L’attualità delle rose

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Un pomeriggio d’estate, tornando da una gita in montagna con mio nonno e mio fratello, trovammo un pezzo di falce abbandonato. Aveva la forma di una T allungata, con la stanga superiore corta: sembrava il bastone da passeggio di un uomo di piccola statura. Mio nonno infatti lo impiegò come supporto, poi lo regalò a me e a mio fratello. Noi prendemmo a chiamarlo la ranza (dal nome dialettale della falce) e lo usammo nei nostri giochi di volta in volta come spada, cavallo, scettro, fucile, chitarra, timone di nave o barra di aeroplano. Il bastone si trova oggi nella mia casa di montagna, accanto all’ingresso. Ogni tanto lo guardo e mi chiedo se, un giorno, lo userò per aiutarmi a camminare.
Ho ritrovato questa vicenda in un tempo e in un paese lontano, come talvolta accade seguendo i percorsi accidentati della letteratura. È una poesia di Saigyō, un monaco buddista vissuto fra il 1118 e il 1190.

takeuma wo
tsue ni mo kyō wa
tanomu kana
warabe asobi wo
omohide tsutsu

Oggi cerco
un bambù come bastone
da passeggio
mentre ricordo che da bambino
ci giocavo a cavalcioni

Oggi è il mio compleanno. Mi trovo quindi a riflettere sul tempo. In maniera confusa, penso che mi piacerebbe unire le due attitudini: usare il bastone per camminare, quando ne avessi bisogno, senza smettere di trasformarlo con la fantasia in una spada o in un cavallo. In effetti, è una cosa che faccio tuttora ogni volta che lo afferro, anche per pochi secondi.

La dimensione del gioco, come quella dell’arte, ci insegna l’importanza dell’inutile. Soprattutto, ci insegna come diceva Montaigne che «non c’è niente di inutile in natura», a ben vedere, «neppure la stessa inutilità». Perciò mi pare che sia opportuno passare qualche minuto in giardino, fra un rovescio di pioggia e l’altro, per controllare lo stato delle rose.

In realtà le rose non hanno certo bisogno di me. Come scrisse Vita Sackville-West (1892-1962), è un errore accanirsi nel volerle educare. Quando l’autrice inglese, durante la guerra, ebbe l’occasione di visitare alcuni giardini abbandonati per forza di cose dai loro proprietari, notò la resistenza di questo fiore: «quei giardini erano un triste ammasso di erbacce, ma le rose si ergevano alte, superbe e orgogliose, solo perché non erano state importunate per due, tre, cinque anni». Certo, in realtà bisogna tenerle d’occhio. Come diceva Ippolito Pizzetti, «se squallidissimi sono quei giardini pettinati e geometrici in cui tutto è ordinato come in un’aiuola di una stazione ferroviaria, folle d’altra parte è pensare che non vi sia nulla di meglio che lasciar fare alla natura». Il giardino, in effetti, è un punto d’incontro fra il libero flusso della vegetazione e il pensiero umano. Forse questo accade in ogni ambito: quando scrivo, per esempio, ripeto le stesse narrazioni che l’umanità racconta da sempre – l’eroe, l’ostacolo, il tradimento, la redenzione – ma nello stesso tempo le incarno in un qui e ora che mi appartiene, con i suoi difetti, le sue acciaccature. Con la sua irripetibilità.

Ma sto divagando. Torno al giardino, dove la pioggia ha disfatto alcune rose che trionfavano pochi giorni fa. In compenso ne ha fatte crescere altre: alcune sono sul punto di schiudersi. In questo caso, sembrano dare ragione a Sackville-West: hanno ricevuto una potatura sommaria, un po’ di concime ma niente di che, eppure mi sembra che stiano bene. Il grande giardiniere William Robinson (1838-1935) cita la lettera ricevuta da un suo corrispondente, un tale Greenwood Pim, il quale asseriva che le rose rampicanti «lasciate a sé stesse offriranno il miglior spettacolo possibile, e per ottenerlo è sufficiente fornire loro un terreno profondo e compatto e assicurarsi che abbiano una discreta quantità di luce da ogni lato».
Ecco, mi sembra che questo possa essere un auspicio per il mio lavoro. Non so che cosa vorrò e riuscirò a scrivere ancora. Non so nemmeno quanto chi legge possa apprezzare le mie storie, come quella che racconterò nel nuovo romanzo in uscita fra pochi mesi. Per conto mio, posso solo tentare di vivere meglio che posso, badando ad ascoltare le persone, a leggere, a osservare il mondo. In questo modo fornirò alle storie un «terreno profondo e compatto», assicurandomi che «abbiano una discreta quantità di luce da ogni lato».

Certo, l’insicurezza nel mio caso è sempre in agguato. Mi chiedo: sarò all’altezza? Riusciranno i miei romanzi a cogliere lo spirito della nostra epoca? O potranno almeno aiutare qualcuno a passare qualche ora in maniera piacevole? Mi chiedo però se sia davvero necessario. Quando si cerca d’intercettare il presente, si sprofonda nel passato. Basta guardare il flusso di post di qualunque rete sociale e paragonarli invece a queste rose bagnate, che sono sempre d’attualità. Per giunta le rose – nella loro gloriosa inutilità – sono sempre una buona notizia. Lo scriveva già Dante:

ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce
poscia portar la rosa in su la cima.

Dall’altra parte del mondo, poco più di un secolo prima di Dante, rifletteva sui fiori e sui pruni anche lo stesso Saigyō, con il suo bastone di bambù.

kono haru wa
shizu ga kakiho ni
furewabite
ume ga kaori tomemu
hito shitashimamu

Per questa primavera
voglio fare amicizia
con chi si accosta
alla mia siepe dimessa
cercando il profumo di pruno

Ecco, in fondo si tratta di «fare amicizia». Benché la siepe sia «dimessa», il profumo è sempre unico, è sempre dotato di personalità: nessuna intelligenza artificiale riuscirà mai a sprigionarlo. L’odore di una rosa o di una storia serve se crea un legame, anche minimo, anche provvisorio, se getta un ponte ideale fra me e gli altri, fra me e il mondo. Ho cominciato a raccontare quando fingevo che la ranza trovata con mio nonno fosse un cavallo o una spada, continuo adesso che sono più vecchio e medito nel giardino intriso di pioggia. In fondo non c’è altro da dire.

Di solito per il mio compleanno pubblico un racconto inedito. Quest’anno però faccio un’eccezione. Visto che come dicevo sta per uscire il prossimo romanzo, di cui sto correggendo l’ultima stesura, mi permetto invece di mettere il link a una lunga intervista con Michela Daghini, andata in onda di recente alla radio svizzera. Se qualcuno non ne avesse abbastanza di queste divagazioni sulle rose e le favole, qui troverà altri cinquantotto minuti di parole.

Ascolta l’intervista

Dopo le parole, viene il tempo del silenzio.
Ricomincia a piovere.
Lascio il giardino, torno in casa. La mia figlia più piccola, che ha poco più di tre anni, ha detto di avere cucinato con sua madre «una torta a forma di volpe» per il mio compleanno. «Devi assaggiarla!» mi ordina. «Senti come profuma!»
Prima di chiudere – e prima di mangiare – ecco il sottofondo. Può accompagnare sia la lettura, sia la contemplazione delle rose. È il brano To a wild rose, composto da Edward Mac Dowell nel 1896 e interpretato con il sax tenore da Sonny Rollins a Montreux nel 1974. Buon ascolto, a presto!

PS: Ecco infine le indicazioni dei libri che ho citato. Saigyō, Poesie dal mio rifugio, a cura di Peter Otiv Norton, traduzione di Matteo Contrini, La Vita Felice, 2020. Vita Sackville-West, Un giardino per tutte le stagioni, traduzione di Marta Suatoni, Franco Muzzio, 1991 (2002); il libro contiene una raccolta degli articoli che Sackville-West pubblicò nella sua rubrica di giardinaggio sull’Observer fra il 1946 e il 1961. Ippolito Pizzetti, Rosa, in Fiori e giardino, Garzanti, 1998. William Robinson, Il giardino naturale, traduzione di Melani Traini, Franco Muzzio, 2014; il testo originale è un grande classico della letteratura sul giardinaggio: risale al 1881 ed è tuttora valido. Le parole di Montaigne provengono dal primo capitolo del terzo libro dei Saggi, i versi di Dante dal canto XIII del Paradiso (vv. 133-35).

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Ciò che dicono i fiori

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Da piccole cose a volte nascono grandi domande.
Cerco di andare piano, fra le case vuote e le chiazze di neve. Ascolto le domande della strada e quelle – impercettibili – dei fiori. Spingo la bici lungo vie che s’inerpicano per il bosco, finché arrivo a una svolta. Mi fermo. Mi pare di essere lontano dal mondo, qui fra le montagne. Le incombenze e le notizie sono laggiù, dietro la caligine. In questo momento milioni di polpastrelli scivolano su milioni di schermi, dove appena finisce un video ne parte un altro. E succedono cose: amori, guerre, baratti, come sempre dall’inizio dei tempi. Ma io sono qui, dentro e fuori la vicenda umana. Se fossi un cavaliere solitario in un western starei parlando con il mio cavallo. In mancanza di quadrupedi, parlo con la bicicletta.

Che cosa ci faccio qui?
A che serve ammirare la lontananza del lago?
Cerco di misurare i gesti, per risparmiare le forze: mi siedo, bevo un sorso d’acqua e mangio un po’ di frutta secca. Non penso in maniera diretta al romanzo che sto ultimando (mancano pochi capitoli). Ma in questi momenti silenziosi il romanzo si scrive da sé, all’insaputa dell’autore. Poi, certo, quando tornerò a casa mi toccherà capire che cos’è successo.

Il mio girovagare non serve a niente, direi. O forse solo ai fiori. Ci sono primule, bergenie, narcisi e calicanti che, con la loro antica testardaggine, non aspettano nessuno. Spuntano fra le foglie secche, germogliano, sbocciano senza nessuno che li guardi; sono capaci anche di sfiorire, sempre da soli. Così m’invento un mestiere necessario: il guardatore di fiori. Non il giardiniere (che presuppone la volontà d’interferire) e nemmeno l’osservatore (che mi sembra già dotato di un piglio scientifico). Mi basta guardarli, fare loro un cenno con il capo e mormorare: ti ho visto.
Qualcuno i fiori li deve pur guardare.
Mi viene il sospetto che, per il fatto stesso che esistano, i fiori vogliano dirmi qualcosa. Non si tratta di sentenze roboanti. (Dei fiori opinionisti? Direi di no: lasciamo certe cose agli esseri digitali.) Al massimo, più che affermazioni, i fiori possono fare domande. Questo sì. Piccole scie di pensiero, punti interrogativi che si perdono nell’aria.

«Il segreto di questi fiori chiusi – scrive l’autrice brasiliana Clarice Lispector – è che proprio il primo giorno di primavera si aprono e si danno al mondo. Come? Ma come fa a sapere questa modesta pianta che la primavera è appena iniziata? E i fiori si aprono senza nessun preavviso. Noi siamo seduti vicini a loro, guardando distratti, ed ecco che lentamente si aprono affidandosi alla nuova stagione, sotto i nostri occhi meravigliati.»
Queste parole potrebbero essere il manifesto dei guardatori di fiori. Ma senza esagerare: noi g.d.f. non vogliamo essere depositari di nessun sapere arcano e nemmeno di una competenza tecnica. Non siamo né botanici specializzati né poeti laureati, bensì guardatori più o meno distratti; e tanto basta. Se i fiori ci sussurrano un discorso, noi lo ascoltiamo. Anche se il discorso è sempre lo stesso: è primavera, dicono, stateci attenti. (Sarà sempre quello, ma se i fiori non me lo ripetessero, di sicuro potrei dimenticarlo. Non è sempre facile credere alla primavera, prima che sia primavera.)
La mia bicicletta, paziente, ascolta tutto questo.
«Hai sete anche tu?» le domando alla fine.
Lei non dice niente. Non dicono mai niente, le biciclette, ma di sicuro pensano molto.
«Andiamo, che è tardi.»
Indosso il giubbotto, i guanti. Chiudo la cerniera. Mi butto in discesa, con l’ultimo sole che filtra in mezzo ai castagni. Non c’è più niente da pensare e nemmeno da dire, è questo il bello. Tornerà il tempo delle storie e delle parole ma intanto c’è solo il fruscio delle ruote, come una canzone, con i tocchi dei freni a dare il ritmo.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Le parole di Clarice Lispector provengono da La scoperta del mondo (1967-1973), una raccolta di articoli pubblicata in italiano da La Tartaruga nel 2001. 

PPS: Eccomi, sono qui. Anche i miei polpastrelli sono tornati a sfiorare schermi. Cerco di spenderci il minor tempo possibile, ma un po’ devo farlo. È inevitabile se voglio condividere queste parole. Qualcuno si potrebbe chiedere perché le voglia condividere, tanto più che non hanno molto a che vedere con i miei romanzi o i miei racconti. Ma penso che forse a qualcuno interessi anche il dietro le quinte della scrittura. È la trafila della quotidianità.

PPPS: Inoltre, chissà, può darsi che presto o tardi venga ufficialmente riconosciuto il ruolo di pubblica (in)utilità delle guardatrici e dei guardatori di fiori. È una buona professione da consigliare ai giovani: non richiede alcuna formazione, non garantisce né stipendi né riconoscimenti, non serve a nessuno e a nessuno crea danno. Il lavoro perfetto, direi.

PPPPS: Ecco anche una colonna sonora. Il duo fra la trombettista Airelle Besson e il fisarmonicista Lionel Suarez è tratto dall’album Blossom, pubblicato nel 2026.
Forse ciò che dicono i fiori, e ciò che pensa la bicicletta, è proprio questa musica.

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Una piccola luce

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Domani è Natale.
Ma ne siamo sicuri?
In fondo, se facciamo astrazione dalle luci, dalle ghirlande, dalle renne fosforescenti sui balconi e dall’esercito di babbinatali nelle vetrine, da che cosa possiamo dedurre che domani, fuori di ogni dubbio, sia effettivamente Natale? Da quale elemento partirebbe per dimostrarlo la mente poderosa di uno Sherlock Holmes? Be’, forse basterebbe un accorto esame del calendario.
Ma esiste un segno del Natale ancora più sicuro del calendario?
C’è una prova ancora più inoppugnabile?
Non so se sia una prova, ma ci sarebbe quello che io chiamo il «sommovimento».
Secondo me è qualcosa che precede sia il Natale cristiano, sia quello più antico che celebrava la rinascita del Sol invictus. È un oscuro richiamo nato quando gli esseri umani cominciavano appena a essere tali. Qualcosa, nel profondo della nostra mente o della nostra anima, attende la luce, il ritorno della vita. È un grido che va oltre il ciclo delle stagioni e il solstizio e la lunghezza astronomica della notte. Semplicemente, se siamo esseri umani è anche perché, dopo un po’ che siamo al buio (in ogni senso) qualcosa in noi chiede la luce. È la speranza. Naturalmente, se per un motivo o per l’altro la luce si offusca, si diffonde un buio più feroce, più assoluto. Ma non inevitabile: siamo uomini e donne, e siamo definiti dalla capacità di attendere la luce, di cercarla.
Di accoglierla, nonostante tutto.

È il tardo pomeriggio. Sto cercando di ultimare un romanzo a cui lavoro ormai da troppo tempo…
Mi alzo dalla scrivania, mi affaccio al balcone. Il profilo delle montagne ritaglia un cielo perfetto, di un colore che sembra scaturito dal finale di una fiaba (o di un vecchio film in technicolor). Più in basso, scorgo la massa scura delle case.
Proprio sotto di me, si accende una finestra. Non so più a quale dei miei vicini appartenga. Poi la luce si spegne. Qualche secondo dopo si accende di nuovo. Intravedo la sagoma di una persona che passa davanti al riquadro luminoso. Ecco, si ferma per un attimo. Forse sta guardando in alto, verso la mia finestra. È un momento sospeso. Poi la sagoma si muove e io torno a scrivere.
Sono in un punto difficile della storia. Per farmi coraggio mi dico che in fondo quella che ho visto poco fa potrebbe essere una figura della mia narrazione. I personaggi non sono altro che questo: sagome che passano e che mi sforzo di cogliere, cercando in loro un riflesso della mia vita. Penso alle persone che mi leggeranno. Anche loro sono là fuori, vicine eppure lontanissime, ombre scure dietro finestre irraggiungibili. Forse è proprio per questo che scrivo. Per mettere in comunicazione le finestre, per colmare le distanze. E forse è a questo che serve il Natale: a colmare ogni distanza.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Buon Natale alle lettrici e ai lettori di questo blog! (Prometto che per gennaio finirò il romanzo…)

PPS: Vorrei regalarvi l’inizio di un vecchio racconto poliziesco, scritto all’inizio del Novecento da Peter Todd (pseudonimo di Charles Hamilton, 1875/6-1961). È una parodia dei racconti di Sherlock Holmes che mette in campo Herlock Sholmes con il suo fidato assistente Jotson. L’originale inglese Herlock Sholmes’s Christmas Case apparve il 3 dicembre 1916 su The Magnet Library (461). Ne trovate una traduzione italiana in Il grande libro dei racconti di Natale, a cura di Otto Penzler, traduzioni di Luca Briasco, Maria Gallone, Grazie Maria Griffini, Marcello Jatosti, Lydia Lax, Bruno Tasso, Enzo Verrengia, Mondadori, 2020.
Ecco l’inizio.

«Domani è Natale!» osservò pensieroso Herlock Sholmes.
Io trasalii.
«Mio caro Sholmes!» mormorai.
Herlock Sholmes sorrise.
«Sembra sorpreso, Jotson, da questa mia affermazione così categorica» osservò. «E tuttavia, le assicuro che è effettivamente così.»
«Riconosco, Sholmes, che non dovrei più stupirmi di qualsiasi cosa lei dica o faccia. Ma in base a che cosa lei inferisce che…»
«È molto semplice, caro Jotson. Osservi dalla finestra le strade con la neve ridotta a poltiglia e la folla frettolosa, tutti indizi dell’approssimarsi del Natale!»
«Giusto! Ma perché precisamente domani?»
«Ah, qui occorre andare un pochino più a fondo, Jotson. Deduco che Natale ricorra domani da un accorto esame del calendario.»
«Il calendario!» esclamai, sbalordito.
«Esatto!»
«Lei sa bene, Sholmes, quanto mi sia sforzato di studiare i suoi metodi, a mio modesto modo, eppure confesso di non comprendere il nesso…»
«Probabilmente no, Jotson. Ma alla mente allenata di un professionista, il mistero non presenta alcuna difficoltà. Natale, come lei saprà, cade il venticinquestimo giorno del mese!»
«È vero!»
«Guardi il calendario, Jotson!»
Obbedii.
«Non le dice nulla?»
«Nulla!» confessai.
Sholmes sorrise di nuovo, con aria un pochino tediata.
«Mio caro amico, il calendario indica che oggi è il 24!»
«Senza dubbio. Ma…»
«E dato che Natale cade il 25, ne consegue… almeno per una mente avvezza alle rapide deduzioni… che domani è Natale!»
Non potei far altro che guardare il mio straordinario amico con muta ammirazione.

Il racconto prosegue con un’avventura natalizia.
Il bello dell’incipit è che, nonostante sia una garbata presa in giro, esprime un concetto profondo. Come riusciamo a essere sicuri che sia Natale? È davvero tanto ovvio? Viene quasi spontaneo replicare a Herlock Sholmes che non basta il calendario. In fondo, perché sia Natale dobbiamo volerlo, dobbiamo sperarlo. O almeno, dobbiamo essere pronti a riconoscere i segni. Certo, il Natale accade anche se noi lo ignoriamo, per fortuna. Ma perché sia un vero Natale, perché sia provvisto di «sommovimento», occorre interpretare con cura le tracce, e aspettare con fiducia che la luce nasca nel punto in cui il buio è più buio.

PPPS: Voglio chiudere condividendo un brano musicale. All’apparenza, non c’entra niente né con il Natale, né con Sherlock Holmes, né con il romanzo che sto scrivendo. Ma che importa? È una composizione del fisarmonicista Gianni Coscia, tratta dall’album La violetera, appena pubblicato per Tuk Music. In qualche modo, nel ritmo in tre tempi, avverto la presenza di quella sagoma che passa davanti alla finestra, e vedo comporsi una storia, un incontro, la possibilità di un destino. Ma soprattutto, visto che Coscia è nato nel 1931 e che la melodia è fresca ed eterna come l’acqua, quale migliore musica per evocare la speranza?

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Lo scatto dell’asino

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Anche quando si è soli, in bicicletta non si è mai da soli.
C’è il battito del cuore. Il flusso del sangue che va e viene. Il fiato. I pensieri che corrono dove vogliono. Ecco, questo è il punto: i pensieri fuggono, prima che la parte più cauta e razionale di me possa acciuffarli. Non voglio soffermarmi su un ragionamento, ma essere al massimo grado ricettivo. Desidero accogliere ciò che arriva: una sensazione, un colore, il gracchiare di un corvo, il passaggio di un treno.

A volte lo sguardo mi porta lontano. Dopo essere salito a Carena, sopra Giubiasco, il blu dell’acqua mi accompagna lungo la discesa: il lago appare e scompare come un richiamo. Altre volte mi fermo per esaminare una ruga nell’asfalto, o per investigare l’origine di un odore. Proprio ieri ho sentito un calpestio attutito, come se qualcuno stesse correndo sull’erba. Ho rallentato, mi sono guardato intorno e ho visto un’ombra sulla sinistra. Un asino stava trottando, nel prato accanto alla strada, e mi ha superato di slancio. Poi si è fermato. L’ho raggiunto e lui si è rimesso a correre: in quel momento ho capito che mi stava sfidando a una volata. (Ho perso, naturalmente.)

Per me la narrazione è legata al fatto di muovermi, di camminare. Le mie prime storie nacquero da bambino, nel tragitto fra la casa e la scuola che compivo insieme a qualche amico. A sei, sette anni non sapevamo ancora né leggere né scrivere. Ma dentro di noi c’era già il senso del racconto, in parte perché è costitutivo della nostra umanità, in parte perché suscitato dalle storie che ci ripetevano i nostri genitori e i nostri nonni. E così, per ingannare la noia del tragitto, improvvisavamo lunghe vicende intricate, ricche di colpi di scena assurdi e di personaggi indistruttibili.

Ancora oggi, quando devo risolvere un problema di trama, mi viene istintivo uscire in bicicletta. E questo non perché il gesto di pedalare mi aiuti a riflettere. Anzi, la mente divaga: smarrisco i nessi logici e il pensiero, come un detenuto evaso da un carcere, si avventura per boscaglie e periferie. La fatica però mi prepara alla dimensione del racconto. Calcolare la distanza, tenere il ritmo, prestare attenzione al respiro: tutto questo è necessario sia per scalare un colle, sia per scrivere un romanzo.
Un altro aspetto positivo è che la bici mi allontana dalle preoccupazioni e dalle domande sterili. Qualcuno leggerà ciò che scrivo? L’incrocio fra i miei mestieri precari mi permetterà di guadagnare abbastanza per arrivare alla fine del mese?
Che importa, succeda quello che succeda.
Almeno in questo momento, la mia sola preoccupazione è arrivare fino a quella curva. Poi fino alla cima. E poi ancora scendere e gestire il vento lungo la via del ritorno.

Il sassofonista Sonny Rollins, uno dei miei preferiti, fra il 1959 e il 1961 si ritirò dalla scena. Voleva capire meglio dove stesse andando la sua musica, senza farsi distrarre dal frastuono del mondo. Così ricominciò a studiare lo strumento. Per evitare le proteste dei vicini di casa si esercitava su un ponte sull’East River, a New York. In quel periodo accennò nel suo taccuino all’esigenza di mantenere la mente lucida e il cuore puro: «Non dovrei essere compiaciuto o scoraggiato per com’è riuscita un’esibizione o un assolo, ma rivolgere sempre la mia attenzione al SUONO della musica, in maniera che essa corrisponda al mio intento e al mio ideale.»
Lo scrive proprio così: SUONO. Tutto maiuscolo.
Nella libertà di un giro in bici riesco a capire meglio quanto anche per me sia necessario conservare lo slancio. Ci sono problemi concreti: le scadenze, le copie vendute, le reazioni dei lettori, l’arte di balzare da un lavoro all’altro per sbarcare il lunario. Ma ciò che conta davvero è non smarrire la mia voce, cioè la ragione per la quale continuo a raccontare.
È un ponte, è il mio tentativo di dare qualcosa al mondo.
Una voce che è solo mia, intima, e che però non mi appartiene. Quella stessa voce che ho cominciato a cercare a sei anni, nel cammino avventuroso fra casa e scuola. E che, per fortuna, non ho ancora trovato.

PS: La frase di Rollins risale agli anni del suo ritiro e proviene da The Notebooks of Sonny Rollins, a cura di Sam Reese, New York Review Books, 2024 (la traduzione è mia). Il concerto nel video mostra invece un Rollins ottantunenne e sempre pieno di brio. Ho scelto quello spettacolo perché mi capitò di sentirlo suonare dal vivo, a Zurigo, proprio in occasione della medesima tournée.

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La gioia, all’improvviso

È una serata di quasi primavera. Mentre apro il cancello, sento che lei mi sta aspettando. Arriva sempre in questo modo, quasi di nascosto: non bada agli appuntamenti. Del resto è anche colpa mia: non mi aspetto quasi mai di vederla e mi dimentico d’invitarla.
La gioia si manifesta così, nel cigolio di un cardine, nella luce soffusa di marzo, quando mi accorgo che dovrebbe essere buio e invece non lo è. C’è una lieve brezza, il suono di un treno. È un momento fuori dal tempo, sospeso com’è fra lo spegnere il motore dell’automobile e l’aprire la porta d’ingresso. Da una casa vicina si diffonde nell’aria un vago odore di patate arrosto.
Queste epifanie avvengono senza preavviso: a volte nella quotidianità, a volte nel tempo eccezionale di un viaggio. Ogni tanto le due situazioni si sovrappongono: anche tornare in un luogo noto può essere un’avventura, dipende dallo sguardo. La capacità di provare meraviglia non si acquisisce per caso, occorre prima distinguerla dallo stupore superficiale, in questi anni provocato e rafforzato dai social network: le persone e i paesaggi vengono banalizzati nel momento stesso in cui diventano un selfie, un post, un video condiviso e sottoposto al tritasassi dei cuoricini e dei “mi piace”.
Per esercitarmi ad afferrare la meraviglia e la gioia, ho accettato volentieri la proposta di registrare un podcast in dieci puntate. Ecco l’idea: prendere spunto da viaggi impervi e difficili per incrociarli con quelli che contraddistinguono la nostra vita di ogni giorno. Il podcast, prodotto da Rete2, il canale culturale della Radiotelevisione svizzera in lingua italiana (RSI), è nato in occasione dei cento anni del romanzo Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne. Ogni puntata si apre con una citazione, spesso un consiglio scritto da grandi viaggiatori del XIX secolo. Per conto mio, ho cercato di rivivere l’epica qui e oggi, nelle ferrovie e nelle strade della Svizzera che percorro fin dalla mia infanzia.
Ecco il link per ascoltare il podcast:

ALL’INCONTRARIO VA (DIECI PUNTATE)

La felicità del viaggio si confonde con la felicità di raccontarlo. Mentre preparavo le puntate, mi sono chiesto spesso che cosa voglia dire questa parola. Felicità. Specialmente nella versione inglese (happiness, happy) sembra diventata poco più di un passatempo, un pretesto per una storia di pochi secondi nei social network di cui sopra.
Penso che esista invece una felicità profonda, che orienta le persone verso l’aspetto migliore degli eventi, delle circostanze, degli incontri che tramano la vita. Non si tratta di un’emozione, con la sua fugacità, quanto del risultato di un allenamento, di una scelta rinnovata di continuo. Pur non allontanando il dolore (e come sarebbe possibile?), questa felicità sopravvive all’urto; anzi, in certi casi arriva perfino ad accogliere il dolore come un ospite, con rispetto se non con letizia. Naturalmente c’è il rischio che l’equilibrio si spezzi o che, al contrario, lo sforzo di mantenere desta la felicità assopisca la capacità di interrogarsi su sé stessi e sul mondo. C’è una felicità fatta di recinti, di armature. Forse una possibilità di salvezza consiste proprio nel saper ricevere la gioia volatile, fatta di brividi, di attimi che passano. Per cogliere questo sentimento la nostra percezione dev’essere attenta, non può soffocare dietro una corazza. Così cresce in noi una consapevolezza, fatta soprattutto di domande, che ci può consentire di essere felici senza ottundere la nostra sensibilità.

Ma questi sono discorsi. Ricordo invece un fatto che sono sicuro di avere vissuto e di avere anche letto in un libro. Non so più né il titolo né l’autore, e la scena che ho vissuto io, in una strada del mio quartiere, tende nella memoria a spostarsi lungo il viale di una città, dove un bambino che indossa un paltò di colore scuro cammina di fianco a un’inferriata. Ha tolto dallo zaino il righello e mentre avanza lo fa passare sulle sbarre, generando un ticchettio. Con meraviglia il bambino si accorge che non si tratta di un rumore: i colpi formano una melodia, con pause e accelerazioni, con passaggi convulsi accanto a momenti più distesi. Ero io quel bambino? Devo esserlo stato, perché il ricordo è preciso. Credo che la conclusione invece venga dal libro, che narrava una scena simile. Nel romanzo il bambino passa il giorno dopo accanto alla stessa inferriata, ma stavolta la musica non accade. Il righello batte allo stesso modo contro le sbarre, eppure tutto ciò che sente il bambino è un banale tactactactactactac, senza alcuna melodia.
In fondo, si tratta di riconoscere una musica. Qualcuno dirà che il primo giorno il bambino si era immaginato tutto, e che aveva ragione l’indomani nell’udire solo un’accozzaglia di rumori. Forse è la nostra mente a trasformare il tactactac in melodia? Può essere. E se anche fosse? Saper trarre una melodia dalle cose è un modo per essere felici. Se nel bambino c’è la predisposizione a trasformare il tactactac in musica, allora questa musica non può venire ignorata come una pura fantasticheria. In qualche modo la musica esiste, si nasconde dietro la facciata ordinaria delle cose.
Capita che non riusciamo a sentire la musica, anzi, a volte non riusciamo nemmeno a considerare la possibilità che essa risuoni da qualche parte. Quando il vuoto ci stringe d’assedio, siamo in grado soltanto di adeguarci a quella modalità: il silenzio sterile, la mancanza d’immaginazione, l’incapacità di pensare a un qualsiasi futuro che non abbia il colore e la consistenza del vuoto stesso. Credo tuttavia che l’inferriata, la lunga inferriata che sono i nostri anni dall’adolescenza alla vecchiaia, custodisca per noi la musica anche nei momenti di assenza. Il canto è nella natura delle cose, nella conformazione stessa del mondo, e perciò non può sparire per sempre.

Voglio concludere proprio parlando di una melodia che ritorna. Qualche settimana fa a Los Angeles fa è morto il sassofonista Wayne Shorter. Nato il 25 agosto del 1933, ha segnato la storia del jazz: la sua visione creativa, sia come compositore sia come improvvisatore si è continuamente rinnovata negli anni. Era un personaggio lunare, misterioso. Io l’ho scoperto per caso da ragazzo, quando mi ritrovai per le mani il disco Beyond the sound barrier: ricordo che mi sforzavo di capire, di decifrare il pensiero del musicista. In seguito ho ascoltato molti brani di Shorter, a partire dai suoi primi dischi. Vorrei condividere qui il brano 12th Century Carol, contenuto nel disco Alegría, uscito proprio vent’anni fa. Si tratta di un brano che aveva rubato alla classe di canto corale e che aveva conservato per quattro decenni, finché non sentì l’esigenza di suonarlo con un arrangiamento particolare: Shorter trasforma quell’antico canto a cappella in qualcosa di nuovo, che non si può definire. Le variazioni melodiche, il groove, l’esplorazione sonora. Mi sembra un ottimo esempio di un incrocio fra qualcosa di conosciuto e qualcosa d’ignoto anche allo stesso musicista.

In origine era una canzone natalizia chiamata Personent hodie e pubblicata nella raccolta finlandese Piae cantiones, risalente al 1582. Questa versione è il rifacimento di un altro canto, intitolato Intonent hodie e trovato in un manoscritto del 1360 nella città di Moosburg, in Baviera. Shorter compose la sua versione in un momento particolare: finalmente, dopo dolorose vicissitudini personali e anni di crisi, aveva ritrovato la serenità.
Tutto ciò che Shorter suonava in fondo era un modo d’interrogare il mondo. Anche le mie riflessioni sul viaggio e la felicità, alla fine, non sono che una domanda. Proprio per questo vorrei concludere con le parole dello stesso Shorter, in un’osservazione pronunciata poco dopo l’uscita di Alegría: «Quando mi intervistano, mi chiedono sempre della musica, musica, musica, musica, musica… e io dico no, no, no. La musica è al secondo posto, al primo c’è l’essere umano. A cosa serve la musica? A cosa serve qualsiasi cosa?»

PS: La frase di Shorter è tratta da Michelle Mercer, Footprints. The life and works of Wayne Shorter, Penguin 2004, tradotto da Chiara Veltri nel 2006 per Stampa Alternativa con il titolo Wayne Shorter. Il filosofo col sax.

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