Il territorio delle volpi

Per ascoltare questo articolo:

«Per chi lo sa ascoltare il bosco non ha segreti. Contini conosce ogni palmo del suo territorio e intuisce da piccoli segni quando sta entrando nel territorio di una volpe.»

È un passaggio del romanzo Una piccola cosa proibita, che uscirà per Guanda il 13 ottobre 2026. Il protagonista, l’investigatore Elia Contini, ha una doppia vita (e chi non ce l’ha, del resto?). Di giorno indaga fra il Canton Ticino e l’Italia, in mezzo a traffici, imbrogli, affari più o meno loschi. Ma la sera risale a Corvesco, un paese di montagna, e si lascia abbracciare dal silenzio delle foreste.
Di notte, quando non deve lavorare, Contini esce di casa e s’inerpica tra i faggi e i castagni. Segue le tracce delle volpi, che sono il suo animale guida. Ama osservarle, fotografarle. Annota in un taccuino i loro andirivieni.

Perché il bosco, perché le volpi?

La vicenda di Contini s’intreccia con quella dell’autore. Fin da bambino le volpi sono per me una via d’accesso al mistero. L’origine è forse nelle storie che mi raccontavano quando non sapevo leggere: il personaggio dal pelo rosso e dalla coda lunga si aggira nell’ombra, tessendo le sue trame. La volpe furba ma anche fragile, pronta alla fuga se intravede lupi o cacciatori. Così vicina alle nostre case, alle nostre vite, eppure così lontana. Nel tepore del mio letto, prima di dormire, la volpe era simbolo dell’ignoto, della notte, di tutto ciò che nella vita resta sotterraneo, inesprimibile.

Nello stesso tempo, la volpe deve cavarsela in ogni circostanza. Questo per me non è facile. Spesso mi sono bloccato in situazioni che mi parevano insormontabili, mi sono smarrito in sentieri che non portavano da nessuna parte. Ma in qualche modo ho cercato di tornare a casa. Come tutti ho le mie ferite, le mie cicatrici. Non sempre posso muovermi nel mondo che vorrei, e allora mi tocca accettare la realtà, osservarla, cercare dov’è il buono in mezzo alle sterpaglie o ai rifiuti.

La volpe è un animale selvatico, irrimediabilmente, non si può addomesticare. Eppure ha imparato ad avvicinarsi alle città degli umani, perché là si trova ciò che le permette di sopravvivere.
Forse “sopravvivere” è un concetto limitato? Ma la volpe poi torna alla sua tana, nel cuore del mistero. Anche quando ci pare magra, rognosa, ormai contaminata dalla città e dai suoi immondezzai, la volpe riesce a restare libera.

Ecco perché nell’ufficio di Contini c’è la fotografia di una volpe al limitare di un bosco. Ed ecco perché nell’atrio di casa sua c’è la piccola scultura di una volpe. Dopo una brutta esperienza Contini si è liberato degli oggetti inutili. Qualche mese fa, si legge nel romanzo, l’atrio era ingombro di cose. «Oggi resta l’essenziale: una credenza, un attaccapanni, una ciotola per mettere le chiavi. E un giocattolo di legno a forma di volpe, creato dall’artista Antonio Vitali.»

Ogni volta che torna a casa dopo le sue avventure, gli occhi di Contini si posano sull’animale di legno. L’investigatore pensa: anche oggi sono qui, un altro giorno è andato. Il giocattolo è fisso, immobile, ma freme di una vita segreta, come se da un momento all’altro potesse agitare la coda, voltare il muso, fuggire dove gli alberi sono più fitti e dove si aprono radure come respiri profondi.

In Una piccola cosa proibita Contini avrà a che fare con un nuovo personaggio: Anna Scovalupi, un’ispettrice di Milano (ma originaria di Cremona) che viene trasferita in Svizzera per lavorare in un corpo di polizia transfrontaliero. L’investigatore privato e la poliziotta non vanno d’accordo, ma devono collaborare per fermare un assassino.
Nella vicenda è coinvolto un giovane libraio, che vorrebbe starsene per conto suo a scrivere poesie e invece si trova nei guai. Proprio in omaggio al libraio, che si chiama Giosuè Pasquali, chiudo con uno haiku scritto dall’autore giapponese Tan Taigi (1709-1771): «nel campo dei meloni / il ladro, la volpe / s’incontrano faccia a faccia».

Anche a me è capitato di vedere una volpe all’improvviso, magari la mattina presto quando percorro in macchina una strada di montagna. È questione di un attimo: la volpe sta ferma, abbagliata dai fari. Poi si riscuote, in un guizzo torna fra gli alberi. Io proseguo verso la mia giornata, il mio lavoro. Lei rientra dopo una notte di scorribande. Ma per il tempo di un secondo, io sono stato la volpe e la volpe è stata Andrea. In questo scambio per me sta tutta la letteratura.

PS: Qui l’annuncio del nuovo romanzo nel sito della casa editrice.

PPS: Ho già parlato di Una piccola cosa proibita nel blog, quando stavo correggendo le bozze.

PPPS: La traduzione dello haiku di Tan Taigi è di Adriana Ziffer Gallo, in Poesie zen (Newton Compton, 1983), a sua volta tratta da Zen Poetry (Penguin Classics, 1977/81), a cura di Lucien Stryk e Takashi Ikemoto. Un’altra versione è fornita da Leonardo Vittorio Arena in Haiku (Rizzoli, 1995): «La volpe s’imbatte / in un ladro: / campo di meloni». Ecco la trascrizione dell’originale giapponese: «nusubito ni / deau kitsune ya / uri batake».

PPPPS: L’immagine della volpe fatta di parole è tratta da un’incisione a bulino eseguita da Paolo Foletti per la raccolta di poesie ornate Bestie (Atelier Calcografico, Novazzano 1997), con i testi di Ugo Petrini.
Se qualcuno volesse come Contini seguire le tracce delle volpi, può essere utile il volume da cui ho rubato un’altra delle immagini di questo articolo: Jean-Pierre et Yan-Chim Jost, Le Renard. Aspect, comportement, urbanisation, Cabédita 2005. Non è male anche Le renard, di Jean-Steve Meia (Delachaux et Niestlé 2008). Anche nel catalogo della mia casa editrice si trova un bel libro sull’argomento: Adele Brand, La vita segreta delle volpi (2019; Guanda 2021). Proprio di Adele Brand è un’altra delle foto di questo articolo (la prossima volta vedrò di allegare anche una foto di Contini, se sarà tanto gentile da inviarmene una).

PPPPPS: Qui sotto, invece, altre immagini. La prima raffigura un reperto dei primi anni Ottanta che testimonia come il giovane futuro autore di questo blog già unisse il gusto per le volpi a quello per la lettura (pure se con palesi difficoltà nella scrittura…). La seconda e la terza mostrano rispettivamente un manufatto e un disegno creato dalle due figlie maggiori dell’autore. in attesa dei primi tentativi della terzogenita, questo già dimostra come la volpitudine sia ereditaria…

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Un passo leggero

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Come ho vissuto il 2025?
Per certi aspetti, è stato un anno ricco di esperienze, di viaggi, di scoperte.
Per altri aspetti, sono riuscito a fare meno di quanto avevo previsto. Ma chi non si trova in questa condizione? Anzi, forse è un bene lasciare un margine di miglioramento. In fondo, ho sempre cominciato a scrivere nuovi romanzi perché qualcosa in quelli precedenti non mi convinceva del tutto. Naturalmente è un giudizio soggettivo. Alcuni preferiscono un libro, altri uno differente; per conto mio, cerco ogni volta di avvicinarmi alla mia voce, al mio stile. Lo troverò mai? Credo di no, perché la voce più vera si nasconde nel silenzio… e ancora non sono pronto a tacere.

Nel 2025 è uscito un piccolo libro che mi sta a cuore: Non importa dove, pubblicato da Gabriele Capelli e scritto da Yari Bernasconi & Andrea Fazioli. Come indica quella “&”, non si tratta di una scrittura occasionale a quattro mani, bensì del progetto di trovare una voce comune insieme al poeta Yari Bernasconi, che vive a Berna e con il quale nel 2025 ho condiviso viaggi e progetti di scrittura, ma anche molto altro. Trovate qui il nostro sito comune. Non importa dove è una raccolta di 58 cartoline, composte a partire dal 2018: è una selezione e un affinamento di testi che sono maturati lentamente negli anni: prose brevissime, alcune più scanzonate e altre più poetiche o riflessive, alle quali sono abbinate delle fotografie, perlopiù scattate dagli stessi YB&AF.
Senza fare un elenco, vorrei menzionare almeno la riedizione in tedesco de La sparizione (Guanda) con il titolo di Verschwunden in Tessin (Dörlemann); fra l’altro, lo stesso romanzo è stato pubblicato quest’anno anche in georgiano. Inoltre, segnalo la riedizione per TEA dell’antologia Un capodanno in noir, uscita nel 2023 per Guanda, in cui c’è un racconto con Elia Contini e di cui dico di più nel primo Post Scriptum a questo articolo.
Nel 2025 ho finito anche un romanzo particolare, esistenziale, che avevo cominciato anni fa. Magari un giorno ne dirò di più. Inoltre, sto terminando in questi giorni un nuovo capitolo della serie con l’investigatore Elia Contini. Avrei voluto scrivere più in fretta – l’ultimo della serie risale all’autunno del 2022 – ma negli anni scorsi ho avuto dei problemi di salute che hanno rallentato il lavoro. Da quando ho cominciato a stare meglio, ho ripreso anche a uscire in bicicletta con più assiduità: sicuramente quest’anno ho percorso molti chilometri e visto molti paesaggi. A volte gli stessi paesaggi, ai quali torno con l’intento di vederli come nuovi. Pedalo adagio, così come mi piace camminare adagio: con un passo leggero, attento alle minuzie.

Quando esco in bici d’inverno, sul piano di Magadino, incontro spesso un airone bianco maggiore. Accade soprattutto nelle giornate un po’ grigie, quando non c’è nessuno in giro. Il territorio è piatto: una Bassa padana in miniatura, cinta dalle montagne. L’airone sta in un campo oppure dentro un fossato. Ieri mi aspettava al bordo della strada, fedele come un tifoso che incoraggi un campione attardato. Per qualche secondo si è alzato in volo. Magnifico, leggiadro. Poi ha ripreso a camminare. Mi ha stupito il suo passo: spigoloso, oscillante, eppure in qualche modo colmo di bellezza. Vorrei che fosse il mio passo per il nuovo anno. Traballante, se capita, ma fiducioso nel seguire l’argine. Sempre vicino al mistero del fiume.
Concludo questo 2025 con uno haiku di augurio, che dedico alle lettrici e ai lettori di questo blog.

Fine dell’anno.
Sull’argine cammina
l’airone bianco.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Quest’anno la casa editrice TEA ha riproposto l’antologia di storie poliziesche legate al capodanno che l’editore Guanda aveva pubblicato due anni fa. C’è un racconto con Elia Contini, intitolato Il custode dell’abisso. Le altre storie sono di Gianni Biondillo, Gian Andrea Cerone, Luca Crovi, Giancarlo De Cataldo, Marco De Franchi, Diego De Silva, Marcello Fois, Leonardo Gori e Marco Vichi, che è il curatore della raccolta. Alcuni di loro sono cari amici, ed è bello che questo libro in comune sia tornato in libreria. Ne avevo parlato qui.

PPS: Quest’anno ho avuto occasione di fare alcuni viaggi per parlare della mia scrittura e dei miei libri. Trovate qui un resoconto dell’esperienza in Cina e qui un riassunto dei viaggi in Germania. Qui, invece, ho parlato di Monaco in maniera più sommessa.

PPPS: Fra i vari articoli nel blog, ne segnalo un paio. Qui accenno al mio lavoro alla radiotelevisione svizzera (RSI). Quest’anno, oltre alle dirette su Rete2, il canale culturale della radio pubblica, ho portato avanti con Marco Pagani Un attimino, un programma che si occupa di lingua e letteratura, con divagazioni dai cantautori all’antico sumero. Lo trovate anche su Spotify; ha avuto un’edizione speciale televisiva e, proprio quest’anno, una speciale estensione natalizia per l’avvento (Un avventino). Inoltre, collaboro con Nero su bianco, il nuovo programma di libri della televisione svizzera (per il quale mi occupo in particolare di presentare romanzi polizieschi o di avventura).
Mi capita inoltre di tenere laboratori di scrittura. Oltre a quello che si svolge in queste settimane alla Scuola Flannery di Milano, vorrei menzionare il fatto che il Liceo Diocesano di Breganzona, in Svizzera, ha in programma due ore di scrittura creativa alla settimana per le allieve e gli allievi di prima liceo. Nel 2026 riprenderanno inoltre i corsi della Scuola Yanez (seguiranno dettagli).
Qui trovate infine un articolo autunnale che parla di mucche e bicicletta. È uno fra i tanti che a prima vista non ha che fare con la scrittura, ma poi invece sì.

PPPPS: Nel 2025 ho ripreso anche a pubblicare della roba su Instagram e Facebook eccetera. Chi mi conosce sa quanto detesti l’idea stessa delle reti sociali, così feroci e subdole nell’abbandonarci non alla solitudine (che non è per forza un male) ma all’isolamento, per di più travestito da “condivisione”. Ritengo però che uno strumento perverso possa anche venire usato in maniera buona e quindi, nel mio piccolo, ci provo. Cerco di farlo sempre con leggerezza, nell’intento di portare alle poche persone che intercettano i miei segnali qualcosa di positivo, anche solo un frammento di sorriso o di riflessione.

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Romanzi blu

Per ascoltare questo articolo:

In un villaggio polacco, all’inizio del Novecento, c’era un rabbino celebre per la sua saggezza. Un giorno gli chiesero di raccontare una storia. Lui cominciò a spiegare: «Una storia dev’essere narrata in modo tale che sia efficace, e un aiuto essa stessa». Poi disse: «Mio nonno era paralizzato. Una volta gli domandarono del suo maestro, che spesso si metteva a saltellare e a danzare nel luogo in cui si trovava, preso da un impeto spirituale. Per mostrare questo, mio nonno si alzò e continuò a raccontare mentre saltellava e danzava. A partire da quel momento fu guarito.» Il rabbino fece una pausa, poi soggiunse: «Ebbene, è esattamente in quel modo che bisogna saper raccontare».
Sento in me l’esigenza di narrare fin da bambino. Ma raggiunta l’età della (più o meno) ragione, è sorta una domanda: a che cosa portano le mie storie? È un gesto che faccio perché so farlo, un tentativo di chiarire sommovimenti che avvengono dentro di me, oppure può avere un valore anche per il mondo? Il vecchio rabbino mi ricorda ogni volta che le storie devono portare alla danza. Se una storia smuove la mia paralisi, allora potrà forse servire anche agli altri. E se invece al contrario una storia non tocca nemmeno il mio «cuore paralitico», come lo chiamava Agostino d’Ippona (Disc. 46, 13), allora come potrà mai essere utile a qualcuno?

In queste settimane sto finendo di scrivere un romanzo giallo (o noir?) con il protagonista della mia serie noir (o gialla?), cioè l’investigatore Elia Contini. L’ultimo è uscito nel 2022: Le strade oscure (Guanda). Ho fatto una pausa perché nel frattempo mi sono accadute molte cose. In mezzo ho scritto altro: testi di natura diversa, soprattutto prose brevi e anche un romanzo molto personale con risvolti saggistici. Non so quale destino avrà tutto ciò, forse resterà in un cassetto ancora per un po’. Vedremo. Il romanzo non è un giallo e nemmeno un noir… ma di sicuro a tratti assume un colore rosso.

Per non perdermi fra le tinte a volte preferisco usare altre etichette: non “gialli” o “noir”, ma “storie che fanno danzare” e “storie che restano immobili”. Naturalmente, cerco sempre di scrivere racconti che portino al movimento. Per riuscirci, o almeno per provarci, ogni tanto ho bisogno di rallentare il passo, di provare sentieri diversi.
Ora che ci penso, in fondo tutti i miei romanzi sono blu.
I gialli sono gialli, i noir sono noir: non voglio rinnegare il genere, anzi, ne sono fiero. Però in effetti mi sono sempre piaciuti, come lettore, i romanzi che abbiano un fondo ironico. Questa tonalità spesso è data proprio dalla consapevolezza che le etichette lasciano il tempo che trovano. Mi piace chi non rimane avvinghiato alla ripetizione di schemi fissi, ma riesce a infondere una nuova vitalità ai luoghi e ai personaggi; questo senza rinnegare gli schemi, ma soprattutto grazie allo stile.
Quando parlo di ironia intendo quella tradizionale, quella che suscita un sorriso. Ma anche una forma di ironia più impalpabile, come un sentimento di calore nei confronti dei propri personaggi. Trovo per esempio che ci sia una forma d’ironia anche nei cosiddetti romans durs di Georges Simenon, che certo non fanno sorridere. Magari i critici non sono d’accordo, ma io la percepisco. È una questione di sfumature, anche solo nel modo di voltare una frase.

Basta poco, non bisogna per forza scrivere un capolavoro. Una sensazione, un profumo, una divagazione. Una ragazza che si ferma davanti a una vetrina. Un uomo che prende a calci un sasso e che poi torna indietro per raccoglierlo. Lo scroscio di una cascata che arriva da un’estate di tanti anni fa. Una manciata di vecchie monete chiuse in un cassetto. Una volpe che passa davanti ai fari di una macchina. O il volo di un airone cinerino, sui campi irrigiditi dall’autunno.
(Mi fermo qui. È un esercizio divertente, un po’ come per un pittore mescolare i colori: libri gialli, noir, blu, rossi e qualche volta marroni come un tinello in una canzone di Paolo Conte. Ma ho una storia da finire. Come ha detto non so più se un rabbino polacco o lo stesso Agostino d’Ippona: lets’s go dance!)

PS: Le fotografie rappresentano romanzi di colori differenti, più un airone che ho avvistato mentre vagavo in bicicletta. La storia del rabbino l’ho sentita da qualche parte, ma non ricordo dove (e forse è giusto così). La prima parte di questo articolo riprende e sviluppa una riflessione che ho cominciato sul settimanale svizzero “Azione”, in una rubrica nella quale parlo di giochi (ma non solo). Qui si trova il testo originale.

PPS: Qui gli articoli del blog che parlano del romanzo Le strade oscure uscito alla fine del 2022; il primo è questo stesso articolo, poi via via tutti gli altri (non sono molti: giusto un paio di riflessioni a partire dai miei taccuini).

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Il blu e il noir

Sono seduto in una stanza fredda. Di fronte a me non c’è nessuna cosa blu. Un computer grigio, qualche libro rosso, uno marrone, uno giallo, una penna rossa, un tagliacarte argenteo. Carta bianca, camicia rossa e nera, lampada gialla. È una stanza spoglia, in una casa di montagna.  Davanti a me il muro (bianco) e una finestra con le imposte rosse dalle quali traspare il chiarore del sole. Perché dovrebbero esserci cose blu? Non lo so. Però mi dispiace che non ci siano. Certo, i miei occhi sono blu e chissà, forse improntano il mondo con la loro bluità. Nel dubbio, appoggio accanto alla scrivania la mia penna stilografica (azzurra, con inchiostro blu) e una copia di Une histoire de bleu, di Jean-Michel Maulpoix. Sfogliando il volume di poesie, m’imbatto in una frase che mi sembra adatta a inaugurare un nuovo anno: «Je contemple dans le language le bleu du ciel», contemplo nel linguaggio il blu del cielo.
Il linguaggio per me ha parecchie tinte oscure. Del resto nemmeno il cielo è veramente blu, secondo gli esperti. Ma che cosa importa? Il blu è il colore della lontananza e dell’intimità: fra questi due poli si muove il mio tentativo di dire qualcosa con le parole. Il blu è anche il colore dei fiumi, che sono i maestri di ogni narratore.

Il testo di Maulpoix contiene altre osservazioni memorabili. Traduco: «Le parole per me non avrebbero valore se si rassegnassero a nominare o a descrivere ciò che è, invece di precipitarsi verso ciò che non è. […] Non voglio più appropriarmi delle cose che nomino: mi basta abbozzare il gesto di toccarle con le mani.» Se si rinuncia al linguaggio come mezzo di possesso, allora le parole saranno un modo per toccare «con le mani»; e come sappiamo fin da bambini, il desiderio di toccare le cose riflette quello di conoscerle davvero, con la nostra pelle.

Manca poco a Capodanno. Mi torna alla mente un racconto che scrissi in primavera e che, tuttavia, anticipava il 31 dicembre. S’intitola Il custode dell’abisso ed è contenuto nell’antologia Un lungo Capodanno in noir, edita da Guanda qualche settimana fa. Gli altri autori sono Gianni Biondillo, Gian Andrea Cerone, Luca Crovi, Giancarlo De Cataldo, Marco De Franchi, Diego De Silva, Marcello Fois, Leonardo Gori e Marco Vichi, che è il curatore della raccolta. La mia storia racconta di un uomo ossessionato dall’intelligenza artificiale. L’investigatore Elia Contini affronta un caso minimo, sospeso fra l’assurdo e il mistero che formano il cuore degli esseri umani. Il valore di questo libro, per me, consiste soprattutto nella possibilità di condividere la tecnica e il senso di un mestiere. Il cosiddetto mondo letterario purtroppo è spesso composto da monadi, da colossali ego che si urtano fra loro come continenti alla deriva. Una casa editrice che inviti degli autori ad affrontare un tema invita anche allo scambio, al confronto, al contatto diretto fra scrittori che vivono in luoghi diversi e che scrivono con colori diversi (ma un po’ di blu non manca mai, mescolato con il noir).
La motivazione profonda del mio scrivere discende dal mio essere lettore (e prima ancora ascoltatore e narratore di storie trasmesse oralmente). Perciò, fin dalla primavera, mi rallegravo non solo per l’opportunità di scrivere un racconto venato di malinconie capodannesche, ma soprattutto per la prospettiva di leggere i racconti degli altri, di entrare nel loro mondo. Il che è anche un modo per sentirmi meno solo.
Stamani, mentre caricavo i bagagli in automobile per salire in montagna, una delle mie figlie mi ha fatto notare come fosse nitido il mio riflesso sulla fiancata della macchina. «È quasi uno specchio!» A me sembrava molto confuso, ma ho provato a scattare una fotografia. In effetti l’immagine mi pare assai offuscata… in compenso non è priva di atmosfera. Mi colpisce la presenza dell’ambiguo e dell’ignoto. Sulla sinistra è comparso una sorta di paesaggio innevato (che non c’era) e addirittura quello che potrebbe essere un abete solitario. La casa alle mie spalle è diventata una dimora quasi spettrale. E il mio volto sfocato sembra invocare la grazia di un compimento, di un tratto che restituisca il blu allo sguardo.

Ecco, per me ogni esperienza di condivisione artistica è un passo verso il compimento. Non mi addentro nei dettagli delle singole esperienze (magari aggiungo un Post Scriptum), ma voglio ribadire che Un lungo Capodanno in noir è una di queste. Se la scrittura è la ricerca del proprio volto umano (a partire da un riflesso, da un richiamo), allora tale ricerca deve per forza implicare la presenza degli altri: prima del nostro, infatti, vediamo il volto degli altri, a partire dalla nascita e dal volto materno fino all’ultimo che riusciremo a contemplare, prima di chiudere gli occhi per sempre.
Sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sul Capodanno e mi ritrovo a parlare della morte. 
Non era pianificato. A pensarci però mi sembra inevitabile.
Così funziona il mondo. È nella terra dura che dormono i semi, nell’aria tagliente che fioriscono i germogli. Per fortuna, il ghiaccio della pagina bianca prima o poi lascia sempre spazio all’azzurro di un fiume, anche solo di un rigagnolo. Auguro a tutte le lettrici e i lettori di questo blog un anno ricco di ruscelli, di blu, di volti da scoprire e, in generale, di meraviglia. Buon 2024!
Concludo con un estratto dal racconto Il custode dell’abisso. 

Ci sono persone che sono felici il 31 dicembre. Carlo ne conosceva qualcuna fin dall’adolescenza. Addirittura c’è chi a Capodanno trova l’amore, o qualcosa che ci assomiglia. Il mondo è vario: c’è chi adora il conto alla rovescia. Altri invece, presagendo la sconfitta, riescono a trovare una scusa: basta un raffreddore al momento giusto.
Carlo, invece, cominciava ad agitarsi verso la fine di novembre. Quale invito accettare? E se avesse sbagliato festa? E se fosse capitato per sbaglio a una cena fra coppiette?
Tutto questo a vent’anni è sopportabile, anzi, c’è una sorta di amaro compiacimento nel pensare a sé stesso come a un lupo solitario. A trent’anni invece sei prigioniero dei tuoi desideri, come sbarre di ferro, e non puoi evadere dalla gabbia sociale. Dopo i quaranta provi a metterla sul ridere, ma quando sei solo in cucina il mattino del 31 dicembre, dopo colazione, è difficile fingere di non sapere tutto. 
L’aperitivo, la musica sempre troppo forte, gli ehi-com’è-tutto-a-posto-non-ci-vediamo-da-un-po’, le chiacchiere sullo sport e sul lavoro, gli amici con figli e i relativi beati-voi-che-fate-festa-noi-invece-a-letto-presto. Poi la cena, l’amico esperto di vini, quello che si è comprato una barca, quello che corre in salita e sembra uno spaventapasseri, quello che produce in casa la birra e il pane. Le solite lenticchie, la solita euforia. Infine si va in piazza, dove c’è un palco con gente pagata per gridare, la musica di nuovo troppo forte, i fuochi d’artificio sul lago, oh, meraviglia, ma quanto costeranno? E la prospettiva di bere quel tanto che basta per riuscire a resistere fino al cinque quattro tre due uno, o forse un po’ di più, forse quel tanto che basta per dimenticare tutto il giorno dopo.

PS: Il testo di Jean-Michel Maulpoix è tratto da Une histoire de bleu, Gallimard, Paris 2005 (ed. orig. 1992). Si trova nelle sezione “Carnet d’un éphémère”. Ecco una traduzione dell’intera prosa.

Contemplo nel linguaggio il blu del cielo.

Le parole per me non avrebbero valore se si rassegnassero a nominare o a descrivere ciò che è, invece di precipitarsi verso ciò che non è. Mi si addice la loro cecità: io sono un sognatore irriducibile. Le parole hanno un modo tutto loro per dissipare il mistero aumentandolo, e non mi rivelano niente di cui prima non abbiano deformato i tratti. Conosco i loro inganni e mi ci sono rassegnato. Non voglio più appropriarmi delle cose che nomino: mi basta abbozzare il gesto di toccarle con le mani. Anche solo per ravvivarne il dolore, concedo al linguaggio di corteggiare l’impossibile. La scrittura non è mai troppo ricca di desideri o di menzogne per chi faccia un uso tragico delle sue maschere. Sapendo la sua vanità, non vi rinuncia ma la coltiva come un veleno. Da quel momento niente l’ossessiona più di questa duplicità, dalla quale riconosce che sta diventando un uomo.

PPS: Chi legge questo blog si sarà accorto che gli aggiornamenti sono discontinui. Non è per trascuratezza, ma perché mi sembra opportuno misurare le parole. Il vantaggio di un blog, rispetto a qualunque social network, è che non chiede niente, né “like” o condivisioni, né pubblicità. Quindi pubblico qualcosa quando ne ho voglia, senza darmi nessuna scadenza.

PPPS: Una precisazione sulla creatività condivisa. Per me accade prima di tutto, e in maniera profonda, nella scrittura a quattro mani con Yari Bernasconi. Insieme abbiamo creato una “terza voce”: Yari Bernasconi & Andrea Fazioli è un’entità diversa da YB e AF intesi come autori singoli. Ma tale condivisione si è verificata anche quando ho collaborato con musicisti, pittori, registi teatrali e cinematografici. Vorrei citare almeno Marco Pagani e Fabio Pellegrinelli, con i quali ho sceneggiato La tentazione di esistere (Rough Cat 2023), un film diretto dallo stesso Pellegrinelli, che dopo avere vinto il festival di Benevento, è fra le opere selezionate per il prossimo Premio del cinema svizzero.

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