girando un remake, con attori diretti da Guy Ritchie, ma la produzione starebbe incontrando difficoltà, forse per la paura di misurarsi con un film che ha segnato un’epoca del cinema di animazione. In effetti, sembra difficile trovare un interprete per il tappeto volante, che è un vero e proprio personaggio dinamico: parla, combatte, gioca perfino a biliardo o a scacchi (e lo fa con grande talento).

Non è certo Aladdin il primo film a mostrare un tappeto volante. Uno dei più belli, sempre ispirato alle Mille e una notte, venne girato nel 1924 da Raoul Walsh con il titolo The thief of Bagdad (Il ladro di Bagdad). Me lo sono procurato in dvd e una sera, dopo cena, ho proposto ai miei commensali: che ne dite di guardare un’avventura esotica? (Ho astutamente taciuto che si trattava di un film muto, in bianco e nero, lungo 155 minuti.) In realtà, la storia è avvincente. Il film, con Douglas Fairbanks nei panni del protagonista, ha il pregio di avere una forza visionaria che si esprime nelle grandiose scenografie e negli effetti speciali. Anzi, The thief of Bagdad è la prova che gli effetti speciali, se sono sorretti da un’intuizione poetica, restano efficaci anche quando la tecnologia si rinnova.

Del resto, il tappeto volante è uno dei primi effetti speciali della storia. A prescindere dalle necessità narrative, è interessante indagarne il meccanismo: perché il tappeto vola? In un saggio sull’argomento, la scrittrice Cristina Campo spiega che nella lingua araba classica una radice comune lega tappeto e farfalla. Poi aggiunge: Il tessere e l’annodare alludono di per sé alle vicende ordite per gli uomini da invisibili mani. In questo senso, il tappeto da preghiera della tradizione islamica (ma non solo), dà un valore mistico all’azione di volare. La preghiera è un mezzo per accedere a un altrove, a partire dal qui e ora del tessuto annodato e decorato. Il tappeto – questa piccola, ironica terra che può volare – è uno spazio privilegiato che consente un’esperienza mistica: infatti per descrivere la decorazione i Persiani usavano la parola zemân, cioè il tempo. I motivi ornamentali si stagliano sullo sfondo (zemîn); secondo la tradizione, gli stessi motivi e lo sfondo si uniscono in un intreccio spazio-temporale (zemîn u zemân) che consente l’unione mistica tra finito e infinito.
Il tappeto veniva usato anche per il viaggio in assoluto più avventuroso: quello che accompagna le anime verso l’aldilà. Nel 1947 gli archeologi sovietici Sergej Rudenko e Mikhail Griaznov stavano esaminando una tomba scita nella valle siberiana di Pazyryk, sui monti Altaj, a 1650 metri sul livello del mare. I due studiosi scoprirono che il tumulo ospitava le spoglie di un capotribù. I saccheggiatori avevano rubato arredi e oggetti preziosi, ma non si erano accorti di un tappeto fissato nel permafrost, insieme ai resti di alcuni cavalli (gli Sciti avevano l’abitudine di seppellire sette cavalli per ogni capo morto). Anzi, paradossalmente proprio il saccheggio, aprendo il sepolcro al deflusso delle piogge, aveva assicurato la conservazione del tappeto. Il prezioso manufatto, conosciuto come “tappeto di Pazyryk”, è databile al quinto secolo avanti Cristo. Fatto di lana su trama di lana e pelo di cammello, è il più antico tappeto a noi pervenuto: misura 200×182 centimetri ed è composto da circa 360mila nodi. Nonostante sia stato trovato a migliaia di chilometri dalla Persia, secondo gli studiosi è di origine persiana (della dinastia alchemide). Oltre a una fila di alci, sul bordo esterno si nota una processione di cavalli e cavalieri: probabilmente il corteo funebre alla morte del capo. Il tappeto venne deposto nella tomba perché il guerriero scita lo potesse usare per raggiungere la sua ultima dimora. Non si sa se sia servito allo scopo oppure no; comunque sia, oggi è esposto al museo dell’Hermitage a San Pietroburgo.
Il tappeto volante è promessa di lontananza, intreccio di fili che raccontano storie, ordito misterioso, spazio circoscritto in cui liberare la fantasia. Nello stesso tempo, è un oggetto apparentemente domestico e usuale. Seguendo questo paradosso, per costruire o usare un tappeto volante non c’è bisogno di stoffa o peli di cammello. Basta affidarsi alla forza evocativa delle parole, della musica, dell’arte, di tutto ciò che ci aiuta, nello stesso tempo, a calarci nelle profondità di noi stessi e a esplorare orizzonti sconosciuti.

PS: A chi volesse leggere in italiano Le mille e una notte consiglio la traduzione a cura di Francesco Gabrieli, pubblicata per la prima volta nel 1948 e riedita da Einaudi nel 2017 nella collana “I millenni”. La fiaba Il principe Ahmed e la fata Pari-Banu non è presente; in compenso, nell’appendice, si trova la Storia di Aladino e della lampada magica (ma senza tappeti volanti). Il saggio di Cristina Campo è contenuto nel volume Il flauto e il tappeto (Rusconi 1971); oggi si può trovare nella raccolta Gli imperdonabili (Adelphi 1987; 2008).

PPS:  A parte le immagini cinematografiche e la fotografia del “tappeto di Pazyryk” (che viene dal sito dell’Hermitage), gli altri tappeti di questo articolo sono tratti dal catalogo pubblicato in occasione della mostra Tappeti volanti, che si è svolta all’Accademia di Francia a Roma (Villa Medici) dal 29 maggio al 21 ottobre 2012, a cura di Philippe-Alain Michaud. Responsabile editoriale del catalogo è Cecilia Trombadori; i testi sono di Eric de Chassey, Olivier Michelon, Philippe-Alain Michaud e Maximilien Durand, tradotti da Alfonso Cariolato e Giada Daveri per le edizioni Drago. Per chi volesse saperne di più sui tappeti persiani, un’opera di riferimento storica è questa: Joseph Karabacek, Die persische Nadelmalerei Susandschird. Ein Beitrag zur Entwicklungs-Geschichte der Tapisserie de Haute Lisse, (Seemann, Lipsia 1881; esiste una versione in inglese, credo, ma purtroppo non in italiano).

PPPS: Ho usato alcune parti di questo articolo per scrivere un brevissimo saggio sui tappeti volanti nel cinema. Il testo si trova nella rivista Cinemany (dicembre 2017).

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Pispillòria

Qualcuno dice che le parole scritte rimangono, mentre quelle pronunciate si perdono nell’aria. Talvolta mi chiedo se non sia vero il contrario. Quante frasi stanno scolorendo su carte ormai dimenticate? Quanti siti e quanti blog ammuffiscono nelle cantine di internet? Quando parlo a voce alta, invece, ho la sensazione che le parole in qualche modo sopravvivano. E se non proprio le parole stesse, almeno la loro eco. Una parola che esce dalla bocca è viva, come una trota guizzante che salta in un ruscello: è un attimo, ma dai bordi del torrente qualcuno – volpe, orso, pescatore – è già pronto ad acciuffarla.
Mentre camminavo verso la mia piazzetta rotonda, ho incrociato un uomo che parlava al telefono. Aveva la faccia seria, una ruga fra le sopracciglia. Allora ho fatto la foto a un maiale, stava dicendo, perché sai, lì alla fattoria era pieno di grossi maiali. E ha aggiunto: Poi gli ho scritto che… Purtroppo non sono riuscito a cogliere il resto, sebbene abbia teso le orecchie. Di certo l’uomo non saprà mai che le sue parole, così volatili, dette al telefono, sono sopravvissute e sono atterrate qui. Eccole: la parola foto e la parola maiale e la parola fattoria. Io, in compenso, non saprò mai perché quel distinto signore abbia voluto immortalare esemplari robusti di razza suina, né che cosa abbia poi scritto all’interlocutore al quale, si presume, ha inviato l’immagine.
La piazzetta d’ottobre, nel tardo pomeriggio, è affollata. La luce radente ha un colore caldo, come il riflesso di un focolare. Le aiuole risplendono del giallo e del rosso delle foglie, per metà ancora sugli alberi e per metà cadute nell’erba. Mentre i bambini ammucchiano le foglie e se le gettano addosso, i vecchietti si sono divisi in due gruppi, ai bordi opposti della piazza. Qualcuno nota che scarseggiano i posti a sedere ed esclama: Qui ci mancano dei tavolini! In effetti, la piazzetta ricorda un bar: il tempo strascicato, le chiacchiere, gli sfottò. Uno dei pensionati mi vede seduto con il mio libro e si avvicina per scattarmi una foto. Non si arrabbi, mi dice, volevo provare il telefono nuovo. Un amico, dalla panchina, gli grida: Ma poi non metterla su fesbùk! E un altro mi avvisa: Attento che quello la mette su uatsàppe! Il fotografo accenna al distributore, a duecento metri, e mi dice: Volevo solo tenere d’occhio il prezzo della benzina… Poi tenta di fotografare anche i suoi amici, suscitando vivaci proteste.
Sto leggendo Notti delle mille e una notte, di Nagib Mahfuz. L’autore egiziano si lascia ispirare dalla storia del sultano Shahriyàr. In seguito al tradimento di sua moglie, il despota sanguinario aveva preso l’abitudine di passare ogni notte con una fanciulla vergine, uccidendola poi all’alba. Finché la coraggiosa Shahrazàd, ben decisa a sopravvivere, comincia a incantare il sultano inanellando storie su storie e lasciandole in sospeso al sopraggiungere dell’alba. Alla fine, dopo mille e una notte di suspense, il feroce sultano accorda la grazia a Shahrazàd, divenuta nel frattempo madre dei suoi figli. E poi? Da questa domanda parte Mahfuz, immaginando le vicende quotidiane del regno di Shahriyàr. Non basta aver subito il fascino della narrazione; il sultano ha da compiere ancora un lungo cammino verso il pentimento e la saggezza.
Mahfuz evoca mercanti, facchini, navigatori, geni buoni o malvagi, ciabattini, capi della polizia e vagabondi, uomini ricchi e donne misteriose. Quando alzo gli occhi penso a questi personaggi, nati nel Medioevo e ancora vitali, tanto che posso immaginarli qui sulla piazzetta. I pensionati spettegolano su ogni persona che passa, discutono della Roma e della Juve, del canone radiotelevisivo, degli stipendi (troppo alti) percepiti dai municipali e del caldo fuori stagione. Non sono certo le stesse cose di cui si bisbigliava nei caffè del Cairo o di Baghdad… ma se il contenuto diverge, l’arte della chiacchiera è sempre uguale.


Arriva un autobus giallo carico di bambini al rientro da scuola. Per qualche minuto, le voci infantili sovrastano il cicaleccio dei pensionati. Chiudendo gli occhi, mi dico che pure le grida dei bambini riecheggiano uguali da sempre. Mentre i giovani si disperdono, gli anziani riprendono a tessere le loro conversazioni. Intuisco la presenza di una storia dietro ogni nome, dietro ogni ricordo. Proprio qui – nel cerchio della piazzetta o nel libro di Mahfuz (fa poca differenza) – è il luogo dove nascono i racconti.
Pier Paolo Pasolini osservava che ogni racconto delle Mille e una notte comincia con un’“apparizione” del destino, che si manifesta attraverso un’anomalia. Ora, non c’è anomalia che non ne produca un’altra. E così nasce una catena di anomalie. Più tale catena è logica, serrata, essenziale, più il racconto delle Mille e una notte è bello (cioè vitale, esaltante). La catena delle anomalie tende sempre a ritornare alla normalità. La fine di ogni racconto delle Mille e una notte consiste in una “disparizione” del destino, che si insacca nella felice sonnolenza della vita quotidiana. Secondo Pasolini, insomma, il protagonista delle storie è in realtà il destino stesso.
Che cos’è la quotidianità se non un susseguirsi di piccole anomalie? Basta poco perché una cosa accaduta oggi sveli il riflesso di storie più antiche. I personaggi e le vicende passano attraverso i mari e le montagne, e si ritrovano uguali in mezzo a popoli diversi, grazie alla forza prodigiosa della narrazione. È la stessa forza che ha tenuto in vita Shahrazàd per mille e una notte, la stessa che anima le chiacchiere dei vecchietti e che muove le mie dita sulla tastiera del computer.


Quando il sole comincia a calare, rientro a casa. Costeggiando il parco di Villa dei Cedri, accanto a una macchia di bambù, sento una conversazione di uccelli. Mi addentro nel boschetto e raggiungo in silenzio una radura. Intorno a me gli uccelli parlano fitto, mentre da lontano viene la voce di un bambino che chiama suo padre. I pettegolezzi dei pensionati, le grida dei bambini, questo misterioso cinguettio… vorrei capire tutti questi idiomi, vorrei poterli trascrivere e farne personaggi, racconti, catene di anomalie. Ma è destino che, qualche volta, ci siano storie da accogliere senza poterle comprendere del tutto.
Anche il feroce Shahriyàr deve fare i conti con questa consapevolezza. Di fronte alla solitudine, alla notte, alla nostra fragilità di esseri umani, siamo tutti bisognosi di storie. Non tanto perché ci insegnano qualcosa, quanto perché ci fanno compagnia: le narrazioni ci rammentano che siamo circondati da altri esseri umani che come noi gioiscono e soffrono, impastati di paura e di speranza. Shahrazàd mi ha insegnato a credere che la logica umana inganna e ci immerge in un mare di contraddizioni, fa dire Mahfuz al sultano. Ogni volta che giunge la notte, mi ricorda che sono un poveraccio.

PS: Il titolo di questo articolo è una parola in disuso, ma non estinta. Sarei contento se, nel mio piccolo, riuscissi a donarle ancora uno slancio vitale. Ecco la definizione che ne dà il dizionario Treccani.
Pispillòria (s. f.). 1. a. Lungo cinguettio di molti uccelli: invece delle allodole e dei cardellini che facciano pispilloria, si vedono svolazzare dei corvi (Faldella). b. Brusio, cicaleccio confuso di molte persone. 2. estens. Discorso lungo e noioso; anche, pettegolezzo, mormorazione.
Oggi, per me, è stata una giornata ricca di pispillorie.

PPS: Nagib Mahfuz (1911-2006, premio Nobel nel 1988) pubblicò ليالي ألف ليلة (Layālī alf laylah) nel 1982. La traduzione italiana è di Valentina Colombo, per l’editore Feltrinelli, e risale al 1997. Le parole di Pier Paolo Pasolini sono tratte da Nico Naldini, Pasolini, una vita, Einaudi 1989. Pasolini è citato anche da Robert Irwin nel suo The Arabian Nights. A companion (2004), uscito in italiano nel 2009 per Donzelli con il titolo La favolosa storia delle Mille e una notte (traduzione di Fulvia De Luca).

PPPS: Torno ogni mese alla piazzetta anonima tra via Raggi e via Borromini, a Bellinzona (nella Svizzera italiana). Ecco le altre puntate: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre.

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Misterioso

Ero uno studente all’università di Zurigo quando un giorno, girando per le strade del Niederdorf, entrai in un negozio di dischi usati. All’epoca cominciavo a interessarmi di jazz, in maniera disordinata e curiosa. Così fui colpito dal nome di un pianista: Thelonious Monk. Non sapevo niente di lui, e credo proprio che comprai il disco per il nome (e forse per il bizzarro disegno sulla copertina, dove Monk appare con un casco da aviatore). Arrivato a casa, mi sedetti in balcone e ascoltai il disco. Non avevo nessuna competenza musicale, ma il suono di quel pianoforte mi riempì di meraviglia. A colpirmi furono la sua forza e insieme la sua lontananza. Quei trilli, quelle note ribattute, quelle dissonanze. Mi pareva di trovarmi in un altro mondo, somigliante al nostro eppure profondamente misterioso. Le melodie erano facilmente distinguibili, le canzoni avevano perfino qualcosa di antico… ma per me era tutto nuovo.
Misterioso è la parola giusta. Questo infatti è il titolo di uno dei brani più belli composti da Monk, registrato per la prima volta il 2 luglio del 1948 con il vibrafonista Milt Jackson. È un blues in dodici battute eppure, per la sua atmosfera surreale, è diverso da ogni altro blues. Questo a causa della melodia che marcia su e giù per la tastiera a scalini di sesta che sembrano un esercizio per principianti – scrive il critico John Szwed – ma soprattutto a causa dell’assolo di Monk, che lascia stupefatti per il suo rifiuto della logica convenzionale del blues. Le frasi sembrano chiudersi sempre su una nota sbagliata, gli intervalli scelti non sembrano quelli corretti, a un certo punto sembra addirittura restare indietro, suonando ripetutamente intervalli di seconda, dissonanti. Ogni volta che lo riascolto, mi sembra che non abbia perso niente della sua contemporaneità; del resto, anche il tocco di Monk al pianoforte è sempre unico e inconfondibile.


Sono passati cento anni dalla nascita di Thelonious Sphere Monk, avvenuta il 10 ottobre del 1917. (Sì, anche il secondo nome non è male.) Sposato e padre di due figli, Monk ebbe una vita difficile, a causa di una grave sindrome depressiva, intensificata dal consumo di alcol e stupefacenti. La moglie Nellie gli fu sempre vicina, così come altre persone; in particolare Nica, cioè la baronessa Pannonica de Koenigswarter, sua grande amica e protettrice, tanto che lo ospitò per gli ultimi dieci anni di vita (dal 1972 al 1982). A lungo Monk non fu curato nella maniera adeguata, e spesso i critici lo descrivono come un matto, un istintivo, uno che suonava le note sbagliate. Lui invece era profondamente consapevole della sua arte. Anche dopo che si era chiuso nel silenzio, durante gli anni Settanta, continuò a non apprezzare i giudizi dei critici (come quello da me citato sopra…). Nel 1976 gli accadde di sentire una trasmissione radiofonica, nella quale un musicologo dichiarava che Monk era un grande musicista nonostante suonasse le note sbagliate sul piano. Thelonious arrivò al punto da chiamare la radio e lasciare un messaggio, chiedendo che qualcuno dicesse a quel tizio in onda: “Il piano non ha note sbagliate”.
La musica di Monk non è sbagliata. È diversamente giusta. È come un pomeriggio di sole nel tardo autunno, quando a sederti in piazza pare di essere in estate, e ti rimbocchi le maniche e ti viene voglia di una birra, mentre la luce accarezza gli alberi nudi sui viali. In quei momenti ti piace stare in silenzio, fissando l’attenzione su qualcosa di piccolo e immediato: un riflesso sui vetri, il cigolio di un tram, il passaggio di un corvo sopra i tetti delle case. Il calore del pomeriggio è un abbraccio che fa vibrare qualcosa dentro di te, come una voce amica che ti raggiunge al telefono quando non te lo aspettavi. Mi sembra che tutto ciò, in maniera insondabile, sia racchiuso nella musica di Thelonious Monk.
A volte, quando scrivo e non capisco più a che punto sono, metto un disco di Monk. Come narratore, avverto la presenza di una piccola storia in ogni suo brano: ci sono gli imprevisti, i colpi di scena, la tensione dell’attesa e, nel momento giusto, il silenzio. Monk non amava gli effetti spettacolari, proprio perché sapeva bene – come ebbe a dire in un’intervista – che il silenzio è il rumore più forte del mondo. È famoso un suo silenzio in un’incisione di The man I love, registrata la vigilia di Natale del 1954 con Miles Davis alla tromba e con tre membri del Modern Jazz Quartet (Milt Jackson al vibrafono, Percy Heath al basso e Kenny Clarke alla batteria). Il pezzo comincia con il ritmo lento di una ballad, mentre Davis espone il tema; al minuto 1.21 Jackson parte con l’assolo e la band raddoppia il tempo. Quando è il turno di Monk, a 4.51, lui decide di esporre un’altra volta il tema; ma lo fa nel tempo originale, mentre gli altri continuano a doppia velocità. A 5.23, all’improvviso, Monk si ferma. Il basso e la batteria proseguono per nove battute, poi Davis richiama all’ordine il pianista con una frase suonata lontana dal microfono (5.36), quasi per esortarlo a proseguire. Monk allora si lancia in un’improvvisazione, finché a 6.02 Davis interviene con una frase decisa ripetuta quattro volte.

Su questo episodio si sono fatti molti pettegolezzi, anche perché, durante la stessa sessione, Monk aveva già dato qualche segno di stravaganza. Qualcuno dice che il pianista si fosse addormentato, qualcuno che si fosse alzato per danzare (come faceva spesso durante i suoi assoli), altri pensano che fosse andato in bagno o che si fosse smarrito e non sapesse più che cosa suonare. Altri ancora riferiscono di un litigio fra Monk e Davis (ma i due smentirono; e anzi Monk raccontò che quella sera fecero le ore piccole insieme). In realtà, se si ascolta la prima versione del pezzo, pubblicata in seguito, si scopre che Monk aveva fatto la stessa cosa, lasciando semplicemente una pausa più breve. La spiegazione più semplice è quindi che Monk avesse voluto quel silenzio. Inaspettato, certo. E, com’è giusto che sia, misterioso. Quando scrivo, o quando parlo, cerco sempre di ricordarmi che il silenzio è una modalità espressiva; non è soltanto una pausa fra i suoni o le parole, ma ha una sua consistenza e un suo significato.
In tanti hanno provato a definire la musica di Monk. L’autore giapponese Murakami Haruki, per esempio, la descrisse come ostinata e soave, intelligente ed eccentrica e, per una ragione che non capivo bene, nel complesso estremamente precisa. Una musica che aveva un’incredibile forza di persuasione su qualcosa nascosto dentro di noi. Molti provarono a interrogare lo stesso Monk, ma lui era un esperto nel dirottare le domande. Resta memorabile per esempio la sua ultima intervista, che ebbe luogo a Città del Messico in occasione del Festival internazionale del jazz del 1971. Così la racconta Arrigo Arrigoni in Jazz foto di gruppo (Il Saggiatore 2010).

PEARL GONZALES. «Oltre alla musica esiste qualcosa che la interessa?»
MONK. «La vita in generale.»
G. «E cosa fa in questa direzione?»
M. «Continuo a respirare.»
G. «Qual è secondo lei lo scopo della vita?»
M. «Morire.»
G. «Ma tra la nascita e la morte c’è molto da fare.»
M. «Mi avete fatto una domanda e io vi ho dato una risposta.»
Girò i tacchi, lasciando Miss Gonzales interdetta, per sempre.

Quanto a me, vorrei concludere ascoltando un brano che dura meno di un minuto. Il 26 giugno 1957, in un periodo difficile della sua vita, Monk era in studio per registrare con altri sei musicisti. Il giorno prima avevano inciso qualche brano, ma con grande fatica. La sera del 26 Monk si presentò con l’arrangiamento di un inno che aveva imparato da bambino, Abide with me. Monk adorava quella melodia, composta nel 1861 da William Monk (nessuna parentela) con il titolo Eventide. Dopo che il poeta Henry Francis Lythe ebbe scritto la poesia Abide with me sul letto di morte, le parole furono sovrapposte all’inno di William Monk. Di sicuro Thelonious le aveva in mente quando quella sera insistette perché i quattro fiati registrassero l’inno. Così lui tacque mentre Ray Copeland (tromba), Gigi Gryce (sax alto), John Coltrane (sax tenore) e Coleman Hawkins (sax tenore) suonavano Abide with me.

The darkness deepens; Lord with me abide, / When others helpers fail and confort flee, / Help of the helpless, O abide with me. (“Il buio si addensa; Signore, resta con me, / Quando non vale altro soccorso e fugge ogni consolazione, / Aiuto degli indifesi, resta con me”). Proprio questa registrazione, il 22 febbraio del 1982, accompagnò il funerale di Thelonious Monk. Oggi, a cento anni dalla sua nascita, Monk ancora ci insegna a cercare l’originalità vera, che significa fedeltà alla propria voce e disponibilità allo stupore. Come disse lui stesso, a volte suono cose che nemmeno io ho mai sentito.

PS: Le citazioni di Monk (nella foto qui sopra, a sinistra, con Dizzy Gillespie) e le parole di Abide with me provengono da Robin Kelley, Thelonious Monk. Storia di un genio americano, pubblicato nel 2009 e tradotto da Marco Bertoli nel 2012 per Minimum Fax. Il commento di John Szwed è tratto da Jazz! Una guida completa per ascoltare e amare la musica jazz, pubblicato nel 2000 e tradotto nel 2009 da Francesco Martinelli per EDT. La frase di Murakami viene da Ritratti in jazz, scritto nel 1997 e tradotto da Antonella Pastore nel 2013 per Einaudi. L’episodio legato a The man I love è raccontato anche da Franck Bergerot nel numero 699 (ottobre 2017) della rivista francese Jazz Magazine (Le jour où Monk eut un trou). La stessa rivista presenta un dossier per il centenario di Monk, con cento brani essenziali. Una discografia si trova anche nel volume di Kelley.

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