La solitudine del formichiere

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Lorenzo ha diciannove anni e vive allo zoo di Zurigo. È uno dei più vecchi formichieri del mondo. Anzi, per essere precisi è un tamandua (Tamandua tetradactyla): è lungo circa un metro dalla punta del naso alla fine della coda, ha una lingua di quaranta centimetri, è di indole solitaria e divora qualche migliaio di formiche al giorno. Un anno fa i responsabili dello zoo ebbero l’idea di farlo socializzare con un gruppo di scimmie leonine (Leontopithecus rosalia). Ma le scimmie, che sono animaletti vivaci, dalla coda lunga e dalla pelle color albicocca, non erano d’accordo. Entrambe le specie sono originarie del Sudamerica, tuttavia questo non basta per fondare un’amicizia. In linea di massima Lorenzo si sarebbe anche adattato alla compagnia, non avendo grandi esigenze se non quella di passeggiare fra i tronchi d’albero aspirando formiche. Le scimmie però adottarono un atteggiamento di chiusura, arrivando a episodi di bullismo e costringendo il vecchio formichiere a rintanarsi nel suo buco. Secondo gli specialisti, probabilmente il maschio riproduttore dei leontopitechi si era sentito attaccato nel suo «Sicherheitsbedürfnis», cioè nel suo bisogno di sicurezza. Immagino che gli stessi specialisti avranno provato a spiegargli che il placido Lorenzo non intendeva mettersi in competizione con nessuno; ma si sa, i maschi riproduttori talvolta sono lenti a comprendere le cose.
Appena scendo dal tram, in una Paradeplatz inondata dal sole, mi sento un tamandua tra le scimmie leonine. Mi guardo intorno e mi accorgo che il luogo è pieno di gente che si sta divertendo, che si è appena divertita o che sta per andare a divertirsi. Ragazzi glabri e abbronzati, fanciulle che schioccano le infradito, famiglie che fanno jogging. Nessuno ciondola senza combinare niente: anche il divertimento, qui, è una cosa seria. Un uomo lucido di sudore si avvicina correndo e quasi mi travolge, mentre un gruppo di turisti consuma un’orgia di selfie. Cerco di rifugiarmi sotto la tettoia, ma tutto è diverso. Le panchine sono semivuote, l’edicola è chiusa e le scale che portano ai bagni sono disseminate di cartelli inquietanti: pavimento scivoloso – scale sdrucciolevoli – superficie viscida – badate a voi!
Passano meno tram. A momenti Paradeplatz diventa quasi silenziosa, percorsa da lontani scampanii che sembrano già un ricordo, come uno di quei sogni sognati il mattino presto, prima di svegliarsi, e subito dimenticati. Poi appaiono cappelli di paglia, tavole per nuotare nel lago, cesti da picnic, palette di plastica per la sabbia. Vedo una sola cravatta ma è rossa a pallini gialli, quindi forse non conta.
Leggiamo una poesia di Anna Achmatova.

No, non sotto un cielo straniero,
non al riparo di ali straniere:
io ero allora col mio popolo,
là dove, per sventura, il mio popolo era.

Esistono cieli che non siano stranieri? Esistono luoghi che possiamo definire “nostri”? Credo di no, e infatti i versi parlano di un popolo, non di un luogo. Ma è difficile per me riconoscermi in questo popolo domenicale, almeno finché non mi rendo conto che ne faccio parte anch’io. Come sempre, c’è chi è più tamandua e chi è più scimmia leonina. Ed è normale che i tamandua ogni tanto si sentano soli.
Yari e io abbiamo pianificato di visitare lo zoo di Zurigo con alcuni amici e famigliari. Ecco dunque che anche il nostro gruppo, mentre si raduna intorno a una panchina ombreggiata, diventa un frammento di popolo: voci, saluti, richiami. All’angolo della panchina, fra l’altro, c’è un uomo che dorme con il capo posato sopra una valigia. È immobile, e resta così per almeno quaranta minuti, mentre noi studiamo gli orari dei tram, acquistiamo i biglietti, telefoniamo agli amici. Quando l’uomo si sveglia e incrocio il suo sguardo un po’ smarrito, all’improvviso, per un attimo, avverto un moto di riconoscimento.
Dopotutto, i tamandua sono più numerosi di quanto credessi.

[AF]

*

Non so quanto si possa considerare permalosa una piazza. Vero è che Paradeplatz, nel momento del bisogno, non si fa problemi a fartela pagare. Succede infatti che quando la domenica decidi di andare allo zoo di Zurigo con Andrea e le rispettive famiglie, raggiungendo a piedi la famosa piazza per uno sguardo furtivo, di passaggio, quasi scherzoso, come a dire «eccola» sorridendo sotto i baffi che non hai (ma sogni di avere), ebbene succede che una voce fuori campo ti chieda con misurata sufficienza: dove pensi di andare? E scopri in breve tempo che i tram diretti allo zoo non esistono. I tram che fino a un giorno prima – e per tutti i mesi che hai frequentato la piazza – portavano fieri sulla loro ampia fronte il capolinea «ZOO» non esistono. I tram che ancora ieri scampanellavano selvaggiamente per farti notare che se c’è qualcuno che deve spostarsi sei tu e solo tu (e anzi datti una mossa) non esistono.
La tabella degli orari sembra una vignetta satirica: da lunedì a sabato una rete fittissima di arrivi e partenze, delle colonne dense di numeri neri come il carbone, come se lo zoo di Zurigo fosse il centro del mondo; e poi sulla destra, placida, una colonna bianca come la rampa del salto con gli sci, una striscia di vuoto cosmico, a rappresentare naturalmente la domenica. Spiegalo tu, a una piazza, che si può anche intraprendere il viaggio combinando le attività, unendo l’utile al dilettevole (come dice chi si vergogna di fare qualcosa di utile e vuole sottolineare a tutti i costi la presenza del dilettevole; o per i più strani il contrario), non avere insomma come Scopo Ultimo di un viaggio a Zurigo l’osservazione di Paradeplatz. Ma niente, tram non ce ne sono, la piazza indispettita guarda altrove, se ne va a «culodritto» direbbe Guccini, e a noi tocca incamminarci con il pranzo al sacco alla ricerca di un altro luogo di partenza, magari un luogo più accogliente, simpatico e meno suscettibile. (Sì, l’ho presa benissimo questa cosa dei tram.)
Certo, incamminarsi in gruppo con un passeggino e qualche sacco, scoprendo qualcosa di nuovo a ogni occhiata, sottolinea una volta di più la nostra estraneità al tessuto urbano zurighese. Se in Paradeplatz non ci sentiamo più del tutto stranieri, bastano pochi metri per ripiombare nei panni dei forestieri. E in fondo, anche la familiarità con Paradeplatz è soprattutto una nostra proiezione. Basta guardare l’architettura e l’utilizzo della piazza, leggere le insegne, ascoltare gli avventori: tutto porta lontano dalla nostra cultura d’origine e dalla nostra lingua madre. Non c’è nulla di più intrigante, beninteso, ma la distanza rimane; e, pur con qualche eccezione, rimarrà. Insomma siamo e resteremo stranieri, a meno che il concetto non risulti obsoleto. Quando penso alla geografia, per esempio, o più precisamente all’appartenenza a un luogo, i miei sentimenti sono molto diversi da quelli che potevano avere i miei avi (che del resto erano ovunque, salvo nei luoghi in cui sono nato e cresciuto).
Credo che Andrea abbia ragione: non ci sono luoghi che possiamo definire “nostri”. L’appartenenza e il radicamento sono da ricercare altrove. Possono essere un popolo, come appunto per l’Achmatova: «io ero allora col mio popolo, / là dove, per sventura, il mio popolo era» (in un testo che apre un ciclo intitolato, simbolicamente, Requiem). Possono essere la nostra lingua o la nostra cultura, come avrei tendenza a credere. Possono essere un ideale o un sogno. In ogni caso, dubito si tratti di qualcosa che potremmo fissare e scolpire nella pietra: più probabile che sia volubile e volatile. Ancorché necessario.
Mi piace sempre ricordare Simone Weil, che ne La prima radice afferma: «Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana. È tra i più difficili da definire. Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale, all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice. Partecipazione naturale, cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente. Ad ogni essere umano occorrono radici multiple. Ha bisogno di ricevere quasi tutta la sua vita morale, intellettuale, spirituale tramite gli ambienti cui appartiene naturalmente».

[YB]

*

Infine, stanchi ma felici, tornammo a casa. Così un tempo finivano i temi scolastici. Ora si tende a evitare quel passato remoto tanto perentorio e, soprattutto, non è sempre chiaro dove sia “casa”. Un altro “pensierino”: Oggi andammo allo zoo. L’animale che più mi piacque…
Yari, quale animale maggiormente ti piacque allo zoo di Zurigo?

[AF]

*

Caro amico di penna,
il gorilla è il mio animale preferito. Mio papà dice che ci sono diversi tipi di gorilla, ma sono sempre pelosi. Sono neri e anche un po’ grigi. Allo zoo di Zurigo c’è un gorilla che è anche più vecchio del mio papà. È nato nel 1977. Quando lo guardi lo capisci che è più vecchio e che ha visto più cose e sa anche molte più cose di te.
Quando lo guardi per tanto tempo forse anche lui ti guarda. Il gorilla ti guarda sempre in modo triste. Forse perché è chiuso in uno zoo o forse perché è solo triste di essere triste. Ma lui lo sa di sicuro perché è vecchio e saggio. Il mio papà mi ha detto che lui invece non lo sa. Quando il gorilla mi guarda divento triste anch’io, ma non so perché. Sono triste senza saperlo.
Scrivimi presto.
La tua amica di penna

[YB]

PS: Un ringraziamento speciale a Martina e Gregorio. Le informazioni sugli animali provengono dalla newsletter e dal sito dello Zoo di Zurigo.

PPS: I versi di Anna Achmatova fungono da epigrafe al ciclo intitolato Requiem, che si può leggere in Poema senza eroe e altre poesie (Einaudi, 1966; traduzione di Carlo Riccio).

PPPS: La canzone di Francesco Guccini Culodritto, dedicata alla figlia Teresa (allora bambina), è nell’album Signora Bovary, uscito nel 1987. Comincia così: «Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti / e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti, / ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare / e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare»…

PPPPS: La citazione di Simone Weil è in La prima radice (Edizioni di Comunità, 1954, ripubblicato nel 2017; traduzione di Franco Fortini).

PPPPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio e giugno.

 

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A Zurigo, sulla luna

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Di fianco a noi siede un ragazzo olivastro.
Barba scura, maglietta nera e scarpe
da ginnastica. Sull’orecchio un brillante
pacchiano. Fissa il suo telefono, poi aggiusta
nelle orecchie gli auricolari. Solo quando si gira
mi accorgo che i suoi occhi sono più azzurri
del vento, senza macchie, e si spalancano
densi come nubi. La piazza riflessa è diventata
minuscola, ora, noi tutti siamo punti dispersi
che non ritrovo, che si sommano ad altri
nel profondo marino di depositi e secoli.

Finché si alza, ride forte e riparte. Anche lui
torna presto insignificante.

[YB]

*

Quando non ci vedi più, immagini tutto. Le cose che sono, quelle che sono state. Le cose che potrebbero essere. Ho negli occhi il paesaggio della mia infanzia – il deserto, le vie della città vecchia, i minareti – e ho nelle orecchie le voci di questa piazza. Ho nelle narici i suoi odori. La campana del tram risuona anche troppo vicina. Il negozio di tabacchi si protende fino a me, insieme alla bottega del fioraio, alla pasticceria, all’edicola con i giornali freschi di stampa. Raggiungo in fretta il marciapiede, prima che arrivi il prossimo tram. Muovo il bastone davanti ai piedi, esplorando l’asfalto. Percepisco i corpi che si scansano per lasciarmi passare.
Mi siedo. Sono stanco. Il cervello lavora per ricostruire lo spazio, immaginando la distanza fra le persone, i palazzi delle banche, il volto di una madre che spinge una carrozzina. Ma nello stesso tempo, con poca fatica, il cervello immagina mia madre: i suoi denti bianchi quando ride, il velo ciclamino dei giorni di festa, le sue mani che impastano la farina. Mia madre, morta da anni, scivola in mezzo a un gruppo di ragazzi in gita scolastica. Il cielo senza confini non è più remoto del piccione che beccheggia a pochi centimetri dalle mie scarpe. Che cosa scegliere?
Potrei vedermi da vecchio al mio paese. Potrei vedermi all’altro capo del mondo. Potrei vedere una donna bellissima sopra i tacchi che si muove, si ferma, si muove. Potrei vedere le labbra che pronunciano parole in tedesco, in inglese, in spagnolo, in italiano, in altre lingue che non conosco. Una donna chiacchiera in arabo al telefono. Rihla sa’ida, buon viaggio. E io resto sulla panchina, con i pensieri che fuggono. Sento una ragazza che dice a un’altra, in tedesco: hai visto che occhi, quello lì? Guarda come sono chiari! Capisco che stanno parlando di un uomo seduto accanto a me. Non so se sia vecchio, se sia giovane, se sia straniero. Lo sfioro delicatamente sul braccio. Lui si volta, mi guarda.
Occhi blu, silenziosi come il mare sognato, come il cielo ricordato, come il tempo della giovinezza e come i pomeriggi che non finiscono mai. Mormoro due parole di scusa e avverto il suo imbarazzo nell’accorgersi che sono cieco. Lui torna a voltarsi dall’altra parte. L’invisibile azzurro del suo sguardo resta con me, ancora per un po’, nel vasto incrocio di Paradeplatz.

[AF]

*

Indietreggiare può fare bene, ogni tanto. Ritornare sulle proprie idee, mostrarsi timidi, lasciare spazio a qualcun altro. Così, all’angolo di Paradeplatz, invece di avanzare sicuri con i nostri taccuini in direzione della solita panchina, indietreggiamo un passo dopo l’altro, fino a ritrovarci all’interno di una corte ricca di marmi, bancomat e boutiques. Qualche metro ancora e compare un bar lussuoso agghindato con qualche pallone, bandierine, finte zolle di finta erba e un trionfante calcio balilla a ricordare il comune gaudio (mezzo mal?) dei campionati del mondo in Russia. Giunge l’eco di frasi lontane, pronunciate a mezza voce dentro un cellulare. Intorno domina la perenne staticità delle pietre levigate. L’unico movimento è quello di una fontana che, sul fondo, lascia intravvedere alcune frasi che scorrono. Sono desideri apparentemente inesaudibili, espressi in più lingue: respirer sous l’eau, essere invisibile, auf einem Teppich fliegen, die Zeit anhalten, be wherever I want…

“Siamo quello che siamo”, si sente dire ogni tanto: “prendere o lasciare”. Invece siamo molto più spesso quello che non possiamo diventare e quello non siamo riusciti a fare. Poco male, la poesia che abbiamo portato con noi sembra proprio uscita da quella fontana e dal flusso di parole: è un’ottava dell’Ariosto, tratta dall’Orlando furioso, dall’episodio di Astolfo sulla Luna (alla ricerca del senno di Orlando).

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.

La Luna: ecco dove finiscono i vani disegni e i vani desidèri che rincorriamo per tutta la vita, e che non di rado ci plasmano e ci trasformano. Non si contano, sono moltissimi, e infatti la più parte ingombran di quel loco. Un loco speciale, lassù. Luminoso nel cielo di notte e appena accennato nel cielo di giorno, quando il colore dell’aria non è troppo intenso.
Indietreggiare fino alla Luna: presto scompare Zurigo, poi la Svizzera e l’Europa, i territori si dissolvono nel blu, l’orologio non scorre, la gravità è relativa, spazio e tempo sono una cosa sola, noi ci siamo e non ci siamo.
«Luna!», dice mia figlia di un anno e mezzo indicando il cielo con il dito fragile e deciso. «Sì, è la Luna», rispondo ogni volta. E insieme spalanchiamo gli occhi.

[YB]

*

Altre cose viste: due ragazze che si scattano un selfie davanti ai bancomat; un cieco che entra da Sprüngli; ventinove fra uomini e donne che camminano con un bastone (compreso il cieco); due scolaresche; un uomo che si soffia il naso nella maglietta; un mozzicone di sigaro cubano in un vaso; una donna con un velo ciclamino; una madre che sprona i figli a camminare gridando, in italiano, «È laggiù la fontanella!»; tredici carrozzine; innumerevoli cravatte; nuvole; bandiere; un elefante a rovescio; due monaci buddisti con l’ombrello; un carretto a pedali che trasporta champagne; due donne che indossano abiti dello stesso colore del cielo; un candelabro; cani; sigarette; ciclisti; un uomo altissimo.

[AF]

PS: Ludovico Ariosto pubblicò per la prima volta il suo poema nel 1516. Abbiamo citato l’ottava 75 del canto XXXIV (Ludovico Ariosto, Orlando furioso, a cura di Lanfranco Caretti, Einaudi, 1966; 2015).PPS: Scoprire che il tempo non scorre, e anzi non esiste in quanto tale, può dare qualche vertigine. Ma come dice Carlo Rovelli, «L’assenza del tempo non significa […] che tutto sia gelato e immoto. Significa che l’incessante accadere che affatica il mondo non è ordinato da una linea del tempo, non è misurato da un gigantesco tic-tac […]. È una sterminata e disordinata rete di eventi quantistici. Il mondo è più come Napoli che come Singapore» (in L’ordine del tempo, Adelphi, 2017).

  

 

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Festa danzante

Una notizia di cronaca spicciola: è tornato in libreria il romanzo L’arte del fallimento (Guanda 2016), stampato dall’editore TEA in formato tascabile. Un’altra notizia, ancora più spicciola: oggi compio quarant’anni. Non so perché, le due novità s’incrociano nella mia mente. Ma è una sovrapposizione pericolosa.
L’arte del quarantesimo.
Fallire un compleanno.
Quarant’anni di fallimenti.
I titoli ronzano come zanzare. Per distrarmi, sfoglio il romanzo. Rivedo con piacere quel piccolo refuso che ha resistito per tutte le fasi della revisione, superando indenne le varie bozze e ristampe e, a quanto pare, anche l’edizione tascabile. In fondo è giusto così: L’arte del fallimento non sarebbe la stessa senza errori di stampa. Ma non voglio rivelare niente: i refusi vanno scovati in solitudine.
Gli occhi mi cadono su un paragrafo in cui, alle prese con i suoi fantasmi, Elia Contini se ne va a camminare nei boschi. Non è un esercizio fisico, quanto un modo per accedere alla parte misteriosa dell’esistenza. Le volpi di Corvesco sono un segnale che viene dal profondo, dall’invisibile. Non c’è bisogno d’incontrarle. Basta cercarne le tracce, avvertirne l’indecifrabile prossimità.

C’era un sentimento che lo teneva legato. Poteva riconoscerlo in un lungo silenzio, o nei fari di un’auto che saliva dal fondovalle. Il bosco pareva soffocante, perfino minaccioso. L’unica salvezza era prendere la macchina fotografica e camminare. Lungo le piste appena distinguibili, a pochi passi da un ruscello o da un dirupo, non c’erano più pensieri, soltanto azioni, e c’erano volpi nell’oscurità, presenze ignote ma vicine.

La figura del camminatore solitario mi fa pensare a una poesia che lessi per la prima volta a diciassette o diciotto anni. È di Mario Luzi e risale al 1954. S’intitola: Nell’imminenza dei quarant’anni. Ricordo il senso d’immedesimazione suscitato dai primi versi: Il pensiero m’insegue in questo borgo / cupo ove corre un vento d’altipiano / e il tuffo del rondone taglia il filo / sottile in lontananza dei monti. Un uomo che cammina nel paesaggio deserto. Un individuo che, a me, pareva già quasi anziano: Si sollevano gli anni alle mie spalle / a sciami. Immaginavo quei quarant’anni d’ansia, / d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide / com’è rapida a marzo la ventata / che sparge luce e pioggia. Leggevo: L’albero di dolore scuote i rami… Pensavo: chissà che cosa vuol dire trovarsi a quello snodo, scorgere l’ombra del proprio passato.
Be’, adesso ci sono.
Nulla m’impedisce di rifare lo stesso gioco. Prendo l’ultimo libro pubblicato in vita da Luzi, a novant’anni. S’intitola: Dottrina dell’estremo principiante (Garzanti 2004). Leggo: Bellezza, lo sentiamo / che sei al mondo. / Qualche transitiva forma / ci illudiamo ti sorprenda. / Da qualche raro volto / ci fulmini e ci incanti. Penso: chissà che cosa vuol dire trovarsi a quel punto estremo, guardare indietro e poi ancora intorno a sé, cercando sempre la bellezza.
A proposito di novantenni. Ieri sera, tornando a casa in macchina sotto la pioggia, stavo ascoltando l’ultimo disco del pianista francese Martial Solal. S’intitola My one and only love (Intuition 2018). È  un concerto per piano solo, registrato live il 17 novembre 2017. Solal aveva compiuto novant’anni qualche mese prima. Secondo il critico Franck Bergerot si tratta di uno dei migliori dischi della carriera di Solal, «un musicista che non ha mai cessato di progredire verso l’essenziale». Un esempio è Sir Jack, sviluppato a partire dal brano tradizionale Brother John (in italiano Fra Martino). Mi ha colpito la leggerezza del tocco, la fantasia, la sapienza del grande improvvisatore che non ha perso la capacità di giocare e meravigliarsi.

Ero già arrivato a casa. Mi sono fermato nel parcheggio e ho aspettato che finisse il brano, con l’accompagnamento della pioggia che batteva sui vetri.

PS: Per l’occasione, voglio invitare le lettrici e i lettori di questo blog a una festa danzante nel villaggio di Saint-Rigomer-des-Bois.

Festa danzante

È un piccolo momento fuori dal tempo, un breve racconto inedito senza volpi, ma con un bar dov’è piacevole bere un boccale di birra.

PPS: La lirica Nell’imminenza dei quarant’anni è tratta da Onore del vero (Neri Pozza 1956), confluita poi nel volume L’opera poetica (Mondadori 1998). Ecco il testo completo delle due poesie: Nell’imminenza dei quarant’anni e Bellezza, lo sentiamo.

PPPS: La citazione di Bergerot proviene dal numero 704 di Jazz magazine (aprile 2018). L’audio con la musica di Solal non è limpido, ma restituisce l’esperienza sonora. Automobile, pioggia, pianoforte. Ascoltare un pianista novantenne che improvvisa su Fra Martino: ci sono modi peggiori per festeggiare un compleanno.

PPPPS: L’altopiano nella foto sopra non è quello di Viterbo, dove camminava Mario Luzi nel ’54, ma quello della Greina, nella parte alta del Canton Ticino. Anche lassù il tuffo del Gypaetus barbatus, in mancanza di rondoni, taglia il filo / sottile in lontananza dei monti.

PPPPPS: Non so se qualcuno sia arrivato fino al quinto post scriptum. Ma se vi restasse ancora tempo, e se ancora non l’aveste guardato, vi ripropongo il video sul romanzo L’arte del fallimento, realizzato da Alessandro Tomarchio con il sax di Alan Rusconi. Qui non si vede nessun tipo di altopiano, ma semplicemente il piano di Magadino, come una pianura padana in formato tascabile fra le montagne.

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Fosforescenze

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Sono tornate le foglie. Anche sugli sparuti alberi di Paradeplatz. Tu cominci a creare delle piccole abitudini, ti sembra addirittura di poterti fidare, conti i dettagli che di volta in volta si ripropongono. Poi la natura si sveglia dal torpore e rimette tutto in moto, spazzando via i tuoi rassicuranti (e per questo transitori) appigli. Naturalmente ci si può nutrire con le spiegazioni più scientifiche: dalle mezze stagioni che non esistono più, ohibò, al miracolo della fotosintesi clorofilliana. Resta però l’impatto visivo, il verde improvviso, la vita che avevi dimenticato. E ancora più forte l’immagine dell’immenso e imperturbabile ingranaggio, quel ciclico vortice che fa di te, nei secoli dei secoli, un nulla insignificante. Anche l’esplosione di vita, insomma, dà le vertigini. Nel mio taccuino, in una breve annotazione di febbraio, avevo scritto: «Pochi alberi bassi e spogli, infilati in una struttura geometrica fredda e calcolata. Li aspetto al varco della primavera». Non sapevo che sarebbero stati loro ad attendermi. Al varco.
La piazza intanto si gode il clima primaverile: colori sgargianti e luminosi, maniche corte, movimento. Un ragazzo fa jogging con una canottiera aderente, in tinta ai pantaloncini e alle scarpe: sfreccia tra i binari dei tram. Anche Andrea si è già alzato con slancio dalla nostra panchina per intrufolarsi nel crocchio di un gruppo turistico. È come se Paradeplatz fosse ringiovanita. O forse sono io a sentirmi più vecchio.
Una signora si avvicina ad Andrea e gli rivolge la parola. Dice di fare attenzione perché ha la stringa slacciata. Lui ringrazia e riannoda. Non si rendono conto che quella stringa era slacciata da gennaio. Conosco bene quelle scarpe: a destra il laccio è sempre stato selvatico, libero. Mentre ora è strozzato in un nodo. Anche le certezze più rocciose, oggi, vengono a cadere.
[YB]

*

Facciamo un passo indietro. Nel 1926, a Zurigo, Erwin Schrödinger scrisse un’equazione differenziale per ciascuna funzione d’onda quantistica. Leggenda vuole che l’ispirazione gli sia venuta mentre contemplava le increspature sulla superficie dell’acqua nella piscina del Dolder. In realtà, a quanto sembra, Schrödinger andava al Dolder soprattutto per guardare le ragazze in costume (ma è pur sempre una faccenda di curve).
Mentre viaggiavo in treno, ho avuto uno scambio di messaggi con alcuni amici a proposito dell’equazione di Schrödinger. Ne avevo sempre sentito parlare, ma non avevo mai capito che cosa fosse. Un amico mi ha spiegato che a livello atomico le componenti della materia non possono essere descritte come ci aspetteremmo: un elettrone non è una pallina con una posizione e una velocità ben definite. Lo stato di un elettrone è rappresentato dalla sua “funzione d’onda”, che descrive una “nube di probabilità” degli stati possibili. Ovviamente, tutto questo vale per gli elettroni, non per i passeggeri dei tram (in nessun punto della sua equazione Schrödinger menziona i tram, né a dire il vero altri mezzi di trasporto). Ma quando si arriva a Paradeplatz in un giorno di aprile, come non sentirsi avvolti da una nube di probabilità?
Perché proprio oggi, e proprio qui, due uomini con la maglietta fosforescente, di due colori diversi, s’imbattono l’uno nell’altro? È un evento eccezionale oppure, calcolando la quantità di uomini fosforescenti che si aggirano a Zurigo, è probabile che simili incontri si verifichino di continuo? L’agglomerarsi di turisti che parlano spagnolo, e il loro fondersi con turisti che parlano inglese, è qualcosa che avviene ogni giorno? O soltanto oggi, per caso? Mi avvicino, mi mescolo al gruppo. Una guida, in inglese, mi raccomanda di avere pazienza: fra poco partiremo. Un’altra guida, parlandomi spagnolo, mi consegna una mappa della città, con un prontuario di frasi utili in inglese, svizzero tedesco, francese e italiano (non si capisce la mancanza dello spagnolo). Indispensabile «I love you» («ich han di gern»; «je t’aime»; «ti amo»). Ma può essere utile anche «I would like» («ich hätti gern»; «je voudrais»; in italiano, misteriosamente: «i molto»).
La guida mi ripete che fra poco partiremo.
Decido di sganciarmi dal gruppo e raggiungo Yari. Mi siedo accanto a lui. Ho una stringa slacciata e l’altra no, giusto per adeguarmi alla nube di probabilità.
Oggi abbiamo portato con noi una poesia di Mariagiorgia Ulbar.

Torno dove termina la strada
dove resta solo il bivio
dove trovo i calcinacci ma anche l’erba
spontanea che ci cresce in mezzo.
Se è malerba non so dirlo
ma i cani contro il male se la mangiano.
Dove finiscono le strade, anche le cose
impacchettate da altri da scartare
c’è una parola piccola su un’insegna
e lì stanno un solco e una crepa
il mio occhio che vede
il mio dito che dentro si infila.

Questo paesaggio estremo, di erba e calcinacci, sembra lontano da Paradeplatz. Oggi però le cose sono ciò che sono e, insieme, ciò che non sono. Circolano le solite cravatte, le solite borse, ma insieme appaiono cappelli di paglia, gonne corte, occhiali da sole. Il meccanismo della piazza funziona come sempre, ma la fragilità primaverile rivela il solco, la crepa che corre fuori e dentro di noi. Anche Paradeplatz, un tempo, era fatta di alberi, prati, cespugli spinosi. Quella piazza fantasma è sempre qui, suscitata dall’immaginazione, nascosta nella nube di probabilità. O forse, semplicemente, evocata dalla nube di pollini.[AF]

*

Parliamo di Schrödinger, della sua equazione e di quel suo esperimento conosciuto con la stupenda dicitura di “Paradosso del gatto” (sembra di rivedere lo Stregatto che è venuto a trovarci a Paradeplatz in febbraio). In realtà, per quanto mi riguarda, mi do solo le arie di uno che parla di Schrödinger. Chi mai potrebbe credere che io abbia veramente qualcosa da dire sulla meccanica quantistica? E infatti il mio massimo contributo alla discussione è una vignetta satirica che trovo grazie a Google.
Le fosforescenze di passaggio, come appoggiate sugli abiti della gente, come convogliate per caso in questo momento di disordine cromatico a cui non sopravvivrebbe non dico uno stilista affermato, ma neppure un apprendista sarto al primo giorno di scuola, ecco che queste fosforescenze si spengono senza preavviso nel più simbolico degli accostamenti: quello della tuta mimetica di un soldato che passa. Forse solo una recluta a giudicare dallo sguardo spaesato, la falcata lunga ma goffa e l’assenza di (obbligatorio) cappellino o basco. Naturalmente una tuta mimetica in mezzo a Paradeplatz è tutto fuorché mimetica. Una sorta di Trova Wally al contrario: vinci se riesci a non vederlo.
In ogni caso, il giovane militare cammina, si ferma, poi ciondola e infine riparte a spron battuto, continuando la sua strana traiettoria fuori dal mio campo visivo.
Sono i miracoli dell’esercito di milizia svizzero e della leva obbligatoria: nell’immaginario collettivo, un’organizzazione strutturata e all’avanguardia, pronta per qualsiasi evenienza (e non sono io a poter dimostrare il contrario); nella vita di tutti i giorni, si palesano invece non di rado sfaccendati neo-maggiorenni in grigioverde che aspettano ordini agli angoli delle strade, nei dintorni di caserme o rifugi antiatomici, poligoni di tiro, zone boschive apparecchiate per esercizi e simili amenità. E verso sera, in treno, se si è fortunati, si condivide il viaggio con intere truppe in libera uscita che tra canti e schiamazzi danno sfogo alla loro ispirazione ingegneristico-architettonica costruendo piramidi con le lattine di birra vuote. Vista la quantità di lattine vuote, non vi è alcuna esagerazione a servirsi del concetto altrimenti abusato di “talento naturale”.
Rimango comunque un poco assorto. L’immagine del militare ha quasi fisicamente rabbuiato i colori che prima riempivano i miei occhi. Ora risaltano i non-colori dei palazzi e della strada pulita, la piatta lucentezza dei binari, le trasparenze delle vetrine. Ricordo anch’io i mesi estivi e autunnali in quella stessa tuta mimetica, a diciannove anni, con un sacco di idee per la testa, ma nemmeno una che riuscisse a suggerirmi il perché (perché fossi lì, a quasi sette ore di treno da casa; perché, dopo gli anni di scuola, dovessi imparare la disciplina, come non esitarono a spiegarci; perché avessi sempre con me un’arma che mi restava sconosciuta, una pistola fredda e scura, estremamente efficace a quanto pare; e insomma, perché e basta). Le mie gambe erano ancora più goffe e lo sguardo senz’altro più perso. Cerco dentro di me alcune immagini di quel tempo non vicino, ma tutto rimane sfocato. Forse mi trovo proprio dove termina la strada, riconosco il bivio, i calcinacci e quell’erba misteriosamente spontanea. Risuona ancora più forte degli altri il verso numero 7 della poesia di Mariagiorgia Ulbar: «Dove finiscono le strade, anche le cose». Già. Anche le cose.
Sono tornato a casa e ora scrivo al mio computer. Ho cercato in cantina la piccola scatola della Posta Svizzera dove ho raccolto gli oggetti legati al servizio militare. L’ho aperta (il mio dito che dentro si infila…) e non c’è quasi più nulla. Ritrovo però il quadernetto dove, durante la cosiddetta “scuola reclute”, avevo appuntato quelle che sicuramente, allora, credevo fossero delle poesie. Le scrivevo prima di dormire, nel letto, sotto la luce della torcia, oppure nelle pause del mezzogiorno. Le rileggo dopo tanti, troppi anni. Sono testi di un’impietosa ingenuità.
Sulla prima pagina scopro una specie di introduzione: «Se devo passare le mie giornate a “sembrare”, qui, su questo foglio bianco, nessuno potrà impedirmi di “essere”». E poi le parole, i versi, ritmati in un approssimativo – quanto ovvio – stile ungarettiano. Solo che a metà ricompare un’immagine. Netta. Sono seduto di fianco alle fontane dove la sera puliamo gli scarponi. È tardi, sono gli sgoccioli della libera uscita. Di fianco a me c’è un compagno che fuma in silenzio. Rivedo tutto: il nero del cielo, la luce soffusa dei dormitori mezzi vuoti, la sigaretta che si rianima a ogni boccata. Ritorno a sentire quel formicolio dietro la nuca, la sensazione di vuoto. Il fumo che danza e richiama «l’oscillare irregolare / del sospiro / che inavvertitamente / ho perso. // Non lo sento, / e la cenere / si porta via il vento».
È strano pensare che oggi potrei scriverne cento o duecento di poesiole così, ma forse mai ritroverò la stessa fiducia nelle parole, di fronte al vuoto.
[YB]

*

Yari scrive. Cioè, fino a qualche minuto fa stava scrivendo. Poi ha salvato il documento e me l’ha inviato. È domenica, e Yari se ne stava a casa davanti al computer, intento a decifrare gli appunti presi durante la nostra visita a Paradeplatz. Con la mente è tornato sotto la pensilina, si è seduto sulla panchina di legno dove termina la strada. Davanti a lui sferragliavano i tram. Poi la piazza reale si è trasformata in un passaggio verso un’altra, più segreta Paradeplatz, un luogo a cui è più difficile tornare. È una radura selvatica, dove cresce l’erba spontanea insieme alla malerba. È il luogo del ricordo, della nostalgia. A volte la luce radente lo trasforma in un prato morbido, colmo di desideri. A volte invece, quando incombe il buio, la radura diventa un intrico di rimpianti, uno spiazzo desolato in cui soffocano i pensieri, i segni, le parole.
Osservando Paradeplatz, all’inizio appare soltanto la piazza esterna. Noi cerchiamo di fissare il mondo nel taccuino: dettagli sui colori, sui rumori, piccole scene che accadono in pochi secondi. Scorgo un ragazzo e una ragazza che si salutano con intensità. Si abbracciano, poi lei dice qualcosa sorridendo, lui torna indietro e l’abbraccia di nuovo. Arriva il tram. La ragazza sale, si siede accanto al finestrino. Il ragazzo, dal basso, le sorride. Lei contraccambia, lo saluta con la mano, mima il gesto di un bacio. A questo punto il tram dovrebbe partire. Ma non parte, perché una donna sta incontrando qualche difficoltà nello spingere una carrozzina con un bimbo in fasce. La ragazza e il ragazzo non sanno che cosa fare. Lei sorride, ancora. Lui sventola le braccia. Quante volte si può ripetere un sorriso? Quante volte si può mimare un bacio? C’è imbarazzo, ma i due tengono duro: persistono a guardarsi negli occhi finché il tram, con un sospiro, si mette in moto verso il capolinea di Morgental.
L’azione di scrutare la Paradeplatz esterna, cercando di captare il suo ritmo, dischiude le vie che portano a quella intima, invisibile. Per questo sostiamo a lungo, prendiamo appunti, scattiamo fotografie. Cominciamo da «pochi alberi bassi e spogli, infilati in una struttura geometrica fredda e calcolata», poi ci spostiamo nel tempo o nello spazio, non importa, ed esploriamo la nube di probabilità. Infine torniamo a casa, ci mettiamo a scrivere. Yari a Berna, io a Bellinzona. È domenica pomeriggio. Senza volerlo, ci ritroviamo nella radura insidiosa dove nascono le storie, le poesie. Abbiamo fiducia che bastino a reggere il deserto? Le parole resisteranno contro il vento che infuria tra i rovi della piazza fantasma?
Non lo sappiamo. Intanto ho già inviato una mail, prima di aggiungere queste ultime righe. Alla sua scrivania, Yari sta già correggendo il testo. Nonostante tutto, Yari scrive.
[AF]

PS: La lirica di Mariagiorgia Ulbar è tratta da Gli eroi sono gli eroi, Marcos y Marcos 2015.PPS: L’immagine con l’equazione di Schrödinger proviene da Ian Stewart, Seventeen Equations that Changed the World (2012). In italiano, con la traduzione di Giorgio P. Panini, Le 17 equazioni che hanno cambiato il mondo (Einaudi 2012).PPPS: Per i dettagli su Schödinger, grazie a Gregorio (e a tutto il gruppo dei neuroni specchio).PPPPS: Ogni mese torniamo a Zurigo e ci sediamo su una panchina di Paradeplatz. Trovate qui le puntate di gennaio, febbraio e marzo.

 

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Zarchè

Prendo un vecchio aspirapolvere e lo porto alla discarica. Lui non è contento. Durante il viaggio guarda con una certa curiosità fuori dal finestrino – un aspirapolvere non ha molte occasioni di vedere il mondo – ma nello stesso tempo sembra rivolgermi un rimprovero perché voglio disfarmi di lui.
– Non sei tu il problema – gli dico. – Sono io.
L’aspirapolvere continua a guardarmi in silenzio.
– Vedrai che starai bene. Troverai qualcuno che sa apprezzarti.
Gli spiego che a casa mia un aspirapolvere guasto è sprecato. Ma la discarica è piena di utensili come lui, con i quali potrà condividere la sua esperienza nel muto linguaggio che parlano le cose rotte.
L’Ecocentro Ex-Birreria, oltre ad avere un nome straordinario, è uno dei luoghi in cui la città di Bellinzona mostra il suo volto più fragile. Forse le mura medievali possono dare un’impressione del tempo che fugge, ma non quanto le insegne all’ingresso della discarica. Sulla sinistra, sopra la targa della via Riale Righetti, c’è un segnale che indica il CENTRO RACCOLTA RIFIUTI e un altro su cui è disegnato un pallone da calcio. Subito a destra, due cartelli muniti di freccia: uno promette dei VIVAI (lo slogan dice: non solo giardini!) e l’altro conduce alla CASA FUNERARIA. Dietro si vede la pubblicità di un apicoltore, con una piccola ape felice e svolazzante.
Tutto ciò mi sembra perfetto. È una poesia fatta di cartelli, che riassume essenzialmente il nostro passaggio in questo mondo. Ogni parola è limpida: giardini, api, raccolta, casa funeraria, gioco, vivai, rifiuti… vita e morte in un giorno d’aprile, a Bellinzona-Carasso, poco lontano dall’autostrada e dal fiume.
Alla discarica c’è movimento. Una fila di macchine con il baule spalancato, un trambusto di carta, masserizie, saluti, erbacce, pettegolezzi, stoviglie, legname, plastica, lattine, discussioni sul tempo, ferraglia, vetro, bottiglie, domande sugli orari di chiusura, copertoni, attrezzi, ruggine, lamenti per il mal di schiena, batterie, risate, proteste, sassi, vasellame. È un pomeriggio nuvoloso. Gli addetti ai lavori indossano divise arancioni. Sul muro, fra la raccolta del PET e quella degli olii usati, sono appese due bandiere svizzere.
Intorno al deposito dei vetri grandi si è formata una gigantesca pozzanghera. Le persone si muovono avanti e indietro sull’acqua grazie a passerelle di legno. In fondo noto una casupola con la scritta VIN BRÛLÉ. Mi chiedo quando, a chi e per quale motivo venga servito del vin brûlé in mezzo ai rifiuti ingombranti. Penso a una festa dello scarto, a una celebrazione dell’avanzo, a una solennità del ciarpame e della cianfrusaglia. Mi piacerebbe partecipare.
Niente viene mescolato in maniera casuale. I vegetali stanno con i vegetali, il vetro con il vetro. Ma ogni tanto c’è qualcuno (meglio, qualcosa) che si avventura fuori dal suo territorio. Una pallina da tennis, per esempio, si è ritrovata al centro della Grande Pozzanghera. Una boccia di plastica blu è finita invece fra le rocce e le pietre. Se ne sta sopra un blocco di granito, al centro del quale c’è un buco rotondo che sembra un pozzo. Mi guarda come se fosse giunta lì per caso; ma io so che, come tutti noi, è attratta dall’abisso.
Poco più in là, si ergono spettrali i resti di un parco giochi. Un pezzo di ferro di colore rosso ha due occhi verdi e una bocca sogghignante piena di denti. Un parallelepipedo blu, con un ricciolo azzurro, ha invece la bocca spalancata, pronta a inghiottire chiunque si avvicini. Accanto al vetro misto, giace in mezzo all’erba una stazione dell’autobus. Non solo i passeggeri, gli autisti e i motori prima o poi vanno in pensione, ma anche le fermate stesse.
Sembra un’ironia del destino, visto che la fermata avrebbe la vocazione di stare fissa in mezzo al fluire del traffico. Quando ci passo accanto mi sembra un po’ triste: non vedrà mai più un autobus. Poi però, guardandola meglio, mi pare di cogliere anche una certa allegria. Chi l’ha mai detto che una fermata debba vedere autobus per sempre? Qui in mezzo al caos e all’erba, fra cumuli di mattoni e pali di ferro, la stazione di Carasso è finalmente serena.
La discarica non è soltanto luogo di abbandono, bensì anche punto d’incontro. Si ritrovano amici, ci s’informa sulla salute dei figli e dei genitori. Qualcuno è venuto per depositare oggetti di varia natura, ma altri sono qui per cercare. Ai bordi delle vasche ci si scambia opinioni sulla qualità di un vaso o di un servizio da tè. C’è chi si è organizzato e, dopo aver infilato un berretto e un paio di guanti, entra fisicamente fra i rifiuti ingombranti, a caccia di tesori.
Mi viene in mente una poesia di Tonino Guerra. S’intitola Zarchè (“Cercare”).

M’ al móci ’d spazadéura ti cantéun
l’aréiva chi burdèll a sfurgatè;
e’ préim l’a impéi al bascòzi e pu u s’n’è andè,
ch’l’à cólt un pógn ad òsi e di butéun.

La bòcia ch’la è ròta e tóta in pézz
la pis ma quèll di véidar culurèd,
e cal burdèli al tó di pann strazèd
par la bumbòza ch’la pérd e’ sgadéz.

Mo quand chi à bén finéi da sfurgatè
e’ ven ch’l’aréiva éun e u n’ gn’è piò gnént;
e’ smèsa un po’, e pu e’ va véa cuntént,
che tòtt e’ bèll, s’avéiv, l’è te zarchè.

Ci arrivano i ragazzi a frugare / nei mucchi di rifiuti, / uno con le tasche piene va via / dopo aver raccolto degli ossi e dei bottoni, / a un altro per il colore del vetro / piace un fiasco spezzato, / le ragazzine raccolgono un po’ di panno stracciato / per la bambola che perde la segatura. / Ma proprio quando tutti hanno finito di rimestare / ne arriva ancora uno / e non c’è più niente di buono da trovare, / così fruga un po’ poi si allontana contento / perché tutto il bello, come si sa, è nel cercare.
Raccolgo un piccolo oggetto di plastica: una sorta di catena rigida con due ganci alle estremità. Non so bene che cosa sia (forse un componente di un giocattolo), ma mi piace tenerla in mano. E penso che una volta o l’altra potrebbe venirmi utile.
Se da un lato la discarica stimola a cercare tesori perduti, dall’altro insegna quanto sia labile ogni forma di oggetto. Un prezioso lampadario non è altro che un mucchio di vetri. Un computer è un ammasso di plastica e componenti elettroniche. I libri e i giornali sono cumuli di parole. Cari poeti, romanzieri, giornalisti, saggisti, fate un salto alla discarica! Mettetevi per qualche minuto davanti alla macchina che maciulla carta e cartoni. Non c’è lezione di scrittura creativa più efficace.

Prima di tornare a casa, scovo il deposito dei giocattoli. Ci sono biciclette rosa di Hello Kitty, carte da gioco solitarie, pezzi di penne stilografiche, trattori di plastica e vecchi giochi da tavolo.
In prima fila, avvisto un album dei Simpson in spagnolo. In copertina, i protagonisti sono seduti sopra un divano che sta in mezzo a una discarica di rifiuti. Mi fermo. Trattengo il respiro. Il gioco di specchi mi dà un lieve capogiro. Mi guardo intorno: non c’è nessuno. Sono solo nel cuore di una vertiginosa mise en abîme. Poi sento una voce alle mie spalle.
– Signore! Ehi signore, scusi!
È uno degli addetti al lavoro, sfavillante nella sua giacca arancione.
– State chiudendo? – gli domando.
– Siamo già chiusi.
Mi indica gentilmente l’uscita. Poi, cogliendo forse un vago dispiacere da parte mia, tenta di rassicurarmi.
– Ma domani siamo aperti. Torni domani.
Il cielo è grigio, l’aria umida, le mie mani sono sporche di terra e olii usati. Ma quelle parole fanno vibrare una nota di speranza tra la CASA FUNERARIA e il CENTRO RACCOLTA RIFIUTI. Non c’è bisogno di dire altro. È primavera, le api ronzano intorno agli alveari. Il fiume scorre.
Torni domani.PS: La poesia di Guerra proviene dalla sezione  “Préim vèrs” del volume I bu. Poesie romagnole, pubblicato da Rizzoli nel 1972 con la trascrizione in lingua del poeta Roberto Roversi e un’introduzione di Gianfranco Contini. Il volume, subito esaurito e poi ricercato per anni dai bibliofili, è stato riproposto nel 2014 dalle Edizioni Pendragon. Ringrazio Franca per avermene donata una copia.PPS: Consiglio ai lettori di mettersi comodi per guardare il video della carta maciullata. È un’esperienza istruttiva.PPPS: Ecco un altro breve video, che ha lo scopo di approfondire la vicenda della temeraria pallina blu. La pallina da tennis appassionata di pozzanghere la trovate invece in una delle immagini sotto il video.

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