Fuori dagli stalli demarcati

Oggi è il 30 novembre, festa di sant’Andrea. Secondo la tradizione è l’inizio dell’inverno. È anche il giorno in cui si chiudono i conti: ognuno restituisce ciò che ha preso e riprende ciò che ha dato. L’anno sta finendo, si comincia a pensare al futuro, ma intanto le giornate sono sempre più fredde e assediate dall’oscurità. Nel pomeriggio raggiungo la mia solita piazzetta, nel quartiere delle Semine a Bellinzona. Mi siedo su una panchina e mi metto a pensare al futuro. La piazzetta è vuota, la fontana muta, i cespugli sfioriti. Passano due ragazzi con un barboncino al guinzaglio. Il barboncino ha un cappotto nero. L’ultimo sole sta pennellando la cima delle montagne. Be’, insomma, che cos’è il futuro? Quando comincia, esattamente?
Ricordo che nel mese di luglio me ne stavo seduto su questa stessa panchina. C’erano pensionati in canottiera, adolescenti abbronzati, un ubriacone che teneva la birra in fresco nella fontana. Dal Mc Donald’s veniva un odore di fritto, mentre le auto in coda al semaforo, scintillanti sotto il sole, mettevano caldo solo a guardarle. E io già pensavo al futuro, e il futuro era questa piazzetta nel mese di novembre. Per essere precisi: la neve sulle montagne, l’aria pungente, l’arancione dei cachi sui rami spogli. Ed eccomi qui. Ora che mi trovo nel futuro, come immaginare la piazzetta di luglio? È diventata passato oppure diventerà altro futuro? È una di quelle situazioni in cui i pensieri si mordono la coda. Cose che succedono d’autunno, nelle piazze vuote. Il mondo è sospeso fra un prima e un dopo che si confondono, tanto che il dopo potrebbe venire prima e io, muovendomi verso la mia morte, potrei tornare in qualche modo alla mia infanzia, come un salmone che sale verso lontani ruscelli dimenticati.
Alzo il bavero della giacca e leggo I racconti di Nick Adams di Ernest Hemingway. Aveva paura di guardare Marjorie. Poi la guardò. Seduta gli voltava la schiena. Guardò la schiena di Marjorie: «Proprio non è divertente» disse. «Nemmeno un po’.» Lei non disse niente. Egli continuò. «Mi pare come se tutto dentro di me fosse andato al diavolo. Non so, Marge. Non so proprio cosa dire.» Continuò a fissare la schiena di lei. Chiese Marjorie: «Non è divertente l’amore?» «No» disse Nick.
Il ritmo inesorabile della prosa di Hemingway sostituisce le chiacchiere dei pensionati, che oggi sono rimasti al caldo. È uno strano libro, in cui si percepisce una tenerezza verso le cose semplici, un desiderio di essere fedele alla vita. Nello stesso tempo, c’è da combattere contro il buio che, all’inizio, si presenta in maniera ingannevole, travestito da nostalgia per il passato o da incertezza per il futuro. Il protagonista combatte come sempre fanno gli eroi di Hemingway: se ne sta ancorato al qui e ora, cercando di fare nel miglior modo possibile ciò che deve fare. Make your job, che si tratti di pescare nei ruscelli del Michigan o di sopravvivere alla guerra o ancora di scrivere come Cézanne dipingeva.
Vicino alla piazzetta c’è un camper parcheggiato senza targhe, in attesa che torni la bella stagione. Sul retro ci sono due adesivi con le scritte Sun Living e Vivere viaggiando. Visto che non c’è nessuno, lascio Hemingway e ne approfitto per fare un filmato, girando intorno alla fontana. Due ragazzine mi osservano sconcertate. Quando mi avvicino, si voltano e scappano di corsa. Io scatto una foto a un albero di cachi. Da lontano sento una delle ragazzine che dice all’amica: Ma non può, Ali, è casa nostra! Andiamo a dirlo alla mia mamma! Prima di che qualcuno mi denunci, torno a sedermi e cambio paesaggio. Mark Twain, Huck Finn, Tom Sawyer e La Salle si affollarono disordinatamente nella testa di Nick che guardava la scura e liscia distesa d’acqua lentamente in moto. Intanto ho visto il Mississippi, pensò felice.

Non dovrei essere qui. Un uomo avvolto in un giaccone, solo con un libro nella piazza deserta, sorpreso nell’atto di fotografare cachi e di navigare sul Mississippi. Non dovrei essere qui. Perché butto via il tempo? Dovrei lavorare o andare a correre o pensare ai regali di Natale, o fare qualunque cosa ragionevole che mi permetta poi di lamentarmi per lo stress. Oh, vorrei essere stressato. Se fossi stressato, tutto sarebbe più semplice. Di certo non cadrei nella trappola della piazzetta e non confonderei il passato e il futuro.
Intanto ho visto il Mississippi, pensò felice. La felicità nei racconti di Hemingway è così pura da essere straziante, anche perché dura solo il tempo di pulire le trote. O di finire la pagina.
Cézanne cominciò con tutti i trucchi. Poi demolì tutto e costruì la cosa vera. Fu tremendo da fare. Fu lui il più grande. Il più grande d’ogni tempo e per sempre. Non era un culto il suo. Era che Nick voleva scrivere della campagna per riuscire a essere quello che Cézanne era stato in pittura. Bisognava farlo dall’interno di sé stessi. Non c’erano trucchi. Nessuno aveva scritto mai così della campagna. Nick provava quasi un sentimento religioso a questo riguardo, faceva terribilmente sul serio. Si poteva riuscire a saperlo tirar fuori di prepotenza. Riuscire a vivere giusto con gli occhi.
Il vento solleva un mucchio di foglie secche. Capisco che, anche volendo scrivere di una semplice piazzetta, bisogna proprio farlo dall’interno di sé stessi. Bisogna scrivere le parole in fila, per bene: il vento solleva un mucchio di foglie secche. Bisogna essere qui e demolire tutto per costruire la cosa vera. C’è modo e modo di scrivere del vento. C’è modo e modo di guardare una piazza vuota, o di esserne guardati. Apro il taccuino: vento, annoto, e foglie secche. Poi, tra parentesi: gialle, rosse. Ci sono dettagli che vanno coordinati fra di loro: una piuma di uccello sul vialetto, il rosso stinto di una bandiera svizzera sopravvissuta all’estate, la mezzaluna che affiora nel cielo. È giusto dire che la mezzaluna affiora? Potrei scrivere appare, ma sarebbe impreciso (non è un’apparizione, è un lento emergere dall’invisibile). Spunta non avrebbe senso. Fa capolino sarebbe tragico. No, lasciamola affiorare.
Tornando a casa, passo da una via dove le macchine devono andare a trenta all’ora, zigzagando tra vasi di cemento. I pedoni invece possono viaggiare alla velocità che preferiscono. Io cammino adagio, con le mani in tasca. Il sole si riflette su un cartello, creando un effetto di arcobaleno. Una scritta ammonisce gli automobilisti, ricordando loro che è proibito parcheggiare fuori dagli stalli demarcati.
Penso che in quelle quattro parole, così lividamente efficaci, si celi tutto quello che volevo dire oggi. Il passato, il futuro, il presente sono diversi quando cambi prospettiva, quando osservi stando fuori dagli stalli demarcati. È anche l’unico modo per scrivere davvero senza trucchi. Prima devi trovare uno stallo demarcato (qualunque cosa sia), devi girarci intorno, entrarci dentro, farci amicizia. Poi devi uscirne. E soltanto allora, forse, potrai dire davvero che il vento solleva un mucchio di foglie secche. Un mucchio di foglie gialle e rosse.

PS: The Nick Adam’s Stories, che uscì postumo nel 1972, è una serie cronologica di racconti scritti negli anni Venti e Trenta. Il libro posato sulla panchina è l’edizione Mondadori del 1972 (traduzione di Giuseppe Trevisani). Ernest Hemingway (1899-1961) appare qui sopra in due fotografie: la prima lo ritrae all’ospedale della Croce Rossa, in via Manzoni 10 a Milano (luglio 1918), la seconda nel Michigan durante la giovinezza. Le immagini sono tratte da Hemingway. Le parole, le immagini (Mondadori 1994). Nella quarta di copertina, c’è questa frase dello stesso Hemingway: Voglio continuare a scrivere il meglio e il più sinceramente che posso finché morirò. E spero di non morire mai.

PPS: Oltre che nel mese di luglio, mi sono seduto nella piazzetta anche in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, agosto, settembre, ottobre.

 

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Pispillòria

Qualcuno dice che le parole scritte rimangono, mentre quelle pronunciate si perdono nell’aria. Talvolta mi chiedo se non sia vero il contrario. Quante frasi stanno scolorendo su carte ormai dimenticate? Quanti siti e quanti blog ammuffiscono nelle cantine di internet? Quando parlo a voce alta, invece, ho la sensazione che le parole in qualche modo sopravvivano. E se non proprio le parole stesse, almeno la loro eco. Una parola che esce dalla bocca è viva, come una trota guizzante che salta in un ruscello: è un attimo, ma dai bordi del torrente qualcuno – volpe, orso, pescatore – è già pronto ad acciuffarla.
Mentre camminavo verso la mia piazzetta rotonda, ho incrociato un uomo che parlava al telefono. Aveva la faccia seria, una ruga fra le sopracciglia. Allora ho fatto la foto a un maiale, stava dicendo, perché sai, lì alla fattoria era pieno di grossi maiali. E ha aggiunto: Poi gli ho scritto che… Purtroppo non sono riuscito a cogliere il resto, sebbene abbia teso le orecchie. Di certo l’uomo non saprà mai che le sue parole, così volatili, dette al telefono, sono sopravvissute e sono atterrate qui. Eccole: la parola foto e la parola maiale e la parola fattoria. Io, in compenso, non saprò mai perché quel distinto signore abbia voluto immortalare esemplari robusti di razza suina, né che cosa abbia poi scritto all’interlocutore al quale, si presume, ha inviato l’immagine.
La piazzetta d’ottobre, nel tardo pomeriggio, è affollata. La luce radente ha un colore caldo, come il riflesso di un focolare. Le aiuole risplendono del giallo e del rosso delle foglie, per metà ancora sugli alberi e per metà cadute nell’erba. Mentre i bambini ammucchiano le foglie e se le gettano addosso, i vecchietti si sono divisi in due gruppi, ai bordi opposti della piazza. Qualcuno nota che scarseggiano i posti a sedere ed esclama: Qui ci mancano dei tavolini! In effetti, la piazzetta ricorda un bar: il tempo strascicato, le chiacchiere, gli sfottò. Uno dei pensionati mi vede seduto con il mio libro e si avvicina per scattarmi una foto. Non si arrabbi, mi dice, volevo provare il telefono nuovo. Un amico, dalla panchina, gli grida: Ma poi non metterla su fesbùk! E un altro mi avvisa: Attento che quello la mette su uatsàppe! Il fotografo accenna al distributore, a duecento metri, e mi dice: Volevo solo tenere d’occhio il prezzo della benzina… Poi tenta di fotografare anche i suoi amici, suscitando vivaci proteste.
Sto leggendo Notti delle mille e una notte, di Nagib Mahfuz. L’autore egiziano si lascia ispirare dalla storia del sultano Shahriyàr. In seguito al tradimento di sua moglie, il despota sanguinario aveva preso l’abitudine di passare ogni notte con una fanciulla vergine, uccidendola poi all’alba. Finché la coraggiosa Shahrazàd, ben decisa a sopravvivere, comincia a incantare il sultano inanellando storie su storie e lasciandole in sospeso al sopraggiungere dell’alba. Alla fine, dopo mille e una notte di suspense, il feroce sultano accorda la grazia a Shahrazàd, divenuta nel frattempo madre dei suoi figli. E poi? Da questa domanda parte Mahfuz, immaginando le vicende quotidiane del regno di Shahriyàr. Non basta aver subito il fascino della narrazione; il sultano ha da compiere ancora un lungo cammino verso il pentimento e la saggezza.
Mahfuz evoca mercanti, facchini, navigatori, geni buoni o malvagi, ciabattini, capi della polizia e vagabondi, uomini ricchi e donne misteriose. Quando alzo gli occhi penso a questi personaggi, nati nel Medioevo e ancora vitali, tanto che posso immaginarli qui sulla piazzetta. I pensionati spettegolano su ogni persona che passa, discutono della Roma e della Juve, del canone radiotelevisivo, degli stipendi (troppo alti) percepiti dai municipali e del caldo fuori stagione. Non sono certo le stesse cose di cui si bisbigliava nei caffè del Cairo o di Baghdad… ma se il contenuto diverge, l’arte della chiacchiera è sempre uguale.


Arriva un autobus giallo carico di bambini al rientro da scuola. Per qualche minuto, le voci infantili sovrastano il cicaleccio dei pensionati. Chiudendo gli occhi, mi dico che pure le grida dei bambini riecheggiano uguali da sempre. Mentre i giovani si disperdono, gli anziani riprendono a tessere le loro conversazioni. Intuisco la presenza di una storia dietro ogni nome, dietro ogni ricordo. Proprio qui – nel cerchio della piazzetta o nel libro di Mahfuz (fa poca differenza) – è il luogo dove nascono i racconti.
Pier Paolo Pasolini osservava che ogni racconto delle Mille e una notte comincia con un’“apparizione” del destino, che si manifesta attraverso un’anomalia. Ora, non c’è anomalia che non ne produca un’altra. E così nasce una catena di anomalie. Più tale catena è logica, serrata, essenziale, più il racconto delle Mille e una notte è bello (cioè vitale, esaltante). La catena delle anomalie tende sempre a ritornare alla normalità. La fine di ogni racconto delle Mille e una notte consiste in una “disparizione” del destino, che si insacca nella felice sonnolenza della vita quotidiana. Secondo Pasolini, insomma, il protagonista delle storie è in realtà il destino stesso.
Che cos’è la quotidianità se non un susseguirsi di piccole anomalie? Basta poco perché una cosa accaduta oggi sveli il riflesso di storie più antiche. I personaggi e le vicende passano attraverso i mari e le montagne, e si ritrovano uguali in mezzo a popoli diversi, grazie alla forza prodigiosa della narrazione. È la stessa forza che ha tenuto in vita Shahrazàd per mille e una notte, la stessa che anima le chiacchiere dei vecchietti e che muove le mie dita sulla tastiera del computer.


Quando il sole comincia a calare, rientro a casa. Costeggiando il parco di Villa dei Cedri, accanto a una macchia di bambù, sento una conversazione di uccelli. Mi addentro nel boschetto e raggiungo in silenzio una radura. Intorno a me gli uccelli parlano fitto, mentre da lontano viene la voce di un bambino che chiama suo padre. I pettegolezzi dei pensionati, le grida dei bambini, questo misterioso cinguettio… vorrei capire tutti questi idiomi, vorrei poterli trascrivere e farne personaggi, racconti, catene di anomalie. Ma è destino che, qualche volta, ci siano storie da accogliere senza poterle comprendere del tutto.
Anche il feroce Shahriyàr deve fare i conti con questa consapevolezza. Di fronte alla solitudine, alla notte, alla nostra fragilità di esseri umani, siamo tutti bisognosi di storie. Non tanto perché ci insegnano qualcosa, quanto perché ci fanno compagnia: le narrazioni ci rammentano che siamo circondati da altri esseri umani che come noi gioiscono e soffrono, impastati di paura e di speranza. Shahrazàd mi ha insegnato a credere che la logica umana inganna e ci immerge in un mare di contraddizioni, fa dire Mahfuz al sultano. Ogni volta che giunge la notte, mi ricorda che sono un poveraccio.

PS: Il titolo di questo articolo è una parola in disuso, ma non estinta. Sarei contento se, nel mio piccolo, riuscissi a donarle ancora uno slancio vitale. Ecco la definizione che ne dà il dizionario Treccani.
Pispillòria (s. f.). 1. a. Lungo cinguettio di molti uccelli: invece delle allodole e dei cardellini che facciano pispilloria, si vedono svolazzare dei corvi (Faldella). b. Brusio, cicaleccio confuso di molte persone. 2. estens. Discorso lungo e noioso; anche, pettegolezzo, mormorazione.
Oggi, per me, è stata una giornata ricca di pispillorie.

PPS: Nagib Mahfuz (1911-2006, premio Nobel nel 1988) pubblicò ليالي ألف ليلة (Layālī alf laylah) nel 1982. La traduzione italiana è di Valentina Colombo, per l’editore Feltrinelli, e risale al 1997. Le parole di Pier Paolo Pasolini sono tratte da Nico Naldini, Pasolini, una vita, Einaudi 1989. Pasolini è citato anche da Robert Irwin nel suo The Arabian Nights. A companion (2004), uscito in italiano nel 2009 per Donzelli con il titolo La favolosa storia delle Mille e una notte (traduzione di Fulvia De Luca).

PPPS: Torno ogni mese alla piazzetta anonima tra via Raggi e via Borromini, a Bellinzona (nella Svizzera italiana). Ecco le altre puntate: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre.

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Terrain vague

Ogni tanto qualcuno mi chiede: ma che cosa significa “scrittura creativa”? E tutti questi corsi, queste scuole, a che cosa servono? Spesso la domanda mi coglie impreparato e finisco per dare una risposta più teorica di quanto vorrei. Certo, ogni forma di scrittura in fondo è “creativa”, perciò il termine può sembrare quasi assurdo. Per giunta la pretesa d’insegnare un’attività artistica ha dei limiti evidenti: la tecnica può spingersi fino a un certo punto, ma poi la scrittura – come la musica, la pittura, il cinema – richiede un cammino di ricerca personale, allo scopo di favorire la maturazione negli anni di una propria voce, di un proprio stile.
In realtà non si tratta per me di un problema teorico, ma di un mestiere concreto. Da anni tengo laboratori nei licei o in altri contesti didattici, fra cui la Scuola Flannery O’Connor di Milano e la Scuola Yanez, che opera fra Italia e Svizzera. Con quale spirito, dunque, affronto il lavoro sui testi? Ci pensavo oggi mentre, fermo al semaforo, lasciavo che lo sguardo si perdesse in un terrain vague di fianco alla strada. È una fetta di prato incolto, con qualche vecchio albero da frutto e il ricordo di un sentiero nell’erba alta. Mi sono accorto di due cose. Primo, lasciare che gli occhi divaghino in quello spazio è per me un’abitudine, anche se finora l’avevo sempre fatto senza consapevolezza. Secondo, ho notato che il prato sta per andarsene. Sul terreno infatti sono comparse quelle che in Svizzera si chiamano modine: sono pali di legno o di metallo che, prima dell’avvio di un cantiere, disegnano nell’aria la forma che occuperà il futuro edificio.
Il terreno dunque è ancora incolto, ma ci vuole poco a immaginare il grande caseggiato che lo sostituirà. Comprendo che ciò significherà appartamenti, negozi, opportunità economiche. Ma è più forte di me: amo i terrains vagues e mi rattristo ogni volta che ne scompare uno. In italiano si chiamano spazi residuali, in inglese vacant land. Sono definiti dall’assenza, dalla mancanza di una funzione utile. Un terrain vague è un vuoto, un pezzo di natura dimenticato dentro la città, una svista geografica. La particolarità di questi frammenti è quella di avere un loro tempo, un loro ritmo segreto che non sempre si accorda a quello del contorno urbano. Ecco perché i terrains vagues mi fanno pensare alla “scrittura creativa”. Per me un laboratorio non ha solo lo scopo di aiutare uno scrittore a trovare la sua voce, né quello di fornire mezzi tecnici a chi voglia affinare gli strumenti del mestiere. I laboratori servono anche a controbilanciare un aspetto fondamentale della scrittura: la solitudine. È giusto che un autore conosca la solitudine, ma senza esagerare (altrimenti si rischia l’isolamento). È giusto che chi lavora con le parole approfondisca il valore del silenzio, ma sempre senza esagerare (altrimenti si rischia l’aridità). Nel laboratorio si approfondisce l’amore per la letteratura, come lettori prima che come autori. Il fatto di condividere un’esperienza non rende meno acuminato e solitario il lavoro di chi scrive, ma permette d’interrogarsi e di cogliere altri punti di vista.
La scrittura è come un terrain vague nel tessuto della quotidianità, uno spazio imprevisto, non riducibile a uno scopo immediato. Quando tengo un laboratorio, mi capita di avere intorno persone dai quindici agli ottant’anni (e anche oltre…), che fanno i mestieri più disparati e che vogliono scrivere per i motivi più differenti. Qualcuno vuole costruire racconti o romanzi, qualcun altro vuole raccontare di sé o tenere traccia dei suoi viaggi, altri ancora vogliono diventare lettori più attenti provando il gesto della scrittura. È come dedicarsi a uno strumento musicale: non tutti imparano a suonare il pianoforte per poi incidere un disco; spesso c’è soprattutto il desiderio di conoscere un nuovo tipo di linguaggio. Alla fine l’avvocato o il meccanico che frequenta un laboratorio non diventerà magari uno scrittore, ma è possibile (e auspicabile) che la passione per la letteratura lo aiuti a diventare un avvocato o un meccanico migliore.
Del resto anch’io prendo una lezione di saxofono una volta alla settimana, ma non ho certo intenzione di suonare in pubblico. Semplicemente, a volte uno sente l’esigenza di trovare un terrain vague. Allora occorre parcheggiare la macchina, allontanarsi dal traffico e oltrepassare il cancello chiuso.
Così ho fatto oggi. Ho scavalcato il recinto, ho superato una macchia di bambù e mi sono inoltrato nel vuoto. Le modine, da vicino, parevano dei totem. In mezzo al prato – benché si sentissero ancora le automobili – il vento e il fischio di un uccello mi hanno procurato una sensazione di silenzio, di lontananza dal mondo. È proprio a questo altrove, ho pensato, che approda chi si cimenta nella scrittura.


Ho raggiunto un albero da frutto, mi sono arrampicato sui rami più bassi e da lì ho contemplato il terrain vague. Mi sentivo come se guardassi verso il passato. Fra poco non ci saranno più né gli alberi né il vuoto; già ora, in mezzo ai rami, s’infila come un monito l’asta di metallo, a delimitare l’angolo di un muro o il vano di un garage. Passeranno gli anni e forse, in fila al semaforo, arriverò perfino a scordarmi che al posto del caseggiato c’era uno spazio incolto.
Ci sono tuttavia dei terrains vagues che, nella loro provvisorietà, hanno la capacità di restare. La lettura e la scrittura a ben vedere non servono a niente. La vita sembra fatta di cose ben più necessarie e giustificabili: cibo, contratti, amori, palestre, case, affari, figli, aperitivi, amicizie, vacanze… Insomma, perché scavalcare il cancello? Perché camminare nella terra di nessuno? La risposta non può essere teorica. Bisogna proprio andarci e sentire, sotto i nostri passi, il frusciare di quell’erbaccia inutile e preziosa.


PS: Qualche informazione per chi fosse interessato. Le lezioni della Scuola Flannery a Milano sono già in corso; ci si potrà iscrivere nuovamente all’inizio del 2018. La Scuola Yanez invece apre nuovi laboratori per l’autunno-inverno (trovate qui tutti i dettagli).

PPS: Ne approfitto per ringraziare le scuole e le associazioni che negli anni mi hanno chiamato per tenere lezioni o laboratori. Oltre a quelle che ho già menzionato, voglio citare anche Lalineascritta (Napoli). Il laboratorio fondato da Antonella Cilento festeggia i venticinque anni di attività: un traguardo importante e un segno di speranza per chi crede nella letteratura.

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E toseed tumasăd-t

Tra i Tuareg del Niger ogni ragazzo, al momento della pubertà, deve dimostrare il suo valore affrontando il rischio della solitudine nel deserto. Il giovane si allontana da solo, in groppa al suo cammello, per seguire le tracce di un altro cammello che è stato appositamente liberato tre giorni prima. Il suo compito è seguirne le tracce, ritrovarlo e riportarlo all’accampamento. La seconda parte della prova è ancora più difficile. Prima di potere indossare il turbante che vela il viso, segno di maturità, il ragazzo dovrà passare sette giorni da solo chiuso in una tenda. Per conto mio, credo che non riuscirei a ritrovare un cammello nel deserto; ma ho dei dubbi anche sulla mia capacità di affrontare l’isolamento della tenda.
I Tuareg conoscono tutti i pericoli della solitudine. Per la prima volta, da quando una volta al mese torno alla mia anonima piazzetta, anch’io percepisco la minaccia dell’abbandono, la violenza della vita che brucia ogni cosa, come una tempesta di sabbia, e che si lascia indietro i suoi relitti. Non è un giorno afoso, ma il sole picchia. La fontana, al centro della piazza, è un’offerta di refrigerio. Si avvicinano vecchi che inumidiscono un fazzoletto e se lo portano alle labbra, ragazze che riempiono bottiglie di plastica, un cagnolino che ficca il muso nel canaletto di scolo. Mi siedo nella parte in ombra dell’unica panchina libera. Scatto due fotografie con il telefono, prendo un appunto sul taccuino e poi sfoglio il libro che mi sono portato dietro: Barbara Fiore, Tuareg (Quodlibet 2011).
Anche la piazzetta è un deserto. Forse non nell’accezione comune, ma di sicuro in senso etimologico: il latino deserere significa “abbandonare” (composto da de + serere, ‘legare’). L’umanità che approda qui in un pomeriggio d’agosto è per certi versi derelitta: pensionati con i calzoni lunghi e un cappello a proteggere la pelle bianca; un uomo in canottiera, seduto su una panchina esposta al sole; un ubriacone che tiene le birre al fresco nella fontana; una ragazzina magrissima che si siede, guarda a lungo il telefono e poi se ne va. Anch’io, con il mio libro e il mio taccuino, sento che i nodi si stanno sciogliendo e che dentro di me qualcosa rimane allo scoperto, sotto un sole che non perdona.
Un autobus rallenta davanti alla fermata, dove non aspetta nessuno. Nell’aria spiccano i colori delle aiuole e il verde profondo degli alberi. A qualche centinaio di metri c’è un Mc Donald’s, da cui giungono zaffate di odori: olio fritto, carne, insieme a qualcosa di dolciastro e imprecisato, a metà fra il ketchup e la ciambella glassata. Il perimetro rotondo della piazzetta aumenta l’impressione di essere fuori dal tempo. Ogni gesto pare una replica. Un bambino incespica verso la fontana, passa un uomo in bicicletta, i vecchietti si alzano e si siedono a turno sulla loro panchina, come se eseguissero movimenti stabiliti in precedenza: le prove generali di uno spettacolo destinato a non andare mai in scena.
Giorno dopo giorno l’estate si trascina in questo frammento di deserto, in cui ognuno fa quello che può per sopravvivere. Le lunghe ore luminose portano verso una serata calda, infinita, e domani tutto ricomincerà. Qualche vecchietto non sarà al suo posto, ma ne arriveranno altri, insieme ad altri ubriaconi, altri cani ansimanti, altre signore in abito lungo color fucsia. Qualcuno si accorgerà della differenza? Chi tiene nota di chi viene e di chi va? Dove si deposita questa vita minuscola, fatta di attese, di chiacchiere, di sguardi persi nel vuoto?
I pensionati stanno parlando di donne. Uno di loro esprime l’opinione che siano figlie del diavolo. Racconta una vicenda intricata di un suo conoscente, più volte divorziato e ora sposato con una brasiliana di trent’anni più giovane. Le donne sono più furbe degli uomini, esclama, ma io sono più furbo di loro: da cinquant’anni me le giro e rigiro! Alla sua destra, un uomo più anziano e più pallido si limita a guardarlo con la coda dell’occhio, sotto il suo cappello, e mormora a fior di labbra: Come no. Anche i pettegolezzi, tra il fruscio del traffico e quello della fontana, sembrano appartenere a un mondo remoto, fuori dal confine circolare.
Lîtni ägg Äouenzeg, un cantore tuareg nato nel 1856, compose nel 1886 un poema per un’amica che abitava nella valle d’Âoulien. Dalla lontananza di questa valle, mentre cavalca un cammello bianco, immagina di sentire il tormento dell’amore che cala su di lui e che lo consuma, bruciante come il vento d’estate. Nella piazzetta invece il vento porta odore di patatine fritte; e perciò, forse, questo deserto è ancora più insidioso. Ma come ogni deserto, potrebbe rivelare anche una promessa. Se uno sa resistere alle banalità sulle donne, alla crudeltà del tempo, all’angoscia della solitudine, forse alla fine otterrà – se non di essere più felice – almeno di conoscere meglio sé stesso.
Nel mio taccuino ho copiato un proverbio tuareg, scritto con i caratteri tifinagh (un antico alfabeto geometrico, usato da migliaia di anni dalle popolazioni nomadi). Provo lentamente a tracciarlo anche sul legno della panchina. Si pronuncia in questo modo: E toseed tumasăd-t. Significa: Diventa il luogo in cui sei arrivato. Ecco, per sopravvivere al deserto, forse bisogna essere parte del deserto, assecondarne i ritmi, la lentezza. Nel mio piccolo, provo a diventare parte di questa piazzetta fuori dal mondo. E provo a resistere.

PS: Le informazioni sulle prove dei giovani tuareg provengono dal libro di Barbara Fiori che ho citato sopra. Il canto di Lîtni ägg Äouenzeg è tratto da Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Il proverbio è tratto da Mohamad Ag Erless, Provèrbes et dictons touaregs (Géorama 2014). In realtà i caratteri tifinagh non prevedevano l’uso di vocali, ma oggi si tende a introdurle perché l’alfabeto possa venire impiegato con più scioltezza. Su questo argomento, consiglio di leggere Dominique Casajus, L’alphabet touareg. Historie d’un vieil alphabet africain (CNRS 2015).

PPS: La piazzetta si trova a Bellinzona, nel Canton Ticino (Svizzera), tra via Raggi e via Borromini, dietro la fermata dell’’autobus “Semine”. Per leggere le altre puntate della serie, potete andare in alto a destra (“Piazzetta 2017”, sotto “Categorie”). Oppure, cliccate qui: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio.

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Oettinger

L’uomo con la camicia variopinta se ne sta da solo. Intorno a lui, nella piazzetta senza nome a sud di Bellinzona, si formano crocchi, si scambiano pareri sull’imminente temporale. L’uomo con la camicia variopinta ogni tanto si avvicina a un gruppo, ma senza interloquire con nessuno. Ha un paio di occhiali scuri e i capelli lisciati indietro con il gel. In mano stringe una lattina da mezzo litro di birra Oettinger. Quando arrivo alla piazzetta, all’incrocio tra via Raggi e via Borromini, noto che c’è fermento. Pare che pochi minuti prima un ubriaco abbia dato in escandescenze alla fermata dell’autobus. Il conducente l’ha tenuto a bada come poteva, poi l’ubriaco si è disteso sulla strada. Mentre i vecchietti sulla panchina commentano l’accaduto, passa un’ambulanza con le sirene spiegate. Dove lo porteranno?, domanda uno. Lo fanno dormire, assicura quello seduto al centro della panchina, lo fanno dormire finché starà bene. Un terzo è scettico: Con questo caldo? Ma quello seduto al centro assicura che dove lo porteranno ci sarà l’aria condizionata.
Nel frattempo l’uomo con la camicia variopinta si accosta alla fontana e si lava le mani, fissando nel vuoto. I pensionati continuano a chiacchierare. Uno di loro indossa una maglietta rossa con la scritta Giovane da cent’anni. Quello al centro della panchina, che sembra il più anziano, fa una battuta. Un vecchietto magro, a torso nudo, scoppia a ridere e picchia il piede per terra. Parole sante, ripete, parole sante.
Mi siedo sulla mia solita panchina e apro un libro che mi hanno regalato qualche tempo fa: Tom Chatfield, Come sopravvivere nell’era digitale (Guanda 2013). Non so se considerare il dono un’implicita esortazione a imparare come funzionano le nuove tecnologie (o almeno a sbarcare su WhatsApp o Instagram). La natura della tecnologia digitale – spiega l’autore nell’introduzione – è proteiforme quanto la nostra e può assumere molti ruoli nella nostra vita: un aiuto, un amico, un seduttore, un conforto, una prigione. In ultima analisi, però, tutti i suoi mutevoli schemi sono anche specchi in cui abbiamo l’opportunità di vedere noi stessi e gli altri come mai prima d’ora. Mi stupisce che manchi un paragone che mi pare evidente: la realtà digitale può essere anche una piazza, dove parlare con amici e sconosciuti o dove rimanere in disparte con in mano una Oettinger. Mi sembra un po’ esagerato il come mai prima d’ora; in fondo anche la mia piazzetta, nel suo piccolo, consente di vedere noi stessi e gli altri. Ma è chiaro che l’immensità del fenomeno può far girare la testa: Ormai ci sono più pagine sul web, annota Chatfield, che stelle nella nostra galassia. Capisco che l’autore lo definisca un gorgo vertiginoso, e a volte profondamente inquietante. Ma lo stesso si potrebbe dire di me o di qualunque altra persona che in questo pomeriggio di luglio si trova qui, intorno a questa fontana a forma di barile. Se la tecnologia è inquietante, lo è nella misura in cui gli esseri umani sono e resteranno sempre creature enigmatiche.
Sarà per il caldo, sarà per il nervosismo dovuto all’episodio dell’ubriaco, ma fra due vecchietti scoppia una lite. I toni si fanno roventi. Uno minaccia di andare a casa e di tornare con un coltello, l’altro gli risponde che in cantina conserva il fucile militare con dodici colpi. Il primo se ne va, furibondo. L’altro resta per qualche minuto, ma è di malumore. Alla fine salta sul suo motorino e si allontana, pronunciando a mezza voce un saluto collettivo al quale non risponde nessuno. Dall’altra parte ci sono tre persone che s’ignorano a vicenda: il primo sta in piedi, con la borsa a tracolla; il secondo siede con le gambe accavallate; il terzo, all’angolo della panchina, fin dal mio arrivo sta scrutando lo schermo del cellulare, senza mai alzare gli occhi. Fra di loro passa come uno spettro l’uomo con la camicia variopinta. Raggiunge una panchina vuota, si siede, allunga un braccio sullo schienale e si accende una sigaretta.
Oltre la metà degli abitanti della Terra sono contattabili dal resto del mondo, in maniera quasi permanente, attraverso qualche forma di connessione digitale “live”. Penso per contrasto alle forme di comunicazione più antiche e indecifrabili. Le scritte sulla panchina di legno (incise da chi, rivolte a chi, lette da chi?); il cicaleccio dei pensionati, memoria storica ma labile di un quartiere periferico; l’andirivieni delle formiche sulla corteccia degli alberi. Annoto sul taccuino le parole dei vecchietti e i segni sulla panchina. Poi provo a scattare una fotografia della corteccia ma, sebbene ci sia un gran viavai, nell’immagine mi sembra di non scorgere nemmeno una singola formica.
Una donna cammina lentamente, carica di borse della spesa. Nel cielo si addensano nuvoloni scuri e uno dei pensionati si rallegra di non essere venuto in bicicletta. Quello seduto al centro è scettico: Anche ieri doveva venire il temporale e poi non è venuto. Le nuvole creano una cappa, non si respira. Per l’uva, dice quello seduto a sinistra, questo caldo qui ci vorrebbe a settembre, mica adesso. Intanto, l’uomo con la camicia variopinta ha finito la sua birra e si è spostato accanto a me. A lungo osserva le automobili che passano lungo la via, mentre io torno a leggere. Eppure, è chiaro più che mai che nella nostra vita abbiamo bisogno anche di un po’ di tempo per pensare senza distrazioni, interruzioni o reazioni immediate, sia pure da parte delle persone di cui ci importa di più. Sono già le sei. È sempre più caldo. Guardo la fontana e poi in alto, verso le nuvole. Penso che in fin dei conti potrei andare anch’io a comprarmi una lattina di Oettinger, prima del temporale.

PS: Ogni mese torno nell’anonima piazzetta. Mi siedo, osservo, ascolto. Poi cerco di annotare tutto quello che succede. Nella sezione “Categorie” (in alto a destra) c’è la dicitura “Piazzetta 2017”; cliccando, potete trovare le puntate precedenti. Oppure, eccole qui: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno.

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