Oggetti smarriti

Il ragazzo con i capelli rossi e il viso cosparso di efelidi, seduto nell’atrio della Gare de Lyon, sta scrutando la confezione di un prodotto contro gli acari, la cui efficacia è garantita al cento per cento. Ha alzato gli occhiali sulla fronte e tende il viso aguzzo, strizza gli occhi miopi, corruga la fronte nello sforzo di studiare, di capire come quel portentoso unguento gli consentirà di sconfiggere i nemici che si celano nella polvere. Seduto di fronte a lui, pochi minuti prima di partire da Parigi, mi chiedo se anche i miei ricordi più volatili, quelli che tengo nel solaio dei pensieri, verranno sterminati dalla furia anti-acari del ragazzo lentigginoso. Lo vedo rileggere le istruzioni per l’uso e accennare un sorriso. Allora apro il taccuino e cerco di fissare questi giorni d’agosto.
Fra i molti modi in cui si può pensare a Parigi, mi piace immaginarla come un immenso Ufficio degli Oggetti Smarriti. Ogni volta che ci vado perdo qualcosa, impercettibilmente, in qualche strada mai vista prima, e ogni volta trovo qualcosa che non conoscevo, o che avevo dimenticato di conoscere. Nel maggio 2015, scendendo da Montmartre, vidi per caso una testa di clown dietro la vetrina di una galleria d’arte. Mi fermai, la fotografai in fretta con il telefono. Da allora quel clown, dipinto da Bernard Buffet nel 1955, è rimasto nella mia mente (e nel mio telefono). Mi sembra che dica qualcosa di me, e talvolta permette di verificare la mia esistenza in maniera più efficace che guardandomi allo specchio. Quest’anno ho cercato di nuovo la galleria, per rivedere il mio clown, ma senza successo: oggetto smarrito.
Nel suo libro Impératif catégorique (Seuil 2008), l’autore francese Jacques Roubaud racconta di quando abitava in rue Notre-Dame-de-Lorette e si sedeva spesso al café Joconde, in cui c’era una riproduzione della Gioconda dipinta da un certo Mérou. Ho scritto una poesia in onore della Gioconda di Mérou – racconta Roubaud – e nelle “letture pubbliche” raccomando sempre ai miei uditori di andarla a vedere. Spiego loro che andare a vedere al Louvre quella del suo “plagiario per anticipazione” è difficile, poiché ci sono almeno un milione settecentonovantacinquemilaseicentosei Giapponesi che premono davanti a lei; mentre là, all’angolo della rue de la Rochefoucauld e della rue Notre-Dame-de-Lorette, la folla è meno compatta e si può contemplare a piacere la Gioconda. Il volume di poesie dello stesso Roubaud intitolato La forme d’une ville change plus vite, hélas, que le coeur des humains (Gallimard 1999) può essere usato quasi come una guida di Parigi. C’è anche la lirica dedicata alla Gioconda, che comincia così: I veri intenditori / per veder la Gioconda / non vanno in capo al mondo / e nemmeno al Louvre // Vanno all’angolo della rue / de la Rochefoucauld e della rue / Notre-Dame- / de-Lorette / entrano nel caffè / lei è là // Il dipinto è sul muro / beige e crema / la cornice è beige e crema e un po’ arancione / la tela è firmata / di pugno dall’artista / E. / Mérou. / È la Gioconda / la Gioconda di Mérou. Ma le città cambiano e gli oggetti si perdono. Oggi il café Joconde è diventato il café Matisse. Era chiuso per ferie. Sbirciando dai vetri ho visto molte riproduzioni di Matisse e nessuna Gioconda. Di nuovo: oggetto smarrito. Per fortuna, resta almeno la Joconde di Barbara, che dura un minuto e mezzo e che si trova su internet.

Balzando da un poeta all’altro, si potrebbe dire con Jean Tardieu: J’ai beaucoup voyagé / et n’ai rien retenu / que des objets perdus (“Ho molto viaggiato / e niente trattenuto / se non oggetti perduti”). Ma forse proprio questi lampi di smarrimento, questi chiaroscuri della memoria sono ciò che segnano Parigi d’agosto. Lo stesso Tardieu, in epigrafe a Le fleuve caché (Gallimard 2013), scriveva: Tutta la mia vita è segnata dall’immagine di questi fiumi, nascosti o perduti ai piedi delle montagne. Come loro, l’aspetto delle cose s’immerge e si gioca fra la presenza e l’assenza. Tutto ciò che tocco è per metà di pietra e per metà di schiuma.
Il concetto di presenza/assenza riassume ciò che si prova camminando. La natura della città si mostra nella spaccatura fra l’interno e l’esterno, l’alto e il basso, l’intimo e l’enorme. Nelle profondità della metropolitana, un uomo viaggia accanto a un drone appena acquistato e ne accarezza la scatola, tutto contento; per un istante, la presenza di quel drone sembra sollevarci tutti e portarci fuori, all’aria aperta. Una macchina lunga e nera si ferma davanti a un edificio austero. Un passante chiede: Ma è una limousine o un carro funebre? E la ragazza di fianco a lui: Perché, c’è differenza? Il centro commerciale a Les Halles, all’ora di chiusura: serrande abbassate, griglie di metallo, vetrine oscurate, scale mobili che salgono e un moto di sorpresa nello scoprire che, fuori, c’è ancora la luce dorata sui monumenti. Anche i pazzi che gridano per strada riecheggiano una lacerazione: la donna che ogni sera si aggira per il Quartiere Latino, rimproverando il mondo ad alta voce, o il vecchio barbone americano che esprime i suoi interrogativi su this fucking Paris in pieno boulevard Saint-Michel.
Basta poco per scivolare dalla Parigi esterna e visibile a quella interna e velata. La vertigine multicolore della Sainte Chapelle, dove lo spettacolo delle vetrate si mescola a quello dei turisti con il naso all’insù. Il fervore silenzioso della Chapelle de la Médaille Miraculeuse, in rue du Bac, a pochi passi dalle vetrine sontuose del Bon Marché. La quieta freschezza di un tè alla menta al bar della Grande Moschea. Lo sguardo senza tempo dell’axolotl, al Jardin des Plantes, che ho ritrovato esattamente nella stessa posizione in cui lo avevo lasciato due anni fa. Il retro del palcoscenico del cinema Le Grand Rex, dove si aggirano fantasmi in bianco e nero; l’ombra accogliente dei bistrot; gli eterni anni ’80 del bar “Breakfast in America”; le partite di pétanque e l’assenza/presenza del commissario Maigret in place Dauphine.
Al Museo d’Orsay, non sapendo più davanti a quale classico arenarmi, ho scelto di partecipare al Bal au moulin de la Galette, così come lo vide Renoir nel 1876. Ma non in prima fila: mi sono messo sulla sinistra e ho fissato un punto periferico, dove gli esseri umani appena accennati diventano macchie di colore.
Succede qualche volta, nella vita, di sentirsi figure sullo sfondo di un dipinto: la festa trascina i personaggi visibili in primo piano mentre noi, nel nostro angolo, con la nostra sensibilità, tentiamo di capire le ragioni della nostra presenza/assenza.

Perché qualcosa ci appartenga è necessario fissarla a lungo o ascoltarla senza distrazioni. Bisogna andare, vedere e poi tornare di nuovo. Succede con i quadri, ma anche con le parole smarrite nelle piazze piene di gente. In place de la Contrescarpe, tagliando fuori ogni altro suono, mi sono concentrato sulla frase di contatto dei camerieri, che tornava ad accendersi uguale, sempre con la stessa intonazione: Bonjour! Vous avez choisi? Le parole dentro di me hanno superato il loro significato e sono diventate una frase musicale: sib-sol, fa-fa-fa-fa-sol… qualcosa da cui potrei partire per improvvisare un ricordo di viaggio al sax.


Dalle parti di rue Lepic, mi sono fermato a sfogliare il libro di Roubaud. Scendevo questa via che era diritta, inclinata di sole, tra automobili di una lentezza imprecisa. Scendendo questa strada, avevo la sensazione di un passato, di un lontano passato, di un’altra strada. […] Quella strada là, che non era questa strada qui, come sarebbe tornata presente, come si sarebbe presentata, mentre camminavo, inseguito dal sole, dallo scintillio degli alberi, le pieghe di polvere? La domanda è di quelle urgenti, perché tutte le strade del nostro qui e ora contengono strade inghiottite dall’oblio e promettono strade future. Si può evitare che ciò che vediamo divenga come l’illustrazione di una rivista, sempre più stinta con il passare degli anni? Come combattere il prodotto anti-acari garantito al cento per cento? O in altre parole, dove trovare il bandolo che possa legare le Parigi del passato e le Parigi del futuro, con tutti i loro oggetti smarriti e ritrovati?
Credo che la risposta stia nel paradosso. Fuori dalla Grande Moschea, in una libreria in place du Puits de l’Ermite, ho comprato una versione del Divân, l’opera più celebre del poeta persiano Khāje Shams o-Dīn Moḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī, detto Hāfez, vissuto a Shirāz fra il 1315 e il 1390. Sfogliando il volume, ho trovato due versi che racchiudono il paradosso: Ho lo spirito sereno presso l’Essere che dona la pace, / Colui che all’improvviso ha tolto la quiete dal mio cuore. Questa condizione di pace inquieta serve a tenere desta l’attenzione: fungendo da pungolo, permette a ogni viaggio di farsi significativo, nonostante il pericolo della dimenticanza. La mia fatica è di essere presente in ogni momento, pure in quelli vuoti, cercando di trasformare la malinconia in serenità inquieta. Tale operazione non viene compiuta dall’atmosfera né dalla novità del paesaggio, ma richiede la presenza dei compagni di viaggio.
Ci pensavo al museo Pompidou, davanti all’opera Senza titolo realizzata da Robert Ryman nel 1974. Sostanzialmente si tratta di un trittico monocromatico: tre grandi pannelli (182 x 546 cm) laccati di bianco. Quello spazio sterminato, quel campo dove tutto è possibile non si lascia comprimere nei confini di un luogo fisico. L’aspetto più misterioso di ogni viaggio, per quanto attraversi posti esotici e meravigliosi, consisterà sempre nei viaggiatori stessi. Più dei monumenti, più delle opere d’arte, più dei sapori e degli odori.
Davvero c’è la speranza che rimanga qualcosa di una strada percorsa nella fragilità del presente? Se tale speranza esiste, essa non può che nascere nell’intesa, nello scambio, in quella strana alchimia di silenzio e parola che accade quando il viaggio sta già diventando il racconto del viaggio. Gli aperitivi, le cene, i pranzi nei giardini pubblici o in una fritteria, le frasi scambiate al volo, i momenti dove nessuno dice niente. È in questi interstizi che il grande Ufficio degli Oggetti Smarriti può concedere i suoi doni segreti. Insieme all’inevitabile smarrimento, la città è pronta a offrirci qualcosa che – pur essendoci ignoto – riconosciamo come nostro: per esempio l’Arbre Bleu, dipinto nel 2000 da Pierre Alechinsky in rue Descartes. L’opera è affiancata dai versi scritti appositamente da Yves Bonnefoy: […] Car même déchiré, souillé, / l’arbre des rues, / c’est toute la nature, / tout le ciel, / l’oiseau s’y pose, / le vent y bouge, le soleil / y dit le même espoir malgré / la mort […] (“Perché anche lacerato, sporco, / l’albero delle strade / è tutta la natura, / tutto il cielo, / l’uccello si posa / il vento si muove, il sole / dice la stessa speranza nonostante / la morte”). Questo viaggio a Parigi, nel cuore di agosto, è stato per me come un albero blu che resiste alle intemperie. Un albero che invita a fermarsi per bere qualcosa sotto le sue fronde, con animo serenamente inquieto.

PS: Ringrazio i miei compagni di viaggio per la loro presenza e per la loro pazienza. Grazie anche per avermi inviato alcune delle fotografie che appaiono in questo articolo.


PPS: I versi di Tardieu sono tratti dallo stesso volume di cui cito l’epigrafe. Le traduzioni in italiano sono sempre mie, compresa quella di Hāfez (il volume che ho comprato: Hāfez de Chiraz, Le Divân. Œuvre lyrique d’un spirituel en Perse au XIVème siècle, a cura di Charles-Henri de Fouchécour). La canzone di Barbara è tratta dall’album Barbara à l’Écluse (La voix de son maître 1959). La canzone di Giorgio Conte è un piccolo capolavoro umoristico ispirato a una visita al Museo d’Orsay: si trova nell’album Come Quando Fuori Piove (Ala Bianca 2011). Infine, per chi non fosse pago, ecco Charles Aznavour: Chaque rue, chaque pierre / Semblaient n’être qu’à nous / Nous étions seuls sur terre / À Paris au mois d’août… La canzone, che proviene dall’album La Bohème (EMI 1966), è parte della colonna sonora del film Paris au mois d’août, girato da Pierre Granier-Deferre nel 1966 e tratto dal romanzo omonimo pubblicato da René Fallet nel 1964.

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Plazuela

Ma quel Gheddafi ne ha ammazzata di gente! Il vecchio, seduto su una panchina all’ombra, scuote il capo. Con i dittatori va sempre a finire così, gli risponde un altro che ha vissuto per anni in Sudamerica e certe cose le conosce. Intorno alla piazzetta s’intrecciano vari argomenti di conversazione: i dittatori, Valentino Rossi, la famiglia (mio nipote fa l’ingegnere e c’ha una paga da lavapiatti!), i tempi che cambiano, le banche (“la vostra banca”, mi hanno detto, ma “vostra” cosa? Tua sarà, mia no di certo!), un pitone che è fuggito da un appartamento e che si aggira da qualche parte per la città. E poi la crisi, l’eterna crisi. Cinquanta, cinquantacinque anni fa in Svizzera si stava divinamente bene, non solo bene, osserva un vecchietto. Un altro precisa: Si sta bene ancora oggi. E un terzo mette il suggello: Sì, ma i tempi cambiano.
Intanto, sono le cinque della sera. È il giorno della mia ricognizione mensile nello slargo circolare fra via Raggi e via Borromini, dietro la fermata del bus Semine a Bellinzona. Ogni mese, mi siedo per un paio d’ore su una panchina con un libro e un taccuino (ecco la prima, la seconda, la terza e la quarta puntata della serie).
Le cinque della sera è un orario pericoloso. Nelle poesie di Federico García Lorca è l’ora in cui i toreri vengono ammazzati. Ho con me i Canti gitani e andalusi e m’immergo nell’atmosfera solennemente funesta di La cogida y la muerte (“La cornata e la morte”). A las cinco de la tarde, alle cinque della sera… il verso si ripete come in una cantilena. A las cinco de la tarde. / A las cinco de las tarde. / ¡Ay qué terribles cinco de la tarde! / ¡Eran las cinco en todos los relojes! / ¡Eran las cinco en sombra de la tarde! (“Ah, terribili cinque della sera! / Eran le cinque a tutti gli orologi! / Eran le cinque all’ombra della sera!”). Anche qui sono le cinque a tutti gli orologi (anzi, su tutti i cellulari); in compenso non ci sono toreri e l’aria è luminosa. Il cielo appare profondo, complesso, mentre i boschi sulle montagne sono di un verde intenso, già quasi estivo. Mi si avvicina Enver, emigrato in Svizzera dal Kosovo nel 1978, e mi chiede se possa offrirmi qualcosa da bere, magari un sorso di birra. Poi deplora lo stato della fontana al centro della piazzetta, con l’acqua che esce a singhiozzo e il fondo invaso dalle alghe. Colpa del Municipio! Ci vuole cura, ripete, ci vuole cura nelle cose.
Intorno alla piazzetta si muove un mondo lento, un po’ stordito da questo caldo venuto con il favonio. Due uomini con la camicia bianca camminano avanti e indietro, conversando a bassa voce. Una sfilata di carrozzine blocca il passo a un monopattino. Una coppia si ferma alla fontana. Lui riempie una bottiglia di plastica. Lei dice: Non ho mai fatto una passeggiata così, davvero, non mi è mai capitato. Dopo di loro, un bambino si arrampica sulla fontana per arrivare con le labbra all’esile filo d’acqua concesso dal Municipio.
Fra il 1921 e il 1924 García Lorca, ispirandosi a un ritornello popolare infantile, scrisse la Balada de la placeta (“Ballata della piazzetta”). La poesia è un dialogo fra i bambini e il poeta: essi lo chiamano, gli pongono domande, e il poeta risponde di avere nel cuore un doblar de campanas / perdidas en la niebla (“Un rintocco di campane / perdute nella nebbia”). Poi gli chiedono perché se ne vada tanto lontano dalla piazzetta; il poeta risponde che va in cerca di maghi e di principesse. Los Niños: / ¿Por qué te vas tan lejos / de la plazuela? // Yo: / ¡Voy en busca de magos / y de princesas! Il dialogo prosegue. Il poeta spiega ai bambini che a mostrargli il cammino sono la fuente y el arroyo / de la canción añeja (“la fonte e il ruscello / della canzone antica”). Alla fine rivela che il suo è un percorso verso l’anima dell’infanzia, allo stesso tempo giocosa e misteriosamente saggia: Se ha llenado de luces / mi corazon de seda, / de campanas perdidas, / de lirios y de abejas, / y yo me iré muy lejos, / más allá de esas sierras, / más allá de los mares, / cerca de las estrellas, / para pedirle a Cristo / Señor que me devuelva / mi alma antigua de niño, / madura de leyendas, / con el gorro de plumas / y el sable de madera (“S’è riempito di luci / il mio cuore di seta, / di campane perdute, / di iris e di api, / e io me n’andrò molto lontano, / più in là di quei monti, / più in là dei mari, / vicino alle stelle, / per chiedere a Cristo / Signore che mi ridia / la mia anima antica di bimbo, / matura di leggende, / con il berretto di piume / e la sciabola di legno”). Non so se vorrei riavere la mi alma antigua de niño. Voltarsi indietro a cercare il passato può essere pericoloso. Ma in qualche modo sento che quell’alma de niño non è mai scomparsa, e che se avessi una sciabola di legno, di nuovo, diventerei all’istante un pirata.


A una certa ora la piazzetta si svuota, e intorno alle panchine si posa un nugolo di passerotti. Più in là, sull’aiuola, un merlo beccuzza un verme dal terreno. Dopo averlo inghiottito emette qualche nota, non so se di trionfo o di soddisfazione. Dal momento che mi ritrovo in tasca un richiamo per cinciallegre, intono anch’io qualche fischio. Chissà, penso, magari merli e cinciallegre possono andare d’accordo. Il merlo però alza la testa di scatto, perplesso. Sembra quasi offeso dal mio tentativo di cinciallegrare. Faccio per avvicinarmi, ma quello svolazza via con un certo sdegno. Allora mi siedo su una panchina e provo ancora a cantare, unendomi al coro degli uccelli, ai motori, alle chiacchiere dei vecchietti, alle grida dei bambini, al fruscio precario ma tenace della fontana al centro de la plazuela.

PS: Federico García Lorca nacque nel 1898 nei dintorni di Granada e venne fucilato dalla Guardia civile franchista nel 1936. La mia versione di Canti gitani e andalusi (Guanda 2005), con testo originale a fronte, è a cura di Oreste Macrì.

PPS: Il richiamo per cinciallegre è un regalo di compleanno. Non sono ancora riuscito a trovare un volatile che voglia discutere con me, ma io non demordo e continuo a trillare.

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Andrea, Andrea

Ogni tanto, quando intorno a me tutto tace, ho l’impressione di udire una voce che mi chiami. È una sensazione che provo fin da bambino. Credo che la memoria abbia registrato tanto spesso quel richiamo – Andrea! – che talvolta lo riproduce senza motivo, come un’allucinazione sonora. Oppure, forse, è così che si comincia a diventare matti. Ma il paragone con un miraggio non è del tutto appropriato. In realtà so che nessuno mi sta chiamando; semplicemente, ho l’impressione che nel silenzio qualcosa dica: Andrea, Andrea. Mi chiedo se non sia un modo con cui una parte di me stesso voglia mettermi in guardia: una sorta di sentinella interna per svegliare l’attenzione. Ho trovato un’esperienza simile in un’antica e fulminea poesia persiana; eccone una traduzione libera:
La notte scorsa all’orecchio una voce mi ha sussurrato:
«Non esiste una voce che all’orecchio di notte sussurri».
Qualche giorno fa stavo camminando in una strada di case nuove, parcheggi privati e prati verdi cosparsi di giochi. Il cielo era nuvoloso. A un certo punto, ecco la voce: Andrea, Andrea. Alzando gli occhi, ho visto una catapecchia dal tetto in rovina, come se un meteorite ci fosse rimbalzato sopra. Ho pensato: se davvero una voce mi chiamasse, di sicuro proverrebbe da lì. Mi sono avvicinato. Tra le case nuove e la catapecchia c’era una recinzione. Non si vedeva nessuno, ma la porta era socchiusa e c’era una finestra aperta. Sono rimasto fermo per un minuto, poi mi sono allontanato: se sulla soglia fossi comparso io stesso e mi fossi guardato, non avrei saputo che cosa dirmi.
A poca distanza da quella via, in un prato cosparso di pozzanghere e pali che annunciano future costruzioni, si era accampato un luna park. Qualche volta da bambino mi è capitato di andare alle giostre, ma le macchine che sollevano e sballottano non mi sono mai piaciute. Mi affascinano invece i giostrai: come gli zingari o i circensi, sono rimasti fra i pochi a scegliere una vita nomade in un paese e in un’epoca dove, sempre di più, chi non è stanziale viene guardato con sospetto.
Ho varcato la soglia del luna park con la segreta speranza che potesse avverarsi la promessa implicita nel nome: un mondo lunare, dove le cose di quaggiù si rovescino e appaiano sorprendenti. Avevo in mente la scena dell’Orlando furioso in cui il paladino Astolfo, giunto sulla luna in groppa al’ippogrifo, si accorge che lassù tutto ricorda la terra, ma tutto è misteriosamente diverso.
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.
Astolfo si addentra nel vallone delle cose perdute, dove si raduna tutto ciò che perdiamo sulla terra: desideri, soldi, amori, gloria, bellezza, giorni e giorni che ci sfuggono tra le mani. Nel vallone Astolfo trova un’ampolla che, sotto forma di vapore, contiene la ragione di Orlando, impazzito per amore.
Io, invece, ho trovato una macchina del tempo (ma non ho osato entrarci), un ruscello dove nuotavano paperelle di plastica, una specie di enorme altalena, diverse prove di forza, una piattaforma girevole, un tirassegno, una bancarella chiamata King of the road dove si vendevano plaques fantaisie. Quest’ultima era uno smercio di targhe (in vendita da quindici a sessanta franchi). Ognuna di esse mi pareva pronta a raccontare una storia: quale genere di uomo o di donna potrebbe mai acquistare una targa con il logo della Volkswagen e la scritta PITBULL? Oppure una con il nome LUIGGI (sic) accanto a un coniglietto? Ho provato a immaginare il tipo umano che potrebbe farsi ingolosire da una targa con la scritta EL TERROR e il disegno di un dito medio alzato… be’, di sicuro sarebbe una storia interessante, sia pure con qualche aspetto scabroso.
Nell’aria c’è un impasto di suoni elettrici e grida, voci amplificate (adesso andiamo più veloci, state pronti!) e canzoni che si ripetono (in particolare, riconosco la versione tedesca di un brano tratto dal film Il libro della giungla della Disney). Non ho visto ample e solitarie selve / ove le ninfe ognor cacciano belve; una belva però c’era, nella baracca del tirassegno: una tigre di peluche, appoggiata di fianco a un grande cuore rosso. Passando, ho incrociato il suo sguardo e per un attimo mi è venuto il sospetto che fosse lei a chiamarmi: Andrea, Andrea. Ma c’era troppa gente per rispondere, così ho tirato diritto e mi sono fermato a osservare gli autoscontri. C’erano gli stessi personaggi di sempre: la Mamma Malvagia (che si accanisce contro chiunque trovi sulla sua strada), il Nonno Pazzo (con accanto una nipotina terrorizzata), l’Adolescente Solitario (a caccia di prede), le Ragazzine Isteriche (possibili prede), i Coniugi Killer (su due macchine diverse, cercano di colpirsi fra di loro: non si capisce se per odio o per amore).
Prima di andarmene, m’inoltro nel labirinto degli specchi. L’impresa è ardua perché, sebbene abbia un aspetto assai rudimentale, si tratta pur sempre di un labirinto: nella sua conformazione assomiglia tanto alla nostra vita (oltre che all’Orlando furioso) da non poter essere preso alla leggera. Dopo qualche passo mi pare di essere in un limbo. Vedo i genitori che dall’esterno incitano i propri figli, vedo i ragazzini che intorno a me guizzano come trote in un torrente, vedo una fanciulla che picchia una testata contro uno specchio. Ma quando mi trovo nel mezzo capisco che, anche se volessi balzare fuori, non potrei: per trovare la via sono costretto a seguire le regole del labirinto.
Nel punto più lontano dall’uscita, dove si nasconde il Minotauro, intuisco ciò di cui si deve essere accorto anche Teseo: il Minotauro sono io. Sono io che dal cuore del labirinto chiamo me stesso – Andrea, Andrea – perché finalmente mi trovi e mi riconosca. Forse dentro ogni eroe, dentro ogni persona esiste una voce che chiama, che continua a chiamare con dolcezza ma con insistenza, come un timore, come una promessa. Che cosa cerca, il Minotauro? La morte, la redenzione, qualcosa che possa medicare la solitudine? È difficile saperlo. Dopo gli specchi deformanti, finalmente, eccomi all’uscita. Mentre mi allontano, mi torna in mente una delle mie poesie preferite: Paura seconda, di Vittorio Sereni.
Niente ha di spavento
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un’ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti, non mi rinfacciai il passato.
Con dolcezza (Vittorio,
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.
Prima di uscire passo accanto alla grande altalena, che compie un giro completo fra gli squittii dei passeggeri. Li vedo dal basso: qualcuno è teso, rigido, qualcun altro ride, qualcuno tenta di mantenere un contegno. Il gestore fuma una sigaretta, con gli occhi fissi alle montagne, indifferente agli strilli che provengono dalla macchina. Incrocio per un attimo il suo sguardo e sono sicuro che una voce, da qualche parte, sta chiamando pure lui.

PS: Sopra ho parlato di pali che annunciano future costruzioni. Tecnicamente, nella Svizzera italiana si usa la parola modina. Lo scopo delle modine è appunto quello di disegnare nell’aria il futuro, indicando il volume che occuperà (o che occuperebbe) l’edificio per il quale è depositata una richiesta di costruzione. Chi desidera cambiare il futuro, può inoltrare ricorso.

PPS: La poesia persiana è citata da Jean-Claude Carrière in Le cercle des menteurs (Plon 1998). L’ottava di Ariosto è la numero settantadue del trentaquattresimo canto dell’Orlando furioso. Paura seconda è tratta dalla raccolta del 1981 Stella variabile (si trova anche in Poesie, Mondadori 1996).

       

       

              

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Macadam

A volte basta poco per scivolare nella giungla. Ti alzi il mattino, bevi un caffè, esci per andare al lavoro. Ti trovi in coda insieme ad altre automobili, nel pulsare della pioggia, con l’acqua che riga i vetri e con i segnali che spiccano nell’aria grigia. Superi un cartellone che annuncia – o minaccia – una festa delle fragole, un altro che promette sconti per l’acquisto di tosaerba e mobili da giardino. Il verde delle montagne appare più cupo, percorso da veli di nuvole. Sul ciglio della strada, un vecchio in impermeabile aspetta alle strisce pedonali. Ti fermi per lasciarlo passare, lui ti guarda e rivela uno sguardo azzurro chiaro, fermo come un cielo d’estate. Subito ricomincia il flusso del traffico. Ma per un secondo, dentro quegli occhi, hai visto uno squarcio di fuga, una possibilità di evasione.
Quello sguardo incrociato per caso mi fa venire in mente un brano di Paolo Conte. Parla di un vecchio sparring partner, un uomo che s’intuisce segnato dalle ferite della vita e, per tanti aspetti, poco affidabile. All’inizio della canzone, una donna lo giudica un macaco senza storia, poiché gli manca la memoria / in fondo ai guanti bui. Nel ritmo avvolgente, nell’eleganza sinuosa delle frasi musicali si cela tutto il segreto di questo misterioso sparring partner: Ma il suo sguardo è una veranda… / tempo al tempo e lo vedrai / che si addentra nella giungla…

Sono occasioni che vanno colte all’istante. Collego l’iPod agli altoparlanti e ascolto Sparring partner, mentre intorno le strade, i palazzi, i fari delle altre macchine sfumano in un principio di giungla, e non ho visto mai / una calma più tigrata / più segreta di così. Alla fine si tratta di inoltrarsi nell’ignoto, anche se in maniera un po’ sgangherata: prendi il primo pullman, via, tutto il resto è già poesia.
Ciò che mi ha sempre affascinato, in questo e in altri brani di Conte, è la capacità d’impastare il quotidiano con l’immaginario esotico. Faccio un esempio. Il macadam (con l’accento sull’ultima “a”) è un tipo di pavimentazione stradale fatto di pietrisco compresso. Creato dall’ingegnere scozzese John McAdam nel 1820 e diffuso in tutta Europa fino al XX secolo, venne poi sostituito dal catrame, che è più resistente; ma ancora oggi viene impiegato per le strade di campagna poco trafficate o per i vialetti nei giardini pubblici. Senza dubbio, tuttavia, l’aspetto più interessante del macadam è proprio il nome, con quella risonanza che pare uscita da un romanzo di avventura. Infatti, nella canzone di Conte, il vecchio sparring partner stava lì nel suo sorriso / a guardar passare i tram… / Vecchia pista da elefanti / stesa sopra al macadàm.
Ci vuole poco, a volte, perché una strada senza sorprese si tramuti in una pista da elefanti. Naturalmente occorre qualcosa, una miccia che muova l’immaginazione. Un vecchio con gli occhi azzurri, intravisto alle strisce pedonali? Non solo: ieri mattina ho avuto anche la fortuna d’incrociare un pachiderma (per giunta di colore giallo). Ho impiegato qualche secondo per accorgermene: davanti a me c’era un grosso autocarro di una ditta di trasporti che ha per marchio proprio un elefante. Dietro l’oscillare dei tergicristalli, si è manifestato all’improvviso come un simbolo, un richiamo di vita selvaggia.
È un’illusione? Sarebbe meglio restare ben ancorati nel presente, nelle telefonate di lavoro, nelle cose da fare? Non so se questo indugio in ciò che non esiste sia del tutto positivo. Ma per me sarebbe difficile rinunciare a questo mondo alternativo, che appare in filigrana dietro il mondo reale. La sfida è trovare un’intersezione fra l’universo dei tosaerba e del traffico e quello degli elefanti e degli sparring partner.
In un certo senso, si tratta di cucire addosso alle circostanze un vestito che le renda diverse da ciò che sono. Un qualsiasi uomo anziano con gli occhi azzurri diventa un inquietante sparring partner, al tempo stesso macaco senza storia e meravigliosa veranda. Di sicuro questa traslazione fantastica deforma la consistenza reale delle cose; però almeno rileva che, dietro la normale trafila dell’esistenza, c’è un nocciolo che resta inspiegabile. Se il sentiero (anzi, la pista da elefanti) della nostra vita è tutto sommato prevedibile, uguale a tante altre vite, ogni tanto succede uno scarto, una frizione minuscola che suscita domande e desideri. Dice una fulminea poesia di Cesare Viviani: Perdersi in una volta dell’animo, / nel groviglio di storie / altrui, di tutti, di ognuno. Questa è la vera giungla.
Tornato a casa, esco sul balcone e mi trovo davanti ancora lo stesso grigio, la stessa pioggia. Mi porto fuori un pompelmo, lo appoggio sulla ringhiera. Di colpo, la sostanza luminosa del frutto irradia il suo splendore nel parcheggio. Il Citrus paradisi (questo il nome scientifico) apre uno spiraglio di esotismo. Non c’è nemmeno bisogno di mangiarlo; basta guardarlo, annusarlo, pronunciarne il nome: pompelmo, dall’olandese pompelmoes (pompel, “grosso”, e limoes, “limone”), a sua volta derivato dal tamil pampalimasu.
Pompelmo e macadam: che altro serve per smarrirsi nella giungla?

PS: Il brano Sparring partner venne pubblicato nell’album Paolo Conte (CGD 1984). La versione che ho ascoltato in automobile, e che ho proposto qui, è stata incisa dal vivo all’Arena di Verona nel 2005 e si trova nel disco Live Arena di Verona (Warner 2005). La lirica di Cesare Viviani è tratta da Osare dire (Einaudi 2016). Il dipinto qui sopra è di Henry Rousseau (1844-1910): s’intitola Tigre nella giungla in tempesta, risale al 1891 ed è esposto alla National Gallery di Londra. Il pompelmo proviene dalla Florida. Normalmente il frutto è giallo come un elefante, ma questa è una variante rosa, oggi molto diffusa e comparsa per la prima volta in seguito a una mutazione spontanea avvenuta in Texas nel 1929.

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Le piogge d’aprile

IMG_0181In questi giorni le mie corde vocali sono affaticate. La mia voce è sparita, poi è tornata ma è roca, fragile. Così cerco di seguire i consigli del medico: quando posso, me sto zitto. Sospetto che tale indicazione abbia una valenza che superi l’aspetto strettamente fisiologico. Mentre siedo in balcone, circondato da questa luce primaverile così tagliente, mi chiedo se il silenzio non abbia qualcosa da dirmi. Penso che, al di là di ogni tentazione morale, l’insegnamento del silenzio consista nel suo non essere silenzioso. Infatti dopo un po’ vengo raggiunto dal fruscio della fontana, dallo stormire del vento nei rami di una betulla, da una lontana conversazione femminile, dall’eco di una moto, dal richiamo di un uccello… Nell’attimo in cui sembrano negarlo, questi piccoli suoni abitano il silenzio e mi aiutano a percepirlo.
IMG_0179Mi viene in mente che fra pochi giorni si festeggia la Pasqua. Così come il Natale, anche questa festa è strettamente legata al silenzio. Se nello stupore natalizio può insinuarsi una certa dolcezza, qui si tratta dello sgomento davanti alla tomba. Non importa se siamo cristiani oppure no; la crudezza inesorabile della morte la conosciamo tutti. Possiamo credere oppure no alla resurrezione, a quella speranza mattutina, ma di certo conosciamo bene l’angoscia pomeridiana, lo strazio della fine. Non è forse vero che, minuto dopo minuto, il tempo della nostra vita ci crocifigge? Mutano le stagioni, si rinnova la luce delle primavere, ed eccomi qui seduto sul mio balcone, senza parole. I bambini giocano nel cortile, uomini e donne passano nell’aiuola qui sotto con il cane, aspettano che il cane faccia la cacca, raccolgono con cura gli escrementi, li gettano nelle apposite cassette. E mi consuma la tristezza, perché non riesco più a comprendere, a condividere queste grida, questa luce di primavera – ah, ma è un piacere star fuori in queste giornate! – questa cura nel ripulire la terra dagli stronzi di cane. Forse, se di colpo venisse a piovere sarebbe più facile: gente che corre, finestre che si chiudono, il tamburellio contro i vetri.
Ma dove sono andate quelle piogge d’aprile / che in mezz’ora lavavano un’anima o una strada / e lucidavano in fretta un pensiero o un cortile / bucando la terra dura e nuova come una spada? Dalla memoria risale una canzone di Guccini che mi ricorda estati senza fine / senza sapere la parola “nostalgia”, mi parla di stagioni smisurate quando ogni giorno figurava gli anni a venire / e dove a ogni autunno quando finiva l’estate / ritrovavi la voglia precisa di ripartire.

Forse il problema è questo. Forse si tratta di momenti svuotati, dell’affollarsi di ombre: che ci potrai fare di quelle energie finite, / di tutte quelle frasi storiche da dopocena; / consumato per sempre il tempo di sole e ferite, / basta vivere appena, basta vivere appena… A volte non è facile mantenere la forza pura del desiderio, quel desiderio inconscio di arrivare più in fondo / per essere più vero. In generale, la stanchezza e la mancanza di slancio misurano una distanza fra me e il mondo, tanto che il perimetro del balcone diventa un fossato invalicabile. In questi momenti lo schiaffo improvviso di una pioggia d’aprile corrisponde a ciò che Guccini chiama un’occasione ladra, un infinito o un ponte per ricominciare.
IMG_0180Credo che il ponte, se c’è, non possa che portarci verso il mattino. Mi piace pensare che, nella canzone di Guccini, a costruire questo ponte sia il sax di Antonio Marangolo. Sarà colpa delle mie corde vocali infiammate, ma ho l’impressione che il ponte debba nascere dal silenzio, sbocciando all’improvviso così come sgorga un assolo di sax alla fine di una strofa. Anch’io non posso fare altro che provare la mia voce, aspettando le parole giuste. Per me scrivere significa proprio tracciare un ponte. Tento di animare i miei personaggi per riflettermi dentro di loro, per muoverli al di là del fossato. Non so se questo basti, e mi rendo conto che forse la scrittura non può essere un ponte davvero solido. Ma di certo è un principio: nel gesto di cercare le parole, di raccoglierle con cura (come se fossero escrementi di cane) c’è di sicuro un’ombra di desiderio. Non si può raccontare una storia senza credere, sia pure in maniera inconscia, che la vita possa cominciare di nuovo, anche quando tutto sembra perso nel buio pomeridiano. Mi sembra di aver colto qualcosa del genere in una lirica di Melania Panico.

Se il silenzio potesse parlare
farebbe crollare palazzi
o restaurerebbe
portoni infestati da tarli.
Ma il silenzio non può
parlare
e i palazzi resistono
e i portoni dei palazzi
sopportano la pioggia
restando muti
fino al prossimo
mattino.

Chissà, magari in qualche modo il silenzio può restaurare anche me (e le mie corde vocali), magari a un certo punto anche sul mio balcone pioverà. In questi giorni di primavera sono più sensibile alla presenza del male: le mie ferite, quelle di chi mi sta accanto, la sofferenza che dilania il mondo, tra solitudini, malattie, innocenti massacrati e vite che bruciano senza che nessuno se ne accorga, nel corso di un tranquillo, banale pomeriggio di aprile. Auguro a me e ai lettori di questo blog, comunque siano messi di fronte alla Pasqua, il coraggio di non cedere alla disperazione. Bisogna avere fiducia e tentare di avvertire, dietro lo schermo del pomeriggio, il silenzio pieno di meraviglia del prossimo mattino.

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PS: La canzone di Francesco Guccini si chiama Le piogge d’aprile ed è tratta dall’album Signora Bovary (EMI 1987). Melania Panico è una poetessa nata nel 1985 a Napoli; la sua raccolta Campionature di fragilità è stata pubblicata da La Vita Felice nel 2015. La poesia che dà il titolo al libro finisce con due versi che, in un certo senso, sono anche un augurio: Il peso da dare alle cose / lo scriviamo ad occhi aperti. Il resto ve lo lascio scoprire da soli.

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