Panchinario (5-15)

È importante ascoltare. E anche parlare, qualche volta. Così come leggere, scrivere, chiedere, rispondere. Ma ci sono momenti in cui tutte queste attività possono aspettare. Ci sono momenti in cui il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere è camminare adagio fino a una panchina e sederci a guardare come va il mondo. Le prime settimane mi sono limitato ai luoghi più vicini a casa mia, ma sono in arrivo “panchine” più lontane e più esotiche (anche se in fondo ogni panchina è esotica, a modo suo).

5) LODRINO, via Pasquerio
Coordinate: 2’718’785.4; 1’129’222.2
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… leggere Raymond Carver.
Il vento pulisce l’aria e fa spiccare i colori delle case: rosso, bianco, turchese. Davanti a me, la montagna sale vertiginosa: la roccia e gli alberi sono già scuri, e la linea d’ombra avanza verso la panchina. Ogni casa ha il suo giardino, con un’altalena, uno scivolo, un tavolo di sasso. Da lontano arriva il ronzio delle macchine sulla strada cantonale. Immagino i padri di famiglia che tornano ogni sera dal lavoro e, quando il tempo è sereno, cucinano salsicce alla griglia. Mi viene in mente l’atmosfera suburbana dei racconti e delle poesie di Raymond Carver. «Fai conto che io dica estate, / scriva la parola “colibrì”, / la metta in una busta, / la porti giù per la discesa / fino alla buca. Quando tu aprirai / la lettera, ti verranno in mente / quei giorni e quanto, / ma proprio tanto, ti amo» (Colibrì, di Raymond Carver, traduzione di R. Duranti).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

6) SANTA MARIA, sulla scalinata che porta alla chiesa
Coordinate: 2’731’587.0; 1’124’866.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… scrivere.
È come una scrivania di pietra, dimenticata contro il muro da uno scultore distratto. A sinistra c’è un portale che conduce al sagrato della chiesa di Santa Maria Assunta, un edificio che risale all’inizio del XIII secolo (all’interno si trova una bella “Madonna vestita” del 1724). A destra c’è il ristorante Bellavista, dal quale si gode in effetti una vista aperta su tutta la valle. Dai prati intorno al villaggio arrivano scampanii di mucche; dalla terrazza del Bellavista brandelli di chiacchiere. Due palloncini colorati stanno lì a ricordare passati festeggiamenti (per un matrimonio?). Il luogo sembra fatto apposta per chi vuole scrivere en plein air: basta appoggiare il taccuino (o il computer) sul ripiano di sasso e lasciarsi ispirare dal tiglio di trecento anni che cresce ai bordi del sagrato o dalla macchina del tempo (travestita da torre medievale) che svetta accanto alla chiesa.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

7) ROSSURA, sulla via principale davanti alla chiesa
Coordinate: 2’706’497.6; 1’148’055.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… aspettare che faccia buio.
Più di ogni animale selvaggio, più di ogni balena bianca è difficile acchiappare un momento fuggevole. I cacciatori di momenti fuggevoli non usano armi, se non la pazienza e – quando occorre – una panchina. A Rossura bisogna arrivare all’ora giusta, poco prima dell’imbrunire. Al centro della panchina, seduti con le mani sulle ginocchia, bisogna lasciar correre lo sguardo oltre la cima del campanile, sulle montagne, fra il pizzo Forno e il pizzo Tencia. Il sole non c’è più, ma il cielo è ancora imbevuto di luce. C’è un attimo, solo un attimo in cui il tempo ha un’esitazione. Ogni cosa è immobile, in attesa: i campi, le croci di ferro ai bordi del cimitero, le case, gli orti. Poi, rapidamente, si accendono i riflettori sulla chiesa di san Lorenzo. L’azzurro si dilegua, arriva la sera. E il momento fuggevole torna nel buio del tempo passato.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

8) LOCARNO, nel Parco delle Camelie in via Gioacchino Respini
Coordinate: 2’705’414.7; 1’112’648.2
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… volare via.
Il vento scompiglia il lago e mette in fuga i bagnanti, in un turbine di asciugamani, cappelli di paglia e camicie variopinte. C’è un albero proprio sulla riva. Poco più indietro, su una panchina, una ragazza è rimasta sola a fissare le onde. Mi avvicino. Il cielo è terso e le montagne sull’altra sponda sembrano vicinissime. La ragazza indossa una maglia arancione. I suoi capelli biondi s’intrecciano, si sciolgono, si arruffano. Il vento cresce d’intensità. Alle mie spalle sento un grido: una madre chiama un bambino nell’edificio del Bagno pubblico. Mi volto verso il lago… la ragazza è scomparsa. Provo a sedermi sulla panchina: è bianca, geometrica, minimalista. Mi pare di essere su una rampa di lancio. Dall’acqua esce un’ultima bagnante con i capelli lunghi e scuri, la pelle abbronzata. Mi distraggo un attimo e, quando torno a guardare verso la riva, anche la donna con i capelli lunghi è volata via.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

9) OLIVONE, sulla strada verso Ghirone prima della galleria della Töira
Coordinate: 2’714’560.7; 1’154’447.4
Comodità: 5 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ricordare un vecchio amore.
Lei non lo sa. Vive, parla, ride da qualche parte nel mondo, ma non sa di essere stata il mio primo, primissimo amore. Eravamo entrambi all’asilo, ed era senza dubbio un’emozione infantile. Ma l’aggettivo “infantile” rende forse meno potente l’emozione? Non credo. Anzi, gli amori infantili s’incidono saldamente nella memoria – conscia o inconscia – come i graffiti che scopro su questa incantevole panchina di montagna (a 1070 metri di quota): P+M, TI AMO, A+D, insieme a vari nomi fissati dentro e intorno a cuori più o meno simmetrici: Raf, Gengi, Ryan… La panchina, nascosta dietro un albero immenso, sta su un terrazzo sospeso sopra i campi e i boschi, sopra le case di Olivone, sopra i ricordi che a volte confortano, a volte feriscono. Prima di andare, noto qualcosa che luccica per terra. Controllo. È la confezione (vuota) di un antidolorifico.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

10) RUVIGLIANA, in via Massago davanti a piazza San Rocco
Coordinate: 2’719’222.3; 1’095’872.4
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… fare autostop.
Nella panchina gialla, sotto un lampione, è infisso uno strano cartello. La scritta PANCHINA CONDIVISA sovrasta un’immagine: la panchina stessa, il segno +, un uomo in piedi e un’automobile. Infine un avviso: La responsabilità del trasporto ricade sul trasportato rispettivamente sul trasportatore. La città di Lugano crea un’area di sosta e per questo non è responsabile di ciò che potrebbe accadere durante i trasporti. In un angolo qualcuno ha attaccato con il nastro adesivo una chiave con la dicitura BICI 5. Benché splenda il sole, tutto ciò suscita una certa atmosfera inquietante che non mi dispiace. Mi siedo, contemplo il monte San Salvatore. Alle mie spalle, dietro la piazza San Rocco, c’è un passaggio stretto che si chiama Vicolo Ombroso. Solo più tardi, tornato a casa, scopro che la panchina è di un’area di sosta per fare autostop. La prossima volta mi ricorderò di alzare il pollice.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

11) MONTE CARASSO, sul prato davanti al Grotto Mornera
Coordinate: 2’718’926.1; 1’118’563.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… parlare da soli.
Bisogna salire dal basso, appesi a una fune. La stazione di partenza è in via I Fracc; il capolinea a Mornera, a 1400 metri di quota. Il viaggio dura una decina di minuti. Dalla cabina della funivia, fra i boschi di castagni appaiono il ponte tibetano sospeso sulla Valle di Sementina e i resti del villaggio di Curzùtt (con la bella chiesa affrescata di San Bernardo). All’arrivo potete scegliere fra tre panchine intagliate nel legno, ma per parlare da soli è consigliabile sedersi su quella di mezzo: un piccolo gatto di ferro, appeso alla ringhiera in fondo al prato, accoglierà amabilmente il vostro soliloquio. Guardate la maestà delle montagne. Respirate l’aria fresca. E raccontate pure al gatto tutti i vostri guai, le vostre preoccupazioni. Lui non vi interromperà, ma vi ascolterà con pazienza, attento, immobile, comprensivo come può esserlo solo un gatto di ferro.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

12) LUGANO, in via Guglielmo Canevascini
Coordinate: 2’716’0423.1; 1’096’272.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… prepararsi a un nuovo anno scolastico.
Il tempo ci consuma e tuttavia non possiamo né vederlo, né toccarlo, né ascoltarne l’incessante fruscío. Possiamo però annusarlo. Penso al primo giorno di scuola della mia vita: più delle immagini o delle parole resta un odore, una miscela di quaderni, matite, gomma da cancellare, corridoi, timore, lavagna, gessi, banchi di legno e trepidazione. Mi pare di sentirlo di nuovo quando – in una calda giornata di fine agosto – mi siedo su una panchina all’ombra, accanto a una scuola dell’infanzia ancora vuota e silenziosa. Davanti a me, oltre la recinzione, i colori squillanti di un parco giochi. Sotto la vampa del sole la scuola è perfettamente immobile, in attesa. Pochi metri più in là c’è una residenza per anziani. Mentre contemplo il parco giochi deserto, passa un ragazzo che spinge una vecchia signora in carrozzella. Ci salutiamo. Il tempo sprigiona un odore lontano, misterioso.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

13) ZOO DI ZURIGO, nella Masoala-Halle in Zürichbergstrasse
Coordinate: 2’686’093.3; 1’248’834.6
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere Emilio Salgari.
Emilio Salgari (1862-1911) inventò centinaia di storie ambientate in luoghi esotici che non aveva mai visto. «Scrivere, diceva, è come viaggiare ma senza la seccatura del bagagli». Se volete visitare il Madagascar senza la seccatura dei bagagli, nello Zoo di Zurigo c’è un padiglione di 11mila metri quadrati che racchiude l’ecosistema della foresta pluviale, con cinquecento specie di piante e cinquanta specie di vertebrati (circa trecento individui). Seduti su una panchina di legno, potrete ascoltare i suoni della foresta mentre intorno a voi si aggireranno camaleonti, gechi, rane pomodoro, pappagalli, lemuri e volpi volanti di Rodrigues. A questo punto, aprite I misteri della Giungla Nera: «L’aria era dolce, imbalsamata dal soave profumo dei gelsomini, degli sciambaga, dei mussenda e dei nagatampo». Non c’è bisogno di sapere che cosa significhi… basta il suono delle parole.
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14) ORBETELLO, sulla ciclopista parallela a via Mura di Levante
Coordinate: 46°26’12” N; 11°12’38” E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… sognare.
Chi l’ha mai detto che per sognare occorre stare comodi? Non parlo dei sogni a occhi chiusi, ma di quelli a occhi aperti. Se siamo troppo rilassati, se tutto è troppo confortevole, a che cosa serve sognare? A che cosa serve usare la facoltà meravigliosa dell’immaginazione per esplorare luoghi remoti senza vederli? Il mare è un potente generatore di fantasticherie. Non c’è nemmeno bisogno di averlo davanti, basta osservare una cartolina, basta sentire la parola, leggere quelle quattro lettere vaste come l’orizzonte: MARE. Questa panchina di Orbetello – siamo nella provincia di Grosseto, in Toscana – si può raggiungere sognando (a occhi aperti) oppure percorrendo la ciclabile fuori dalla città. Dalla panchina si scorge il tombolo di Feniglia con la sua pineta. A destra c’è l’Argentario, a sinistra il continente. Il mare aperto e sconfinato non si vede, ma è facile da immaginare. Anche perché la panchina è scomodissima.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

15) PRATO LEVENTINA, sopra il lago Tremorgio, salendo verso il lago del Leit
Coordinate: 2’698’848.9; 1’148’009.5
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… riempirsi gli occhi di blu.
Quando mi sento malinconico, cerco di rinnovare le mie scorte di blu. Il rimedio è presente in varie forme: il cielo, il mare, un fiume, un vestito, uno sguardo, un dipinto di Simone Martini, di Kandinsky o di Vermeer, una poesia di Mario Luzi o una canzone di Paolo Conte. A volte m’imbatto in una tipologia precisa: il blu Calgari (creato dai fratelli Calgari nel XIX secolo, presente in tanti affreschi dell’alto Canton Ticino) o l’IBK (International Blue Klein, fra il blu scuro e il blu di Prussia, creato da Yves Klein nel 1957). Comunque sia, tutte le sfumature – il blu Calgari e l’IBK, il blu di Prussia, il blu oltremare, l’azzurro, il blu di Persia e il blu Savoia e altri ancora – tutte si ritrovano nei colori del lago Tremorgio, che riflettono il cielo, il tempo e la speranza. Mi siedo sulla panchina, a poco più di duemila metri di quota, e riempio il serbatoio di blu.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Grazie per l’aiuto a Gioele (Rossura), Alice (Locarno) e Martina (Olivone, Orbetello).

PPS: Trovate qui le prime quattro “panchine” e la spiegazione del progetto. Per leggere tutte le panchine, scegliete la categoria Panchinario nel menu in alto a destra.

 

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Ultime bozze

Ho appena consegnato le bozze del romanzo, quando mi arriva una mail dalla casa editrice. Monica scrive che, nel controllare le ciano prima del “visto si stampi”, le è venuto un dubbio. A pagina 36 si dice che Annika aveva nove anni, ma poi a pagina 43 si accenna al suo ottavo compleanno. «Che ne pensi? Come correggiamo?» Faccio un respiro. Mi guardo attorno. La carta, dopo avere conquistato la scrivania e la poltrona, ha invaso ogni superficie libera tranne il soffitto. Mi aggiro sul pavimento, trovo le pagine 36 e 43, controllo i miei appunti, verifico l’età del personaggio, cerco altri riferimenti, paragono la mia versione originale con il pdf già impaginato. Com’è possibile che mi sia sfuggita l’età della bambina? Alla fine per fortuna, dopo un’indagine accurata, riesco a ricostruire le vicende di Annika e della sua famiglia.
Chiamo Monica, che risponde al primo squillo.
«Allora?»
«Ha otto anni.»
«Sicuro?»
«Ho controllato.»
«Bene!» Monica sorride. «Allora possiamo andare avanti.»
Non si finisce mai di scrivere un romanzo. Semplicemente, a un certo punto è il romanzo stesso che ha voglia di vedere il mondo e chiede di andarsene per conto suo. Allora ci si preoccupa. Avrà freddo? Fame? Sete? C’è qualche dettaglio da sistemare, qualche imprecisione, qualche parola da sostituire? Fino all’ultimo l’autore aiuta il romanzo a preparare lo zaino per il viaggio. Ma viene il momento in cui autore, editor, correttori di bozze, redattori, tutti si ritirano nell’ombra. Il romanzo viene affidato ai tipografi. È pronto per partire verso l’ignoto.
Gli Svizzeri muoiono felici uscirà nei primi giorni di settembre per l’editore Guanda. È una storia noir, con l’investigatore Elia Contini, ma è allo stesso tempo il diario di una ricerca esistenziale. È anche la cronaca di un incontro fra culture diverse, paesaggi distanti (la montagna, il deserto) e visioni del mondo che sembrano opposte, inconciliabili. Da tempo mi portavo dentro questa vicenda, ma ero bloccato. Sono infine riuscito a scriverla grazie all’incoraggiamento di qualche amico e ad alcune circostanze favorevoli. Si tratta di un romanzo anomalo e avevo il timore di non riuscire a esprimermi in maniera efficace. Mi è stato utile confrontarmi con altri, in fase di scrittura e di revisione; non solo per le questioni tecniche, ma soprattutto per definire meglio ciò che volevo dire.
Per scavare un pozzo a mano, nel Maghreb, bisogna essere in due: una persona che scava e un’altra che porta fuori la terra con un secchio e una corda. Questo succede anche con la scrittura. Non si tratta di un lavoro totalmente solitario, di un confronto con sé stessi nel proprio recinto, perché di continuo il gesto creativo rimanda a un altrove. Il luogo dove nascono le storie rimane misterioso, come un pozzo nella profondità della terra, e le storie stesse acquistano un senso solo se destinate a un lettore, a qualcuno che le accolga e le renda vive.
A proposito di pozzi. I Tuareg raccontano la storia di due compagni di viaggio che, dopo un lungo cammino nel deserto, arrivano a un pozzo parzialmente ostruito. Uno dei due, impaziente, abbevera il cammello, riempie la borraccia e riparte. L’altro si ferma, rimuove le pietre, riesce a calarsi nel pozzo. Dopo qualche metro trova dell’acqua più buona di quella che affiorava alla superficie. Ma c’è un ingombro di materiali che rende difficoltoso attingere a una maggiore profondità. A questo punto, l’uomo s’interroga: devo accontentarmi di questo rivolo o devo scavare ancora, rischiando e faticando, per cercare un’acqua più fresca, più abbondante, più pura?
È una domanda difficile. Per quanto riguarda la scrittura, credo che ciò che mi spinga a inventare nuove storie sia il bisogno di trovare un’acqua sempre più limpida, insieme al desiderio di condividere quest’acqua. Dopo aver scavato il pozzo, infatti, l’uomo non si limita a proseguire il cammino, ma fabbrica un muro di pietre, perché la fonte non si ostruisca di nuovo e perché il prossimo viaggiatore possa dissetarsi.
Nella mia vita mi è successo di arrivare a pozzi soffocati. Ma ho conosciuto anche libri, luoghi, persone che sono per me come pozzi di acqua viva. Proprio in segno di gratitudine continuo a scavare, a costruire storie e personaggi. Ogni tanto mi sfugge qualche dettaglio, come l’età di Annika… ma per fortuna arriva sempre una mail con un’osservazione o un dubbio dell’ultimo minuto. È proprio vero: per costruire un buon pozzo, bisogna essere (almeno) in due.

PS: Il disegno di un pozzo nel deserto risale al 28 ottobre 1885 e proviene dal taccuino di Charles de Foucauld. La fotografia è di Alain Morel: scattata nel Sahara maliano, a nord di Araouane, raffigura un pozzo profondo che permette di abbeverare le carovane di sale provenienti da Taoudenni. È tratta dal saggio dello stesso Morel intitolato Comprendre les déserts, che si trova in AAVV, Le livre des déserts. Itinéraries scientifiques, littéraires et spirituels, a cura di Bruno Doucey (edizioni Robert Laffont 2006).

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Panchinario (1-4)

Ci sono panchine dov’è bello starsene da soli. Altre che sembrano fatte apposta per mangiare un hamburger. O per leggere Guerra e pace. O per baciare qualcuno. Non è sempre facile capire quale sia l’attività ideale per la panchina su cui ci stiamo sedendo. A volte sono le circostanze a decidere per noi: senza libro, non possiamo leggere; senza cibo, non possiamo mangiare; senza labbra (altrui), non possiamo baciare. A volte per fortuna accade il miracolo. La panchina giusta nel posto giusto, sulla quale dolcemente baciare una splendida fanciulla mentre addentiamo un saporito cheeseburger e, con la coda dell’occhio, leggiamo le peripezie di Andrej Bolkonskij.
Ho sempre amato fermarmi sulle panchine, nei sentieri di campagna o nelle strade affollate delle città. Forse si tratta di una fuga. Le mie giornate, come quelle di tutti, sono talvolta un insieme di linee rette. Orari, scadenze, gesti necessari, spostamenti da un luogo all’altro, allo scopo di compiere azioni che portano ad altre azioni. Ma ogni tanto, in questo labirinto geometrico, si apre una crepa. Mi fermo, esco dal flusso delle cose da fare e compio un gesto inutile. Una linea curva. Mi siedo. E resto seduto, per un po’, senza fare niente di utile.
Lo scarto è minimo: pochi minuti rubati, pochi metri fuori dal percorso prestabilito. Ma il gesto ha una portata avventurosa, perché una panchina è sempre un viaggio. Si tratta di assumere un punto di vista e di mantenerlo, affinché la distinzione fra l’io che contempla e il luogo contemplato divenga sempre meno netta.
«La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata», scrive Beppe Sebaste. «È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade.» Quando ci sediamo anche solo per qualche istante su una panchina, osserva Pierre Sansot ,«ci troviamo a “inquadrare” un frammento della città. Ne fissiamo gli elementi maggiori, le linee di fuga e di confusione. Il punto di vista a partire dal quale organizziamo una messinscena crea un paesaggio.» Credo che sia proprio così: sono le panchine a creare il paesaggio.
A partire da oggi comincia Sopra la panca, una rubrica sulla rivista “Ticino 7” (allegata al quotidiano “La Regione”). Si tratta di una mia piccola guida alle panchine, molto libera e molto personale. Semplicemente, ogni settimana racconterò un paio di cose intorno a una panchina su cui di recente mi è capitato di sedermi. Qui sul blog, oltre ai testi e alle fotografie, pubblicherò anche un frammento di “paesaggio sonoro”.

1) BELLINZONA, via Sasso Corbaro
Coordinate: 2’722’676.0; 1’116’414.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ascoltare il vento.
È come un teatro per uno o due spettatori (magari anche tre, o quattro seduti vicini vicini). La panchina è rustica, di sasso, senza schienale. Davanti c’è un muretto a forma di mezzaluna. Oltre il muretto, si distende la parte sud di Bellinzona: via Ospedale, Ravecchia, le Semine, Giubiasco, il fiume e l’autostrada, fino all’azzurra lontananza delle montagne. Da quelle parti tira spesso il vento, perciò la vista sulla città è spesso accompagnata dal fruscio delle foglie: quelle verdi fra gli alberi e quelle accartocciate ai piedi del muretto (anche in piena estate, c’è sempre un rimasuglio di foglie secche). Se restate seduti abbastanza a lungo, di sicuro transiterà alle vostre spalle qualche coppia a spasso con il cane e qualche corridore (detto anche “runner”). Il respiro ansimante (del cane e dei corridori in affanno) si confonde con i discorsi del vento.
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2) BREGANZONA, all’angolo tra via Camara e via Vergiò
Coordinate: 2’715’548.0; 1’096’755.9
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… mangiare un pompelmo.
È necessaria una certa preparazione. Se si arriva con i mezzi pubblici, c’è una fermata dell’autobus accanto alla panchina. Altrimenti si può lasciare la macchina in via Vergiò. Poi bisogna camminare lungo la strada in discesa, fermarsi alla Coop (dove comunque ci sono dei parcheggi), comprare un pompelmo e tornare a piedi fino all’angolo con via Camara. Per raggiungere la panchina, che poggia su un pavimento di mattonelle sopra un terrapieno, occorre salire tre o quattro gradini di legno. Il gesto di sbucciare e mangiare un pompelmo, lassù, rende in qualche modo esotico il flusso ordinario delle cose: un cantiere sulla sinistra (scintillìo delle gru, colpi di martello); un appezzamento di orti sulla destra (verde intenso, odore di campagna); una motocicletta che rallenta e imbocca via Vergiò (discesa e risalita del motore sopra il canto degli uccelli).
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3) SEMENTINA, al bivio tra via Moyar e via Mondò
Coordinate: 2’718’714.0; 1’115’650.5
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… riprendere fiato dopo la salita in bicicletta.
Mi piace arrivarci in bicicletta. Dal Ponte Vecchio di Giubiasco vado fino a Camorino, poi salgo lungo Al Sècch e In Vigana. Da Vigana scendo a Sant’Antonino. Via Paiardi, via Canvera, via della Posta, via Stazione, via al Ticino. Ora sono in mezzo ai campi: strada dei Pianoni, al Gaggiolo, alle Golene. Supero il fiume su via Stradonino e a Gudo imbocco la via Cantonale, che diventa via Locarno. A Sementina svolto in via Moyar e riprendo a salire all’altezza della fattoria L’Amorosa. Pedalo tra boschi e vigneti e finalmente, dopo un ultimo strappo, ecco la panchina. Di fronte c’è una betulla. Oltre, la vista si allarga: prati, alberi, fiume, città, ferrovia, autostrada, montagne. Mi concentro nell’atto di respirare. Un aeroplano traccia una striscia bianca nel cielo. Il ronzio, quasi impercettibile, misura il passaggio del tempo nella vastità del pomeriggio.
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4) CADEMARIO, incrocio tra via Lisone e via Lücc
Coordinate: 2’712’095.1; 1’097’808.6
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… prendere il sole dopopranzo.
Passa un autobus giallo con la scritta FUORI SERVIZIO. Poi torna il silenzio, interrotto soltanto dal gorgoglio della fontana. La panchina sta su un pendio erboso, dove si trova pure un tavolo per fare picnic. Poco distante c’è la strada che porta al Monastero delle Clarisse. Arriva un altro autobus. Anche questo ha la scritta FUORI SERVIZIO. Oppure è lo stesso? Ma perché dovrebbe passare due volte in dieci minuti? Ogni cosa, all’improvviso, assume un aspetto segreto, misterioso. Un uomo con gli occhiali scuri sta ritto in piedi alla fermata. Un operaio esce da un cantiere e si siede sulla panchina di fianco alla mia per mangiare un panino al salame. Ha un serpente tatuato all’incavo fra il collo e la spalla. Per la terza volta, passa l’autobus FUORI SERVIZIO. L’uomo con gli occhiali da sole fa un cenno di saluto al conducente.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 

PS: Per leggere le prossime “panchine”, scegliete la categoria Panchinario nel menu in alto a destra.

PPS: Ringrazio la redazione di “Ticino 7”, in particolare Lorenzo Erroi e Giancarlo Fornasier, per l’ospitalità e la preziosa collaborazione.

PPPS: La canzone Les amoureux des bancs publics venne incisa dal cantautore francese Georges Brassens nel 1954. Le parole di Beppe Sebaste provengono da Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza, 2008). Quelle di Pierre Sansot da Jardin public (Payot 1993, ristampato nel 2003; la traduzione è mia). La prima panchina di questo articolo è tratta dal film Manhattan, girato da Woody Allen nel 1979. Pure la seconda è una panchina newyorchese: raffigura il pittore René Magritte che dorme sotto un suo quadro esposto al Museum of Modern Art (Steve Shapiro, Magritte Sleeping, New York, 1965).

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Fosforescenze

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Sono tornate le foglie. Anche sugli sparuti alberi di Paradeplatz. Tu cominci a creare delle piccole abitudini, ti sembra addirittura di poterti fidare, conti i dettagli che di volta in volta si ripropongono. Poi la natura si sveglia dal torpore e rimette tutto in moto, spazzando via i tuoi rassicuranti (e per questo transitori) appigli. Naturalmente ci si può nutrire con le spiegazioni più scientifiche: dalle mezze stagioni che non esistono più, ohibò, al miracolo della fotosintesi clorofilliana. Resta però l’impatto visivo, il verde improvviso, la vita che avevi dimenticato. E ancora più forte l’immagine dell’immenso e imperturbabile ingranaggio, quel ciclico vortice che fa di te, nei secoli dei secoli, un nulla insignificante. Anche l’esplosione di vita, insomma, dà le vertigini. Nel mio taccuino, in una breve annotazione di febbraio, avevo scritto: «Pochi alberi bassi e spogli, infilati in una struttura geometrica fredda e calcolata. Li aspetto al varco della primavera». Non sapevo che sarebbero stati loro ad attendermi. Al varco.
La piazza intanto si gode il clima primaverile: colori sgargianti e luminosi, maniche corte, movimento. Un ragazzo fa jogging con una canottiera aderente, in tinta ai pantaloncini e alle scarpe: sfreccia tra i binari dei tram. Anche Andrea si è già alzato con slancio dalla nostra panchina per intrufolarsi nel crocchio di un gruppo turistico. È come se Paradeplatz fosse ringiovanita. O forse sono io a sentirmi più vecchio.
Una signora si avvicina ad Andrea e gli rivolge la parola. Dice di fare attenzione perché ha la stringa slacciata. Lui ringrazia e riannoda. Non si rendono conto che quella stringa era slacciata da gennaio. Conosco bene quelle scarpe: a destra il laccio è sempre stato selvatico, libero. Mentre ora è strozzato in un nodo. Anche le certezze più rocciose, oggi, vengono a cadere.
[YB]

*

Facciamo un passo indietro. Nel 1926, a Zurigo, Erwin Schrödinger scrisse un’equazione differenziale per ciascuna funzione d’onda quantistica. Leggenda vuole che l’ispirazione gli sia venuta mentre contemplava le increspature sulla superficie dell’acqua nella piscina del Dolder. In realtà, a quanto sembra, Schrödinger andava al Dolder soprattutto per guardare le ragazze in costume (ma è pur sempre una faccenda di curve).
Mentre viaggiavo in treno, ho avuto uno scambio di messaggi con alcuni amici a proposito dell’equazione di Schrödinger. Ne avevo sempre sentito parlare, ma non avevo mai capito che cosa fosse. Un amico mi ha spiegato che a livello atomico le componenti della materia non possono essere descritte come ci aspetteremmo: un elettrone non è una pallina con una posizione e una velocità ben definite. Lo stato di un elettrone è rappresentato dalla sua “funzione d’onda”, che descrive una “nube di probabilità” degli stati possibili. Ovviamente, tutto questo vale per gli elettroni, non per i passeggeri dei tram (in nessun punto della sua equazione Schrödinger menziona i tram, né a dire il vero altri mezzi di trasporto). Ma quando si arriva a Paradeplatz in un giorno di aprile, come non sentirsi avvolti da una nube di probabilità?
Perché proprio oggi, e proprio qui, due uomini con la maglietta fosforescente, di due colori diversi, s’imbattono l’uno nell’altro? È un evento eccezionale oppure, calcolando la quantità di uomini fosforescenti che si aggirano a Zurigo, è probabile che simili incontri si verifichino di continuo? L’agglomerarsi di turisti che parlano spagnolo, e il loro fondersi con turisti che parlano inglese, è qualcosa che avviene ogni giorno? O soltanto oggi, per caso? Mi avvicino, mi mescolo al gruppo. Una guida, in inglese, mi raccomanda di avere pazienza: fra poco partiremo. Un’altra guida, parlandomi spagnolo, mi consegna una mappa della città, con un prontuario di frasi utili in inglese, svizzero tedesco, francese e italiano (non si capisce la mancanza dello spagnolo). Indispensabile «I love you» («ich han di gern»; «je t’aime»; «ti amo»). Ma può essere utile anche «I would like» («ich hätti gern»; «je voudrais»; in italiano, misteriosamente: «i molto»).
La guida mi ripete che fra poco partiremo.
Decido di sganciarmi dal gruppo e raggiungo Yari. Mi siedo accanto a lui. Ho una stringa slacciata e l’altra no, giusto per adeguarmi alla nube di probabilità.
Oggi abbiamo portato con noi una poesia di Mariagiorgia Ulbar.

Torno dove termina la strada
dove resta solo il bivio
dove trovo i calcinacci ma anche l’erba
spontanea che ci cresce in mezzo.
Se è malerba non so dirlo
ma i cani contro il male se la mangiano.
Dove finiscono le strade, anche le cose
impacchettate da altri da scartare
c’è una parola piccola su un’insegna
e lì stanno un solco e una crepa
il mio occhio che vede
il mio dito che dentro si infila.

Questo paesaggio estremo, di erba e calcinacci, sembra lontano da Paradeplatz. Oggi però le cose sono ciò che sono e, insieme, ciò che non sono. Circolano le solite cravatte, le solite borse, ma insieme appaiono cappelli di paglia, gonne corte, occhiali da sole. Il meccanismo della piazza funziona come sempre, ma la fragilità primaverile rivela il solco, la crepa che corre fuori e dentro di noi. Anche Paradeplatz, un tempo, era fatta di alberi, prati, cespugli spinosi. Quella piazza fantasma è sempre qui, suscitata dall’immaginazione, nascosta nella nube di probabilità. O forse, semplicemente, evocata dalla nube di pollini.[AF]

*

Parliamo di Schrödinger, della sua equazione e di quel suo esperimento conosciuto con la stupenda dicitura di “Paradosso del gatto” (sembra di rivedere lo Stregatto che è venuto a trovarci a Paradeplatz in febbraio). In realtà, per quanto mi riguarda, mi do solo le arie di uno che parla di Schrödinger. Chi mai potrebbe credere che io abbia veramente qualcosa da dire sulla meccanica quantistica? E infatti il mio massimo contributo alla discussione è una vignetta satirica che trovo grazie a Google.
Le fosforescenze di passaggio, come appoggiate sugli abiti della gente, come convogliate per caso in questo momento di disordine cromatico a cui non sopravvivrebbe non dico uno stilista affermato, ma neppure un apprendista sarto al primo giorno di scuola, ecco che queste fosforescenze si spengono senza preavviso nel più simbolico degli accostamenti: quello della tuta mimetica di un soldato che passa. Forse solo una recluta a giudicare dallo sguardo spaesato, la falcata lunga ma goffa e l’assenza di (obbligatorio) cappellino o basco. Naturalmente una tuta mimetica in mezzo a Paradeplatz è tutto fuorché mimetica. Una sorta di Trova Wally al contrario: vinci se riesci a non vederlo.
In ogni caso, il giovane militare cammina, si ferma, poi ciondola e infine riparte a spron battuto, continuando la sua strana traiettoria fuori dal mio campo visivo.
Sono i miracoli dell’esercito di milizia svizzero e della leva obbligatoria: nell’immaginario collettivo, un’organizzazione strutturata e all’avanguardia, pronta per qualsiasi evenienza (e non sono io a poter dimostrare il contrario); nella vita di tutti i giorni, si palesano invece non di rado sfaccendati neo-maggiorenni in grigioverde che aspettano ordini agli angoli delle strade, nei dintorni di caserme o rifugi antiatomici, poligoni di tiro, zone boschive apparecchiate per esercizi e simili amenità. E verso sera, in treno, se si è fortunati, si condivide il viaggio con intere truppe in libera uscita che tra canti e schiamazzi danno sfogo alla loro ispirazione ingegneristico-architettonica costruendo piramidi con le lattine di birra vuote. Vista la quantità di lattine vuote, non vi è alcuna esagerazione a servirsi del concetto altrimenti abusato di “talento naturale”.
Rimango comunque un poco assorto. L’immagine del militare ha quasi fisicamente rabbuiato i colori che prima riempivano i miei occhi. Ora risaltano i non-colori dei palazzi e della strada pulita, la piatta lucentezza dei binari, le trasparenze delle vetrine. Ricordo anch’io i mesi estivi e autunnali in quella stessa tuta mimetica, a diciannove anni, con un sacco di idee per la testa, ma nemmeno una che riuscisse a suggerirmi il perché (perché fossi lì, a quasi sette ore di treno da casa; perché, dopo gli anni di scuola, dovessi imparare la disciplina, come non esitarono a spiegarci; perché avessi sempre con me un’arma che mi restava sconosciuta, una pistola fredda e scura, estremamente efficace a quanto pare; e insomma, perché e basta). Le mie gambe erano ancora più goffe e lo sguardo senz’altro più perso. Cerco dentro di me alcune immagini di quel tempo non vicino, ma tutto rimane sfocato. Forse mi trovo proprio dove termina la strada, riconosco il bivio, i calcinacci e quell’erba misteriosamente spontanea. Risuona ancora più forte degli altri il verso numero 7 della poesia di Mariagiorgia Ulbar: «Dove finiscono le strade, anche le cose». Già. Anche le cose.
Sono tornato a casa e ora scrivo al mio computer. Ho cercato in cantina la piccola scatola della Posta Svizzera dove ho raccolto gli oggetti legati al servizio militare. L’ho aperta (il mio dito che dentro si infila…) e non c’è quasi più nulla. Ritrovo però il quadernetto dove, durante la cosiddetta “scuola reclute”, avevo appuntato quelle che sicuramente, allora, credevo fossero delle poesie. Le scrivevo prima di dormire, nel letto, sotto la luce della torcia, oppure nelle pause del mezzogiorno. Le rileggo dopo tanti, troppi anni. Sono testi di un’impietosa ingenuità.
Sulla prima pagina scopro una specie di introduzione: «Se devo passare le mie giornate a “sembrare”, qui, su questo foglio bianco, nessuno potrà impedirmi di “essere”». E poi le parole, i versi, ritmati in un approssimativo – quanto ovvio – stile ungarettiano. Solo che a metà ricompare un’immagine. Netta. Sono seduto di fianco alle fontane dove la sera puliamo gli scarponi. È tardi, sono gli sgoccioli della libera uscita. Di fianco a me c’è un compagno che fuma in silenzio. Rivedo tutto: il nero del cielo, la luce soffusa dei dormitori mezzi vuoti, la sigaretta che si rianima a ogni boccata. Ritorno a sentire quel formicolio dietro la nuca, la sensazione di vuoto. Il fumo che danza e richiama «l’oscillare irregolare / del sospiro / che inavvertitamente / ho perso. // Non lo sento, / e la cenere / si porta via il vento».
È strano pensare che oggi potrei scriverne cento o duecento di poesiole così, ma forse mai ritroverò la stessa fiducia nelle parole, di fronte al vuoto.
[YB]

*

Yari scrive. Cioè, fino a qualche minuto fa stava scrivendo. Poi ha salvato il documento e me l’ha inviato. È domenica, e Yari se ne stava a casa davanti al computer, intento a decifrare gli appunti presi durante la nostra visita a Paradeplatz. Con la mente è tornato sotto la pensilina, si è seduto sulla panchina di legno dove termina la strada. Davanti a lui sferragliavano i tram. Poi la piazza reale si è trasformata in un passaggio verso un’altra, più segreta Paradeplatz, un luogo a cui è più difficile tornare. È una radura selvatica, dove cresce l’erba spontanea insieme alla malerba. È il luogo del ricordo, della nostalgia. A volte la luce radente lo trasforma in un prato morbido, colmo di desideri. A volte invece, quando incombe il buio, la radura diventa un intrico di rimpianti, uno spiazzo desolato in cui soffocano i pensieri, i segni, le parole.
Osservando Paradeplatz, all’inizio appare soltanto la piazza esterna. Noi cerchiamo di fissare il mondo nel taccuino: dettagli sui colori, sui rumori, piccole scene che accadono in pochi secondi. Scorgo un ragazzo e una ragazza che si salutano con intensità. Si abbracciano, poi lei dice qualcosa sorridendo, lui torna indietro e l’abbraccia di nuovo. Arriva il tram. La ragazza sale, si siede accanto al finestrino. Il ragazzo, dal basso, le sorride. Lei contraccambia, lo saluta con la mano, mima il gesto di un bacio. A questo punto il tram dovrebbe partire. Ma non parte, perché una donna sta incontrando qualche difficoltà nello spingere una carrozzina con un bimbo in fasce. La ragazza e il ragazzo non sanno che cosa fare. Lei sorride, ancora. Lui sventola le braccia. Quante volte si può ripetere un sorriso? Quante volte si può mimare un bacio? C’è imbarazzo, ma i due tengono duro: persistono a guardarsi negli occhi finché il tram, con un sospiro, si mette in moto verso il capolinea di Morgental.
L’azione di scrutare la Paradeplatz esterna, cercando di captare il suo ritmo, dischiude le vie che portano a quella intima, invisibile. Per questo sostiamo a lungo, prendiamo appunti, scattiamo fotografie. Cominciamo da «pochi alberi bassi e spogli, infilati in una struttura geometrica fredda e calcolata», poi ci spostiamo nel tempo o nello spazio, non importa, ed esploriamo la nube di probabilità. Infine torniamo a casa, ci mettiamo a scrivere. Yari a Berna, io a Bellinzona. È domenica pomeriggio. Senza volerlo, ci ritroviamo nella radura insidiosa dove nascono le storie, le poesie. Abbiamo fiducia che bastino a reggere il deserto? Le parole resisteranno contro il vento che infuria tra i rovi della piazza fantasma?
Non lo sappiamo. Intanto ho già inviato una mail, prima di aggiungere queste ultime righe. Alla sua scrivania, Yari sta già correggendo il testo. Nonostante tutto, Yari scrive.
[AF]

PS: La lirica di Mariagiorgia Ulbar è tratta da Gli eroi sono gli eroi, Marcos y Marcos 2015.PPS: L’immagine con l’equazione di Schrödinger proviene da Ian Stewart, Seventeen Equations that Changed the World (2012). In italiano, con la traduzione di Giorgio P. Panini, Le 17 equazioni che hanno cambiato il mondo (Einaudi 2012).PPPS: Per i dettagli su Schödinger, grazie a Gregorio (e a tutto il gruppo dei neuroni specchio).PPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. Trovate qui le puntate di gennaio, febbraio e marzo.

 

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Zaynab e il commissario

Su invito del settimanale “Cooperazione” ho cominciato una nuova serie poliziesca: Zaynab e il commissario. Sono racconti molto brevi, indipendenti l’uno dall’altro ma sempre con gli stessi protagonisti. Un poco alla volta, sto cercando di approfondire l’atmosfera dei luoghi e il carattere dei personaggi. Le storie appaiono ogni settimana nell’edizione cartacea della rivista, accompagnati dalle illustrazioni di Andrea De Carli (suoi sono i disegni che vedete in questo articolo). Tutte le puntate si trovano anche online: www.cooperazione.ch/serienoir.
Questi racconti mi danno l’occasione per riflettere su alcuni aspetti della nostra società, dal punto di vista psicologico e sociale. La Svizzera, con la sua multietnicità, mi pare un buon osservatorio. Pensando all’idea per una serie, subito mi sono venuti in mente Zaynab Hussain e Giorgio Robbiani. Non saprei precisare nel dettaglio la loro origine: è un miscuglio fra persone che ho conosciuto, libri che ho letto, luoghi che ho visto, emozioni che ho provato.
Giorgio Robbiani è un ex commissario della Polizia cantonale ticinese. Dopo tanti anni di lavoro è andato in pensione, è invecchiato, ha vissuto con dolore la morte di sua moglie. Con il passare del tempo, sente scemare le sue forze. Quando si accorge di non essere più autosufficiente, assume una badante. Zaynab Hussain è una donna ancora giovane ma segnata dalla fatica: emigrata con suo marito Muhammad dalla Tunisia in Italia e poi in Svizzera, è rimasta sola quando Muhammad è morto di meningite nel Centro per richiedenti l’asilo di Chiasso. Grazie all’aiuto del medico che aveva curato suo marito, ha trovato un impiego come badante prima per un anziano avvocato e poi per Giorgio Robbiani.
Robbiani non è più tecnicamente un poliziotto, ma la gente sa che lo è stato per tutta la vita e che, in un certo senso, non smetterà mai di esserlo. Il suo fiuto è sempre lo stesso, reso ancora più efficace dall’esperienza. Così molti ricorrono a lui per un aiuto in occasione di piccoli problemi (furti, sparizioni, litigi, eccetera). In più, l’ex commissario ha ancora molti amici nella polizia, e qualcuno ogni tanto gli chiede un consiglio. Ben presto Robbiani si accorge che Zaynab, con la sua curiosità e la sua intelligenza vivace, può rivelarsi un’ottima assistente per le sue micro-indagini. Oppure è lui a essere l’assistente di Zaynab? Difficile dirlo. Come molte coppie di investigatori, Zaynab e il commissario si completano a vicenda.
Lui è un uomo, lei una donna. Lui è burbero, anziano, debole, acuto nel giudicare la natura umana. Lei è spigliata, giovane, forte, talvolta fin troppo ottimista. Lui è svizzero, di lingua madre italiana, lei è tunisina, di lingua madre araba. Lui ha una certa solidità economica, lei è precaria. Lui proviene da una tradizione occidentale cristiana o post-cristiana, lei da una tradizione islamica. E così via. Il mio interesse non consiste tanto nel paragonare i diversi punti di vista, quanto nel mostrare che solo la conoscenza reciproca consente uno sguardo adeguato alla complessità del mondo.
Tra le letture che mi hanno ispirato ci sono i testi del teologo e poeta mistico persiano Jâlâl alDîn Rûmî (1207-1273). Una delle sue opere più celebri è il Mathnawî, un poema di 51.370 versi in rima baciata. Nel terzo volume, a partire dal verso 1260, Rûmî racconta di una controversia sorta sulla forma e la descrizione di un elefante.
Alcuni indiani avevano messo un elefante in una casa buia, con l’intenzione di esibirlo a chi non ne aveva mai visto uno. Volendolo vedere, molte persone entrarono, una dopo l’altra, nell’oscurità. / Visto che con gli occhi era impossibile, ciascuno, nell’oscurità, lo palpava col palmo della mano. / La mano di uno si posò sulla proboscide e quello disse: «Questa creatura è come un tubo per l’acqua». / La mano di un altro toccò l’orecchio, che gli parve simile a un ventaglio. / Un altro, avendo preso una gamba, dichiarò: «Trovo che la forma di un elefante è come quella di un pilastro». / Un altro posò la mano sulla schiena e disse: «In verità, l’elefante è come un tronco». / Del pari, ogni volta che qualcuno sentiva la descrizione dell’elefante, la capiva in base alla parte che era stata toccata. Rumi fa notare che l’occhio della percezione sensoriale è unicamente come il palmo della mano, e il palmo non è in grado di afferrare la totalità. I nostri sguardi talvolta si perdono nelle cose inessenziali, perché intravediamo solo un aspetto delle cose: Giorno e notte si muovono i bioccoli di schiuma che vengono dal mare; tu vedi la schiuma e non il mare. Che strano! / Ci urtiamo gli uni gli altri come barche; i nostri occhi non vedono, anche se ci troviamo nell’acqua chiara.
In effetti, gran parte della vita è urtarsi gli uni gli altri. Gran parte della vita è non vedere niente neppure nell’acqua limpida. Anche per questo leggiamo e scriviamo. Non ci basta la schiuma, ma vorremmo cogliere il vasto mistero del mare. Rûmî, commentando l’episodio, scrive: Lascia vagare il tuo spirito, e dopo sii attento. Tappati le orecchie e poi ascolta. È un buon consiglio di scrittura. L’attenzione non è uno sforzo, ma uno stato che si raggiunge lasciando liberi i pensieri: eliminato il frastuono delle teorie e dei preconcetti, saremo in grado di ascoltare ciò che i nostri personaggi vogliono raccontarci.
Il poliziotto e la badante rispecchiano due parti di me stesso. Da un lato, la fragilità, la debolezza; dall’altro la curiosità e la voglia di conoscere l’ignoto. Sono due atteggiamenti dell’anima: il legame con la tradizione insieme al sentimento di essere straniero. L’equilibrio – a volte arduo – fra queste due parti mi spinge a pormi domande, a leggere, a viaggiare, a pensare… e a immaginare nuovi casi per Zaynab Hussain e Giorgio Robbiani.

PS: Zaynab e il commissario cresce seguendo il ritmo di uscita di “Cooperazione”. Se aveste riscontri, domande o suggerimenti, scrivetemi pure! Voglio ringraziare Rocco Notarangelo e tutta la redazione per la fiducia e per il supporto. Grazie anche ad Andrea De Carli, il quale ogni settimana dà una forma grafica alle storie. Sono grato infine a Martina e Gregorio che mi hanno ospitato a Zurigo, dove ho scritto il primo racconto della serie.

PPS: La citazione di Rûmî è tratta dalla versione italiana integrale del Mathnawî, pubblicata da Bombiani nel 2006 e ripubblicata nel 2016, sempre con introduzione, traduzione e note di Gabriele Mandel Khân e Nûr-Carla Cerati-Mandel.

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