Pispillòria

Qualcuno dice che le parole scritte rimangono, mentre quelle pronunciate si perdono nell’aria. Talvolta mi chiedo se non sia vero il contrario. Quante frasi stanno scolorendo su carte ormai dimenticate? Quanti siti e quanti blog ammuffiscono nelle cantine di internet? Quando parlo a voce alta, invece, ho la sensazione che le parole in qualche modo sopravvivano. E se non proprio le parole stesse, almeno la loro eco. Una parola che esce dalla bocca è viva, come una trota guizzante che salta in un ruscello: è un attimo, ma dai bordi del torrente qualcuno – volpe, orso, pescatore – è già pronto ad acciuffarla.
Mentre camminavo verso la mia piazzetta rotonda, ho incrociato un uomo che parlava al telefono. Aveva la faccia seria, una ruga fra le sopracciglia. Allora ho fatto la foto a un maiale, stava dicendo, perché sai, lì alla fattoria era pieno di grossi maiali. E ha aggiunto: Poi gli ho scritto che… Purtroppo non sono riuscito a cogliere il resto, sebbene abbia teso le orecchie. Di certo l’uomo non saprà mai che le sue parole, così volatili, dette al telefono, sono sopravvissute e sono atterrate qui. Eccole: la parola foto e la parola maiale e la parola fattoria. Io, in compenso, non saprò mai perché quel distinto signore abbia voluto immortalare esemplari robusti di razza suina, né che cosa abbia poi scritto all’interlocutore al quale, si presume, ha inviato l’immagine.
La piazzetta d’ottobre, nel tardo pomeriggio, è affollata. La luce radente ha un colore caldo, come il riflesso di un focolare. Le aiuole risplendono del giallo e del rosso delle foglie, per metà ancora sugli alberi e per metà cadute nell’erba. Mentre i bambini ammucchiano le foglie e se le gettano addosso, i vecchietti si sono divisi in due gruppi, ai bordi opposti della piazza. Qualcuno nota che scarseggiano i posti a sedere ed esclama: Qui ci mancano dei tavolini! In effetti, la piazzetta ricorda un bar: il tempo strascicato, le chiacchiere, gli sfottò. Uno dei pensionati mi vede seduto con il mio libro e si avvicina per scattarmi una foto. Non si arrabbi, mi dice, volevo provare il telefono nuovo. Un amico, dalla panchina, gli grida: Ma poi non metterla su fesbùk! E un altro mi avvisa: Attento che quello la mette su uatsàppe! Il fotografo accenna al distributore, a duecento metri, e mi dice: Volevo solo tenere d’occhio il prezzo della benzina… Poi tenta di fotografare anche i suoi amici, suscitando vivaci proteste.
Sto leggendo Notti delle mille e una notte, di Nagib Mahfuz. L’autore egiziano si lascia ispirare dalla storia del sultano Shahriyàr. In seguito al tradimento di sua moglie, il despota sanguinario aveva preso l’abitudine di passare ogni notte con una fanciulla vergine, uccidendola poi all’alba. Finché la coraggiosa Shahrazàd, ben decisa a sopravvivere, comincia a incantare il sultano inanellando storie su storie e lasciandole in sospeso al sopraggiungere dell’alba. Alla fine, dopo mille e una notte di suspense, il feroce sultano accorda la grazia a Shahrazàd, divenuta nel frattempo madre dei suoi figli. E poi? Da questa domanda parte Mahfuz, immaginando le vicende quotidiane del regno di Shahriyàr. Non basta aver subito il fascino della narrazione; il sultano ha da compiere ancora un lungo cammino verso il pentimento e la saggezza.
Mahfuz evoca mercanti, facchini, navigatori, geni buoni o malvagi, ciabattini, capi della polizia e vagabondi, uomini ricchi e donne misteriose. Quando alzo gli occhi penso a questi personaggi, nati nel Medioevo e ancora vitali, tanto che posso immaginarli qui sulla piazzetta. I pensionati spettegolano su ogni persona che passa, discutono della Roma e della Juve, del canone radiotelevisivo, degli stipendi (troppo alti) percepiti dai municipali e del caldo fuori stagione. Non sono certo le stesse cose di cui si bisbigliava nei caffè del Cairo o di Baghdad… ma se il contenuto diverge, l’arte della chiacchiera è sempre uguale.


Arriva un autobus giallo carico di bambini al rientro da scuola. Per qualche minuto, le voci infantili sovrastano il cicaleccio dei pensionati. Chiudendo gli occhi, mi dico che pure le grida dei bambini riecheggiano uguali da sempre. Mentre i giovani si disperdono, gli anziani riprendono a tessere le loro conversazioni. Intuisco la presenza di una storia dietro ogni nome, dietro ogni ricordo. Proprio qui – nel cerchio della piazzetta o nel libro di Mahfuz (fa poca differenza) – è il luogo dove nascono i racconti.
Pier Paolo Pasolini osservava che ogni racconto delle Mille e una notte comincia con un’“apparizione” del destino, che si manifesta attraverso un’anomalia. Ora, non c’è anomalia che non ne produca un’altra. E così nasce una catena di anomalie. Più tale catena è logica, serrata, essenziale, più il racconto delle Mille e una notte è bello (cioè vitale, esaltante). La catena delle anomalie tende sempre a ritornare alla normalità. La fine di ogni racconto delle Mille e una notte consiste in una “disparizione” del destino, che si insacca nella felice sonnolenza della vita quotidiana. Secondo Pasolini, insomma, il protagonista delle storie è in realtà il destino stesso.
Che cos’è la quotidianità se non un susseguirsi di piccole anomalie? Basta poco perché una cosa accaduta oggi sveli il riflesso di storie più antiche. I personaggi e le vicende passano attraverso i mari e le montagne, e si ritrovano uguali in mezzo a popoli diversi, grazie alla forza prodigiosa della narrazione. È la stessa forza che ha tenuto in vita Shahrazàd per mille e una notte, la stessa che anima le chiacchiere dei vecchietti e che muove le mie dita sulla tastiera del computer.


Quando il sole comincia a calare, rientro a casa. Costeggiando il parco di Villa dei Cedri, accanto a una macchia di bambù, sento una conversazione di uccelli. Mi addentro nel boschetto e raggiungo in silenzio una radura. Intorno a me gli uccelli parlano fitto, mentre da lontano viene la voce di un bambino che chiama suo padre. I pettegolezzi dei pensionati, le grida dei bambini, questo misterioso cinguettio… vorrei capire tutti questi idiomi, vorrei poterli trascrivere e farne personaggi, racconti, catene di anomalie. Ma è destino che, qualche volta, ci siano storie da accogliere senza poterle comprendere del tutto.
Anche il feroce Shahriyàr deve fare i conti con questa consapevolezza. Di fronte alla solitudine, alla notte, alla nostra fragilità di esseri umani, siamo tutti bisognosi di storie. Non tanto perché ci insegnano qualcosa, quanto perché ci fanno compagnia: le narrazioni ci rammentano che siamo circondati da altri esseri umani che come noi gioiscono e soffrono, impastati di paura e di speranza. Shahrazàd mi ha insegnato a credere che la logica umana inganna e ci immerge in un mare di contraddizioni, fa dire Mahfuz al sultano. Ogni volta che giunge la notte, mi ricorda che sono un poveraccio.

PS: Il titolo di questo articolo è una parola in disuso, ma non estinta. Sarei contento se, nel mio piccolo, riuscissi a donarle ancora uno slancio vitale. Ecco la definizione che ne dà il dizionario Treccani.
Pispillòria (s. f.). 1. a. Lungo cinguettio di molti uccelli: invece delle allodole e dei cardellini che facciano pispilloria, si vedono svolazzare dei corvi (Faldella). b. Brusio, cicaleccio confuso di molte persone. 2. estens. Discorso lungo e noioso; anche, pettegolezzo, mormorazione.
Oggi, per me, è stata una giornata ricca di pispillorie.

PPS: Nagib Mahfuz (1911-2006, premio Nobel nel 1988) pubblicò ليالي ألف ليلة (Layālī alf laylah) nel 1982. La traduzione italiana è di Valentina Colombo, per l’editore Feltrinelli, e risale al 1997. Le parole di Pier Paolo Pasolini sono tratte da Nico Naldini, Pasolini, una vita, Einaudi 1989. Pasolini è citato anche da Robert Irwin nel suo The Arabian Nights. A companion (2004), uscito in italiano nel 2009 per Donzelli con il titolo La favolosa storia delle Mille e una notte (traduzione di Fulvia De Luca).

PPPS: Torno ogni mese alla piazzetta anonima tra via Raggi e via Borromini, a Bellinzona (nella Svizzera italiana). Ecco le altre puntate: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre.

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You look like my brother

Ecco uno dei miei personaggi preferiti.

C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

È una storia malinconica narrata dall’autore russo Daniil Charms nel 1937. Ogni tanto torno a rileggerla, e sempre mi stupisce un paradosso: la narrazione consiste nello smantellamento del personaggio, tanto che egli progressivamente scompare, diventa nulla; e tuttavia – proprio perché possiamo parlare di un personaggio, proprio perché possiamo definirlo con un egli – in qualche modo egli esiste davvero. Il personaggio non c’è, ma c’è; e se ne sta davanti a noi con i suoi capelli rossi (che non ha). Sul filo dell’assurdo, la storia apre domande esistenziali. Che cosa definisce quell’insieme di memoria e desideri che si chiama “Andrea”? Nel corso della mia vita mi accadrà quello che accade all’uomo che (non) aveva i capelli rossi: un progressivo allontanamento da ciò che mi è caro, una perdita di ricordi, legami, capacità. Questo vale per tutti noi – persone vere e personaggi fittizi. Allora è meglio non parlarne più? Eppure scattiamo fotografie, suoniamo, scriviamo lettere, romanzi e articoli sui blog. E aggiorniamo i nostri profili sui social network. Insomma, vogliamo esistere. Mi capita di pensarci in viaggio, quando incrocio una persona che non vedrò mai più: è negli incontri, magari fortuiti, che la storia di Charms può cambiare finale. Infatti nello sguardo degli altri, anche in minima parte, appare sempre qualcosa di noi.
C’è un uomo che vive a Monaco, in Baviera. Qualche volta la sera, durante la settimana, indossa gli stivali, un paio di calzoni a tinta mimetica, una maglietta con il disegno di un teschio e un cappellino da baseball. Poi prende la metro e va in un locale dove mettono musica rock. È una discoteca di periferia, in una zona in cui si aprono le voragini degli edifici in costruzione e dove, accanto alle insegne colorate dei locali notturni, brillano i fari di posizione delle gru. Nel locale a volte non c’è quasi nessuno. Ma anche se la pista è vuota, l’uomo non si lascia scoraggiare. Avanza tra le luci fosforescenti e gli sbuffi di fumo, si lascia prendere dal ritmo. Appena c’è un assolo di chitarra, imita il musicista e mima il gesto di suonare.
Nello stesso locale, la settimana scorsa, c’ero anch’io. Guardavo l’uomo con il cappellino mentre fingeva d’imbracciare una chitarra, e ho notato come la musica lo avvolgeva. Lui non si è accorto di me, ma senza volerlo ha lasciato una traccia, tanto che ora si trova qui, nel blog. Le nostre vite si sono appena sfiorate; eppure quell’incontro è riuscito a suscitare un’impressione, un pensiero, un segno scritto.
Nella stessa discoteca, ho visto un uomo che pareva una montagna. Era un ammasso di muscoli, con due bicipiti spessi come un paracarro e una canottiera aderente cosparsa di parole minacciose. Al centro della pista, dondolando al ritmo dei Black Sabbath, avrebbe potuto spaventare chiunque. Invece, a modo suo, voleva fare amicizia. Verso le due di notte ha preso in simpatia un altro avventore, alto la metà di lui. I due hanno ballato l’uno accanto all’altro e si sono dati il cinque. Poi la Montagna ha abbracciato l’uomo più minuto e gli ha detto, con ruvida commozione: You look like my brother, sembri mio fratello. L’ha ripetuto un paio di volte – tanto che l’uomo più piccolo ci ha tenuto a precisare, con un filo di esitazione: But I’m not… Infine la Montagna ha dato una pacca affettuosa al suo nuovo amico (rischiando di mandarlo a gambe all’aria) e ha ripreso a ballare, felice di quel riconoscimento notturno, di quel fratello lontano apparso per un attimo con le fattezze di un estraneo. Come nella storia di Charms, nella nostra vita sono sempre in tensione i poli dell’assenza e della presenza. A volte un’assenza può rovesciarsi in presenza inaspettata, a volte invece una presenza impallidisce, tanto che non arriviamo più a percepirla.
Sempre a Monaco, nel Museo Brandhorst, mi è capitato di vedere un’opera dell’artista statunitense Jeff Koons: Amore (1988), del ciclo Banality. È la riproduzione in porcellana (81.3 x 50.8 x 50.8 cm) di un bambolotto dalle guanciotte rosse e dagli occhietti azzurri, avvolto in un costume da orsacchiotto da cui esce un ciuffo di capelli biondi e ricci. In una mano ha un cuore con la dicitura I love you, nell’altra un vasetto di marmellata. Al collo, un bavaglino ricamato con la scritta amore. Ha un altro cuore disegnato sul petto e se ne sta seduto su un basamento in stile rococò, tra cuoricini, fiorellini e altri oggetti simili. Per il filosofo Arthur Danto, Amore e le altre opere del ciclo sono meraviglie innaturali che dovrebbero piacere a tutti noi, se non fossimo stati educati a svalutarle come banali esempi di kitsch. Non so se quest’opera abbia suscitato in me il conflitto interiore di cui parla Danto. Intorno al bambolotto c’era un gruppo di persone che discutevano animatamente. Qualcuno leggeva dotte spiegazioni da un volantino, altri scuotevano il capo o indicavano i dettagli della scultura. In un certo senso, mi è parso che la vera opera d’arte fossero loro, i visitatori, con la loro presenza e con il fatto che stessero quasi litigando sul senso di quell’inquietante bambolotto.
Secondo Koons non è necessario essere preparati per conoscere l’arte, ma basta accettare sé stessi: Volevo che il ciclo Banality comunicasse alle persone che la loro storia personale, qualunque sia, è perfetta; per creare un’arte eccezionale serve soltanto la propria storia. L’arte che ne uscirà rappresenta l’espansione delle vostre possibilità. Non capisco bene che cosa tutto ciò voglia dire. Forse abbiamo smarrito la nostra parte infantile, capace di meravigliarsi anche davanti al kitsch? Ho provato a mostrare la cartolina con la riproduzione di Amore a una bambina di cinque anni, la quale in effetti non si è posta il problema del kitsch. Però non ha nemmeno commentato l’estetica dell’opera, limitandosi invece a chiedere: 1) se fosse una bimba travestita da orso; 2) come facesse a stare seduta senza rovesciarsi all’indietro.
Anche se l’avessimo smarrita, la nostra parte infantile non può scomparire. È una presenza silenziosa, nel profondo dell’anima, alla quale possiamo attingere in caso di bisogno. Quasi sempre, essa non si manifesta con affermazioni o con apprezzamenti estetici, ma spostando il punto della questione. Ho letto alla bambina la storia di Charms, e lei non ha dubitato nemmeno per per un attimo dell’esistenza del protagonista. Senza battere ciglio, mi ha chiesto: Ma lui dove abita? E dopo qualche secondo ha aggiunto: Di sicuro abita in una casa invisibile.

PS: Daniil Charms nacque nel 1905 a San Pietroburgo; dopo una vita difficile, venne arrestato nel 1941 e morì in un ospedale psichiatrico di Leningrado nel 1942. In italiano è uscito il volume Casi (Adelphi 1990), a cura di Rosanna Giaquinta, in cui si trova il racconto sull’uomo con i capelli rossi. Le parole di Koons (nato nel 1955) sono tratte da Ulrich Obrist, Jeff Koons, Walter König Verlag 2012. Quelle di Danto provengono dal saggio Banality and Celebration. The Art of Jeff Koons, in Unnatural Wonders, Columbia University Press 2007.

PPS: Grazie a Emanuele per alcune delle fotografie di questo articolo.

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Notizie da Elia Contini

Con l’arrivo dell’estate mi ha scritto qualche lettore per chiedermi notizie di Elia Contini, l’individuo un po’ squinternato protagonista di alcuni miei romanzi. Contini è un uomo sulla quarantina, che prova a sbarcare il lunario facendo l’investigatore nella Svizzera italiana. Abita a Corvesco, un piccolo comune del Sopraceneri, e ha un ufficio a Paradiso, vicino a Lugano. Sebbene non lo voglia ammettere, in fondo Contini trova un non so che di romantico nell’idea di fare il detective. In realtà si occupa perlopiù di furtarelli, animali smarriti e litigi tra vicini di casa. Inoltre, quando decide di sparire, è molto bravo nel far perdere le sue tracce: se ne va a camminare in montagna o a fotografare le volpi che abitano nei boschi intorno a casa sua, oppure beve un bicchiere di rosso in compagnia di un vecchio ancora più pazzo di lui, che si è ritirato a vivere in una stamberga a duemila metri di quota.
Perciò, che volete che vi dica? Ogni tanto provo a inviargli una lettera o a telefonargli, ma Contini non sempre mi risponde. Quando ho bisogno di scrivere su di lui, in genere prima o poi si fa trovare. In questo periodo tuttavia sto lavorando ad altri progetti. Non voglio comunque perdere di vista Contini, quindi ho cercato di fare qualche indagine (vi farò sapere). Intanto, nell’attesa, ho scovato un raccontino ancora inedito che mi pare adatto alla stagione.

Mojito

Di recente, mi hanno dato una mano a stanare Contini due brave maestre di scuola elementare. Qualche mese fa Valeria Menghini e Tania Beretta, insieme ai loro allievi di quinta, mi invitarono a raccontare la mia esperienza di lettore e di scrittore. Per i bambini si trattava di una tappa all’interno di un percorso didattico molto affascinante e ben strutturato. Nei mesi successivi, in collaborazione con Barbara Bottazzi (la direttrice didattica della Scuola Yanez), gli alunni si sono impegnati a scrivere una serie di racconti, mettendo a frutto gli insegnamenti delle maestre e le scoperte fatte come lettori.
Nel mezzo dell’avventura i bambini si sono cimentati anche con la figura di Elia Contini. Ognuno di loro ha provato a immaginarlo, seguendo la propria fantasia. E io, che da parecchio non avevo sue notizie, ho ricevuto un bellissimo regalo (da me subito inviato a Corvesco): una serie di ritratti dell’investigatore, tutti diversi ma tutti a modo loro precisi nel delineare la sua personalità enigmatica.
Alla fine dell’anno le due maestre hanno fatto stampare un piccolo libro con le storie dei bambini, come ricordo di un’esperienza creativa non soltanto letteraria e linguistica. Mi ha colpito, oltre alla spontaneità e alla fantasia, l’attenzione nel miscelare la propria quotidianità con i fatti sorprendenti necessari all’intrigo poliziesco. Dietro, s’intuisce un lavoro sulla precisione e sulla cura per i dettagli. Tania e Valeria lo hanno detto bene nell’offrire il libro ai loro allievi: Non avete solo imparato a scrivere, ma anche a pensare e questo è l’apprendimento più prezioso, perché vi consentirà di conoscere meglio voi stessi e il mondo che vi circonda.

PS: Mi è capitato spesso d’incontrare bambini o ragazzi nelle scuole, nella Svizzera italiana, in Italia, nella Svizzera francese o tedesca e anche in paesi più lontani (la Germania, la Russia, la Cina, la Tunisia, la Turchia…). La curiosità e l’entusiasmo degli studenti (e degli insegnanti) sono sempre un’occasione preziosa per riflettere sul mio lavoro. Insieme ai ragazzi di Breganzona e alle loro maestre (compresa Cristiana Spinedi, i cui allievi erano presenti all’incontro), ringrazio i docenti e gli allievi di tutte le scuole (elementari, medie, liceo, università) che negli anni mi hanno invitato e accolto.

PPS: Questa settimana, nella Svizzera italiana, è finito l’anno scolastico: a tutti, un augurio di buone vacanze!  L’anno scorso, avevo ricordato qui i miei esami di maturità. In settembre, invece, avevo scritto qui una divagazione sul primo giorno di scuola. Presto o tardi dovrei decidermi a parlare anche delle vacanze…

PPPS: Sul sito andreafazioli.ch trovate informazioni a proposito dei sei romanzi con Elia Contini e delle loro traduzioni. L’opera più recente, pubblicata dall’editore Guanda nel 2016, s’intitola L’arte del fallimento (qui sotto potete vedere il “booktrailer”). Sempre del 2016 è il racconto breve Lezioni private, offerto da Guanda gratuitamente in formato digitale (lo trovate qui). Qualche settimana fa, Guanda ha ristampato L’uomo senza casa, edito per la prima volta nel 2008.

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Ho bisogno di soldi!

Care lettrici e cari lettori di questo blog,
mi auguro di poterci trovare questa volta. Io ho fatto un viaggio a Bradford (United Kingdom) e mi hanno rubato la mia borsa con il passaporto e gli affetti personali. L’ambasciata mi ha solo rilasciato un passaporto temporaneo ma Io devo pagare il biglietto e saldare le fatture alberghiere. Io ho fatto contattare la noia banca ma mi ci vorrebbero 5 giorni lavorativi per accedere ai fondi nel conto da Bradford (United Kingdom). Western Union transfer è la migliore opzione per inviarmi denaro. Fammi sapere se hai bisogno dei miei dati (nome completo/località) per fare il trasferimento. Puoi raggiungermi via email o telefono Hotel +447024030611. Il mio telefono è stato rubato. Per favore fammi sapere se puoi aiutarmi a spedire la somma oggi stesso. Fammi sapere se puoi essere d’aiuto. Grazie mille per la collaborazione, un cordiale saluto. Grazie mille.
Prima che un’orda di lettori si precipiti a inviarmi del denaro, preciso che quanto avete letto sopra è una menzogna. (Detto questo, se davvero volete darmi dei soldi, scrivetemi e vi dirò come fare…). Ho ricevuto la lettera che vi ho trascritto da un amico al quale avevano rubato l’account. Ciò che mi ha incuriosito è il linguaggio: l’ostinazione nell’ aggiungere United Kingdom ogni volta che si nomina Bradford; il pronome Io maiuscolo che dà un tocco filosofico alla missiva; il lapsus freudiano di noia banca; il modo in cui non si intima direttamente “mandami del denaro”, ma con eleganza si fornisce l’informazione che Western Union transfer è la migliore opzione per inviarmi denaro; l’insistenza nella richiesta e nei ringraziamenti. Ma soprattutto, lo splendido errore iniziale: mi hanno rubato la mia borsa con il passaporto e gli affetti personali. È spaventoso: non soltanto si sono fregati i soldi, ma pure gli amori e le amicizie. (Sarebbe una buona idea per una storia fantastica: una borsa magica nella quale immagazzinare affetto e altri sentimenti, per potervi attingere in caso di bisogno).
Di recente ho ricevuto una mail anche da un certo Joseph K. Il mittente mi ha incuriosito perché ho pensato a Josef K., il protagonista del romanzo Il processo di Franz Kafka: un impiegato che viene posto sotto accusa per ragioni imprecisate e che si trova coinvolto in un processo lento, ramificato, burocraticamente assurdo e incomprensibile. Il mio Joseph K. invece si limita a chiedere soldi:

My name is Joe and I’m the Accounts Manager at GramCeleb. We’re offering awesome partnerships to people with Facebook Pages and Facebook Advertising Accounts. Receive weekly payments of $250 and increase your following, with minimal effort on your end.

Magari tutto ciò sarebbe piaciuto a Kafka. Ogni volta che ci connettiamo alla rete entriamo in un paese di cunicoli, in un formicaio dove ciò che sembra solido si rivela sabbia e ciò che sembra sabbia è un passaggio per altri formicai, account, profili, vite di persone che non esistono. Di recente pure questo blog ha subito un attacco massiccio di spam, prontamente rintuzzato dal mio webmaster. Ho ricevuto migliaia di messaggi pubblicitari per Viagra (direttamente dal Canada), Cialis e altri farmaci atti a risolvere disfunzioni sessuali; ma c’è anche qualcuno che mi ha offerto Ventolin e pomate per far ricrescere i capelli. C’erano testi in inglese, in italiano, in francese, in tedesco, in spagnolo, in turco, in russo e in arabo. Alcuni, come un certo Hoadanub, hanno scritto prima in italiano (Frase meravigliosa e sul tempo: con quella e che rende il concetto assai ermetico), poi in tedesco (Sie lassen den Fehler zu. Ich kann die Position verteidigen. Schreiben Sie mir in PM) e in spagnolo (Que palabras adecuadas… La idea fenomenal, excelente); infine, lo stesso Hoadanub mi consiglia di visitare un sito dal nome “sexybang”, che immagino possa offrirmi altre palabras adecuadas.
L’ondata di spam riguardava soprattutto due articoli, che a quanto pare non sono nemmeno i più letti. Si tratta di Mio eroe, in cui m’interrogo su che cosa significhi oggi comportarsi in maniera eroica, e di Le vacanze dei morti, in cui a partire da una gita in montagna rifetto sulla morte e sulla memoria dei nostri cari defunti. Non so che cosa c’entri tutto ciò con il sesso e la ricrescita dei capelli. Probabilmente sarà casuale. Ma certo non posso fare a meno di pensare a due fra le maggiori paure della nostra epoca: l’eroismo e la morte. L’eroismo fa paura perché lo confondiamo con il fanatismo, perché ci sembra inadeguato, fuori moda, perché nell’accezione comune essere eroi sembrerebbe richiedere troppi followers, troppi muscoli, troppo Viagra. La morte fa paura perché… be’, perché pervade ogni momento della nostra vita, anche quando non ci pensiamo. Con discrezione, la morte ci manda un messaggio a ogni capello che perdiamo, a ogni affetto personale che ci viene sottratto dal tempo.
Alzo gli occhi dallo schermo. Dietro l’altro schermo della finestra, vedo il cielo che cambia colore. Mi sento confuso. Preso nel vortice di spam, smarrimenti britannici e Joseph K., l’unica cosa reale mi sembra l’uomo di nuvole che suona la tromba appena sopra le montagne. Penso che forse una possibile forma di eroismo sia tentare di essere qui e ora, senza cedere alla quasi-vita virtuale, con il suo corredo di false immagini (di noi, del mondo). Che la vera sfida del presente sia proprio quella di essere presenti? Sembra facile, ma richiede uno sforzo di attenzione e il coraggio della differenza.
Di recente mi sono imbattuto in un racconto ebraico (o arabo: esiste in entrambe le tradizioni). I personaggi sono figure storiche, celebri per la loro saggezza e la loro arguzia: il re Salomone e la regina di Saba. Si racconta che la regina di Saba avesse invitato Salomone nel suo sontuoso palazzo, per sottoporgli un enigma. Secondo l’anonimo narratore, la regina condusse il re in una sala che i suoi abilissimi artigiani avevano riempito di fiori artificiali. A prima vista, sembrava davvero una radura primaverile: colori stupendi, erba fresca, profumi soavi. La regina disse al re: Uno solo tra queste centinaia di fiori è vero, soltanto uno. Sapresti indovinare quale? Salomone guardò attentamente. Dispiegò tutto il suo acume e la sua sensibilità, ma non riuscì a distinguere il fiore autentico. Allora, poiché stava sudando, domandò alla regina se uno dei suoi servitori potesse aprire una finestra. La regina acconsentì. Ecco il vero fiore, disse Salomone qualche istante più tardi. Non avrebbe potuto sbagliarsi: un’ape, entrata dalla finestra, si era posata con sicurezza sull’unico fiore autentico. Gli antichi commentatori di questa storia facevano notare che, se è sempre difficile essere Salomone, è ancora più difficile essere l’ape. Ma la cosa più difficile, in ogni epoca, è essere il fiore.

PS: Del re Salomome e della regina di Saba parla anche la Bibbia  (1 Re 10; 2 Cr 9), oltre a numerosi altri testi ebraici o arabi. Il racconto tradizionale che ho riportato è narrato da Jean-Claude Carrière in Le cercle des menteurs (Plon 1998).

PPS: Un ringraziamento speciale a Patrick Felder per aver debellato con sapienza l’invasione di spam.

PPPS: Per completezza: non sono mai stato a Bradford (United Kingdom); come si nota dalle scritte in sovrimpressione, la fotografia proviene da internet. Il cielo, invece, è autentico. E anche il fiore.

PPPPS: Secondo me, il trombettista fatto di nuvole stava suonando qualcosa sul tempo e la distanza. Un brano in minore, con una punta di malinconia ma pure un desiderio, un’attesa. Time venne composto da Richie Powell avendo in mente il tempo che un uomo passa standosene seduto in prigione, chiedendosi quando uscirà.

Il brano, tratto dall’album Clifford Brown and Max Roach at Basin Street (Verve 2002), fu inciso a New York nei mesi di gennaio e febbraio del 1956. I musicisti: Clifford Brown (tromba), Max Roach (batteria), Sonny Rollins (sax tenore), Richie Powell (piano), George Morrow (basso). Quattro mesi dopo, il 26 giugno, Clifford Brown e Richie Powell morirono in un incidente automobilistico; avevano appena ventisei e venticinque anni. Qualche volta, nelle lunghe sere di giugno, immagino che i due ragazzi continuino a suonare laggiù, nel punto dove l’azzurro delle montagne incontra le nuvole rosate del tramonto.

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Il senso del pompelmo

Oggi è il mio compleanno. Per festeggiare, ho preso la macchina e sono andato a comprarmi un pompelmo. Guidavo lungo via Vergiò, a Breganzona, e pensavo a ciò che uno pensa quando si accorge che è il suo compleanno. 1) Ehi, vecchia carcassa! 2) Dove se ne sono andati questi dodici mesi? 3) A proposito, quanti quindici maggio ti resteranno? 4) Mmm… meglio non saperlo. 5) E comunque, sei sicuro di aver presente il senso di tutto questo?
Ho le mie risposte, come tutti. Ma un conto è riflettere sul senso della vita, un altro conto è possederlo con limpida certezza in un mattino di primavera, davanti a questi colori così sontuosamente lavati dalla pioggia: prati, asfalto, case, cielo. Via Vergiò scende con dolcezza, fra orti rigogliosi e parcheggi custoditi da parole austere: per decisione giudiziaria è fatto divieto ai non aventi diritto di posteggiare veicoli su questo fondo; ai contravventori è comminata una multa da fr. 20 a fr. 500. La brutalità del messaggio mi pare in qualche modo stemperata da quel punto e virgola e dalla fantastica ampiezza della multa: da venti a cinquecento… ma perché?
Da queste parti abbondano le proibizioni. Un altro cartello specifica come sia vietato attraversare i prati verdi, calpestare le aiuole e danneggiare le piantagioni; e ricordate: gli spazi e le attrezzature per i giochi dei bambini sono riservati esclusivamente agli inquilini del nostro complesso immobiliare “Vergiò”. Passando in automobile, mi sembra di leggere pure qualcosa sulle biciclette che devono essere condotte a mano, per evitare forse che aggrediscano i passanti. In ogni caso, resisto alla tentazione di dondolarmi sull’altalena e vado a comprare il pompelmo. Sulla via del ritorno, mi siedo su una panchina e penso a ciò che ho fatto in questi mesi, a ciò che non ho fatto, a ciò che avrei potuto fare, a ciò che ho la sensazione di avere fatto ma forse me lo sono immaginato.
Ho pubblicato due romanzi: L’arte del fallimento e La beata analfabeta. Ho lavorato a una storia che mi sta molto a cuore, e che sto cercando di concludere. Ho mantenuto l’appuntamento con questo blog, fra alti e bassi. Ho scritto racconti, articoli. Ho tenuto conferenze, lezioni, laboratori. Ho lavorato alla radio e ho suonato il sax. Ho fumato la pipa. Me ne sono rimasto in silenzio. Ho camminato, ho fatto le mie salite in bicicletta. Ho incontrato lettori, ho conosciuto persone che mi hanno cambiato. Ho messo alla prova la pazienza dei miei amici. Ho perso tempo a inseguire i miei crucci, le mie malinconie. E ora eccomi, seduto accanto a un pompelmo su una panchina all’angolo di via Vergiò, vicino a via Federica Spitzer (testimone dell’Olocausto, 1911-2002).
Mi accorgo di non avere ancora usato il passato remoto. Rimedio subito: nacqui un lunedì mattina di pioggia, all’alba. Immagino che fin dai primi giorni, in qualche maniera oscura, mi chiedessi: perché diamine sono finito qui? Oggi è una domanda che mi pongo spesso. Non si tratta di un rovello intellettuale, quanto di un modo per celebrare il mistero dell’essere e per destare dentro di me un sentimento di gratitudine.
Ma non la faccio lunga: proprio in segno di gratitudine verso tutti i miei lettori, voglio festeggiare anche quest’anno condividendo un brevissimo racconto inedito.

Il signor Adamo

Mi pare che la prima idea per questa storia mi sia venuta qualche anno fa, in un giorno di primavera, incrociando lungo la strada due ragazzine che ridevano e giocavano a rubarsi un telefonino.
Chissà, forse un giorno riuscirò a raccontare anche di via Vergiò e di quel rudere che sorge spettrale dietro gli orti e i caseggiati. È un edificio incompiuto, di cui resta soltanto lo scheletro. Ignoro che cosa sia e perché la costruzione sia stata abbandonata. Immagino che dia sui nervi agli abitanti del quartiere, però a me piace. Oggi mi sono fermato a guardarlo: attraverso il vuoto di una finestra appariva un riquadro di cielo perfettamente azzurro. È tutta la mattina, a pensarci, che l’azzurro accompagna ogni mio gesto: guidare l’automobile, lavorare, mangiare infine il pompelmo. Ma questo cielo l’ho visto davvero, e ne ho intuito la bellezza, solo quando mi ha colto di sorpresa in un varco del rudere, come un volto amico nella folla o come una voce che chiami me, proprio me, lungo una strada deserta.

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