Pik pik

Il biologo David Haskell ha isolato un cerchio di un metro quadrato in una foresta del Tennessee. Poi, per un anno intero, è andato quasi ogni giorno a osservare il luogo prescelto. Nei fatti minuscoli delle rocce, degli alberi, degli animali, Haskell ha scoperto la grandiosità della natura e dei suoi segreti. È possibile fare la stessa cosa con gli esseri umani? Isolare un luogo, un angolo di strada, e vedere giorno dopo giorno crescere il mistero di ciò che siamo?
IMG_9055Per designare il suo pezzo di foresta, Haskell usa il termine sanscrito mandala, che significa nello stesso tempo “cerchio” e “comunità”. Egli spiega come la ricerca dell’universale nell’infinitamente piccolo sia un motivo che ricorre sommessamente nella maggior parte delle culture, e cita la poesia Presagi d’innocenza di Blake: Vedere il mondo in un grano di sabbia / e il cielo in un fiore selvatico. Accenna anche ai mistici, ai contemplativi: Per San Giovanni della Croce, san Francesco d’Assisi o Giuliana di Norwich, una prigione sotterranea, una spelonca o una piccola nocciola potevano essere la lente attraverso cui conoscere la realtà fondamentale delle cose. Haskell si pone di fronte a questa sfida come biologo: È possibile vedere l’intera foresta attraverso una piccola finestra contemplativa di foglie, rocce e acqua?
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Più volte la settimana Haskell torna al suo mandala. Si siede su un lastrone di arenaria e guarda, senza nemmeno entrare nel cerchio. Si è ripromesso di non intervenire, di non toccare niente. La struttura del libro segue la cronologia dei suoi appunti, dal primo gennaio fino al 31 dicembre. Ho deciso di leggerlo anch’io un po’ alla volta: ogni settimana mi ritaglierò qualche minuto per inoltrarmi nelle foreste del Tennessee. Per cominciare abbiamo osservato rocce, licheni, formiche, vermi, aceri, felci e, con la prima gelata, fiocchi di neve. Questi ultimi sono come stelle trasparenti. Haskell rammenta la domanda di Keplero, il quale nel 1611 scrisse: Deve esserci una causa precisa per cui, ogniqualvolta comincia a nevicare, si forma sempre una stellina con sei angoli. Keplero non lo sapeva, commenta Haskell, ma la forma dei cristalli di ghiaccio esagonali dà un’idea precisa di ciò che dovrebbe essere invisibile, ossia la geometria degli atomi.
snowflakeIn gennaio Haskell compie un esperimento: si spoglia nudo per provare il freddo così come lo vivono gli animali della foresta, senza abiti. A venti gradi sottozero, gli bastano dieci secondi per capire che le piccole cince della Carolina, che saltellano sui rami lì intorno, sono più attrezzate di lui per combattere il gelo. Le cince cantano e fischiano, il picchio emette il suo classico pik pik dai toni acuti, mentre Haskell si affretta a rivestirsi prima di finire assiderato.
In generale, il biologo è stupito dalla complessità di relazioni in un metro quadrato di foresta. Tutto è regolato con precisione: i progenitori del picchio avevano emesso quel suono per milioni di anni prima che esistesse l’uomo e Haskell deve ammettere: Più rimango a osservare il mandala, più sento allontanare ogni speranza di poterlo veramente comprendere e di coglierne la natura più essenziale. Mentre mette in pratica le sue competenze, impara qualcosa su di sé: Osservare noi stessi e osservare il mondo non sono attività in contraddizione; osservando la foresta, ho imparato a conoscere meglio me stesso.
IMG_9064Mi domando se possa anch’io trovare una sorta di mandala. Non sono un biologo e non riuscirei a interpretare i fenomeni naturali. Ma come romanziere, in qualche modo, sono abituato a osservare le persone, ad ascoltarle. Per non andare lontano, scelgo un luogo nella mia città. È una piccola piazza, appena uno slargo circolare nella zona sud di Bellinzona (tra via Raggi e via Borromini, dietro la fermata del bus Semine). Ne avevo già parlato in un articolo su “Doppiozero” e nella guida letteraria Gli immediati dintorni (Casagrande 2015). Vicina a uno sportello della Posta, non lontana da una Coop e da un Mc Donald’s, la piazzetta-mandala è un crocevia. Nella bella stagione sembra perfino più animata del centro storico: intorno alla fontana, sulle panchine di legno scrostate, ci sono persone di varia età e provenienza, cani e bambini, adolescenti, anziani, disoccupati.
IMG_9063Mi siedo su una panchina, con il freddo che punge le mani e che s’infila sotto la giacca. Non saranno i venti gradi sottozero di Haskell, ma la piazza è vuota. Apro un libro, per mantenere un contegno (Ti trovo un po’ pallida, di Carlo Fruttero). Un bambino con i roller gira intorno alla fontana, con le gambe malcerte, poi se ne va. Passano uomini anziani con il basco e il sacchetto della spesa. Alle mie spalle, la via è trafficata. Due donne si parlano gridando dai lati opposti della strada, finché la più giovane si arrischia ad attraversare e raggiunge l’altra. Una vecchia signora, lentamente, spinge un trolley.
IMG_9065Trascorrono dieci minuti: nessuno si ferma. Comincio a sentire freddo; provo a leggere il libro tenendo le mani in tasca, ma è un’operazione complessa. Nel frattempo, in un parcheggio sulla destra, arriva una piccola Mercedes nera. Ne scendono due donne di mezza età, basse, infagottate in ampi strati di pelliccia. Si avvicinano. Poi una delle due mi chiede gentilmente se, a mio parere, la Bibbia sia un libro ormai superato o se contenga dei consigli pratici di vita quotidiana. Mentre cerco di abbozzare una risposta, l’altra signora mi rifila un volantino dei testimoni di Geova e attira la mia attenzione sulla testimonianza di un ragazzo poco più che ventenne, tale Ezekiel, il quale ha dichiarato: Quando ho visto che era un librone, mi è passata la voglia di leggere la Bibbia. La signora scuote il capo. Un librone?, mormoro io. Ma la prima signora sta già citando una frase dal Nuovo Testamento. La seconda resta in silenzio. IMG_9066Infine mi salutano con gentilezza e tornano alla Mercedes. Allora riprendo a leggere Ti trovo un po’ pallida, che è un libro molto sottile. Il cielo è sempre più bianco e basso. C’è un’attesa di neve nell’aria. Sopra le case sta passando un corvo.
Fra qualche settimana, tornerò a osservare l’evoluzione della piazzetta-mandala. Com’è accaduto a Haskell, mi sembra di non essere riuscito a cogliere un granché. Camminando ripenso al corvo, così nero sullo sfondo bianco, e mi viene in mente un brevissimo poema del maestro giapponese Sengai (1750-1837): Difficile distinguere un airone bianco sulla neve; ma come spiccano i corvi.
IMG_9058Nell’autografo l’ideogramma sembra la traccia di un animale su un campo innevato, e il disegno dei corvi continua con naturalezza ciò che le parole non arrivano a dire. È giusto, forse, che pure osservando da vicino un frammento di realtà non si riesca a esaurirne il senso. Non solo perché il mondo è misterioso, ma anche perché la scrittura è sempre un tentativo. In un punto del suo diario, Cesare Pavese annota: Nell’inquietudine e nello sforzo di scrivere, ciò che sostiene è la certezza che nella pagina resta qualcosa di non detto. Vi lascio quindi al non detto, che forse appare anche sulla neve di questa pagina: invisibile come un airone, nitido come un corvo.

PS: Il libro di Haskell è stato pubblicato in italiano da Einaudi nel 2014 con il titolo La foresta nascosta. Un anno passato a osservare la natura (l’originale inglese, The Forest Unseen. A Year’s Watch in Nature, è del 2012). I poemi del maestro Sengai si trovano in Poesie e disegni a china, a cura di Daisetz T. Suzuki, scritto nel 1971 e pubblicato in italiano da Guanda nel 1988 e poi nel 2012. L’annotazione di Pavese è tratta dal Mestiere di vivere (Einaudi) e risale al 4 maggio 1942. Ti trovo un po’ pallida, scritto da Fruttero nel 1979, è stato ripubblicato da Mondadori nel 2007.

PPS: La foto con le felci è la copertina del libro di Haskell. Quella del fiocco di neve è del fotografo statunitense Wilson Bentley (1865-1931). Autore del libro Snow Christals, fu tra i primi a catturare l’immagine di un fiocco di neve.

PPPS: Proprio ora, mentre sto per pubblicare questo articolo, qui a Bellinzona sta cominciando a nevicare. Un’altra pagina bianca da riempire.

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11 pensieri su “Pik pik

  1. Complimenti per questo bellissimo post tutto giocato sul bianco: la neve, ti trovo pallida, il cielo con i corvi che sono simbolo del mistero che si nasconde nelle parole e nei nostri fragili cuori umani. Buona serata innevata! 😘🙂

    1. Grazie mille. Non avevo notato questa presenza del bianco: in realtà, mi sono limitato a prendere nota di ciò che accadeva; e per caso quel giorno (cioè mercoledì pomeriggio) stavo davvero leggendo “Ti trovo un po’ pallida” di Carlo Fruttero. Buona giornata!

  2. E’ impressionante quanta bellezza si celi in un cristallo di neve!
    Come nelle formazioni di ghiaccio sui vetri di una finestra. Da bambino, quando abitavo in una casa di campagna senza riscaldamento, al risveglio trovavo disegnate sui vetri, grandi foglie di felci, che sono piante primordiali derivanti dalla ripetizione all’infinito di particelle infinitamente piccole.
    Si scoprono più cose osservando anche un piccolo angolo di natura che da cento libri.
    Grazie Andrea.

    1. Caro Nino, grazie per questa testimonianza. Sono frammenti di bellezza difficili da cogliere, oggi, nelle nostre case provviste di riscaldamento centrale. Mi piace l’immagine delle felci primordiali che si disegna nottetempo sui vetri. È vero, l’osservazione dei dettagli è sempre emozionante; ma anche i libri ci aiutano in questa operazione, allargando il numero dei mondi che possiamo esplorare. Buon pomeriggio, a presto:

  3. Grazie per questo bel post. Una cosa non ho capito: tornerai a parlarci della piazzetta-mandala? Quando? Sono curiosa di scoprire come si animerà durante la primavera. Grazie anche per aver citato Blake (lo adoro!) e “Ti trovo un po’ pallida” del grande Carlo Fruttero. Continua così!

    1. Grazie. Cercherò di parlarne ancora, tornando a osservarla nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. (Nel frattempo, procederò con la lettura del saggio di Haskell). “Ti trovo un po’ pallida”, con la sua atmosfera estiva e il paesaggio della Toscana, creava un certo contrasto…

  4. … Bello, leggerti! …Tutto mi è arrivato con soffusa intensità e velata malinconia, rievocando quell’esperienza secondo cui “è giusto, forse, che pure osservando da vicino un frammento di realtà, non si riesca a esaurirne il senso (…..)”. In qualche modo, quello che ci rimane in parte nascosto ma rievocando un’eco di qualcosa che ci riguarda, rientra in quel proprio essere parte di un mistero che ci cattura, intrigandoci, ma poi lasciandoci li in silenzio, a volte tremanti dal freddo, o per una percezione solitaria d’intendimento … forse azzardato, o ad ogni modo incerto…

    1. Grazie per il pensiero, che descrive con precisione lo stato d’animo che ci coglie di fronte a ogni genere d’infinito: quello che si annida dentro l’infinitamente piccolo, quello che talvolta appare anche dietro la quotidianità di una piazza di quartiere. È proprio così: siamo parte del mistero e, pur senza comprendere, avvertiamo “un’eco di qualcosa che ci riguarda”.

  5. Ho trovato interessante la transizione dall’osservazione naturalistica del saggio biologico all’osservazione umana della piazzetta di Bellinzona.
    Avevo trovato in libreria (e letto con trasporto emotivo) un ottimo saggio del biologo Jared Diamond che ha mutato un po’ l’approccio allo studio dello sviluppo umano, mutuandolo con le necessità alimentari e di comunità. Si tratta di Armi, Acciaio e Malattie che si legge come un romanzo e senza bisogno di particolari conoscenze scientifiche… mi sento di consigliarlo, è la Storia dell’Uomo negli ultimi 13 mia anni.

    1. Sì, la transizione era azzardata, ma mi pareva interessante applicare il metodo di Haskell al mio campo di riflessione e alle mie competenze. Vedremo come muterà la piazzetta alla prossima visita (speriamo che faccia meno freddo!).
      Grazie mille per il consiglio di lettura: mi procurerò il saggio. Chissà che la prospettiva di 13mila ani di storia non mi aiuti a scorgere meglio i piccoli segreti, i minuscoli accadimenti della quotidianità che con naturalezza animano la mia piazzetta-mandala…

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