“Chi va a Parigi, va a casa”

Faccio fatica a scriverne, ma ci provo.
In questi giorni ho letto molte parole su Parigi, molte grida di dolore, molti ragionamenti. Alcune di queste parole riuscivano a esprimere anche il mio smarrimento, senza bisogno che aggiungessi altro. Passato qualche giorno, sento però il bisogno di scrivere qualcosa non sull’attentato, ma sulla città, sul mio sentimento nei suoi confronti.
Da sempre amo Parigi. Prima di vederla, già la conoscevo attraverso le canzoni, i romanzi, le poesie. Con il commissario Maigret ho scarpinato sui marciapiedi di tutta la città, tanto che quando ci sono stato davvero mi sembrava di tornare a casa. Studiavo letteratura francese, all’università, e da lontano continuavo a esplorare Parigi: bastava un verso, una replica in una pièce teatrale, la rilettura di un classico o la scoperta di un nuovo poeta.
Finanze permettendo, ho sempre cercato di tornare ogni anno a Parigi, anche solo per qualche giorno. Non sto ora a elencarvi i miei luoghi cari, i momenti a Parigi in cui ho capito qualche cosa di me stesso o del mondo. Mi limito a citare un incontro fatto questa primavera, nel mese di maggio.
All’inizio dell’anno mi era capitato di scoprire un breve racconto fantastico di Marcel Aymé. È molto famoso, ma io non l’avevo mai letto. S’intitola “Le passe-muraille” e comincia in maniera affascinante: A Montmartre, numero 75 bis della rue d’Orchampt, terzo piano, abitava un brav’uomo, di nome Dutilleul, che aveva il singolare dono di passare attraverso i muri senza alcuna difficoltà.
La vicenda di questo modesto impiegato e del suo bizzarro talento consente all’autore di tracciare un quadro ironico e affettuoso della Parigi anni ’30-’40. Ora non vi racconto la storia (merita di essere letta). Mi limito a dire che, a un certo punto, il nostro Dutilleul finisce incastrato in un muro… e tanti anni dopo, si trova ancora lì. Immaginate il mio stupore quando per caso, dopo aver svoltato in una via secondaria, mi sono trovato in place Marcel Aymé, dove ho potuto salutare di persona il povero Dutilleul.
IMG_1858Questa è la Parigi che amo: una città dove girovagare, dove perdersi, piena di contraddizioni fra modernità e memoria, fra consumismo e fantasia. Una città sempre sul filo dell’assurdo, come il racconto di Aymé, ma sempre capace di umorismo, di eleganza. Una città che è riuscita a sopravvivere a momenti storici drammatici, che ha rischiato di essere bruciata dai nazisti ed è ancora qui. Una città ferita, certo, ma viva, pronta a resistere e a stupirci di nuovo.
Per concludere, prendo in prestito le parole di un poeta, che in una breve lirica ha espresso ciò che sento in questo momento: il mio cuore batte a Parigi. La poesia è di Giorgio Caproni ed è stata scritta nel 1979.
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PS: Il titolo di questo post è una fulminea poesia dello stesso Caproni, intitolata “Assioma” e tratta da Erba francese, una plaquette pubblicata nel ’79 (da cui ho preso anche “Il cuore”).

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5 pensieri su ““Chi va a Parigi, va a casa”

  1. Grazie per questa testimonianza, che mi ha commosso. È bello pensare alla leggerezza, alla bellezza di Parigi, che resiste a ogni ferita e a ogni offesa. Anche a me è capitato di camminare così, andando a zonzo, per le strade di Parigi. Per questa attività, è davvero una città unica (insieme a Londra). E io sono sicura che Parigi abbia dentro di sé la forza per riprendersi. È un po’ la resistenza della quotidianità, cioè continuare a vivere, a sorridere, a fare il nostro lavoro. E il cuore batte a Parigi!

  2. Grazie a te. Sono d’accordo sulla capacità di resistenza nascosta in Parigi, nella sua cultura, nei suoi abitanti. Lo cantava già Maurice Chevalier in tempi oscuri (nel novembre del 1939): Paris sera toujours Paris.

  3. Bello, andrò a cercarmi le poesie di Caproni. E ho ascoltato su youtube anche la canzone di Chevalier: erano tempi di guerra e di oscuramento. Ma anche di speranza!

    1. Infatti nella canzone cita proprio l’oscuramento: Malgré l’obscurité profonde / Son éclat ne peut être assombri / Paris sera toujours Paris!. Se ricordo bene, fra l’altro, l’autore della musica morì ad Auschwitz nel ’45. Mi pare che di recente la canzone sia stata interpretata anche dalla giovane cantante Zaz.

      1. Ho ascoltato. C’è un’atmosfera degli anni Trenta, ma il testo (purtroppo) rischia di essere attuale. Grazie, un saluto!

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