Contini non guarda i tramonti. Piuttosto, a volte gli sembra che i tramonti guardino lui. La luce si fa ambigua, con sfumature che trasformano gli alberi in fantasmi, le case in ricordi, le montagne in illusioni. E tutto si consuma nel tempo di un respiro. Su questo fondale cangiante si muovono gli esseri umani, laggiù, ancorati ai loro gesti, ansiosi di estrarre il telefono e di fissare per sempre l’attimo che già diventa buio. Come si può non credere che qualcuno ti stia guardando? Contini si appoggia alla balaustra del portico. Gli sembra di essere il personaggio di un romanzo o di un film: indovina degli occhi che leggono o contemplano dall’alto il villaggio di Corvesco. Sono spettatori invisibili che spiano proprio lui, nella sua casa ai margini del bosco. Che cosa ci sarà da vedere, pensa Contini. Eppure anche lui è uno che osserva. Se ha deciso di fare l’investigatore, anche dopo la fine della sua breve e ingloriosa carriera come poliziotto, è perché gli piace il ruolo di chi guarda, studia, annota i dettagli. Dopotutto, quando di notte cammina nel bosco per cercare le volpi, è uguale a un bambino che con meraviglia ascolta una storia, sempre la stessa e sempre diversa.
Elia Contini non ha torto. È il personaggio di un romanzo, anzi, di parecchi romanzi. Sono sicuro che gli piacerebbe essere semplicemente un tizio che vive per conto suo, senza che un autore racconti le sue avventure. Ma il destino ha voluto altrimenti… e in parte di sicuro è colpa mia. Il primo romanzo con protagonista Elia Contini lo scrissi all’università, quando avevo poco più di vent’anni. Il più recente, Le strade oscure, risale al 2022. In questi giorni sto correggendo le bozze del prossimo, che uscirà il 13 ottobre 2026, sempre per l’editore Guanda. Non so bene motivare il mio accanimento: non è stata una cosa voluta o cercata, fatto sta che anno dopo anno ho sempre trovato delle ragioni per seguire questa figura di investigatore che vive immerso nella natura e che tuttavia conosce le miserie del genere umano. La mia speranza è che il microcosmo della Svizzera italiana, dove si muove Contini, possa diventare un luogo ideale in cui chi legge riconosca il proprio piccolo mondo, qualunque sia. Certo, i romanzi continiani a volte mettono in scena altre realtà, in Italia, in Svizzera o più raramente in altre nazioni. Ma il punto di partenza è sempre quello di cercare delle costanti universali a partire da un territorio ben delimitato. Per me è sempre una sfida, oltre che un’occasione per pormi nuove domande. In questo romanzo, in particolare, appare un personaggio importante, che assume un ruolo da co-protagonista. Il mattino mi siedo in terrazza, davanti alle montagne, e cerco di stanare gli ultimi refusi, le ultime imprecisioni. Fra poco lascerò andare anche questa storia. A quel punto non mi apparterrà più: mi capiterà di parlarne, di leggerne dei brani, ma sarò già immerso in altri luoghi e in altre vicende. Poche persone hanno letto questo romanzo: lettrici o lettori di fiducia a cui ho chiesto dei consigli. Ne parlo al telefono con Laura Bosio, la mia editor. Le bozze sono abbastanza pulite: al massimo c’è da togliere una virgola o da mettere in tondo una frase in corsivo. Poca roba. Gli ultimi ritocchi. Laura si trova al mare, io in montagna. E Contini, e gli altri personaggi, dove sono loro? Né al mare né in montagna, ma nel bianco misterioso della pagina che accoglie fiumi, picchi, deserti, colline, città, oceani senza fine e insetti minuscoli, nuvole, stelle, miniere d’oro, biciclette, assassini e poliziotti e rane che si tuffano in uno stagno.
In un villaggio polacco, all’inizio del Novecento, c’era un rabbino celebre per la sua saggezza. Un giorno gli chiesero di raccontare una storia. Lui cominciò a spiegare: «Una storia dev’essere narrata in modo tale che sia efficace, e un aiuto essa stessa». Poi disse: «Mio nonno era paralizzato. Una volta gli domandarono del suo maestro, che spesso si metteva a saltellare e a danzare nel luogo in cui si trovava, preso da un impeto spirituale. Per mostrare questo, mio nonno si alzò e continuò a raccontare mentre saltellava e danzava. A partire da quel momento fu guarito.» Il rabbino fece una pausa, poi soggiunse: «Ebbene, è esattamente in quel modo che bisogna saper raccontare». Sento in me l’esigenza di narrare fin da bambino. Ma raggiunta l’età della (più o meno) ragione, è sorta una domanda: a che cosa portano le mie storie? È un gesto che faccio perché so farlo, un tentativo di chiarire sommovimenti che avvengono dentro di me, oppure può avere un valore anche per il mondo? Il vecchio rabbino mi ricorda ogni volta che le storie devono portare alla danza. Se una storia smuove la mia paralisi, allora potrà forse servire anche agli altri. E se invece al contrario una storia non tocca nemmeno il mio «cuore paralitico», come lo chiamava Agostino d’Ippona (Disc. 46, 13), allora come potrà mai essere utile a qualcuno?
In queste settimane sto finendo di scrivere un romanzo giallo (o noir?) con il protagonista della mia serie noir (o gialla?), cioè l’investigatore Elia Contini. L’ultimo è uscito nel 2022: Le strade oscure (Guanda). Ho fatto una pausa perché nel frattempo mi sono accadute molte cose. In mezzo ho scritto altro: testi di natura diversa, soprattutto prose brevi e anche un romanzo molto personale con risvolti saggistici. Non so quale destino avrà tutto ciò, forse resterà in un cassetto ancora per un po’. Vedremo. Il romanzo non è un giallo e nemmeno un noir… ma di sicuro a tratti assume un colore rosso.
Per non perdermi fra le tinte a volte preferisco usare altre etichette: non “gialli” o “noir”, ma “storie che fanno danzare” e “storie che restano immobili”. Naturalmente, cerco sempre di scrivere racconti che portino al movimento. Per riuscirci, o almeno per provarci, ogni tanto ho bisogno di rallentare il passo, di provare sentieri diversi. Ora che ci penso, in fondo tutti i miei romanzi sono blu. I gialli sono gialli, i noir sono noir: non voglio rinnegare il genere, anzi, ne sono fiero. Però in effetti mi sono sempre piaciuti, come lettore, i romanzi che abbiano un fondo ironico. Questa tonalità spesso è data proprio dalla consapevolezza che le etichette lasciano il tempo che trovano. Mi piace chi non rimane avvinghiato alla ripetizione di schemi fissi, ma riesce a infondere una nuova vitalità ai luoghi e ai personaggi; questo senza rinnegare gli schemi, ma soprattutto grazie allo stile. Quando parlo di ironia intendo quella tradizionale, quella che suscita un sorriso. Ma anche una forma di ironia più impalpabile, come un sentimento di calore nei confronti dei propri personaggi. Trovo per esempio che ci sia una forma d’ironia anche nei cosiddetti romans durs di Georges Simenon, che certo non fanno sorridere. Magari i critici non sono d’accordo, ma io la percepisco. È una questione di sfumature, anche solo nel modo di voltare una frase.
Basta poco, non bisogna per forza scrivere un capolavoro. Una sensazione, un profumo, una divagazione. Una ragazza che si ferma davanti a una vetrina. Un uomo che prende a calci un sasso e che poi torna indietro per raccoglierlo. Lo scroscio di una cascata che arriva da un’estate di tanti anni fa. Una manciata di vecchie monete chiuse in un cassetto. Una volpe che passa davanti ai fari di una macchina. O il volo di un airone cinerino, sui campi irrigiditi dall’autunno. (Mi fermo qui. È un esercizio divertente, un po’ come per un pittore mescolare i colori: libri gialli, noir, blu, rossi e qualche volta marroni come un tinello in una canzone di Paolo Conte. Ma ho una storia da finire. Come ha detto non so più se un rabbino polacco o lo stesso Agostino d’Ippona: lets’s go dance!)
PS: Le fotografie rappresentano romanzi di colori differenti, più un airone che ho avvistato mentre vagavo in bicicletta. La storia del rabbino l’ho sentita da qualche parte, ma non ricordo dove (e forse è giusto così). La prima parte di questo articolo riprende e sviluppa una riflessione che ho cominciato sul settimanale svizzero “Azione”, in una rubrica nella quale parlo di giochi (ma non solo). Qui si trova il testo originale.
PPS: Qui gli articoli del blog che parlano del romanzo Le strade oscure uscito alla fine del 2022; il primo è questo stesso articolo, poi via via tutti gli altri (non sono molti: giusto un paio di riflessioni a partire dai miei taccuini).
Mi capita a volte di pensare ad animali che non esistono. Per anni ho buttato giù appunti su queste bestie immaginarie. Mi sono appassionato all’argomento, ho letto bestiari medievali e bestiari moderni. Piano piano ho scritto delle prose, poi molte le ho abbandonate, altre le ho corrette e riviste, altre ancora le ho perse e ritrovate. Alcune sono finite nel romanzo Le strade oscure (Guanda).
Da sempre gli scrittori affidano agli animali le parole che non riescono a dire. Nelle mie ricerche sono partito da antichi testi cinesi ed ebraici e dalla stessa Bibbia, che contiene molti animali fantastici. Poi mi sono soffermato sul Fisiologo, che è il bestiario occidentale più antico, composto in greco ad Alessandria nel II secolo. Nella loro ingenuità, i vecchi bestiari possono suscitare commozione. «C’è un uccello chiamato upupa – dice il Fisiologo. – I figli, quando vedono i genitori invecchiati, strappano le loro vecchie ali e leccano i loro occhi, li riscaldano sotto le loro ali e li covano e questi ridiventano giovani; allora dicono ai loro genitori: “Voi ci avete covati e avete faticato per allevarci; anche noi abbiamo fatto lo stesso con voi”.» Oltre alla tenerezza delle cure, stupisce questa infanzia rinata nell’estrema vecchiezza. Curioso come proprio questo uccello sia stato in seguito, come ebbe a dire Eugenio Montale, «calunniato dai poeti». Foscolo lo rappresenta come un’«immonda» creatura che svolazza fra le tombe e Parini l’annovera fra i «mostri avversi al sole». Montale invece è più vicino al Fisiologo, quando definisce l’upupa un «ilare uccello» e un «nunzio primaverile», celebrandone la vitalità: «per te il tempo s’arresta / non muore più febbraio».
(Nuvola-drago)
Anche nei migliori bestiari del Novecento gli animali esprimono la drammaticità e la grazia della vita umana. Federigo Tozzi, per esempio, con le sue Bestie (1917) compone una serie di prose brevi dove compare sempre un animale, come clausola misteriosa. Così l’autore racconta il suo ritorno a casa in una notte stellata: «E tutta la bellezza della sera vorrebbe entrare dopo di me; e spinge in qua l’uscio, sì che duro fatica a rinchiuderlo. Perché la gatta miagola e si spenzola dalla grondaia?» Il brano finisce qui, con il fremito dell’animale che rappresenta la segreta tensione dell’uomo. In questo caso sono animali reali, come l’upupa e la gatta, usati però al servizio dell’immaginazione. Ma nei bestiari appaiono anche veri e propri animali immaginari, come le «particelle grammaticali» di Ermanno Cavazzoni: «I laonde, i per cui, i costà appartengono alla categoria degli insetti e ronzano intorno alla testa del poeta sotto ispirazione». Oppure pensiamo al Manuale di zoologia fantastica, in cui Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero annotano le caratteristiche di molte creature interessanti, fra le quali il Goofus Bird, «uccello che costruisce il nido a rovescio e vola all’indietro, perché non gli importa del posto dove va, ma di quello dove stava».
(Levriero da marciapiede)
Nel romanzo Le strade oscure appaiono animali tratti dai bestiari antichi e da quelli moderni. Ma le prose specificamente dedicate a queste invenzioni, sebbene partano dalle figurazioni medievali, si sviluppano in maniera indipendente. Ecco un esempio.
Avrai sentito parlare del grizzly. È uno degli orsi più grandi che ci siano al mondo. Ho letto di un esemplare che pesava ben 680 chilogrammi. Poi c’è il cosiddetto «orso grolare», che è ancora più grosso ed è un incrocio fra un grizzly e un orso polare. Pochi invece conoscono l’esistenza del grilly. È altrettanto grande e pericoloso, ma non ha denti né unghie. Per dirla tutta non ha nemmeno pelo, grasso, ossa, nervi o muscoli. Il grilly non si può toccare, non si può vedere. È qualcosa che percorre le strade nei pomeriggi assolati dei weekend. Le madri preparano l’insalata di patate, i padri accendono la carbonella. I bambini giocano dentro una piscina azzurra. I nonni o gli zii bevono un bicchiere di bianco. L’uomo che cammina cade facilmente nell’agguato. La stretta poderosa del grilly lo cattura all’improvviso: egli allora pensa a quanto sia lontano dai suoi cari e si perde nella nuvola odorosa di carne, birra, famiglie felici, risate, persone che sanno stare tranquille. L’uomo, tra le zampe della bestia, è disperatamente solo. È possibile sconfiggere un grilly? Sì, ma bisogna essere molto coraggiosi. E anche molto fortunati.
Prima di chiudere vorrei fare un altro esempio, per illustrare la genesi di un altro animale immaginario che si trova nel romanzo. Spesso, quando guardo il cielo, mi capita di vedere draghi. Molte persone riconoscono forme nelle nuvole: uomini, donne, cose, bestie, magari anche creature più oniriche e bizzarre. È quasi inevitabile. Gli animali, del resto, non appaiono soltanto nelle nuvole, ma si nascondono ovunque: ricordo un passo di Moby Dick in cui Melville accenna alle balene intraviste in un profilo di montagna. Da quando lo lessi per la prima volta, anch’io ho avvistato parecchi di questi inafferrabili “cetacei di montagna”. Tornando al cielo, in un primo momento mi venne in mente di scrivere una piccola prosa dedicata alla “nuvola-drago”. Ma mi sembrava troppo banale, troppo ancorata a un semplice esercizio di fantasia. Voglio dire, nella mia vita avevo conosciuto molte nuvole-drago (e ogni estate ne scopro di nuove), ma non mi sembravano un vero e proprio animale immaginario come lo sniek, il buiardo, il segretolo, l’erkraidguyok, la fogliassera, il ciottolicchio, la pulciottera e tutti gli altri che riempivano le pagine del mio taccuino (quelli appena citati, in particolare, sono finiti anche nel romanzo). Alla fine compresi che il drago doveva apparire diverso: non una nuvola che si staglia nel cielo, ma una creatura più profonda, più vasta, più indecifrabile, proprio come il cielo stesso.
Nella vita di tutti noi ci sono molti draghi. Quelli più remoti, che risalgono alle fiabe ascoltate da bambini, quelli impalpabili che cerchiamo nelle costellazioni o nella forma delle nuvole, quelli che incontriamo nei libri, nei dipinti, nelle sculture. Ci sono draghi che s’insinuano di notte nei nostri sogni, altri a cui diamo nomi diversi: dinosauri, serpentoni, mostri, chimere. Ma il drago più grande è il cielo. O meglio, non il vero cielo, ma una creatura che gli si pone davanti, dello stesso colore, della stessa sostanza. È un animale mimetico, in grado di assumere la forma celeste tanto da ingannare chiunque. Per individuarlo bisogna sdraiarsi su un prato, in un pomeriggio estivo, e contemplare a lungo l’azzurro. Allora capiterà di sorprendere un movimento furtivo, un colpo d’ala o uno sbuffo di fumo. Per un attimo sarà come vedere un cielo adagiato contro il cielo. Quando poi il drago volerà via, la profondità sopra di noi sembrerà ancora più vasta, più misteriosa. A che cosa serve, ti chiederai, questo drago tanto difficile da reperire? È semplice: serve a guardare meglio il cielo.
(Balena di montagna)
PS: Approfitto di questo articolo che prende spunto da Le strade oscure per annunciare ai lettori di questo blog che il romanzo è stato scelto nella cinquina dei finalisti al Premio Scerbanenco 2022, in seguito alla selezione della giuria e al voto del pubblico; a questo proposito, ringrazio di cuore tutte le persone che hanno votato per il romanzo.
PPS: Avevo già approfondito qui alcuni aspetti della genesi del romanzo. E avevo già parlato degli animali immaginari in un articolo apparso su “Il Libraio”.
PPPS: Ecco un elenco dei testi che ho citato nell’articolo: AAVV, Bestiari tardoantichi e medievali, a cura di Francesco Zambon, Bompiani 2018; Foscolo, “I sepolcri”, in Sepolcri Odi Sonetti, Mondadori 1987; Parini, “La Notte”, in Il Giorno, Mondadori 1986; Ermanno Cavazzoni, Guida agli animali fantastici, Guanda 2011; Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero, Manual de zoología fantástica, 1957, Manuale di zoologia fantastica, trad. di Franco Lucentini, nuova edizione a cura di Glauco Felci, Einaudi 1998; Federigo Tozzi, Bestie, in Opere, Mondadori 1987. Non ho citato esplicitamente il passo di Moby Dick (ve lo lascio cercare, se volete, com’è giusto che si faccia con le balene); comunque, se l’avessi fatto, sarebbe stato nella traduzione di Cesare Pavese pubblicata da Adelphi.
Guardate questo video: contiene sguardi precisi e sognanti, un bosco fitto di pensieri misteriosi, un uomo che fotografa una volpe, un lago, una bambina, una donna, un’ombra e alcuni animali immaginari.
Si chiamano “booktrailer”: sono dei video di un minuto o giù di lì che presentano l’atmosfera di un libro. Quello che avete appena visto è stato realizzato e sonorizzato da Alessandro Tomarchio e pubblicato sul canale della rivista “Il Libraio”. L’ho guardato con meraviglia, perché questo video compie una piccola divagazione meditativa sul mio romanzo Le strade oscure (Guanda). Questo mi ha portato a riflettere sulla genesi del romanzo e, in generale, sulla mia scrittura. Sono temi che affronto anche durante le varie presentazioni del romanzo. (Qui trovate una lista più o meno aggiornata: Presentazioni Oscure.)
Quando cominciai a scrivere ero ancora analfabeta. A quei tempi la scrittura era ascolto, era il gesto di custodire le parole: mi nutrivo delle fiabe e delle storie che mi raccontavano i miei genitori, cominciavo a immaginare cose che non esistevano e che tuttavia, paradosso dei paradossi, esistevano meglio di tante altre che potevo toccare con mano. Un po’ più tardi iniziai a evocare mondi fittizi attraverso la narrazione a voce alta. Ancora non sapevo scrivere, perciò il rapporto fra la parola, la memoria e la voce era misterioso, forse simile a quello che si ritrova nelle culture che hanno una letteratura trasmessa oralmente. Per farla breve, in seguito cominciai a scrivere a mano, poi m’impadronii di una vecchia macchina da scrivere che girava per casa, poi arrivarono i primi computer – ma non abbandonai la scrittura a mano, che per me è indispensabile ancora oggi, così come la lettura a voce alta. E scrissi racconti e poesie e in seguito romanzi e altre tipologie di testi. Nel 2020 sentivo il bisogno di un cambiamento: avviai dunque un progetto lungo, che implicava molto studio da parte mia, un’opera sospesa fra narrativa, saggistica, traduzione… ma non ne voglio parlare: ci sto ancora lavorando. Nello stesso tempo affrontai ancora una volta il personaggio di Elia Contini, che avevo inventato nel 2002 e che nel 2005 era divenuto il protagonista del mio primo romanzo, al quale ne seguirono altri sgranati lungo gli anni. Ero un po’ esitante. Come lettore non sempre amo la serialità. Ci sono saghe alle quali mi sono appassionato, fin da bambino, ma di recente apprezzo anche i personaggi che vivono in un solo romanzo. In ogni caso decisi di scrivere qualcosa di nuovo. Prima di tutto, tentai un approccio diverso a Contini, in maniera che risultasse più vero grazie a una maggiore introspezione, a una discesa nell’anima di quest’uomo che è investigatore per caso e quasi controvoglia. Inoltre, come faccio sempre, affiancai a Contini un altro personaggio forte, in maniera che diventasse il vero protagonista. In terzo luogo, decisi di sperimentare un’unione fra due generi letterari che conosco bene, sia come lettore, sia come scrittore: il romanzo noir e la prosa breve (o prosa d’arte). Così è nato Le strade oscure. La vicenda di Ernesto Magni e di sua figlia Vera accompagna la trama poliziesca, mentre la presenza di un bestiario di animali immaginari interseca la narrazione. Le prose brevi hanno un significato autonomo, non hanno bisogno del romanzo; del resto, alcune le avevo scritte anni prima. Esse tuttavia, nel contesto di una narrazione più ampia, finiscono per dire qualcosa d’inaspettato (almeno per me) sui personaggi e sui loro stati d’animo.
Come tutti i romanzi noir, Le strade oscure è provvisto di una trama con momenti di sospensione narrativa e colpi di scena. Nello stesso tempo c’è una riflessione sociale sulla Svizzera italiana e le sue contraddizioni, sulla malavita, sui lavoratori frontalieri e sul loro modo di vivere il passaggio della frontiera. Su questo fondale si sviluppano le vicende umane di Ernesto Magni, di sua figlia, di Elia Contini e di Francesca Besson. In generale, il tema di fondo che m’interrogava durante la scrittura – e che m’interroga da sempre – è il confine fra il male e la grazia. Da una parte c’è il male inevitabile, che abbiamo tutti dentro di noi, il male gratuito. Dall’altra la “grazia”, cioè il mirabile equilibrio inaspettato, la comparsa del bene altrettanto gratuito, spesso nelle situazioni che sembrano senza speranza. Credo che tutti noi abbiamo sperimentato questa alternanza.
Contini stappò una birra e la bevve in piedi, appoggiato alla balaustra del portico. Il profilo degli alberi si distingueva ancora, ma i colori erano già svaniti. Con le sue abitudini, con i suoi piccoli riti Contini aveva sempre cercato un modo per non farsi soffocare dalla quotidianità. Vivere il tempo in piccoli frammenti faceva sì che ogni tanto arrivasse un’ora propizia, un’armonia fra i pensieri, le cose, le azioni. Ora la quotidianità si era schiantata: ogni gesto richiedeva uno sforzo.
La quotidianità è sempre un rischio. E la calma è sempre apparente. Questa tensione è per me una sfida continua: anche la scrittura è un modo per vedere più chiaro, senz’altro una via per avvicinarmi alla verità. Uno dei maggiori pericoli per me è la solitudine: può essere benefica (come quella del vecchio Giona, l’eremita che abita nei boschi sopra Corvesco, nel nord del Canton Ticino), ma puo essere anche dolorosa.
Essere soli nel ventunesimo secolo forse è ancora più difficile che in passato. Da ogni parte si è assediati dal mondo, da gente che vuole dire la sua, lamentarsi di questo o di quello. Ma tu sei isolata, murata fra le chiacchiere e le fotografie. Quanta fatica costa essere davvero pronta: bisogna creare un silenzio che permetta di percepire le parole autentiche e poi abbassare la guardia, diventare accogliente. Fidarsi delle cose buone nel momento in cui succedono.
Non si cancella la solitudine. Si può sostituirla con il caos, con il frastuono, ma non è una soluzione. Forse l’unico modo per medicare la solitudine è quello di renderla ospitale. In questo senso la scrittura è un atto di condivisione, poiché traccia dei legami fra chi scrive e gli altri. La ricerca della verità non è pomposa o retorica, ma è un lavoro di approfondimento del mistero: di ciò che scrivo, normalmente, mi restano domande. Insieme alla speranza che, trovando il passo giusto, possa finalmente riuscire a esprimermi meglio, con maggior precisione, arrivando a rivestire di parole ciò che ancora mi sfugge.
Un passo alla volta, un passo alla volta. All’inizio sembra un ritmo troppo blando, ma a un certo punto solo la fedeltà a quella pazienza ti permette di andare avanti.
PS: Le citazioni in grassetto provengono da Le strade oscure.
PS: La rivista “Il Libraio”, oltre al video sul romanzo, ha pubblicato anche un mio breve pezzo in cui passo in rassegna una trentina di animali immaginari. Lo trovate qui.