Notizie da Elia Contini

Con l’arrivo dell’estate mi ha scritto qualche lettore per chiedermi notizie di Elia Contini, l’individuo un po’ squinternato protagonista di alcuni miei romanzi. Contini è un uomo sulla quarantina, che prova a sbarcare il lunario facendo l’investigatore nella Svizzera italiana. Abita a Corvesco, un piccolo comune del Sopraceneri, e ha un ufficio a Paradiso, vicino a Lugano. Sebbene non lo voglia ammettere, in fondo Contini trova un non so che di romantico nell’idea di fare il detective. In realtà si occupa perlopiù di furtarelli, animali smarriti e litigi tra vicini di casa. Inoltre, quando decide di sparire, è molto bravo nel far perdere le sue tracce: se ne va a camminare in montagna o a fotografare le volpi che abitano nei boschi intorno a casa sua, oppure beve un bicchiere di rosso in compagnia di un vecchio ancora più pazzo di lui, che si è ritirato a vivere in una stamberga a duemila metri di quota.
Perciò, che volete che vi dica? Ogni tanto provo a inviargli una lettera o a telefonargli, ma Contini non sempre mi risponde. Quando ho bisogno di scrivere su di lui, in genere prima o poi si fa trovare. In questo periodo tuttavia sto lavorando ad altri progetti. Non voglio comunque perdere di vista Contini, quindi ho cercato di fare qualche indagine (vi farò sapere). Intanto, nell’attesa, ho scovato un raccontino ancora inedito che mi pare adatto alla stagione.

Mojito

Di recente, mi hanno dato una mano a stanare Contini due brave maestre di scuola elementare. Qualche mese fa Valeria Menghini e Tania Beretta, insieme ai loro allievi di quinta, mi invitarono a raccontare la mia esperienza di lettore e di scrittore. Per i bambini si trattava di una tappa all’interno di un percorso didattico molto affascinante e ben strutturato. Nei mesi successivi, in collaborazione con Barbara Bottazzi (la direttrice didattica della Scuola Yanez), gli alunni si sono impegnati a scrivere una serie di racconti, mettendo a frutto gli insegnamenti delle maestre e le scoperte fatte come lettori.
Nel mezzo dell’avventura i bambini si sono cimentati anche con la figura di Elia Contini. Ognuno di loro ha provato a immaginarlo, seguendo la propria fantasia. E io, che da parecchio non avevo sue notizie, ho ricevuto un bellissimo regalo (da me subito inviato a Corvesco): una serie di ritratti dell’investigatore, tutti diversi ma tutti a modo loro precisi nel delineare la sua personalità enigmatica.
Alla fine dell’anno le due maestre hanno fatto stampare un piccolo libro con le storie dei bambini, come ricordo di un’esperienza creativa non soltanto letteraria e linguistica. Mi ha colpito, oltre alla spontaneità e alla fantasia, l’attenzione nel miscelare la propria quotidianità con i fatti sorprendenti necessari all’intrigo poliziesco. Dietro, s’intuisce un lavoro sulla precisione e sulla cura per i dettagli. Tania e Valeria lo hanno detto bene nell’offrire il libro ai loro allievi: Non avete solo imparato a scrivere, ma anche a pensare e questo è l’apprendimento più prezioso, perché vi consentirà di conoscere meglio voi stessi e il mondo che vi circonda.

PS: Mi è capitato spesso d’incontrare bambini o ragazzi nelle scuole, nella Svizzera italiana, in Italia, nella Svizzera francese o tedesca e anche in paesi più lontani (la Germania, la Russia, la Cina, la Tunisia, la Turchia…). La curiosità e l’entusiasmo degli studenti (e degli insegnanti) sono sempre un’occasione preziosa per riflettere sul mio lavoro. Insieme ai ragazzi di Breganzona e alle loro maestre (compresa Cristiana Spinedi, i cui allievi erano presenti all’incontro), ringrazio i docenti e gli allievi di tutte le scuole (elementari, medie, liceo, università) che negli anni mi hanno invitato e accolto.

PPS: Questa settimana, nella Svizzera italiana, è finito l’anno scolastico: a tutti, un augurio di buone vacanze!  L’anno scorso, avevo ricordato qui i miei esami di maturità. In settembre, invece, avevo scritto qui una divagazione sul primo giorno di scuola. Presto o tardi dovrei decidermi a parlare anche delle vacanze…

PPPS: Sul sito andreafazioli.ch trovate informazioni a proposito dei sei romanzi con Elia Contini e delle loro traduzioni. L’opera più recente, pubblicata dall’editore Guanda nel 2016, s’intitola L’arte del fallimento (qui sotto potete vedere il “booktrailer”). Sempre del 2016 è il racconto breve Lezioni private, offerto da Guanda gratuitamente in formato digitale (lo trovate qui). Qualche settimana fa, Guanda ha ristampato L’uomo senza casa, edito per la prima volta nel 2008.

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Il senso del pompelmo

Oggi è il mio compleanno. Per festeggiare, ho preso la macchina e sono andato a comprarmi un pompelmo. Guidavo lungo via Vergiò, a Breganzona, e pensavo a ciò che uno pensa quando si accorge che è il suo compleanno. 1) Ehi, vecchia carcassa! 2) Dove se ne sono andati questi dodici mesi? 3) A proposito, quanti quindici maggio ti resteranno? 4) Mmm… meglio non saperlo. 5) E comunque, sei sicuro di aver presente il senso di tutto questo?
Ho le mie risposte, come tutti. Ma un conto è riflettere sul senso della vita, un altro conto è possederlo con limpida certezza in un mattino di primavera, davanti a questi colori così sontuosamente lavati dalla pioggia: prati, asfalto, case, cielo. Via Vergiò scende con dolcezza, fra orti rigogliosi e parcheggi custoditi da parole austere: per decisione giudiziaria è fatto divieto ai non aventi diritto di posteggiare veicoli su questo fondo; ai contravventori è comminata una multa da fr. 20 a fr. 500. La brutalità del messaggio mi pare in qualche modo stemperata da quel punto e virgola e dalla fantastica ampiezza della multa: da venti a cinquecento… ma perché?
Da queste parti abbondano le proibizioni. Un altro cartello specifica come sia vietato attraversare i prati verdi, calpestare le aiuole e danneggiare le piantagioni; e ricordate: gli spazi e le attrezzature per i giochi dei bambini sono riservati esclusivamente agli inquilini del nostro complesso immobiliare “Vergiò”. Passando in automobile, mi sembra di leggere pure qualcosa sulle biciclette che devono essere condotte a mano, per evitare forse che aggrediscano i passanti. In ogni caso, resisto alla tentazione di dondolarmi sull’altalena e vado a comprare il pompelmo. Sulla via del ritorno, mi siedo su una panchina e penso a ciò che ho fatto in questi mesi, a ciò che non ho fatto, a ciò che avrei potuto fare, a ciò che ho la sensazione di avere fatto ma forse me lo sono immaginato.
Ho pubblicato due romanzi: L’arte del fallimento e La beata analfabeta. Ho lavorato a una storia che mi sta molto a cuore, e che sto cercando di concludere. Ho mantenuto l’appuntamento con questo blog, fra alti e bassi. Ho scritto racconti, articoli. Ho tenuto conferenze, lezioni, laboratori. Ho lavorato alla radio e ho suonato il sax. Ho fumato la pipa. Me ne sono rimasto in silenzio. Ho camminato, ho fatto le mie salite in bicicletta. Ho incontrato lettori, ho conosciuto persone che mi hanno cambiato. Ho messo alla prova la pazienza dei miei amici. Ho perso tempo a inseguire i miei crucci, le mie malinconie. E ora eccomi, seduto accanto a un pompelmo su una panchina all’angolo di via Vergiò, vicino a via Federica Spitzer (testimone dell’Olocausto, 1911-2002).
Mi accorgo di non avere ancora usato il passato remoto. Rimedio subito: nacqui un lunedì mattina di pioggia, all’alba. Immagino che fin dai primi giorni, in qualche maniera oscura, mi chiedessi: perché diamine sono finito qui? Oggi è una domanda che mi pongo spesso. Non si tratta di un rovello intellettuale, quanto di un modo per celebrare il mistero dell’essere e per destare dentro di me un sentimento di gratitudine.
Ma non la faccio lunga: proprio in segno di gratitudine verso tutti i miei lettori, voglio festeggiare anche quest’anno condividendo un brevissimo racconto inedito.

Il signor Adamo

Mi pare che la prima idea per questa storia mi sia venuta qualche anno fa, in un giorno di primavera, incrociando lungo la strada due ragazzine che ridevano e giocavano a rubarsi un telefonino.
Chissà, forse un giorno riuscirò a raccontare anche di via Vergiò e di quel rudere che sorge spettrale dietro gli orti e i caseggiati. È un edificio incompiuto, di cui resta soltanto lo scheletro. Ignoro che cosa sia e perché la costruzione sia stata abbandonata. Immagino che dia sui nervi agli abitanti del quartiere, però a me piace. Oggi mi sono fermato a guardarlo: attraverso il vuoto di una finestra appariva un riquadro di cielo perfettamente azzurro. È tutta la mattina, a pensarci, che l’azzurro accompagna ogni mio gesto: guidare l’automobile, lavorare, mangiare infine il pompelmo. Ma questo cielo l’ho visto davvero, e ne ho intuito la bellezza, solo quando mi ha colto di sorpresa in un varco del rudere, come un volto amico nella folla o come una voce che chiami me, proprio me, lungo una strada deserta.

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La parola “cielo”

IMG_9950Nessuno che conosca il cuore segreto dell’orologio, scrive Elias Canetti. E nessuno conosce la data in cui finalmente l’acqua sgorgherà dalla fontana nell’anonima piazzetta circolare tra via Raggi e via Borromini a Bellinzona (dietro la fermata del bus Semine). È un luogo non distante da casa mia; quest’anno ho deciso di fermarmi una volta al mese per almeno mezz’ora su una delle panchine ai bordi della piazza (trovate qui e qui le prime puntate della serie). Mi siedo con un libro e con un taccuino, guardo, ascolto, cerco di captare il passaggio del tempo. È una zona di transito, un frammento di umanità alla periferia di un piccolo borgo; ma potrebbe diventare come un mandala, uno specchio che rifletta una realtà più grande. Certo, non è facile osservare con attenzione. Oggi mi ha dato una mano Elias Canetti, con gli appunti annotati fra il 1972 e il 1985 e raccolti nel volume Das Geheimherz der Uhr (Il cuore segreto dell’orologio, Adelphi 1987).
IMG_9949Ciò che si è visto una sola volta non esiste ancora. Ciò che si è sempre visto non esiste più. Forse il metodo, interpretando questa frase di Canetti, è vedere come se fosse la prima volta e poi tornare a rivedere, a misurare il cambiamento. In gennaio nessuno ne parlava ancora, e nemmeno in febbraio; ma stavolta i pensionati in fila sulla panchina mettono a tema l’argomento: quando si deciderà il Comune ad avviare la fontana? (Uno di loro, comunque, ci tiene a precisare che lui preferisce la birra). Alcuni ragazzi aspettano l’autobus, la strada vicina è percorsa dalle automobili. Da un finestrino aperto esce una canzone ad alto volume: Un sacco di gente là fuori sogna cose che non esistono, e ha aspettative altissime da cui… e la voce del rapper sfuma tra i motori. Sulla panchina di fianco a me si siede una signora di mezza età con un cagnolino al guinzaglio. Ci salutiamo. Lei mi domanda se mi piacciano i cani. Devi prenderne uno, mi dice, tengono compagnia. Mi spiega che la sua cagnolina ha già diciassette anni, ma è ancora in forma. Come si chiama? le domando. Maddalena, mi risponde, ma per fare prima la chiamo Aisha.
IMG_9960Mentre medito su queste parole, noto che c’è fermento tra i signori della panchina alla mia destra: uno di loro sta mostrando un video sul cellulare. Vorrei chiedergli di che si tratta, ma non oso, anche perché nel frattempo, a sinistra, altri due signori stanno discutendo di una faccenda spinosa. Lui me lo disse a me che non era cosa da fare!, esclama il più vecchio, con accento siciliano. L’altro bofonchia parole che non capisco, mentre il vento scuote le bandiere, i cespugli, i capelli dei pensionati, le pagine del taccuino.
IMG_9952Arriva un tizio massiccio, in bicicletta. Assicura il veicolo con un lucchetto gigantesco, che potrebbe incatenare un’automobile, precisando che in città c’è una banda di ladri, ma che lui certo non si fa fregare. In mano ha una lattina di birra, e sembra avere idee limpide su molte cose; per esempio, il numero di amici che un uomo deve avere nella vita. Al massimo tre, confida alla mia vicina. Tre amici è già tanto. Gli altri sembrano amici, ma sono sconosciuti. Un uomo magro si aggiunge al nostro gruppo, lamentandosi dei giovani manovali che lavorano con lui sui cantieri. Qui in Svizzera se un uomo ha trent’anni è ancora un bambino, borbotta con un lieve accento straniero. Al mio paese, avevo venti anni ed ero un uomo. Salta poi fuori che, fra le varie professioni, è anche meccanico di biciclette. La signora con la cagnolina gli chiede se può gonfiarle le gomme della bici. Lui promette che lo farà e spiega di avere studiato un po’ di tutto: Sono medico, giardiniere, muratore, ginecologo, so fare molte cose, questo è il mio lavoro. Poi si lamenta che in Svizzera ci sono troppe tasse: Qua devi pagare anche quello che camminiamo! L’uomo con la lattina di birra annuisce e sorride, come se si fosse appena ricordato di una cosa divertente.
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I vecchietti nel frattempo tengono d’occhio i passanti. Di ognuno conoscono il lavoro, la situazione famigliare, perfino gli orari di arrivo nella piazzetta (Ah, guarda chi c’è! Sì, ma oggi è in ritardo…). Il sole va e viene dietro le nuvole, mentre un ragazzo racconta a un amico che la sera prima hanno fatto una cena tra amici, divorando trenta chili di costine. Passa una famiglia con il passeggino, una coppia molto anziana con le scarpe da ginnastica nuove, una bambina su una bicicletta rosa. La bambina, con le sue evoluzioni intorno alla fontana, suscita l’approvazione dei pensionati. Ma guarda come pedali bene! E che bella bicicletta che ci hai! Il sole si fa più basso e tagliente, quanto basta perché la mia vicina indossi un paio di occhiali scuri, prima di versare un po’ d’acqua in una ciotola per il cane.
IMG_9953Leggo un fulmineo racconto di Elias Canetti: Egli parla rivolgendosi al sole, e la bambina ascolta. Adesso parla la bambina, e lui ode il sole. Mi sembra una bella storia, anche se non l’ho capita (ma ci sono storie che è bello non capire). Muovo lo sguardo dalla bimba in bicicletta verso il sole, mentre la mia vicina spiega all’uomo con la birra che per lei tre amici sono anche troppi. Io sto con Aisha, dice. Accarezza la bestiola. È lei la mia amica. Uno dei vecchietti tossisce, un altro dice che quest’anno la primavera arriva presto, un terzo domanda quando apriranno la fontana. Ho la sensazione che il tempo proceda per strappi minuscoli, per impercettibili scosse di assestamento. Uno potrebbe passare qui il pomeriggio e alla fine avrebbe l’impressione di non aver visto niente, di aver sentito sempre le stesse parole. Invece il paesaggio è più meraviglioso e terrificante del Grand Canyon o delle nevi dell’Himalaya: intorno a questa fontana spenta si sta mostrando semplicemente la vita nella sua profonda quotidianità, la vita fedele e implacabile, nella sua straziante normalità.
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Girano le nuvole sopra i palazzi, si allungano le ombre, il traffico scorre incessante sulla strada, dove ogni tanto si ferma un autobus. Un signore in giacca e cravatta si sposta e cambia panchina, per mettersi al sole. La bambina con la bicicletta rosa fa un ultimo giro e se ne va. Guarda che cielo, dice l’uomo con la lattina di birra. È sicuro, domani piove! Ma no che devo lavorare, gli risponde il meccanico-medico-muratore-giardiniere. Maddalena, detta Aisha, agita la coda implorando un biscotto. Il signore al sole distende le gambe e allenta il nodo della cravatta. Io leggo il mio libro. Anche dopo tutto quello che è già piovuto di lassù, egli non rinuncia alla parola “cielo”. Arriva una ragazza vestita di nero e saluta il giovane mangiatore di costine. Ma quando l’apriranno questa fontana? gli domanda. Chi lo sa, interviene l’uomo con la birra, chi lo sa.

PS: Abbiamo bisogno di luoghi che siano uno specchio per le nostre riflessioni. Luoghi che ci allontanino dalla vita che stiamo facendo, luoghi per fermare la nostra fretta e aspettare l’anima (Tonino Guerra). Questa bella osservazione si trova in epigrafe a un racconto dello scrittore Silvano Calzini: è una storia delicata e profonda, che parla di un uomo innamorato delle panchine. Ecco qui il racconto, messo gentilmente a disposizione dall’autore. Di Calzini segnalo anche il recente Figurine e le raccolte di fulminei racconti brevi intitolate graziosamente Nani da leggere.

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Buon Natale!

La mattina di Natale, il commissario Maigret si alza e guarda dalla finestra.

Non nevicava. Era ridicolo restarci male, a cinquant’anni sonati, se mancava la neve una mattina di Natale: ma le persone d’una certa età non sono mai proprio così serie come si figurano i giovani.

Con la sua lenta placidità, con la sua gravità e la sua dolente umanità di uomo che ha visto tanto male, Maigret è ancora capace di sentimenti lievi, da ragazzino. Ma davvero il commissario e il fanciullo sono due entità distinte? Forse dietro la massiccia ragionevolezza del poliziotto cova un granello d’imprevedibilità, di apparente follia, ed è proprio questo ad acuire lo sguardo di Maigret.

Il cielo basso, di un color bianco sporco, sembrava gravare sui tetti. Boulevard Richard-Lenoir era completamente deserto, e la scritta «Magazzini Legal, Figli & C.», sopra la porta carraia dell’edificio di fronte, era di un nero come di lucido da scarpe. La M, Dio sa perché, aveva un’aria triste.

img_8748Maigret coglie la tristezza della lettera M: una tristezza senza ragioni apparenti, che non si può spiegare; ma ci sono percezioni che si conficcano nell’anima. Secondo me, è proprio questa apertura nei confronti del mondo a rendere memorabile il personaggio creato da Georges Simenon. Come scrive Gesualdo Bufalino, Maigret non abbocca alle esche inique dell’immaginazione, e nemmeno alle lusinghe a volte fallibili della ragione; ma si lascia impregnare naso e cappotto dagli odori decisivi del delitto. Del delitto, ma non solo; Maigret cammina lento e non trascura nessun dettaglio, con la sua pipa, i grandi fazzoletti, le scarpe campagnuole, da veterinario o curato, con cui batte il pavé color ferro di una Parigi di piogge e soli, da un bistrot a una portineria, per scale che stillano confessioni da tribunale, fra mura che nascondono grida e grovigli di vipere quiete.
Un uomo prevedibile, in fin dei conti: un bravo poliziotto che colpisce il delitto con tristezza, con dura pietà. Però la mattina di Natale Maigret non sa frenare un moto di delusione. Sembra una frase messa lì per delineare l’atmosfera del racconto; invece definisce soprattutto il personaggio: Maigret è un uomo capace di meraviglia. Nonostante l’età, nonostante le ferite e la stanchezza, ha ancora il coraggio di tenersi stretti i suoi desideri, anche quelli assurdi o puerili.

Mi pare un buon augurio per Natale: avere il coraggio di desiderare. Spesso la realtà ci viene raccontata come inesorabile, e tutto sembra tendere in una direzione ovvia, già prevedibile. Possiamo fare qualcosa? Certo, ma si tratta di limitare i danni. Invece no, anche in mezzo ai drammi (personali e collettivi), il desiderio ci mantiene vivi. Sarebbe bello non smarrire quella scintilla d’infanzia, quella capacità irrazionale di continuare ad aspettarsi la neve la mattina di Natale. Se saremo fortunati, arriverà almeno un po’ di nevischio. Magari non sempre, ma una volta o l’altra arriverà. Dal cielo cadeva come un pulviscolo bianco, e questo gli ricordò che da bambino cacciava fuori la lingua per acchiapparne qualche granello.
Maigret tiene aperti gli occhi dell’anima, oltre a quelli del corpo. È lo stesso invito che ci rivolge il sax di John Coltrane, nell’interpretazione di Soul Eyes, una canzone composta nel 1957 dal pianista Mal Waldron. La voce di Coltrane è precisa e insieme dolente, tenera senza essere sentimentale. Insieme a lui, Elvin Jones alla batteria, Jimmy Garrison al basso e McCoy Tyner al piano. Quest’ultimo, giocando con ritmi diversi, instilla una sottile inquietudine nella melodia.

PS: Visto che siamo in argomento: qualche giorno fa è uscito un mio racconto di Natale per il settimanale “Azione”. Ecco qui il link (e qui la versione in pdf).

PPS: Simenon scrisse Un Noël de Maigret fra il 17 e il 20 maggio 1950; poi lo inserì nell’omonima raccolta di racconti pubblicata nel 1951 dalle edizioni Presses de la Cité. In italiano, è stato tradotto da Marina Di Leo per Adelphi nel 2015. Le parole di Gesualdo Bufalino sono tratte dal suo Dizionario dei personaggi di romanzo (edizioni il Saggiatore 1982). La registrazione di Soul Eyes avvenne a Eglewood Cliffs, nel New Jersey, il 19 giugno 1962. Si trova nel disco Coltrane (Impulse 2008).

PPPS: Le due foto di Simenon sono tratte da Georges Simenon. Le patron, una pubblicazione a cura di Pierre Assouline uscita in allegato a “Le Monde” nell’ottobre 2014.

PPPPS: Questo articolo natalizio raddoppia il consueto appuntamento settimanale del blog. Mi perdonino gli iscritti alla newsletter: questa intrusione nella loro casella postale non diventerà un’abitudine…

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Esami di maturità

Era un giorno di giugno, verso la fine degli anni Novanta. Me ne stavo seduto in uno stanzone, insieme a decine di altri studenti, e stavo affrontando l’Esame di Maturità di Arti Visive. Uso le maiuscole per dare solennità a un’operazione che, in fondo, consisteva nello spremere colori a tempera fuori dai tubetti per riempire una griglia di cento piccoli quadrati. Per uno come me, che ha raggiunto il massimo valore artistico all’età di nove anni, era un’impresa irta di ostacoli. Infatti, presto la situazione degenerò. Dopo un quarto d’ora il tavolo e le mani erano cosparsi di colore. Dopo trenta minuti le macchie variopinte si estendevano alle braccia, alla camicia, ai pantaloni. Alla fine della prima ora, anche sui capelli cominciavano ad apparire tracce di blu magenta.
image2Ricordo che ogni tanto sbirciavo fuori dalla finestra, in cerca di sollievo. (È un gesto che gli studenti fanno da sempre: gettare lo sguardo al di là dei vetri, nel mezzo di un esame, con una struggente nostalgia di libertà). Mi colpiva l’azzurro del cielo, il verde degli alberi intorno al cortile. C’erano tre ragazzi che giocavano a lanciarsi delle biglie, in un angolo, e un corvo che becchettava accanto al davanzale. Mi pareva che la vita e i colori autentici mi aspettassero là fuori, e che io stessi mettendo in scena una pallida contraffazione. Ripresi pazientemente a miscelare il rosso e il giallo, con una punta di nero, per vedere che cosa avrei potuto ricavarne. Nello stesso tempo, mi venivano in mente parole, invece di colori. Ricordo che scrissi qualche appunto pseudo-poetico in un foglietto che, dopo tanti anni, ho ritrovato in uno scatolone. Ecco il testo di allora:
Sfugge il colore si arrampica
sui polsi. Sobbalza il pennello:
non sa resistere non può
alla macchia improvvisa al movimento…
Fuori, sotto gli alberi
l’agguato dei colori. Tre ragazzi
giocano a biglie. Discutono
di strane regole che sanno loro…
E quel corvo
che si aggira vicino, nero,
lisciandosi le penne, carico
di dignità. Mistero.

Ora non so più se la discussione dei ragazzi me la fossi inventata per ragioni poetico-tortuose o se fosse vera. Dovete considerare che avevo diciotto anni e che stavo cercando di salvare un esame che tendeva alla catastrofe.
Alla fine, come sempre, in qualche modo l’esame passò. È questo il bello degli esami: passano. Bene o male, ma passano. Tranne gli esami di maturità che, per qualche ragione misteriosa, continuano a starci addosso per tutta la vita. Quante persone li sognano ancora, magari decenni dopo? Qualche volta è capitato anche a me: eccomi trafelato, immerso in affannose ricerche per ritrovare gli appunti di matematica, di fisica o di greco. Curiosamente, nel sogno mi ritrovo a dover rifare gli esami oggi, alla mia età, a causa di un indefinito inghippo burocratico. Sogno? Sarebbe meglio chiamarlo incubo…
image1-2 copia 2Di recente mi è capitato di passare da un liceo durante gli esami. La scena ha una sua forza primordiale: la porta chiusa, la stanza dove si consuma il destino di anni e anni di studio. Gli ultimi, terribili istanti di attesa. Il dubbio feroce che insorge due minuti prima dell’ora x. Il ripasso furibondo, sessanta secondi prima. L’ultimo appunto, trenta secondi prima. Una formula scarabocchiata su un foglio, per terra o contro una parete. Le raccomandazioni. Le palpitazioni. La ragazza che evita di stringere la mano all’esaminatore perché, mi scusi, sono troppo sudata. E poi, quando lo studente esce, una raffica di domande. Che cosa ti hanno chiesto? È cattivo? Ma voleva sapere anche le date? E tu gli hai detto che era Celestino V o Ponzio Pilato? Scene di lacrime, fou rire, virtuosismi critici (l’Orlando Furioso spiegato in trenta secondi), stupori, terrori, consigli volanti (ricorda d’invertire la funzione!) grandi domande (qual è l’unico segno d’interpunzione che usa Ungaretti nell’Allegria?) e profondi dubbi esistenziali (ma se mi chiede la dimostrazione, che cosa faccio?). Il trambusto cresce, raggiunge il parossismo e poi passa. Perché gli esami, appunto, passano.
image4Un paio di anni fa scrissi un racconto sulla frontiera tra studio e vacanza. In un certo senso, durante gli esami la vita è ferma in un parcheggio: tutto è rimandato, si vive in una bolla. Poi, quando la frenesia finisce, le vacanze ci riportano anche i problemi che avevamo sospeso, insieme a quella che ci illudiamo sia la “vera vita” dopo lo stress dello studio. E non sappiamo, nella nostra ingenuità, che anni dopo non ricorderemo le settimane di vacanze, scivolate via insieme a tante altre, ma solo i momenti di tensione, che si sono incisi nella mente e nel cuore e che, in maniera insondabile, ci hanno insegnato a essere noi stessi.

Leggi il racconto “Il primo giorno di vacanza”

Per l’ultima volta nella nostra vita abbiamo studiato tutto, ad ampio raggio: matematica e poesia, rocce calcaree e solipsismo, integrali e Giulio Cesare. Al momento degli esami di maturità, siamo ancora come gli uomini del medioevo e del rinascimento: affrontiamo ogni disciplina, indaghiamo ogni segreto. Ma poi gli esami passano. Passano? È finita, ci hanno detto. Ormai sei in vacanza, ci sorridevano, l’anno prossimo che cosa farai? Invece, all’insaputa di tutti, gli esami di maturità stavano continuando, e continuano ogni giorno, e non cessano di metterci alla prova, di chiederci collegamenti tra i colori e i corvi, tra i fiori e l’aritmetica, tra l’amore e l’economia, tra la letteratura e la vita.

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PS: L’unico segno d’interpunzione che usa Ungaretti nell’Allegria, a quanto pare, è il punto di domanda (lo scrivo a uso e consumo degli studenti che eventualmente mi leggessero).

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