Pilley’s Island

Questo viaggio comincia con un mazzo di carte giapponesi.
Si chiama Hanafuda (花札; cioè “mazzo dei fiori”). Le carte consentono di praticare diversi giochi; i più comuni sono lo Hana awase (a tre o quattro giocatori) e il koi koi (a due giocatori). Non conosco le regole né dell’uno ne dell’altro; credo che ricordino la briscola. Quando per caso mi sono trovato per le mani uno Hanafuda, ho sentito che l’anno intero mi scorreva fra le dita. Le quarantotto carte, infatti, si dividono in dodici semi che corrispondono ai dodici mesi. A ogni mese è abbinato un fiore o un albero e, qualche volta, anche un animale.
Subito mi è venuto in mente di usare le carte come un calendario. Ho pensato di partire dalle immagini per entrare nell’atmosfera, scrivendo qualche appunto e condensando poi il tutto in un haiku di stile giapponese. Non volevo tuttavia che la fantasia restasse troppo legata al Giappone; avevo il desiderio di spostarmi in luoghi diversi.
Nel 2017 mi sedevo ogni mese in una piazzetta della mia città, osservando ciò che accadeva intorno a me. Nel 2018 ogni mese tornavo con Yari Bernasconi a Zurigo, in Paradeplatz. Quest’anno andrò più lontano, muovendomi su tutta la Terra in una serie di viaggi immaginari. Ho scovato un sito che permette di designare un punto a caso sul mappamondo: basta premere un pulsante e il programma sceglie aleatoriamente delle coordinate.
Ecco dunque il mio progetto: ogni mese viaggerò idealmente in un luogo che non ho mai visto, aiutando la fantasia con quattro carte giapponesi. Se il sito dovesse mandarmi (com’è probabile) in mezzo al mare, ripeterò la scelta fino ad approdare sulla terraferma; se arrivassi dove sono già stato, ripeterò la scelta fino a trovarmi in un luogo sconosciuto.Hanafuda: Pino / Gru
Luogo: Pilley’s Island, Terranova e Labrador, Canada
Coordinate: 49°30’34.2″ N; 55°43’43.6794″ E
(Latitudine 49.50950; longitudine -55.7280)

Verso la metà di gennaio capita che il cielo raggiunga la tonalità di colore dell’asfalto. Me ne sono accorto qualche giorno fa, camminando in un parcheggio vuoto verso la fine del pomeriggio, poco prima che scendesse il buio. Ho infilato le mani in tasca per cercare le chiavi della macchina, poi ho alzato lo sguardo. Per un istante, il sopra e il sotto si sono confusi: il grigio, la durezza, le strisce di vernice – o di nuvole – che tagliavano fette di cielo e delimitavano lo spazio dei parcheggi. Non mi sarei stupito se la mia automobile fosse stata lassù, oltre il ciglio delle montagne. Ci ripenso ora, mentre cammino adagio, sprofondando nella neve. La strada più vicina è a chilometri da qui. Anche il villaggio di Pilley’s Island è irraggiungibile, con le sue staccionate bianche, la chiesetta, la baia tranquilla e le case di legno dove le stufe sono sempre accese.
Non sono mai stato tanto a Nord. Da qualche parte in mezzo al bosco c’è un rifugio dove posso trascorrere la notte, ma devo sbrigarmi. Le ore di luce sono brevi e la giornata è tutta un tramonto, o tutta un’alba, a seconda dei punti di vista. Il cielo ha colori bellissimi: sfumature di rosso, di viola, di rosa, variazioni dorate, qualche lampo di verde. Non c’è niente che faccia pensare all’asfalto.
Intuisco una vita segreta di orsi, di volpi, di aquile, di piccoli roditori che sono in letargo o che tentano di sopravvivere all’inverno. Il suono del vento tra i rami dei pini mi porta la voce di chi non c’è, di tutte le persone di cui ho smarrito le tracce.
Poi, all’improvviso, la vedo.
Una gru immensa, con tanto di carrucole e cavi d’acciaio, si muove con leggerezza nel bosco, scivolando sui cingoli. Si ferma per un attimo davanti a me, oscillando, poi riprende il suo cammino, sradicando i cespugli, con l’incedere di un grande animale preistorico.
Che ci fa una gru di ferro nelle foreste canadesi? È stato un sogno? Un’allucinazione? Eppure per terra resta il segno dei cingoli e, in lontananza, sento ancora il ruggito metallico del motore, sopra il vento, sopra i tonfi della neve, persistente, feroce, come un canto d’amore.

HAIKU

Parcheggio vuoto –
Sopra le case e gli alberi
svetta una gru.

 

PS: L’haiku (俳句) è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo. La definizione fa discutere gli studiosi; ma si può dire, semplificando, che i poemi sono composti di diciassette sillabe distribuite in tre gruppi, rispettivamente di cinque, sette e cinque sillabe. L’haiku è passato anche nelle letterature occidentali del XX secolo; in italiano è composto da un quinario, un settenario e un quinario (naturalmente questa regola è arbitraria, tuttavia mi ci atterrò per avere una forma fissa di riferimento).
Secondo Roland Barthes, l’haiku non descrive ma fissa nel tempo un’apparizione, fotografa un istante (L’empire des signes, 1970; L’impero dei segni, traduzione di Marco Vallora, Einaudi 2002). In poche parole, si tratta di annotare un gesto, un paesaggio, uno stato d’animo. In origine gli haiku erano legati al passare del tempo nell’arco dell’anno, tanto da contenere sempre una parola che indicava la stagione.
Per questa serie di viaggi immaginari impiego mezzi poveri:  un mazzo di carte e due coordinate geografiche. Ho deciso di concludere ogni puntata con un haiku perché si tratta di una forma essenziale: esso infatti 
«non formula ma, rapido, si fa slancio verso la cosa, fusione con essa, silenzio già all’interno delle sue parole» (Yves Bonnefoy, Du haïku, in Entretiens sur la poésie 1972-1990, Mercure de France 1990; Sull’haiku, traduzione di Andrea Cocco, O barra O edizioni 2015).

PPS: Per i dettagli sull’Hanafuda, si veda Véronique Brindeau, Hanafuda. Le Jeu des fleurs, Philippe Picquier 2012.

 

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Il sergente Studer?

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

A volte gli addii sono più lunghi del viaggio.
Prima di partire saluti la persona che ti sta accanto. Le stringi la mano. Dopo qualche secondo entri nell’automobile. Accendi il motore e abbassi il finestrino, per una parola di commiato. Lei resta in piedi e ti fa un cenno. Tu rispondi, mentre con l’altra mano ruoti il volante per uscire dal parcheggio. Lei sta ancora sventolando il braccio destro. Tu alzi brevemente i fari, come un battito di ciglia. Poi t’immetti in una strada che gira intorno al cortile e un’altra volta passi di fianco a lei che, instancabile, muove il braccio avanti e indietro. Allora per forza rallenti, abbassi il finestrino – ciao, gridi sporgendo la mano – acceleri leggermente e un attimo dopo, alzando il capo, la scorgi nello specchietto retrovisore… è ritta in piedi, ancora ti sta guardando; e a te sembra che ogni istante apra un solco nella memoria, nella speranza, come una ferita. Tu pensi alla strada, alla direzione da prendere. Ma vorresti tornare, salutare di nuovo la persona che ami, prolungare il gesto dell’addio, anche se quello stesso gesto ti riempie di dolore.
Ecco, per me il mese di novembre funziona più o meno così. Ci sono queste giornate sontuose, con i muretti caldi al sole del mezzogiorno. Ma il blu del cielo è diverso, più circospetto. I pomeriggi mettono in scena una sorta di parodia della lentezza estiva, con la luce che si distende, che incide il profilo delle montagne. Le montagne tuttavia sono brune, il cielo si spegne in pochi minuti, il freddo scende nei polmoni a ogni respiro. Questo incombere del buio ti fa pensare al tempo che si accorcia, alla vita che si consuma. Perché l’addio dev’essere tanto lungo? Perché l’inverno non arriva in un soffio? Ma niente, novembre ci tiene alla sua bellezza.
In uno di questi giorni di commiato, Yari e io andiamo a Paradeplatz. Stavolta ci arriviamo in maniera diversa: uno concretamente e l’altro affacciato alla finestra di FaceTime. Accadde già nel mese di maggio: Yari, per ragioni di forza maggiore, dovette visitare Paradeplatz attraverso il mio sguardo. Stavolta sono io che mi affido ai suoi occhi per tentare di capire questo luogo che ancora ci ossessiona con il suo segreto, undici mesi dopo l’inizio delle nostre indagini.
Mi trovo in un giardino, a Breganzona, con una spendida vista sul laghetto di Muzzano. Novembre si mette in mostra: lo scintillio del sole sull’acqua, il verde smagliante dei prati, il vento quasi tiepido che pulisce l’aria. Dall’altra parte, è tutto grigio. Nello schermo del telefono vedo Paradeplatz intrisa di pioggia e di malinconia: grigio l’asfalto, grigie le facciate delle banche e dell’hotel, grigio l’albero di Natale, grigie anche le bocce colorate, grigi i tram, grigi i passanti che scantonano sotto l’ombrello, grigia la vetrina di Marsano – ma dove sono andati i fiori? – e grigia la faccia di Yari irrigidita dal freddo.
Gli alberi di Natale schierati sopra il tetto dell’UBS sembrano un plotone di esecuzione poco prima dell’alba. Ma non è l’alba. Non è nemmeno mattina, sebbene l’orologio segni le undici. È un mondo senza tempo, dove novembre a lungo scioglie il suo canto d’addio. Yari e io ci scambiamo qualche parola, ma non sappiamo bene che cosa dire: questo incrocio di universi, questo urtarsi di sole e pioggia, di verde e grigio, questo paradosso che filtra nei nostri telefoni parla da sé.
– Ho portato una poesia – borbotta Yari dopo un po’.
– Ah bene – dico io.
– Non è facile da capire, devi leggere attentamente.
Comincio a preoccuparmi.
– Arriva da molto lontano – aggiunge Yari. – Te la invio?
Poco dopo, sullo schermo del mio telefono appare un codice miniato.

[AF]

*

Essere in ritardo quando nessuno ti sta aspettando è un’esperienza decisamente meno adrenalinica rispetto al canonico ritardo, quello che prevede la presenza di almeno un’altra persona o di un quadro istituzionale, professionale, sociale. Così quando il treno che da Berna mi sta portando a Zurigo si ferma improvvisamente a Rothrist, e il vagone è attraversato da un vociare convulso di donne scandalizzate e uomini isterici, io appoggio sul tavolino il libro di Friedrich Glauser e guardo con stanchezza attraverso il finestrino. Alla fine saranno trenta i minuti di ritardo complessivi, che su un viaggio di poco meno di un’ora non sono irrilevanti, come fa notare qualcuno. L’annuncio del capotreno germanofono è epico, soprattutto nel forzato passaggio al francese – «dérangement de véhicules», pronunciato lentamente e con la gravità di chi conosce, di chi sa– e infine a un inglese tanto improbabile da far pensare alla Linea di Cavandoli (forse una citazione voluta).
Continuo a guardare dal mio rettangolo trasparente quello che offre il panorama, cioè pioggia. E sullo sfondo il collo chino, dalle movenze preistoriche, di una gru o una scavatrice. Questa volta le ragioni di forza maggiore hanno reso la trasferta di Andrea impossibile. Il signore con i baffi seduto davanti a me – piuttosto anziano, senza nulla d’appariscente – osserva il mio taccuino mentre scrivo: non-ritardo. Non si capisce bene se sia serio o sorrida. A pochi metri, una donna anziana sembra sentirsi poco bene, poi l’emergenza rientra.
Giunto a Paradeplatz propongo una videochiamata ad Andrea e cerco di mostrargli tutto quello che novembre ha tolto: i fiori, i colori, la spensieratezza. Complice la pioggia, la gente si stringe sotto la tettoia centrale e sembra poco propensa al sorriso. Tutti consultano orari e tabelloni. Alcune vetrine digitali mostrano il solito Natale standard di candeline, renne, paesaggi innevati, calorose casette, zenzero, marzapane e vogliamoci bene. «Ehi, ma allora siamo vicini. Io sono a Paradeplatz, hai in mente? Sì, le banche. Ti aspetto davanti alla Lindt&Sprüngli»: l’uomo spegne il telefono, esita, ma dopo pochi istanti se ne va di corsa, senza guardarsi intorno. Evito di restare nei paraggi, d’incrociare – chi lo sa – uno sguardo deluso. Si può dire addio anche se non ci si è incontrati?
Sarà l’inesorabile bellezza di novembre, ma sono sfiduciato. Eppure, quasi ottocento anni fa, tale Giovanni di Pietro di Bernardone, umbro d’origine, sembrava nutrire una maggiore fiducia in quello che gli stava intorno, tanto da scrivere una delle poesie più memorabili fra le memorabili. Già. Chissà cosa direbbe oggi Francesco d’Assisi della sora nostra matre terra. Siederebbe pure lui al riparo dalla pioggia, nel tripudio d’asfalto, rotaie e addobbi natalizi. Osserverebbe passare i fenicotteri rosa con le zampe a mollo in un blu-piscina pubblicitario, su uno dei tanti tram. Poserebbe lo sguardo sulle due alci dorate all’entrata del fioraio. Loderebbe il suo Signore per Paradeplatz. Poi, con una piccola dose – diciamo una punta – di cinismo, ricorderebbe una volta di più la sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare.
Spedisco ad Andrea il Cantico delle creature: magari lui, che è dall’altra parte del mondo, riesce a essere più fiducioso. Intanto un ragazzo mi guarda e solo dopo avere registrato il mio (finto) disinteresse si siede sulla panchina, a pochi centimeri dal mio zaino, e gioca a calcio sul suo cellulare. Se non fosse stato per lui, non avrei notato l’uomo alle nostre spalle, dietro la porta d’entrata dei bagni pubblici. Immobile, vicino al vetro, guarda intorno con pazienza. Mi sembra di riconoscerlo, piuttosto anziano, senza nulla d’appariscente, con quei baffi che non si capisce bene se sia serio o sorrida.

[YB]

*

Era un uomo piuttosto anziano che non aveva nulla d’appariscente: camicia con colletto floscio, abito grigio un po’ sformato perché il corpo che vestiva era grasso. Quell’uomo aveva un volto pallido, magro, i baffi coprivano la bocca, sicché non si capiva bene se sorridesse o fosse serio. Si frugò in tasca, ne cavò un sigaro Brissago e lo infilò tra le labbra. Aveva gli occhi semichiusi, ma non gli sfuggiva niente di quanto accadeva sulla piazza lucida di pioggia. Passanti, ombrelli, tram… tutto appariva come doveva essere. Davvero? Fece un passo avanti, accostando la porta alle sue spalle. Trasse una scatola di fiammiferi e accese il sigaro, mentre la sua attenzione veniva attratta da un dettaglio bizzarro. Un’inceppatura nel sistema? Qualcosa del genere…
Un uomo alto, infagottato in un giaccone. Prima aveva parlato a lungo al telefono, poi aveva scattato fotografie agli edifici intorno alla piazza. Ora aveva per le mani un documento dall’aspetto antico, e leggeva mormorando le parole a fior di labbra. Era tutto normale? L’uomo anziano si domandò che cosa avrebbero detto i suoi giovani colleghi. Sicuramente che dava i numeri.
Quando i colleghi dicevano che era matto, forse volevano dire che aveva troppa fantasia per un bernese. Ma anche questo non era del tutto vero. Vedeva forse un po’ al di là del suo naso che sporgeva lungo, appuntito e sottile sul volto magro, e non si adattava affatto al suo corpo massiccio.
Notò che l’uomo alto stava per salire su un tram, ma aveva lasciato la pergamena, o quello che era, appoggiata sulla panchina. Si avvicinò. Provò a leggere quelle strane lettere che parevano arrivare da un altro mondo.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu omo ène dignu Te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue Creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le Stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et umile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’l sosterranno in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande umilitate.

[AF]

*

Non so quanta umilitate ci voglia per accettare un eufemismo come «Personenunfall – Accident de personne», che è quanto si sente ogni tanto sui treni che fanno la spola fra Romandia e Svizzera tedesca, a cui segue un contegno artificioso e, solitamente, il poco dissimulato nervosismo dei pendolari. Nessuno – io incluso – si chiede mai se la persona che giace inerte sui binari se ne sia andata con ancora addosso i suoi peccata mortali, chi fosse, cosa facesse, e naturalmente: perché. «Non c’è tempo», si dirà. «Così va il mondo». Per fortuna c’è ancora chi cava un Brissago dalla tasca.

[YB]

PS: La Linea è il celebre e indimenticabile personaggio animato di Osvaldo Cavandoli (1920-2007), creato alla fine degli anni ’50.

PPS: San Francesco d’Assisi (1181-1226) scrisse le Laudes Creaturarum o Canticum fratris Solis nel 1224. Il Cantico è considerato il primo testo poetico (di cui si conosca l’autore) della letteratura italiana. Per altri dettagli si veda Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, 1976.

PPPS: Il testo contiene due citazioni da Friedrich Glauser. La frase in corsivo che comincia con Era un uomo piuttosto anziano è tratta da Il sergente Studer (Sellerio 1986; traduzione di Gabriella De’ Grandi e Valeria Valenza da Wachtmeister Studer, Morgarten, Zürich 1936). La frase in corsivo che appare qualche riga sotto (quella che comincia con Quando i colleghi; ma già l’espressione dava i numeri) è tratta da Il grafico della febbre (Sellerio 1985; traduzione di Gabriella De’ Grandi da Die Fieberkurve, Morgarten, Zürich 1938). Entrambe sono riferite a Jakob Studer, l’investigatore della Polizia cantonale di Berna protagonista di alcuni romanzi e racconti di Friedrich Glauser (1896-1938).

PPPPS: La terza immagine di questo articolo è un dipinto dell’artista tedesco Wolf Panizza (1901-1977). È intitolato Novemberlandschaft, risale al 1935 ed è conservato nella Pinakothek der Moderne di Monaco.

PPPPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagostosettembre e ottobre.

 

 

 

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La mia felicità

Gli Svizzeri muoiono felici è la storia di un incontro impossibile. Spesso gli incontri impossibili finiscono per accadere, magari proprio quando nessuno ci sperava più: la vita infatti, come diceva il poeta Vinícius de Moraes, è l’arte dell’incontro. Il romanzo, in uscita in questi giorni per l’editore Guanda, parla di solitudine e nostalgia, di fuga, di accoglienza. Le Alpi e il deserto del Sahara fanno da sfondo a una vicenda dove la morte, l’irrimediabile lontananza, ferisce l’animo dei protagonisti. Ma nello stesso tempo, la scoperta dell’altro dischiude la possibilità della speranza. Il “booktrailer” di Alessandro Tomarchio dura un minuto e non rivela niente della trama; è un piccolo cortometraggio d’autore, liberamente ispirato ai luoghi e all’atmosfera del romanzo.

Le immagini mostrano l’altopiano della Greina, nella Svizzera italiana. Ideato, girato e montato da Alessandro Tomarchio (che è anche l’autore della colonna sonora), il video è stato realizzato grazie alla disponibilità di Martina e Paolo, che hanno fatto da guida al regista nei luoghi dove si svolgono molte scene del romanzo.
Trovate qui il risvolto di copertina, con qualche citazione dal testo, e qui le date delle presentazioni. Ne approfitto per ringraziare chi mi ha aiutato nel lavoro della scrittura: Ibrahim Kane Annour e tutti gli altri Tuareg che mi hanno ispirato (alcuni vogliono mantenere l’anonimato, perché preferiscono apparire nascosti nel personaggio di Moussa ag Ibrahim); i miei amici, i miei famigliari e i miei lettori di fiducia: Anna, Eloisa, Erina, Lucia, Maria, Michele, Nicola, Paolo, Tommaso, Yari. Sono grato a tutto il gruppo di Guanda, in particolare ad Annachiara, Monica, Paola, Lucia, Viviana. Come sempre, un pensiero speciale per la mia editor Laura Bosio, che mi ha aiutato a portare a termine questo viaggio fra l’Assekrem e la Greina.
A un certo punto, nel romanzo, l’investigatore Elia Contini viene interrogato da uno psicanalista.

 – Lei, per esempio, come giudica la sua vita da uno a dieci?
Contini sperò che fosse una domanda retorica. Ma non lo era.
– Allora? Mi dica? Si dà la sufficienza?
Contini sospirò. – Faccia come vuole. Dieci?
– Dieci! Caspita, lei è un uomo felice.
– Anzi, uno.

Non sono un uomo felice. Non lo sono mai stato. Questo non vuol dire che stia soffrendo per una circostanza precisa, né che mi sia accaduto qualcosa d’irreparabile (tranne la vita stessa), né tantomeno che voglia lamentarmi. Ma fin da bambino, non ho mai avuto l’attitudine alla felicità. Non mi sono mai lietamente riconosciuto in un gruppo, nella baraonda del cortile non avevo voglia di gridare, non m’importava di vincere o perdere. Non mi piacevano le “festicciole”, i compleanni, le scampagnate. Non sto dicendo che fossi cupo e disperato; anzi, mi piaceva scherzare e – da adolescente – ero più o meno sempre innamorato. Ma quando tutti intorno a me, insieme, perdutamente, gioivano di una gioia collettiva, in me sorgeva il desiderio di stare in disparte. È un’ombra che mi accompagna ancora oggi. Al momento degli applausi, quando si levano i calici per un brindisi, quando si grida “viva gli sposi!” o “buon anno!” o “vittoria!”, mi affretto a cercare la via di fuga più vicina. Non è una posa o un moto d’orgoglio. Semplicemente, mi rendo conto di non essere portato per la felicità. O forse devo ancora capire che cosa sia.
Gli Svizzeri muoiono felici è un romanzo noir, con il suo intreccio poliziesco e i suoi colpi di scena, ma nasconde anche una domanda sulla felicità. Da un paio d’anni mi ronzava in mente la storia di un uomo che sparisce nel cuore delle montagne. Nello stesso tempo mi è capitato di conoscere alcune persone di origine tuareg; nei loro racconti ho sentito affiorare una nostalgia e un desiderio che assomigliavano a ciò che provavo io. È possibile sentirsi vicino a un luogo dove non si è mai stati? È possibile che, nell’identità multipla di cui siamo fatti, ci sia posto anche per paesaggi e culture conosciute solo tramite i racconti? Credo di sì: non bisogna mai sottovalutare la forza di un racconto. La scrittura, fra mille altre cose, è anche compiere l’esercizio di essere un altro, pur restando sé stessi. Scrivere (e leggere, naturalmente) è sempre una ricerca, è un modo di progredire. Forse, a proposito, l’uomo felice è proprio «colui che, senza cercare direttamente la felicità, trova per di più inevitabilmente la gioia nell’atto di giungere alla pienezza e al punto estremo di sé stesso, in avanti» (Pierre Teilhard de Chardin).
Credo che ci sia una correlazione profonda, anche se nascosta, fra la Svizzera e il Sahara. La ricercatrice Jeanne-Marie Baude scrisse che «ci sarebbe tutto uno studio da fare sulla letteratura del deserto nella Svizzera romanda contemporanea». L’idea si potrebbe allargare alla letteratura europea in generale, che spesso ha fatto i conti con il concetto esistenziale di “deserto”, al di là dell’aspetto puramente geografico. Restando in Svizzera, alcune liriche di Anne Perrier hanno una consonanza con l’inquietudine di tanti poemi tuareg.

Oh rompere gli indugi
Partire partire
Io non sono fra coloro che restano
La casa il giardino tanto amati
Non sono mai dietro ma davanti
Nella splendida bruma
Sconosciuta

La stessa Anne Perrier, trafitta dal blu delle lontananze, si avventura in un deserto che è forse anche la pagina bianca su cui si compone la poesia.

Questo laggiù
Questo canto questa alba
Questo volo di fronde
Questo orizzonte come un giardino
Che riposa nella luce
E gli aromi

La letteratura permette incontri impossibili, superando ogni distanza culturale e temporale. Si può dunque appartenere sia alle montagne fra cui è nata Anne Perrier (1922–2017), sia alle dune fra cui visse Kenoūa oult Amāstan, nata nel 1860. Colpita dalla bellezza di un uomo, Kenoūa ne scrisse con impeto e struggimento, evocandolo come se fosse un paesaggio.

Io, quest’anno, ho visto
una collina di muschio dai mille colori;
l’erba era d’oro e cresceva con vigore;
il miele mescolato con il burro ingrassava la terra;
il latte scorreva e bagnava la collina, racchiusa tra maglie d’argento.

Gli Svizzeri muoiono felici si muove tra paesaggi diversi, con voci diverse. Ma ogni personaggio, compreso lo stesso Contini, prova a un certo punto la tentazione di andarsene, di lasciarsi tutto alle spalle. La fuga porta alla felicità? Difficile dirlo. Probabilmente non si può essere felici senza una certa forma di leggerezza e di autoironia, senza un certo distacco dalle cose del mondo. Ma la felicità deve anche fare i conti con la vita quotidiana, con l’impietoso scorrere dei giorni.
Mi accorgo che sto ancora parlando di felicità. Come se le parole mi potessero avvicinare al sentimento… Magari è proprio così, vai a sapere. Lo stesso Giacomo Leopardi, quando scriveva, non poteva fare a meno di una certa allegrezza: «Ma quantunque chi non ha provato la sventura non sappia nulla, è certo che l’immaginazione e anche la sensibilità malinconica non ha forza senza un’aura di prosperità e senza un vigor d’animo che non può stare senza un crepuscolo, un raggio, un barlume di allegrezza» (Zibaldone, 24 giugno 1820).PS: La vita, amico, è l’arte dell’incontro è un album di Vinícius de Moraes, Giuseppe Ungaretti e Sergio Endrigo pubblicato dalla Fonit Cetra nel 1969. Il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin è tratto dall’opera Sur le Bonheur (Seuil 1966), tradotta in italiano da Annetta Daverio con il titolo Sulla felicità (Queriniana 1990; 2013). La frase di Jeanne-Marie Baude proviene dal saggio “La voix nomade de Anne Perrier”, in Gérard Nauroy, Pierre Halen, Anne Spica, Le Désert, un espace paradoxal, atti del convegno all’Università di Metz (13-15 settembre 2001), Peter Lang, Berna 2001. I versi di Anne Perrier si trovano nell’opera La voie nomade (1982-86), in La voie nomade et autres poèmes. Œuvres complètes 1952-2007, L’Éscampette Éditions 2008. I versi di Kenoūa oult Amāstan si trovano in Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Sono mie le traduzioni dal francese.

PPS: La fotografia sotto il “booktrailer” raffigura il regista nell’atto di filmare. Anche la fotografia con i fiori blu rappresenta uno scorcio della Greina: le genziane primaticce (Gentiana verna) mi sembrano una buona immagine, se non della felicità, almeno della speranza.

PPPS: Ecco un altro video, sempre girato sull’altopiano della Greina, in cui le parole dell’incipit lottano contro il vento…

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Just one more thing

Porto sempre con me un taccuino. È un’abitudine che risale agli anni dell’adolescenza, quando cominciavo a prendere sul serio l’attività della scrittura. Ogni tanto qualcuno mi chiede se il taccuino sia necessario per il mio lavoro o se non sia una posa. In fondo, se mi venisse all’improvviso un’idea di quelle imperdibili (ma esistono idee imperdibili?), potrei scriverla sul cellulare o annotarla su un pezzo di carta. Non sono d’accordo: credo che il taccuino, benché non sia indispensabile, aiuti a trovare le parole. Però devo confessare che, a parte l’utilità, mi conforta l’idea di averlo con me. Qualche amico mi chiede sornione se io voglia imitare Jack Kerouac e i grandi autori on the road. Ma la verità è che voglio imitare il tenente Colombo.

Ricordo quando, da ragazzo, guardavo il telefilm in attesa del momento in cui il poliziotto interpretato da Peter Falk tirasse fuori il taccuino, sempre un po’ consunto, per annotare una minuzia o per cercare un’informazione. Mi piaceva quell’attenzione per le piccole cose all’apparenza insignificanti. Mi sembrava avere più di un’affinità con le ragioni che mi portavano a scrivere.
Il taccuino aiuta Colombo non tanto nell’operazione di raccolta degli indizi, quanto nell’entrare in relazione con il mondo. È una sorta di ponte, una passerella fra la realtà e l’immaginazione. Attraverso i particolari l’investigatore s’immedesima nel colpevole. Saper osservare infatti non significa restare esterni, senza implicarsi in ciò che si osserva. Chesterton lo scriveva già nel 1925: La scienza dell’osservazione? Vada al diavolo! […] Insisti a credere che gli investigatori privati scoprano i criminali contandone i bottoni o annusando la loro brillantina? No, […] imparano a scovare i delinquenti perché lo sono anche loro, almeno in parte. Perché appartengono a quello stesso mondo abietto.
Le storie del tenente Colombo mostrano quanto sia importante ciò che sembra marginale. Socialmente, fisicamente, psicologicamente Colombo si presenta come inferiore. Ma alla fine di ogni episodio il suo sguardo ricompone la vicenda. La rottura dell’equilibrio (cioè l’omicidio) crea un legame fra l’assassino e gli spettatori, che hanno lo stesso livello di conoscenza. Infatti gli autori della serie rovesciano il meccanismo classico dei gialli, rivelando fin dall’inizio il colpevole e suscitando nello spettatore una curiosità non sul “chi è stato?” ma sul “come farà l’investigatore a incastrare l’assassino?”. Trovando un senso negli eventi, Colombo si mette dalla parte degli spettatori, li prende con sé, li porta a riconoscere la necessità della giustizia (anche dolorosa, qualche volta). C’è pure una componente sociale, perché l’assassino è quasi sempre appartenente all’alta borghesia, e quasi sempre sottovaluta lo sdrucito poliziotto italoamericano.

Nell’episodio Riscatto per un uomo morto (1971), il tenente ripete più volte alla signora Williamson, una cinica avvocata che ha ucciso suo marito, quanto per lui siano importanti i dettagli. Certi particolari mi fanno impazzire, borbotta sbuffando il fumo del sigaro. Lei lo asseconda, lo crede inoffensivo, si presta al suo gioco. Lui insiste: Gliel’ho detto, i piccoli particolari mi fanno impazzire. In altre parole, stavo solo cercando di spiegare la mia… come posso dire? Lei: Idiosincrasia. Lui: Brava. Idiosincrasia. Ecco… una gran bella parola! Lei: Ah, ne so anche di migliori. C’è dell’altro, tenente? Lui: Ah, no. Credo che sia tutto.
Invece non è tutto. Non è mai tutto. C’è sempre un’altra domanda, un appunto sul taccuino, una parola non detta, un pensiero nascosto nel linguaggio. Colombo arriva alla verità seguendo vie misteriose: identifica il colpevole al volo, senza ragionamenti né induttivi né deduttivi. Semplicemente, sembra attaccarsi alla persona che ha commesso il delitto, coinvolgendola in un gioco sottile di battute, distrazioni e smarrimenti. Nel corso della storia il tenente arriverà poi ad accumulare gli indizi. Questi tuttavia non gli servono per capire, bensì per dimostrare agli altri (e forse anche a sé stesso) ciò che aveva già intuito in un lampo iniziale di riconoscimento.
Lo psicanalista Giovanni Foresti, in un saggio dedicato alla bilogica del tenente Colombo, paragona la tecnica d’indagine del poliziotto al colloquio fra un analista e il suo paziente. In entrambi i casi, il dialogo procede a un doppio livello. Da un lato c’è la comunicazione esplicita, che si attiene al piano tematico stabilito dalle regole sociali. Accanto a questo, il discorso dell’investigatore si muove anche a un altro livello comunicativo, che suggerisce all’interlocutore significati e ipotesi ben più imbarazzanti di quelli trasmessi al livello della coscienza discorsiva immediata.
C’è sempre un momento il cui il tenente sta per andarsene, ma poi torna indietro borbottando che c’è ancora un’ultima cosa (just one more thing). Questa domanda dell’ultimo secondo non di rado è quella decisiva. Così come i fatti che sembrano trascurabili si rivelano quelli più utili per smascherare il colpevole.
Colombo ha il dono di scorgere le cose invisibili. Il suo personaggio, nella sua ordinaria quotidianità un po’ scalcagnata, ha qualcosa di mirabile, di sovrannaturale. In questo senso ebbe una buona intuizione il regista Wim Wenders, che volle Peter Falk nel lungometraggio Il cielo sopra Berlino (1987). Recitando nel ruolo di sé stesso, Falk si porta dietro anche il personaggio di Colombo (che viene esplicitamente menzionato). Il protagonista Damiel (Bruno Ganz) è un angelo che rinuncia al proprio status per condividere l’esistenza degli esseri umani. Nel corso del film, si scopre che anche Falk un tempo era un angelo, e anche lui ha scelto di vivere nel mondo, senza limitarsi a osservarlo dall’esterno. Questa secondo me è una delle chiavi per capire il personaggio. L’impermeabile, il sigaro puzzolente, i capelli che sembrano non aver mai conosciuto un pettine… perennemente goffo, perennemente fuori posto, il tenente Colombo entra nelle nostre vite con la sapienza e la discrezione di un angelo. Un angelo munito di taccuino.

PS: Il tenente Colombo venne inventato negli anni Cinquanta da Richard Levinson e William Link: dapprima apparve in alcuni racconti e in un testo teatrale, poi in Prescrizione: assassinio, un film girato nel 1968 come “puntata zero” per una serie. Nel 1971 venne realizzato un altro pilot: Riscatto per un uomo morto. In seguito decollò la serie, che durò sette stagioni per un totale di quarantasei episodi fra il 1971 e il 1978. Il primo (Un giallo da manuale) venne diretto da Steven Spielberg, allora ventiquattrenne, che nello stesso anno esordì alla regia di un lungometraggio (Duel, 1971). Fra il 1989 e il 1993 vennero prodotte altre ventitré puntate; fra il 1995 e il 2002 alcuni film televisivi.

PPS: Segnalo anche una canzone del gruppo italiano Baustelle, contenuta nell’album Amen (Warner 2008) e dedicata proprio a Colombo.

Così commentano il brano gli autori stessi nel sito SoundblogÈ una metafora del male naturalmente insito in questo sistema capitalistico. Gli assassini di Colombo non uccidono quasi mai per motivi sentimentali: uccidono per avere più soldi o più potere. Il coro degli assassini della canzone siamo un po’ tutti noi, adulti occidentali, che viviamo in un mondo di apparente benessere ma siamo tutti schiavi del potere, della voglia di arricchirci, e restiamo imprigionati nella richiesta di sicurezza, di difesa ossessiva del proprio orto. 

PPPS: La frase di Chesterton è citata da Renato Giovannoli in Elementare, Wittgenstein. Filosofia del racconto poliziesco (Medusa 2007). Il saggio La bilogica del tenente Colombo. Paradigmi d’indagine e stili di riflessione nella letteratura poliziesca e nel lavoro psicanalitico si trova nel volume miscellaneo Psicoanalisi in giallo. L’analista come detective, pubblicato da Raffaello Cortina editore nel 2011. Foresti analizza bene diversi aspetti dell’episodio Riscatto per un uomo morto, di cui ho citato uno scambio di battute. Lo stesso dialogo è presente in uno dei video che illustrano questo articolo. L’ultima fotografia mostra Bruno Ganz e Peter Falk in una scena del film Il cielo sopra Berlino.

PPPPS: Ho scritto un pezzo sul tenente Colombo per la rivista “Cinemany”, usando alcuni frammenti di questo articolo.

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Ultime bozze

Ho appena consegnato le bozze del romanzo, quando mi arriva una mail dalla casa editrice. Monica scrive che, nel controllare le ciano prima del “visto si stampi”, le è venuto un dubbio. A pagina 36 si dice che Annika aveva nove anni, ma poi a pagina 43 si accenna al suo ottavo compleanno. «Che ne pensi? Come correggiamo?» Faccio un respiro. Mi guardo attorno. La carta, dopo avere conquistato la scrivania e la poltrona, ha invaso ogni superficie libera tranne il soffitto. Mi aggiro sul pavimento, trovo le pagine 36 e 43, controllo i miei appunti, verifico l’età del personaggio, cerco altri riferimenti, paragono la mia versione originale con il pdf già impaginato. Com’è possibile che mi sia sfuggita l’età della bambina? Alla fine per fortuna, dopo un’indagine accurata, riesco a ricostruire le vicende di Annika e della sua famiglia.
Chiamo Monica, che risponde al primo squillo.
«Allora?»
«Ha otto anni.»
«Sicuro?»
«Ho controllato.»
«Bene!» Monica sorride. «Allora possiamo andare avanti.»
Non si finisce mai di scrivere un romanzo. Semplicemente, a un certo punto è il romanzo stesso che ha voglia di vedere il mondo e chiede di andarsene per conto suo. Allora ci si preoccupa. Avrà freddo? Fame? Sete? C’è qualche dettaglio da sistemare, qualche imprecisione, qualche parola da sostituire? Fino all’ultimo l’autore aiuta il romanzo a preparare lo zaino per il viaggio. Ma viene il momento in cui autore, editor, correttori di bozze, redattori, tutti si ritirano nell’ombra. Il romanzo viene affidato ai tipografi. È pronto per partire verso l’ignoto.
Gli Svizzeri muoiono felici uscirà nei primi giorni di settembre per l’editore Guanda. È una storia noir, con l’investigatore Elia Contini, ma è allo stesso tempo il diario di una ricerca esistenziale. È anche la cronaca di un incontro fra culture diverse, paesaggi distanti (la montagna, il deserto) e visioni del mondo che sembrano opposte, inconciliabili. Da tempo mi portavo dentro questa vicenda, ma ero bloccato. Sono infine riuscito a scriverla grazie all’incoraggiamento di qualche amico e ad alcune circostanze favorevoli. Si tratta di un romanzo anomalo e avevo il timore di non riuscire a esprimermi in maniera efficace. Mi è stato utile confrontarmi con altri, in fase di scrittura e di revisione; non solo per le questioni tecniche, ma soprattutto per definire meglio ciò che volevo dire.
Per scavare un pozzo a mano, nel Maghreb, bisogna essere in due: una persona che scava e un’altra che porta fuori la terra con un secchio e una corda. Questo succede anche con la scrittura. Non si tratta di un lavoro totalmente solitario, di un confronto con sé stessi nel proprio recinto, perché di continuo il gesto creativo rimanda a un altrove. Il luogo dove nascono le storie rimane misterioso, come un pozzo nella profondità della terra, e le storie stesse acquistano un senso solo se destinate a un lettore, a qualcuno che le accolga e le renda vive.
A proposito di pozzi. I Tuareg raccontano la storia di due compagni di viaggio che, dopo un lungo cammino nel deserto, arrivano a un pozzo parzialmente ostruito. Uno dei due, impaziente, abbevera il cammello, riempie la borraccia e riparte. L’altro si ferma, rimuove le pietre, riesce a calarsi nel pozzo. Dopo qualche metro trova dell’acqua più buona di quella che affiorava alla superficie. Ma c’è un ingombro di materiali che rende difficoltoso attingere a una maggiore profondità. A questo punto, l’uomo s’interroga: devo accontentarmi di questo rivolo o devo scavare ancora, rischiando e faticando, per cercare un’acqua più fresca, più abbondante, più pura?
È una domanda difficile. Per quanto riguarda la scrittura, credo che ciò che mi spinga a inventare nuove storie sia il bisogno di trovare un’acqua sempre più limpida, insieme al desiderio di condividere quest’acqua. Dopo aver scavato il pozzo, infatti, l’uomo non si limita a proseguire il cammino, ma fabbrica un muro di pietre, perché la fonte non si ostruisca di nuovo e perché il prossimo viaggiatore possa dissetarsi.
Nella mia vita mi è successo di arrivare a pozzi soffocati. Ma ho conosciuto anche libri, luoghi, persone che sono per me come pozzi di acqua viva. Proprio in segno di gratitudine continuo a scavare, a costruire storie e personaggi. Ogni tanto mi sfugge qualche dettaglio, come l’età di Annika… ma per fortuna arriva sempre una mail con un’osservazione o un dubbio dell’ultimo minuto. È proprio vero: per costruire un buon pozzo, bisogna essere (almeno) in due.

PS: Il disegno di un pozzo nel deserto risale al 28 ottobre 1885 e proviene dal taccuino di Charles de Foucauld. La fotografia è di Alain Morel: scattata nel Sahara maliano, a nord di Araouane, raffigura un pozzo profondo che permette di abbeverare le carovane di sale provenienti da Taoudenni. È tratta dal saggio dello stesso Morel intitolato Comprendre les déserts, che si trova in AAVV, Le livre des déserts. Itinéraries scientifiques, littéraires et spirituels, a cura di Bruno Doucey (edizioni Robert Laffont 2006).

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