Un passo leggero

Per ascoltare questo articolo:

Come ho vissuto il 2025?
Per certi aspetti, è stato un anno ricco di esperienze, di viaggi, di scoperte.
Per altri aspetti, sono riuscito a fare meno di quanto avevo previsto. Ma chi non si trova in questa condizione? Anzi, forse è un bene lasciare un margine di miglioramento. In fondo, ho sempre cominciato a scrivere nuovi romanzi perché qualcosa in quelli precedenti non mi convinceva del tutto. Naturalmente è un giudizio soggettivo. Alcuni preferiscono un libro, altri uno differente; per conto mio, cerco ogni volta di avvicinarmi alla mia voce, al mio stile. Lo troverò mai? Credo di no, perché la voce più vera si nasconde nel silenzio… e ancora non sono pronto a tacere.

Nel 2025 è uscito un piccolo libro che mi sta a cuore: Non importa dove, pubblicato da Gabriele Capelli e scritto da Yari Bernasconi & Andrea Fazioli. Come indica quella “&”, non si tratta di una scrittura occasionale a quattro mani, bensì del progetto di trovare una voce comune insieme al poeta Yari Bernasconi, che vive a Berna e con il quale nel 2025 ho condiviso viaggi e progetti di scrittura, ma anche molto altro. Trovate qui il nostro sito comune. Non importa dove è una raccolta di 58 cartoline, composte a partire dal 2018: è una selezione e un affinamento di testi che sono maturati lentamente negli anni: prose brevissime, alcune più scanzonate e altre più poetiche o riflessive, alle quali sono abbinate delle fotografie, perlopiù scattate dagli stessi YB&AF.
Senza fare un elenco, vorrei menzionare almeno la riedizione in tedesco de La sparizione (Guanda) con il titolo di Verschwunden in Tessin (Dörlemann); fra l’altro, lo stesso romanzo è stato pubblicato quest’anno anche in georgiano. Inoltre, segnalo la riedizione per TEA dell’antologia Un capodanno in noir, uscita nel 2023 per Guanda, in cui c’è un racconto con Elia Contini e di cui dico di più nel primo Post Scriptum a questo articolo.
Nel 2025 ho finito anche un romanzo particolare, esistenziale, che avevo cominciato anni fa. Magari un giorno ne dirò di più. Inoltre, sto terminando in questi giorni un nuovo capitolo della serie con l’investigatore Elia Contini. Avrei voluto scrivere più in fretta – l’ultimo della serie risale all’autunno del 2022 – ma negli anni scorsi ho avuto dei problemi di salute che hanno rallentato il lavoro. Da quando ho cominciato a stare meglio, ho ripreso anche a uscire in bicicletta con più assiduità: sicuramente quest’anno ho percorso molti chilometri e visto molti paesaggi. A volte gli stessi paesaggi, ai quali torno con l’intento di vederli come nuovi. Pedalo adagio, così come mi piace camminare adagio: con un passo leggero, attento alle minuzie.

Quando esco in bici d’inverno, sul piano di Magadino, incontro spesso un airone bianco maggiore. Accade soprattutto nelle giornate un po’ grigie, quando non c’è nessuno in giro. Il territorio è piatto: una Bassa padana in miniatura, cinta dalle montagne. L’airone sta in un campo oppure dentro un fossato. Ieri mi aspettava al bordo della strada, fedele come un tifoso che incoraggi un campione attardato. Per qualche secondo si è alzato in volo. Magnifico, leggiadro. Poi ha ripreso a camminare. Mi ha stupito il suo passo: spigoloso, oscillante, eppure in qualche modo colmo di bellezza. Vorrei che fosse il mio passo per il nuovo anno. Traballante, se capita, ma fiducioso nel seguire l’argine. Sempre vicino al mistero del fiume.
Concludo questo 2025 con uno haiku di augurio, che dedico alle lettrici e ai lettori di questo blog.

Fine dell’anno.
Sull’argine cammina
l’airone bianco.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Quest’anno la casa editrice TEA ha riproposto l’antologia di storie poliziesche legate al capodanno che l’editore Guanda aveva pubblicato due anni fa. C’è un racconto con Elia Contini, intitolato Il custode dell’abisso. Le altre storie sono di Gianni Biondillo, Gian Andrea Cerone, Luca Crovi, Giancarlo De Cataldo, Marco De Franchi, Diego De Silva, Marcello Fois, Leonardo Gori e Marco Vichi, che è il curatore della raccolta. Alcuni di loro sono cari amici, ed è bello che questo libro in comune sia tornato in libreria. Ne avevo parlato qui.

PPS: Quest’anno ho avuto occasione di fare alcuni viaggi per parlare della mia scrittura e dei miei libri. Trovate qui un resoconto dell’esperienza in Cina e qui un riassunto dei viaggi in Germania. Qui, invece, ho parlato di Monaco in maniera più sommessa.

PPPS: Fra i vari articoli nel blog, ne segnalo un paio. Qui accenno al mio lavoro alla radiotelevisione svizzera (RSI). Quest’anno, oltre alle dirette su Rete2, il canale culturale della radio pubblica, ho portato avanti con Marco Pagani Un attimino, un programma che si occupa di lingua e letteratura, con divagazioni dai cantautori all’antico sumero. Lo trovate anche su Spotify; ha avuto un’edizione speciale televisiva e, proprio quest’anno, una speciale estensione natalizia per l’avvento (Un avventino). Inoltre, collaboro con Nero su bianco, il nuovo programma di libri della televisione svizzera (per il quale mi occupo in particolare di presentare romanzi polizieschi o di avventura).
Mi capita inoltre di tenere laboratori di scrittura. Oltre a quello che si svolge in queste settimane alla Scuola Flannery di Milano, vorrei menzionare il fatto che il Liceo Diocesano di Breganzona, in Svizzera, ha in programma due ore di scrittura creativa alla settimana per le allieve e gli allievi di prima liceo. Nel 2026 riprenderanno inoltre i corsi della Scuola Yanez (seguiranno dettagli).
Qui trovate infine un articolo autunnale che parla di mucche e bicicletta. È uno fra i tanti che a prima vista non ha che fare con la scrittura, ma poi invece sì.

PPPPS: Nel 2025 ho ripreso anche a pubblicare della roba su Instagram e Facebook eccetera. Chi mi conosce sa quanto detesti l’idea stessa delle reti sociali, così feroci e subdole nell’abbandonarci non alla solitudine (che non è per forza un male) ma all’isolamento, per di più travestito da “condivisione”. Ritengo però che uno strumento perverso possa anche venire usato in maniera buona e quindi, nel mio piccolo, ci provo. Cerco di farlo sempre con leggerezza, nell’intento di portare alle poche persone che intercettano i miei segnali qualcosa di positivo, anche solo un frammento di sorriso o di riflessione.

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Il blu e il noir

Sono seduto in una stanza fredda. Di fronte a me non c’è nessuna cosa blu. Un computer grigio, qualche libro rosso, uno marrone, uno giallo, una penna rossa, un tagliacarte argenteo. Carta bianca, camicia rossa e nera, lampada gialla. È una stanza spoglia, in una casa di montagna.  Davanti a me il muro (bianco) e una finestra con le imposte rosse dalle quali traspare il chiarore del sole. Perché dovrebbero esserci cose blu? Non lo so. Però mi dispiace che non ci siano. Certo, i miei occhi sono blu e chissà, forse improntano il mondo con la loro bluità. Nel dubbio, appoggio accanto alla scrivania la mia penna stilografica (azzurra, con inchiostro blu) e una copia di Une histoire de bleu, di Jean-Michel Maulpoix. Sfogliando il volume di poesie, m’imbatto in una frase che mi sembra adatta a inaugurare un nuovo anno: «Je contemple dans le language le bleu du ciel», contemplo nel linguaggio il blu del cielo.
Il linguaggio per me ha parecchie tinte oscure. Del resto nemmeno il cielo è veramente blu, secondo gli esperti. Ma che cosa importa? Il blu è il colore della lontananza e dell’intimità: fra questi due poli si muove il mio tentativo di dire qualcosa con le parole. Il blu è anche il colore dei fiumi, che sono i maestri di ogni narratore.

Il testo di Maulpoix contiene altre osservazioni memorabili. Traduco: «Le parole per me non avrebbero valore se si rassegnassero a nominare o a descrivere ciò che è, invece di precipitarsi verso ciò che non è. […] Non voglio più appropriarmi delle cose che nomino: mi basta abbozzare il gesto di toccarle con le mani.» Se si rinuncia al linguaggio come mezzo di possesso, allora le parole saranno un modo per toccare «con le mani»; e come sappiamo fin da bambini, il desiderio di toccare le cose riflette quello di conoscerle davvero, con la nostra pelle.

Manca poco a Capodanno. Mi torna alla mente un racconto che scrissi in primavera e che, tuttavia, anticipava il 31 dicembre. S’intitola Il custode dell’abisso ed è contenuto nell’antologia Un lungo Capodanno in noir, edita da Guanda qualche settimana fa. Gli altri autori sono Gianni Biondillo, Gian Andrea Cerone, Luca Crovi, Giancarlo De Cataldo, Marco De Franchi, Diego De Silva, Marcello Fois, Leonardo Gori e Marco Vichi, che è il curatore della raccolta. La mia storia racconta di un uomo ossessionato dall’intelligenza artificiale. L’investigatore Elia Contini affronta un caso minimo, sospeso fra l’assurdo e il mistero che formano il cuore degli esseri umani. Il valore di questo libro, per me, consiste soprattutto nella possibilità di condividere la tecnica e il senso di un mestiere. Il cosiddetto mondo letterario purtroppo è spesso composto da monadi, da colossali ego che si urtano fra loro come continenti alla deriva. Una casa editrice che inviti degli autori ad affrontare un tema invita anche allo scambio, al confronto, al contatto diretto fra scrittori che vivono in luoghi diversi e che scrivono con colori diversi (ma un po’ di blu non manca mai, mescolato con il noir).
La motivazione profonda del mio scrivere discende dal mio essere lettore (e prima ancora ascoltatore e narratore di storie trasmesse oralmente). Perciò, fin dalla primavera, mi rallegravo non solo per l’opportunità di scrivere un racconto venato di malinconie capodannesche, ma soprattutto per la prospettiva di leggere i racconti degli altri, di entrare nel loro mondo. Il che è anche un modo per sentirmi meno solo.
Stamani, mentre caricavo i bagagli in automobile per salire in montagna, una delle mie figlie mi ha fatto notare come fosse nitido il mio riflesso sulla fiancata della macchina. «È quasi uno specchio!» A me sembrava molto confuso, ma ho provato a scattare una fotografia. In effetti l’immagine mi pare assai offuscata… in compenso non è priva di atmosfera. Mi colpisce la presenza dell’ambiguo e dell’ignoto. Sulla sinistra è comparso una sorta di paesaggio innevato (che non c’era) e addirittura quello che potrebbe essere un abete solitario. La casa alle mie spalle è diventata una dimora quasi spettrale. E il mio volto sfocato sembra invocare la grazia di un compimento, di un tratto che restituisca il blu allo sguardo.

Ecco, per me ogni esperienza di condivisione artistica è un passo verso il compimento. Non mi addentro nei dettagli delle singole esperienze (magari aggiungo un Post Scriptum), ma voglio ribadire che Un lungo Capodanno in noir è una di queste. Se la scrittura è la ricerca del proprio volto umano (a partire da un riflesso, da un richiamo), allora tale ricerca deve per forza implicare la presenza degli altri: prima del nostro, infatti, vediamo il volto degli altri, a partire dalla nascita e dal volto materno fino all’ultimo che riusciremo a contemplare, prima di chiudere gli occhi per sempre.
Sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sul Capodanno e mi ritrovo a parlare della morte. 
Non era pianificato. A pensarci però mi sembra inevitabile.
Così funziona il mondo. È nella terra dura che dormono i semi, nell’aria tagliente che fioriscono i germogli. Per fortuna, il ghiaccio della pagina bianca prima o poi lascia sempre spazio all’azzurro di un fiume, anche solo di un rigagnolo. Auguro a tutte le lettrici e i lettori di questo blog un anno ricco di ruscelli, di blu, di volti da scoprire e, in generale, di meraviglia. Buon 2024!
Concludo con un estratto dal racconto Il custode dell’abisso. 

Ci sono persone che sono felici il 31 dicembre. Carlo ne conosceva qualcuna fin dall’adolescenza. Addirittura c’è chi a Capodanno trova l’amore, o qualcosa che ci assomiglia. Il mondo è vario: c’è chi adora il conto alla rovescia. Altri invece, presagendo la sconfitta, riescono a trovare una scusa: basta un raffreddore al momento giusto.
Carlo, invece, cominciava ad agitarsi verso la fine di novembre. Quale invito accettare? E se avesse sbagliato festa? E se fosse capitato per sbaglio a una cena fra coppiette?
Tutto questo a vent’anni è sopportabile, anzi, c’è una sorta di amaro compiacimento nel pensare a sé stesso come a un lupo solitario. A trent’anni invece sei prigioniero dei tuoi desideri, come sbarre di ferro, e non puoi evadere dalla gabbia sociale. Dopo i quaranta provi a metterla sul ridere, ma quando sei solo in cucina il mattino del 31 dicembre, dopo colazione, è difficile fingere di non sapere tutto. 
L’aperitivo, la musica sempre troppo forte, gli ehi-com’è-tutto-a-posto-non-ci-vediamo-da-un-po’, le chiacchiere sullo sport e sul lavoro, gli amici con figli e i relativi beati-voi-che-fate-festa-noi-invece-a-letto-presto. Poi la cena, l’amico esperto di vini, quello che si è comprato una barca, quello che corre in salita e sembra uno spaventapasseri, quello che produce in casa la birra e il pane. Le solite lenticchie, la solita euforia. Infine si va in piazza, dove c’è un palco con gente pagata per gridare, la musica di nuovo troppo forte, i fuochi d’artificio sul lago, oh, meraviglia, ma quanto costeranno? E la prospettiva di bere quel tanto che basta per riuscire a resistere fino al cinque quattro tre due uno, o forse un po’ di più, forse quel tanto che basta per dimenticare tutto il giorno dopo.

PS: Il testo di Jean-Michel Maulpoix è tratto da Une histoire de bleu, Gallimard, Paris 2005 (ed. orig. 1992). Si trova nelle sezione “Carnet d’un éphémère”. Ecco una traduzione dell’intera prosa.

Contemplo nel linguaggio il blu del cielo.

Le parole per me non avrebbero valore se si rassegnassero a nominare o a descrivere ciò che è, invece di precipitarsi verso ciò che non è. Mi si addice la loro cecità: io sono un sognatore irriducibile. Le parole hanno un modo tutto loro per dissipare il mistero aumentandolo, e non mi rivelano niente di cui prima non abbiano deformato i tratti. Conosco i loro inganni e mi ci sono rassegnato. Non voglio più appropriarmi delle cose che nomino: mi basta abbozzare il gesto di toccarle con le mani. Anche solo per ravvivarne il dolore, concedo al linguaggio di corteggiare l’impossibile. La scrittura non è mai troppo ricca di desideri o di menzogne per chi faccia un uso tragico delle sue maschere. Sapendo la sua vanità, non vi rinuncia ma la coltiva come un veleno. Da quel momento niente l’ossessiona più di questa duplicità, dalla quale riconosce che sta diventando un uomo.

PPS: Chi legge questo blog si sarà accorto che gli aggiornamenti sono discontinui. Non è per trascuratezza, ma perché mi sembra opportuno misurare le parole. Il vantaggio di un blog, rispetto a qualunque social network, è che non chiede niente, né “like” o condivisioni, né pubblicità. Quindi pubblico qualcosa quando ne ho voglia, senza darmi nessuna scadenza.

PPPS: Una precisazione sulla creatività condivisa. Per me accade prima di tutto, e in maniera profonda, nella scrittura a quattro mani con Yari Bernasconi. Insieme abbiamo creato una “terza voce”: Yari Bernasconi & Andrea Fazioli è un’entità diversa da YB e AF intesi come autori singoli. Ma tale condivisione si è verificata anche quando ho collaborato con musicisti, pittori, registi teatrali e cinematografici. Vorrei citare almeno Marco Pagani e Fabio Pellegrinelli, con i quali ho sceneggiato La tentazione di esistere (Rough Cat 2023), un film diretto dallo stesso Pellegrinelli, che dopo avere vinto il festival di Benevento, è fra le opere selezionate per il prossimo Premio del cinema svizzero.

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One Tree

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Dicembre
Hanafuda: Paulonia / Fenice
Luogo: One Tree, Nuovo Galles del Sud, Australia
Coordinate: 34°11’05.9″S; 145°15’00.5″E
(Latitudine -34.18498; longitudine 145.25014)
One Tree, Australia.
– Perché non ti fermi ancora un po’? – mi chiede Jacqueline.
– Non posso, devo lavorare.
Siamo seduti sotto il portico dell’hotel, di fronte alla pianura punteggiata da radi cespugli. Jacqueline è sulla settantina. Parla un inglese senza inflessioni e nomina solo continenti, mai singoli paesi. Mi spiega che vive parte dell’anno «nelle Americhe» e parte «in Eurasia», poi mi chiede che mestiere faccia. Io cerco di spiegarglielo.
– Ho capito – dice lei. – È una specie di lavoro precario, right?
Io annuisco, poi cambio discorso e le domando se conosca la paulonia, il fiore che l’hanafuda propone per questo mese.
– Uh, non farmi pensare ai fiori… di che colore è?
La pawlonia tomentosa è una pianta flessibile, leggera, splendida quando si colora di viola. In Giappone, suo paese d’origine insieme alla Cina, è conosciuta come kiri (桐); nelle lingue occidentali invece prende il nome da Anna Pavlovna Romanova (1795-1865), l’ottava figlia dello zar Paolo I. Si dice che sia l’unico albero fra i cui rami si posi la fenice, il leggendario “uccello di fuoco” di cui scrissero antichi narratori e poeti. La fenice ogni cinquecento anni muore tra le fiamme e risorge dalle sue stesse ceneri; fra l’altro, sembra che possa riposare nelle fronde del suo albero prediletto solo quando al potere c’è un governante giusto – dunque, con i tempi che corrono, i cieli pullulano di fenici stanche di volare, che cercano, cercano un impero, un regno, magari solo un villaggio dove abiti la giustizia e fioriscano le paulonie.
Mentre parlo della paulonia, mi torna in mente l’aggettivo usato da Jacqueline: precarious. È una parola inflazionata, purtroppo. Prima di partire per l’Australia ho partecipato a un aperitivo di fine anno. In queste circostanze si finisce per parlare sempre delle stesse cose: meteorologia, sport, famiglia, lavoro… (Ho provato a infilare nella conversazione la pawlonia tomentosa, ma con scarsi risultati.) Il lavoro, in particolare, torna in maniera martellante. C’è chi ha un impiego solido, facile da spiegare. C’è chi ha perso da poco un impiego solido, facile da spiegare, e si vergogna a confessarlo. C’è chi da mesi o da anni è senza lavoro, chi ha un lavoro che detesta, chi ha un lavoro precario. Seduto sotto il portico dell’One Tree Hotel, penso che “precario” è l’aggettivo giusto per definire l’essere umano su questa terra. Che cosa resiste al mutare delle epoche, o anche solo di una generazione?
– Un party di Capodanno! – esclama Jacqueline. – Lo sai, ti capisco.
– In che senso?
– Sarei fuggita in Australia anch’io, se già non fossi qui.
One Tree si trova lungo la Cobb Highway, nella grande pianura fra Hay e Booligal. Nel 1862 venne edificato un hotel, che bruciò nel 1903 ma venne subito ricostruito tale e quale; oggi è ancora in piedi e resiste alle tempeste, al sole, al fuoco.
Jacqueline mi ha detto che la località di One Tree è conosciuta anche come “Hell”, a causa di un poeta che la descrisse così. In effetti, nelle ore centrali del giorno, il sole picchia feroce e prosciuga i billabong, le tipiche pozze d’acqua del deserto australiano. Di recente nel Nuovo Galles del Sud è stato dichiarato lo stato d’emergenza: le temperature non sono mai state tanto alte e di continuo si accendono nuovi roghi; negli ultimi mesi le fiamme hanno distrutto centinaia di case.
– Oggi sei stato nel deserto?
– Sì.
– Da solo?
– Sì.
– Hai avuto pensieri buoni o cattivi?
– Buoni e cattivi.
– Come sempre. Non occorre andare nel deserto per essere nel deserto.
Durante la mia escursione ho riflettuto sugli incendi, sulla devastazione, sulla nostra fragilità e anche sulla tenacia che ci spinge a ricostruire. Insieme al male inestirpabile, insieme alla precarietà, l’essere umano ha questa prodigiosa resistenza, questa vitalità che nessuna fiamma riesce ad annientare. Quante volte mi capita di scordarmelo? Spesso mi sorprendo a ragionare come se fossimo spacciati, come se la mia fatica fosse una prova dell’inutilità di ogni sforzo. Proprio questo, forse, è uno dei mali peggiori: perdere la speranza, la fiducia nei confronti dell’umanità.
– Raccontami ancora di quell’uccello… come si chiama?
– La fenice – rispondo. In inglese: the phoenix.
– Ah, sì, come la città. Hai detto che brucia e che risorge dalle ceneri, right?
– Sì. Ogni cinquecento anni.
Jacqueline annuisce, lentamente. – È quello che facciamo tutti.
– Cosa?
– Bruciare. E risorgere. È la vita, right? Ogni giorno qualcosa muore, qualcosa tenta di rinascere, e intanto diventiamo vecchi.
– Sì, è un buon riassunto, ma…
– È strano – Jacqueline m’interrompe.
– Come?
– Phoenix. È un nome strano, per un uccello.

HAIKU

Libero i vetri
dal ghiaccio e nel frattempo
l’anno finisce.

PS: Questo è l’ultimo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre e novembre.

PPS: La foto della paulonia è presa da internet.

PPPS: Un augurio di buon 2020 a tutte le lettrici e a tutti i lettori di questo blog!

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I am the piazzetta

Nel 2017 ho fatto un esperimento: una volta al mese sono andato a sedermi per un paio d’ore in una piazzetta senza nome, nella città di Bellinzona. Avevo sempre con me un libro, una penna e un taccuino. L’idea era che il circolo della piazza fosse una sorta di mandala, un campo di osservazione che nella sua piccolezza rispecchiasse la multiformità del mondo. Il mio programma era osservare le relazioni umane e animali, ascoltare parole e suoni, parlare con chi passava oppure tacere, quando non c’era nessuno o quando nessuno mi rivolgeva la parola. Ho preso nota delle variazioni meteorologiche, delle conversazioni, degli sguardi, dei silenzi, delle connessioni fra ciò che stavo leggendo e ciò che accadeva davanti ai miei occhi. Mese dopo mese, ho scritto per capire meglio.
Sono tornato un’ultima volta la notte di Capodanno. Il posto era freddo e vuoto. Sopra una panchina, c’era una bottiglia di vodka con un po’ di nevischio all’interno. Mi sono seduto e ho concluso l’esperimento. Dopo aver osservato le persone che popolavano la piazzetta, dopo aver studiato me stesso, dopo aver esaminato alberi e uccelli, automobili e biciclette, quella notte ho cambiato punto di vista. Ho provato a essere la piazzetta. A pensare come lei. A guardare il mondo nel modo placido e un po’ svagato in cui lo guardano le piazze.
L’autore britannico Roger McGough in una sua poesia tenta qualcosa del genere.

the man on the veranda
outside, giving coppers
to the old tramp and
feeling good isn’t me.
I am the veranda.
I could have been
The tramp or even
The coppers. However
I choose to be the
veranda and it is
my poem. Such is
the power of poets.

(Traduzione: l’uomo là fuori, sulla veranda, / che dà le monetine / al vecchio barbone e che / si sente bene non sono io. / Io sono la veranda. / Avrei potuto essere / il barbone o perfino / le monetine. E tuttavia / ho deciso di essere la / veranda e questa è / la mia poesia. Tale è / il potere dei poeti.)

Non so se sia the power of poets, come ironicamente scrive McGough; credo che mettersi nei panni di una piazza sia un’esperienza alla portata di tutti. Specialmente quando l’animo è turbato, quando le vicissitudini sembrano incidersi come ferite. Allora sarebbe bello avere quell’atteggiamento saggio che hanno le piazze, loro che hanno visto tanto dolore, tanta gioia e, in mezzo a tutto il resto, anche tanti cani alzare la gamba accanto alla fontana.

Ecco la lista delle mie incursioni nella piazzetta.
1) Gennaio. Pik Pik. Nel freddo pungente arriva una silenziosa Mercedes, da cui escono due signore che distribuiscono volantini sulla Bibbia.

2) Febbraio. L’elefante innamorato. Proprio al centro dell’universo si radunano otto signori in pensione. Intanto, sospesa sopra i tetti, appare la luce di Venere.

3) Marzo. La parola “cielo”. Quando apriranno la fontana? Leggo Elias Canetti: Egli parla rivolgendosi al sole, e la bambina ascolta. Adesso parla la bambina, e lui ode il sole.

4) Aprile. Cacciavite a stella. Il vento infuria nella piazzetta. Due ragazzine discutono dell’importanza di avere una migliore amica.

5) Maggio. Plazuela. A las cinco de las tarde, è Garcia Lorca che passa dalla piazzetta. Sento parlare gli uccelli e provo a rispondere con un richiamo per cinciallegre.

6) Giugno. Piazzetta tropicale. È un pomeriggio soffocante. L’estate arroventa l’asfalto e Bellinzona sembra una città fantasma.

7) Luglio. Oettinger. Un uomo mette in fresco una birra nella fontana.  Uno dei pensionati indossa una maglietta rossa con la scritta Giovane da cent’anni.

8) Agosto. E toseed tumasăd-t. L’ombra e l’acqua trasformano la piazzetta in un’oasi. Una ragazzina magra si siede, guarda a lungo il telefono e poi se ne va.

9) Settembre. L’ultima tigre. A circa 46 gradi di latitudine nord e 9 gradi di longitudine est, con una temperatura di venti gradi, mi ha punto una zanzara.

10) Ottobre. Pispillòria. Grazie a Nagib Mahfuz, la piazza di popola di mercanti, facchini, navigatori, geni buoni o malvagi, ciabattini, sultani e donne misteriose.

11) Novembre. Fuori dagli stalli demarcati. Perché sono qui? Dovrei lavorare o correre o fare cose ragionevoli che mi permettano poi di lamentarmi per lo stress.

12) Dicembre. Ant Nadal. Non c’è nessuno. Una macchina sbatte contro un albero. Dopo qualche minuto arriva un uomo a raccogliere i cocci. Buon Natale!

PS: La poesia di McGough si trova nella raccolta Gig (Cape, Londra 1973). La traduzione di Franco Nasi proviene da Eclissi quotidiane. Poesie scelte 1967-2002 (Medusa 2004).

PPS: Nel 2018, nuovo esperimento. Fra qualche giorno vi spiegherò di che si tratta.

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La Mano Rossa

A Natale ho ricevuto un piccolo rastrello di colore rosso. O forse arancione. In realtà, più che un rastrello, si tratta di un sarchio o di una zappetta. Ma il modo giusto per descriverlo è riconoscere, dietro le dita di ferro, il modello originario della mano umana. Insieme al dono c’era un biglietto con la foto di alcuni profughi: una madre, due bambini, un uomo con la barba. In alto, la parola Betlemme scritta in arabo e in ebraico. Sotto, in grassetto: Still crossing. Più in basso: Everything will be ok, Andrà tutto bene, Tout ira bien, Todo irá bien. Il biglietto non aiuta a capire il rastrello, se non forse come un invito a dissodare la terra, affinché possa attecchire la pace.
Per me la Mano Rossa è simbolo di avventura: ricordo una banda di spietati assassini, nei fumetti di Tex Willer. È anche uno scettro, un bastone magico, un’antenna che capta emozioni. Soprattutto è uno mezzo per favorire la scrittura, sarchiando la terra allo scopo di consentire la circolazione dell’aria e della luce.
Ho tenuto la mano rossa sulla scrivania e, giorno dopo giorno, ho scritto un piccolo diario. Lo potete leggere qui: Diario della Mano Rossa (sono poche pagine). Il mio augurio è che ognuno di noi sappia compiere il gesto primordiale di spezzare la crosta del terreno. Bisogna smuovere le zolle e rompere la durezza dei pregiudizi, delle identità acquisite, perché germoglino incontri, novità, storie inaspettate.
In questo senso, vorrei proporvi di ascoltare Fleurette africaine, un brano inciso il 17 settembre 1962 da Duke Ellington (piano), Charles Mingus (contrabbasso) e Max Roach (batteria). È un incontro inedito (e unico) fra musicisti di generazioni diverse: il grande classico Ellington, nato nel 1899, indiscusso maestro dello swing, l’irregolare Mingus, nato nel 1922 (e già cacciato nel ’53 dall’orchestra di Ellington per avere inseguito il trombonista Juan Tizol con un coltello sul palcoscenico), insieme all’ombroso Max Roach, nato nel 1944 (e passato anche lui dall’orchestra di Ellington nel ’41 per una sostituzione). A quell’epoca Mingus stava lavorando ai suoi più grandi album (Oh Yeah nel ’61, The Black Saint and the Inner Lady nel ’63), mentre Roach aveva pubblicato nel ’60 We Insist! – Freedom Now Suite, una pietra miliare nella protesta contro la segregazione razziale. Tre musicisti, tre percorsi, tre linguaggi… e un brano memorabile.

Fra i musicisti c’è ascolto, c’è grande rispetto, c’è la voglia di mettersi al servizio della musica, ignorando le etichette. Mingus gioca sul vibrato, mentre Roach batte solo sui tom, contribuendo a creare un’atmosfera ipnotica. Al piano Ellington disegna il ritratto di un piccolo fiore che spunta nel folto della giungla, lontano dagli sguardi. La melodia delicata, gli accordi talvolta dissonanti, le contromelodie di Mingus, tutto contribuisce a dispiegare una grazia minuta, apparentemente fragile, ma inestirpabile nella sua gratuità. Anche se non lo vede nessuno, anche se a molti può sembrare inutile, il piccolo fiore – come disse Duke Ellington – cresce ogni giorno più bello.

PS: Il brano
Fleurette africaine, composto dallo stesso Ellington, si trova dall’album Money Jungle (Blue Note 1962). La frase di Ellington proviene dalla sua autobiografia Music is my mistress (1973, tradotta in italiano da Franco Fayenz e Francesco Pacifico nel 2007 per Minimum Fax con il titolo La musica è la mia signora).

PPS: Grazie a Caterina per l’escardilho e per il biglietto.

PPPS: Buon 2018!

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