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In un villaggio polacco, all’inizio del Novecento, c’era un rabbino celebre per la sua saggezza. Un giorno gli chiesero di raccontare una storia. Lui cominciò a spiegare: «Una storia dev’essere narrata in modo tale che sia efficace, e un aiuto essa stessa». Poi disse: «Mio nonno era paralizzato. Una volta gli domandarono del suo maestro, che spesso si metteva a saltellare e a danzare nel luogo in cui si trovava, preso da un impeto spirituale. Per mostrare questo, mio nonno si alzò e continuò a raccontare mentre saltellava e danzava. A partire da quel momento fu guarito.» Il rabbino fece una pausa, poi soggiunse: «Ebbene, è esattamente in quel modo che bisogna saper raccontare».
Sento in me l’esigenza di narrare fin da bambino. Ma raggiunta l’età della (più o meno) ragione, è sorta una domanda: a che cosa portano le mie storie? È un gesto che faccio perché so farlo, un tentativo di chiarire sommovimenti che avvengono dentro di me, oppure può avere un valore anche per il mondo? Il vecchio rabbino mi ricorda ogni volta che le storie devono portare alla danza. Se una storia smuove la mia paralisi, allora potrà forse servire anche agli altri. E se invece al contrario una storia non tocca nemmeno il mio «cuore paralitico», come lo chiamava Agostino d’Ippona (Disc. 46, 13), allora come potrà mai essere utile a qualcuno?

In queste settimane sto finendo di scrivere un romanzo giallo (o noir?) con il protagonista della mia serie noir (o gialla?), cioè l’investigatore Elia Contini. L’ultimo è uscito nel 2022: Le strade oscure (Guanda). Ho fatto una pausa perché nel frattempo mi sono accadute molte cose. In mezzo ho scritto altro: testi di natura diversa, soprattutto prose brevi e anche un romanzo molto personale con risvolti saggistici. Non so quale destino avrà tutto ciò, forse resterà in un cassetto ancora per un po’. Vedremo. Il romanzo non è un giallo e nemmeno un noir… ma di sicuro a tratti assume un colore rosso.

Per non perdermi fra le tinte a volte preferisco usare altre etichette: non “gialli” o “noir”, ma “storie che fanno danzare” e “storie che restano immobili”. Naturalmente, cerco sempre di scrivere racconti che portino al movimento. Per riuscirci, o almeno per provarci, ogni tanto ho bisogno di rallentare il passo, di provare sentieri diversi.
Ora che ci penso, in fondo tutti i miei romanzi sono blu.
I gialli sono gialli, i noir sono noir: non voglio rinnegare il genere, anzi, ne sono fiero. Però in effetti mi sono sempre piaciuti, come lettore, i romanzi che abbiano un fondo ironico. Questa tonalità spesso è data proprio dalla consapevolezza che le etichette lasciano il tempo che trovano. Mi piace chi non rimane avvinghiato alla ripetizione di schemi fissi, ma riesce a infondere una nuova vitalità ai luoghi e ai personaggi; questo senza rinnegare gli schemi, ma soprattutto grazie allo stile.
Quando parlo di ironia intendo quella tradizionale, quella che suscita un sorriso. Ma anche una forma di ironia più impalpabile, come un sentimento di calore nei confronti dei propri personaggi. Trovo per esempio che ci sia una forma d’ironia anche nei cosiddetti romans durs di Georges Simenon, che certo non fanno sorridere. Magari i critici non sono d’accordo, ma io la percepisco. È una questione di sfumature, anche solo nel modo di voltare una frase.

Basta poco, non bisogna per forza scrivere un capolavoro. Una sensazione, un profumo, una divagazione. Una ragazza che si ferma davanti a una vetrina. Un uomo che prende a calci un sasso e che poi torna indietro per raccoglierlo. Lo scroscio di una cascata che arriva da un’estate di tanti anni fa. Una manciata di vecchie monete chiuse in un cassetto. Una volpe che passa davanti ai fari di una macchina. O il volo di un airone cinerino, sui campi irrigiditi dall’autunno.
(Mi fermo qui. È un esercizio divertente, un po’ come per un pittore mescolare i colori: libri gialli, noir, blu, rossi e qualche volta marroni come un tinello in una canzone di Paolo Conte. Ma ho una storia da finire. Come ha detto non so più se un rabbino polacco o lo stesso Agostino d’Ippona: lets’s go dance!)

PS: Le fotografie rappresentano romanzi di colori differenti, più un airone che ho avvistato mentre vagavo in bicicletta. La storia del rabbino l’ho sentita da qualche parte, ma non ricordo dove (e forse è giusto così). La prima parte di questo articolo riprende e sviluppa una riflessione che ho cominciato sul settimanale svizzero “Azione”, in una rubrica nella quale parlo di giochi (ma non solo). Qui si trova il testo originale.
PPS: Qui gli articoli del blog che parlano del romanzo Le strade oscure uscito alla fine del 2022; il primo è questo stesso articolo, poi via via tutti gli altri (non sono molti: giusto un paio di riflessioni a partire dai miei taccuini).

Secondo me chi legge molto non bada alle etichette, o almeno ognuno usa le sue, come le storie danzanti o immobili, io per esempio divido in storie con o senza atmosfera. Aggiungo che apprezzo molto le “divagazioni” qui nel blog, perché mi permettono di leggere i romanzi con occhi nuovi. Ma perché non mi arriva più la newsletter? Spero che presto possa leggerne uno nuovo, ma ce n’è qualcuno che ancora devo recuperare. Buon lavoro!
E forza, allora, scrivi scrivi che aspettiamo tutte/i da troppo tempo il prossimo romanzo! 🙂