L’attualità delle rose

Per ascoltare questo articolo:

Un pomeriggio d’estate, tornando da una gita in montagna con mio nonno e mio fratello, trovammo un pezzo di falce abbandonato. Aveva la forma di una T allungata, con la stanga superiore corta: sembrava il bastone da passeggio di un uomo di piccola statura. Mio nonno infatti lo impiegò come supporto, poi lo regalò a me e a mio fratello. Noi prendemmo a chiamarlo la ranza (dal nome dialettale della falce) e lo usammo nei nostri giochi di volta in volta come spada, cavallo, scettro, fucile, chitarra, timone di nave o barra di aeroplano. Il bastone si trova oggi nella mia casa di montagna, accanto all’ingresso. Ogni tanto lo guardo e mi chiedo se, un giorno, lo userò per aiutarmi a camminare.
Ho ritrovato questa vicenda in un tempo e in un paese lontano, come talvolta accade seguendo i percorsi accidentati della letteratura. È una poesia di Saigyō, un monaco buddista vissuto fra il 1118 e il 1190.

takeuma wo
tsue ni mo kyō wa
tanomu kana
warabe asobi wo
omohide tsutsu

Oggi cerco
un bambù come bastone
da passeggio
mentre ricordo che da bambino
ci giocavo a cavalcioni

Oggi è il mio compleanno. Mi trovo quindi a riflettere sul tempo. In maniera confusa, penso che mi piacerebbe unire le due attitudini: usare il bastone per camminare, quando ne avessi bisogno, senza smettere di trasformarlo con la fantasia in una spada o in un cavallo. In effetti, è una cosa che faccio tuttora ogni volta che lo afferro, anche per pochi secondi.

La dimensione del gioco, come quella dell’arte, ci insegna l’importanza dell’inutile. Soprattutto, ci insegna come diceva Montaigne che «non c’è niente di inutile in natura», a ben vedere, «neppure la stessa inutilità». Perciò mi pare che sia opportuno passare qualche minuto in giardino, fra un rovescio di pioggia e l’altro, per controllare lo stato delle rose.

In realtà le rose non hanno certo bisogno di me. Come scrisse Vita Sackville-West (1892-1962), è un errore accanirsi nel volerle educare. Quando l’autrice inglese, durante la guerra, ebbe l’occasione di visitare alcuni giardini abbandonati per forza di cose dai loro proprietari, notò la resistenza di questo fiore: «quei giardini erano un triste ammasso di erbacce, ma le rose si ergevano alte, superbe e orgogliose, solo perché non erano state importunate per due, tre, cinque anni». Certo, in realtà bisogna tenerle d’occhio. Come diceva Ippolito Pizzetti, «se squallidissimi sono quei giardini pettinati e geometrici in cui tutto è ordinato come in un’aiuola di una stazione ferroviaria, folle d’altra parte è pensare che non vi sia nulla di meglio che lasciar fare alla natura». Il giardino, in effetti, è un punto d’incontro fra il libero flusso della vegetazione e il pensiero umano. Forse questo accade in ogni ambito: quando scrivo, per esempio, ripeto le stesse narrazioni che l’umanità racconta da sempre – l’eroe, l’ostacolo, il tradimento, la redenzione – ma nello stesso tempo le incarno in un qui e ora che mi appartiene, con i suoi difetti, le sue acciaccature. Con la sua irripetibilità.

Ma sto divagando. Torno al giardino, dove la pioggia ha disfatto alcune rose che trionfavano pochi giorni fa. In compenso ne ha fatte crescere altre: alcune sono sul punto di schiudersi. In questo caso, sembrano dare ragione a Sackville-West: hanno ricevuto una potatura sommaria, un po’ di concime ma niente di che, eppure mi sembra che stiano bene. Il grande giardiniere William Robinson (1838-1935) cita la lettera ricevuta da un suo corrispondente, un tale Greenwood Pim, il quale asseriva che le rose rampicanti «lasciate a sé stesse offriranno il miglior spettacolo possibile, e per ottenerlo è sufficiente fornire loro un terreno profondo e compatto e assicurarsi che abbiano una discreta quantità di luce da ogni lato».
Ecco, mi sembra che questo possa essere un auspicio per il mio lavoro. Non so che cosa vorrò e riuscirò a scrivere ancora. Non so nemmeno quanto chi legge possa apprezzare le mie storie, come quella che racconterò nel nuovo romanzo in uscita fra pochi mesi. Per conto mio, posso solo tentare di vivere meglio che posso, badando ad ascoltare le persone, a leggere, a osservare il mondo. In questo modo fornirò alle storie un «terreno profondo e compatto», assicurandomi che «abbiano una discreta quantità di luce da ogni lato».

Certo, l’insicurezza nel mio caso è sempre in agguato. Mi chiedo: sarò all’altezza? Riusciranno i miei romanzi a cogliere lo spirito della nostra epoca? O potranno almeno aiutare qualcuno a passare qualche ora in maniera piacevole? Mi chiedo però se sia davvero necessario. Quando si cerca d’intercettare il presente, si sprofonda nel passato. Basta guardare il flusso di post di qualunque rete sociale e paragonarli invece a queste rose bagnate, che sono sempre d’attualità. Per giunta le rose – nella loro gloriosa inutilità – sono sempre una buona notizia. Lo scriveva già Dante:

ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce
poscia portar la rosa in su la cima.

Dall’altra parte del mondo, poco più di un secolo prima di Dante, rifletteva sui fiori e sui pruni anche lo stesso Saigyō, con il suo bastone di bambù.

kono haru wa
shizu ga kakiho ni
furewabite
ume ga kaori tomemu
hito shitashimamu

Per questa primavera
voglio fare amicizia
con chi si accosta
alla mia siepe dimessa
cercando il profumo di pruno

Ecco, in fondo si tratta di «fare amicizia». Benché la siepe sia «dimessa», il profumo è sempre unico, è sempre dotato di personalità: nessuna intelligenza artificiale riuscirà mai a sprigionarlo. L’odore di una rosa o di una storia serve se crea un legame, anche minimo, anche provvisorio, se getta un ponte ideale fra me e gli altri, fra me e il mondo. Ho cominciato a raccontare quando fingevo che la ranza trovata con mio nonno fosse un cavallo o una spada, continuo adesso che sono più vecchio e medito nel giardino intriso di pioggia. In fondo non c’è altro da dire.

Di solito per il mio compleanno pubblico un racconto inedito. Quest’anno però faccio un’eccezione. Visto che come dicevo sta per uscire il prossimo romanzo, di cui sto correggendo l’ultima stesura, mi permetto invece di mettere il link a una lunga intervista con Michela Daghini, andata in onda di recente alla radio svizzera. Se qualcuno non ne avesse abbastanza di queste divagazioni sulle rose e le favole, qui troverà altri cinquantotto minuti di parole.

Ascolta l’intervista

Dopo le parole, viene il tempo del silenzio.
Ricomincia a piovere.
Lascio il giardino, torno in casa. La mia figlia più piccola, che ha poco più di tre anni, ha detto di avere cucinato con sua madre «una torta a forma di volpe» per il mio compleanno. «Devi assaggiarla!» mi ordina. «Senti come profuma!»
Prima di chiudere – e prima di mangiare – ecco il sottofondo. Può accompagnare sia la lettura, sia la contemplazione delle rose. È il brano To a wild rose, composto da Edward Mac Dowell nel 1896 e interpretato con il sax tenore da Sonny Rollins a Montreux nel 1974. Buon ascolto, a presto!

PS: Ecco infine le indicazioni dei libri che ho citato. Saigyō, Poesie dal mio rifugio, a cura di Peter Otiv Norton, traduzione di Matteo Contrini, La Vita Felice, 2020. Vita Sackville-West, Un giardino per tutte le stagioni, traduzione di Marta Suatoni, Franco Muzzio, 1991 (2002); il libro contiene una raccolta degli articoli che Sackville-West pubblicò nella sua rubrica di giardinaggio sull’Observer fra il 1946 e il 1961. Ippolito Pizzetti, Rosa, in Fiori e giardino, Garzanti, 1998. William Robinson, Il giardino naturale, traduzione di Melani Traini, Franco Muzzio, 2014; il testo originale è un grande classico della letteratura sul giardinaggio: risale al 1881 ed è tuttora valido. Le parole di Montaigne provengono dal primo capitolo del terzo libro dei Saggi, i versi di Dante dal canto XIII del Paradiso (vv. 133-35).

Condividi il post

Ciò che dicono i fiori

Per ascoltare questo articolo:

Da piccole cose a volte nascono grandi domande.
Cerco di andare piano, fra le case vuote e le chiazze di neve. Ascolto le domande della strada e quelle – impercettibili – dei fiori. Spingo la bici lungo vie che s’inerpicano per il bosco, finché arrivo a una svolta. Mi fermo. Mi pare di essere lontano dal mondo, qui fra le montagne. Le incombenze e le notizie sono laggiù, dietro la caligine. In questo momento milioni di polpastrelli scivolano su milioni di schermi, dove appena finisce un video ne parte un altro. E succedono cose: amori, guerre, baratti, come sempre dall’inizio dei tempi. Ma io sono qui, dentro e fuori la vicenda umana. Se fossi un cavaliere solitario in un western starei parlando con il mio cavallo. In mancanza di quadrupedi, parlo con la bicicletta.

Che cosa ci faccio qui?
A che serve ammirare la lontananza del lago?
Cerco di misurare i gesti, per risparmiare le forze: mi siedo, bevo un sorso d’acqua e mangio un po’ di frutta secca. Non penso in maniera diretta al romanzo che sto ultimando (mancano pochi capitoli). Ma in questi momenti silenziosi il romanzo si scrive da sé, all’insaputa dell’autore. Poi, certo, quando tornerò a casa mi toccherà capire che cos’è successo.

Il mio girovagare non serve a niente, direi. O forse solo ai fiori. Ci sono primule, bergenie, narcisi e calicanti che, con la loro antica testardaggine, non aspettano nessuno. Spuntano fra le foglie secche, germogliano, sbocciano senza nessuno che li guardi; sono capaci anche di sfiorire, sempre da soli. Così m’invento un mestiere necessario: il guardatore di fiori. Non il giardiniere (che presuppone la volontà d’interferire) e nemmeno l’osservatore (che mi sembra già dotato di un piglio scientifico). Mi basta guardarli, fare loro un cenno con il capo e mormorare: ti ho visto.
Qualcuno i fiori li deve pur guardare.
Mi viene il sospetto che, per il fatto stesso che esistano, i fiori vogliano dirmi qualcosa. Non si tratta di sentenze roboanti. (Dei fiori opinionisti? Direi di no: lasciamo certe cose agli esseri digitali.) Al massimo, più che affermazioni, i fiori possono fare domande. Questo sì. Piccole scie di pensiero, punti interrogativi che si perdono nell’aria.

«Il segreto di questi fiori chiusi – scrive l’autrice brasiliana Clarice Lispector – è che proprio il primo giorno di primavera si aprono e si danno al mondo. Come? Ma come fa a sapere questa modesta pianta che la primavera è appena iniziata? E i fiori si aprono senza nessun preavviso. Noi siamo seduti vicini a loro, guardando distratti, ed ecco che lentamente si aprono affidandosi alla nuova stagione, sotto i nostri occhi meravigliati.»
Queste parole potrebbero essere il manifesto dei guardatori di fiori. Ma senza esagerare: noi g.d.f. non vogliamo essere depositari di nessun sapere arcano e nemmeno di una competenza tecnica. Non siamo né botanici specializzati né poeti laureati, bensì guardatori più o meno distratti; e tanto basta. Se i fiori ci sussurrano un discorso, noi lo ascoltiamo. Anche se il discorso è sempre lo stesso: è primavera, dicono, stateci attenti. (Sarà sempre quello, ma se i fiori non me lo ripetessero, di sicuro potrei dimenticarlo. Non è sempre facile credere alla primavera, prima che sia primavera.)
La mia bicicletta, paziente, ascolta tutto questo.
«Hai sete anche tu?» le domando alla fine.
Lei non dice niente. Non dicono mai niente, le biciclette, ma di sicuro pensano molto.
«Andiamo, che è tardi.»
Indosso il giubbotto, i guanti. Chiudo la cerniera. Mi butto in discesa, con l’ultimo sole che filtra in mezzo ai castagni. Non c’è più niente da pensare e nemmeno da dire, è questo il bello. Tornerà il tempo delle storie e delle parole ma intanto c’è solo il fruscio delle ruote, come una canzone, con i tocchi dei freni a dare il ritmo.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Le parole di Clarice Lispector provengono da La scoperta del mondo (1967-1973), una raccolta di articoli pubblicata in italiano da La Tartaruga nel 2001. 

PPS: Eccomi, sono qui. Anche i miei polpastrelli sono tornati a sfiorare schermi. Cerco di spenderci il minor tempo possibile, ma un po’ devo farlo. È inevitabile se voglio condividere queste parole. Qualcuno si potrebbe chiedere perché le voglia condividere, tanto più che non hanno molto a che vedere con i miei romanzi o i miei racconti. Ma penso che forse a qualcuno interessi anche il dietro le quinte della scrittura. È la trafila della quotidianità.

PPPS: Inoltre, chissà, può darsi che presto o tardi venga ufficialmente riconosciuto il ruolo di pubblica (in)utilità delle guardatrici e dei guardatori di fiori. È una buona professione da consigliare ai giovani: non richiede alcuna formazione, non garantisce né stipendi né riconoscimenti, non serve a nessuno e a nessuno crea danno. Il lavoro perfetto, direi.

PPPPS: Ecco anche una colonna sonora. Il duo fra la trombettista Airelle Besson e il fisarmonicista Lionel Suarez è tratto dall’album Blossom, pubblicato nel 2026.
Forse ciò che dicono i fiori, e ciò che pensa la bicicletta, è proprio questa musica.

Condividi il post

Un amico fedele

Per ascoltare questo articolo:

Sembra ieri che ci siamo incontrati per la prima volta.
Ero un bambino e lui era già come oggi: vecchio, eppure giovanissimo. Con l’aria di chi ha visto tutto e rimane scanzonato. È una persona rara: pur conoscendo il dolore del tempo e il mutare del mondo, non abbandona mai la sua leggerezza, che non ha niente di superficiale.
Qualcuno dice che ha il cuore di ghiaccio, che bada solo agli affari suoi. Ma lui risponde: «La neve arriva, la neve se ne va.» E aggiunge: «Perché perdiamo tempo a mettere dei recinti?» Mi spiega che nessuno ha degli «affari» che siano veramente «suoi». Chi può dire dove si posa un fiocco volante nell’aria di febbraio? Chi può dire che anche solo un pezzetto di mondo gli appartenga?

L’ho rivisto pochi giorni fa. Quando ero piccolo mi sembrava enorme, oggi è un po’ meno solenne. È difficile definire l’identità di un pupazzo di neve, perché sempre ci presenta un riassunto di ciò che siamo nel momento in cui gli diamo forma. Lo facciamo a nostra immagine e somiglianza, come vuole la tradizione dei creatori. In fondo si tratta solo di ammucchiare un po’ di neve e di ficcare una carota nel punto giusto: in teoria ogni pupazzo dovrebbe essere niente più di un manichino. Eppure, in un modo misterioso, ognuno finisce per assumere una personalità distinta.

Insomma: il pupazzo sono io.
Oggi ero così, un po’ stanco, preoccupato per cose di lavoro. Ho dormito poco nelle ultime settimane e sto cercando di recuperare. Sono alle pagine finali di un romanzo che sto scrivendo da (troppo) tempo e, nello stesso tempo, sto cercando di seguire qualche pista nuova: altre idee, altri percorsi. Qualche volta mi capita di sentirmi solo, anche se sono circondato da tante persone. È normale: quando scende la sera il pupazzo è poco più di un’ombra nel campo gelato. Nel buio aspetta il sole del nuovo giorno che, con dolcezza, sarà la sua fine.
È davvero così? La vita – anche quella immaginaria – è più difficile da estirpare di quanto si pensi. Quel ramoscello è stato una bocca, quella carota ha annusato il vento. E gli occhi? Torneranno due ciottoli in mezzo agli altri ciottoli, ma dentro di loro coverà come un segreto la capacità di vedere, di contraccambiare uno sguardo. Chi è stato vivo rimane vivo. Almeno, questa è la mia speranza.
«Come va?» gli chiedo, prima di rientrare a bere una tazza di tè.
«Sono qui» risponde. «E tu?»
«Anch’io.»
«Non abbiamo da lamentarci» dice il pupazzo.
«No.»
Silenzio.
«Senti» dice lui dopo un po’. « Te lo volevo chiedere da un pezzo. Questa primavera, di cui parlano tutti, che roba è?»
«La primavera?»
«Sì. Com’è?»
«Be’… è difficile dirlo in due parole. Ci sono dei colori e dei fiori… e l’erba verde che… le rondini…»
«Le rondini.»
«Sì.»
«Ma scusa, tu non sei uno scrittore?»
«Eh…»
«Forse potresti tirare fuori qualcosa in più sulla primavera.»
«Mi hai preso alla sprovvista.»
«Mmm.»
«L’anno prossimo farò di meglio.»
«Ci conto.»
Mi sento come a scuola. Tema: racconta la primavera a un pupazzo di neve.
Lui sorride, come se fosse già lontano. «Allora ci vediamo.»
Mi guardo intorno. Lo saluto ad alta voce: «Addio!»
«Che fa, signor Fazioli?» Si affaccia una vicina di casa. «Sta parlando con il pupazzo?»
Mi schiarisco la voce. «Così, per gioco…»
Immagino che mi abbia preso per matto.
Lei ridacchia, come se mi avesse letto nel pensiero. «Non si preoccupi. Non c’è problema se parla con un pupazzo… almeno finché lui non risponde.»
«E se lo facesse?»
«Allora vuol dire che è diventato matto sul serio!»

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Segnalo al volo, per chi fosse interessato ai dialoghi con i pupazzi di neve, un bel racconto per bambini pensato e illustrato da Raymond Briggs nel 1978. È un libro senza parole, pubblicato in forma rinnovata nel 2022 dalle edizioni EL con il titolo Il pupazzo di neve.

PPS: In più, mi viene in mente una vignetta di Charles Schulz, risalente ai primi anni Sessanta. Si trova in Siamo con te, Charlie Brown (Baldini & Castoldi, 2000). Snoopy fa amicizia con un pupazzo. All’inizio gli dice: «Sei simpatico, ma la tua amicizia è rischiosa… Ogni volta che divento amico di un uomo di neve, il sole lo scioglie e io resto col cuore infranto.» Poi però stabilisce che «non si possono evitare deliberatamente le amicizie… Non ci si può chiudere in sé stessi per la paura di soffrire…» Così abbraccia il pupazzo. Poi, quando questo comincia a sciogliersi, il bracchetto si dispera: «AAUGH! SOB!» Alla finestra ci sono Linus e Charlie Brown. Il primo dice: «Povero Snoopy… Ha perso un altro amico… Che peccato… È così sensibile…» E Charlie Brown: «Uh, huh… Ma non tanto da non mangiare la carota.» In fondo c’è una forma di saggezza antica anche nel mangiare la carota, dopo avere pianto.

Condividi il post

La gioia, all’improvviso

È una serata di quasi primavera. Mentre apro il cancello, sento che lei mi sta aspettando. Arriva sempre in questo modo, quasi di nascosto: non bada agli appuntamenti. Del resto è anche colpa mia: non mi aspetto quasi mai di vederla e mi dimentico d’invitarla.
La gioia si manifesta così, nel cigolio di un cardine, nella luce soffusa di marzo, quando mi accorgo che dovrebbe essere buio e invece non lo è. C’è una lieve brezza, il suono di un treno. È un momento fuori dal tempo, sospeso com’è fra lo spegnere il motore dell’automobile e l’aprire la porta d’ingresso. Da una casa vicina si diffonde nell’aria un vago odore di patate arrosto.
Queste epifanie avvengono senza preavviso: a volte nella quotidianità, a volte nel tempo eccezionale di un viaggio. Ogni tanto le due situazioni si sovrappongono: anche tornare in un luogo noto può essere un’avventura, dipende dallo sguardo. La capacità di provare meraviglia non si acquisisce per caso, occorre prima distinguerla dallo stupore superficiale, in questi anni provocato e rafforzato dai social network: le persone e i paesaggi vengono banalizzati nel momento stesso in cui diventano un selfie, un post, un video condiviso e sottoposto al tritasassi dei cuoricini e dei “mi piace”.
Per esercitarmi ad afferrare la meraviglia e la gioia, ho accettato volentieri la proposta di registrare un podcast in dieci puntate. Ecco l’idea: prendere spunto da viaggi impervi e difficili per incrociarli con quelli che contraddistinguono la nostra vita di ogni giorno. Il podcast, prodotto da Rete2, il canale culturale della Radiotelevisione svizzera in lingua italiana (RSI), è nato in occasione dei cento anni del romanzo Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne. Ogni puntata si apre con una citazione, spesso un consiglio scritto da grandi viaggiatori del XIX secolo. Per conto mio, ho cercato di rivivere l’epica qui e oggi, nelle ferrovie e nelle strade della Svizzera che percorro fin dalla mia infanzia.
Ecco il link per ascoltare il podcast:

ALL’INCONTRARIO VA (DIECI PUNTATE)

La felicità del viaggio si confonde con la felicità di raccontarlo. Mentre preparavo le puntate, mi sono chiesto spesso che cosa voglia dire questa parola. Felicità. Specialmente nella versione inglese (happiness, happy) sembra diventata poco più di un passatempo, un pretesto per una storia di pochi secondi nei social network di cui sopra.
Penso che esista invece una felicità profonda, che orienta le persone verso l’aspetto migliore degli eventi, delle circostanze, degli incontri che tramano la vita. Non si tratta di un’emozione, con la sua fugacità, quanto del risultato di un allenamento, di una scelta rinnovata di continuo. Pur non allontanando il dolore (e come sarebbe possibile?), questa felicità sopravvive all’urto; anzi, in certi casi arriva perfino ad accogliere il dolore come un ospite, con rispetto se non con letizia. Naturalmente c’è il rischio che l’equilibrio si spezzi o che, al contrario, lo sforzo di mantenere desta la felicità assopisca la capacità di interrogarsi su sé stessi e sul mondo. C’è una felicità fatta di recinti, di armature. Forse una possibilità di salvezza consiste proprio nel saper ricevere la gioia volatile, fatta di brividi, di attimi che passano. Per cogliere questo sentimento la nostra percezione dev’essere attenta, non può soffocare dietro una corazza. Così cresce in noi una consapevolezza, fatta soprattutto di domande, che ci può consentire di essere felici senza ottundere la nostra sensibilità.

Ma questi sono discorsi. Ricordo invece un fatto che sono sicuro di avere vissuto e di avere anche letto in un libro. Non so più né il titolo né l’autore, e la scena che ho vissuto io, in una strada del mio quartiere, tende nella memoria a spostarsi lungo il viale di una città, dove un bambino che indossa un paltò di colore scuro cammina di fianco a un’inferriata. Ha tolto dallo zaino il righello e mentre avanza lo fa passare sulle sbarre, generando un ticchettio. Con meraviglia il bambino si accorge che non si tratta di un rumore: i colpi formano una melodia, con pause e accelerazioni, con passaggi convulsi accanto a momenti più distesi. Ero io quel bambino? Devo esserlo stato, perché il ricordo è preciso. Credo che la conclusione invece venga dal libro, che narrava una scena simile. Nel romanzo il bambino passa il giorno dopo accanto alla stessa inferriata, ma stavolta la musica non accade. Il righello batte allo stesso modo contro le sbarre, eppure tutto ciò che sente il bambino è un banale tactactactactactac, senza alcuna melodia.
In fondo, si tratta di riconoscere una musica. Qualcuno dirà che il primo giorno il bambino si era immaginato tutto, e che aveva ragione l’indomani nell’udire solo un’accozzaglia di rumori. Forse è la nostra mente a trasformare il tactactac in melodia? Può essere. E se anche fosse? Saper trarre una melodia dalle cose è un modo per essere felici. Se nel bambino c’è la predisposizione a trasformare il tactactac in musica, allora questa musica non può venire ignorata come una pura fantasticheria. In qualche modo la musica esiste, si nasconde dietro la facciata ordinaria delle cose.
Capita che non riusciamo a sentire la musica, anzi, a volte non riusciamo nemmeno a considerare la possibilità che essa risuoni da qualche parte. Quando il vuoto ci stringe d’assedio, siamo in grado soltanto di adeguarci a quella modalità: il silenzio sterile, la mancanza d’immaginazione, l’incapacità di pensare a un qualsiasi futuro che non abbia il colore e la consistenza del vuoto stesso. Credo tuttavia che l’inferriata, la lunga inferriata che sono i nostri anni dall’adolescenza alla vecchiaia, custodisca per noi la musica anche nei momenti di assenza. Il canto è nella natura delle cose, nella conformazione stessa del mondo, e perciò non può sparire per sempre.

Voglio concludere proprio parlando di una melodia che ritorna. Qualche settimana fa a Los Angeles fa è morto il sassofonista Wayne Shorter. Nato il 25 agosto del 1933, ha segnato la storia del jazz: la sua visione creativa, sia come compositore sia come improvvisatore si è continuamente rinnovata negli anni. Era un personaggio lunare, misterioso. Io l’ho scoperto per caso da ragazzo, quando mi ritrovai per le mani il disco Beyond the sound barrier: ricordo che mi sforzavo di capire, di decifrare il pensiero del musicista. In seguito ho ascoltato molti brani di Shorter, a partire dai suoi primi dischi. Vorrei condividere qui il brano 12th Century Carol, contenuto nel disco Alegría, uscito proprio vent’anni fa. Si tratta di un brano che aveva rubato alla classe di canto corale e che aveva conservato per quattro decenni, finché non sentì l’esigenza di suonarlo con un arrangiamento particolare: Shorter trasforma quell’antico canto a cappella in qualcosa di nuovo, che non si può definire. Le variazioni melodiche, il groove, l’esplorazione sonora. Mi sembra un ottimo esempio di un incrocio fra qualcosa di conosciuto e qualcosa d’ignoto anche allo stesso musicista.

In origine era una canzone natalizia chiamata Personent hodie e pubblicata nella raccolta finlandese Piae cantiones, risalente al 1582. Questa versione è il rifacimento di un altro canto, intitolato Intonent hodie e trovato in un manoscritto del 1360 nella città di Moosburg, in Baviera. Shorter compose la sua versione in un momento particolare: finalmente, dopo dolorose vicissitudini personali e anni di crisi, aveva ritrovato la serenità.
Tutto ciò che Shorter suonava in fondo era un modo d’interrogare il mondo. Anche le mie riflessioni sul viaggio e la felicità, alla fine, non sono che una domanda. Proprio per questo vorrei concludere con le parole dello stesso Shorter, in un’osservazione pronunciata poco dopo l’uscita di Alegría: «Quando mi intervistano, mi chiedono sempre della musica, musica, musica, musica, musica… e io dico no, no, no. La musica è al secondo posto, al primo c’è l’essere umano. A cosa serve la musica? A cosa serve qualsiasi cosa?»

PS: La frase di Shorter è tratta da Michelle Mercer, Footprints. The life and works of Wayne Shorter, Penguin 2004, tradotto da Chiara Veltri nel 2006 per Stampa Alternativa con il titolo Wayne Shorter. Il filosofo col sax.

Condividi il post

Panchinario 104-115

PICCOLA GUIDA ALLE PANCHINE

1) Se siete debuttanti, non scegliete una panchina troppo vicina a casa. Potreste correre il rischio, dopo un po’, di porvi una domanda fatale: “Ma che cosa ci faccio qui?” E potreste ricordarvi che a casa avete una poltrona comoda.

2) Non cedete subito al richiamo di una panchina. Allontanatevi di qualche passo, poi fermatevi, come per un pensiero improvviso. Tornate indietro e, come per caso, accorgetevi della panchina. “Ma guarda! E se mi sedessi per qualche minuto?”

3) Le panchine sono fuori dal tempo. Non commettete l’errore, appena seduti, di controllare l’ora sull’orologio o sul telefono. Per assaporare davvero una panchina, è necessario non sapere da quanti minuti (ore?) si è seduti a guardar passare il mondo.

104) MONTE BOGLIA, sopra Lugano, lungo la cresta a trecento metri dalla vetta
Coordinate: 2’721’645.0; 1’098’530.3
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… superare i confini.
Dal paese di Brè, a 900 metri di quota, si sale attraverso un bosco di faggi. Dopo i 1000 metri gli alberi cominciano a diradarsi; dal Sasso Rosso, a 1317 metri, la vista spazia sul lago di Lugano. Anche dalla cime del Boglia (1516 metri) il panorama è stupendo: i laghi, le Alpi e le Prealpi, la Valsolda. Questa panchina si trova più in basso lungo la cresta, proprio davanti al cippo di confine numero 7 ½ G. La frontiera ufficiale fra Svizzera e Italia passa di lì, invisibile, vagamente assurda. Quante volte, nella vita, ci capita di credere che una linea divisoria (di qualunque tipo essa sia) possa mantenere le cose come sono? Quante volte innalziamo dei muri? Ma il pensiero, l’immaginazione abbattono ogni steccato. Basta muovere un passo accanto al cippo 7 ½ G: non esistono più “qui” e “là”, ma soltanto rocce, laghi, montagne, desideri ampi come nuvole che passano sopra il confine.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

105) CASTAGNOLA, lungo il Sentiero di Gandria
Coordinate: 2’720’476.6; 1’095’911.2
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… avvistare creature fantastiche.
Questo è il luogo di tutte le partenze, il principio di ogni avventura. Svanisce il sentiero, insieme al ristorante. C’è una  barca che oscilla, poi l’acqua calma del lago, poi l’ignoto. Le montagne, i riflessi, il San Salvatore, tutto prende vita e consistenza corporea. Quella che sorge nella foschia non è più una montagna, ma una creatura fantastica. È una bestia che vive nelle profondità del lago e che a pochi è dato scorgere – all’alba, quando il silenzio avvolge le cose. È un animale immenso, che sosta immobile e che pare inanimato… ma il suo vasto respiro si trasmette fino alla panchina. Il possente Leviatano? L’antico Zaratán degli zoologi arabi, che i marinai confondevano con un’isola, così come accadeva con il Jasconye di san Brandano? O è una variazione del mostruoso Kraken, che emerge dalle profondità dei mari nordici? Forse è una creatura senza nome, che ancora attende di venire scoperta.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

106) AVUSY, lungo le Chemin du Moulin-de-la-Grave
Coordinate: 2’488’066.5; 1’111’771.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… osservare le nuvole.
Questa panchina che si confonde nella natura, come se fosse un pezzo di tronco rotolato qui per caso, è un luogo ideale per la nubologia. Laggiù, tra gli alberi, palazzi di nuvole sorgono e crollano, mentre appaiono entità di ogni genere – cose persone animali – come se un altro mondo, suscitato dalla fantasia, si sovrapponesse alle strade e ai campi di Avusy, nel Canton Ginevra. Attenzione, non si tratta di una questione meteorologica: non stiamo parlando delle nubi secondo la definizione scientifica di idrometeore composte di particelle di vapore d’acqua e cristalli di ghiaccio. Tuttalpiù distinguiamo fra cirri, cumuli e strati, magari ci spingiamo a ipotizzare un cumulonembo; ma la nostra nubologia è una forma di esercizio dell’immaginazione, un allenamento alla creatività: «quando abbiamo imparato dalle nuvole siamo diventati poeti, capaci del pensiero metaforico» (P. Millanta, La forma delle nuvole, Ediciclo 2020).
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

107) CAMORINO, nella zona di Serta, vicino alla capanna Cremorasco
Coordinate: 2’721’350.0; 1’111’937.0
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… trovare sé stessi.
Anche quando ricopre montagne placide, quando circonda una valle conosciuta, piena di case, strade, dove scorrono fiume e ferrovia, anche quando appare quasi domestico, il bosco è sempre il bosco. Uscire dal sentiero, perdersi nell’ombra e nell’intrico di rami è una delle paure primordiali dell’umanità, da Cappuccetto Rosso alla «selva oscura» di Dante Alighieri. Talvolta accade anche sui monti sopra Camorino. M’inoltro in una macchia di castagni, mi arrampico su un pendio… Di colpo, non so più dove sono. Vicino al mio mondo, alla mia vita quotidiana, eppure lontanissimo. Giro e rigiro, finché davanti a me si apre una radura. Proprio al centro, accarezzata da una luce dolce, sta una panchina. Prima ancora di avvicinarmi, vedo me stesso. Sono seduto tranquillo e guardo il paesaggio. Sono davvero io, su quella panchina? Mi avvicino con cautela. Quando uno torna dal bosco, non è mai la stessa persona.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

108) SANT’ANTONINO, in via della Posta
Coordinate: 2’718’943.4; 1’112’618.5
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… conversare con un serpente marino.
È uno che ne ha combinate di tutti i colori. Nato nelle profondità dell’oceano migliaia di anni fa, ricorda ancora l’epoca dei grandi velieri… e soprattutto il terrore sulle facce dei marinai nel vederlo sorgere dagli abissi. Dopo aver conosciuto burrasche e bonacce, iceberg e isole tropicali, il serpente di mare ha deciso di passare gli anni della pensione a Sant’Antonino, di fronte a un’aiuola fiorita e a due passi dal Salone parrocchiale. Per sbarcare il lunario, svolge il compito di rubinetto della fontana. Ogni tanto vengo a sedermi su questa panchina sinuosa e ascolto quello che, a un orecchio disattento, può sembrare il gorgoglio dell’acqua. In realtà è la voce del vecchio serpente che racconta le sue peripezie: quando ha incrociato le caravelle di Colombo; quando ha combattuto contro il pirata Edward Teach, detto Barbanera; quando nel 1912 ha visto passare un transatlantico che pareva inaffondabile.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

109) BARCELLONA, all’angolo fra carrer del Parlament e carrer de Viladomat
Coordinate: 41°22’34.5″N; 2°09’43.3″E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… incontrare Pepe Carvalho.
Lo scrittore Manuel Vázquez Montalbán (1939-2003) racconta che il mestiere del suo investigatore Pepe Carvalho «non era salvare vite o distruggerle, bensì osservarle per un certo tratto del loro percorso, senza preoccuparsi né dell’inizio né della fine» (La Rosa di Alessandria, 1984; Feltrinelli 1995). Dove ritrovare oggi il più celebre detective di Barcellona? Forse starà osservando la vita da una panchina qualunque, come questa davanti all’Armería Izquierdo. Siamo a pochi passi dal barrio Raval, già barrio Chino, in una zona multietnica popolata da pakistani, cinesi, magrebini. Giorno e notte – il quartiere non dorme mai – si può passeggiare tra gli alberi della rambla del Raval o fra i locali equivoci della calle Robador; oppure fermarsi ad assaggiare un vermuth nei bar amati da Pepe Carvalho: il minuscolo Pastis, il Can Lluís o il sontuoso Marsella, fondato nel 1820.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

110) BRIONE VERZASCA, lungo il fiume di fronte a via Pianesc
Coordinate: 2’704’659.0; 1’127’305.0
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere Anna Gnesa.
Si può girare il mondo, leggere, studiare, ma capire un luogo resta un’impresa difficile. La scrittrice Anna Gnesa (1904-86), che era originaria proprio di Brione Verzasca, non smise mai d’indagare il cuore di questo prodigioso paesaggio. Stare su una panchina con i sensi all’erta – resistendo al richiamo del telefono – è una buona via per imparare il fruscio del bosco, l’ombra mutevole degli alberi, il canto dell’acqua. «Il fiume, nuovo ogni giorno, è vita per innumerevoli creature, e talvolta è anche morte. […] Vita, morte, e ancora vita, sempre, invincibile. E in questo affaccendarsi, la fugacità nostra e delle cose, che la montagna ci richiama con l’inesorabile evidenza del tempo; perché se il mare è lo spazio, la montagna è il tempo. Tempo immenso, o anche solo di istanti. Il mistero, lo splendore, la fugacità delle cose: questo insegna la valle» (A. Gnesa, Lungo la strada, Dadò 2001).
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

111) GAVIRATE, sul lungolago Isola Virginia, tra il parco Folaga Allegra e il lido
Coordinate: 45°50’18.4″N 8°43’03.2″E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… spegnere i litigi.
Il parco giochi è deserto e il paesaggio sembra una foto particolarmente vivida: il taglio netto dell’ombra, l’azzurro del lago di Varese, il marrone della sabbia, il verde degli alberi. Quando sto per andarmene, sento le voci furibonde di un litigio. È una coppia di giovani, fra i venti e i trent’anni. Discutono di una possibile vacanza in comune e del fatto che invece lei preferisca partire con le sue amiche. Si siedono sulla panchina e continuano a parlare senza ascoltarsi: non è questione di fiducia ma; potevi dirlo prima che; però scusa loro le vedi sempre; se non ti fidi allora dillo. Poi le frasi rallentano. I toni si abbassano. Si capisce che continuano per inerzia, ma non ci credono più. Il diverbio appare loro assurdo: l’acqua, la placidità dell’acqua, ha inghiottito ogni rancore. «Vabbè» dice lui alzandosi. «Vediamo, dai, non abbiamo fretta.» Lei sorride, guardando il lago.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

112) REALP, sulla vetta della Hannibal Turm (2882 m)
Coordinate: 2’675’164.0; 1’161’357.4
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… aspettare l’autopostale.
Siamo nella zona del Furka, nel Canton Uri. In una valle di roccia, poco lontano dalla capanna Sidelen, si erge uno spunzone di granito: la Torre di Annibale (Hannibal Turm). Per raggiungere la cima bisogna arrampicarsi lungo i fianchi dalle sfumature grigio-rossastre. L’itinerario è conosciuto come “Conquest of Paradise” (per i conoscitori: la difficoltà massima è di 6a+). Proprio sulla cima, si trova la “Hanibank”: una classica panchina rossa con un cartello che indica gli orari dell’autopostale. Davanti agli occhi rifulge la bellezza del Furkahorn, del Galenstock, della neve abbagliante che purifica i pensieri. Poi, certo, bisogna tornare in basso. Ma la speranza è che un giorno o l’altro l’assurdo diventi realtà, e che davvero passi di qui un autopostale… naturalmente annunciato dal tradizionale clacson a tre note: sol diesis, mi, la (in la maggiore), come nel Guglielmo Tell di Rossini.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

113) FAIDO, nel bosco sopra Chinchengo
Coordinate: 2’705’801.5; 1’148’312.3
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… ingannare il tempo.
Salgo a piedi da Faido a Rossura, seguendo il sentiero che passa per i boschi. In macchina, lungo la strada asfaltata, si arriva in meno di dieci minuti. Durante l’estate c’è un gran viavai di villeggianti. Ci si muove per mille ragioni: passeggiate, lavoro, aperitivi, spesa, trasporto di figli e via discorrendo. A una svolta del sentiero, mi fermo su questa lunga panchina dall’aspetto fragile. Davanti c’è una cappella votiva dedicata a Padre Rocco da Bedano, un frate cappuccino che ancora negli anni Sessanta ogni domenica saliva a piedi per celebrare la messa. Penso a come sarebbero le vacanze se non ci fosse la strada carrozzabile, così com’era fino agli anni Trenta. Senza automobili di sicuro la vita rallenterebbe. Chissà, magari nella nostra percezione una settimana di ferie in montagna si dilaterebbe, fino a durare un mese o più. Ascolto i fruscii del bosco e, almeno per qualche minuto, provo a ingannare il tempo.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

114) PIANDERA, fuori dal paese, lungo la via Cantonale
Coordinate:  2’724’258; 1’105’056
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… lottare contro l’odio.
Il sentimento è maiuscolo: ODIO AMBRÌ. La panchina è stata imbrattata da uno o più sostenitori dell’Hockey Club Lugano, con l’intento di ribadire la propria appartenenza e di esprimere disprezzo per l’Hockey Club Ambrì Piotta. Mi siedo con cautela, con l’impressione di essere piombato in una curva di tifosi. Alle mie spalle: ULTRAS LUGANO. Di fianco: ANTI GBB (la sigla GBB sta per “gioventù biancoblu”, un gruppo di sostenitori della squadra rivale). Perché tanto accanimento, in questo luogo circondato dai boschi della Val Colla? Non c’è da stupirsi. Se l’odio è dappertutto – sport, politica, mezzi di comunicazione – vuoi che non arrivi anche sulle panchine? C’è chi sorride (sono ragazzate!) e chi s’indigna (maleducati!). Ma la parola ODIO su una panchina è anche un invito a guardarsi dentro: quell’erbaccia può attecchire in ogni essere umano, nessuno escluso. Ogni tanto non guasta un piccolo controllo.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

115) IRAGNA, nei boschi sopra Pön
Coordinate:2’716’285; 1’131’461
Comodità:2 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… vedere l’invisibile.
Sulla panchina sono scritti due nomi: Mano e Milo, due grandi amici che avevano l’abitudine di passare da queste parti. È una zona impervia, fitta di boschi e dirupi. Mano e Milo sedevano insieme, accanto al sentiero, e contemplavano il burrone che si apriva davanti a loro. Forse restavano in silenzio: spesso tra vecchi amici i pensieri corrono dall’uno all’altro senza che ci sia bisogno di pronunciarli. Quando Mano morì, Milo sentì la ferita della solitudine davanti al vuoto del precipizio. Allora ebbe l’idea di scrivere i nomi sulla panchina; così, quando si sarebbe seduto al suo posto, avrebbe potuto immaginare l’amico al suo fianco. Quando mi fermo qui, ho l’impressione di non essere solo davanti all’abisso: il vuoto spaventoso dell’assenza è colmato dall’amicizia, che resiste anche alla morte. Più tardi, proseguendo lungo il sentiero, penso che al mondo esistono più cose di quelle che uno riesce a vedere.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

PS: Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37, qui da 38 a 45, qui da 46 a 55, qui da 56 a 64, qui da 65 a 73, qui da 74 a 81, qui da 82 a 93 e qui da 94 a 103. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: Grazie al quotidiano svizzero “La regione”, sul quale ho pubblicato tutte le panchine. Sono grato pure a chi mi accompagna e a chi mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie a Paolo (Monte Boglia), Martina (Castagnola), Francesca e Nicola (Avusy), Gabriel (Camorino e Realp), Caterina (Barcellona), Filippo (Brione Verzasca), Barbara (Gavirate), Giacomo (Sant’Antonino), Maria e Sara (Faido), Lavinia e Giulio (Piandera e Iragna).
Ogni tanto pubblico anche fotografie che mi arrivano da parte di lettrici e lettori con il gusto di scovare panchine belle o insolite. Stavolta tuttavia, dal momento che l’articolo contiene già dodici panchine, mi sono limitato a quelle “ufficiali”.

PPPS: In genere, per segnalare le panchine di tutto il mondo uso il WGS84 (World Geodetic System 1984), cioè un sistema di coordinate costruito a partire da un ellissoide di riferimento risalente al 1984. La latitudine e la longitudine sono designate mediante la proiezione universale trasversa di Mercatore (UTM), da cui la sigla UTM-WGS84. Le cifre sono espresse in base sessagesimale: gradi, minuti, secondi.
Per quanto riguarda le panchine situate in Svizzera, invece, uso la triangolazione nazionale MN95, introdotta negli anni Novanta e ultimata nel 2016: si tratta di coordinate a sette cifre con la città di Berna come punto di origine. I valori hanno sempre un 1 in direzione nord-sud e un 2 in direzione ovest-est. Gli assi sono quindi 2’600’000 metri (est) e 1’200’000 metri (nord). Per definire un punto nel territorio elvetico, le coordinate MN95 sono più precise rispetto a quelle mondiali. A chi volesse convertire le coordinate MN95 in UTM-WGS84, consiglio di consultare il sito Swisstopo, che fornisce tutti i dettagli, compresa una mappa molto accurata (potete inserire nella mappa le coordinate svizzere per individuare una singola panchina).

 

Condividi il post