Nebbia e circo

Alcuni libri, letti durante l’infanzia, si fissano nella memoria. Le parole e le immagini mettono radici dentro di noi, e anni dopo le ritroviamo mescolate agli altri ricordi, tanto che quasi non distinguiamo più ciò che abbiamo vissuto da ciò che abbiamo letto. In fondo, questo è il senso della letteratura: aumentare la vita. L’immaginazione ci rende più consapevoli di noi stessi, tiene deste le domande sul mondo, ci rammenta che ogni realtà visibile poggia su fondamenti invisibili. Proprio per verificare i fondamenti, è opportuno qualche volta tornare alle storie che ci meravigliavano da bambini.
Ogni anno, in novembre, rileggo una storia di Bruno Munari: Nella nebbia di Milano, Corraini Editore (prima edizione 1968; ristampato parecchie volte, l’ultima nel 2013). È una passeggiata nella grande città immersa nella nebbia, con il richiamo delle luci di un circo, l’incanto dello spettacolo e infine il ritorno a casa attraversando il parco. L’autore, com’è nel suo stile, trasforma il libro in un oggetto dinamico, per mezzo di illustrazioni, pagine trasparenti, sovrapposizioni e ritagli che creano connessioni segrete. Il fascino di quest’opera consiste soprattutto nell’atmosfera, che si diffonde grazie a due elementi in apparenza diversi, ma intimamente legati: la nebbia e il circo.
Fin da bambino amo sia la nebbia, sia il circo. Anzi, per me il circo è un evento luminoso che si manifesta proprio durante l’inverno, con la musica dell’organetto di Barberia che si diffonde nel buio, con quell’odore di popcorn e di segatura, di zucchero filato e di cavalli. Ogni anno, ancora oggi, assisto allo spettacolo del Circo Knie a Bellinzona. Certo, lo stupore non è più quello assoluto dell’infanzia, ma quando varco la soglia del tendone avviene uno sfasamento temporale. È come se per un istante mi fossero restituite le sensazioni di quel bambino dai capelli biondi, sbalordito dai riflettori e dall’ampiezza dell’arena. Oggi il bambino non esiste più – cioè, ormai sono diventato io, con il mio strascico di esperienze e disillusioni. Ma è davvero così?
Forse acrobati e pagliacci resistono anche per questo, per congiungere epoche lontane con il linguaggio delle pantomime, del salto mortale e dei volti truccati, con quello struggimento dolceamaro che sempre il circo porta con sé. È un mondo nomade, che arriva e riparte, che appartiene a tutti i luoghi e a tutte le età, senza mai radicarsi veramente. Così annotava nel 1939 Tristan Rémy, uno dei più grandi critici circensi: Nella grande famiglia errante dei tendoni, delle carovane e dei transatlantici, si preparano nuove meraviglie, nuovi misteri si compiono, la fantasia prepara nuove forme. Il circo non è un museo. Gli artisti viaggianti non sono manichini. Vivono. E vivere è, per loro come per tutti, sorpassare sé stessi, sorpassarsi ancora.
Lo spettacolo di quest’anno miscelava alcuni grandi classici (la “posta ungherese” di Ivan Frédéric Knie o il numero indiavolato del giocoliere Michael Ferreri) con qualche novità soprattutto nel campo delle acrobazie (penso in particolare ai lazos della Xinjiang Troupe). Per quanto riguarda i clown, l’attrazione dello spettacolo era l’artista ungherese Semen Shuster, conosciuto come Housch-ma-Housch. Sia lui sia l’altro comico presente – il portoghese Cesar Dias – hanno fatto un largo uso degli effetti sonori ottenuti con il microfono. Entrambi mi sono parsi di buon livello, sebbene con una tendenza forse eccessiva a coinvolgere direttamente il pubblico.
Uno dei momenti più intensi è stato il finale, prima della chiusura del sipario. Gli spettatori seduti dietro di me se n’erano già andati, presi dalla frenesia di raggiungere il più presto possibile la loro automobile; altri si stavano alzando. Housch-ma-Housch è tornato in scena con un foglio, dal quale ha letto un breve messaggio di ringraziamento nel suo gergo caratteristico. Poi ha girato il foglio, che era bianco e vuoto, e ha proseguito il discorso. Infine ha spezzato il foglio e, aguzzando lo sguardo, ha continuato a leggere di profilo. Ecco una cosa alla quale non avevo mai pensato: la pagina bianca non è soltanto fronte e retro; anche nel taglio si celano parole minuscole, quasi inafferrabili.
Come scrittore, questa piccola rivelazione circense mi ha fatto riflettere. Da dove arrivano le storie? Credo che le parole trovate non corrispondano mai precisamente a quelle che si cercavano: il senso profondo di un testo, per fortuna, supera sempre le intenzioni dell’autore. Le parole più preziose sono quelle che non aspettavamo, quelle che sono apparse nel taglio nascosto della storia. L’atto del narrare dischiude mondi sconosciuti al narratore stesso: i personaggi si manifestano lentamente, dapprima incorporei e poi sempre più vivi, così come – nel testo di Bruno Munari – la nebbia diventa sempre più colorata man mano che ci avviciniamo alle luci rosse e gialle del Gran Circo.

PS: Da bambino, nel libro di Munari a colpirmi non erano tanto i colori del circo, quanto gli autobus che mescolano lentamente la nebbia dei vari quartieri. Era l’attesa prima dello spettacolo, la sospensione narrativa: nella nebbia di Milano anche i gatti vanno a passo d’uomo. E il ritorno a casa non è un banale ritorno alla normalità: dopo l’incontro con la realtà irreale del circo, anche i viali del parco sembrano avvolti in un prodigio. D’inverno la natura dorme e quando sogna appare la nebbia. Camminare dentro la nebbia è come curiosare nel sogno della natura: gli uccelli fanno voli corti per non perdere l’orientamento, scompaiono i segnali e i divieti nelle strade, i veicoli vanno piano e si fa appena in tempo a riconoscerli che spariscono.

PPS: Le parole di Tristan Rémy provengono dal saggio Le cirque, uscito sul primo numero del mensile Mieux Vivre (gennaio 1939); in italiano, si può leggere tradotto da Luana Savarani per l’antologia Tornano i clown (Medusa 2017). Anche le due fotografie in bianco e nero provengono dal saggio di Rémy (la prima s’intitola Equilibrio, la seconda Intervallo).


PPPS: Per approfondire i contenuti dello spettacolo, e per vedere le fotografie del circo a Bellinzona, consiglio di visitare il blog specialistico https://solocirco.blogspot.ch. È meticolosamente aggiornato e curato con passione. (Questa estate, sono usciti anche degli interessanti reportage sui grandi clown.)

 

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Lady Sweet

A volte mi capita di trovarmi da qualche parte in macchina, di notte. Di solito ho appena parlato con qualcuno, magari ho visto degli amici, ho cenato, ho letto brani delle mie storie, ho discusso di letteratura, della vita, o semplicemente di quelle cose stupide che vengono in mente la sera tardi. Al momento in cui chiudo la portiera e mi avvio per tornare a casa, c’è un silenzio nel quale riecheggiano pensieri buoni o pensieri molesti. Se sono buoni, lascio che il silenzio li faccia crescere. Se sono molesti, cerco di combatterli con l’aiuto di Dexter Gordon.
IMG_0066Il suo sax tenore, con un suono che sembra risalire dal profondo della terra, è l’ideale per accompagnare i viaggi a notte fonda. C’è una vibrazione antica come i vulcani, e nello stesso tempo c’è una limpidezza nitida come un cielo primaverile, dove spiccano i colori, la forma delle note. Tutto questo insieme a una sapienza ritmica così naturale, così ovvia che sembra lo sguardo di un amico in mezzo alla folla, una strizzata d’occhio, il suono di un passo conosciuto che si avvicina alla porta. Di solito ascolto l’album Go, oppure Our man in Paris. Lo strazio dolce delle ballate è compensato dai brani veloci, nei quali Gordon si diverte a scolpire ogni nota, a sputarla fuori rotonda e perfetta, concedendosi ogni tanto qualche citazione ironica.
IMG_9994Protagonista della scena musicale americana negli anni Quaranta, il saxofonista conobbe in seguito anni dolorosi, nei quali l’alcol e le droghe presero il sopravvento. Alto un metro e novantasei, dinoccolato, con gli occhi gentili e un sorriso affascinante, Long Tall Dexter si perse nel buio degli ospedali, delle prigioni, in una rovina che pareva irreversibile. Invece trovò il coraggio di tirarsene fuori: si trasferì in Europa, a Parigi e a Copenaghen, e seppe inventarsi una seconda carriera. Addirittura, nel 1986, fu scelto dal regista francese Bertrand Tavernier per interpretare ’Round midnight, che è forse il miglior film sul jazz che sia mai stato girato fino a oggi.

Non è il classico biopic, ma il tentativo di rappresentare un’atmosfera, una visione del mondo. Dexter Gordon interpreta il personaggio di Dale Turner, un grande musicista alcolizzato; è una figura in parte ispirata al saxofonista Lester Young, in parte al pianista Bud Powell, in parte allo stesso Gordon. Il film è ambientato alla fine degli anni Cinquanta e narra la storia dell’amicizia fra Turner e Francis Borier, un grafico appassionato di jazz. Non avendo i soldi per il biglietto, Francis si rannicchia sul marciapiede, accanto a una finestra del Blue Note di Parigi. Sera dopo sera, ascolta con rapimento la musica di Turner, che si esibisce dal vivo. Con il tempo fra i due comincia una lunga, intensa amicizia.
UnknownCome tutte le grandi amicizie, anche questa è inaspettata e diffonde intorno a sé un fermento di vita, di scoperte. Francis racconta a Turner come la sua musica lo abbia cambiato e lo abbia portato a interessarsi di arte, di letteratura, lo abbia reso più sensibile. Turner continua a suonare, ma non riesce a stare lontano dall’alcol. Di continuo Francis lo va a cercare negli ospedali e nei commissariati, lo trascina fino al suo appartamento, lo mette a letto.
FullSizeRender-5Come spiega allo stesso Francis un conoscente di Turner: Quando devi esplorare ogni sera, ti suscitano dolore anche le cose belle che trovi. Il film rappresenta bene questo tormento. Gordon infatti non è un attore, così come tutti i musicisti che si vedono nel film. I concerti sono ripresi dal vivo: c’è una tensione reale che si percepisce nei gesti di Herbie Hancock al piano, John McLaughlin alla chitarra, Billy Higgins o Tony Williams alla batteria. Tavernier voleva proprio mostrare la violenza della creazione, il sudore dello sforzo, gli sguardi di due musicisti che si domandano a vicenda quali note suoneranno. Ci sono momenti che solo la diretta poteva offrire: quando Billy Higgins prende le spazzole, poi vede Dexter che sta suonando una variazione e allora cambia e prende le bacchette… non potevo fare tutto questo in playback. È come se in un western gli attori non fossero capaci di cavalcare.

Turner è consapevole del suo talento, ma anche del logorio che questo comporta. Non puoi uscire e prendere uno stile così, cogliendolo da un albero. L’albero è dentro di te, e cresce con naturalezza. Il saxofonista sconta con la sofferenza la crescita dell’albero interiore, staccandosi sempre di più dalla realtà e riducendosi in uno stato pietoso. Finché un mattino, dopo aver visto Francis piangere per lui, Turner promette di cambiare. Le presenze oscure nell’anima del musicista non se ne vanno del tutto, ma in qualche modo allentano la presa. Turner riesce a suonare, a incidere, a comporre musica. La storia è ispirata alla realtà per tanti piccoli dettagli. Il personaggio di Francis Borier, per esempio, ricorda Francis Paudras, lo scrittore amico di Bud Powell (che aveva suonato con Dexter Gordon proprio a Parigi).
Unknown-2Grazie anche alla splendida colonna sonora di Herbie Hancock, Tavernier riesce a mostrare con delicatezza questi paesaggi interiori. Restano nella memoria la voce roca e cantilenante di Gordon, la sua ironia, la dedizione di Francis, il rapporto di entrambi con le loro figlie, i colori azzurri e grigi dei locali notturni parigini, cui fanno da contrasto la luce forte delle poche scene girate all’aperto. Ogni tanto alle immagini del film si alternano quelle in bianco e nero catturate da Francis con una cinepresa; in questo modo si fondono lo sguardo onnisciente del regista con quello intimo e affettivo dell’amico.
imagesIn una delle poche scene in esterno giorno, i due protagonisti sono seduti su una spiaggia. Turner riflette a mezza voce: È strano che il mondo si trovi all’interno del nulla. Insomma, tu hai il cuore, l’anima, dentro di te; i bambini stanno dentro le loro mamme; i pesci stanno dentro il mare. E il mondo? Il mondo si trova dentro un niente. Turner tace e guarda il mare, ma queste domande tornano con forza nella voce possente del suo sax, che lui chiama Lady Sweet.

’Round Midnight ha molti aspetti malinconici, ma la forza, la vitalità della musica afferma una speranza. È memorabile, per esempio, la scena in cui Turner ritrova la cantante Darcey Leigh (interpretata da una sfavillante Lonette McKee). Fra i due c’è una tenera e tenace amicizia, che ricorda quella fra Lester Young e Billie Holiday. L’intensità del loro legame si esprime nella complicità con cui interpretano il brano di Gershwin How long has this been going on? Ci sono rapporti umani che le parole non arrivano a definire; ma per fortuna – come dice lo stesso Dale Turner – non tutto ha bisogno di parole.

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PS: Dexter Gordon nacque a Los Angeles il 27 febbraio 1923 e morì a Philadelphia il 25 aprile 1990. Ho citato all’inizio gli album Go (Blue Note 1962) e Our man in Paris (Blue Note 1963). Esistono pure due dischi con la colonna sonora del film, entrambi molto buoni: ’Round midnight (Columbia 1986) e The other side of ’Round midnight (Blue Note 1986). Le parole di Bertrand Tavernier provengono da un’intervista con Léo Bonneville, pubblicata sul numero 127 della rivista Séquences nel 1986. La canzone ’Round midnight, venne composta dal pianista Thelonius Monk e dal trombettista Cootie Williams all’inizio degli anni Quaranta, con parole di Bernie Hanighen (è uno dei brani più noti e più suonati nel mondo del jazz).
La fotografia che appare sopra questo Post Scriptum è di Giuseppe Pino, che la scattò a Milano nel 1971; è tratta dal volume Sax! (Earbooks 2005). Qui sotto, invece, vedete un ritratto di Gordon nel 1948 al Royal Roost di New York; è opera di Herman Leonard ed è una delle foto più celebri del jazz. Le altre immagini di questo articolo, quando non siano le copertine dei dischi o la locandina, sono dei fotogrammi tratti dal film.
Una versione di questo articolo si trova sulla rivista Cinemany.

 

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Tony Camonte

Ogni giorno vivo momenti di solitudine. Può capitare mentre guido, in mezzo al flusso delle altre automobili. Oppure mentre cammino, mentre la sera aspetto che il sonno mi raggiunga. Mentre scrivo, chiuso nel mio studio. O perfino durante una conversazione: mi distraggo, fuggo con la mente per qualche secondo… di colpo, mi pare di essere un viaggiatore perso nel cuore del deserto.
Desert-B7X-800x600A volte mi raggiunge una solitudine più pericolosa, più strisciante. Il dubbio di non riuscire a comunicare come vorrei, il sospetto che i legami umani non riescano a vincere la differenza, la singolarità insanabile che mi separa dal mondo.
Di recente mi è capitato di guardare qualche film degli anni Trenta, tra cui Scarface, girato da Howard Hawks nel 1932. È un titolo che molti conoscono per l’omonimo rifacimento del 1983. Nella versione più moderna, diretta di Brian De Palma, Al Pacino è bravo nell’interpretare il mafioso che vuole conquistare il mondo; ma l’originale, con Paul Muni nel ruolo del gangster Tony Camonte, è più efficace nel dire quanto possa essere straziante e pericolosa la solitudine.
scarface-20Il protagonista si trova più volte a contemplare dalla finestra la scritta di un’agenzia di viaggi: THE WORLD IS YOURS. Nelle varie scene, queste parole assumono ora un valore profetico, ora un tono amaro di sconfitta. In fondo, Tony Camonte ha sentimenti molto semplici, non dissimili da quelli che tutti abbiamo provato da bambini: vuole possedere le cose che gli piacciono, i bei vestiti, le automobili, le ragazze, la stima degli amici e della famiglia. Secondo alcuni critici, addirittura, la gestualità e le espressioni di Muni fanno pensare a una scimmia o all’uomo di Neandertal, e nella sua passione per gli oggetti di lusso ritrovano qualcosa dell’attrazione del selvaggio per le perline colorate. Leonardo Gandini, in un saggio sul film, parla di un conflitto essenzialmente primitivo, brutalmente concreto nelle premesse, negli sviluppi e negli esiti.
In realtà, quel conflitto ce lo portiamo dentro tutti: la nostra parte più viscerale, più istintiva, vorrebbe possedere ciò che desidera, o nella migliore delle ipotesi vorrebbe perdersi in ciò che ama, fino a smarrire la propria identità. È un modo di reagire alla solitudine, ma è destinato a condurre a una solitudine più profonda, a far crescere il deserto interiore così come quello esteriore.

Fin dalla prima scena (a partire da 0.52), il film incanta gli spettatori e mostra quanto sia letale l’isolamento. È l’alba. Un inserviente sta spazzando i resti di una festa al Costillo Café: stelle filanti che avviluppano i tavoli, decorazioni, perfino un indumento femminile. Sono andati via tutti: soltanto il padrone, il gangster Big Louis Costillo, è ancora seduto a un tavolo insieme a qualche sgherro. Promette che organizzerà una festa ancora più grande, perché Big Louis è arrivato in alto; ormai ha tutto: una casa, un’automobile, una ragazza. Rimasto solo, il gangster va a telefonare. Allora vediamo avvicinarsi l’ombra di un individuo, che si sovrappone alla croce del telaio di una finestra. L’uomo-ombra sta fischiettando un motivo (che tornerà nel film). Si avvicina a Big Louis e lo ammazza con un colpo di pistola. Poi avvolge l’arma in un fazzoletto, la getta vicino al cadavere e se ne va. L’inserviente arriva e vede il cadavere. Senza scomporsi, si toglie il grembiule e indossa la giacca, prima di lasciare il locale. Il tutto è filmato in una sola lunga sequenza. Subito dopo, i giornali parlano di una gang war, una guerra fra bande.

Il film è girato con grande perizia narrativa, anche grazie all’abilità dello sceneggiatore Ben Hecht, nonostante i paletti imposti dalla censura. Le prime e le ultime scene sono più distese. Le scene centrali, invece, seguono un montaggio serrato e pongono sempre fuori campo la violenza e i suoi effetti. È famosa, per esempio, quella che secondo il regista François Truffaut, è la più bella inquadratura della storia del cinema. Un gangster nemico di Camonte, interpretato da Boris Karloff, sta giocando a bowling. Per lanciare una boccia fa un piegamento delle gambe, ma non si raddrizza più perché una raffica di mitra pone fine al suo movimento: la cinepresa riprende la sfera che rovescia tutti i birilli meno uno, che gira a lungo su sé stesso prima di cadere. Specifica Truffaut: Non di letteratura si tratta; forse è danza, forse poesia, sicuramente cinema.
1468679918-006-scarface-theredlistIl ritmo delle scene centrali rispecchia in qualche modo l’arma che domina molte sequenze: la voce lacerante del mitra – per gli spettatori del 1932, ancora in parte abituati al cinema muto – era uno strappo sonoro che scuoteva la narrazione. Hawks racconta essenzialmente con le immagini, esprimendo il carattere dei personaggi con i loro gesti prima che con i dialoghi. C’è poi il segno della X che appare, sotto forma di cicatrice, nel volto del protagonista. Un’ombra, un’insegna stradale, un’inferriata, una croce tracciata con la penna, una travatura, un fascio di luce: la X torna di continuo nel film, come emblema del mistero e come suggello del destino di Tony Camonte.
 Seduto sul divano, guardo questo vecchio film in bianco e nero e rifletto sul bene, sul male, su quanto basti poco perché un uomo si perda. Sbagliavano, i censori che volevano obbligare Hawks a inserire contenuti moraleggianti: la forza del film sta nella sobrietà e nell’efficacia con cui mette in scena un individuo che lotta disperatamente per non essere solo, finendo per esserlo sempre di più. Tony Camonte diventa più ricco, più statunitense, perde l’accento da immigrato, ma brucia nella sua brama di possesso ogni rapporto umano.
Naturalmente, la mia solitudine è differente. Sono consapevole di essere inserito in una serie di relazioni famigliari, di amicizia e di lavoro. Ma secondo me nessuno è mai al sicuro dall’isolamento, e nessuno può sperare di ripararsi in eterno nel rifugio di un legame, di qualunque tipo esso sia; o almeno, per me è così. Casomai, i legami vanno fatti crescere, vanno difesi da tutto ciò che, nella vita, ci allontana dagli altri e ci isola nel deserto.

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PS: Ben Hecht scrisse la sceneggiatura di Scarface in soli dodici giorni, ispirandosi in parte a casi di cronaca: per esempio, l’uccisione di Big Louis Costillo ricorda quella di Big Jim Colosimo, avvenuta nel 1920 per mano di Al Capone proprio in una cabina telefonica. Lo stesso Al Capone, sebbene nel 1931 avesse definito i “gangster movies” come terrible kid stuff (schifezze per ragazzini) mandò alcuni uomini sul set di Scarface, con l’incarico di riferirgli sui contenuti delle riprese.

PPS: Ecco i titoli degli altri “gangster movies” che ho visto in queste ultime settimane: Little Caesar (Mervyn LeRoy, 1931) The public enemy (William Wellman, 1931), Angels with dirty faces (Michael Curtiz, 1938). Le parole di Leonardo Gandini provengono da Howard Hawks. Scarface (Lindau 1988; riedito nel 2007). La citazione di Truffaut, ripresa anche da Gandini, si trova nel libro Les films de ma vie (Flammarion 1975); in italiano I film della mia vita (Marsilio 2003).

PPPS: Alcune parti di questo articolo provengono da un pezzo che ho scritto per la rivista Cinemany, dove sviluppo l’analisi del film in maniera più ampia.

PPPPS: Domenica 5 febbraio al cineforum “Ippopotami in vacanza”, in via Lucino 79 a Breganzona (vicino a Lugano), verrà proiettato il film Il padrino (The Godfather, Francis Ford Coppola, 1972), che si può considerare una sorta di “erede” dei  “gangster movies”. L’ingresso è libero e gratuito.

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Succede sempre qualcosa

La festa dell’Epifania mi fa riflettere su due dimensioni importanti nella mia attività di romanziere: lo sguardo e il movimento. La storia dei Magi che vedono apparire la stella e si muovono verso l’ignoto è anche, fra le altre cose, un buon riassunto di ciò che avviene nel processo di scrittura.
Qualche giorno fa è morto il critico d’arte inglese John Berger, nato nel 1926. Mi sono riletto Sul guardare (Mondadori 2003, dall’originale About looking del 1980) e Modi di vedere (Bollati Boringhieri 2004, a cura di Maria Nadotti). In Modi di vedere, Berger si sofferma proprio sul valore dello sguardo: Non credo che gli occhi siano soltanto gli organi della percezione ottica, pur essendo anche questo. Sto parlando di un’esperienza che è comune a tutti, soprattutto in rapporto alla natura. Anche se non è detto che si guardi la natura come faceva Cézanne, tuttavia, di fronte al mare o a un tramonto, a un semplice albero o a una cascata, ci si accorge che si sta guardando qualcosa che non coincide con ciò che si ha davanti agli occhi, che va oltre.
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La tensione a uno sguardo che vada oltre la percezione delle cose è ciò che mi motiva a scrivere. Tale sguardo non ha per forza bisogno di panorami esotici o di esperienze sconvolgenti; quando è allenato e affinato (ma non è facile), riesce a trovare una sostanza misteriosa anche nelle persone in apparenza più ordinarie o nei paesaggi visti e rivisti. Lo stesso Cézanne è un buon esempio. L’autore Charles Ferdinand Ramuz ne parla in questo modo: Ogni pretesto è buono per Cézanne: piantato in questo paese, non va a cercare più distante. Accettazione, anche qui, dei dintorni così come sono; uso di questi dintorni. Altri si sono spinti fino in Oceania; lui ha trovato l’Oceania nel suo cuore. L’immobilità di Cézanne nasconde un movimento interno che ne ha fatto un precursore, un esploratore di vie artistiche prima di lui poco battute. Secondo me la capacità di osservare diventa veramente creativa quando si sviluppa in un gesto, quando segue un itinerario artistico ed esistenziale.
C’è una storia in cui si riassumono tutti questi aspetti: ed è la novella Boule de suif (1880) di Guy de Maupassant, a cui si ispirò l’autore americano Ernest Haycox per scrivere il racconto Stagecoach to Lordsburg (1937). A sua volta, il regista John Ford si ispirò a Haycox per creare il suo film capolavoro Stagecoach (1939), in italiano Ombre rosse. Come scrive Attilio Brilli, il film di Ford è un brandello della grande letteratura europea dell’Ottocento esposto al sole e al vento delle praterie.
img_9003Non svelerò la trama né delle novelle né del film (i racconti si trovano agevolmente, così come il dvd di Ombre rosse; i miei lettori nella Svizzera italiana potranno vederlo su grande schermo in occasione del cineforum “Ippopotami in vacanza”, domenica 8 gennaio alle 17.30, in via Lucino 79 a Breganzona).
La storia di Maupassant è ambientata nella Normandia del 1870, durante la guerra franco-prussiana, e racconta di dieci persone in fuga da Rouen su una diligenza diretta a Dieppe. Le prime righe comunicano un senso di fine e, nello stesso tempo di urgenza: Per giorni e giorni, i resti dell’esercito in rotta attraversarono la città. Non erano soldati, ma orde sbandate. Gli uomini, con la barba lunga e sporca, le uniformi a brandelli, camminavano con passo stanco, senza bandiera, senza capi. […] I prussiani – si diceva – stavano per entrare a Rouen.
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Haycox riprende l’idea del viaggio in diligenza in una zona pericolosa: In quella regione non ancora riconosciuta come stato dell’Unione, era uno degli anni in cui i segnali di fumo apache si alzavano dalle cime delle montagne rocciose, e più di un ranch era ridotto ormai ad un quadrato di cenere annerita che si stendeva sul terreno. La partenza della diligenza da Tonto segnava l’inizio di un’avventura dall’incerto lieto fine…
La capacità di sguardo e di incisività psicologica di Maupassant è superiore a quella di Haycox, ma l’atmosfera western si addice bene al nucleo della storia: un pugno di persone che finiscono insieme per caso, lungo un percorso accidentato, e che finiranno per rivelarsi in maniera inaspettata.
paul-emile_boutigny-boule_de_suifMaupassant è più crudele nel mostrare le ipocrisie, i pregiudizi e i luoghi comuni di cui sono impastati i personaggi più virtuosi, quelli che si credono nel giusto. Ma anche Haycox, e poi Ford (con lo sceneggiatore Dudley Nichols), insisteranno su questo aspetto: l’itinerario, geografico ed esistenziale, fa uscire allo scoperto la sostanza di cui sono fatti uomini e donne. C’è chi sa guardare oltre l’apparenza e chi è irreparabilmente confinato nel recinto delle proprie rassicuranti convinzioni. Ognuno alla fine conquista qualcosa: l’amore, la morte, una nuova qualità di sguardo, la possibilità di cambiare vita o di tornare a rifugiarsi nella propria visione limitata.
stage1-300x168Scrive il critico cinematografico Jean Wagner: Ogni opera d’arte è un itinerario, itinerario di un’avventura o itinerario di una scrittura. Ogni opera d’arte è una conquista, conquista di un linguaggio o conquista del mondo. Tra i più grandi, questo mondo è, nello stesso tempo, quello di un’avventura e quello di una scrittura. […] Questo è ancora più evidente per il cinema, forma d’arte condizionata, come la musica, dal tempo (al limite, l’itinerario esiste dapprima per lo spettatore che si sceglie un film, lo subisce e ne esce, x minuti più tardi, immutato o trasformato). Questa situazione raggiunge il suo punto critico nel western: questo genere ha per soggetto essenziale un momento storico (la storia è itinerario). […] Non stupisce che abbia attirato i cineasti: bastava loro sovrapporre il proprio itinerario all’itinerario naturale del western.
ombre_rosseOgni progetto artistico parte da uno sguardo e assume la forma di un movimento. Tale movimento può essere celato nell’immobilità, come nel caso di Cézanne, oppure mettere in scena un viaggio reale che, nella mente del lettore, diventa un viaggio dell’anima. Questo vale pure per Ombre rosse: su quella diligenza ci siamo anche noi, tanti anni dopo, sebbene forse non abbiamo mai visto la Monument Valley e di sicuro non abbiamo mai combattuto contro gli apache. Anche noi sentiamo il banchiere disonesto, interpretato da Berton Churchill, che dice: Lo sapete di che cosa ha bisogno la nazione? Di un presidente che sia un buon uomo d’affari! Passano gli anni, ma siamo sempre su quella carrozza, e sempre lo sguardo del narratore (o del regista) ci invita a soffermarci sui reietti: la prostituta, l’ubriacone, il bandito. Sono loro il cuore della storia. Ero un bravo cowboy, dice Ringo (John Wayne), ma successe qualcosa. Dallas (Claire Trevor) annuisce, perché pure lei sa come va il mondo: Già, è così. Succede sempre qualcosa. Fra di loro in quel momento nasce uno sguardo, e subito lo sguardo si fa movimento, speranza, avventura. Ancora una volta dalla visione – che sia una stella nei cieli d’oriente o una prostituta in una diligenza – nasce  l’itinerario verso qualcosa di misterioso.

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PS: Il racconto di Haycox si trova con il titolo La diligenza per Lordsburg (Sellerio 1992, con la traduzione di Teresa Paratore e una nota di Attilio Brilli, che ho citato sopra). Boule de suif di Maupassant è edito da Albin Michel (anche nella collezione “Le livre de Poche”) e, in italiano, da Vallardi (con la traduzione di Mario Picchi, che ha scelto il titolo Pallina). Le parole di Ramuz provengono da L’exemple de Cézanne. Cézanne le précurseur, a cura di Matteo Bianchi e Carolina Leite, edizioni Pagine d’Arte (agosto 2016). Il breve testo di Wagner è preso dall’opera collettiva, a cura di Raymond Bellour, Il Western. Fonti, forme, miti, registi, attori, filmografia (Feltrinelli 1973, edizione a cura di Gianni Volpi). Le immagini in bianco e nero le ho trovate su internet. Il particolare del quadro Boule de suif (Pierre Falké, 1934) è la copertina dell’edizione francese; il quadro che rappresenta la diligenza, pure intitolato Boule de suif, è stato dipinto nel 1884 da Paul-Émile Boutigny; l’immagine di Cézanne, Étude d’arbre (Le grand Pin), risale al 1890 ed è tratta dal volume edito da Pagine d’arte. La stella cometa l’ho raccolta nei cieli virtuali della rete.

PPS: Del cineforum “Ippopotami in vacanza” avevo già parlato qui, dopo la proiezione di Casablanca.

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Bogey

Ci sono mattine in cui, dopo aver ascoltato le notizie alla radio, sento cadermi addosso come un velo, una cappa scura che m’impedisce nei pensieri e nei movimenti, e che mi allontana dai gesti della quotidianità. La voce stentorea del giornalista annuncia stragi durante i mercatini di Natale, attentati, azioni di guerra che – dietro l’esito militare, qualunque esso sia – significano famiglie lacerate, solitudini, case e speranze distrutte, smarrimenti, fame, freddo, pensieri ed emozioni inghiottiti dal sentimento martellante della paura.
copia-di-image1-2Le notizie si susseguono, giorno dopo giorno, tanto da causare in me due reazioni distinte. Da un lato, sento insinuarsi il pericolo dell’assuefazione: un altro attentato, un altro eccidio. Dall’altro, percepisco la vanità del mio lavoro. A che serve raccontare una storia in più, quando dilagano la violenza e la disperazione? Mi sembra che questi fatti esigano il mio dolore, la mia solidarietà. Ma a parte inviare dei soldi – un gesto comunque poco personale – come posso esprimere la mia vicinanza? Il mio lavoro mi porta su sentieri distanti, mi conduce a trovare e a raccontare storie che non hanno niente a che vedere con queste tragedie.
guernica-1024x384Cercando una risposta, mi sono imbattuto in un testo dello scrittore Dany Laferrière. Mi capita di chiedermi come faccia a reggersi questo strano mondo. Sì, perché a volte sembra attaccato a un filo sottilissimo. Che cosa ci impedisce di precipitare nell’orrore più assoluto? Sappiamo bene che gli orrori si accumulano senza cancellarsi a vicenda. Il terrore dell’uno non annulla la violenza dell’altro. Le due cose si sommano. E un bambino appena nato riceve in eredità questo smisurato patrimonio di ferocia. La manifestazione del male avviene ovunque: dove c’è la guerra ma anche qui, dove tutto sembra scorrere liscio. In genere – continua Laferrière – la gente pensa che sia un fenomeno contemporaneo, mentre invece si tratta di una delle più antiche pratiche umane: terrorizzare l’altro. Ma è anche vero che la resistenza è antica quanto il terrore. E per sopravvivere ha imparato a nascondersi dappertutto: in un breve silenzio come in una risata. E anche a spuntare dappertutto appena può, come le erbacce.
Mi piace l’immagine della resistenza come un’erbaccia. Non è per forza qualcosa di appariscente, non è sempre un’azione eroica. Laferrière racconta una testimonianza della giornalista irachena Inaam Kachachi. Dopo uno dei vari bombardamenti su Baghdad, lei era riuscita a raggiungere sua madre di ottantaquattro anni, che sembrava dispiaciutissima perché non trovava più i suoi trucchi, perduti in mezzo a tutto quel trambusto. Commenta Laferrière: La frivolezza è forse la più commovente forma di coraggio.
image1-2Un silenzio, una risata, un gesto frivolo. Mi viene in mente che anche il nostro vivere quotidiano, a suo modo, è una forma di resistenza. Non occorrono decisioni storiche: forse l’erbaccia della resistenza significa svolgere nel modo migliore possibile il lavoro che siamo chiamati a fare, essere capaci di ironia e autoironia in ogni momento, anche quando il nostro orgoglio ci vorrebbe seriosi. Leggere una storia, ascoltare una canzone, guardare un film, cercare di capire meglio noi stessi e il mondo è già una forma di resistenza alla superficialità, a quell’indifferenza che può facilmente sfociare nell’odio.
Non vorrei cadere nella retorica. Perciò chiamo a testimone un personaggio che ha fatto dell’antiretorica la sua bandiera. È solo una storia, è un fantasma nato dalla grande macchina del cinema, ma secondo me ha qualcosa da insegnare: la sua corazza di apparente cinismo protegge la fragilità della compassione, e ci mette al riparo dalla chiacchiera vana, dal sentimentalismo, dall’isteria dell’ennesimo post strappalacrime nel mare dei social network.
img_8689Parlo di Humphrey Bogart, detto Bogey, nato a New York nel 1899 e morto nel 1957. Cinematograficamente parlando, sembra roba vecchia. Ma come tutte le erbacce, Bogey resiste all’usura del tempo. Di recente ho rivisto Casablanca grazie a un cineforum organizzato dagli studenti del Liceo diocesano di Breganzona, nella Svizzera italiana. Il film lo conosco quasi a memoria, ma ogni volta è in grado di stupirmi. Così come mi ha stupito il silenzio, l’attenzione degli studenti di fronte a un’opera del 1942. Quel mondo ormai non esiste più, e la rappresentazione che ne dà Casablanca è comunque storicamente inattendibile. È un film di propaganda, girato in piena guerra, con tutti i pericoli del caso: retorica, imprecisioni, luoghi comuni. Eppure, miracolosamente, non solo Casablanca evita il naufragio, ma riesce a dire qualcosa che ci sia di aiuto ancora oggi. Questo è anche merito di Bogey. Il suo modo d’interpretare Rick va oltre la recitazione, ma incarna un modo di essere. Bogey era pieno di difetti: beveva troppo, era umorale, aveva difficoltà nell’espressione dei sentimenti, soffriva di manie di persecuzione. Ma ebbe il coraggio di portare le sue debolezze nei suoi personaggi. In un certo senso, l’eroe del film è Victor Laszlo, che combatte direttamente il male (cioè i nazisti) e che con il suo carisma invita alla ribellione. Ma è Bogey, dietro il suo apparente distacco, a rendere possibile tutto ciò: un cenno del capo, una battuta, la capacità di sacrificio al momento giusto, la discrezione nel fare buon viso a cattivo gioco. Senza Rick, anche i gesti eroici di Laszlo non sarebbero possibili.

Mi sembra che tutti noi, in quel piccolo cineforum, davanti a un vecchio film, abbiamo intuito che l’erbaccia della resistenza può essere il coraggio della quotidianità. Scrive l’autore Jonathan Coe: È innegabile che, dopo aver visto uno dei grandi film di Bogart, si ha la sensazione che qualcosa ci abbia arricchito ed elevato lo spirito. Il personaggio di Bogey va oltre le sue singole manifestazioni. È un invito a prendere la vita con ironia, a non cadere nell’autocommiserazione o nell’ideologia. Lui stesso seppe conservare il senso dell’umorismo fino all’ultimo. Quando stava male, leggendo che i giornali lo avevano già dato per morto, rispose con queste parole: Ho letto che mi hanno asportato entrambi i polmoni; che mi restava mezz’ora di vita; che ero in fin di vita in un ospedale che non esiste nemmeno; che il mio cuore ha cessato di battere ed è stato sostituito da una vecchia pompa di benzina presa da una stazione di servizio in disuso. Mi hanno spacciato per diretto a tutti i cimiteri da qui al Mississippi, tra i quali alcuni dove sono certo che accettino solo cani. Tutto ciò addolora i miei amici, per non parlare delle compagnie di assicurazione…
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Che cosa ci può dire oggi questo fantasma in bianco e nero, con il suo impermeabile, la sigaretta, il cappello, con il suo sguardo insieme addolorato e ironico? Secondo Jonathan Coe, la strategia di Bogart si riassume nell’espressione take it and like it, che in italiano si potrebbe rendere con “fare buon viso a cattivo gioco”, “sopportare il male e sorridere nelle avversità”.
Questo è Bogey. Così lo abbiamo rivisto in Casablanca, ancora una volta. Una vecchia erbaccia del 1942, certe volte, può aiutarci ad affrontare il peso del mondo più di tante analisi storico-politiche, più di tanti brillanti editoriali, più di tanti proclami intessuti di belle parole.
Take it and like it.
Cerchiamo di fare del nostro meglio.

PS: Il cineforum s’intitola Ippopotami in vacanza. Il titolo proviene da una bella poesia di Billy Collins, che riflette sulla capacità d’immedesimazione suscitata dai grandi film. Ecco qui la locandina (la prossima proiezione, Ombre rosse, sarà domenica 8 gennaio alle 17.30, in via Lucino 79 a Breganzona, vicino a Lugano). Ed ecco la poesia di Collins: Ippopotami in vacanza // non è proprio il titolo di un film / ma se lo fosse lo vedrei di sicuro. / Mi piacciono le loro gambe corte e le teste grosse, l’aspetto globale dell’ippopotamo. / Mentre in centinaia giocheranno divertiti / nel fango di un ampio, lento fiume, / io mangerò il popcorn / nel buio di un cinema di quartiere. / Quando apriranno le bocche enormi / solcate da grandi e tozzi denti / io berrò la mia enorme Coca. // Starò ad un tempo seduto al mio posto / e nell’acqua a giocare con loro, / proprio come succede / in ogni grande film. / Solo un recensore dall’animo meschino chiederebbe in vacanza da che cosa?

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PPS: Le parole di Dany Laferrière sono tratte da L’Art presque perdu de rien faire, pubblicato dalle Éditions Grasset & Fasquelle nel 2014; in italiano, con il titolo L’arte ormai perduta del dolce far niente, è uscito per 66thand2nd nel 2016 (tradotto dal francese da Federica Di Lella e Francesca Scala). Le parole di Coe e dello stesso Bogart provengono da Humphrey Bogart. Take it & like it: è una biografia scritta da Coe nel 1991 e pubblicata in italiano da Feltrinelli nel 2004, con la traduzione di Anna Mioni e il titolo Caro Bogart. Una biografia. Le due immagini iniziali sono una riproduzione di La guerra (Marc Chagall, 1966) e di Guernica (Pablo Picasso, 1937). I versi di Billy Collins sono presi dalla raccolta Questions About Angels (1991), poi confluita in Sailing Alone Around the Room e pubblicata in italiano da Fazi nel 2013 con il titolo A vela in solitaria intorno alla stanza (traduzione di Franco Nasi).

 

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