Piccoli spazi preziosi

CARTOLINE (GENNAIO)

“Cartoline” (#cartoline2020) è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli.

Abbiamo visitato luoghi che conosciamo fin da bambini (il campo da baseball dei Peanuts), luoghi dove siamo stati in vacanza (Castiglione della Pescaia) o per lavoro (Coira), luoghi che hanno avuto un piccolo spazio nella grande storia (Orsières, nella Svizzera francese). In ognuna di queste località ci è venuto in mente d’inviarti una cartolina.

CARTOLINA NUMERO 1
Da Coira, Svizzera
Perdonaci: avremmo voluto spedirti questa cartolina da Coira. Ma le cose sono andate troppo rapidamente. Siamo stati a Coira in qualità di autori, a parlare di… Lasciamo stare: a dirla tutta non eravamo in vena. Molti anni fa, del resto, la stessa cosa capitò a un altro autore. Lui però dopo la conferenza andò a bersi un whisky in un bar vicino alla stazione, dove incontrò l’ex comandante della polizia cantonale di Zurigo, che gli raccontò del commissario Matthäi, che diventò uno dei più memorabili personaggi letterari della Svizzera. Noi al bar della stazione abbiamo bevuto una birra, ma non si è presentato nessuno. Anzi, abbiamo perfino rischiato di perdere il treno.

CARTOLINA NUMERO 2
Dal campo di baseball dei Peanuts, Stati Uniti
Ci sono due bambini. Il primo dice: «Immagino che sia sbagliato preoccuparsi sempre del domani. Dovremmo forse pensare solo all’oggi…» L’altro, con una testa rotonda, risponde: «No, questo è arrendersi… Io spero sempre che ieri sarà meglio». Al centro del campo un monticello di terra che ogni tanto si riempie di margherite. Arrivano altri bambini. Nessuno bada a noi, che li osserviamo da molto tempo. Abbiamo perfino un momento per scriverti. Sopraggiunge ancora un gruppo di uccelli, e subito dietro un cane. O forse è solo un buffo bambino col nasone.

CARTOLINA NUMERO 3
Dal Bagno Somalia, Castiglione della Pescaia, Italia
Come forse sai, la vera difficoltà del Gioco Delle Onde sta nella lettura della tempistica dell’onda, cioè la capacità di capire in tempo reale quanto un’onda impiegherà a raggiungere la linea immaginaria della schiuma, con conseguente spinta verso il basso. In quel momento impercettibile si distingue l’abilità di un competitore, che deve ancora valutare la velocità dell’acqua per piegarsi, tuffarsi e inserirsi all’unisono nella spinta dell’onda (gli specialisti dicono “diventare l’onda”). Tra gli stabilimenti balneari di Via Roma, però, scarseggiano i maestri nell’antico Gioco Delle Onde. Così trascorriamo le giornate sotto gli sguardi di bambini, nonni, venditori ambulanti. Fra l’acqua e la terra. In quel piccolo spazio prezioso.

CARTOLINA NUMERO 4
Dalle montagne intorno a Orsières, Svizzera
È un giorno d’estate del 972. Nascosti tra le rocce, guardiamo il ponte di Orsières, sopra le acque della Drance d’Entremont. Sappiamo che i cespugli intorno al fiume brulicano di briganti saraceni. Fra pochi minuti passerà di qui con la sua scorta Mayeul, l’abate di Cluny. Verranno attaccati e catturati. Come scriverà Rodolfo il Glabro, fra l’abate cristiano e i predoni musulmani si svilupperà un certo dialogo, in attesa che venga pagato il riscatto. Intanto, però, non è successo ancora niente. La brezza muove le fronde, il sole brilla fra le rocce. Di fianco a noi compare discretamente un uccello di piccola taglia, striato di giallo. Ci guarda negli occhi. C’è una grande pace.

PS: Nella cartolina 1 facciamo riferimento a un romanzo: Friedrich Dürrenmatt, La promessa, a cura di Donata Berra, Adelphi 2019 (l’originale Das Versprechen è del 1958). Nella cartolina 2 citiamo direttamente il dialogo di una striscia dei Peanuts. Nella cartolina 4 stiamo per assistere a un evento storico raccontato da Rodolfo il Glabro nei suoi Historiarum Libri (I, 9); si può leggere in Rodolfo il Glabro, Cronache dell’anno mille (Storie), a cura di Guglielmo Cavallo e Giovanni Orlandi, Fondazione Lorenzo Valla 1989.
Le fotografie delle cartoline 2 e 4 provengono da internet.

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Giro del mondo

Nel 2018 avevo progettato di fare il giro del mondo. Sono partito nel gennaio 2019, con l’idea di visitare ogni mese un luogo diverso. Qualche volta è stato faticoso – a un certo punto ho temuto di non farcela – ma infine ho raggiunto l’obiettivo.
Per mancanza di mezzi finanziari non potevo permettermi né di volare in aeroplano, né di prendere il treno, né d’imbarcarmi per mare; per contro, andare a piedi o in bicicletta sarebbe stato troppo lungo. Ho sfruttato quindi l’immaginazione, che resta il mezzo di trasporto più ecologico mai inventato fino a oggi. I miei bagagli erano ridotti: avevo con me un mazzo di carte. Ecco le mie destinazioni, in ordine cronologico: Pilley’s Island (Canada), Muling (Cina), Makuya (Congo), Igarapeba (Brasile), Myaungmya (Birmania/Myanmar), Yabluniv (Ucraina), Ross Ice Shelf (Antartide), Ajano-Majskij (Russia), Santa Fe (Stati Uniti), Dighori (India), as-Summan (Arabia Saudita), One Tree (Australia).
Presento qui sotto, per ogni mese, la fotografia delle carte che mi hanno ispirato, il link al testo e l’immagine della mappa satellitare. Di seguito, i dodici haiku scritti in occasione di ogni viaggio. (Per i dettagli tecnici sulle spedizioni, si veda il Post Scriptum alla fine.)
Prima di lasciarvi alla lettura, vorrei proporvi una breve riflessione sull’utilità di tale impresa. Qualcuno potrebbe chiedersi: perché dare tanto spazio alle fantasticherie, in un’epoca come la nostra segnata da inquietudini planetarie reali e tangibili? A me sembra che la forza della letteratura, e quindi della fantasia, consista nella capacità di spezzare gli schemi, anche gli schemi che a prima vista ci sembrano corretti.
Non c’è bisogno di andare lontano. Oggi, per esempio, sono uscito di casa e, dopo appena qualche passo, mi sono ritrovato a contemplare le crepe sul marciapiede: di colpo, nel cuore della città, ho visto ergersi la sagoma di una giraffa; oppure ho scorto il profilo di un segugio che fiuta la sua pista. Le cose non sono come sembrano, proprio perché la realtà sfugge a ogni schema. Anch’io, quando scrivo, mi sento come quel segugio: non mi’interessa raccontare ciò che ho trovato, se mai ho trovato qualcosa, ma cercare nuove tracce. Immaginare ciò che non esiste mi aiuta a vedere meglio ciò che esiste; ogni passo – ogni parola – è un tentativo di capire un po’ meglio il mondo, questo inestricabile mistero che ogni giorno ci mette alla prova.

IL GIRO DEL MONDO

 
GENNAIO
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Hanafuda: Pino / Gru
Luogo: Pilley’s Island, Terranova e Labrador, Canada
Coordinate: 49°30’34.2″ N; 55°43’43.6794″ E

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FEBBRAIO
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Hanafuda: Pruno / Usignolo
Luogo: Muling, Mudanjiang, Heilongjiang, Cina
Coordinate: 44°49’25.9″N, 130°35’12.8″E

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MARZO
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Hanafuda: Ciliegio / Tenda
Luogo: Makuya, Lualaba, Congo
Coordinate: 9°29’11.1″S, 21°53’15.3″E

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APRILE
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Hanafuda: Glicine / Cuculo
Luogo: Igarapeba, São Benedito do Sul, Pernambuco, Brasile
Coordinate: 8°48’09.8″S, 35°54’15.7″W

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MAGGIO
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Hanafuda: Iris / Ponte
Luogo: Myaungmya, Myanmar (Birmania)
Coordinate: 16°31’20.5″N 95°10’56.7″E

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GIUGNO
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Hanafuda: Peonia / Farfalla
Luogo: Yabluniv, distretto di Kaniv, Oblast’ di Čerkasy, Ucraina
Coordinate: 49°40’27.8″N; 31°26’21.0″E

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LUGLIO
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Hanafuda: Lespedeza / Cinghiale
Luogo: Ross Ice Shelf, a circa 400 km dalla McMurdo Station, Antartide
Coordinate: 80°38’49.3″S 171°01’35.5″E

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AGOSTO
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Hanafuda: Miscanthus sinensis / Luna piena
Luogo: Ajano-Majskij, Chabarosk, Russia
Coordinate: 58°51’05.8″N; 132°47’40.3″E

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SETTEMBRE
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Hanafuda: Crisantemo / Coppa di saké
Luogo: Santa Fe, Nuovo Messico, Stati Uniti d’America
Coordinate: 35°41’46.2″N; 106°10’21.7″W

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OTTOBRE
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Hanafuda: Acero / Cerbiatto
Luogo: Dighori, Maharashtra 441203, India
Coordinate: 20°47’01.9″N; 79°13’11.7″E

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NOVEMBRE
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Hanafuda: Salice / Poeta / Rondine
Luogo: as-Summan (لصمّان), Arabia Saudita
Coordinate: 23°40’19.6″N; 49°25’45.3″E

***


DICEMBRE
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Hanafuda: Paulonia / Fenice
Luogo: One Tree, Nuovo Galles del Sud, Australia
Coordinate: 34°11’05.9″S; 145°15’00.5″E

GLI HAIKU

Parcheggio vuoto.
Sopra le case e gli alberi
passa una gru.

***

Sulla betulla
si posa una colomba –
È quasi marzo.

***

Guardando giù
dall’alto di un ciliegio
vedo me stesso.

***

In bicicletta –
Il cuculo sorprende
la mia fatica.

***

Splende nel calice
un vino bianco freddo.
È quasi estate.

***

Viene la sera –
le peonie si addormentano
stanche di sole.

***

Un vecchio clown
nel buio suona il violino.
Notte di luglio.

***

L’erba d’argento
brilla come un addio –
Non c’è nessuno.

***

Viene la notte –
In fondo all’orto ridono
i fiori d’oro.

***

Sale la nebbia.
Scricchiolano sul viale
passi di corsa.

***

L’eco di un fischio
indugia sopra i tetti –
L’ultima rondine.

***

Libero i vetri
dal ghiaccio e nel frattempo
l’anno finisce.

***

PS: Per scegliere i luoghi in cui viaggiare mi sono affidato a un sito che designa casualmente una coppia di coordinate su tutta la terra. Se finivo nel mare (come accadeva nella maggior parte dei casi) o in un luogo già visitato, facevo un altro tentativo, accettando il primo risultato utile. Ho aiutato la fantasia con l’Hanafuda, un mazzo di carte giapponese risalente al XVI secolo: ogni mese il gioco propone l’immagine di una pianta o di un fiore e talvolta anche di un animale o di oggetti simbolici. Esistono varie versioni dell’Hanafuda; io ho usato quella dell’editore francese Robin Red Games (trovate qui i dettagli).
Insieme al resoconto del viaggio, ogni mese ho scritto anche un haiku, un piccolo poema di tre versi, pure di origine giapponese. L’haiku per me non era un riassunto o un complemento, ma piuttosto un punto di fuga verso l’ignoto.

PPS: Per altri dettagli, si legga anche qui (è l’introduzione al primo viaggio, nel mese di gennaio).

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One Tree

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Dicembre
Hanafuda: Paulonia / Fenice
Luogo: One Tree, Nuovo Galles del Sud, Australia
Coordinate: 34°11’05.9″S; 145°15’00.5″E
(Latitudine -34.18498; longitudine 145.25014)
One Tree, Australia.
– Perché non ti fermi ancora un po’? – mi chiede Jacqueline.
– Non posso, devo lavorare.
Siamo seduti sotto il portico dell’hotel, di fronte alla pianura punteggiata da radi cespugli. Jacqueline è sulla settantina. Parla un inglese senza inflessioni e nomina solo continenti, mai singoli paesi. Mi spiega che vive parte dell’anno «nelle Americhe» e parte «in Eurasia», poi mi chiede che mestiere faccia. Io cerco di spiegarglielo.
– Ho capito – dice lei. – È una specie di lavoro precario, right?
Io annuisco, poi cambio discorso e le domando se conosca la paulonia, il fiore che l’hanafuda propone per questo mese.
– Uh, non farmi pensare ai fiori… di che colore è?
La pawlonia tomentosa è una pianta flessibile, leggera, splendida quando si colora di viola. In Giappone, suo paese d’origine insieme alla Cina, è conosciuta come kiri (桐); nelle lingue occidentali invece prende il nome da Anna Pavlovna Romanova (1795-1865), l’ottava figlia dello zar Paolo I. Si dice che sia l’unico albero fra i cui rami si posi la fenice, il leggendario “uccello di fuoco” di cui scrissero antichi narratori e poeti. La fenice ogni cinquecento anni muore tra le fiamme e risorge dalle sue stesse ceneri; fra l’altro, sembra che possa riposare nelle fronde del suo albero prediletto solo quando al potere c’è un governante giusto – dunque, con i tempi che corrono, i cieli pullulano di fenici stanche di volare, che cercano, cercano un impero, un regno, magari solo un villaggio dove abiti la giustizia e fioriscano le paulonie.
Mentre parlo della paulonia, mi torna in mente l’aggettivo usato da Jacqueline: precarious. È una parola inflazionata, purtroppo. Prima di partire per l’Australia ho partecipato a un aperitivo di fine anno. In queste circostanze si finisce per parlare sempre delle stesse cose: meteorologia, sport, famiglia, lavoro… (Ho provato a infilare nella conversazione la pawlonia tomentosa, ma con scarsi risultati.) Il lavoro, in particolare, torna in maniera martellante. C’è chi ha un impiego solido, facile da spiegare. C’è chi ha perso da poco un impiego solido, facile da spiegare, e si vergogna a confessarlo. C’è chi da mesi o da anni è senza lavoro, chi ha un lavoro che detesta, chi ha un lavoro precario. Seduto sotto il portico dell’One Tree Hotel, penso che “precario” è l’aggettivo giusto per definire l’essere umano su questa terra. Che cosa resiste al mutare delle epoche, o anche solo di una generazione?
– Un party di Capodanno! – esclama Jacqueline. – Lo sai, ti capisco.
– In che senso?
– Sarei fuggita in Australia anch’io, se già non fossi qui.
One Tree si trova lungo la Cobb Highway, nella grande pianura fra Hay e Booligal. Nel 1862 venne edificato un hotel, che bruciò nel 1903 ma venne subito ricostruito tale e quale; oggi è ancora in piedi e resiste alle tempeste, al sole, al fuoco.
Jacqueline mi ha detto che la località di One Tree è conosciuta anche come “Hell”, a causa di un poeta che la descrisse così. In effetti, nelle ore centrali del giorno, il sole picchia feroce e prosciuga i billabong, le tipiche pozze d’acqua del deserto australiano. Di recente nel Nuovo Galles del Sud è stato dichiarato lo stato d’emergenza: le temperature non sono mai state tanto alte e di continuo si accendono nuovi roghi; negli ultimi mesi le fiamme hanno distrutto centinaia di case.
– Oggi sei stato nel deserto?
– Sì.
– Da solo?
– Sì.
– Hai avuto pensieri buoni o cattivi?
– Buoni e cattivi.
– Come sempre. Non occorre andare nel deserto per essere nel deserto.
Durante la mia escursione ho riflettuto sugli incendi, sulla devastazione, sulla nostra fragilità e anche sulla tenacia che ci spinge a ricostruire. Insieme al male inestirpabile, insieme alla precarietà, l’essere umano ha questa prodigiosa resistenza, questa vitalità che nessuna fiamma riesce ad annientare. Quante volte mi capita di scordarmelo? Spesso mi sorprendo a ragionare come se fossimo spacciati, come se la mia fatica fosse una prova dell’inutilità di ogni sforzo. Proprio questo, forse, è uno dei mali peggiori: perdere la speranza, la fiducia nei confronti dell’umanità.
– Raccontami ancora di quell’uccello… come si chiama?
– La fenice – rispondo. In inglese: the phoenix.
– Ah, sì, come la città. Hai detto che brucia e che risorge dalle ceneri, right?
– Sì. Ogni cinquecento anni.
Jacqueline annuisce, lentamente. – È quello che facciamo tutti.
– Cosa?
– Bruciare. E risorgere. È la vita, right? Ogni giorno qualcosa muore, qualcosa tenta di rinascere, e intanto diventiamo vecchi.
– Sì, è un buon riassunto, ma…
– È strano – Jacqueline m’interrompe.
– Come?
Phoenix. È un nome strano, per un uccello.

HAIKU

Libero i vetri
dal ghiaccio e nel frattempo
l’anno finisce.

PS: Questo è l’ultimo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglioagostosettembreottobre e novembre.

PPS: La foto della paulonia è presa da internet.

PPPS: Un augurio di buon 2020 a tutte le lettrici e a tutti i lettori di questo blog!

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Panchinario 74-81

Ci sono lettrici e lettori che mi scrivono di panchine. Qualcuno le ama, anzi, qualcuno m’invia le sue preferite. Per contro, c’è chi pensa che scrivere di panchine sia uno spreco, poiché il mondo sta andando a rotoli e abbiamo emergenze più degne dell’attenzione di uno scrittore. A questi ultimi rispondo che la letteratura non è programmatica. Credo che in queste piccole divagazioni del Panchinario appaia qualche frammento di verità, e questo mi basta: se la scrittura s’impegna nel confronto con una verità, allora non mi pare uno spreco. Ma al di là delle spiegazioni, dedicare tempo al territorio, allo spazio, alle cose minute, è un modo di affinare la propria percezione e la propria sensibilità, un modo per amare il mondo; requisito questo necessario se si vuole salvarlo.

Fra le tante panchine che sono arrivate dal mondo, oggi do spazio a quella di Emily, che scrive dalla contea di Marion nell’Oregon (USA). La sua è una panchina particolare, perché è invisibile: Emily ha filmato quanto vedeva da una panchina scavata nella roccia; ma, a causa dello spazio limitato, non è riuscita a fotografare la panchina stessa. Il suo video ritrae la cascata di South Falls, nel Silver Falls State Park (vedi anche la foto a fine articolo). È spettacolare, e per me è pure inquietante. Da bambino infatti ero intimorito dalle cascate. Il fragore, la mole, il balzo improvviso che spezza il fluire del fiume: le cascate mi toglievano il fiato, e per non sentirle mi mettevo le mani sulle orecchie. Oggi, tanti anni dopo, ho imparato ad apprezzare il canto dell’acqua che precipita a valle… ma resta sempre un filo d’inquietudine.


Con la panchina numero 81, che trovate in fondo a questo articolo, porgo a tutte le lettrici e a tutti i lettori il mio augurio di Buon Natale!

74) MASSAGNO, in via Giuseppe Motta
Coordinate: 2’716’566.5; 1’096’790.5
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… girare un film
INTERNO CASA ANDREA FAZIOLI GIORNO: Andrea cammina annoiato. ANDREA (VOCE OFF): Non so proprio cosa fare oggi. Piove, fa freddo. (Illuminandosi) Ehi, e se andassi al cinema? ESTERNO STRADA GIORNO: È una giornata grigia. Andrea cammina sotto un leggero velo di pioggia. ESTERNO CINEMA GIORNO: Andrea si dirige verso una panchina di cemento, di fronte all’ingresso del Cinema Lux di Massagno. CUT TO: Andrea si siede sulla panchina. Ha smesso di piovere. Andrea fissa l’ingresso del cinema. ANDREA (VOCE OFF): Andare al cinema per guardare il cinema. Qualcuno entra, qualcuno esce. Quelli che escono sono ancora impregnati del film: nelle loro espressioni, nei loro gesti. Io, invece, non so ancora che cosa mi aspetta. Deserti? Metropoli? Sparatorie, forse, o magari un amore disperato… Sono pronto a tutto. CUT TO: Andrea si alza e si avvia verso il cinema. Musica. Scorrono i titoli di coda.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 75) PLOUDALMÉZEAU, in rue du Port
Coordinate: 48°33’26.7″N; 4°42’15.1″W
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… incontrare l’Ankou.
Guardo il flusso di barche e di nuvole, finché a poco a poco scende il buio e sale la marea. All’improvviso sento un cigolio, come se qualcuno spingesse un carretto. «Piou zo azé?»chiedo in bretone. “Chi è là?” Compare un uomo alto, magro, dai capelli bianchi. La faccia è nascosta da un cappello di feltro. «Piou zo azé?», ripeto una seconda e una terza volta. L’uomo con voce cavernosa risponde: «Ma mestr ha mestr an holl, pa teut c’hoant da glewed». “Il mio padrone è il padrone di tutti, visto che desideri saperlo.” Poi mi guarda e vedo le orbite vuote, la mascella penzolante. Lo riconosco: è l’Ankou, l’oberour ar maro, l’operaio della morte. Prima che possa acciuffarmi fuggo dove ci sono luce, calore, esseri umani e sidro di mele.
(L’Ankou proviene da A. Le Braz, La Légende de la Mort chez les Bretons armoricains, 1893; in italiano tradotto nel 2003 da P. Fornasari per Sellerio con il titolo La leggenda della morte).
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Colonna sonora (30 secondi):


76) BELLINZONA, in via Francesco Chiesa
Coordinate: 2’716’566.5; 1’096’790.5
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… aspettare il circo.
Questa panchina non ha niente di speciale. È poco lontana dal liceo ed è rivolta verso un parcheggio. Se tornaste qui per 362 giorni all’anno vedreste solo studenti, insegnanti, cemento e automobili. Ma se avrete pazienza, un giorno di metà novembre sorgerà in poche ore il tendone del Circo Knie. Da quando studiavo (o fingevo di farlo) proprio in questo liceo, ho l’abitudine nei giorni del circo di aggirarmi intorno al caravanserraglio. Oltre allo spettacolo – non me ne perdo uno – mi affascina il paradosso insito in ogni circo. Da una parte un mondo fatto di scintille, fanfare, dove tutto è straordinario, dalla grazia dei funamboli alla maestà dei cavalli. Dall’altra parte, dietro le quinte, la quotidianità: il clown bianco che mangia un hamburger, un acrobata che fuma una sigaretta accanto alla staccionata, una trapezista che cammina verso il suo carrozzone, lentamente, cercando di scansare le pozzanghere.
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Colonna sonora (30 secondi):


 77) CARONA, all’angolo tra via Principale e via Luigia
Coordinate: 2’716’143.0; 1’090’733.1
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… sconfiggere il drago
È quasi l’imbrunire. Si accende un lampione, dai camini arriva odore di fumo. Sotto di me ci sono gli orti; più in basso Melide, il lago, il ponte-diga intasato dal traffico. Qui tutto è silenzioso, tranne un canto di uccelli e, ogni tanto, il passo di qualcuno che torna a casa dal lavoro. Ripenso all’affresco sulla facciata della chiesa, appena sopra la panchina: san Giorgio, in groppa a un cavallo impennato, scaglia la sua lancia diritta nelle fauci del drago. Mentre scende la sera mi accorgo che lui non è lontano. Nonostante la pace, la prossimità delle case, la bellezza di queste colline. Lui è sempre vicino: il drago che mi tiene sveglio di notte, la malinconia che mi aggredisce a tradimento, lo sconforto, la solitudine che mi stringe alla gola. Comincia a fare freddo. Alzo il bavero della giacca. Spero che lo scudo regga il colpo, e che la forza mi basti ad alzare la lancia.
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Colonna sonora (30 secondi):


78) NESSUN LUOGO, da nessuna parte
Coordinate:?°?’?”N; ?°?’?”E; ?°?’?”S; ?°?’?”W
Comodità:5 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… viaggiare.
Non so come sia finito qui. Nella nebbia intravedo la forma di una panchina. Mi siedo. Sento un rumore di ferraglia, un passo pesante. Dal nulla sorge un uomo in armatura e si mette di fianco a me. «Chi sei?», gli chiedo. Lui mi guarda. «Non mi riconosci? Sono l’Eroe… il Buono, quello che parte, lotta, supera la prova». Gli domando se sappia dove ci troviamo. «Siamo all’inizio – mi risponde – sulla Panchina Dove Nascono Le Storie». Poi dice che s’è fatto tardi e si allontana borbottando qualcosa su un maledetto ostacolo da superare. In quel momento dalla nebbia sbuca un orco bitorzoluto, dall’alito fetido. «Buongiorno – lo saluto. – Scommetto che tu sei l’Antagonista.» L’orco si siede, emette un grugnito. «Qualcosa in contrario?» «Io? No, figurati.» L’orco sembra stanco. Mi spiega che ha avuto una giornataccia. «Certa gente pensa che sia facile essere il cattivo… fatelo voi, dico io, fatelo voi, per quella miseria che ci pagano!»
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Colonna sonora (30 secondi):


79) LUGANO, in via Foce
Coordinate: 2’717’975.5; 1’095’805.0
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… meditare sulla solitudine.
A pochi passi brillano le luci di un ristorante, ma sembrano lontane migliaia di chilometri. Dietro c’è un parcheggio, mentre intorno le strade sono deserte, sferzate da un acquazzone. Questa panchina non mi offre nemmeno la possibilità di sperare che per caso qualcuno passi di qui e, perché no, si sieda accanto a me. È di forma classica, verniciata con un bel rosso-panchina… ma è una monopanca, praticamente una seggiola fissata sull’asfalto. C’è posto solo per me. A proposito, perché mi sono fermato? Perché rimango seduto sotto i rami di un salice, a scrutare nel buio? Piove. È sabato sera. Penso che fra qualche minuto mi alzerò, camminerò, andrò a cercare un luogo caldo e illuminato. Ogni viso umano, ogni parola splenderà come se fosse nuova, come se fossi scampato a un naufragio. Forse le monopanche, come le isole deserte, servono proprio a questo: a ritrovare il gusto di stare in compagnia in un piovoso sabato sera d’inverno.
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Colonna sonora (30 secondi):


80) TORINO, nel giardino Lamarmora in via Stampatori
Coordinate: 45°04’15.5″N; 7°40’36.9″E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… un picnic fra innamorati.
Magari, quando sentite la parola “picnic”, pensate a una radura fiorita, all’erba tenera, alla frescura degli alberi, a un ruscello gorgogliante… insomma, a quello che gli antichi chiamavano locus amœnus, un luogo d’incanto. Ma se vi capita di essere a Torino, fra lunghi viali, automobili, palazzi austeri? Non perdetevi d’animo, nessuno ha mai detto che le metropoli non possano essere romantiche. Questa panchina, per esempio, vi fornisce tutto ciò di cui avete bisogno: un paio di cuori intrecciati per l’atmosfera; un cesto della spazzatura per gettare eventuali resti di cibo; una superficie su cui scrivere i vostri nomi accompagnati da un roboante PER SEMPRE. Davanti avete una strada, alle spalle un piccolo parco. Basta poco perché Torino divenga «città della fantasticheria» e «città della passione, per la sua benevola propizietà agli ozi» (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 17 novembre 1935).
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Colonna sonora (30 secondi):


81) GIUBIASCO, in Piazza Grande
Coordinate: 2’721’446.7; 1’114’658.2
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… stare a testa in giù.
È l’una del pomeriggio e a Giubiasco tutto scorre. Passano le automobili in via Bellinzona, veleggiano banchi di nuvole nel cielo, fuggono i giorni dell’avvento che portano in fretta, sempre troppo in fretta, a un altro Natale. Io, invece, sto fermo. Così come le sculture disseminate sul prato. Vicino a me c’è una famiglia di pietra: due genitori e un bambino, tutti con lo sguardo rivolto all’albero di Natale. Davanti all’albero c’è un’altra piccola statua, un uomo che sta in equilibrio sulle mani. Di colpo, mi pare che tutto ruoti intorno a quell’ometto capovolto: la piazza, il traffico, le stagioni dell’anno. Forse questi giorni stanchi di fine dicembre possono diventare un punto di svolta. Al di là delle luminarie e dei panettoni, la festa può essere un’occasione per cambiare prospettiva, per guardare le cose vecchie in maniera nuova. Ho deciso: quest’anno a Natale proverò a mettermi a testa in giù, così, per vedere l’effetto che fa.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37, qui da 38 a 45, qui da 46 a 55, qui da 56 a 64 e qui da 65 a 73. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: Il video della cascata è stato girato da Emily, la fotografia è presa da internet. Esprimo la mia gratitudine a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie mille a Barbara (Ploudalmézeau) e a Giacomo (Lugano).


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As-Summan

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Novembre
Hanafuda: Salice / Poeta / Rondine
Luogo: as-Summan (لصمّان), Arabia Saudita
Coordinate: 23°40’19.6″N; 49°25’45.3″E
(Latitudine 23.67210; longitudine 49.42926)
La scrittura, così come la lettura, è un modo di allungare la strada. Se nella mia vita devo andare da un punto A a un punto B, come dicono i matematici, se devo affrontare qualsiasi esperienza, potrei scegliere la via più rapida, quella più efficiente. Il gesto di prendere un foglio e scrivere – o di aprire un libro e leggere – è una perdita di tempo, una sorta di espediente per vivere vite che non sono la mia. Eppure, quanta ricchezza in questa divagazione fra il punto A e l’inesorabile punto B.
Capita a volte di sorprendere una lentezza, una sospensione nascosta nelle cose ordinarie. Qualche giorno fa stavo tornando a casa lungo una strada che dal centro della mia città porta verso la collina. Faceva freddo, perciò la mia intenzione era quella di affrettarmi per arrivare il più presto possibile. Eppure, a un certo punto, mi sono fermato, e in pochi secondi mi sono accorto che stavo leggendo il mondo in maniera diversa. Mi sembrava di essere al centro di un mosaico, le cui tessere si disponevano con precisione. Poco più avanti passava un treno, orizzontalmente; di fianco a me scorrevano le automobili, verticalmente. Sulla sinistra, dietro la vetrata di una palestra, ragazzi con abiti colorati ripetevano lo stesso gesto; sulla destra, ingrossato dalla pioggia, scendeva un torrente. Ogni tessera aveva un suono o un silenzio: lo sferragliare del treno, il pigolare degli uccelli, il rombo delle automobili, il gorgoglìo del ruscello, le azioni mute dei ginnasti dietro la vetrata.


Prima la realtà sembrava una cosa sola, come se fosse un monolite. Dopo la mia sosta, invece, le singole tessere del mosaico spiccavano nel loro splendore. Ho cercato di riprodurre questa sensazione anche nel mio viaggio ad as-Summan, in Arabia Saudita. È stato più difficile, perché all’inizio percepivo soltanto il vuoto. Poi, passato qualche minuto, il vuoto è diventato qualcosa di ancora più lancinante: un’assenza, una privazione.
Stavo camminando sull’altopiano di as-Summan, che si estende per quattrocento chilometri a est di ad-Dahna. Procedendo verso nord, in direzione del Golfo Persico, dopo un centinaio di chilometri avrei incontrato una regione meno improba, intorno all’oasi di al-Aḥsāʾ, la più grande di tutto il paese, abitata fin dalla preistoria. Ma non era mia intenzione percorrere tutti quei chilometri: ero al volante di una vecchia Toyota e avevo bisogno di fare benzina. Il mio piano era quello di procedere fuori strada per circa quattro chilometri; poi avrei trovato una strada che in un’ora mi avrebbe portato fino alla città di Haradh, famosa per le installazioni petrolifere e del gas. Ma non è di tutto ciò che voglio parlare, né dell’atmosfera di Haradh, con le sue case piccole e bianche, raggruppate insieme, e intorno un immenso cantiere, un mostruoso pianeta di tubi, acciaio e cemento.
Quello che mi piacerebbe descrivere è proprio quel momento in cui mi sono fermato, ho girato lo sguardo intorno e non ho trovato niente. Nessun appiglio per gli occhi, nessuna tessera del mosaico. Mi è venuto un pensiero bizzarro: questa situazione è tanto diversa da quella che ho trovato lungo la strada che portava a casa mia? Che cosa si nasconde dietro l’asfalto, il ruscello, il vetro, i binari della ferrovia?
Il nulla è sempre a un passo da noi. Abbiamo costruito, nei secoli, nei millenni, abbiamo abitato la terra, l’abbiamo trasformata. Abbiamo il desiderio di lasciare un segno, ma fino a quando? Tuttavia, proprio nel profondo del deserto ho sentito che questo desiderio non è vano. Anche se il vento cancellerà ogni cosa, anche se il tempo macinerà le nostre opere, averle compiute non è privo di senso. Il bisogno della bellezza è inestirpabile nell’essere umano, così come la necessità di far fiorire i deserti, che siano geografici o esistenziali.
Guardo le carte di novembre. Il Salice è un invito ad accogliere quanto succede, a sapersi piegare, adattare, mentre il Poeta (o L’Uomo della Pioggia) è un invito a insistere, a non demordere nel seguire la propria esigenza espressiva. L’uomo si chiamava Ono no Michikaze (894-966), conosciuto anche con il nome di Ono no Tōfū. Fu lui il primo a dare i tratti distintivi alla calligrafia giapponese, distinguendola da quella cinese. Si racconta che un giorno, deluso e amareggiato per la mancanza di risultati nel suo lavoro, si soffermò a osservare una rana che tentava di saltare sopra il ramo di un salice: dopo sei balzi falliti, la rana riuscì infine nel suo obiettivo; e in quel momento Ono no Tōfū trovò la forza interiore per proseguire nella sua ricerca. Oggi il calligrafo è raffigurato su una carta da gioco, nello stesso mese in cui appare anche il Fulmine: l’imprevisto, l’azzardo, l’ignoto che, mentre porta scompiglio, può condurre verso una rivelazione.

HAIKU

L’eco di un fischio
indugia sopra i tetti –
L’ultima rondine.

PS: Ho inserito un frammento audio registrato proprio nel momento in cui vedevo comporsi le tessere del mosaico.

PPS: Questo è l’undicesimo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglioagostosettembre e ottobre.

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