Zaynab e il commissario

Su invito del settimanale “Cooperazione” ho cominciato una nuova serie poliziesca: Zaynab e il commissario. Sono racconti molto brevi, indipendenti l’uno dall’altro ma sempre con gli stessi protagonisti. Un poco alla volta, sto cercando di approfondire l’atmosfera dei luoghi e il carattere dei personaggi. Le storie appaiono ogni settimana nell’edizione cartacea della rivista, accompagnati dalle illustrazioni di Andrea De Carli (suoi sono i disegni che vedete in questo articolo). Tutte le puntate si trovano anche online: www.cooperazione.ch/serienoir.
Questi racconti mi danno l’occasione per riflettere su alcuni aspetti della nostra società, dal punto di vista psicologico e sociale. La Svizzera, con la sua multietnicità, mi pare un buon osservatorio. Pensando all’idea per una serie, subito mi sono venuti in mente Zaynab Hussain e Giorgio Robbiani. Non saprei precisare nel dettaglio la loro origine: è un miscuglio fra persone che ho conosciuto, libri che ho letto, luoghi che ho visto, emozioni che ho provato.
Giorgio Robbiani è un ex commissario della Polizia cantonale ticinese. Dopo tanti anni di lavoro è andato in pensione, è invecchiato, ha vissuto con dolore la morte di sua moglie. Con il passare del tempo, sente scemare le sue forze. Quando si accorge di non essere più autosufficiente, assume una badante. Zaynab Hussain è una donna ancora giovane ma segnata dalla fatica: emigrata con suo marito Muhammad dalla Tunisia in Italia e poi in Svizzera, è rimasta sola quando Muhammad è morto di meningite nel Centro per richiedenti l’asilo di Chiasso. Grazie all’aiuto del medico che aveva curato suo marito, ha trovato un impiego come badante prima per un anziano avvocato e poi per Giorgio Robbiani.
Robbiani non è più tecnicamente un poliziotto, ma la gente sa che lo è stato per tutta la vita e che, in un certo senso, non smetterà mai di esserlo. Il suo fiuto è sempre lo stesso, reso ancora più efficace dall’esperienza. Così molti ricorrono a lui per un aiuto in occasione di piccoli problemi (furti, sparizioni, litigi, eccetera). In più, l’ex commissario ha ancora molti amici nella polizia, e qualcuno ogni tanto gli chiede un consiglio. Ben presto Robbiani si accorge che Zaynab, con la sua curiosità e la sua intelligenza vivace, può rivelarsi un’ottima assistente per le sue micro-indagini. Oppure è lui a essere l’assistente di Zaynab? Difficile dirlo. Come molte coppie di investigatori, Zaynab e il commissario si completano a vicenda.
Lui è un uomo, lei una donna. Lui è burbero, anziano, debole, acuto nel giudicare la natura umana. Lei è spigliata, giovane, forte, talvolta fin troppo ottimista. Lui è svizzero, di lingua madre italiana, lei è tunisina, di lingua madre araba. Lui ha una certa solidità economica, lei è precaria. Lui proviene da una tradizione occidentale cristiana o post-cristiana, lei da una tradizione islamica. E così via. Il mio interesse non consiste tanto nel paragonare i diversi punti di vista, quanto nel mostrare che solo la conoscenza reciproca consente uno sguardo adeguato alla complessità del mondo.
Tra le letture che mi hanno ispirato ci sono i testi del teologo e poeta mistico persiano Jâlâl alDîn Rûmî (1207-1273). Una delle sue opere più celebri è il Mathnawî, un poema di 51.370 versi in rima baciata. Nel terzo volume, a partire dal verso 1260, Rûmî racconta di una controversia sorta sulla forma e la descrizione di un elefante.
Alcuni indiani avevano messo un elefante in una casa buia, con l’intenzione di esibirlo a chi non ne aveva mai visto uno. Volendolo vedere, molte persone entrarono, una dopo l’altra, nell’oscurità. / Visto che con gli occhi era impossibile, ciascuno, nell’oscurità, lo palpava col palmo della mano. / La mano di uno si posò sulla proboscide e quello disse: «Questa creatura è come un tubo per l’acqua». / La mano di un altro toccò l’orecchio, che gli parve simile a un ventaglio. / Un altro, avendo preso una gamba, dichiarò: «Trovo che la forma di un elefante è come quella di un pilastro». / Un altro posò la mano sulla schiena e disse: «In verità, l’elefante è come un tronco». / Del pari, ogni volta che qualcuno sentiva la descrizione dell’elefante, la capiva in base alla parte che era stata toccata. Rumi fa notare che l’occhio della percezione sensoriale è unicamente come il palmo della mano, e il palmo non è in grado di afferrare la totalità. I nostri sguardi talvolta si perdono nelle cose inessenziali, perché intravediamo solo un aspetto delle cose: Giorno e notte si muovono i bioccoli di schiuma che vengono dal mare; tu vedi la schiuma e non il mare. Che strano! / Ci urtiamo gli uni gli altri come barche; i nostri occhi non vedono, anche se ci troviamo nell’acqua chiara.
In effetti, gran parte della vita è urtarsi gli uni gli altri. Gran parte della vita è non vedere niente neppure nell’acqua limpida. Anche per questo leggiamo e scriviamo. Non ci basta la schiuma, ma vorremmo cogliere il vasto mistero del mare. Rûmî, commentando l’episodio, scrive: Lascia vagare il tuo spirito, e dopo sii attento. Tappati le orecchie e poi ascolta. È un buon consiglio di scrittura. L’attenzione non è uno sforzo, ma uno stato che si raggiunge lasciando liberi i pensieri: eliminato il frastuono delle teorie e dei preconcetti, saremo in grado di ascoltare ciò che i nostri personaggi vogliono raccontarci.
Il poliziotto e la badante rispecchiano due parti di me stesso. Da un lato, la fragilità, la debolezza; dall’altro la curiosità e la voglia di conoscere l’ignoto. Sono due atteggiamenti dell’anima: il legame con la tradizione insieme al sentimento di essere straniero. L’equilibrio – a volte arduo – fra queste due parti mi spinge a pormi domande, a leggere, a viaggiare, a pensare… e a immaginare nuovi casi per Zaynab Hussain e Giorgio Robbiani.

PS: Zaynab e il commissario cresce seguendo il ritmo di uscita di “Cooperazione”. Se aveste riscontri, domande o suggerimenti, scrivetemi pure! Voglio ringraziare Rocco Notarangelo e tutta la redazione per la fiducia e per il supporto. Grazie anche ad Andrea De Carli, il quale ogni settimana dà una forma grafica alle storie. Sono grato infine a Martina e Gregorio che mi hanno ospitato a Zurigo, dove ho scritto il primo racconto della serie.

PPS: La citazione di Rûmî è tratta dalla versione italiana integrale del Mathnawî, pubblicata da Bombiani nel 2006 e ripubblicata nel 2016, sempre con introduzione, traduzione e note di Gabriele Mandel Khân e Nûr-Carla Cerati-Mandel.

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La Mano Rossa

A Natale ho ricevuto un piccolo rastrello di colore rosso. O forse arancione. In realtà, più che un rastrello, si tratta di un sarchio o di una zappetta. Ma il modo giusto per descriverlo è riconoscere, dietro le dita di ferro, il modello originario della mano umana. Insieme al dono c’era un biglietto con la foto di alcuni profughi: una madre, due bambini, un uomo con la barba. In alto, la parola Betlemme scritta in arabo e in ebraico. Sotto, in grassetto: Still crossing. Più in basso: Everything will be ok, Andrà tutto bene, Tout ira bien, Todo irá bien. Il biglietto non aiuta a capire il rastrello, se non forse come un invito a dissodare la terra, affinché possa attecchire la pace.
Per me la Mano Rossa è simbolo di avventura: ricordo una banda di spietati assassini, nei fumetti di Tex Willer. È anche uno scettro, un bastone magico, un’antenna che capta emozioni. Soprattutto è uno mezzo per favorire la scrittura, sarchiando la terra allo scopo di consentire la circolazione dell’aria e della luce.
Ho tenuto la mano rossa sulla scrivania e, giorno dopo giorno, ho scritto un piccolo diario. Lo potete leggere qui: Diario della Mano Rossa (sono poche pagine). Il mio augurio è che ognuno di noi sappia compiere il gesto primordiale di spezzare la crosta del terreno. Bisogna smuovere le zolle e rompere la durezza dei pregiudizi, delle identità acquisite, perché germoglino incontri, novità, storie inaspettate.
In questo senso, vorrei proporvi di ascoltare Fleurette africaine, un brano inciso il 17 settembre 1962 da Duke Ellington (piano), Charles Mingus (contrabbasso) e Max Roach (batteria). È un incontro inedito (e unico) fra musicisti di generazioni diverse: il grande classico Ellington, nato nel 1899, indiscusso maestro dello swing, l’irregolare Mingus, nato nel 1922 (e già cacciato nel ’53 dall’orchestra di Ellington per avere inseguito il trombonista Juan Tizol con un coltello sul palcoscenico), insieme all’ombroso Max Roach, nato nel 1944 (e passato anche lui dall’orchestra di Ellington nel ’41 per una sostituzione). A quell’epoca Mingus stava lavorando ai suoi più grandi album (Oh Yeah nel ’61, The Black Saint and the Inner Lady nel ’63), mentre Roach aveva pubblicato nel ’60 We Insist! – Freedom Now Suite, una pietra miliare nella protesta contro la segregazione razziale. Tre musicisti, tre percorsi, tre linguaggi… e un brano memorabile.

Fra i musicisti c’è ascolto, c’è grande rispetto, c’è la voglia di mettersi al servizio della musica, ignorando le etichette. Mingus gioca sul vibrato, mentre Roach batte solo sui tom, contribuendo a creare un’atmosfera ipnotica. Al piano Ellington disegna il ritratto di un piccolo fiore che spunta nel folto della giungla, lontano dagli sguardi. La melodia delicata, gli accordi talvolta dissonanti, le contromelodie di Mingus, tutto contribuisce a dispiegare una grazia minuta, apparentemente fragile, ma inestirpabile nella sua gratuità. Anche se non lo vede nessuno, anche se a molti può sembrare inutile, il piccolo fiore – come disse Duke Ellington – cresce ogni giorno più bello.

PS: Il brano
Fleurette africaine, composto dallo stesso Ellington, si trova dall’album Money Jungle (Blue Note 1962). La frase di Ellington proviene dalla sua autobiografia Music is my mistress (1973, tradotta in italiano da Franco Fayenz e Francesco Pacifico nel 2007 per Minimum Fax con il titolo La musica è la mia signora).

PPS: Grazie a Caterina per l’escardilho e per il biglietto.

PPPS: Buon 2018!

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You look like my brother

Ecco uno dei miei personaggi preferiti.

C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

È una storia malinconica narrata dall’autore russo Daniil Charms nel 1937. Ogni tanto torno a rileggerla, e sempre mi stupisce un paradosso: la narrazione consiste nello smantellamento del personaggio, tanto che egli progressivamente scompare, diventa nulla; e tuttavia – proprio perché possiamo parlare di un personaggio, proprio perché possiamo definirlo con un egli – in qualche modo egli esiste davvero. Il personaggio non c’è, ma c’è; e se ne sta davanti a noi con i suoi capelli rossi (che non ha). Sul filo dell’assurdo, la storia apre domande esistenziali. Che cosa definisce quell’insieme di memoria e desideri che si chiama “Andrea”? Nel corso della mia vita mi accadrà quello che accade all’uomo che (non) aveva i capelli rossi: un progressivo allontanamento da ciò che mi è caro, una perdita di ricordi, legami, capacità. Questo vale per tutti noi – persone vere e personaggi fittizi. Allora è meglio non parlarne più? Eppure scattiamo fotografie, suoniamo, scriviamo lettere, romanzi e articoli sui blog. E aggiorniamo i nostri profili sui social network. Insomma, vogliamo esistere. Mi capita di pensarci in viaggio, quando incrocio una persona che non vedrò mai più: è negli incontri, magari fortuiti, che la storia di Charms può cambiare finale. Infatti nello sguardo degli altri, anche in minima parte, appare sempre qualcosa di noi.
C’è un uomo che vive a Monaco, in Baviera. Qualche volta la sera, durante la settimana, indossa gli stivali, un paio di calzoni a tinta mimetica, una maglietta con il disegno di un teschio e un cappellino da baseball. Poi prende la metro e va in un locale dove mettono musica rock. È una discoteca di periferia, in una zona in cui si aprono le voragini degli edifici in costruzione e dove, accanto alle insegne colorate dei locali notturni, brillano i fari di posizione delle gru. Nel locale a volte non c’è quasi nessuno. Ma anche se la pista è vuota, l’uomo non si lascia scoraggiare. Avanza tra le luci fosforescenti e gli sbuffi di fumo, si lascia prendere dal ritmo. Appena c’è un assolo di chitarra, imita il musicista e mima il gesto di suonare.
Nello stesso locale, la settimana scorsa, c’ero anch’io. Guardavo l’uomo con il cappellino mentre fingeva d’imbracciare una chitarra, e ho notato come la musica lo avvolgeva. Lui non si è accorto di me, ma senza volerlo ha lasciato una traccia, tanto che ora si trova qui, nel blog. Le nostre vite si sono appena sfiorate; eppure quell’incontro è riuscito a suscitare un’impressione, un pensiero, un segno scritto.
Nella stessa discoteca, ho visto un uomo che pareva una montagna. Era un ammasso di muscoli, con due bicipiti spessi come un paracarro e una canottiera aderente cosparsa di parole minacciose. Al centro della pista, dondolando al ritmo dei Black Sabbath, avrebbe potuto spaventare chiunque. Invece, a modo suo, voleva fare amicizia. Verso le due di notte ha preso in simpatia un altro avventore, alto la metà di lui. I due hanno ballato l’uno accanto all’altro e si sono dati il cinque. Poi la Montagna ha abbracciato l’uomo più minuto e gli ha detto, con ruvida commozione: You look like my brother, sembri mio fratello. L’ha ripetuto un paio di volte – tanto che l’uomo più piccolo ci ha tenuto a precisare, con un filo di esitazione: But I’m not… Infine la Montagna ha dato una pacca affettuosa al suo nuovo amico (rischiando di mandarlo a gambe all’aria) e ha ripreso a ballare, felice di quel riconoscimento notturno, di quel fratello lontano apparso per un attimo con le fattezze di un estraneo. Come nella storia di Charms, nella nostra vita sono sempre in tensione i poli dell’assenza e della presenza. A volte un’assenza può rovesciarsi in presenza inaspettata, a volte invece una presenza impallidisce, tanto che non arriviamo più a percepirla.
Sempre a Monaco, nel Museo Brandhorst, mi è capitato di vedere un’opera dell’artista statunitense Jeff Koons: Amore (1988), del ciclo Banality. È la riproduzione in porcellana (81.3 x 50.8 x 50.8 cm) di un bambolotto dalle guanciotte rosse e dagli occhietti azzurri, avvolto in un costume da orsacchiotto da cui esce un ciuffo di capelli biondi e ricci. In una mano ha un cuore con la dicitura I love you, nell’altra un vasetto di marmellata. Al collo, un bavaglino ricamato con la scritta amore. Ha un altro cuore disegnato sul petto e se ne sta seduto su un basamento in stile rococò, tra cuoricini, fiorellini e altri oggetti simili. Per il filosofo Arthur Danto, Amore e le altre opere del ciclo sono meraviglie innaturali che dovrebbero piacere a tutti noi, se non fossimo stati educati a svalutarle come banali esempi di kitsch. Non so se quest’opera abbia suscitato in me il conflitto interiore di cui parla Danto. Intorno al bambolotto c’era un gruppo di persone che discutevano animatamente. Qualcuno leggeva dotte spiegazioni da un volantino, altri scuotevano il capo o indicavano i dettagli della scultura. In un certo senso, mi è parso che la vera opera d’arte fossero loro, i visitatori, con la loro presenza e con il fatto che stessero quasi litigando sul senso di quell’inquietante bambolotto.
Secondo Koons non è necessario essere preparati per conoscere l’arte, ma basta accettare sé stessi: Volevo che il ciclo Banality comunicasse alle persone che la loro storia personale, qualunque sia, è perfetta; per creare un’arte eccezionale serve soltanto la propria storia. L’arte che ne uscirà rappresenta l’espansione delle vostre possibilità. Non capisco bene che cosa tutto ciò voglia dire. Forse abbiamo smarrito la nostra parte infantile, capace di meravigliarsi anche davanti al kitsch? Ho provato a mostrare la cartolina con la riproduzione di Amore a una bambina di cinque anni, la quale in effetti non si è posta il problema del kitsch. Però non ha nemmeno commentato l’estetica dell’opera, limitandosi invece a chiedere: 1) se fosse una bimba travestita da orso; 2) come facesse a stare seduta senza rovesciarsi all’indietro.
Anche se l’avessimo smarrita, la nostra parte infantile non può scomparire. È una presenza silenziosa, nel profondo dell’anima, alla quale possiamo attingere in caso di bisogno. Quasi sempre, essa non si manifesta con affermazioni o con apprezzamenti estetici, ma spostando il punto della questione. Ho letto alla bambina la storia di Charms, e lei non ha dubitato nemmeno per per un attimo dell’esistenza del protagonista. Senza battere ciglio, mi ha chiesto: Ma lui dove abita? E dopo qualche secondo ha aggiunto: Di sicuro abita in una casa invisibile.

PS: Daniil Charms nacque nel 1905 a San Pietroburgo; dopo una vita difficile, venne arrestato nel 1941 e morì in un ospedale psichiatrico di Leningrado nel 1942. In italiano è uscito il volume Casi (Adelphi 1990), a cura di Rosanna Giaquinta, in cui si trova il racconto sull’uomo con i capelli rossi. Le parole di Koons (nato nel 1955) sono tratte da Ulrich Obrist, Jeff Koons, Walter König Verlag 2012. Quelle di Danto provengono dal saggio Banality and Celebration. The Art of Jeff Koons, in Unnatural Wonders, Columbia University Press 2007.

PPS: Grazie a Emanuele per alcune delle fotografie di questo articolo.

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Il senso del pompelmo

Oggi è il mio compleanno. Per festeggiare, ho preso la macchina e sono andato a comprarmi un pompelmo. Guidavo lungo via Vergiò, a Breganzona, e pensavo a ciò che uno pensa quando si accorge che è il suo compleanno. 1) Ehi, vecchia carcassa! 2) Dove se ne sono andati questi dodici mesi? 3) A proposito, quanti quindici maggio ti resteranno? 4) Mmm… meglio non saperlo. 5) E comunque, sei sicuro di aver presente il senso di tutto questo?
Ho le mie risposte, come tutti. Ma un conto è riflettere sul senso della vita, un altro conto è possederlo con limpida certezza in un mattino di primavera, davanti a questi colori così sontuosamente lavati dalla pioggia: prati, asfalto, case, cielo. Via Vergiò scende con dolcezza, fra orti rigogliosi e parcheggi custoditi da parole austere: per decisione giudiziaria è fatto divieto ai non aventi diritto di posteggiare veicoli su questo fondo; ai contravventori è comminata una multa da fr. 20 a fr. 500. La brutalità del messaggio mi pare in qualche modo stemperata da quel punto e virgola e dalla fantastica ampiezza della multa: da venti a cinquecento… ma perché?
Da queste parti abbondano le proibizioni. Un altro cartello specifica come sia vietato attraversare i prati verdi, calpestare le aiuole e danneggiare le piantagioni; e ricordate: gli spazi e le attrezzature per i giochi dei bambini sono riservati esclusivamente agli inquilini del nostro complesso immobiliare “Vergiò”. Passando in automobile, mi sembra di leggere pure qualcosa sulle biciclette che devono essere condotte a mano, per evitare forse che aggrediscano i passanti. In ogni caso, resisto alla tentazione di dondolarmi sull’altalena e vado a comprare il pompelmo. Sulla via del ritorno, mi siedo su una panchina e penso a ciò che ho fatto in questi mesi, a ciò che non ho fatto, a ciò che avrei potuto fare, a ciò che ho la sensazione di avere fatto ma forse me lo sono immaginato.
Ho pubblicato due romanzi: L’arte del fallimento e La beata analfabeta. Ho lavorato a una storia che mi sta molto a cuore, e che sto cercando di concludere. Ho mantenuto l’appuntamento con questo blog, fra alti e bassi. Ho scritto racconti, articoli. Ho tenuto conferenze, lezioni, laboratori. Ho lavorato alla radio e ho suonato il sax. Ho fumato la pipa. Me ne sono rimasto in silenzio. Ho camminato, ho fatto le mie salite in bicicletta. Ho incontrato lettori, ho conosciuto persone che mi hanno cambiato. Ho messo alla prova la pazienza dei miei amici. Ho perso tempo a inseguire i miei crucci, le mie malinconie. E ora eccomi, seduto accanto a un pompelmo su una panchina all’angolo di via Vergiò, vicino a via Federica Spitzer (testimone dell’Olocausto, 1911-2002).
Mi accorgo di non avere ancora usato il passato remoto. Rimedio subito: nacqui un lunedì mattina di pioggia, all’alba. Immagino che fin dai primi giorni, in qualche maniera oscura, mi chiedessi: perché diamine sono finito qui? Oggi è una domanda che mi pongo spesso. Non si tratta di un rovello intellettuale, quanto di un modo per celebrare il mistero dell’essere e per destare dentro di me un sentimento di gratitudine.
Ma non la faccio lunga: proprio in segno di gratitudine verso tutti i miei lettori, voglio festeggiare anche quest’anno condividendo un brevissimo racconto inedito.

Il signor Adamo

Mi pare che la prima idea per questa storia mi sia venuta qualche anno fa, in un giorno di primavera, incrociando lungo la strada due ragazzine che ridevano e giocavano a rubarsi un telefonino.
Chissà, forse un giorno riuscirò a raccontare anche di via Vergiò e di quel rudere che sorge spettrale dietro gli orti e i caseggiati. È un edificio incompiuto, di cui resta soltanto lo scheletro. Ignoro che cosa sia e perché la costruzione sia stata abbandonata. Immagino che dia sui nervi agli abitanti del quartiere, però a me piace. Oggi mi sono fermato a guardarlo: attraverso il vuoto di una finestra appariva un riquadro di cielo perfettamente azzurro. È tutta la mattina, a pensarci, che l’azzurro accompagna ogni mio gesto: guidare l’automobile, lavorare, mangiare infine il pompelmo. Ma questo cielo l’ho visto davvero, e ne ho intuito la bellezza, solo quando mi ha colto di sorpresa in un varco del rudere, come un volto amico nella folla o come una voce che chiami me, proprio me, lungo una strada deserta.

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Mio eroe

640px-Lekanis_Agamemnon_MNA_TarantoNei giorni scorsi ho parlato con un ragazzo di quindici anni che, con risultati per ora insoddisfacenti, sta tentando di superare il primo anno di liceo. Per passare la classe, mi diceva, dovrei essere un eroe. Mi ha colpito l’uso di questa parola. Eroe. Probabilmente è una delle più antiche dell’umanità: quale epoca, quale popolo non ha cantato le gesta dei suoi eroi? Qualcuno, come il drammaturgo Bertold Brecht, considera sventurati i popoli che hanno bisogno di eroi. Ma esiste un popolo che ne possa fare a meno? Certo, la parola nel corso dei secoli ha cambiato forma e colore: siamo passati dal valoroso Agamennone e dall’astuto Ulisse alle diverse follie di Orlando e Don Chisciotte, da Parsifal e Lancillotto fino all’uomo senza qualità di Robert Musil, da Tex Willer a Charlie Brown, da Robin Hood a tanti inetti della letteratura del Novecento, per arrivare agli attori, ai calciatori, ai politici, ai cuochi della tivù. 1018_oag_humphrey-bogart-CROP-1000x666E non sto a citare i supereroi, gli antieroi, i post-eroi che sempre più affollano il nostro immaginario. Che lavoro potrebbe fare oggi un eroe, un vero eroe senza macchia e senza paura? Aprirebbe un ufficio da detective, come Philip Marlowe, oppure si accontenterebbe di aprire un profilo su Facebook, per cambiare il mondo a colpi di post?
Nei romanzi fantasy gli eroi compiono ancora il loro dovere, come ai vecchi tempi. Ma prendiamo per esempio Aragorn, uno dei personaggi più amati del Signore degli anelli di Tolkien. Se vivesse nel nostro mondo, che mestiere potrebbe fare? Ne ho parlato con una lettrice esperta di Tolkien, che senza esitazione mi ha risposto: farebbe lo spazzino.
IMG_9255Secondo lo psicologo e studioso di mitologia Joseph Campbell, i nostri non sono più tempi per l’eroe celebrato dalla collettività; oggi l’eroe si rivela non nei momenti gloriosi delle grandi vittorie della sua tribù, ma nei silenzi della sua disperazione. Un modello di eroe moderno si trova in un racconto scritto da Graham Greene nel 1940, intitolato The news in english. Il protagonista è David Bishop, un professore britannico che, durante la seconda Guerra mondiale, tiene anonimamente alla radio tedesca trasmissioni filonaziste rivolte agli inglesi; in patria viene soprannominato “dottor Funkhole” (che sarebbe come dire “dottor vigliacco”). GreeneScrive Greene: La tragedia di questi tipi di uomini è che non sono mai soli al mondo. A Crowborough, davanti al focolare, la madre e la moglie di Bishop lo ascoltano reiterare le menzogne. La madre condanna il figlio e insiste per denunciarlo alle autorità. La moglie cerca di difenderlo, dice che di sicuro lo avranno costretto con la forza. La vecchia e la giovane signora Bishop discutono con veemenza. Ma non capisci cosa significa – esclama Mary Bishop – potrebbero processarlo per tradimento, se vinceremo. E subito la suocera puntualizza: quando vinceremo. Alla fine lo denunciano, e naturalmente i media si scatenano: Il massimo che un giornale avrebbe ammesso era che se c’erano state delle minacce Bishop se l’era cavata in modo poco eroico. Commenta Greene: Esaltiamo gli eroi come se fossero rari, ma siamo sempre pronti a biasimare il nostro prossimo per la mancanza di eroismo. La vecchia signora Bishop continua ad ascoltare il figlio ogni sera, e ogni sera infierisce sulla sua vigliaccheria. La giovane signora Bishop ha paura a uscire di casa.

A volte pensava quasi con odio: “Perché David mi ha fatto questo? Perché?”
Poi improvvisamente ebbe la sua risposta.
Per una volta la voce imboccò una direzione nuova. Disse:
«In qualche luogo in Inghilterra mia moglie forse mi sta ascoltando. Io sono un estraneo per tutti voi, ma lei sa che non ho l’abitudine di mentire».
Un appello personale era troppo. Mary Bishop aveva affrontato la suocera e i giornalisti, ma non poteva affrontare suo marito. Si mise a piangere, seduta vicina alla radio come una bambina accanto alla sua casa di bambola dentro alla quale è stato rotto qualcosa che nessuno può riparare.

IMG_9258A un certo punto, David pronuncia le parole «Sta di fatto che…»; poi comincia a elencare cifre e dati che mostrano quanto sia florida la Germania. Mary ha un sussulto; afferra una matita e annota qualche parola su un taccuino. Il giorno dopo riesce a ottenere un colloquio con un funzionario al Ministero della Guerra. Per farla breve, Mary si è accorta che il marito sta usando il loro codice segreto: «Quando era lontano da me e al telefono mi diceva “Sta di fatto che” intendeva sempre “Sono tutte bugie, ma trascrivi le iniziali delle parole che seguono”… Oh, colonnello, se sapesse da quanti spiacevoli fine settimana l’ho salvato… perché, vede, poteva sempre telefonarmi, anche davanti al suo ospite».
Gli esperti del Ministero si accorgono che la giovane signora Bishop ha ragione: suo marito fornisce informazioni preziose per gli Alleati. Le raccomandano di tacere, di mantenere il segreto: agli occhi del mondo, David Bishop deve rimanere il “dottor Funkhole”. Ogni sera, quando lo sente alla radio, Mary ha il terrore che suo marito non vada più in onda. Quel codice era un codice da bambini. Come avrebbero potuto non individuarlo? Ma fu proprio così. Uomini dalla mente complicata possono venire ingannati dalla semplicità. Il funzionario del Ministero esorta Mary a tenere duro: È un uomo coraggioso, signora Bishop.
DownCottageFinché, dopo quattro settimane, il governo si decide a fare un tentativo per salvare David: in fondo il codice funziona in entrambe le direzioni; gli inglesi hanno un notiziario trasmesso in Germania, e David potrebbe ascoltarlo. L’operazione sembra funzionare, tanto che viene organizzato un piano di recupero: David deve soltanto recarsi a una stazione sul Reno, non lontano da Wesel. Quella sera la vecchia signora Bishop chiede: «Non ascolti tuo marito?» E Mary: «Non trasmetterà». Molto presto avrebbe potuto affrontare trionfalmente la madre di lui e dire: «Ecco, lo avevo sempre saputo, mio marito è un eroe». Ma inesorabilmente, anche quella sera il “dottor Funkhole” è in onda. La vecchia signora Bishop sibila un «te l’avevo detto». Mary è disperata.
Vi trascrivo il finale del racconto.

Parlava tanto velocemente che lei quasi non riusciva a tenergli dietro con la matita. Le parole si raggruppavano sul suo taccuino: «Cinque sottomarini al rifornimento oggi mezzodì 53.23 per 10.5. Notizia fonte attendibile Wesel così tornato. Discorso non autorizzato. Fine.»
«Adesso mi ascoltate? Molto orzo germoglia là in estate» esitò. «Ancora dobbiamo dire in onestà che…» La voce si affievolì, cessò del tutto. Le vide sul suo taccuino: A mia moglie, addio c…
Fine, addio, fine. Le parole rintoccavano come campane a morto. Si mise a piangere, seduta come aveva fatto in precedenza, attaccata all’apparecchio radio. La vecchia signora Bishop disse con una sorta di piacere: «Non sarebbe mai dovuto nascere. Io non l’ho mai voluto. Vigliacco» e a questo punto Mary Bishop non poté sopportare oltre.
«Oh», gridò alla suocera all’altro capo della stanzetta di Crowborough, surriscaldata e troppo ingombra di mobili «almeno fosse un vigliacco, almeno lo fosse. Ma è un eroe, che sia maledetto, un eroe, un eroe, un eroe…» continuò a gridare disperata, sentendo la stanza che le vorticava intorno, e immaginando confusamente dietro a tutto il dolore e all’orrore che anche lei, come altre donne, un giorno sarebbe stata orgogliosa.

È un eroismo segreto, sulle onde della radio, siglato da un ultimo, commovente addio. Nel racconto di Greene l’eroe non è più il guerriero che combatte a viso aperto, ma è un uomo solo in un mondo di nemici, ed è considerato un vigliacco dalla sua stessa madre.
Gli eroi saltano fuori quando non te l’aspetti. Come abbiamo visto pure di recente, nel caso di una catastrofe naturale – un terremoto, una valanga – alcuni esseri umani sanno superare i confini delle leggi naturali e rischiano la loro vita per salvare degli sconosciuti. In questi casi, l’eroismo si rivela nella sua natura più profonda, che è un amore disinteressato per il prossimo: l’eroe si mette nella pelle degli altri, e sa dimenticare il proprio “io”, o meglio, sa tenderlo pienamente verso il “tu” che si trova di fronte.
8050_A3Ma nella nostra quotidianità? Senza catastrofi, senza guerre, senza circostanze eccezionali, come può Aragorn mostrare la sua natura eroica nella sua routine di spazzino? Forse ha ragione il ragazzo di prima liceo: l’eroismo è volere intensamente qualcosa e avere il coraggio di crederci, nonostante tutto. Secondo il filosofo Bruce Bégout l’uomo ordinario partecipa tutti i giorni a una certa forma di eroismo. Non si tratta semplicemente di assolvere ai propri doveri, ma di non lasciarsi uniformare dai multipli sistemi sociali che vogliono modellare il comportamento. La sfida non è compiere grandi gesti, ma avere il coraggio dell’imprevisto, della gratuità: preservare una sorta di flou nell’esistenza ordinaria, qualcosa di non impiegato e di non impiegabile, una frangia di esperienza indisponibile che non potrà mai essere messa al servizio della normalizzazione sociale. Sarà un piccolo gesto, niente in confronto a chi salva una vita o a chi sa rischiare la propria, come David Bishop. Ma nella vita di tutti i giorni, è bello avere il coraggio di sfuggire alla regola dell’utilità. Un gesto gratuito, una cortesia fuori luogo, un’attesa, un ascolto, una parola inaspettata… a volte basta poco per seminare briciole di eroismo.

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PS: Il racconto di Graham Greene (1904-91) venne pubblicato in The Last Word and other stories (Reinhardt Books, Londra 1990): la raccolta contiene racconti scritti dal 1923 al 1989. Tradotto da Masolino D’Amico, Notiziario in inglese si trova in L’ultima parola e altri racconti (Mondadori 2005) o in Tutti i racconti (Mondadori 2011). Le parole di Joseph Campbell provengono da The Hero with a Thousand Faces (2008); in italiano L’eroe dai mille volti (Lindau 2012). La citazione di Bruce Bégout è tratta da La découverte du quotidien (Allia, Parigi 2010), dove lo studioso analizza i rapporti, talvolta difficili, tra la filosofia e la quotidianità. Come dice lo stesso Bégout, per quanto si possa giudicare, non c’è assolutamente nulla in comune fra il libro Gamma della Metafisica di Aristotele e il fatto di comprare del pane dal proprio panettiere.

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PPS: La prima immagine, che ritrae Agamennone seduto su una roccia mentre sorregge uno scettro, risale al 410-400 a. C. e si trova al Museo archeologico di Taranto. La seconda raffigura Humphrey Bogart nei panni di Philip Marlowe, la terza Viggo Mortensen nel ruolo di Aragorn. La quarta è un ritratto di Graham Greene. Poi c’è la foto di una vecchia radio, quella di un cottage a Crowborough (scattata nel 1937), gli attrezzi del nuovo Aragorn, la copertina di un Tex, qualche pagnotta e una vignetta dei Peanuts di Charles Schulz.

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