Panchinario (1-2)

Ci sono panchine dov’è bello starsene da soli. Altre che sembrano fatte apposta per mangiare un hamburger. O per leggere Guerra e pace. O per baciare qualcuno. Non è sempre facile capire quale sia l’attività ideale per la panchina su cui ci stiamo sedendo. A volte sono le circostanze a decidere per noi: senza libro, non possiamo leggere; senza cibo, non possiamo mangiare; senza labbra (altrui), non possiamo baciare. A volte per fortuna accade il miracolo. La panchina giusta nel posto giusto, sulla quale dolcemente baciare una splendida fanciulla mentre addentiamo un saporito cheeseburger e, con la coda dell’occhio, leggiamo le peripezie di Andrej Bolkonskij.
Ho sempre amato fermarmi sulle panchine, nei sentieri di campagna o nelle strade affollate delle città. Forse si tratta di una fuga. Le mie giornate, come quelle di tutti, sono talvolta un insieme di linee rette. Orari, scadenze, gesti necessari, spostamenti da un luogo all’altro, allo scopo di compiere azioni che portano ad altre azioni. Ma ogni tanto, in questo labirinto geometrico, si apre una crepa. Mi fermo, esco dal flusso delle cose da fare e compio un gesto inutile. Una linea curva. Mi siedo. E resto seduto, per un po’, senza fare niente di utile.
Lo scarto è minimo: pochi minuti rubati, pochi metri fuori dal percorso prestabilito. Ma il gesto ha una portata avventurosa, perché una panchina è sempre un viaggio. Si tratta di assumere un punto di vista e di mantenerlo, affinché la distinzione fra l’io che contempla e il luogo contemplato divenga sempre meno netta.
«La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata», scrive Beppe Sebaste. «È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade.» Quando ci sediamo anche solo per qualche istante su una panchina, osserva Pierre Sansot ,«ci troviamo a “inquadrare” un frammento della città. Ne fissiamo gli elementi maggiori, le linee di fuga e di confusione. Il punto di vista a partire dal quale organizziamo una messinscena crea un paesaggio.» Credo che sia proprio così: sono le panchine a creare il paesaggio.
A partire da oggi comincia Sopra la panca, una rubrica sulla rivista “Ticino 7” (allegata al quotidiano “La Regione”). Si tratta di una mia piccola guida alle panchine, molto libera e molto personale. Semplicemente, ogni settimana racconterò un paio di cose intorno a una panchina su cui di recente mi è capitato di sedermi. Qui sul blog, oltre ai testi e alle fotografie, pubblicherò anche un frammento di “paesaggio sonoro”.

1) BELLINZONA, via Sasso Corbaro
Coordinate: 2’722’676.0; 1’116’414.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ascoltare il vento.
È come un teatro per uno o due spettatori (magari anche tre, o quattro seduti vicini vicini). La panchina è rustica, di sasso, senza schienale. Davanti c’è un muretto a forma di mezzaluna. Oltre il muretto, si distende la parte sud di Bellinzona: via Ospedale, Ravecchia, le Semine, Giubiasco, il fiume e l’autostrada, fino all’azzurra lontananza delle montagne. Da quelle parti tira spesso il vento, perciò la vista sulla città è spesso accompagnata dal fruscio delle foglie: quelle verdi fra gli alberi e quelle accartocciate ai piedi del muretto (anche in piena estate, c’è sempre un rimasuglio di foglie secche). Se restate seduti abbastanza a lungo, di sicuro transiterà alle vostre spalle qualche coppia a spasso con il cane e qualche corridore (detto anche “runner”). Il respiro ansimante (del cane e dei corridori in affanno) si confonde con i discorsi del vento.
Colonna sonora (30 secondi):

 

2) BREGANZONA, all’angolo tra via Camara e via Vergiò
Coordinate: 2’715’548.0; 1’096’755.9
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… mangiare un pompelmo.
È necessaria una certa preparazione. Se si arriva con i mezzi pubblici, c’è una fermata dell’autobus accanto alla panchina. Altrimenti si può lasciare la macchina in via Vergiò. Poi bisogna camminare lungo la strada in discesa, fermarsi alla Coop (dove comunque ci sono dei parcheggi), comprare un pompelmo e tornare a piedi fino all’angolo con via Camara. Per raggiungere la panchina, che poggia su un pavimento di mattonelle sopra un terrapieno, occorre salire tre o quattro gradini di legno. Il gesto di sbucciare e mangiare un pompelmo, lassù, rende in qualche modo esotico il flusso ordinario delle cose: un cantiere sulla sinistra (scintillìo delle gru, colpi di martello); un appezzamento di orti sulla destra (verde intenso, odore di campagna); una motocicletta che rallenta e imbocca via Vergiò (discesa e risalita del motore sopra il canto degli uccelli).
Colonna sonora (30 secondi):

 

PPS: Ringrazio la redazione di “Ticino 7”, in particolare Lorenzo Erroi e Giancarlo Fornasier, per l’ospitalità e la preziosa collaborazione.

PPS: La canzone Les amoureux des bancs publics venne incisa dal cantautore francese Georges Brassens nel 1954. Le parole di Beppe Sebaste provengono da Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza, 2008). Quelle di Pierre Sansot da Jardin public (Payot 1993, ristampato nel 2003; la traduzione è mia). La prima panchina di questo articolo è tratta dal film Manhattan, girato da Woody Allen nel 1979. Pure la seconda è una panchina newyorchese: raffigura il pittore René Magritte che dorme sotto un suo quadro esposto al Museum of Modern Art (Steve Shapiro, Magritte Sleeping, New York, 1965).

Condividi il post

9 pensieri su “Panchinario (1-2)

  1. È consentito segnalare panchine? Mi capita spesso di muovermi a piedi, su e giù per il Ticino, e di panchine ne vedo e (talvolta) provo parecchie.

    1. Gentile Luigi, certo, è possibile indicarmi una panchina. Anzi, apprezzo i suggerimenti. Non devono essere per forza luoghi belli o panoramici: ogni panchina, anche quelle in mezzo al caos o senza nessuna vista, può rivelarsi interessante. Per le segnalazioni, lasci un commento qui oppure scriva a info@andreafazioli.ch.

  2. Ma che bella idea! 👏 Complimenti all’autore e alla redazione di Ticino7: un motivo in più per comprare il giornale! 😉
    Sarà bello scoprire una nuova panchina ogni settimana e magari andarci e sedersi. Piccoli viaggi personali, seguendo l’immaginazione… è il turismo che piace a me! 😍

  3. Questa prima panchina mi è piaciuta assai! È bello il fatto che sia come la recensione di un ristorante o di un hotel, con le stelline e tutto (anche le coordinate!), con il consiglio “ideale per”, ma che poi il testo sia quello di uno scrittore, non di una guida turistica o di un esperto di territorio e paesaggio. L’ho letta stamattina sul Ticino7 e ho pensato che, per viaggiare, non c’è nemmeno bisogno di provare una panchina: basta leggerla!!!

  4. Caro Andrea,
    sono proprio contenta che, per una volta, la panchina assurga a un ruolo più nobile e delicato del solito. In generale la panchina non gode di molta considerazione. “Stare in panchina” infatti non è un complimento, così come definire i pensionati quelle persone che siedono sulle panchine dei parchi pubblici a far passare le ore interminabili della giornata, pure. Esempio di come sia salutare ogni tanto guardare il mondo “a testa in giù”, come ci hai esortato a fare.
    Buona fine di settimana. Lorenza

    1. Cara Lorenza,
      grazie per il pensiero! Credo anch’io che sia salutare non soltanto guardare il mondo a testa in giù, ma anche uscire ogni tanto dal traffico della via maestra per sedersi sulle panchine dei parchi pubblici. Non è escluso che, in quei luoghi lontani dal palcoscenico del mondo, accadano le cose più interessanti.

  5. Ciao Andrea, le panchine possono pure essere dei luoghi di stress: pensa alla panchina dei giocatori di hockey o a quella della Nazionale svizzera di calcio sabato prossimo nel confronto con il Brasile.

    1. Grazie, Marcello! In effetti, non avevo pensato alla panchina nel senso sportivo del termine. Ma è pur sempre un buon punto di vista per osservare il mondo… Se mi capitasse di provare una panchina sportiva, l’aggiungerò alla collezione.

  6. Credo sia bello ed anche curioso che a partire da “piccole” cose comuni della vita si aprano universi infiniti. Certamente è necessaria l’attitudine indagatrice di chi osserva: in questo caso il “raccontatore” Andrea Fazioli che mi sembra offra tanti spunti di riflessione il queste pagine web.
    Ricordo con grandissimo piacere le vignette dei vecchietti in panchina che erano pubblicate nel Corriere della Sera sotto la “stanza” di Indro Montanelli. Ed anche un duo comico dello Zelig aveva basato la propria comicità su un incontro alla panchina pubblica.
    Ho letto della panchina dei giocatori di hockey: lì è particolarmente interessante che ci sia la “panca dei puniti” che scontano la penalità di due minuti (o di “due più due” o di “dieci disciplinari”). Magari ci si potrebbe intessere un “giallo” di Contini?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *