Sweet bird

Quando lavoro alla radio, alla Rete2 della RSI, mi sveglio alle quattro. Mi lavo, mi vesto, bevo un bicchiere di tè freddo e mangio un frutto. Poi prendo la macchina e guido da Bellinzona a Lugano, nel buio delle mattine invernali o, com’è accaduto la settimana scorsa, nel blu misterioso e lucente che precede il crepuscolo. A volte tutto è limpido, silenzioso, a volte invece si scatena un temporale, magari mentre salgo verso il Ceneri; in quei momenti, nell’abitacolo battutto dalla pioggia, mi pare di essere solo al mondo. Poi arrivano i fari di qualche automobile a ricordarmi che su questa terra esistono altri esseri umani, come me aggrappati a un volante e diretti da qualche parte sotto il diluvio.


Ancora non ho pronunciato una parola. Lascio la macchina nel parcheggio della radio e mi dirigo verso lo studio (dove leggerò i quotidiani prima di cominciare la diretta). Se non piove, mi fermo per un istante ad ascoltare le ultime notizie così come vengono trasmesse da un nugolo di uccelli nel folto degli alberi. I trilli, i pigolii, le melodie ripetute, i gorgheggi e i fischi s’intrecciano fra loro, tessendo la trama di un discorso incomprensibile (per me), ma non per questo meno vero.


Di fatto la voce degli uccelli esprime una verità sul mondo pari a quella che esprimerà il primo notiziario del mattino. Per me, che passo in pochi minuti dal mondo del canto a quello delle news, è importante ascoltare entrambi i discorsi. È il cinguettio fra gli alberi a dirmi che 1) sta sorgendo un’altra alba: questo merita di essere annunciato, perché le albe non sono infinite e non vanno sprecate; 2) se sono qui e ora è per un motivo: non devo smettere di cercare una voce che rappresenti nello stesso tempo le mie domande, le mie risposte, la mia tristezza o la mia meraviglia davanti alla realtà; 3) il silenzio e la musica sono la fonte da cui sgorgano le parole: non c’è frase scritta o pronunciata al microfono che sia efficace, se prima non si è confrontata con questo mondo aereo e ancora privo di sillabe umane. Per riassumere:
1) annuncio (An);
2) espressione dell’interiorità (EI);
3) attesa della parola (AP).
Queste tre funzioni vanno poste in relazione con ciò che succede alla radio. Di colpo, il campo sonoro ornitico, più o meno immutato da cento milioni di anni, lascia il posto al fattore umano. Ecco quindi 1) l’inesausta attualità dei giornali, i loro titoli, gli editoriali che segno con un evidenziatore giallo; 2) l’irruzione del mondo: scorrono i flussi delle notizie d’agenzia, appare sullo schermo la scaletta dei brani musicali, arrivano i notiziari e i bollettini meteo; 3) il tempo sminuzzato della diretta: conto i secondi che mancano alla sigla, parlo con il tecnico-regista che mi aiuta a tenere il ritmo, la mia voce entra nel microfono e si diffonde in luoghi che non vedrò mai. Per riassumere:
1) attualità (At);
2) espressione del mondo (EM);
3) diffusione della parola (DP).
Credo che le funzioni degli uccelli abbiano lo scopo di produrre una curva di equazione cartesiana in un piano munito di sistema di riferimento con assi perpendicolari. Così ogni elemento radiofonico risulta da una funzione ornitica.
f(An) = At
f(EI) = EM
f(AP) = DP
Non sto a disegnare il grafico: è la forma di una mattinata di lavoro, vissuta nella tensione fra silenzio e parola. Prima il silenzio, il canto degli uccelli, il fruscio delle pagine dei giornali, in un crescendo d’immersione nel mondo. Poi le mie parole, tese verso ascoltatori invisibili. La ferita dei notiziari: titoli inesorabili (La guerra ed ora anche il colera: è allarme-epidemia nello Jemen, in ginocchio per gli scontri e per la situazione sanitaria: oltre 200mila i casi conclamati); statistiche sui migranti che dietro le cifre celano lo strazio di chi fugge (Il governo italiano lancia l’allarme: situazione insostenibile, nelle ultime ore oltre 12mila arrivi, dal 1 gennaio +13,43%); un neonato a Londra che sopravvive attaccato a un respiratore, mentre intorno infuria la polemica (La Corte di Strasburgo sul piccolo Charlie: si può staccare la spina). Nel corso della mattinata le notizie si alternano alle canzoni, alle rubriche, alle interviste.
Quando torno nel parcheggio, dopo la riunione di redazione, sento di nuovo gli uccelli. Sullo sfondo c’è anche il ronzio di un motore: qualcuno da qualche parte sta tagliando l’erba.

 

Mi rimane impresso questo sotterraneo e un po’ assurdo collegamento fra il canto degli uccelli e le voci della radio.
Nel pomeriggio recupero un vecchio saggio di Edward Neill: Musica, tecnica ed estetica nel canto degli uccelli (Zanibon 1975). L’autore trova affascinante l’ipotesi che l’uomo primordiale abbia potuto trarre ispirazione dal canto degli uccelli in generale per modulare le sue prime manifestazioni canore, e, in particolare, che per costruire il proprio rudimentale sistema melodico si sia rifatto a strutture aventi un carattere intervallico come quelle del Tordo eremita (Hylocichla guttata). Neill mostra poi alcune trascrizioni musicali elaborate da un certo dottor Szöke (nel cui nome mi sembra di cogliere l’eco di un colpo di becco ben assestato).
Penso al mio lavoro: come scrittore, ma anche alla radio o nell’insegnamento. Di certo, per essere efficaci le parole devono nutrirsi di silenzio, di musica. E il canto degli uccelli racchiude un nocciolo antico di melodia che, come dice il saxofonista brasiliano Ivo Perelman, stupisce per la sua coerenza: non sono stati a scuola, nessuno ha detto loro di cantare in quel modo, non sono nemmeno coscienti di farlo. Eppure, cantano. E qualcosa di quel suono primordiale si ritrova in ogni musicista, in ogni poeta.
Il mattino seguente, mentre vado alla radio, ascolto il brano Sweet bird, composto da Joni Mitchell e riproposto da Herbie Hancock nell’album River: the Joni letters (Verve 2007). Mi pare che nella musica risuoni la semplicità di un canto ancestrale. Specialmente nelle improvvisazioni al sax di Wayne Shorter, che a volte imita la cadenza degli uccelli (a 1.50, a 2.30, a 5.30, a 6.37) e che alla fine diventa un soffio. Ma pure nel fischio che affiora qui e là (per esempio a 0.30, a 0.39, a 4.09), come se un volatile invisibile accostasse la sua voce a quella di Hancock al piano, di Shorter al sax, di Dave Holland al basso, di Vinnie Colaiuta alla batteria e di Lionel Loueke alla chitarra.

Arrivo alla radio. Entro nel mondo delle parole, come ogni giorno, e cerco di conservare nell’anima un ricordo di melodia. Questa bellezza si esprime sia come riflesso malinconico, sia come speranza che – dietro il male che tracima dalle notizie – resista la capacità di affermare la parte generosa del mondo. Le parole feriscono ma, quando sono pronunciate nel modo e nel momento giusto, possono anche guarire.

PS: L’osservazione di Ivo Perelman proviene dal numero 688 della rivista “Jazz Magazine” (ottobre 2016). Anche Perelman, nelle sue improvvisazioni libere, imita talvolta il canto degli uccelli; si vedano per esempio i due album con Karl Berger: Rêverie (Leo Records 2014) e The Hitchhicker (Leo Records 2016).

PPS: Per chi fosse interessato all’intervento aviario nella musica umana, è simpatico il duetto che il pianista Misha Mengelberg registrò insieme a Eeko, il pappagallo di sua moglie: a volte, si ha quasi l’impressione che Eeko sappia swingare… Il brano si trova nell’album Epistrophy (ICM 1972). Lo metto anche qui come omaggio a Mengelberg, morto il 3 marzo di quest’anno a 82 anni.

PPPS: Infine, ecco il Tordo eremita di cui parlano Edward Neill e il dottor Szöke. Mi sembra che, nel profondo della sua solitudine, sappia trovare un modo per colmare il fossato tra sé e il mondo, con uno dei canti più umanamente melodici che esistano: secondo Neill le emissioni vocali di questo uccello che vive prevalentemente in Nord-America sono strutturate in modo assai simile a quello che caratterizza la nostra musica diatonica e pentatonica. Neill precisa inoltre che i Tordi eremiti sono asociali nel senso in cui lo sono gli artisti che possono creare solo se in compagnia di sé stessi. Non posso fare a meno di citare almeno un’opera del dottor Szöke: P. Szöke, W. W. H. Gunn, M. Filip, The Musical Microcosm of the Hermit Trush, in “Studia Musicologica Academiae Scientiarum Hungaricae”, 11, Budapest 1969.

PPPPS: Per essere precisi, il silenzio mattutino che mi accompagna dal risveglio fino al luogo di lavoro non è interrotto soltanto dal cinguettio degli uccelli. C’è anche quel momento, inevitabile, in cui la mia automobile mi avvisa perentoriamente che non ho ancora allacciato la cintura…

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8 pensieri su “Sweet bird

  1. Magnifico! È la prima volta che lascio un commento, ma sono un lettore fedele di questo blog. Adesso ho deciso di scrivere perché questo post è diventato il mio nuovo post preferito! Veramente, fra musica, fotografie, ironia e profondità psicologica mi pare che ci sia tutta la forza di uno scrittore raffinato e incisivo. Avanti così! Un’unica domanda: il saggio di Neill è specialistico nel senso biologico o è anche musicale? Parla della musica jazz o classica ispirata al canto degli uccelli? Grazie!

    1. Grazie mille, Giona, sono lieto che questo sia diventato il suo articolo preferito. Il saggio di Neill è soprattutto musicologo: in effetti, presenta anche un “Catalogo delle opere rappresentative ispirate al canto degli uccelli”. Si va da Le chant des oiseaux di Jannequin, risalente al 1540, fino al Catalogue d’Oiseaux di Messiaen (1956-58), passando per l’imitazione della gallina cucca di Bach, per l’Allodola di Haydn (1791), per gli Oiseaux tristes di Ravel (1904), per l’Usignolo settecentesco di Couperin e per il Merlo novecentesco di Dutilleux. Inoltre, Neill ha fatto riprodurre da un flautista parte delle melodie del Tordo eremita, così come le ha trascritte il dotto Szöke, e a quanto pare l’impressione che si è ricavata dall’ascolto faceva pensare a una composizione di Debussy

  2. Ma che belle sensazioni! 😍 Ho avuto l’impressione di viaggiare all’alba insieme all’autore, e di vivere questo sdoppiamento fra silenzio e parole, fra canto degli uccelli e “news”. Parole profonde, ma anche un approccio divertente (perfino matematico!). Non conosco il blog, perciò domando scusa se faccio una domanda stupida: questi testi sono pubblicati da qualche parte? Grazie per l’attenzione e buona fortuna con i prossimi risvegli all’alba! 😂

    1. Gentile Vivi, la ringrazio per le sue parole. Quanto all’approccio matematico, non so che cosa ne direbbe un esperto… più che altro, è un modo sintetico per annotare le mie sensazioni. La sua domanda non è per nulla stupida: per il momento i testi del blog si trovano solo sul blog, o magari in qualche giornale o rivista. Forse un giorno o l’altro mi capiterà di raccoglierli, chissà. Un cordiale saluto e buona settimana!

  3. Molto bello questo percorso fra uccelli, radio e poesia. Ascolterò la trasmissione la settimana prossima, e cercherò di porgere l’orecchio anche agli uccellini (nonostante certe volte il mattino mi sveglino a orari… antelucani!). Mi è piaciuto molto il commento al brano di Hancock: è affascinante ascoltare il sax che porta avanti magistralmente l’assolo e nello stesso tempo imita uno “sweet bird”… Cordiali saluti e buona domenica.

    1. Un cordiale saluto anche a lei, e grazie per le sue parole. In effetti, Wayne Shorter riesce prodigiosamente a essere semplice e complesso nel medesimo assolo, con una grazia aerea costruita su una perfetta padronanza tecnica. Buona serata e buona settimana!

  4. Caro Andrea, mi è piaciuto il tuo intervento di oggi: a me piace tanto il canto degli uccelli e credo che si parlino tra loro, con parole loro, ma lo fanno sicuramente. Io non sono competente sulla musica jazz, ma mi piace molto la classica, certa classica soprattutto, quella descrittiva. Sto pensando agli uccellini della Primavera di Vivaldi e a tanti altri gorgheggi o rumori “naturali”, che ascolto sempre con grande piacere. Grazie per avermi ricordato che, forse da troppo tempo, ignoro i classici che mi piacciono. A modo suo, per noi poverelli incomprensibile, tutta la natura ci parla, usa un suo vocabolario.

    1. Cara Raffaella, grazie per il tuo pensiero. Penso in effetti che gli uccellini siano presenti nella classica quasi più che nel jazz. Certo, nel jazz ci sono musicisti che imitano alcuni suoni tipici degli uccelli (penso per esempio a Eric Dolphy), oppure musicisti che sono addirittura soprannominati “Bird”, come il grande Charlie Parker. Ma come scrivevo sopra, rispondendo a Giona, l’opera di Neill presenta un ricco catalogo di cinguettii dal sedicesimo al ventesimo secolo. E ogni giorno basta aprire la finestra all’alba per cogliere nuove idee musicali pronte a sbocciare… Un caro saluto, a presto!

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