Il paese che non c’è

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Mentre pedalo in salita, mi chiedo dove sia Corvesco.
È uno di quei paesi dove torni sempre, ma non arrivi mai. Pensi di averlo scovato quando riconosci una sensazione: il profilo delle montagne, la luce che taglia la valle, il fruscio delle fontane. Invece tutto è nuovo. Le nuvole, le voci che attraversano la piazza. Dove sono finito, ti domandi, in quale parte del mondo? Esci dal grotto Pepito e cammini verso la casa di Elia Contini, che è bianca e con le imposte verdi, un po’ discosta dalle altre.
Ma Elia Contini, come sempre, non si fa trovare.
Mi viene in mente una di quelle poesie paradossali di Giorgio Caproni: «Sono tornato là / dove non ero mai stato. / Nulla, da come non fu, è mutato.» Insomma, questo luogo esiste oppure no? Forse è come Kokovoko, un’isola citata da Melville in Moby Dick, che «non è segnata in nessuna carta: i posti veri non lo sono mai». Ecco perché ancora non sono riuscito a reperire Corvesco.
Lo stesso Caproni fornisce dei dettagli che, dietro la negazione di una prima forma di esistenza sperimentabile, fanno intuire un diverso modo di essere: «Sul tavolo (sull’incerato / a quadretti) ammezzato / ho ritrovato il bicchiere / mai riempito». Certo, nessuno ha riempito il bicchiere… eppure, eccolo. «Tutto / è ancora rimasto quale / mai l’avevo lasciato».
È la vigilia del primo d’agosto, la festa nazionale svizzera. Anche a Corvesco organizzeranno qualcosa: un falò, dei fuochi d’artificio, una cena in piazza. Un’occasione per vedersi e parlarsi e sapere come va in questi tempi difficili (perché i tempi sono sempre difficili).
Ma Contini, come sempre, non si farà trovare.

Non so come sia possibile, eppure sono partito in bicicletta proprio da Corvesco. Ho pedalato lungo la strada che sale verso nord. Faido, il Dazio Grande, Quinto, Ambrì. A tratti ho costeggiato l’autostrada, invasa da una fiumana di macchine ferme. Anche sulla cantonale mi superavano automobili con targhe di tutta l’Europa. Ad Airolo ho preso la via che risale la valle Bedretto, fino al passo della Novena. Ho fatto fatica, perché ero stanco e perché faceva un caldo torrido. In cima però era fresco, con un vento che spalancava le bandiere.
È uno dei passi che separa la Svizzera italiana da quella tedesca: la Novena oppure la Nufenen. Era già tardi. Ho guardato le montagne riarse, ho mangiato un po’ di cioccolato e ho bevuto del tè. Poi ho indossato il giubbotto per la discesa e sono tornato indietro. Inspiegabilmente, non sono mai arrivato a Corvesco.
Com’era prevedibile, sono rientrato a casa mia.
Eppure, per qualche strana ragione, ora sono qui. Nella Corvesco che non c’è. Picchio con due dita i tasti del computer, sul tavolo di legno che mi fa da scrivania, a pochi passi dal bosco in cui stanotte Contini uscirà per cercare le sue volpi.

PS: Corvesco è il luogo in cui abita l’investigatore Elia Contini, protagonista di vari miei romanzi. Il più recente s’intitola Le strade oscure. Il prossimo uscirà in ottobre, sempre per l’editore Guanda.

PPS: La poesia di Caproni s’intitola Ritorno ed è tratta da Il muro della terra (1975).

PPPS: Qui sotto, una veduta di Corvesco. Chi me l’ha inviata, assicura che si tratta del panorama visto da una delle finestre di Elia Contini. Forse quella del bagno, o della cucina. Sarà. La casa di Contini, del resto, non c’è… come tutti i luoghi che veramente esistono.

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L’attualità delle rose

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Un pomeriggio d’estate, tornando da una gita in montagna con mio nonno e mio fratello, trovammo un pezzo di falce abbandonato. Aveva la forma di una T allungata, con la stanga superiore corta: sembrava il bastone da passeggio di un uomo di piccola statura. Mio nonno infatti lo impiegò come supporto, poi lo regalò a me e a mio fratello. Noi prendemmo a chiamarlo la ranza (dal nome dialettale della falce) e lo usammo nei nostri giochi di volta in volta come spada, cavallo, scettro, fucile, chitarra, timone di nave o barra di aeroplano. Il bastone si trova oggi nella mia casa di montagna, accanto all’ingresso. Ogni tanto lo guardo e mi chiedo se, un giorno, lo userò per aiutarmi a camminare.
Ho ritrovato questa vicenda in un tempo e in un paese lontano, come talvolta accade seguendo i percorsi accidentati della letteratura. È una poesia di Saigyō, un monaco buddista vissuto fra il 1118 e il 1190.

takeuma wo
tsue ni mo kyō wa
tanomu kana
warabe asobi wo
omohide tsutsu

Oggi cerco
un bambù come bastone
da passeggio
mentre ricordo che da bambino
ci giocavo a cavalcioni

Oggi è il mio compleanno. Mi trovo quindi a riflettere sul tempo. In maniera confusa, penso che mi piacerebbe unire le due attitudini: usare il bastone per camminare, quando ne avessi bisogno, senza smettere di trasformarlo con la fantasia in una spada o in un cavallo. In effetti, è una cosa che faccio tuttora ogni volta che lo afferro, anche per pochi secondi.

La dimensione del gioco, come quella dell’arte, ci insegna l’importanza dell’inutile. Soprattutto, ci insegna come diceva Montaigne che «non c’è niente di inutile in natura», a ben vedere, «neppure la stessa inutilità». Perciò mi pare che sia opportuno passare qualche minuto in giardino, fra un rovescio di pioggia e l’altro, per controllare lo stato delle rose.

In realtà le rose non hanno certo bisogno di me. Come scrisse Vita Sackville-West (1892-1962), è un errore accanirsi nel volerle educare. Quando l’autrice inglese, durante la guerra, ebbe l’occasione di visitare alcuni giardini abbandonati per forza di cose dai loro proprietari, notò la resistenza di questo fiore: «quei giardini erano un triste ammasso di erbacce, ma le rose si ergevano alte, superbe e orgogliose, solo perché non erano state importunate per due, tre, cinque anni». Certo, in realtà bisogna tenerle d’occhio. Come diceva Ippolito Pizzetti, «se squallidissimi sono quei giardini pettinati e geometrici in cui tutto è ordinato come in un’aiuola di una stazione ferroviaria, folle d’altra parte è pensare che non vi sia nulla di meglio che lasciar fare alla natura». Il giardino, in effetti, è un punto d’incontro fra il libero flusso della vegetazione e il pensiero umano. Forse questo accade in ogni ambito: quando scrivo, per esempio, ripeto le stesse narrazioni che l’umanità racconta da sempre – l’eroe, l’ostacolo, il tradimento, la redenzione – ma nello stesso tempo le incarno in un qui e ora che mi appartiene, con i suoi difetti, le sue acciaccature. Con la sua irripetibilità.

Ma sto divagando. Torno al giardino, dove la pioggia ha disfatto alcune rose che trionfavano pochi giorni fa. In compenso ne ha fatte crescere altre: alcune sono sul punto di schiudersi. In questo caso, sembrano dare ragione a Sackville-West: hanno ricevuto una potatura sommaria, un po’ di concime ma niente di che, eppure mi sembra che stiano bene. Il grande giardiniere William Robinson (1838-1935) cita la lettera ricevuta da un suo corrispondente, un tale Greenwood Pim, il quale asseriva che le rose rampicanti «lasciate a sé stesse offriranno il miglior spettacolo possibile, e per ottenerlo è sufficiente fornire loro un terreno profondo e compatto e assicurarsi che abbiano una discreta quantità di luce da ogni lato».
Ecco, mi sembra che questo possa essere un auspicio per il mio lavoro. Non so che cosa vorrò e riuscirò a scrivere ancora. Non so nemmeno quanto chi legge possa apprezzare le mie storie, come quella che racconterò nel nuovo romanzo in uscita fra pochi mesi. Per conto mio, posso solo tentare di vivere meglio che posso, badando ad ascoltare le persone, a leggere, a osservare il mondo. In questo modo fornirò alle storie un «terreno profondo e compatto», assicurandomi che «abbiano una discreta quantità di luce da ogni lato».

Certo, l’insicurezza nel mio caso è sempre in agguato. Mi chiedo: sarò all’altezza? Riusciranno i miei romanzi a cogliere lo spirito della nostra epoca? O potranno almeno aiutare qualcuno a passare qualche ora in maniera piacevole? Mi chiedo però se sia davvero necessario. Quando si cerca d’intercettare il presente, si sprofonda nel passato. Basta guardare il flusso di post di qualunque rete sociale e paragonarli invece a queste rose bagnate, che sono sempre d’attualità. Per giunta le rose – nella loro gloriosa inutilità – sono sempre una buona notizia. Lo scriveva già Dante:

ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
lo prun mostrarsi rigido e feroce
poscia portar la rosa in su la cima.

Dall’altra parte del mondo, poco più di un secolo prima di Dante, rifletteva sui fiori e sui pruni anche lo stesso Saigyō, con il suo bastone di bambù.

kono haru wa
shizu ga kakiho ni
furewabite
ume ga kaori tomemu
hito shitashimamu

Per questa primavera
voglio fare amicizia
con chi si accosta
alla mia siepe dimessa
cercando il profumo di pruno

Ecco, in fondo si tratta di «fare amicizia». Benché la siepe sia «dimessa», il profumo è sempre unico, è sempre dotato di personalità: nessuna intelligenza artificiale riuscirà mai a sprigionarlo. L’odore di una rosa o di una storia serve se crea un legame, anche minimo, anche provvisorio, se getta un ponte ideale fra me e gli altri, fra me e il mondo. Ho cominciato a raccontare quando fingevo che la ranza trovata con mio nonno fosse un cavallo o una spada, continuo adesso che sono più vecchio e medito nel giardino intriso di pioggia. In fondo non c’è altro da dire.

Di solito per il mio compleanno pubblico un racconto inedito. Quest’anno però faccio un’eccezione. Visto che come dicevo sta per uscire il prossimo romanzo, di cui sto correggendo l’ultima stesura, mi permetto invece di mettere il link a una lunga intervista con Michela Daghini, andata in onda di recente alla radio svizzera. Se qualcuno non ne avesse abbastanza di queste divagazioni sulle rose e le favole, qui troverà altri cinquantotto minuti di parole.

Ascolta l’intervista

Dopo le parole, viene il tempo del silenzio.
Ricomincia a piovere.
Lascio il giardino, torno in casa. La mia figlia più piccola, che ha poco più di tre anni, ha detto di avere cucinato con sua madre «una torta a forma di volpe» per il mio compleanno. «Devi assaggiarla!» mi ordina. «Senti come profuma!»
Prima di chiudere – e prima di mangiare – ecco il sottofondo. Può accompagnare sia la lettura, sia la contemplazione delle rose. È il brano To a wild rose, composto da Edward Mac Dowell nel 1896 e interpretato con il sax tenore da Sonny Rollins a Montreux nel 1974. Buon ascolto, a presto!

PS: Ecco infine le indicazioni dei libri che ho citato. Saigyō, Poesie dal mio rifugio, a cura di Peter Otiv Norton, traduzione di Matteo Contrini, La Vita Felice, 2020. Vita Sackville-West, Un giardino per tutte le stagioni, traduzione di Marta Suatoni, Franco Muzzio, 1991 (2002); il libro contiene una raccolta degli articoli che Sackville-West pubblicò nella sua rubrica di giardinaggio sull’Observer fra il 1946 e il 1961. Ippolito Pizzetti, Rosa, in Fiori e giardino, Garzanti, 1998. William Robinson, Il giardino naturale, traduzione di Melani Traini, Franco Muzzio, 2014; il testo originale è un grande classico della letteratura sul giardinaggio: risale al 1881 ed è tuttora valido. Le parole di Montaigne provengono dal primo capitolo del terzo libro dei Saggi, i versi di Dante dal canto XIII del Paradiso (vv. 133-35).

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Il mio arabo

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A volte le parole s’insinuano nel mio taccuino seguendo dei percorsi misteriosi. Ci sono frasi che non ricordo di avere mai letto, né tanto meno trascritto, eppure sono lì, nere nel bianco della pagina. La grafia, spigolosa e faticosa, è la mia. Sono riflessi di un Andrea del passato prossimo che ha letto, si è stupito… e si è dimenticato. Per fortuna, prima dell’oblio, ha pensato all’Andrea di oggi, che si trova così una bella frase dell’autore francese Amin Maalouf: «Per restituire alla nostra umanità disorientata qualche segnale di speranza, occorre andare ben oltre un dialogo delle culture e delle credenze, e progredire in un dialogo delle anime. Questa, in questo inizio del secolo XXI, è la missione insostituibile dell’arte.»

In tempi di conflitti e rancori, queste parole accendono un lampo. La domanda che mi tormenta è: che cosa posso fare io? A che cosa servono le mie parole dentro il grande fiume, dentro l’alluvione di frasi dette, scritte, stampate? Certo, se uno pensa così non scrive più. Invece io di recente sto provando a finire un romanzo in sospeso da troppo tempo. Non è una storia che parli di guerra o di genocidio, non lancia grida d’allarme. Però, proprio in quanto narrazione, tenta di capire. Solo il fatto di mettersi nei panni di un personaggio, che sia il protagonista di un dramma esistenziale, di un giallo o di un racconto umoristico, è un piccolo tassello di quel «dialogo delle anime».
Detto questo, è possibile anche affrontare direttamente le questioni di attualità. Da una parte, anch’io come tutti mi tengo informato, quando posso do una mano a chi è nel bisogno. E questo non richiede pubblicità. Dall’altra parte, come scrittore, negli ultimi anni mi sono cimentato in un’impresa un po’ folle, di cui una volta o l’altra dirò di più ma a cui voglio almeno accennare.
Ho provato a imparare la lingua araba.
Non so nemmeno perché. Non ho niente in comune con quella cultura, e nemmeno con l’Islam, non ho origini famigliari né amici stretti che provengono dal mondo arabo. All’inizio è stato solo un tentativo di aprirmi all’altro. A ogni notizia desolante di un atto terroristico o di una ritorsione, dentro di me qualcosa si ribellava. Non può essere soltanto questo, mi dicevo. Non può ridursi tutto a suddividere i buoni dai cattivi. E come potrei, anche se ci riuscissi, mettermi dalla parte dei buoni? Posso però stare con le vittime. Di qualunque tipo esse siano: terroristi vittime di un lavaggio del cervello o civili inermi massacrati da altre vittime di lavaggi del cervello. (Con ciò non intendo rifiutarmi di riconoscere le responsabilità di chi compie il male: anche i carnefici però sono in parte vittime, come tutti.)

Ho provato a compiere un gesto: imparare l’alfabeto, i suoni, le parole della lingua araba per gettare un ponte, per essere vicino – da lettore e da scrittore – alle persone che in quella lingua soffrono e lottano.
Sono stati anni impegnativi. Ho raggiunto un livello sufficiente a esprimermi come un bambino. Ho conosciuto persone che hanno arricchito la mia vita e ho scoperto che mi piace scrivere da destra a sinistra (sarà perché sono mancino). Non sono arrivato fino in fondo: sono forse troppo vecchio per dedicarmi a un’immersione totale nella lingua, che sarebbe il prossimo passo. Fatalmente, quindi, dimenticherò (ma non del tutto) anche l’arabo, come molte altre cose. Ma sfogliando il taccuino troverò i miei appunti, le mie traduzioni, i miei tentativi di esprimere qualcosa – anche un pensiero poetico – in una lingua lontana. Lontana? La mia terza figlia, Teresa, ha anche un nome arabo: Amal, che vuol dire speranza. Niente è mai troppo lontano. E nessuna speranza, quando è seminata, resta sterile. Bisogna avere pazienza. Come dicono gli arabi: assabru jamilu, che cosa c’è di più bello della pazienza, quando insiste nel cercare la bellezza?

آخر الأخبار

.أفكّر في السلام بلغة ليست لغتي

في الظلّ تظهر إبتسامة الحقد صفراء

والآراء تطنّ كرصاص.

ولكني أبدأ الدراسة مرة أخرى

.وأكتب تصريف الأفعال. السلام في القواعد

Ultime notizie

Penso alla pace in una lingua che non è la mia. Nell’ombra appare il ghigno malevolo dell’odio e le opinioni ronzano come pallottole. Ma ricomincio a studiare e scrivo la coniugazione dei verbi. La pace sta nella grammatica.

Per ascoltare il testo in arabo:

Per ascoltare la traduzione in italiano:

PS: La prima fotografia mi raffigura mentre scribacchio su un taccuino. Non ha a che fare direttamente con l’arabo, visto che è stata scattata nel nord della Francia. Ma in fondo tout se tient: la frase di Maalouf, ritrovata per caso, era trascritta in francese.
PPS: Ringrazio Enrico Bianda per il libro che si vede nelle fotografie qui sotto: è molto evocativo, pur non essendo quello su cui ho studiato (mi sono avvalso di metodi più moderni, oltre che dello scambio diretto con persone di lingua madre).

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Cose minute

Per ascoltare questo articolo (tranne i Post Scriptum, che presentano una serie di foto):

Nel mese di ottobre sono stato spesso in viaggio, in varie città tedesche, poi in Cina, poi di nuovo a Monaco in Germania. Mi sono trovato spesso nella situazione di essere solo, almeno per qualche ora, in una città straniera. Alla fine, ho riconosciuto che quella condizione non è troppo diversa quella che vivo ogni giorno, nella mia città, fra le cose e le persone che conosco. Sentirsi stranieri non è questione solo di geografia.
Naturalmente la mia è una sensazione diversa rispetto a un totale estraniamento. È vero comunque che nella mia città natale mi capita ancora di perdermi, come facevo da bambino e come mi succede ovunque vada, nonostante il telefono mi aiuti a orientarmi con tutta la forza delle sue app.
Lo smarrimento è un’occasione per fantasticare, purché prima o poi si ritrovi la strada. E mi pare che fra le fine di ottobre e l’inizio di novembre ciò sia ancora più vero. Le città si nascondono, d’autunno. Si fanno più elusive. A bassa voce ci parlano di noi. Ci sono cose piccole, ci sono cose grandi. E tutte sembrano accadere fuori, nelle strade e nei parchi. Ma tutte accadono dentro di noi.

Nella Pinakothek der Moderne di Monaco ho visto un’opera dell’artista tedesca Rosemarie Trockel: Ohne titel (Rorshachtest), 1992. Dentro la macchia ho visto una ragazza che narra una storia di pirati, battendola su una macchina da scrivere. Evocato dalla sua immaginazione, si erge davanti a lei un fortino al centro di un’isola inaccessibile, dov’è detenuto il capitano del vascello pirata. Per liberarlo la sua ciurma si avvale dell’aiuto di una tribù di indigeni, e in particolare dello stregone. Questi è un individuo alto e magro, dall’apparenza serafica e sempre imperturbabile. Fissando la fiamme del fuoco, dopo avere ascoltato la richiesta dei pirati, lo stregone mormora come fra sé: «Forse ho un’idea».
Purtroppo la macchia non dice quale sia l’idea, così ignoro il resto della storia.

La velocità con cui queste immagini si sono affastellate nella mia mente fa da contrasto alla lentezza con cui ho studiato un’altra opera: Erdtelephone, composta nel 1968 da Joseph Beuys. Ho girato intorno all’installazione. Ho scattato una foto alla scultura con il mio iPhone, che è assai diverso dai due telefoni nella teca: un apparecchio nero tradizionale, vecchio stile, accanto a un mucchio di terra che ricorda vagamente la forma del primo. Dopo qualche minuto ho pensato: non è forse così? Non sono forse fatte di terra tutte le nostre linee rapide, i nostri messaggi, i cuoricini e i pollici alzati nell’universo impalpabile dei social network?
Sono fatte di terra anche le parole che scrivo in questo momento.
La velocità con cui una macchia mi ha portato una storia non potrà mai venire raggiunta da nessun congegno meccanico né da nessuna cosiddetta intelligenza artificiale. C’è qualcosa dentro di noi che supera la terra, che dà un senso alla polvere. Questo punto di conoscenza può essere avvicinato dalla tecnologia, ci mancherebbe. Ma si trova proprio oltre la frontiera, là dove la tecnologia ritorna terra.

Il mio soggiorno a Monaco è rimasto sospeso fra due poli: la fantasia e la terra. È l’impasto fra queste dimensioni che crea le storie, le mie così come quelle di tutti. Perché le mie non sono diverse dalle altre: le storie non appartengono a chi le scrive ma sono racchiuse nella realtà, proprio come i miei pirati erano dentro la macchia di Rosemarie Trockel.
L’arte di scrivere consiste più nel riconoscere che nell’inventare.
In questo inizio di novembre, sono grato ai miei viaggi per avere affinato il mio sguardo. Anche questo è avvenuto grazie a un impasto fra terra e fantasia, fra immaginazione e materia inerte. Soprattutto, è nella rivisitazione dopo il viaggio che s’impara a distinguere ciò che si è visto. Appena tornato a casa, ho cercato una poesia di Pierluigi Cappello che rileggo sempre all’inizio di novembre. S’intitola proprio Novembre, ancora. Si apre su una scena di paesaggio: «C’è l’azzurro, quasi bianco in fondo, / dove segue i profili delle creste, / c’è, con l’odore di foglie morte, / questo novembre che tarda a farsi novembre / e poi una mattina aperta, la pulizia delle forme».

È proprio questa «pulizia delle forme» che mi ha colpito durante i miei viaggi. Cappello prosegue annotando una scena e la sua difficoltà nel descriverla: «davvero, non saprei dire quando le parole cadono lontane, / né come la luce diventi silenzio, questa, per esempio, / su questa facciata che le finestre riflettono muta / o sull’opaco di una mentre sale in bicicletta la strada, / l’intralcio delle borse appese, una fatica già avanti negli anni, / remissiva, desolata.» Io ho visto paesaggi diversi, scene diverse, ma ho ritrovato la medesima tensione verso la piccolezza, verso le cose che nota solo chi si smarrisce: «C’è, nella desolazione, un che di candido, / un transito delle cose minute, la ruggine che affiora, / l’erba che spacca l’asfalto.» Ecco, è proprio così. Nel finale della poesia Cappello si rivolge a me, parlando forse a sé stesso: «E, dentro il rodere del tempo, tu, / con la tua cuffia pesante, con le tue mani in tasca / e un filo di freddo infilato sotto il maglione. / Mettici anche i pochi metri che ti separano da casa, / un saluto frettoloso e un saluto lasciato cadere / nella luce che non dice altro che sé stessa / e allora, nella mattina aperta, pulita nelle sue forme, / alzi lo sguardo di tutte le volte che non hai guardato».
Quante volte non ho guardato.
Quante volte, specialmente nei luoghi che conosco bene, non sono stato abbastanza straniero.
I parchi di Monaco, le sue strade luminose, le attese, i colori, il traffico, i telefoni di terra e le macchie colme di pirati, tutto è un promemoria. Anche la desolazione di Dachau, la raffinatezza del castello di Nymphenburg, tutto ciò che rischia di essere solo un’immagine di passaggio, colta e fotografata in un riflesso turistico. Spero che non sia così. Spero che ogni frammento rimanga dentro di me e che, nella tensione fra terra e fantasia, mi insegni a vedere sempre meglio.

PS: La poesia di Pierluigi Cappello è tratta da Stato di quiete. Poesie 2010-2016, Bur, Milano, 2017.
PPS: Ho scritto qui del viaggio in Cina.
PPPS: A Monaco, come dico meglio qui, ho tenuto una conferenza in occasione della Settimana della lingua italiana nel mondo. Ringrazio l’Istituto italiano di cultura e il consolato svizzero per l’organizzazione e per l’accoglienza: è stata una serata memorabile, ricca d’incontri e di scambi. Ringrazio anche gli studenti e i docenti del Liceo Diocesano di Breganzona che mi hanno accompagnato nella mia seconda visita, due settimane dopo; il viaggio si è dipanato come un laboratorio creativo sullo sguardo e la parola.

(Dachau)
(Nymphenburg)

PPPPS: Qualche volte, nei musei, lo sguardo indugia su chi osserva tanto quanto sulle opere. In fondo, anche gli esseri umani sono un’opera d’arte. Qualche contemplazione rubata – non me ne vogliano i contemplatori – nelle fotografie seguenti.

PPPPPS: Anche l’autore di queste righe era fra i contemplatori, come documentano le prossime immagini. Nel primo caso, si sentiva a pezzi; nel secondo, è stato colto nel gesto atavico dello sbirciare. Stava forse contemplando i nodi narrativi di una delle opere esposte alla Pinakothek der Moderne. Ora non ricordo il nome dell’installazione, ma forse è meglio così: sono i nodi di ogni possibile storia immaginabile, ordinati eppure sempre disordinati.

PPPPPPS: Infine, in un dipinto esposto alla Alte Pinakothek, può capitare d’intravedere un altro telefono. Solo che stavolta non è un telefono di terra, bensì di fantasia. L’opera infatti risale al 1850/60. S’intitola Die Erwartete, di Ferdinand Georg Waldmüller (1793-1865).

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L’importanza della mucca

Per ascoltare questo articolo:

Che cosa racconta l’azione ripetuta di pedalare?
Si tratta di chiudere il cerchio. Pedalare mette in movimento il corpo e i pensieri. È un piccolo arco narrativo: l’eroe si avventura, rischia, teme, sta per smarrire la via, poi trova una ragione per tornare.

La storia che racconto mentre pedalo è senza parole. Questo mi conforta, visto che mentre lavoro non faccio altro che cercare le parole giuste. Perfino in questo momento cerco delle parole per riferire di un giro in bici fra Bellinzona e le montagne della valle di Blenio.
«Siete una bandiera!» dice Giacomo, mentre io e Giona pedaliamo affiancati. In effetti il rosso della sua maglia e il blu della mia ricordano la bandiera del Canton Ticino. È una sorta di mise en abîme, essere la bandiera del posto in cui si pedala. Intorno ci sono il verde dei prati, ancora glorioso nonostante l’autunno, il marrone dei ricci di castagno, l’azzurro del cielo pulito dalla pioggia dei giorni scorsi.
E una mucca.
Questo è ciò che mi porta a scrivere: l’importanza della mucca.

Da quando sono bambino penso che le mucche la sappiano più lunga di me. Il fatto che non dicono niente non deve ingannare; anzi, depone a loro favore. Questa mucca in particolare mi guarda nel modo in cui guardano i bovini, intimo e lontano insieme. Mi fermo, smonto dalla bici. Fotografo la mucca. Per fortuna lei non se ne risente e continua a non fare commenti. Quando si rumina, non si ha tempo per le chiacchiere.
Poco dopo, sulla salita verso Ponto Valentino, mi chiedo se l’essenza del mio lavoro non consista nel ruminare. A differenza delle mucche, oggi quasi tutti amiamo prendere la parola per dire qualcosa. Con un romanzo o con un post, con un’intervista, una conferenza, una lezione, una canzone, un articolo, un reel, una dichiarazione d’intenti, un discorso alla nazione, metteteci quello quello che volete. Una poesia o un’imprecazione.
Prima di parlare, però, le parole vanno ruminate per il tempo necessario.
La mucca rumina, rumina, rumina e alla fine non parla. Per noi è difficile arrivare a tali vette, essendo soltanto dei poveri esseri umani, ma la via è quella.
Non basta pensare prima di parlare. Bisogna ruminare.
E nessuno può farlo al posto nostro.

Scrive Mario Luzi in Versi d’ottobre: «È qui dove vivendo si produce ombra, mistero / per noi, per altri che ha da coglierne e a sua volta / ne getta il seme alle spalle, è qui / non altrove che deve farsi luce.»
Qui, nel cerchio della pedalata. Su questa strada. In questo pomeriggio d’autunno. Qui, nella fatica. In ogni accezione che si voglia dare al termine: fatica di stare al mondo, di pedalare, di ruminare.
«È passata, ne resta appena traccia / l’età immodesta e leggera / quando s’aspetta che altri, / chiunque sia, diradi queste ombre. / Quel che verrà verrà da questa pena.»
È una verità evidente mentre si pedala: «Quel che verrà verrà da questa pena». È forse più difficile, per me, capire che la frase è vera anche mentre mastico la vita quotidiana. Che cosa aspetto «oggi, oggi che il vento / balza, corre nell’allegria dei monti / e a quell’annuncio di vino e di freddi / la furbizia dei vecchi scintilla fra le grinze?» Più che aspettare, rumino. E spero che le parole, se ben ruminate, poi vadano a segno.
«Quel che verrà verrà da questa pena.»

PS: La poesia di Luzi è tratta da Onore del vero, Neri Pozza, 1957, poi confluito in Il giusto della vita, Garzanti, 1960.

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