L’ultima tigre

Mi ha punto una zanzara. Un giorno di fine settembre, a Bellinzona, su una panchina nell’anonima piazzetta tra via Raggi e via Borromini, sono stato aggredito senza pietà da una Aedes albopictus, meglio conosciuta come zanzara tigre. A Bellinzona, capite? A circa 46 gradi di latitudine nord e 9 gradi di longitudine est. A poco più di duecento metri sul livello del mare e con una temperatura di venti gradi. Altre zanzare in giro, a Bellinzona, non se ne vedono. Sono tutte morte, oppure sono piombate nella diapausa invernale, cioè stanno dormendo serenamente nel tepore di un sottovaso, di un garage o di un albero cavo. Ma la mia zanzara invece no. Lei è una guerriera, una che resiste: disprezza da lontano la viltà delle sorelle, ignora i segnali dell’autunno, se ne infischia del freddo e delle prime foglie ingiallite. Magari non ha nemmeno sete di sangue, ma il suo onore di tigre solitaria esige che vada a caccia e che conficchi il rostro nel mio avambraccio, pronta a morire come muoiono gli eroi. In realtà poi è sopravvissuta: appena mi sono accorto dell’assalto, ha fatto perdere le sue tracce (avrà pensato che sì, va bene morire come un eroe, ma senza fretta).
Eccomi dunque con la mia lesione pomfoide pruriginosa, mentre intorno – ignari della tigre che prepara l’agguato – i frequentatori della piazzetta passano il pomeriggio nelle solite attività: pettegolezzi, birra, whatsapp. Gli sventurati non sanno che, come informa in un documento il Gruppo cantonale di Lavoro Zanzare, la belva sosta frequentemente sugli indumenti, rimanendo silente a lungo. Ma forse siamo fortunati, forse la Sanguinaria si è spinta verso altri territori di caccia. Dicono che si sposti poco – circa 100 metri all’anno – ma potrebbe aver usufruito di un passaggio: la zanzara tigre, infatti, entra facilmente in un qualsiasi mezzo di trasporto (automobile, camion, ecc.) inseguendo la sua preda (uomo).
Oggi sembra che io sia l’unico esemplare della sua preda (uomo) ad aver subito il prelievo di sangue. Mi gratto l’avambraccio e apro il libro che ho portato con me: Filippo Strumia, Marciapiede con vista (Einaudi 2016). Il titolo si addice alla situazione, perché dalla mia panchina il panorama è interessante: il va e vieni di pensionati e adolescenti, l’arrivo e la partenza degli autobus, la vita minima di un quartiere periferico. Qualcosa accade qui e ora, qualcosa che sembra niente ma che invece è un momento irripetibile nel tempo. In due versi fulminei, Strumia annota: Non posso dire adesso / senza averne nostalgia. Mi accorgo che la mia nostalgia non è tanto perché l’istante fugge, quanto perché intuisco di non appartenere al mondo in cui mi trovo. Il gruppo dei pensionati discute di calcio, un uomo di mezza età mette due lattine di birra nella fontana. Quattro ragazzi, due maschi e due femmine, si siedono nella panchina accanto alla mia. Poi una delle ragazze riceve un messaggio che la manda in agitazione, tanto che trascina l’amica dalla parte opposta della piazza, per un consulto. I due maschi non fanno commenti e fumano in silenzio. Quando le ragazze tornano, una sta dicendo all’altra: Ma se lui vede che hai letto e tu non rispondi, poi pensa che sei d’accordo! Oh, esclama l’amica. E allora che cosa faccio?
Che cosa faccio? È la domanda che mi pongo anch’io. I ragazzi, l’uomo con la birra, una famiglia in bicicletta, i pensionati che sanno tutto di tutti, ognuno qui ha un ruolo, ognuno vive il pomeriggio di festa con pienezza di azione e di pensiero. Invece io mi limito a guardare gli altri e a chiedermi lo scopo di questi andirivieni domenicali, di queste partite di calcio, di questi messaggi con o senza risposta. Certo, prendo appunti sul mio taccuino. E tornano a cadere / parole dalle cose, / e cosa fare di questo / stare qui è la domanda / da dimenticare. Purtroppo non sono mai riuscito a dimenticare una domanda. Se nei mesi scorsi ogni tanto mi è parso di partecipare alla vita della piazzetta, oggi percepisco la mia estraneità: sono arrivato, ho letto il mio libro, non ho parlato con nessuno.
L’uomo con la birra ha scovato una stazione radiofonica sul cellulare. Il miagolio della musica nasconde le parole dei pensionati, prima di venire a sua volta coperto da un gruppo di motociclisti. Mi alzo e mi avvicino alla fontana, concentrandomi sul fruscio dell’acqua. Fra poco me ne andrò, con la consapevolezza di essere irrimediabilmente straniero, anche qui, in una piazza della mia città. L’essere vivente al quale più mi sono avvicinato è quell’estremo esemplare di Aedes albopictus (anzi, si è avvicinata lei). C’è una lirica di Strumia che sembra scritta apposta: L’autobus ritarda, / sei nel luogo dove stare. / Guarda la zanzara, / chiedile un parere, / ragiona sui lampioni / con i pipistrelli. Non ho conversato con la Sanguinaria, mentre per i pipistrelli mi sembra troppo presto. Taglio attraverso l’aiuola, ancora sfolgorante di colori, e me ne torno a casa.


Investigando marciapiedi, lampioni, panchine e tombini, Strumia esprime in parte questa sensazione di lontananza dal mondo, di solitudine. Chiudi tutto e vai a zonzo. / Soffrire di pensieri / è difetto di presenza. / Per sapere d’esser qui / serve un ragno, / un disegno col gessetto / cancellato per metà, / forse un pezzo di pneumatico / scoppiato, / un randagio che ha lo sguardo / dei tuoi occhi. Mi pare che le parole difetto di presenza dicano bene il mio essere escluso. Naturalmente ho persone che mi sono accanto ma qualche volta, come un randagio, mi taglio fuori da ogni forma di vicinanza. E se scrivo, quando scrivo, è anche per ritrovare una forma di contatto.
Lungo la strada, passo accanto a un bidone per la spazzatura su cui campeggia un annuncio a lettere cubitali: ESTRANEI CHE GETTANO SACCHI NON UFFICIALI VENGONO DENUNCIATI. Mi fermo a guardare. Trovo significativo che non venga punita soltanto l’infrazione (gettano sacchi non ufficiali), ma anche il fatto che sia perpetrata da estranei. Inoltre, punita da chi? Non è precisato, e perciò la minaccia suona ancora più fosca: vengono denunciati, senza complemento d’agente. Non ho la minima intenzione di gettare sacchi nel bidone (soprattutto sacchi non ufficiali), ma in qualche modo mi sembra che l’avviso voglia mettere in guardia anche me: attento, resti comunque un estraneo. Un randagio. Uno che viene da fuori. Ma sta’ tranquillo che noi ti teniamo d’occhio.

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4 pensieri su “L’ultima tigre

  1. Caspita, zanzare tigre a settembre! Ma dove sono le stagioni? Simpatico comunque il fatto che anche una zanzara possa ispirare a uno scrittore qualcosa di più profondo!

  2. Stupendo “pezzo” che parte da una zanzara e affonda il pungiglione (pardon…!) in un “male di vivere” di ascendenza montaliana, con un tocco d’ironia e l’occhio che coglie i dettagli. Rifletto e mi chiedo: quante volte, magari senza che me ne accorga, anch’io sento questo “impulso di estraneità”? Forse è un sentimento inevitabile…

    1. Gentile Desy, in effetti penso che questi sprazzi di estraneità siano normali, perfino inevitabili prima o poi nella vita di un essere umano. Bisogna giusto evitare che il fossato non diventi troppo lungo e troppo profondo. Un cordiale saluto, buona domenica!

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