Dighori

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Ottobre
Hanafuda: Acero / Cerbiatto
Luogo: Dighori (दिघोरी), Maharashtra 441203, India
Coordinate: 20°47’01.9″N; 79°13’11.7″E
(Latitudine 20.78386; longitudine 79.21991)
Andando in un sentiero di montagna m’imbatto in una coppia sui trent’anni. Stanno discutendo. Lei dice: «Qualcuno te lo deve insegnare, a essere forte, non puoi arrivarci da solo.» Lui tace. Lei aggiunge: «Come fai, se nessuno te lo insegna?» Il sentiero è pianeggiante, in mezzo a un bosco di latifoglie in cui spiccano l’arancione dei ciliegi e il rosso vivace degli aceri montani, luminosi come segnali d’allarme. Li saluto, loro proseguono. Alle mie spalle la voce di lei diventa più acuta. Mi accorgo che sta piangendo.
Che cosa posso fare? Non sono affari miei. Mi viene il pensiero di voltarmi, di chiedere se vada tutto bene. Di certo la prenderebbero come un’offesa. Esito, rallento. Mi fermo. Forse invece una parola detta da uno sconosciuto potrebbe aiutarli. Ma il mondo non funziona così. Il mondo può essere (o dirsi) moderno, aperto, sensibile alle differenze. Tuttavia gli steccati restano invalicabili: chi soffre deve soffrire da solo. Il dolore deve restare chiuso nella coppia, nella famiglia, nella cerchia più ristretta. O al massimo può essere buttato fuori nei social network, come un urlo scomposto. È doveroso, è necessario rispettare lo spazio privato degli altri. Bisogna salutare, cortesemente – e poi tirare diritto.
Dopo qualche secondo mi volto, quasi di nascosto. La coppia è scomparsa. C’è solo il sentiero, con gli alberi spogli, il fruscio del vento. Di colpo avverto il peso della mia solitudine. Sarà irragionevole, forse stupido. Di sicuro inutile. Ma sento un nodo di lacrime che mi stringe alla gola, come un morso, come l’agguato di una belva.
Sto pensando alla mia fragilità. Quante volte la vita ci sorprende inermi? Da bambini e da vecchi succede forse più spesso, ma anche nel pieno dei tempi, quando abbiamo costruito una fortezza – o almeno una baracca per ripararci dalle intemperie – anche allora capita che ci sentiamo perduti. Siamo come una preda. Un cerbiatto che si è attardato a bere, al fiume, e che si accorge di essere lontano, diviso da ogni gruppo, famiglia, compagnia. In quel momento, anche se non la vediamo, sappiamo che la belva si aggira nei dintorni. Il leopardo, con la sua capacità di piombarci addosso all’improvviso. La tigre, con la sua divisa mimetica, con la sua eleganza crudele. La tigre di cui non ti accorgi finché ormai è troppo tardi.
Ho provato questa sensazione nel mio viaggio in India. Avanzavo in un terreno brullo: polvere marrone, macchie di alberi, tratti di boscaglia più fitta. Non ero proprio fuori dal mondo: a un paio chilometri a sud-est c’era il villaggio di Dighori, che conta poco meno di cinquanta abitanti. Nella direzione opposta, camminando per tre chilometri circa, sarei giunto a Dongargaon, popolato da un centinaio di persone.
Questi paesi fanno pensare a una zona remota, in mezzo alla natura. Ed è così, in un certo senso. Ma se avessi raggiunto Dighori, e se avessi trovato un’automobile, in poco più di un’ora e mezzo, magari due contando gli imprevisti, sarei giunto alla città di Nagpur, la capitale d’inverno dello stato del Maharashtra (quella estiva è Mumbai).
Nagpur, con i suoi due milioni e mezzo di abitanti, è la tredicesima città più popolosa dell’India. Gli Inglesi la designarono come punto centrale del loro Impero delle Indie; e in effetti è proprio il centro geografico della penisola indiana, sebbene sia un po’ fuori dalle rotte turistiche. Secondo uno studio di Oxford nel periodo fra il 2019 e il 2035 Nagpur sarà la quinta città con la crescita più rapida al mondo, con un tasso di crescita media dell’8,41%. (Ai primi venti posti della classifica ci sono diciassette città indiane.) È un luogo vivo, pieno di movimento. Proprio in ottobre, ogni anno diventa una meta di pellegrinaggio per i buddisti, che in India sono una religione minoritaria. Nagpur è soprannominata anche il Cuore dell’India, la Capitale delle Arance (ne produce di rinomate) o la Capitale delle Tigri, per la grande quantità di questi animali presenti nelle riserve intorno alla città.
Mentre vagavo tra Dighori e Dongargaon, espressioni come “tasso di crescita” mi sembravano prive di consistenza. Anche “milioni di abitanti” era un concetto sfumato, astratto. Intorno a me non c’era nessuno. La parola “tigre”, invece, appariva nella mia mente come una cosa concreta. Era il tardo pomeriggio, la temperatura era calda, umida. Cercavo di camminare all’ombra degli alberi, per quanto possibile. Dal bosco venivano fruscii, schiocchi di rami. Che ne sarà di me, ho pensato. E adesso che sono tornato a casa, che sono lontano dalle tigri in carne e ossa, il pensiero non mi abbandona. Anche mentre scrivo, al sicuro nel mio studio, la domanda mi ferisce. Che ne sarà di me… che ne sarà di tutti noi?

HAIKU

Sale la nebbia.
Scricchiolano sul viale
passi di corsa.

 

PS: Questo è il decimo  “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglioagosto e settembre.

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Panchinario 65-73

Scrivere di panchine è scrivere di uomini e donne, di alberi e animali, di tutto ciò che vive sulla terra. Ogni panchina offre al passante le storie di chi abita nei dintorni e di chi se n’è andato ma ancora, misteriosamente, torna ogni tanto a sedersi. Ho trovato questa immagine in una poesia dell’autore inglese Thomas Hardy (1840-1928). Nella traduzione di Eugenio Montale s’intitola Vecchia panchina.

Il suo verde d’un tempo si logora, volge al blu.
Le sue solide gambe cedono sempre più.
Presto s’incurverà senz’avvedersene,
presto s’affonderà senz’avvedersene.

A notte, quando i più accesi fiori si fanno neri,
ritornano coloro che vi stettero a sedere;
e qui vengono in molti e vi si posano,
vengono in bella fila e vi riposano.

E la panchina non sarà stroncata,
né questi sentiranno gelo o acquate,
perché sono leggeri come l’aria
di lassù, perché sono fatti d’aria.

65) ANZINO, nell’Alpe Baolina
Coordinate: 45°58’48″N; 8°9’3″E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… ascoltare il bosco.
Siamo in Piemonte, nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola. La strada carrozzabile che parte da Anzino s’inoltra fra gli alberi e diventa un sentiero. C’è una biforcazione: a sinistra si arriva all’Alpe Rondirenco, mentre a destra si può andare a Bannio, passando da Valpiana. Al bivio tutto è sospeso fra la civiltà e la natura, l’asfalto e la terra, il noto e l’ignoto. Il bosco, pure quando è vicino alle case, è sempre misterioso. C’è un’anima profonda, selvaggia, che con i nostri sensi addomesticati dalla modernità possiamo solo intuire. Anche la panchina è sospesa fra due mondi: sta in un territorio privato (come dice un vecchio cartello quasi illeggibile) ma è pubblica, a disposizione di tutti i passanti. Basta sedersi per qualche minuto, in silenzio, e il bosco comincerà a parlare: fruscii, schiocchi, canti di uccelli e ronzii di insetti, parole di erba e di acqua e di vento. È il linguaggio più antico del mondo.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

66) ARTH, in Guggähürliweg, ai bordi del bosco
Coordinate: 2’695’018.9; 1’108’698.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… perdere un treno.
Tutta l’Europa passa lungo la ferrovia del Gottardo. Lavoratori, turisti, studenti, affaristi, furfanti, politici, migranti, artisti… ognuno con le sue ragioni e le sue speranze. E tutti, senza badarci, passano da Arth-Goldau. Quante volte sono sceso a questa piccola stazione e sono salito sul treno per Zurigo, che parte (di solito) dal binario opposto? A volte mi fermo meno di un minuto. A volte perdo la coincidenza e devo aspettare. Finché un giorno ho deciso di perdere un treno in più: sono uscito dalla stazione e mi sono trovato nel villaggio di Goldau, che conta cinque o seimila abitanti e che appartiene al comune di Arth. Dalla stazione poi, con una passeggiata di quaranta minuti, ho raggiunto questa panchina discreta, con vista sul centro di Arth e sul lago di Zugo. (Per chi avesse molti treni da perdere: dalla panchina in meno di cinque ore si arriva sulla cima del Monte Rigi.)
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Colonna sonora (30 secondi):

 

67) CORFÙ, sulla spiaggia di Arillas
Coordinate: 39°44’34.8″N; 19°38’51.4″E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… leggere Jules Verne.
Sono nell’isola greca di Corfù, all’estremità di un molo; di fronte a me vedo l’isolotto di Nisida Kravi. Ma dopo un po’, sferzato dal vento e dalla schiuma, comincio a sospettare che il luogo da reale stia diventando immaginario. Eccomi dentro un racconto di Jules Verne: «Frritt!… è il vento che si scatena. Flacc!… è la pioggia che cade a torrenti. Questa raffica muggente piega gli alberi della costa volsiniana e s’infrange contro il fianco delle montagne di Crimma. Lungo il litorale, le alte scogliere sono incessantemente logorate dalle onde di questo vasto mare della Megalocride. Frritt!… Flacc!…». Non sono più a Corfù, ma nella misteriosa cittadina di Luktrop. Verne avvisa i lettori: inutile cercarla sulle mappe, perché «i migliori geografi non hanno saputo mettersi d’accordo sulla sua latitudine, e nemmeno sulla sua longitudine» (“Frritt-Flacc”, pubblicato su “Le Figaro illustré” nel 1884).
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Colonna sonora (30 secondi):

 

68) LUGANO, in piazza Molino Nuovo
Coordinate: 2’717’460.3; 1’096’749.4
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… pensare al futuro.
Ci sono ancora le mezze stagioni. Un lunedì pomeriggio, nel cuore di settembre, siedo su questa panchina rossa sotto un albero verde; nonostante la resistenza dei colori, avverto nell’aria un languore, come un respiro che si fa più lento. Il blu del cielo è compatto, insondabile. Che cos’è l’autunno? Spesso appare come un segno della fine, una discesa verso il vuoto dell’inverno. Ma perché non vederlo come la stagione in cui, profondamente, le cose preparano un nuovo inizio? Forse la primavera è già qui, ma in incognito. Le voci dei passanti si mescolano al suono del traffico. Un uomo esce dal bar con la “Gazzetta dello Sport”, un bimbo protesta perché non vuole stare nel passeggino, lungo la via Trevano passa lentamente una Harley Davidson, scintillante sotto il sole. Al centro della piazza, proprio di fronte a me, la fontana è impacchettata in un telo di plastica: lavori in corso.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

69) SAVONLINNA, sull’Aino Acktén Puistoten
Coordinate: 39°44’34.8″N; 19°38’51.4″E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… lanciare il proprio telefono.
Savonlinna è una città finlandese di 36.000 abitanti. Il quaranta per cento del suo territorio è fatto di acqua: dal lago Haukivesi fino al Pihlajavesi, ovunque è uno scintillìo di riflessi, un tremolìo di onde sullo sfondo verde scuro delle foreste.L’Ovanlinna, il castello di sant’Olaf, è la fortezza medievale più a nord fra quelle rimaste in piedi in tutto il mondo; fu costruito nel 1475 per controllare la frontiera tra il regno di Svezia e la Russia. La città venne distrutta più volte, nel corso di varie guerre. Oggi tutto è calma e silenzio, solo le torri grigie ricordano che qui avvennero battaglie e lotte sanguinarie. Nella luce dolce del pomeriggio l’acqua assorbe i rumori, i contrasti, i cattivi pensieri. Proprio a Savonlinna, ogni anno si svolge il Campionato mondiale di lancio del telefono cellulare: nel 2005 il finlandese Mikko Lampi stabilì il record assoluto con la distanza di 94 metri e 97 centimetri.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

70) DIJON, in place de la Libération
Coordinate: 47°19’16.8″N; 5°02’29.7″E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… riflettere sui soprannomi.
Gli zampilli delle fontane crescono, diventano rigogliosi, poi tornano piccoli e quasi scompaiono. Davanti a me il Palazzo ducale, oggi sede del Municipio e del Museo delle Belle Arti. I duchi di Borgogna, all’apogeo del loro dominio, estesero la loro influenza dai mari del nord fino al Mediterraneo. Tutto cominciò con Riccardo il Giustiziere (877-921), ma la fase di grande espansione arrivò con Filippo l’Ardito (1363-1404), Giovanni Senza Paura (1404-1419), Filippo il Buono (1419-67) e Carlo il Temerario (1467-77). Mi chiedo: i soprannomi corrispondevano al vero? Sembra di sì. Di certo Carlo fu temerario: l’ultimo duca borgognone mosse battaglia contro i Cantoni elvetici, sicuro di vincere, ma venne sconfitto tre volte e lasciò la pelle nella battaglia di Nancy (1477). Gli Svizzeri vittoriosi, confermando la loro indole pratica, rinunciarono ad annettere la Franca Contea in cambio di centocinquantamila fiorini d’oro.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

71) FUSIO, davanti al cimitero
Coordinate: 2’694’102.7; 1’144’302.3
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… sentirsi vivo.
La panchina forse non esisteva ancora, ma fu proprio da questo punto di vista che nel 1870 il viaggiatore inglese Samuel Butler s’innamorò di Fusio: «Non so in che cosa consista il suo incanto peculiare, ma è il più bel villaggio del genere che io conosca» (S. Butler, Alpi e santuari, trad. di P. Bianconi, Dadò 1984). È sempre difficile spiegare l’incanto: in questo giorno d’autunno mi limito a contemplare le case, il campanile, le finestre velate dalla nebbia. Dalla parte opposta c’è l’ossario, costruito nel 1823. Sulla facciata, due scheletri mi ricordano che la vita è un soffio e che presto calerà il buio; chissà perché, nonostante il memento mori, mi sento più che mai ricolmo di vita. Ogni cosa intorno mi pare luminosa: il villaggio, i prati, i boschi, l’angelo che nell’affresco solleva le anime purganti. E gli scheletri? Forse sono matto… ma credo proprio che, dietro uno sbuffo di nebbia, uno dei due mi abbia rivolto un sorriso.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

72) PREONZO, in Pasquéi
Coordinate: 2’720’524.5; 1’124’656.1
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… ascoltare l’autunno.
I luoghi più ordinari sono quelli più misteriosi. Un mite giorno di ottobre mi siedo su questa panchina, posta in un triangolo erboso accanto alla strada cantonale, che a Preonzo si chiama “el Stradón”. Accanto a me c’è una fontana. Più lontano, un cantiere edile. Subito di fronte, un parcheggio e l’ingresso di un ristorante. Tutto va come sempre. Passa un adolescente in motorino. Due signore si fermano a parlare. Dal ristorante viene un buon odore di pizza. Un uomo canticchia una canzone. Poi, di colpo, un bambino prende lo slancio ed entra di corsa in un mucchio di foglie secche. Allora noi, tutti noi che siamo rimasti fermi, ci scambiamo uno sguardo – io, le signore, l’uomo che canta. Dentro di me sento nascere un rimpianto: vorrei essere lì, al posto del bambino, dentro il cumulo di foglie, intento a causare quello scoppiettio, quell’accartocciarsi, quel fruscio crepitante… la perfetta colona sonora per un giorno d’autunno.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

73) SION, in rue du Grand-Pont
Coordinate: 2’593’973.9; 1’120’309.5
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… inventare una storia d’amore.
La panchina è double face e si trova nell’angolo fra due case, lungo la via principale. Da una parte si può contemplare la vetrina di una galleria d’arte e la brasserie Croix Fédérale. Dall’altra, c’è un negozio di barbiere: «Carmelo coiffure». Sulla destra, un arco di pietra immette in un vicolo. Un cartello con una freccia dice: «Coiffure Inès». Seduto con le spalle alla strada, guardo prima la vetrina di Carmelo, poi il cartello di Inès. I due si conoscono? Sono rivali? Immagino che all’inizio si saranno guardati in cagnesco. Poi magari una sera Carmelo – rimasto senza gel o senza lozione rivitalizzante – ha bussato alla porta di Inès. Lei aveva da fare e gli ha risposto in maniera sbrigativa. Ma il mattino dopo, affacciandosi da Carmelo, si è scusata per il tono brusco. E lui, cogliendo la palla al balzo: «Pas de problème, mademoiselle. Puis-je vous offrir un café?» Così cominciano le grandi storie d’amore.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Esprimo la mia gratitudine a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie mille a Barbara (Anzino), Alice (Arth, Lugano), Eloisa (Lugano), Paolo (Savonlinna), Martina e Gregorio (Fusio), Caterina e Lavinia (Preonzo), Prisca e Fabio (Sion).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37, qui da 38 a 45, qui da 46 a 55 e qui da 56 a 64. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: La poesia di Thomas Hardy proviene dal Quaderno di traduzioni di Eugenio Montale, pubblicato per la prima volta nel 1948 e ora contenuto in Tutte le poesie (Mondadori 1984; 2001). L’originale s’intitola The garden seat. Ecco il testo, preso dal sito della Thomas Hardy Society.

Its former green is blue and thin,
And its once firm legs sink in and in;
Soon it will break down unaware,
Soon it will break down unaware.

 At night when reddest flowers are black
Those who once sat thereon come back;
Quite a row of them sitting there,
Quite a row of them sitting there.

 With them the seat does not break down,
Nor winter freeze them, nor floods drown,
For they are as light as upper air,
They are as light as upper air!

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Santa Fe

 “Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Settembre
Hanafuda: Crisantemo / Coppa di saké
Luogo: Santa Fe, Nuovo Messico, Stati Uniti
Coordinate: 35°41’46.2″N; 106°10’21.7″W
(Latitudine 35.69616; longitudine -106.17269)
Esco a fare una passeggiata. Sul fianco di una collina mi soffermo a guardare la città dall’alto. È tardi, fra un’ora sarà buio. Riprendo a camminare, seguo un tornante e di nuovo mi giro a contemplare la città. Stavolta però mi trovo davanti il verde smagliante di una siepe. Mi viene in mente che, oltre quella siepe, si distendono le strade, le piazze, i quartieri residenziali, il fiume… ma che importa? Sono nella classica situazione leopardiana. Nel pensiero posso fingere interminati spazi e infiniti silenzi di là dalla siepe, posso giungere fin dove mi porta il desiderio. Mi accorgo però di avere trascurato un dettaglio. Di là dalla siepe c’è una terrazza. E sulla terrazza, approfittando dell’ultimo sole, un uomo e una donna stanno chiacchierando. Devono essere davanti alla porta della cucina, perché sullo sfondo sento una voce infantile che ripassa le moltiplicazioni.
– Cinque per uno cinque, cinque per due dieci, cinque per tre quindici…
La voce dell’uomo è più grave. – Lo so che fanno tutti così. Ma a me piace spendere i soldi che ho. Cioè, se voglio una macchina la compro.
– Ma se non puoi comprarla? – interviene la donna.
– Allora ne compro un’altra. Ma sarà la mia macchina.
– Anche se la prendi in leasing è tua. È la stessa cosa.
L’uomo fa un sospiro. – Io spendo solo i soldi che ho.
– Sette per tre ventuno – dice intanto il bambino (o la bambina). – Sette per quattro ventotto, sette per cinque trenta, no, trentacinque, sette per sei quarantadue, sette per sette quarantanove…
Mi allontano. Non ho visto niente, non ho immaginato niente. Ma forse ascoltare è ancora meglio. Ascoltare e capire quando è il momento buono per scrivere. Un tempo, in Giappone, durante le feste di settembre era usanza riunirsi in riva ai ruscelli e ai canali per comporre versi sullo splendore dei crisantemi. Per gioco si facevano galleggiare le coppe di saké sull’acqua corrente e tutti cercavano di scrivere un poema prima che la coppa arrivasse davanti a loro. Anch’io voglio scrivere in questo modo. Non bevendo saké (o non sempre), ma tentando di raccontare una cosa solo al momento giusto, quando mi sembra necessario condividerla.
Confesso che non mi sento del tutto pronto a parlarvi del mio viaggio nel Santa Fe National Park. Ancora non ho capito bene che cosa mi sia accaduto. Però sento che qualcosa devo dire prima che finisca settembre.
Era una giornata di sole. Non faceva troppo caldo, ma tutto era secco, e il vento sollevava sbuffi di polvere. Faticavo a orientarmi, perché il paesaggio era uniforme: rocce, piccoli arbusti che sembravano pini, qualche picco in lontananza. Forse quello a nordovest era il Cerro Micho. Speravo che potesse fungere da punto di riferimento: secondo i miei calcoli dovevo essere a una decina di chilometri dal Rio Grande, dove avrei trovato l’acqua.
Dopo un paio d’ore di cammino mi sentivo in un mio personale film western. Non ero più un Andrea qualunque, ma un personaggio: il bandito a cui hanno rubato cavallo e borraccia. L’uomo solo che deve passare dalle zone più impervie, covando la nostalgia di una voce amica, di un whisky, di un profumo femminile. Il desperado braccato dai cacciatori di taglie. In fondo il suo desiderio è fuggire in un luogo lontano e mettere su un ranch, ma sa che non sarà facile. No, non sarà per niente facile.
Il bandido, roso dalla sete, punta verso il Rio Grande. Potrebbe cambiare direzione e tornare verso Agua Fria, dove forse troverebbe un riparo per la notte. Ma è troppo rischioso. Non devo farmi prendere. Non mi resta altro che la mia libertà. È una vita sporca, misera, solitaria. Ma è la mia vita. Non me la lascerò strappare via dal primo sceriffo in cerca di gloria.
A pochi passi dal Rio Grande una voce mi coglie di sorpresa.
– Ehi, gringo, stai cercando qualcuno?
Mi volto, lentamente. Sono pronto a combattere.
Ecco. Questo è il mio delirante viaggio di settembre. È tutto vero? È tutto falso? This is the West, sir. When the legend becomes fact, print the legend. Nel west, se la leggenda incontra la storia, vince sempre la leggenda.

HAIKU

Viene la notte –
In fondo all’orto ridono
i fiori d’oro.

 

PS: Questo è il nono  “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglio e agosto.

PPS: La frase «This is the West, sir. When the legend becomes fact, print the legend» proviene dal film The man who shot Liberty Valance, girato da John Ford nel 1962. È un giornalista a pronunciarla, per sottolineare come sui giornali trovi posto il mito del Far West anche quando esso non corrisponde ai fatti. Nella prima parte dell’articolo, cito qualche parola della poesia L’infinito, scritta nel 1819 da Giacomo Leopardi.

PPPS: Colpiti da questa serie di viaggi immaginari, alcuni lettori del blog di viaggi Rolling Pandas hanno voluto approfondire la conoscenza con me. L’intervista si trova qui. Ringrazio Alice e tutti i responsabili del sito Rolling Pandas, che offre la possibilità di organizzare viaggi in tutto il mondo.

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Ross Ice Shelf

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Luglio
Hanafuda: Lespedeza / Cinghiale
Luogo: Ross Ice Shelf, a circa 400 km dalla McMurdo Station, Antartide
Coordinate: 80°38’49.3″S 171°01’35.5″E
(Latitudine -80.647028; longitudine 171.026528)
Fra il 1785 e il 1796 il botanico ed esploratore francese André Michaux viaggiò in diverse regioni del Nordamerica. Nel 1803 pubblicò il volume Flora boreali-americana. Fra le altre cose, Michaux descrive una nuova specie di legume che chiama “lespedeza”. In una nota a piè di pagina spiega di avere dato al vegetale quel nome in onore di D. Lespedez, gubernator Floridæ, erga me peregrinatorem officiosissimus (“D. Lespedez, governatore della Florida, che ha dimostrato grande cortesia verso di me durante i miei viaggi”).  La pianta è ancora oggi conosciuta con quel nome… peccato però che il governatore si chiamasse in realtà Vicente Manuel de Céspedes y Velasco. Com’è potuto accadere quel passaggio da “Céspedez” a “Lespedez”, con quell’errore destinato a restare nella storia della botanica? Comunque sia, c’è qualcosa di festoso in quel nome: lespedeza. Non è solo un legume, ma una burla, una parola che non doveva nascere e che invece è nata. Mi ripeto questa parola – lespedeza, lespedeza – mentre guido su una strada montuosa del Centro Italia, diretto verso un piccolo circo girovago.
Il luogo dov’è accampato il circo è circondato da querce e castagni. Verso sera le luci si accendono e gli spettatori si avvicinano all’ingresso (saranno al massimo una ventina). Mentre mi metto in fila, immagino che altri spettatori, silenziosi, sguscino fuori dal bosco: volpi, cinghiali, tassi… per una volta le bestie guarderanno gli uomini. Forse sorrideranno, si chiederanno quando arrivano i pagliacci ed esclameranno: ehi, ma quell’acrobata è matto! Non voglio vedere, borbotterà il cinghiale, io chiudo gli occhi. Sono quasi certo che la volpe riuscirà a procurarsi un cartoccio di popcorn.
Intanto comincia lo spettacolo, incantevole come la parola “lespedeza”. Dopo il numero dei clown appare un acrobata con un abito di lamé argentato. Al centro della pista, solo nel suo scintillìo, sembra uno spicchio di luna. Mi fa pensare all’acrobata creato dallo scultore Remo Rossi: un’opera che racchiude in sé l’incanto della leggerezza e la maestà della forza. Misteriosamente, nonostante gli angoli squadrati, l’equilibrista di bronzo sembra morbido e sinuoso, proprio come una mezzaluna. Davanti ai miei occhi, nel piccolo circo, l’acrobata lunare si arrampica lungo una fune, cammina sopra una corda, balza sopra un lunghissimo palo, volteggia nel silenzio attonito del pubblico. Lui è concentrato, tranquillo… siamo noi, in basso, ad avere le vertigini.
Chiudo gli occhi e ripenso al mio viaggio in Antartide. Anche in quella circostanza, ero pieno di vertigine. Nel buio, circondato da milioni di chilometri di ghiaccio, fermo in un luogo imprecisato della Ross Ice Shelf, ho sentito che il mondo era immenso mentre io solo un pugno di ossa, muscoli e sangue, un respiro fragile nell’aria gelida. La Barriera o il Tavolato di Shelf è un’enorme distesa dove non si vede niente nemmeno d’estate, nel candore abbacinante. Ma in quel momento, d’inverno, rincattucciato nel mio riparo provvisorio, sperando che il vento non strappasse via, mi sono chiesto che cosa mi avesse portato laggiù.
Che cosa muove gli esseri umani a viaggiare, sempre, in ogni epoca, con il corpo o con l’immaginazione? Fin dall’inizio dei tempi ogni volta che qualcuno tracciava un confine, un altro lo superava. Nel corso dei secoli ogni angolo della Terra è stato delimitato, recintato, trasformato in proprietà pubblica o privata. Qui finisce il mio paese, là comincia il tuo. Ma a ben vedere, nessun luogo ci appartiene. Per capirlo, basta farsi un giretto da soli in Antartide. Alcune nazioni vorrebbero tracciare confini anche qui, ovviamente, ma intanto il vento soffia a cento chilometri all’ora, la visibilità è inferiore ai dieci metri e la temperatura percepita scende sotto i -75°C. Quando tutto ciò che ti separa dal nulla è una piccola tenda, capisci quanto sia folle l’ambizione umana.
Ero un punto nel vuoto. Un’increspatura nel buio. Non ero mai stato tanto lontano da tutto. Il bar più vicino si trovava a più di quattrocento chilometri. E mi era ancora andata bene, in un continente con una superficie di quattordici milioni di chilometri (quasi tutti ricoperti di ghiaccio perenne). Se avessi camminato più o meno diritto in direzione dell’Oceano Antartico avrei potuto raggiungere il Gallagher’s Pub alla McMurdo Station (che in inverno è abitata da più o meno trecento persone). Il problema, naturalmente, era che da quelle parti il concetto di “direzione” è assai astratto.
Naturalmente, visto che ne sto scrivendo, alla fine in qualche modo ho raggiunto Il Gallagher’s Pub, chiamato così in ricordo di Charles “Chuck” Gallagher, il padre del proprietario. È un luogo caldo e accogliente. Appena arrivato, dopo avere riacquistato l’uso dei cinque sensi – li avevo persi praticamente tutti –, ho brindato al calore e all’umanità con una tequila messicana. Dopo un po’ mi sono liberato del sentimento di opprimente solitudine e anche del gelo che mi era entrato nelle ossa. Ma la vertigine invece no, quella non mi ha lasciato. Quando ci penso, oggi, qui, mi sento ancora un acrobata sospeso sulla fune, mentre intorno i pianeti e le stelle ruotano nell’oscurità.

HAIKU

Un vecchio clown
sta suonando il violino
nella penombra.

 

PS: Questo è il settimo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo,  aprilemaggio e giugno.

PPS: In base a un trattato firmato da 46 paesi e risalente al 1959, l’Antartide non appartiene a nessuna nazione. Sono vietate sia le attività di sfruttamento economico, sia quelle militari.

PPPS: L’immagine della lespedeza è presa da internet, così come quella dell’acrobata di Remo Rossi (quest’ultima, scattata da Chiara Zocchetti, proviene dal sito del “Corriere del Ticino”). La scultura si trova nel “Giardino del clown” a Verscio, nella Svizzera italiana.

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Just one more thing

Porto sempre con me un taccuino. È un’abitudine che risale agli anni dell’adolescenza, quando cominciavo a prendere sul serio l’attività della scrittura. Ogni tanto qualcuno mi chiede se il taccuino sia necessario per il mio lavoro o se non sia una posa. In fondo, se mi venisse all’improvviso un’idea di quelle imperdibili (ma esistono idee imperdibili?), potrei scriverla sul cellulare o annotarla su un pezzo di carta. Non sono d’accordo: credo che il taccuino, benché non sia indispensabile, aiuti a trovare le parole. Però devo confessare che, a parte l’utilità, mi conforta l’idea di averlo con me. Qualche amico mi chiede sornione se io voglia imitare Jack Kerouac e i grandi autori on the road. Ma la verità è che voglio imitare il tenente Colombo.

Ricordo quando, da ragazzo, guardavo il telefilm in attesa del momento in cui il poliziotto interpretato da Peter Falk tirasse fuori il taccuino, sempre un po’ consunto, per annotare una minuzia o per cercare un’informazione. Mi piaceva quell’attenzione per le piccole cose all’apparenza insignificanti. Mi sembrava avere più di un’affinità con le ragioni che mi portavano a scrivere.
Il taccuino aiuta Colombo non tanto nell’operazione di raccolta degli indizi, quanto nell’entrare in relazione con il mondo. È una sorta di ponte, una passerella fra la realtà e l’immaginazione. Attraverso i particolari l’investigatore s’immedesima nel colpevole. Saper osservare infatti non significa restare esterni, senza implicarsi in ciò che si osserva. Chesterton lo scriveva già nel 1925: La scienza dell’osservazione? Vada al diavolo! […] Insisti a credere che gli investigatori privati scoprano i criminali contandone i bottoni o annusando la loro brillantina? No, […] imparano a scovare i delinquenti perché lo sono anche loro, almeno in parte. Perché appartengono a quello stesso mondo abietto.
Le storie del tenente Colombo mostrano quanto sia importante ciò che sembra marginale. Socialmente, fisicamente, psicologicamente Colombo si presenta come inferiore. Ma alla fine di ogni episodio il suo sguardo ricompone la vicenda. La rottura dell’equilibrio (cioè l’omicidio) crea un legame fra l’assassino e gli spettatori, che hanno lo stesso livello di conoscenza. Infatti gli autori della serie rovesciano il meccanismo classico dei gialli, rivelando fin dall’inizio il colpevole e suscitando nello spettatore una curiosità non sul “chi è stato?” ma sul “come farà l’investigatore a incastrare l’assassino?”. Trovando un senso negli eventi, Colombo si mette dalla parte degli spettatori, li prende con sé, li porta a riconoscere la necessità della giustizia (anche dolorosa, qualche volta). C’è pure una componente sociale, perché l’assassino è quasi sempre appartenente all’alta borghesia, e quasi sempre sottovaluta lo sdrucito poliziotto italoamericano.

Nell’episodio Riscatto per un uomo morto (1971), il tenente ripete più volte alla signora Williamson, una cinica avvocata che ha ucciso suo marito, quanto per lui siano importanti i dettagli. Certi particolari mi fanno impazzire, borbotta sbuffando il fumo del sigaro. Lei lo asseconda, lo crede inoffensivo, si presta al suo gioco. Lui insiste: Gliel’ho detto, i piccoli particolari mi fanno impazzire. In altre parole, stavo solo cercando di spiegare la mia… come posso dire? Lei: Idiosincrasia. Lui: Brava. Idiosincrasia. Ecco… una gran bella parola! Lei: Ah, ne so anche di migliori. C’è dell’altro, tenente? Lui: Ah, no. Credo che sia tutto.
Invece non è tutto. Non è mai tutto. C’è sempre un’altra domanda, un appunto sul taccuino, una parola non detta, un pensiero nascosto nel linguaggio. Colombo arriva alla verità seguendo vie misteriose: identifica il colpevole al volo, senza ragionamenti né induttivi né deduttivi. Semplicemente, sembra attaccarsi alla persona che ha commesso il delitto, coinvolgendola in un gioco sottile di battute, distrazioni e smarrimenti. Nel corso della storia il tenente arriverà poi ad accumulare gli indizi. Questi tuttavia non gli servono per capire, bensì per dimostrare agli altri (e forse anche a sé stesso) ciò che aveva già intuito in un lampo iniziale di riconoscimento.
Lo psicanalista Giovanni Foresti, in un saggio dedicato alla bilogica del tenente Colombo, paragona la tecnica d’indagine del poliziotto al colloquio fra un analista e il suo paziente. In entrambi i casi, il dialogo procede a un doppio livello. Da un lato c’è la comunicazione esplicita, che si attiene al piano tematico stabilito dalle regole sociali. Accanto a questo, il discorso dell’investigatore si muove anche a un altro livello comunicativo, che suggerisce all’interlocutore significati e ipotesi ben più imbarazzanti di quelli trasmessi al livello della coscienza discorsiva immediata.
C’è sempre un momento il cui il tenente sta per andarsene, ma poi torna indietro borbottando che c’è ancora un’ultima cosa (just one more thing). Questa domanda dell’ultimo secondo non di rado è quella decisiva. Così come i fatti che sembrano trascurabili si rivelano quelli più utili per smascherare il colpevole.
Colombo ha il dono di scorgere le cose invisibili. Il suo personaggio, nella sua ordinaria quotidianità un po’ scalcagnata, ha qualcosa di mirabile, di sovrannaturale. In questo senso ebbe una buona intuizione il regista Wim Wenders, che volle Peter Falk nel lungometraggio Il cielo sopra Berlino (1987). Recitando nel ruolo di sé stesso, Falk si porta dietro anche il personaggio di Colombo (che viene esplicitamente menzionato). Il protagonista Damiel (Bruno Ganz) è un angelo che rinuncia al proprio status per condividere l’esistenza degli esseri umani. Nel corso del film, si scopre che anche Falk un tempo era un angelo, e anche lui ha scelto di vivere nel mondo, senza limitarsi a osservarlo dall’esterno. Questa secondo me è una delle chiavi per capire il personaggio. L’impermeabile, il sigaro puzzolente, i capelli che sembrano non aver mai conosciuto un pettine… perennemente goffo, perennemente fuori posto, il tenente Colombo entra nelle nostre vite con la sapienza e la discrezione di un angelo. Un angelo munito di taccuino.

PS: Il tenente Colombo venne inventato negli anni Cinquanta da Richard Levinson e William Link: dapprima apparve in alcuni racconti e in un testo teatrale, poi in Prescrizione: assassinio, un film girato nel 1968 come “puntata zero” per una serie. Nel 1971 venne realizzato un altro pilot: Riscatto per un uomo morto. In seguito decollò la serie, che durò sette stagioni per un totale di quarantasei episodi fra il 1971 e il 1978. Il primo (Un giallo da manuale) venne diretto da Steven Spielberg, allora ventiquattrenne, che nello stesso anno esordì alla regia di un lungometraggio (Duel, 1971). Fra il 1989 e il 1993 vennero prodotte altre ventitré puntate; fra il 1995 e il 2002 alcuni film televisivi.

PPS: Segnalo anche una canzone del gruppo italiano Baustelle, contenuta nell’album Amen (Warner 2008) e dedicata proprio a Colombo.

Così commentano il brano gli autori stessi nel sito SoundblogÈ una metafora del male naturalmente insito in questo sistema capitalistico. Gli assassini di Colombo non uccidono quasi mai per motivi sentimentali: uccidono per avere più soldi o più potere. Il coro degli assassini della canzone siamo un po’ tutti noi, adulti occidentali, che viviamo in un mondo di apparente benessere ma siamo tutti schiavi del potere, della voglia di arricchirci, e restiamo imprigionati nella richiesta di sicurezza, di difesa ossessiva del proprio orto. 

PPPS: La frase di Chesterton è citata da Renato Giovannoli in Elementare, Wittgenstein. Filosofia del racconto poliziesco (Medusa 2007). Il saggio La bilogica del tenente Colombo. Paradigmi d’indagine e stili di riflessione nella letteratura poliziesca e nel lavoro psicanalitico si trova nel volume miscellaneo Psicoanalisi in giallo. L’analista come detective, pubblicato da Raffaello Cortina editore nel 2011. Foresti analizza bene diversi aspetti dell’episodio Riscatto per un uomo morto, di cui ho citato uno scambio di battute. Lo stesso dialogo è presente in uno dei video che illustrano questo articolo. L’ultima fotografia mostra Bruno Ganz e Peter Falk in una scena del film Il cielo sopra Berlino.

PPPPS: Ho scritto un pezzo sul tenente Colombo per la rivista “Cinemany”, usando alcuni frammenti di questo articolo.

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