Zarchè

Prendo un vecchio aspirapolvere e lo porto alla discarica. Lui non è contento. Durante il viaggio guarda con una certa curiosità fuori dal finestrino – un aspirapolvere non ha molte occasioni di vedere il mondo – ma nello stesso tempo sembra rivolgermi un rimprovero perché voglio disfarmi di lui.
– Non sei tu il problema – gli dico. – Sono io.
L’aspirapolvere continua a guardarmi in silenzio.
– Vedrai che starai bene. Troverai qualcuno che sa apprezzarti.
Gli spiego che a casa mia un aspirapolvere guasto è sprecato. Ma la discarica è piena di utensili come lui, con i quali potrà condividere la sua esperienza nel muto linguaggio che parlano le cose rotte.
L’Ecocentro Ex-Birreria, oltre ad avere un nome straordinario, è uno dei luoghi in cui la città di Bellinzona mostra il suo volto più fragile. Forse le mura medievali possono dare un’impressione del tempo che fugge, ma non quanto le insegne all’ingresso della discarica. Sulla sinistra, sopra la targa della via Riale Righetti, c’è un segnale che indica il CENTRO RACCOLTA RIFIUTI e un altro su cui è disegnato un pallone da calcio. Subito a destra, due cartelli muniti di freccia: uno promette dei VIVAI (lo slogan dice: non solo giardini!) e l’altro conduce alla CASA FUNERARIA. Dietro si vede la pubblicità di un apicoltore, con una piccola ape felice e svolazzante.
Tutto ciò mi sembra perfetto. È una poesia fatta di cartelli, che riassume essenzialmente il nostro passaggio in questo mondo. Ogni parola è limpida: giardini, api, raccolta, casa funeraria, gioco, vivai, rifiuti… vita e morte in un giorno d’aprile, a Bellinzona-Carasso, poco lontano dall’autostrada e dal fiume.
Alla discarica c’è movimento. Una fila di macchine con il baule spalancato, un trambusto di carta, masserizie, saluti, erbacce, pettegolezzi, stoviglie, legname, plastica, lattine, discussioni sul tempo, ferraglia, vetro, bottiglie, domande sugli orari di chiusura, copertoni, attrezzi, ruggine, lamenti per il mal di schiena, batterie, risate, proteste, sassi, vasellame. È un pomeriggio nuvoloso. Gli addetti ai lavori indossano divise arancioni. Sul muro, fra la raccolta del PET e quella degli olii usati, sono appese due bandiere svizzere.
Intorno al deposito dei vetri grandi si è formata una gigantesca pozzanghera. Le persone si muovono avanti e indietro sull’acqua grazie passerelle di legno. In fondo noto una casupola con la scritta VIN BRÛLÉ. Mi chiedo quando, a chi e per quale motivo venga servito del vin brûlé in mezzo ai rifiuti ingombranti. Penso a una festa dello scarto, a una celebrazione dell’avanzo, a una solennità del ciarpame e della cianfrusaglia. Mi piacerebbe partecipare.
Niente viene mescolato in maniera casuale. I vegetali stanno con i vegetali, il vetro con il vetro. Ma ogni tanto c’è qualcuno (meglio, qualcosa) che si avventura fuori dal suo territorio. Una pallina da tennis, per esempio, si è ritrovata al centro della Grande Pozzanghera. Una boccia di plastica blu è finita invece fra le rocce e le pietre. Se ne sta sopra un blocco di granito, al centro del quale c’è un buco rotondo che sembra un pozzo. Mi guarda come se fosse giunta lì per caso; ma io so che, come tutti noi, è attratta dall’abisso.
Poco più in là, si ergono spettrali i resti di un parco giochi. Un pezzo di ferro di colore rosso ha due occhi verdi e una bocca sogghignante piena di denti. Un parallelepipedo blu, con un ricciolo azzurro, ha invece la bocca spalancata, pronta a inghiottire chiunque si avvicini. Accanto al vetro misto, giace in mezzo all’erba una stazione dell’autobus. Non solo i passeggeri, gli autisti e i motori prima o poi vanno in pensione, ma anche le fermate stesse.
Sembra un’ironia del destino, visto che la fermata avrebbe la vocazione di stare fissa in mezzo al fluire del traffico. Quando ci passo accanto mi sembra un po’ triste: non vedrà mai più un autobus. Poi però, guardandola meglio, mi pare di cogliere anche una certa allegria. Chi l’ha mai detto che una fermata debba vedere autobus per sempre? Qui in mezzo al caos e all’erba, fra cumuli di mattoni e pali di ferro, la stazione di Carasso è finalmente serena.
La discarica non è soltanto luogo di abbandono, bensì anche punto d’incontro. Si ritrovano amici, ci s’informa sulla salute dei figli e dei genitori. Qualcuno è venuto per depositare oggetti di varia natura, ma altri sono qui per cercare. Ai bordi delle vasche ci si scambia opinioni sulla qualità di un vaso o di un servizio da tè. C’è chi si è organizzato e, dopo aver infilato un berretto e un paio di guanti, entra fisicamente fra i rifiuti ingombranti, a caccia di tesori.
Mi viene in mente una poesia di Tonino Guerra. S’intitola Zarchè (“Cercare”).

M’ al móci ’d spazadéura ti cantéun
l’aréiva chi burdèll a sfurgatè;
e’ préim l’a impéi al bascòzi e pu u s’n’è andè,
ch’l’à cólt un pógn ad òsi e di butéun.

La bòcia ch’la è ròta e tóta in pézz
la pis ma quèll di véidar culurèd,
e cal burdèli al tó di pann strazèd
par la bumbòza ch’la pérd e’ sgadéz.

Mo quand chi à bén finéi da sfurgatè
e’ ven ch’l’aréiva éun e u n’ gn’è piò gnént;
e’ smèsa un po’, e pu e’ va véa cuntént,
che tòtt e’ bèll, s’avéiv, l’è te zarchè.

Ci arrivano i ragazzi a frugare / nei mucchi di rifiuti, / uno con le tasche piene va via / dopo aver raccolto degli ossi e dei bottoni, / a un altro per il colore del vetro / piace un fiasco spezzato, / le ragazzine raccolgono un po’ di panno stracciato / per la bambola che perde la segatura. / Ma proprio quando tutti hanno finito di rimestare / ne arriva ancora uno / e non c’è più niente di buono da trovare, / così fruga un po’ poi si allontana contento / perché tutto il bello, come si sa, è nel cercare.
Per conto mio, mi accontento di prendere un piccolo oggetto di plastica: una sorta di catena rigida con due ganci alle estremità. Non so bene che cosa sia (forse un componente di un giocattolo), ma mi piace tenerla in mano. E penso che una volta o l’altra potrebbe venirmi utile.
Se da un lato la discarica stimola a cercare tesori perduti, dall’altro insegna quanto sia labile ogni forma di oggetto. Un prezioso lampadario non è altro che un mucchio di vetri. Un computer è un ammasso di plastica e componenti elettroniche. I libri e i giornali sono mucchi di parole. Cari poeti, romanzieri, giornalisti, saggisti, fate un salto alla discarica! Mettetevi per qualche minuto davanti alla macchina che maciulla carta e cartoni. Non c’è lezione di scrittura creativa più efficace.

Prima di tornare a casa, scovo il deposito dei giocattoli. Ci sono biciclette rosa di Hello Kitty, carte da gioco solitarie, pezzi di penne stilografiche, trattori di plastica e vecchi giochi da tavolo.
In prima fila, avvisto un album dei Simpson in spagnolo. In copertina, i protagonisti sono seduti sopra un divano che sta in mezzo a una discarica di rifiuti. Mi fermo. Trattengo il respiro. Il gioco di specchi mi dà un lieve capogiro. Mi guardo intorno: non c’è nessuno. Sono solo nel cuore di una vertiginosa mise en abîme. Poi sento una voce alle mie spalle.
– Signore! Ehi signore, scusi!
È uno degli addetti al lavoro, sfavillante nella sua giacca arancione.
– State chiudendo? – gli domando.
– Siamo già chiusi.
Mi indica gentilmente l’uscita. Poi, cogliendo forse un vago dispiacere da parte mia, tenta di rassicurarmi.
– Ma domani siamo aperti. Torni domani.
Il cielo è grigio, l’aria umida, le mie mani sono sporche di terra e olii usati. Ma quelle parole fanno vibrare una nota di speranza tra la CASA FUNERARIA e il CENTRO RACCOLTA RIFIUTI. Non c’è bisogno di dire altro. È primavera, le api ronzano intorno agli alveari. Il fiume scorre.
Torni domani.PS: La poesia di Guerra proviene dalla sezione  “Préim vèrs” del volume I bu. Poesie romagnole, pubblicato da Rizzoli nel 1972 con la trascrizione in lingua del poeta Roberto Roversi e un’introduzione di Gianfranco Contini. Il volume, subito esaurito e poi ricercato per anni dai bibliofili, è stato riproposto nel 2014 dalle Edizioni Pendragon. Ringrazio Franca per avermene donata una copia.PPS: Consiglio ai lettori di mettersi comodi per guardare il video della carta maciullata. È un’esperienza istruttiva.PPPS: Ecco un altro breve video, che ha lo scopo di approfondire la vicenda della temeraria pallina blu. La pallina da tennis appassionata di pozzanghere la trovate invece in una delle immagini sotto il video.

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Zaynab e il commissario

Su invito del settimanale “Cooperazione” ho cominciato una nuova serie poliziesca: Zaynab e il commissario. Sono racconti molto brevi, indipendenti l’uno dall’altro ma sempre con gli stessi protagonisti. Un poco alla volta, sto cercando di approfondire l’atmosfera dei luoghi e il carattere dei personaggi. Le storie appaiono ogni settimana nell’edizione cartacea della rivista, accompagnati dalle illustrazioni di Andrea De Carli (suoi sono i disegni che vedete in questo articolo). Tutte le puntate si trovano anche online: www.cooperazione.ch/serienoir.
Questi racconti mi danno l’occasione per riflettere su alcuni aspetti della nostra società, dal punto di vista psicologico e sociale. La Svizzera, con la sua multietnicità, mi pare un buon osservatorio. Pensando all’idea per una serie, subito mi sono venuti in mente Zaynab Hussain e Giorgio Robbiani. Non saprei precisare nel dettaglio la loro origine: è un miscuglio fra persone che ho conosciuto, libri che ho letto, luoghi che ho visto, emozioni che ho provato.
Giorgio Robbiani è un ex commissario della Polizia cantonale ticinese. Dopo tanti anni di lavoro è andato in pensione, è invecchiato, ha vissuto con dolore la morte di sua moglie. Con il passare del tempo, sente scemare le sue forze. Quando si accorge di non essere più autosufficiente, assume una badante. Zaynab Hussain è una donna ancora giovane ma segnata dalla fatica: emigrata con suo marito Muhammad dalla Tunisia in Italia e poi in Svizzera, è rimasta sola quando Muhammad è morto di meningite nel Centro per richiedenti l’asilo di Chiasso. Grazie all’aiuto del medico che aveva curato suo marito, ha trovato un impiego come badante prima per un anziano avvocato e poi per Giorgio Robbiani.
Robbiani non è più tecnicamente un poliziotto, ma la gente sa che lo è stato per tutta la vita e che, in un certo senso, non smetterà mai di esserlo. Il suo fiuto è sempre lo stesso, reso ancora più efficace dall’esperienza. Così molti ricorrono a lui per un aiuto in occasione di piccoli problemi (furti, sparizioni, litigi, eccetera). In più, l’ex commissario ha ancora molti amici nella polizia, e qualcuno ogni tanto gli chiede un consiglio. Ben presto Robbiani si accorge che Zaynab, con la sua curiosità e la sua intelligenza vivace, può rivelarsi un’ottima assistente per le sue micro-indagini. Oppure è lui a essere l’assistente di Zaynab? Difficile dirlo. Come molte coppie di investigatori, Zaynab e il commissario si completano a vicenda.
Lui è un uomo, lei una donna. Lui è burbero, anziano, debole, acuto nel giudicare la natura umana. Lei è spigliata, giovane, forte, talvolta fin troppo ottimista. Lui è svizzero, di lingua madre italiana, lei è tunisina, di lingua madre araba. Lui ha una certa solidità economica, lei è precaria. Lui proviene da una tradizione occidentale cristiana o post-cristiana, lei da una tradizione islamica. E così via. Il mio interesse non consiste tanto nel paragonare i diversi punti di vista, quanto nel mostrare che solo la conoscenza reciproca consente uno sguardo adeguato alla complessità del mondo.
Tra le letture che mi hanno ispirato ci sono i testi del teologo e poeta mistico persiano Jâlâl alDîn Rûmî (1207-1273). Una delle sue opere più celebri è il Mathnawî, un poema di 51.370 versi in rima baciata. Nel terzo volume, a partire dal verso 1260, Rûmî racconta di una controversia sorta sulla forma e la descrizione di un elefante.
Alcuni indiani avevano messo un elefante in una casa buia, con l’intenzione di esibirlo a chi non ne aveva mai visto uno. Volendolo vedere, molte persone entrarono, una dopo l’altra, nell’oscurità. / Visto che con gli occhi era impossibile, ciascuno, nell’oscurità, lo palpava col palmo della mano. / La mano di uno si posò sulla proboscide e quello disse: «Questa creatura è come un tubo per l’acqua». / La mano di un altro toccò l’orecchio, che gli parve simile a un ventaglio. / Un altro, avendo preso una gamba, dichiarò: «Trovo che la forma di un elefante è come quella di un pilastro». / Un altro posò la mano sulla schiena e disse: «In verità, l’elefante è come un tronco». / Del pari, ogni volta che qualcuno sentiva la descrizione dell’elefante, la capiva in base alla parte che era stata toccata. Rumi fa notare che l’occhio della percezione sensoriale è unicamente come il palmo della mano, e il palmo non è in grado di afferrare la totalità. I nostri sguardi talvolta si perdono nelle cose inessenziali, perché intravediamo solo un aspetto delle cose: Giorno e notte si muovono i bioccoli di schiuma che vengono dal mare; tu vedi la schiuma e non il mare. Che strano! / Ci urtiamo gli uni gli altri come barche; i nostri occhi non vedono, anche se ci troviamo nell’acqua chiara.
In effetti, gran parte della vita è urtarsi gli uni gli altri. Gran parte della vita è non vedere niente neppure nell’acqua limpida. Anche per questo leggiamo e scriviamo. Non ci basta la schiuma, ma vorremmo cogliere il vasto mistero del mare. Rûmî, commentando l’episodio, scrive: Lascia vagare il tuo spirito, e dopo sii attento. Tappati le orecchie e poi ascolta. È un buon consiglio di scrittura. L’attenzione non è uno sforzo, ma uno stato che si raggiunge lasciando liberi i pensieri: eliminato il frastuono delle teorie e dei preconcetti, saremo in grado di ascoltare ciò che i nostri personaggi vogliono raccontarci.
Il poliziotto e la badante rispecchiano due parti di me stesso. Da un lato, la fragilità, la debolezza; dall’altro la curiosità e la voglia di conoscere l’ignoto. Sono due atteggiamenti dell’anima: il legame con la tradizione insieme al sentimento di essere straniero. L’equilibrio – a volte arduo – fra queste due parti mi spinge a pormi domande, a leggere, a viaggiare, a pensare… e a immaginare nuovi casi per Zaynab Hussain e Giorgio Robbiani.

PS: Zaynab e il commissario cresce seguendo il ritmo di uscita di “Cooperazione”. Se aveste riscontri, domande o suggerimenti, scrivetemi pure! Voglio ringraziare Rocco Notarangelo e tutta la redazione per la fiducia e per il supporto. Grazie anche ad Andrea De Carli, il quale ogni settimana dà una forma grafica alle storie. Sono grato infine a Martina e Gregorio che mi hanno ospitato a Zurigo, dove ho scritto il primo racconto della serie.

PPS: La citazione di Rûmî è tratta dalla versione italiana integrale del Mathnawî, pubblicata da Bombiani nel 2006 e ripubblicata nel 2016, sempre con introduzione, traduzione e note di Gabriele Mandel Khân e Nûr-Carla Cerati-Mandel.

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Una piazza è una piazza

L’altoparlante annuncia «Wir treffen in Zürich ein», così alzo gli occhi ed esco dal mio libro. La copertina è striata d’argento: Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5. «Ma sì, quel romanzo dove il protagonista impazzisce e crede di viaggiare nel tempo e nello spazio con gli alieni», mi aveva detto un amico pochi giorni prima. «O quello dove sono tutti gli altri a essere pazzi», avevo cercato di rispondere.
Andrea mi aspetta in un punto preciso vicino alla stazione. È solo la seconda volta che ci incontriamo per raggiungere Paradeplatz, ma è già diventato il nostro solito posto: «Ho preso il treno non si sa come. Arrivo alle 12:28 a ZH. Ci vediamo al solito posto?»; «Tu scherzi, ma io l’ho preso all’ultimo secondo, trafelato, mentre già si stava avviando… Sì, ci vediamo al solito posto» (scambio di messaggi delle 11:33, per gentile concessione del Grande Archivio Digitale Che Abita I Nostri Telefoni).
Arriviamo a piedi e il freddo punge le mani, ma la piazza è illuminata per metà dal sole. La gente si muove più leggera, forse allegra. Si ha voglia di scherzare e di laudare, come nella poesia di Guinizzelli che abbiamo preso con noi.

Io vogliọ del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.
Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.
Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;
e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’om pò mal pensar fin che la vede.

In Paradeplatz, oggi, siamo in un altro e sempre dolce stil novo. Non tarda infatti ad arrivare una signora che passa per via adorna: ci sono più fiori sulla sua giacca che in tutta la vetrina del fiorista all’angolo.

In un attimo i tram si moltiplicano, e con loro le gambe dei passanti. Alzo lo sguardo ed è il momento in cui lo vedo. Non c’è dubbio che sia lui. D’altra parte, malgrado il clima, non porta la giacca. È lì per caso, di passaggio, con un abbigliamento elegante ma visibilmente fuori dal tempo, effetto seppia. Ha le mani in tasca e aspetta il suo tram. Chissà dove lo porterà questa volta. Nel passato o nel futuro? Sulla Terra o su Tralfamadore?
Quando sale in carrozza, Kurt Vonnegut si gira e ci fissa dal finestrino. Sta andando nel futuro, ci sarei potuto arrivare prima: la direzione del tram indica «Morgental». Similmente a un battello di Giorgio Orelli, anche il tram di Paradeplatz «già aspetta, già riparte, è già domani».
Peccato che tra ieri, oggi e domani, Andrea sia nel frattempo scomparso. Guardo intorno. Di lui restano solo le due borse con i libri, la pipa e altri oggetti utili, come un richiamo per uccelli e un piccolo rastrello rosso.
[YB]

*

Paradeplatz è un gioco di riflessi. Risplendono al sole le vetrate delle banche, la finestra ondulata della pensilina, gli schermi dei bancomat, il ghirigoro d’acqua della fontanella che si confonde con la collana di un’insegna pubblicitaria. C’è da farsi venire il capogiro. Anche nella donna di Guinizzelli si riflettono la rosa e lo giglio, la prima stella del giorno, la dolcezza dell’aria, la campagna e i gioielli e i colori e l’amore stesso, che diventa per grazia di lei ancora più raffinato, ancora più amoroso. Sembrano saperne qualcosa i due angeli di pietra che, dalla cima di un austero palazzo, si permettono di scherzare con una nuvola di passaggio.
A Zurigo, in febbraio, è ancora troppo presto anche solo per pensare la parola “primavera”. Tuttavia, c’è qualcosa. Sarà il miracolo di essere giunti puntuali. Oppure la fragranza di quelle rime d’amor che, più di settecento anni dopo, risuonano ancora dolci e leggiadre. O magari la donna in azzurro affacciata a una finestra del Savoy. Qualcosa c’è, di sicuro. Se stai seduto abbastanza a lungo, dietro ogni passante vedi un personaggio.
L’uomo senza giacca, elegante, brizzolato, non cede alla disperazione. Le mani in tasca, il volto imperturbabile. Arriva il tram diretto a Morgental. L’uomo lascia salire gli altri passeggeri e si siede per ultimo. Da quando la sua copertura è saltata, le spie di mezza Europa sono sulle sue tracce. Ma è uno di quegli uomini educati ad avere stile in ogni cosa: prendere un tram, cedere il posto alle signore, andare incontro alla morte. Il vagone passa davanti a noi. L’uomo ci osserva. È un attimo, ma ci rendiamo conto che lui sa che noi sappiamo che lui sa.
A distrarmi dagli agenti segreti, appare la Dama dal Cappotto Giallo. Mi accorgo che anche lei, come Yari e me, lascia passare tutti i tram senza muoversi, senza battere ciglio. Mi avvicino per osservarla meglio ma la dama, come assecondando un impulso, entra nell’edificio di una banca. La seguo. Arrivo in una sala spettrale. C’è una specie di creatura marziana dipinta sulla parete di fondo. La Dama in Giallo sta parlando con due uomini, uno dei quali – appena mi vede – mi rivolge due gesti: uno per dirmi di no e l’altro per invitarmi a uscire. Che posso fare? Obbedisco.
Yari mi domanda dove fossi fuggito. Mentre gli racconto della dama perduta, noto davanti a me l’insegna di un negozio, dall’altra parte della piazza: Blue Lemon. Accanto alla scritta c’è un luminoso, radioso, squillante limone, giallo com’era giallo il cappotto di lei. Annoto sul taccuino: limone stilnovista. Infine mi appoggio allo schienale, chiudo gli occhi e ascolto i suoni di Paradeplatz.

 

Le campane e i freni dei tram. Pezzi di conversazioni in svizzero tedesco, in francese, in inglese, in italiano, in spagnolo, in lingue sconosciute. Un uomo che fischietta. Il brusio di tutti i personaggi che, misteriosamente veri nella loro finzione, si nascondono nel flusso dei passanti.
[AF]

*

Per fortuna esistono i taccuini. Torno a rileggere le pagine fitte di geroglifici risalenti alla nostra visita di gennaio per avere conferma, e le cose stanno come pensavo: è la seconda volta su due che Andrea, mosso da nobili propositi (accondiscendendo cioè alla sua curiosità), si fa cacciare da qualche antro di Paradeplatz. La prima volta dopo aver tentato di dare un’occhiata ai gabinetti pubblici, e in particolare a due sacchi di giornali posati in un angolo: una donna – di certo estranea all’amor cortese – gli fece notare che un gabinetto è un gabinetto e le attività ivi compiute non contemplano fantasie romanzesche. La seconda volta è quella della Dama in Giallo, da non confondersi con la Signora in Giallo.
Va così. Finché rimani nei ranghi e ti attieni alle convenzioni sociali, al tuo ruolo di passante o persona-che-aspetta-il-tram, va tutto bene. Non appena ti siedi per terra a fotografare uno scorcio, per esempio, trasgredendo le regole tacite, sei immediatamente guardato di traverso e bollato. Ogni movimento inconsulto viene bloccato sul nascere dal più temibile dei verbi: il verbo essere. Questi giornali… No, un gabinetto è un gabinetto! La Dama in Giallo però… No, una banca è una banca! Vorrei fotografare dal basso… No, una piazza è una piazza! E allora se ci sedessimo e la osservassimo, questa piazza, e ci tornassimo ogni mese? No, Paradeplatz è Paradeplatz! (Eh sì, avranno sempre l’ultima risposta.)
Transita una ragazza vestita di nero e grigio, nel più anonimo dei nero-grigio, distinta, curata. Insieme alla borsetta porta un sacchetto che dice Show who you are. Dietro di me, il Brucaliffo le dice: «You! Who are you?». (Eh sì, il Brucaliffo avrà sempre l’ultima domanda.)[YB]

*

Paradeplatz è Paradeplatz. Ma è anche Paradeplatz. Seguendo Yari nel paese delle meraviglie, mi accorgo che le piazze sono almeno due: quella indaffarata (scarpe lucide, borse di pelle, cravatte) e quella trasognata (agenti segreti, dame stilnoviste, brucaliffi). Perciò torniamo a Zurigo, mese dopo mese. E perciò scriviamo: per passare dal singolare al plurale. Così la prossima volta potremo darci appuntamento ai soliti posti.
[AF]

PS: Mattatoio n. 5 è probabilmente il più celebre romanzo dello scrittore statunitense Kurt Vonnegut (1922-2007). Il protagonista, Billy Pilgrim, viaggia nella sua vita fra passato, presente e futuro. Dalle esperienze militari in Europa durante la seconda guerra mondiale, dove da prigioniero assiste (e sopravvive) al bombardamento di Dresda, come lo stesso Vonnegut, fino al periodo trascorso in uno zoo del pianeta Tralfamadore.PPS: Guido Guinizzelli, invece, nato a Bologna intorno al 1230, morì probabilmente nel 1276. Dante lo riconosce come maestro nella Commedia. È nel canto XXVI del Purgatorio che il poeta fiorentino incontra «il padre / mio e de li altri miei miglior che mai / rime d’amore usar dolci e leggiadre» (vv. 97-99). La lirica «Io voglio del ver la mia donna laudare» è tratta dal volume Poeti del Duecento, a cura di Gianfranco Contini, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960.PPPS: I versi di Giorgio Orelli (1921-2013) vengono da Oltr’alpe (in L’ora del tempo, Milano, Mondadori, 1962), che così finisce: «Parliamo di battelli ora che uno / ne arriva con un grido che un tempo / un muggito non era: bianco e sporco, / dimentico dei pochi viaggiatori, / già aspetta, già riparte, è già domani» (vv. 16-20).PPPPS: Il Brucaliffo è il Bruco di Alice nel paese delle meraviglie (Caterpillar in inglese, ribattezzato Brucaliffo nella versione italiana dell’omonimo film di Walt Disney, del 1951). La frase citata compare nel libro e nel film di Walt Disney.

Impossibile non segnalare anche la voce di Alan Rickman, prestata al Brucaliffo nella versione cinematografica di Tim Burton, nel 2010: «The question is who are you»… Indimenticabile.PPPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. Ogni volta, abbiamo con noi una poesia diversa. Trovate qui la puntata di gennaio.

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Prima i nostri

Boom di suicidi. Così titolava un giornale, commentando il numero di persone che nel Canton Ticino, fra agosto e settembre, si sono tolte la vita. La cosa mi ha colpito sia perché si tratta del luogo dove abito, sia perché un titolo del genere, così banalmente allarmista, è riuscito a generare in me un sentimento di tristezza tanto profondo, tanto complesso e ramificato che alla fine non so nemmeno più perché sono triste. Ho pensato quindi di scrivere sull’argomento, non per dire qualcosa ma per capire meglio questa faccenda. Tuttavia ho fatto uno sbaglio: ho lasciato che l’atteggiamento giornalistico invadesse il campo della scrittura.
Mi sono messo a fare ricerche. Ho esaminato le cifre dell’Ufficio federale di statistica, ho compulsato i rapporti della polizia, controllando gli eventi senza reato qualificato, distinguendo i suicidi tramite organizzazione di assistenza dai suicidi veri e propri (con la tabella che precisa: di cui uomini, di cui Svizzeri, di cui minori), prendendo in considerazione anche i tentativi di suicidio accertati e incrociando i dati con quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ho confrontato la situazione svizzera con quella di altri paesi europei ed extraeuropei. In seguito ho paragonato le differenti modalità di esecuzione di quello che qualche giornalista ancora definisce gesto fatale (più per evitare una ripetizione che per interrogarsi sul ruolo del fato, del destino inesorabile che forse governa le nostre piccole azioni umane; e forse no, per fortuna). Infine mi sono interessato anche alla prevenzione, in particolare studiando il prezioso servizio del Telefono Amico (numero 143). Ho scoperto che tale servizio, in collaborazione con le autorità, ha posto una cabina telefonica sulla diga della Verzasca, per offrire un ultimo appiglio a chi salisse fin lassù con l’intenzione di gettarsi nel vuoto.
Tutto questo non mi ha aiutato. Infatti non riporterò qui nemmeno una cifra, tra le tante che ho annotato nel taccuino. Non citerò nemmeno l’evoluzione storica del fenomeno e le indagini socio-psicologiche volte a individuarne le cause. Non vorrei nemmeno precisare la situazione della Svizzera, della Svizzera italiana o dell’Italia, cioè i luoghi che conosco meglio, in rapporto alla situazione internazionale. Vorrei partire invece dal fatto che un suicidio è un suicidio, e che soltanto accessoriamente diventa una percentuale, un fenomeno, una tendenza, magari un boom.
Certo, il suicidio assistito è un’altra cosa, e infatti qui non ne parlerò. Così come è diverso uccidersi perché si è in preda al terrore, alla fame, in situazioni di povertà, tortura, sofferenze indicibili. A me basterebbe capire meglio i suicidi che mi hanno toccato più o meno da vicino. Ho conosciuto infatti alcune persone che poi si sono suicidate. Ho letto e amato scrittori che, magari nel pieno del successo professionale, si sono suicidati. Ho incrociato pure qualcuno che ha tentato di suicidarsi, o che ha voluto sucidarsi, senza poi arrivare a suicidarsi davvero.
Che cosa succede, qual è la spinta che, in una situazione di pace, di salute, di relativa tranquillità economica, porta al desiderio di uscire dalla propria vita? Di certo nessuno è al riparo dall’angoscia. (Sembra una frase scontata, ma qualche volta giova ripeterlo.) Anzi, il fatto di vivere in un paese (più o meno) permeato di benessere, come lo sono i paesi occidentali, può mettere a nudo quanto sia precaria ogni forma di benessere, fisico e spirituale. Soprattutto, il benessere non mette al riparo dalla solitudine. E ogni suicidio è avvolto, riempito, intriso di solitudine.
La ricerca di legami definisce ogni essere umano. Appena nati, ci viene reciso il cordone ombelicale, ed è come se la nostalgia di quella connessione primigenia si ripercuotesse su ogni azione successiva. Sentiamo il peso dell’io, e a ogni costo vogliamo sentirci protetti nel tepore rassicurante di un “noi”. Credo che questo spieghi alcune paure collettive, che forse mascherano disperazioni individuali. Convincersi di essere parte di una comunità, sentirne il privilegio, la dolcezza dei valori condivisi. E di conseguenza avere la necessità di ribadirne l’esclusività, serrando i ranghi. Allora si contingenta il numero di stranieri, si lanciano iniziative popolari che gridano “Prima i nostri!” (ed è come una richiesta d’aiuto dal profondo dell’abisso), ci si aggrappa alle tradizioni, al buon vecchio tempo in cui eravamo gentili, alla necessità di non coprirsi il volto nei luoghi pubblici, alla fierezza per le imprese sportive dei nostri ragazzi.
Prima i nostri. I nostri ragazzi. Il nostro paese. I nostri giovani. Ecco, vedete? Siamo un “noi”. Possiamo dire: i nostri valori. Come se ci fossero valori nostri e valori altrui, e non semplicemente valori, da qualunque parte provengano, in opposizione a ciò che invece non vale. Ma tutto questo “noi” non mette al riparo dalla noia. È la noia insidiosa dell’uomo che esce di casa intorno all’ora di cena, una sera d’inverno. E si accorge che a casa potrebbe anche non tornarci.
Vorrei seguire quest’uomo. È lui che mi permetterà forse di capire. Eccolo che lascia l’automobile e prosegue a piedi. Attraversa il parcheggio davanti alla sagoma oscura di una chiesa. Nota che stanno restaurando la chiesa – vede le impalcature, gli avvisi del cantiere. Pensa che restaurare sia una bellissima parola, ma anche un inganno. L’uomo non è isolato: ha una famiglia, amici, colleghi. Eppure non c’è nessuno di loro che prima o poi non se ne andrà, lasciandolo solo. Presto o tardi. L’uomo sa che ha cominciato a morire quando gli hanno tagliato quel cordone, qualche decina di anni fa. Di giorno in giorno vedrà il suo declino, il suo lento abbandonarsi alla deriva di un corpo meno efficiente, di un futuro più ristretto. Di certo l’uomo si ammalerà, e scivolerà negli ultimi giorni della sua vita. Oppure un incidente lo farà piombare di colpo nell’incoscienza.
Nel buio, l’uomo cammina su un sottile strato di ghiaccio, attento a non perdere l’equilibrio. Mica vorrà cadere, magari picchiare la testa e restarci secco? L’uomo sorride e si accorge di quanto sia terrificante quel suo sorriso. Pensa alla felicità. Ai momenti di quiete. E intorno, l’infelicità delle persone vicine, delle persone lontane, degli affamati, dei torturati. Intorno, l’infelicità passata e futura. Intorno, l’incapacità di provare piacere, se non mentendo a sé stesso. Intorno, la consapevolezza che, anche quando la ragione cerca di trovare un senso in tutto questo, la sensibilità dell’anima lo rifiuta.
L’uomo è straniero, anche in mezzo ai “nostri”. Questa è la sua condizione inesorabile. Cammina lungo la strada, di fianco ai binari della ferrovia. Si affaccia al parapetto, vede il cartello giallo con il teschio: pericolo di morte, non toccare i fili. Sente tutto il peso di esistere, la stanchezza di vagare in mezzo a un paese straniero, fingendo che i legami siano duraturi, fingendo di conoscere la lingua, le usanze, ma irrimediabilmente solo. L’uomo fissa i binari e pensa che, dopotutto, non fa una grande differenza se la morte accade ora, fra un anno, fra dieci anni, fra venti. Il mondo potrà continuare a essere anche senza di lui, e almeno la solitudine diventerebbe un fatto, non solo una condizione straziante.
Non so andare oltre. Mentre torno a casa, porto con me l’immagine di quell’uomo fermo sopra i binari. Essere stranieri non ha a che fare con il passaporto. (Perché poi, in fondo, il passaporto è solo una sciocchezza burocratica, inventata per mantenere un’apparenza di ordine nel crogiolo dell’umanità.) La solitudine e l’essere stranieri si manifestano come una ferita, ma occorre credere che non sia incurabile. Dopo giorni e giorni di cammino nel deserto, capita di giungere a un accampamento. Non è difficile riconoscere che, fra le tende, non c’è nessuno dei “nostri”. Siamo inevitabilmente stranieri, e come tale veniamo accolti. Mio padre è straniero. Mia madre è straniera. I miei parenti, i miei amici. E questa indecifrabile cosa che chiamiamo vita oscilla sempre, paurosamente, fra i poli della solitudine e dell’accoglienza. Speriamo che si fermi dalla parte giusta.

 

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La Mano Rossa

A Natale ho ricevuto un piccolo rastrello di colore rosso. O forse arancione. In realtà, più che un rastrello, si tratta di un sarchio o di una zappetta. Ma il modo giusto per descriverlo è riconoscere, dietro le dita di ferro, il modello originario della mano umana. Insieme al dono c’era un biglietto con la foto di alcuni profughi: una madre, due bambini, un uomo con la barba. In alto, la parola Betlemme scritta in arabo e in ebraico. Sotto, in grassetto: Still crossing. Più in basso: Everything will be ok, Andrà tutto bene, Tout ira bien, Todo irá bien. Il biglietto non aiuta a capire il rastrello, se non forse come un invito a dissodare la terra, affinché possa attecchire la pace.
Per me la Mano Rossa è simbolo di avventura: ricordo una banda di spietati assassini, nei fumetti di Tex Willer. È anche uno scettro, un bastone magico, un’antenna che capta emozioni. Soprattutto è uno mezzo per favorire la scrittura, sarchiando la terra allo scopo di consentire la circolazione dell’aria e della luce.
Ho tenuto la mano rossa sulla scrivania e, giorno dopo giorno, ho scritto un piccolo diario. Lo potete leggere qui: Diario della Mano Rossa (sono poche pagine). Il mio augurio è che ognuno di noi sappia compiere il gesto primordiale di spezzare la crosta del terreno. Bisogna smuovere le zolle e rompere la durezza dei pregiudizi, delle identità acquisite, perché germoglino incontri, novità, storie inaspettate.
In questo senso, vorrei proporvi di ascoltare Fleurette africaine, un brano inciso il 17 settembre 1962 da Duke Ellington (piano), Charles Mingus (contrabbasso) e Max Roach (batteria). È un incontro inedito (e unico) fra musicisti di generazioni diverse: il grande classico Ellington, nato nel 1899, indiscusso maestro dello swing, l’irregolare Mingus, nato nel 1922 (e già cacciato nel ’53 dall’orchestra di Ellington per avere inseguito il trombonista Juan Tizol con un coltello sul palcoscenico), insieme all’ombroso Max Roach, nato nel 1944 (e passato anche lui dall’orchestra di Ellington nel ’41 per una sostituzione). A quell’epoca Mingus stava lavorando ai suoi più grandi album (Oh Yeah nel ’61, The Black Saint and the Inner Lady nel ’63), mentre Roach aveva pubblicato nel ’60 We Insist! – Freedom Now Suite, una pietra miliare nella protesta contro la segregazione razziale. Tre musicisti, tre percorsi, tre linguaggi… e un brano memorabile.

Fra i musicisti c’è ascolto, c’è grande rispetto, c’è la voglia di mettersi al servizio della musica, ignorando le etichette. Mingus gioca sul vibrato, mentre Roach batte solo sui tom, contribuendo a creare un’atmosfera ipnotica. Al piano Ellington disegna il ritratto di un piccolo fiore che spunta nel folto della giungla, lontano dagli sguardi. La melodia delicata, gli accordi talvolta dissonanti, le contromelodie di Mingus, tutto contribuisce a dispiegare una grazia minuta, apparentemente fragile, ma inestirpabile nella sua gratuità. Anche se non lo vede nessuno, anche se a molti può sembrare inutile, il piccolo fiore – come disse Duke Ellington – cresce ogni giorno più bello.

PS: Il brano
Fleurette africaine, composto dallo stesso Ellington, si trova dall’album Money Jungle (Blue Note 1962). La frase di Ellington proviene dalla sua autobiografia Music is my mistress (1973, tradotta in italiano da Franco Fayenz e Francesco Pacifico nel 2007 per Minimum Fax con il titolo La musica è la mia signora).

PPS: Grazie a Caterina per l’escardilho e per il biglietto.

PPPS: Buon 2018!

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