Il territorio delle volpi

Per ascoltare questo articolo:

«Per chi lo sa ascoltare il bosco non ha segreti. Contini conosce ogni palmo del suo territorio e intuisce da piccoli segni quando sta entrando nel territorio di una volpe.»

È un passaggio del romanzo Una piccola cosa proibita, che uscirà per Guanda il 13 ottobre 2026. Il protagonista, l’investigatore Elia Contini, ha una doppia vita (e chi non ce l’ha, del resto?). Di giorno indaga fra il Canton Ticino e l’Italia, in mezzo a traffici, imbrogli, affari più o meno loschi. Ma la sera risale a Corvesco, un paese di montagna, e si lascia abbracciare dal silenzio delle foreste.
Di notte, quando non deve lavorare, Contini esce di casa e s’inerpica tra i faggi e i castagni. Segue le tracce delle volpi, che sono il suo animale guida. Ama osservarle, fotografarle. Annota in un taccuino i loro andirivieni.

Perché il bosco, perché le volpi?

La vicenda di Contini s’intreccia con quella dell’autore. Fin da bambino le volpi sono per me una via d’accesso al mistero. L’origine è forse nelle storie che mi raccontavano quando non sapevo leggere: il personaggio dal pelo rosso e dalla coda lunga si aggira nell’ombra, tessendo le sue trame. La volpe furba ma anche fragile, pronta alla fuga se intravede lupi o cacciatori. Così vicina alle nostre case, alle nostre vite, eppure così lontana. Nel tepore del mio letto, prima di dormire, la volpe era simbolo dell’ignoto, della notte, di tutto ciò che nella vita resta sotterraneo, inesprimibile.

Nello stesso tempo, la volpe deve cavarsela in ogni circostanza. Questo per me non è facile. Spesso mi sono bloccato in situazioni che mi parevano insormontabili, mi sono smarrito in sentieri che non portavano da nessuna parte. Ma in qualche modo ho cercato di tornare a casa. Come tutti ho le mie ferite, le mie cicatrici. Non sempre posso muovermi nel mondo che vorrei, e allora mi tocca accettare la realtà, osservarla, cercare dov’è il buono in mezzo alle sterpaglie o ai rifiuti.

La volpe è un animale selvatico, irrimediabilmente, non si può addomesticare. Eppure ha imparato ad avvicinarsi alle città degli umani, perché là si trova ciò che le permette di sopravvivere.
Forse “sopravvivere” è un concetto limitato? Ma la volpe poi torna alla sua tana, nel cuore del mistero. Anche quando ci pare magra, rognosa, ormai contaminata dalla città e dai suoi immondezzai, la volpe riesce a restare libera.

Ecco perché nell’ufficio di Contini c’è la fotografia di una volpe al limitare di un bosco. Ed ecco perché nell’atrio di casa sua c’è la piccola scultura di una volpe. Dopo una brutta esperienza Contini si è liberato degli oggetti inutili. Qualche mese fa, si legge nel romanzo, l’atrio era ingombro di cose. «Oggi resta l’essenziale: una credenza, un attaccapanni, una ciotola per mettere le chiavi. E un giocattolo di legno a forma di volpe, creato dall’artista Antonio Vitali.»

Ogni volta che torna a casa dopo le sue avventure, gli occhi di Contini si posano sull’animale di legno. L’investigatore pensa: anche oggi sono qui, un altro giorno è andato. Il giocattolo è fisso, immobile, ma freme di una vita segreta, come se da un momento all’altro potesse agitare la coda, voltare il muso, fuggire dove gli alberi sono più fitti e dove si aprono radure come respiri profondi.

In Una piccola cosa proibita Contini avrà a che fare con un nuovo personaggio: Anna Scovalupi, un’ispettrice di Milano (ma originaria di Cremona) che viene trasferita in Svizzera per lavorare in un corpo di polizia transfrontaliero. L’investigatore privato e la poliziotta non vanno d’accordo, ma devono collaborare per fermare un assassino.
Nella vicenda è coinvolto un giovane libraio, che vorrebbe starsene per conto suo a scrivere poesie e invece si trova nei guai. Proprio in omaggio al libraio, che si chiama Giosuè Pasquali, chiudo con uno haiku scritto dall’autore giapponese Tan Taigi (1709-1771): «nel campo dei meloni / il ladro, la volpe / s’incontrano faccia a faccia».

Anche a me è capitato di vedere una volpe all’improvviso, magari la mattina presto quando percorro in macchina una strada di montagna. È questione di un attimo: la volpe sta ferma, abbagliata dai fari. Poi si riscuote, in un guizzo torna fra gli alberi. Io proseguo verso la mia giornata, il mio lavoro. Lei rientra dopo una notte di scorribande. Ma per il tempo di un secondo, io sono stato la volpe e la volpe è stata Andrea. In questo scambio per me sta tutta la letteratura.

PS: Qui l’annuncio del nuovo romanzo nel sito della casa editrice.

PPS: Ho già parlato di Una piccola cosa proibita nel blog, quando stavo correggendo le bozze.

PPPS: La traduzione dello haiku di Tan Taigi è di Adriana Ziffer Gallo, in Poesie zen (Newton Compton, 1983), a sua volta tratta da Zen Poetry (Penguin Classics, 1977/81), a cura di Lucien Stryk e Takashi Ikemoto. Un’altra versione è fornita da Leonardo Vittorio Arena in Haiku (Rizzoli, 1995): «La volpe s’imbatte / in un ladro: / campo di meloni». Ecco la trascrizione dell’originale giapponese: «nusubito ni / deau kitsune ya / uri batake».

PPPPS: L’immagine della volpe fatta di parole è tratta da un’incisione a bulino eseguita da Paolo Foletti per la raccolta di poesie ornate Bestie (Atelier Calcografico, Novazzano 1997), con i testi di Ugo Petrini.
Se qualcuno volesse come Contini seguire le tracce delle volpi, può essere utile il volume da cui ho rubato un’altra delle immagini di questo articolo: Jean-Pierre et Yan-Chim Jost, Le Renard. Aspect, comportement, urbanisation, Cabédita 2005. Non è male anche Le renard, di Jean-Steve Meia (Delachaux et Niestlé 2008). Anche nel catalogo della mia casa editrice si trova un bel libro sull’argomento: Adele Brand, La vita segreta delle volpi (2019; Guanda 2021). Proprio di Adele Brand è un’altra delle foto di questo articolo (la prossima volta vedrò di allegare anche una foto di Contini, se sarà tanto gentile da inviarmene una).

PPPPPS: Qui sotto, invece, altre immagini. La prima raffigura un reperto dei primi anni Ottanta che testimonia come il giovane futuro autore di questo blog già unisse il gusto per le volpi a quello per la lettura (pure se con palesi difficoltà nella scrittura…). La seconda e la terza mostrano rispettivamente un manufatto e un disegno creato dalle due figlie maggiori dell’autore. in attesa dei primi tentativi della terzogenita, questo già dimostra come la volpitudine sia ereditaria…

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La luce a Corvesco

Per ascoltare questo articolo:

Contini non guarda i tramonti.
Piuttosto, a volte gli sembra che i tramonti guardino lui.
La luce si fa ambigua, con sfumature che trasformano gli alberi in fantasmi, le case in ricordi, le montagne in illusioni. E tutto si consuma nel tempo di un respiro. Su questo fondale cangiante si muovono gli esseri umani, laggiù, ancorati ai loro gesti, ansiosi di estrarre il telefono e di fissare per sempre l’attimo che già diventa buio. Come si può non credere che qualcuno ti stia guardando?
Contini si appoggia alla balaustra del portico. Gli sembra di essere il personaggio di un romanzo o di un film: indovina degli occhi che leggono o contemplano dall’alto il villaggio di Corvesco. Sono spettatori invisibili che spiano proprio lui, nella sua casa ai margini del bosco. Che cosa ci sarà da vedere, pensa Contini. Eppure anche lui è uno che osserva. Se ha deciso di fare l’investigatore, anche dopo la fine della sua breve e ingloriosa carriera come poliziotto, è perché gli piace il ruolo di chi guarda, studia, annota i dettagli. Dopotutto, quando di notte cammina nel bosco per cercare le volpi, è uguale a un bambino che con meraviglia ascolta una storia, sempre la stessa e sempre diversa.

Elia Contini non ha torto. È il personaggio di un romanzo, anzi, di parecchi romanzi.
Sono sicuro che gli piacerebbe essere semplicemente un tizio che vive per conto suo, senza che un autore racconti le sue avventure. Ma il destino ha voluto altrimenti… e in parte di sicuro è colpa mia.
Il primo romanzo con protagonista Elia Contini lo scrissi all’università, quando avevo poco più di vent’anni. Il più recente, Le strade oscure, risale al 2022. In questi giorni sto correggendo le bozze del prossimo, che uscirà il 13 ottobre 2026, sempre per l’editore Guanda. Non so bene motivare il mio accanimento: non è stata una cosa voluta o cercata, fatto sta che anno dopo anno ho sempre trovato delle ragioni per seguire questa figura di investigatore che vive immerso nella natura e che tuttavia conosce le miserie del genere umano.
La mia speranza è che il microcosmo della Svizzera italiana, dove si muove Contini, possa diventare un luogo ideale in cui chi legge riconosca il proprio piccolo mondo, qualunque sia. Certo, i romanzi continiani a volte mettono in scena altre realtà, in Italia, in Svizzera o più raramente in altre nazioni. Ma il punto di partenza è sempre quello di cercare delle costanti universali a partire da un territorio ben delimitato. Per me è sempre una sfida, oltre che un’occasione per pormi nuove domande. In questo romanzo, in particolare, appare un personaggio importante, che assume un ruolo da co-protagonista.
Il mattino mi siedo in terrazza, davanti alle montagne, e cerco di stanare gli ultimi refusi, le ultime imprecisioni. Fra poco lascerò andare anche questa storia. A quel punto non mi apparterrà più: mi capiterà di parlarne, di leggerne dei brani, ma sarò già immerso in altri luoghi e in altre vicende.
Poche persone hanno letto questo romanzo: lettrici o lettori di fiducia a cui ho chiesto dei consigli. Ne parlo al telefono con Laura Bosio, la mia editor. Le bozze sono abbastanza pulite: al massimo c’è da togliere una virgola o da mettere in tondo una frase in corsivo. Poca roba. Gli ultimi ritocchi. Laura si trova al mare, io in montagna. E Contini, e gli altri personaggi, dove sono loro? Né al mare né in montagna, ma nel bianco misterioso della pagina che accoglie fiumi, picchi, deserti, colline, città, oceani senza fine e insetti minuscoli, nuvole, stelle, miniere d’oro, biciclette, assassini e poliziotti e rane che si tuffano in uno stagno.

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Romanzi blu

Per ascoltare questo articolo:

In un villaggio polacco, all’inizio del Novecento, c’era un rabbino celebre per la sua saggezza. Un giorno gli chiesero di raccontare una storia. Lui cominciò a spiegare: «Una storia dev’essere narrata in modo tale che sia efficace, e un aiuto essa stessa». Poi disse: «Mio nonno era paralizzato. Una volta gli domandarono del suo maestro, che spesso si metteva a saltellare e a danzare nel luogo in cui si trovava, preso da un impeto spirituale. Per mostrare questo, mio nonno si alzò e continuò a raccontare mentre saltellava e danzava. A partire da quel momento fu guarito.» Il rabbino fece una pausa, poi soggiunse: «Ebbene, è esattamente in quel modo che bisogna saper raccontare».
Sento in me l’esigenza di narrare fin da bambino. Ma raggiunta l’età della (più o meno) ragione, è sorta una domanda: a che cosa portano le mie storie? È un gesto che faccio perché so farlo, un tentativo di chiarire sommovimenti che avvengono dentro di me, oppure può avere un valore anche per il mondo? Il vecchio rabbino mi ricorda ogni volta che le storie devono portare alla danza. Se una storia smuove la mia paralisi, allora potrà forse servire anche agli altri. E se invece al contrario una storia non tocca nemmeno il mio «cuore paralitico», come lo chiamava Agostino d’Ippona (Disc. 46, 13), allora come potrà mai essere utile a qualcuno?

In queste settimane sto finendo di scrivere un romanzo giallo (o noir?) con il protagonista della mia serie noir (o gialla?), cioè l’investigatore Elia Contini. L’ultimo è uscito nel 2022: Le strade oscure (Guanda). Ho fatto una pausa perché nel frattempo mi sono accadute molte cose. In mezzo ho scritto altro: testi di natura diversa, soprattutto prose brevi e anche un romanzo molto personale con risvolti saggistici. Non so quale destino avrà tutto ciò, forse resterà in un cassetto ancora per un po’. Vedremo. Il romanzo non è un giallo e nemmeno un noir… ma di sicuro a tratti assume un colore rosso.

Per non perdermi fra le tinte a volte preferisco usare altre etichette: non “gialli” o “noir”, ma “storie che fanno danzare” e “storie che restano immobili”. Naturalmente, cerco sempre di scrivere racconti che portino al movimento. Per riuscirci, o almeno per provarci, ogni tanto ho bisogno di rallentare il passo, di provare sentieri diversi.
Ora che ci penso, in fondo tutti i miei romanzi sono blu.
I gialli sono gialli, i noir sono noir: non voglio rinnegare il genere, anzi, ne sono fiero. Però in effetti mi sono sempre piaciuti, come lettore, i romanzi che abbiano un fondo ironico. Questa tonalità spesso è data proprio dalla consapevolezza che le etichette lasciano il tempo che trovano. Mi piace chi non rimane avvinghiato alla ripetizione di schemi fissi, ma riesce a infondere una nuova vitalità ai luoghi e ai personaggi; questo senza rinnegare gli schemi, ma soprattutto grazie allo stile.
Quando parlo di ironia intendo quella tradizionale, quella che suscita un sorriso. Ma anche una forma di ironia più impalpabile, come un sentimento di calore nei confronti dei propri personaggi. Trovo per esempio che ci sia una forma d’ironia anche nei cosiddetti romans durs di Georges Simenon, che certo non fanno sorridere. Magari i critici non sono d’accordo, ma io la percepisco. È una questione di sfumature, anche solo nel modo di voltare una frase.

Basta poco, non bisogna per forza scrivere un capolavoro. Una sensazione, un profumo, una divagazione. Una ragazza che si ferma davanti a una vetrina. Un uomo che prende a calci un sasso e che poi torna indietro per raccoglierlo. Lo scroscio di una cascata che arriva da un’estate di tanti anni fa. Una manciata di vecchie monete chiuse in un cassetto. Una volpe che passa davanti ai fari di una macchina. O il volo di un airone cinerino, sui campi irrigiditi dall’autunno.
(Mi fermo qui. È un esercizio divertente, un po’ come per un pittore mescolare i colori: libri gialli, noir, blu, rossi e qualche volta marroni come un tinello in una canzone di Paolo Conte. Ma ho una storia da finire. Come ha detto non so più se un rabbino polacco o lo stesso Agostino d’Ippona: lets’s go dance!)

PS: Le fotografie rappresentano romanzi di colori differenti, più un airone che ho avvistato mentre vagavo in bicicletta. La storia del rabbino l’ho sentita da qualche parte, ma non ricordo dove (e forse è giusto così). La prima parte di questo articolo riprende e sviluppa una riflessione che ho cominciato sul settimanale svizzero “Azione”, in una rubrica nella quale parlo di giochi (ma non solo). Qui si trova il testo originale.

PPS: Qui gli articoli del blog che parlano del romanzo Le strade oscure uscito alla fine del 2022; il primo è questo stesso articolo, poi via via tutti gli altri (non sono molti: giusto un paio di riflessioni a partire dai miei taccuini).

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Il blu e il noir

Sono seduto in una stanza fredda. Di fronte a me non c’è nessuna cosa blu. Un computer grigio, qualche libro rosso, uno marrone, uno giallo, una penna rossa, un tagliacarte argenteo. Carta bianca, camicia rossa e nera, lampada gialla. È una stanza spoglia, in una casa di montagna.  Davanti a me il muro (bianco) e una finestra con le imposte rosse dalle quali traspare il chiarore del sole. Perché dovrebbero esserci cose blu? Non lo so. Però mi dispiace che non ci siano. Certo, i miei occhi sono blu e chissà, forse improntano il mondo con la loro bluità. Nel dubbio, appoggio accanto alla scrivania la mia penna stilografica (azzurra, con inchiostro blu) e una copia di Une histoire de bleu, di Jean-Michel Maulpoix. Sfogliando il volume di poesie, m’imbatto in una frase che mi sembra adatta a inaugurare un nuovo anno: «Je contemple dans le language le bleu du ciel», contemplo nel linguaggio il blu del cielo.
Il linguaggio per me ha parecchie tinte oscure. Del resto nemmeno il cielo è veramente blu, secondo gli esperti. Ma che cosa importa? Il blu è il colore della lontananza e dell’intimità: fra questi due poli si muove il mio tentativo di dire qualcosa con le parole. Il blu è anche il colore dei fiumi, che sono i maestri di ogni narratore.

Il testo di Maulpoix contiene altre osservazioni memorabili. Traduco: «Le parole per me non avrebbero valore se si rassegnassero a nominare o a descrivere ciò che è, invece di precipitarsi verso ciò che non è. […] Non voglio più appropriarmi delle cose che nomino: mi basta abbozzare il gesto di toccarle con le mani.» Se si rinuncia al linguaggio come mezzo di possesso, allora le parole saranno un modo per toccare «con le mani»; e come sappiamo fin da bambini, il desiderio di toccare le cose riflette quello di conoscerle davvero, con la nostra pelle.

Manca poco a Capodanno. Mi torna alla mente un racconto che scrissi in primavera e che, tuttavia, anticipava il 31 dicembre. S’intitola Il custode dell’abisso ed è contenuto nell’antologia Un lungo Capodanno in noir, edita da Guanda qualche settimana fa. Gli altri autori sono Gianni Biondillo, Gian Andrea Cerone, Luca Crovi, Giancarlo De Cataldo, Marco De Franchi, Diego De Silva, Marcello Fois, Leonardo Gori e Marco Vichi, che è il curatore della raccolta. La mia storia racconta di un uomo ossessionato dall’intelligenza artificiale. L’investigatore Elia Contini affronta un caso minimo, sospeso fra l’assurdo e il mistero che formano il cuore degli esseri umani. Il valore di questo libro, per me, consiste soprattutto nella possibilità di condividere la tecnica e il senso di un mestiere. Il cosiddetto mondo letterario purtroppo è spesso composto da monadi, da colossali ego che si urtano fra loro come continenti alla deriva. Una casa editrice che inviti degli autori ad affrontare un tema invita anche allo scambio, al confronto, al contatto diretto fra scrittori che vivono in luoghi diversi e che scrivono con colori diversi (ma un po’ di blu non manca mai, mescolato con il noir).
La motivazione profonda del mio scrivere discende dal mio essere lettore (e prima ancora ascoltatore e narratore di storie trasmesse oralmente). Perciò, fin dalla primavera, mi rallegravo non solo per l’opportunità di scrivere un racconto venato di malinconie capodannesche, ma soprattutto per la prospettiva di leggere i racconti degli altri, di entrare nel loro mondo. Il che è anche un modo per sentirmi meno solo.
Stamani, mentre caricavo i bagagli in automobile per salire in montagna, una delle mie figlie mi ha fatto notare come fosse nitido il mio riflesso sulla fiancata della macchina. «È quasi uno specchio!» A me sembrava molto confuso, ma ho provato a scattare una fotografia. In effetti l’immagine mi pare assai offuscata… in compenso non è priva di atmosfera. Mi colpisce la presenza dell’ambiguo e dell’ignoto. Sulla sinistra è comparso una sorta di paesaggio innevato (che non c’era) e addirittura quello che potrebbe essere un abete solitario. La casa alle mie spalle è diventata una dimora quasi spettrale. E il mio volto sfocato sembra invocare la grazia di un compimento, di un tratto che restituisca il blu allo sguardo.

Ecco, per me ogni esperienza di condivisione artistica è un passo verso il compimento. Non mi addentro nei dettagli delle singole esperienze (magari aggiungo un Post Scriptum), ma voglio ribadire che Un lungo Capodanno in noir è una di queste. Se la scrittura è la ricerca del proprio volto umano (a partire da un riflesso, da un richiamo), allora tale ricerca deve per forza implicare la presenza degli altri: prima del nostro, infatti, vediamo il volto degli altri, a partire dalla nascita e dal volto materno fino all’ultimo che riusciremo a contemplare, prima di chiudere gli occhi per sempre.
Sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sul Capodanno e mi ritrovo a parlare della morte. 
Non era pianificato. A pensarci però mi sembra inevitabile.
Così funziona il mondo. È nella terra dura che dormono i semi, nell’aria tagliente che fioriscono i germogli. Per fortuna, il ghiaccio della pagina bianca prima o poi lascia sempre spazio all’azzurro di un fiume, anche solo di un rigagnolo. Auguro a tutte le lettrici e i lettori di questo blog un anno ricco di ruscelli, di blu, di volti da scoprire e, in generale, di meraviglia. Buon 2024!
Concludo con un estratto dal racconto Il custode dell’abisso. 

Ci sono persone che sono felici il 31 dicembre. Carlo ne conosceva qualcuna fin dall’adolescenza. Addirittura c’è chi a Capodanno trova l’amore, o qualcosa che ci assomiglia. Il mondo è vario: c’è chi adora il conto alla rovescia. Altri invece, presagendo la sconfitta, riescono a trovare una scusa: basta un raffreddore al momento giusto.
Carlo, invece, cominciava ad agitarsi verso la fine di novembre. Quale invito accettare? E se avesse sbagliato festa? E se fosse capitato per sbaglio a una cena fra coppiette?
Tutto questo a vent’anni è sopportabile, anzi, c’è una sorta di amaro compiacimento nel pensare a sé stesso come a un lupo solitario. A trent’anni invece sei prigioniero dei tuoi desideri, come sbarre di ferro, e non puoi evadere dalla gabbia sociale. Dopo i quaranta provi a metterla sul ridere, ma quando sei solo in cucina il mattino del 31 dicembre, dopo colazione, è difficile fingere di non sapere tutto. 
L’aperitivo, la musica sempre troppo forte, gli ehi-com’è-tutto-a-posto-non-ci-vediamo-da-un-po’, le chiacchiere sullo sport e sul lavoro, gli amici con figli e i relativi beati-voi-che-fate-festa-noi-invece-a-letto-presto. Poi la cena, l’amico esperto di vini, quello che si è comprato una barca, quello che corre in salita e sembra uno spaventapasseri, quello che produce in casa la birra e il pane. Le solite lenticchie, la solita euforia. Infine si va in piazza, dove c’è un palco con gente pagata per gridare, la musica di nuovo troppo forte, i fuochi d’artificio sul lago, oh, meraviglia, ma quanto costeranno? E la prospettiva di bere quel tanto che basta per riuscire a resistere fino al cinque quattro tre due uno, o forse un po’ di più, forse quel tanto che basta per dimenticare tutto il giorno dopo.

PS: Il testo di Jean-Michel Maulpoix è tratto da Une histoire de bleu, Gallimard, Paris 2005 (ed. orig. 1992). Si trova nelle sezione “Carnet d’un éphémère”. Ecco una traduzione dell’intera prosa.

Contemplo nel linguaggio il blu del cielo.

Le parole per me non avrebbero valore se si rassegnassero a nominare o a descrivere ciò che è, invece di precipitarsi verso ciò che non è. Mi si addice la loro cecità: io sono un sognatore irriducibile. Le parole hanno un modo tutto loro per dissipare il mistero aumentandolo, e non mi rivelano niente di cui prima non abbiano deformato i tratti. Conosco i loro inganni e mi ci sono rassegnato. Non voglio più appropriarmi delle cose che nomino: mi basta abbozzare il gesto di toccarle con le mani. Anche solo per ravvivarne il dolore, concedo al linguaggio di corteggiare l’impossibile. La scrittura non è mai troppo ricca di desideri o di menzogne per chi faccia un uso tragico delle sue maschere. Sapendo la sua vanità, non vi rinuncia ma la coltiva come un veleno. Da quel momento niente l’ossessiona più di questa duplicità, dalla quale riconosce che sta diventando un uomo.

PPS: Chi legge questo blog si sarà accorto che gli aggiornamenti sono discontinui. Non è per trascuratezza, ma perché mi sembra opportuno misurare le parole. Il vantaggio di un blog, rispetto a qualunque social network, è che non chiede niente, né “like” o condivisioni, né pubblicità. Quindi pubblico qualcosa quando ne ho voglia, senza darmi nessuna scadenza.

PPPS: Una precisazione sulla creatività condivisa. Per me accade prima di tutto, e in maniera profonda, nella scrittura a quattro mani con Yari Bernasconi. Insieme abbiamo creato una “terza voce”: Yari Bernasconi & Andrea Fazioli è un’entità diversa da YB e AF intesi come autori singoli. Ma tale condivisione si è verificata anche quando ho collaborato con musicisti, pittori, registi teatrali e cinematografici. Vorrei citare almeno Marco Pagani e Fabio Pellegrinelli, con i quali ho sceneggiato La tentazione di esistere (Rough Cat 2023), un film diretto dallo stesso Pellegrinelli, che dopo avere vinto il festival di Benevento, è fra le opere selezionate per il prossimo Premio del cinema svizzero.

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Quando ero analfabeta

Guardate questo video: contiene sguardi precisi e sognanti, un bosco fitto di pensieri misteriosi, un uomo che fotografa una volpe, un lago, una bambina, una donna, un’ombra e alcuni animali immaginari.

Si chiamano “booktrailer”: sono dei video di un minuto o giù di lì che presentano l’atmosfera di un libro. Quello che avete appena visto è stato realizzato e sonorizzato da Alessandro Tomarchio e pubblicato sul canale della rivista “Il Libraio”.
L’ho guardato con meraviglia, perché questo video compie una piccola divagazione meditativa sul mio romanzo Le strade oscure (Guanda). Questo mi ha portato a riflettere sulla genesi del romanzo e, in generale, sulla mia scrittura. Sono temi che affronto anche durante le varie presentazioni del romanzo. (Qui trovate una lista più o meno aggiornata: Presentazioni Oscure.)

Quando cominciai a scrivere ero ancora analfabeta.
A quei tempi la scrittura era ascolto, era il gesto di custodire le parole: mi nutrivo delle fiabe e delle storie che mi raccontavano i miei genitori, cominciavo a immaginare cose che non esistevano e che tuttavia, paradosso dei paradossi, esistevano meglio di tante altre che potevo toccare con mano. Un po’ più tardi iniziai a evocare mondi fittizi attraverso la narrazione a voce alta. Ancora non sapevo scrivere, perciò il rapporto fra la parola, la memoria e la voce era misterioso, forse simile a quello che si ritrova nelle culture che hanno una letteratura trasmessa oralmente.
Per farla breve, in seguito cominciai a scrivere a mano, poi m’impadronii di una vecchia macchina da scrivere che girava per casa, poi arrivarono i primi computer – ma non abbandonai la scrittura a mano, che per me è indispensabile ancora oggi, così come la lettura a voce alta. E scrissi racconti e poesie e in seguito romanzi e altre tipologie di testi. Nel 2020 sentivo il bisogno di un cambiamento: avviai dunque un progetto lungo, che implicava molto studio da parte mia, un’opera sospesa fra narrativa, saggistica, traduzione… ma non ne voglio parlare: ci sto ancora lavorando. Nello stesso tempo affrontai ancora una volta il personaggio di Elia Contini, che avevo inventato nel 2002 e che nel 2005 era divenuto il protagonista del mio primo romanzo, al quale ne seguirono altri sgranati lungo gli anni.
Ero un po’ esitante. Come lettore non sempre amo la serialità. Ci sono saghe alle quali mi sono appassionato, fin da bambino, ma di recente apprezzo anche i personaggi che vivono in un solo romanzo. In ogni caso decisi di scrivere qualcosa di nuovo. Prima di tutto, tentai un approccio diverso a Contini, in maniera che risultasse più vero grazie a una maggiore introspezione, a una discesa nell’anima di quest’uomo che è investigatore per caso e quasi controvoglia. Inoltre, come faccio sempre, affiancai a Contini un altro personaggio forte, in maniera che diventasse il vero protagonista. In terzo luogo, decisi di sperimentare un’unione fra due generi letterari che conosco bene, sia come lettore, sia come scrittore: il romanzo noir e la prosa breve (o prosa d’arte).
Così è nato Le strade oscure. La vicenda di Ernesto Magni e di sua figlia Vera accompagna la trama poliziesca, mentre la presenza di un bestiario di animali immaginari interseca la narrazione. Le prose brevi hanno un significato autonomo, non hanno bisogno del romanzo; del resto, alcune le avevo scritte anni prima. Esse tuttavia, nel contesto di una narrazione più ampia, finiscono per dire qualcosa d’inaspettato (almeno per me) sui personaggi e sui loro stati d’animo.

Come tutti i romanzi noir, Le strade oscure è provvisto di una trama con momenti di sospensione narrativa e colpi di scena. Nello stesso tempo c’è una riflessione sociale sulla Svizzera italiana e le sue contraddizioni, sulla malavita, sui lavoratori frontalieri e sul loro modo di vivere il passaggio della frontiera. Su questo fondale si sviluppano le vicende umane di Ernesto Magni, di sua figlia, di Elia Contini e di Francesca Besson. In generale, il tema di fondo che m’interrogava durante la scrittura – e che m’interroga da sempre – è il confine fra il male e la grazia. Da una parte c’è il male inevitabile, che abbiamo tutti dentro di noi, il male gratuito. Dall’altra la “grazia”, cioè il mirabile equilibrio inaspettato, la comparsa del bene altrettanto gratuito, spesso nelle situazioni che sembrano senza speranza. Credo che tutti noi abbiamo sperimentato questa alternanza.

Contini stappò una birra e la bevve in piedi, appoggiato alla balaustra del portico. Il profilo degli alberi si distingueva ancora, ma i colori erano già svaniti. Con le sue abitudini, con i suoi piccoli riti Contini aveva sempre cercato un modo per non farsi soffocare dalla quotidianità. Vivere il tempo in piccoli frammenti faceva sì che ogni tanto arrivasse un’ora propizia, un’armonia fra i pensieri, le cose, le azioni. Ora la quotidianità si era schiantata: ogni gesto richiedeva uno sforzo.

La quotidianità è sempre un rischio. E la calma è sempre apparente. Questa tensione è per me una sfida continua: anche la scrittura è un modo per vedere più chiaro, senz’altro una via per avvicinarmi alla verità. Uno dei maggiori pericoli per me è la solitudine: può essere benefica (come quella del vecchio Giona, l’eremita che abita nei boschi sopra Corvesco, nel nord del Canton Ticino), ma puo essere anche dolorosa.

Essere soli nel ventunesimo secolo forse è ancora più difficile che in passato. Da ogni parte si è assediati dal mondo, da gente che vuole dire la sua, lamentarsi di questo o di quello. Ma tu sei isolata, murata fra le chiacchiere e le fotografie. Quanta fatica costa essere davvero pronta: bisogna creare un silenzio che permetta di percepire le parole autentiche e poi abbassare la guardia, diventare accogliente. Fidarsi delle cose buone nel momento in cui succedono.

Non si cancella la solitudine. Si può sostituirla con il caos, con il frastuono, ma non è una soluzione. Forse l’unico modo per medicare la solitudine è quello di renderla ospitale. In questo senso la scrittura è un atto di condivisione, poiché traccia dei legami fra chi scrive e gli altri. La ricerca della verità non è pomposa o retorica, ma è un lavoro di approfondimento del mistero: di ciò che scrivo, normalmente, mi restano domande. Insieme alla speranza che, trovando il passo giusto, possa finalmente riuscire a esprimermi meglio, con maggior precisione, arrivando a rivestire di parole ciò che ancora mi sfugge.

Un passo alla volta, un passo alla volta. All’inizio sembra un ritmo troppo blando, ma a un certo punto solo la fedeltà a quella pazienza ti permette di andare avanti.

PS: Le citazioni in grassetto provengono da Le strade oscure.

PS: La rivista “Il Libraio”, oltre al video sul romanzo, ha pubblicato anche un mio breve pezzo in cui passo in rassegna una trentina di animali immaginari. Lo trovate qui.

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