Misterioso

Ero uno studente all’università di Zurigo quando un giorno, girando per le strade del Niederdorf, entrai in un negozio di dischi usati. All’epoca cominciavo a interessarmi di jazz, in maniera disordinata e curiosa. Così fui colpito dal nome di un pianista: Thelonious Monk. Non sapevo niente di lui, e credo proprio che comprai il disco per il nome (e forse per il bizzarro disegno sulla copertina, dove Monk appare con un casco da aviatore). Arrivato a casa, mi sedetti in balcone e ascoltai il disco. Non avevo nessuna competenza musicale, ma il suono di quel pianoforte mi riempì di meraviglia. A colpirmi furono la sua forza e insieme la sua lontananza. Quei trilli, quelle note ribattute, quelle dissonanze. Mi pareva di trovarmi in un altro mondo, somigliante al nostro eppure profondamente misterioso. Le melodie erano facilmente distinguibili, le canzoni avevano perfino qualcosa di antico… ma per me era tutto nuovo.
Misterioso è la parola giusta. Questo infatti è il titolo di uno dei brani più belli composti da Monk, registrato per la prima volta il 2 luglio del 1948 con il vibrafonista Milt Jackson. È un blues in dodici battute eppure, per la sua atmosfera surreale, è diverso da ogni altro blues. Questo a causa della melodia che marcia su e giù per la tastiera a scalini di sesta che sembrano un esercizio per principianti – scrive il critico John Szwed – ma soprattutto a causa dell’assolo di Monk, che lascia stupefatti per il suo rifiuto della logica convenzionale del blues. Le frasi sembrano chiudersi sempre su una nota sbagliata, gli intervalli scelti non sembrano quelli corretti, a un certo punto sembra addirittura restare indietro, suonando ripetutamente intervalli di seconda, dissonanti. Ogni volta che lo riascolto, mi sembra che non abbia perso niente della sua contemporaneità; del resto, anche il tocco di Monk al pianoforte è sempre unico e inconfondibile.


Sono passati cento anni dalla nascita di Thelonious Sphere Monk, avvenuta il 10 ottobre del 1917. (Sì, anche il secondo nome non è male.) Sposato e padre di due figli, Monk ebbe una vita difficile, a causa di una grave sindrome depressiva, intensificata dal consumo di alcol e stupefacenti. La moglie Nellie gli fu sempre vicina, così come altre persone; in particolare Nica, cioè la baronessa Pannonica de Koenigswarter, sua grande amica e protettrice, tanto che lo ospitò per gli ultimi dieci anni di vita (dal 1972 al 1982). A lungo Monk non fu curato nella maniera adeguata, e spesso i critici lo descrivono come un matto, un istintivo, uno che suonava le note sbagliate. Lui invece era profondamente consapevole della sua arte. Anche dopo che si era chiuso nel silenzio, durante gli anni Settanta, continuò a non apprezzare i giudizi dei critici (come quello da me citato sopra…). Nel 1976 gli accadde di sentire una trasmissione radiofonica, nella quale un musicologo dichiarava che Monk era un grande musicista nonostante suonasse le note sbagliate sul piano. Thelonious arrivò al punto da chiamare la radio e lasciare un messaggio, chiedendo che qualcuno dicesse a quel tizio in onda: “Il piano non ha note sbagliate”.
La musica di Monk non è sbagliata. È diversamente giusta. È come un pomeriggio di sole nel tardo autunno, quando a sederti in piazza pare di essere in estate, e ti rimbocchi le maniche e ti viene voglia di una birra, mentre la luce accarezza gli alberi nudi sui viali. In quei momenti ti piace stare in silenzio, fissando l’attenzione su qualcosa di piccolo e immediato: un riflesso sui vetri, il cigolio di un tram, il passaggio di un corvo sopra i tetti delle case. Il calore del pomeriggio è un abbraccio che fa vibrare qualcosa dentro di te, come una voce amica che ti raggiunge al telefono quando non te lo aspettavi. Mi sembra che tutto ciò, in maniera insondabile, sia racchiuso nella musica di Thelonious Monk.
A volte, quando scrivo e non capisco più a che punto sono, metto un disco di Monk. Come narratore, avverto la presenza di una piccola storia in ogni suo brano: ci sono gli imprevisti, i colpi di scena, la tensione dell’attesa e, nel momento giusto, il silenzio. Monk non amava gli effetti spettacolari, proprio perché sapeva bene – come ebbe a dire in un’intervista – che il silenzio è il rumore più forte del mondo. È famoso un suo silenzio in un’incisione di The man I love, registrata la vigilia di Natale del 1954 con Miles Davis alla tromba e con tre membri del Modern Jazz Quartet (Milt Jackson al vibrafono, Percy Heath al basso e Kenny Clarke alla batteria). Il pezzo comincia con il ritmo lento di una ballad, mentre Davis espone il tema; al minuto 1.21 Jackson parte con l’assolo e la band raddoppia il tempo. Quando è il turno di Monk, a 4.51, lui decide di esporre un’altra volta il tema; ma lo fa nel tempo originale, mentre gli altri continuano a doppia velocità. A 5.23, all’improvviso, Monk si ferma. Il basso e la batteria proseguono per nove battute, poi Davis richiama all’ordine il pianista con una frase suonata lontana dal microfono (5.36), quasi per esortarlo a proseguire. Monk allora si lancia in un’improvvisazione, finché a 6.02 Davis interviene con una frase decisa ripetuta quattro volte.

Su questo episodio si sono fatti molti pettegolezzi, anche perché, durante la stessa sessione, Monk aveva già dato qualche segno di stravaganza. Qualcuno dice che il pianista si fosse addormentato, qualcuno che si fosse alzato per danzare (come faceva spesso durante i suoi assoli), altri pensano che fosse andato in bagno o che si fosse smarrito e non sapesse più che cosa suonare. Altri ancora riferiscono di un litigio fra Monk e Davis (ma i due smentirono; e anzi Monk raccontò che quella sera fecero le ore piccole insieme). In realtà, se si ascolta la prima versione del pezzo, pubblicata in seguito, si scopre che Monk aveva fatto la stessa cosa, lasciando semplicemente una pausa più breve. La spiegazione più semplice è quindi che Monk avesse voluto quel silenzio. Inaspettato, certo. E, com’è giusto che sia, misterioso. Quando scrivo, o quando parlo, cerco sempre di ricordarmi che il silenzio è una modalità espressiva; non è soltanto una pausa fra i suoni o le parole, ma ha una sua consistenza e un suo significato.
In tanti hanno provato a definire la musica di Monk. L’autore giapponese Murakami Haruki, per esempio, la descrisse come ostinata e soave, intelligente ed eccentrica e, per una ragione che non capivo bene, nel complesso estremamente precisa. Una musica che aveva un’incredibile forza di persuasione su qualcosa nascosto dentro di noi. Molti provarono a interrogare lo stesso Monk, ma lui era un esperto nel dirottare le domande. Resta memorabile per esempio la sua ultima intervista, che ebbe luogo a Città del Messico in occasione del Festival internazionale del jazz del 1971. Così la racconta Arrigo Arrigoni in Jazz foto di gruppo (Il Saggiatore 2010).

PEARL GONZALES. «Oltre alla musica esiste qualcosa che la interessa?»
MONK. «La vita in generale.»
G. «E cosa fa in questa direzione?»
M. «Continuo a respirare.»
G. «Qual è secondo lei lo scopo della vita?»
M. «Morire.»
G. «Ma tra la nascita e la morte c’è molto da fare.»
M. «Mi avete fatto una domanda e io vi ho dato una risposta.»
Girò i tacchi, lasciando Miss Gonzales interdetta, per sempre.

Quanto a me, vorrei concludere ascoltando un brano che dura meno di un minuto. Il 26 giugno 1957, in un periodo difficile della sua vita, Monk era in studio per registrare con altri sei musicisti. Il giorno prima avevano inciso qualche brano, ma con grande fatica. La sera del 26 Monk si presentò con l’arrangiamento di un inno che aveva imparato da bambino, Abide with me. Monk adorava quella melodia, composta nel 1861 da William Monk (nessuna parentela) con il titolo Eventide. Dopo che il poeta Henry Francis Lythe ebbe scritto la poesia Abide with me sul letto di morte, le parole furono sovrapposte all’inno di William Monk. Di sicuro Thelonious le aveva in mente quando quella sera insistette perché i quattro fiati registrassero l’inno. Così lui tacque mentre Ray Copeland (tromba), Gigi Gryce (sax alto), John Coltrane (sax tenore) e Coleman Hawkins (sax tenore) suonavano Abide with me.

The darkness deepens; Lord with me abide, / When others helpers fail and confort flee, / Help of the helpless, O abide with me. (“Il buio si addensa; Signore, resta con me, / Quando non vale altro soccorso e fugge ogni consolazione, / Aiuto degli indifesi, resta con me”). Proprio questa registrazione, il 22 febbraio del 1982, accompagnò il funerale di Thelonious Monk. Oggi, a cento anni dalla sua nascita, Monk ancora ci insegna a cercare l’originalità vera, che significa fedeltà alla propria voce e disponibilità allo stupore. Come disse lui stesso, a volte suono cose che nemmeno io ho mai sentito.

PS: Le citazioni di Monk (nella foto qui sopra, a sinistra, con Dizzy Gillespie) e le parole di Abide with me provengono da Robin Kelley, Thelonious Monk. Storia di un genio americano, pubblicato nel 2009 e tradotto da Marco Bertoli nel 2012 per Minimum Fax. Il commento di John Szwed è tratto da Jazz! Una guida completa per ascoltare e amare la musica jazz, pubblicato nel 2000 e tradotto nel 2009 da Francesco Martinelli per EDT. La frase di Murakami viene da Ritratti in jazz, scritto nel 1997 e tradotto da Antonella Pastore nel 2013 per Einaudi. L’episodio legato a The man I love è raccontato anche da Franck Bergerot nel numero 699 (ottobre 2017) della rivista francese Jazz Magazine (Le jour où Monk eut un trou). La stessa rivista presenta un dossier per il centenario di Monk, con cento brani essenziali. Una discografia si trova anche nel volume di Kelley.

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Sweet bird

Quando lavoro alla radio, alla Rete2 della RSI, mi sveglio alle quattro. Mi lavo, mi vesto, bevo un bicchiere di tè freddo e mangio un frutto. Poi prendo la macchina e guido da Bellinzona a Lugano, nel buio delle mattine invernali o, com’è accaduto la settimana scorsa, nel blu misterioso e lucente che precede il crepuscolo. A volte tutto è limpido, silenzioso, a volte invece si scatena un temporale, magari mentre salgo verso il Ceneri; in quei momenti, nell’abitacolo battutto dalla pioggia, mi pare di essere solo al mondo. Poi arrivano i fari di qualche automobile a ricordarmi che su questa terra esistono altri esseri umani, come me aggrappati a un volante e diretti da qualche parte sotto il diluvio.


Ancora non ho pronunciato una parola. Lascio la macchina nel parcheggio della radio e mi dirigo verso lo studio (dove leggerò i quotidiani prima di cominciare la diretta). Se non piove, mi fermo per un istante ad ascoltare le ultime notizie così come vengono trasmesse da un nugolo di uccelli nel folto degli alberi. I trilli, i pigolii, le melodie ripetute, i gorgheggi e i fischi s’intrecciano fra loro, tessendo la trama di un discorso incomprensibile (per me), ma non per questo meno vero.


Di fatto la voce degli uccelli esprime una verità sul mondo pari a quella che esprimerà il primo notiziario del mattino. Per me, che passo in pochi minuti dal mondo del canto a quello delle news, è importante ascoltare entrambi i discorsi. È il cinguettio fra gli alberi a dirmi che 1) sta sorgendo un’altra alba: questo merita di essere annunciato, perché le albe non sono infinite e non vanno sprecate; 2) se sono qui e ora è per un motivo: non devo smettere di cercare una voce che rappresenti nello stesso tempo le mie domande, le mie risposte, la mia tristezza o la mia meraviglia davanti alla realtà; 3) il silenzio e la musica sono la fonte da cui sgorgano le parole: non c’è frase scritta o pronunciata al microfono che sia efficace, se prima non si è confrontata con questo mondo aereo e ancora privo di sillabe umane. Per riassumere:
1) annuncio (An);
2) espressione dell’interiorità (EI);
3) attesa della parola (AP).
Queste tre funzioni vanno poste in relazione con ciò che succede alla radio. Di colpo, il campo sonoro ornitico, più o meno immutato da cento milioni di anni, lascia il posto al fattore umano. Ecco quindi 1) l’inesausta attualità dei giornali, i loro titoli, gli editoriali che segno con un evidenziatore giallo; 2) l’irruzione del mondo: scorrono i flussi delle notizie d’agenzia, appare sullo schermo la scaletta dei brani musicali, arrivano i notiziari e i bollettini meteo; 3) il tempo sminuzzato della diretta: conto i secondi che mancano alla sigla, parlo con il tecnico-regista che mi aiuta a tenere il ritmo, la mia voce entra nel microfono e si diffonde in luoghi che non vedrò mai. Per riassumere:
1) attualità (At);
2) espressione del mondo (EM);
3) diffusione della parola (DP).
Credo che le funzioni degli uccelli abbiano lo scopo di produrre una curva di equazione cartesiana in un piano munito di sistema di riferimento con assi perpendicolari. Così ogni elemento radiofonico risulta da una funzione ornitica.
f(An) = At
f(EI) = EM
f(AP) = DP
Non sto a disegnare il grafico: è la forma di una mattinata di lavoro, vissuta nella tensione fra silenzio e parola. Prima il silenzio, il canto degli uccelli, il fruscio delle pagine dei giornali, in un crescendo d’immersione nel mondo. Poi le mie parole, tese verso ascoltatori invisibili. La ferita dei notiziari: titoli inesorabili (La guerra ed ora anche il colera: è allarme-epidemia nello Jemen, in ginocchio per gli scontri e per la situazione sanitaria: oltre 200mila i casi conclamati); statistiche sui migranti che dietro le cifre celano lo strazio di chi fugge (Il governo italiano lancia l’allarme: situazione insostenibile, nelle ultime ore oltre 12mila arrivi, dal 1 gennaio +13,43%); un neonato a Londra che sopravvive attaccato a un respiratore, mentre intorno infuria la polemica (La Corte di Strasburgo sul piccolo Charlie: si può staccare la spina). Nel corso della mattinata le notizie si alternano alle canzoni, alle rubriche, alle interviste.
Quando torno nel parcheggio, dopo la riunione di redazione, sento di nuovo gli uccelli. Sullo sfondo c’è anche il ronzio di un motore: qualcuno da qualche parte sta tagliando l’erba.

 

Mi rimane impresso questo sotterraneo e un po’ assurdo collegamento fra il canto degli uccelli e le voci della radio.
Nel pomeriggio recupero un vecchio saggio di Edward Neill: Musica, tecnica ed estetica nel canto degli uccelli (Zanibon 1975). L’autore trova affascinante l’ipotesi che l’uomo primordiale abbia potuto trarre ispirazione dal canto degli uccelli in generale per modulare le sue prime manifestazioni canore, e, in particolare, che per costruire il proprio rudimentale sistema melodico si sia rifatto a strutture aventi un carattere intervallico come quelle del Tordo eremita (Hylocichla guttata). Neill mostra poi alcune trascrizioni musicali elaborate da un certo dottor Szöke (nel cui nome mi sembra di cogliere l’eco di un colpo di becco ben assestato).
Penso al mio lavoro: come scrittore, ma anche alla radio o nell’insegnamento. Di certo, per essere efficaci le parole devono nutrirsi di silenzio, di musica. E il canto degli uccelli racchiude un nocciolo antico di melodia che, come dice il saxofonista brasiliano Ivo Perelman, stupisce per la sua coerenza: non sono stati a scuola, nessuno ha detto loro di cantare in quel modo, non sono nemmeno coscienti di farlo. Eppure, cantano. E qualcosa di quel suono primordiale si ritrova in ogni musicista, in ogni poeta.
Il mattino seguente, mentre vado alla radio, ascolto il brano Sweet bird, composto da Joni Mitchell e riproposto da Herbie Hancock nell’album River: the Joni letters (Verve 2007). Mi pare che nella musica risuoni la semplicità di un canto ancestrale. Specialmente nelle improvvisazioni al sax di Wayne Shorter, che a volte imita la cadenza degli uccelli (a 1.50, a 2.30, a 5.30, a 6.37) e che alla fine diventa un soffio. Ma pure nel fischio che affiora qui e là (per esempio a 0.30, a 0.39, a 4.09), come se un volatile invisibile accostasse la sua voce a quella di Hancock al piano, di Shorter al sax, di Dave Holland al basso, di Vinnie Colaiuta alla batteria e di Lionel Loueke alla chitarra.

Arrivo alla radio. Entro nel mondo delle parole, come ogni giorno, e cerco di conservare nell’anima un ricordo di melodia. Questa bellezza si esprime sia come riflesso malinconico, sia come speranza che – dietro il male che tracima dalle notizie – resista la capacità di affermare la parte generosa del mondo. Le parole feriscono ma, quando sono pronunciate nel modo e nel momento giusto, possono anche guarire.

PS: L’osservazione di Ivo Perelman proviene dal numero 688 della rivista “Jazz Magazine” (ottobre 2016). Anche Perelman, nelle sue improvvisazioni libere, imita talvolta il canto degli uccelli; si vedano per esempio i due album con Karl Berger: Rêverie (Leo Records 2014) e The Hitchhicker (Leo Records 2016).

PPS: Per chi fosse interessato all’intervento aviario nella musica umana, è simpatico il duetto che il pianista Misha Mengelberg registrò insieme a Eeko, il pappagallo di sua moglie: a volte, si ha quasi l’impressione che Eeko sappia swingare… Il brano si trova nell’album Epistrophy (ICM 1972). Lo metto anche qui come omaggio a Mengelberg, morto il 3 marzo di quest’anno a 82 anni.

PPPS: Infine, ecco il Tordo eremita di cui parlano Edward Neill e il dottor Szöke. Mi sembra che, nel profondo della sua solitudine, sappia trovare un modo per colmare il fossato tra sé e il mondo, con uno dei canti più umanamente melodici che esistano: secondo Neill le emissioni vocali di questo uccello che vive prevalentemente in Nord-America sono strutturate in modo assai simile a quello che caratterizza la nostra musica diatonica e pentatonica. Neill precisa inoltre che i Tordi eremiti sono asociali nel senso in cui lo sono gli artisti che possono creare solo se in compagnia di sé stessi. Non posso fare a meno di citare almeno un’opera del dottor Szöke: P. Szöke, W. W. H. Gunn, M. Filip, The Musical Microcosm of the Hermit Trush, in “Studia Musicologica Academiae Scientiarum Hungaricae”, 11, Budapest 1969.

PPPPS: Per essere precisi, il silenzio mattutino che mi accompagna dal risveglio fino al luogo di lavoro non è interrotto soltanto dal cinguettio degli uccelli. C’è anche quel momento, inevitabile, in cui la mia automobile mi avvisa perentoriamente che non ho ancora allacciato la cintura…

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I lampi della magnolia

IMG_0096Ogni tanto bisognerebbe prendersi il tempo di sedersi al ciglio di una statua. L’esperienza comporta qualche rischio, ma è senz’altro proficua. Quando mi fermo su una panchina o sopra un muretto ai bordi di una piazza, tutto è più semplice. Ai piedi di una statua, invece, sono costretto a fare i conti con una duplice realtà: le persone che si muovono e parlano intorno a me; la figura di bronzo che sta muta appena sopra di me. All’inizio pare una cosa inoffensiva ma poi, con il passare dei minuti, comincio a sentirmi preso in mezzo. La gente chiacchiera, mi restano appiccicati pezzi di conversazione: Le giornate diventano più lunghe; Ma se è stato lui a dirmi di farlo!; E c’è anche la cucina abitabile? Nel frattempo la statua tace, come sanno fare solo le statue, e quel silenzio mi rimane addosso, mi entra sotto la pelle.
IMG_0112Di recente ero di passaggio a Berna e ho scambiato due parole in silenzio con la statua di Adrian von Bubenberg in Hirschengrabenplatz. Mi sono seduto accanto a due ragazze che mangiavano insalata e granturco da piccoli contenitori di plastica. Davanti a me transitavano uomini e donne in bicicletta (con giubbotto catarifrangente), bambini al ritorno da scuola, tram dal colore rosso squillante. Adrian stendeva la sua mano su di me. In un primo tempo, intento nel trambusto della piazza, non mi sono accorto di niente. Poi mi è parso di capire che la statua mi stesse tacitamente dicendo qualcosa. Ho alzato lo sguardo.
ha detto Adrian.
Dopo un secondo di esitazione, gli ho risposto.

Allora lui ha sentito il bisogno di aggiungere:

Come non essere d’accordo? Abbiamo parlato ancora un po’.


IMG_0115In quel momento non avevo idea di chi fosse Adrian von Bubenberg. Sapevo soltanto che era nato nel 1424 e che era morto nel 1479. Sul fianco del monumento c’era una scritta: So lange in uns einer Ader lebt gibt keiner Nacht. Non so se l’ho capita: qualcosa sul sangue che scorre e tiene lontana la notte. Ma non c’è bisogno di conoscere una statua per parlarci insieme.
IMG_0111Questi attimi strappati al fluire di una giornata sono preziosi perché consentono di lanciare un’ancora. Il tempo come sempre porterà via la maggior parte dei gesti e dei pensieri, ma ciò che s’intuisce sedendo sotto una statua, chissà come, finisce per restare nel cuore un po’ più a lungo. Ero a Berna per incontrare Yari Bernasconi, con il quale avrei tenuto una conferenza all’Università di Friburgo, invitati dal professor Uberto Motta. Ci siamo seduti in un bar, a poca distanza dalla statua, e abbiamo lavorato alla costruzione di un percorso che, fra poesia e prosa, ci aiutasse a spiegare (prima di tutto a noi stessi) il nostro lavoro di scrittori.
IMG_1603Più tardi, davanti agli studenti e agli insegnanti, abbiamo letto alcune poesie di Yari e alcune pagine dei miei romanzi, cercando di scovare qualche rintocco, qualche segno che avessimo lavorato sullo stesso terreno. Mi è sembrato che gli studenti cogliessero il tentativo di condividere aspetti e problemi concreti dei nostri laboratori personali. In particolare, il discorso è scivolato sulla scrittura come processo di conoscenza, come cammino verso una migliore comprensione di noi stessi e del mondo. Una ragazza ha alzato la mano e ci ha chiesto: Ma quando scrivete vi sentite a casa? Una domanda profonda, difficile. In parte ne ho già parlato qui sul blog, ma a Friburgo abbiamo avuto occasione di approfondire il discorso. Di certo scrivere, così come anche leggere, significa essere a casa, ma forse bisogna stare attenti a non sentirsi troppo a proprio agio: talvolta le case possono diventare trappole.
In compenso, può capitare di sentirsi a casa in luoghi inaspettati, in circostanze imprevedibili. Come scrittori, è difficile talvolta vestire di parole questi momenti; tuttavia riconoscere quei luoghi e quelle circostanze è già un atto poetico, nel senso esistenziale del termine. Sono epifanie minime, come quelle che ci regalano le statue. Durante la conferenza, abbiamo letto una lirica di Franco Fortini intitolata I lampi della magnolia.

Vorrei che i nostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.

La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.
Il fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.

Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia.

Non è necessario trovare subito la voce (Diremo più tardi quello che deve essere detto), sebbene il tendere all’espressione sia in sé già un’espressione. In questo caso il lampo della magnolia è abitato dalla poesia, e diventa un momento da salvare, con la sua perfezione congiunta all’imperfetto.
IMG_0117Un paio di giorni dopo la conferenza, mentre di nuovo parlavo a un gruppo di studenti in un’aula scolastica (stavolta nella Svizzera italiana), dalla finestra mi ha di nuovo raggiunto il lampo di una magnolia. Allora mi è tornato in mente Adrian von Bubenberg. Sono andato sul sito dell’Archivio storico svizzero e ho scoperto che alla fine del XIX secolo ci fu un’aspra controversia in occasione della costruzione del monumento a Berna. Si discuteva se la statua dovesse raffigurarlo quale prode cavaliere o piuttosto quale uomo di Stato a piedi (versione infine realizzata, inaugurata nel 1897). Alla fine dunque venne scartata l’idea di una statua a cavallo, forse per una riflessione simile a quella che esprime Elias Canetti in un suo aforisma: Il più bel monumento equestre sarebbe un cavallo che avesse sbalzato l’uomo di sella. Adrian invece è ben saldo sulle sue gambe: sarà un uomo di stato, ma quella mazza chiodata in primo piano, sospesa com’era proprio sopra la mia testa, non mi sembrava un utensile adatto alle aule di un Parlamento (per quanto non si possa mai dire).
IMG_0114Nel sito dell’Archivio storico scopro anche che Adrian von Bubenberg nel 1455 si recò con una propria truppa a Digione per partecipare alla crociata contro i Turchi, guidata dal duca Filippo il Buono di Borgogna ma poi annullata. Se conosco appena un po’ l’indole nazionale elvetica, posso immaginare la stizza con cui Adrian avrà accolto l’improvviso annullamento della crociata (senza preavviso e senza clausola di rescissione). In generale il nostro Adrian ebbe una carriera politica turbolenta: a un certo punto cadde in disgrazia, ma poi fu chiamato alla difesa di Morat. Sotto la sua guida, la città resistette per dodici giorni all’assedio dei Borgognoni, che vennero infine sconfitti il 22 giugno 1476 nella battaglia di Morat. Questo successo riavviò la carriera politica di Adrian, che probabilmente si ringalluzzì. Infatti leggo che nel dicembre del 1478 guidò attraverso il San Gottardo la campagna bernese contro Bellinzona. Ecco, questa è una provocazione. Ma come, io mi siedo pacifico sotto il ciglio della sua statua, e Adrian guida una campagna contro la mia città? Mi riprometto di tornare a Berna, presto o tardi, per rimproverare quella faccia di bronzo. Tanto, una cosa sicura delle statue è che in genere le ritrovi dove le hai lasciate.
IMG_0097Un altro monumento con il quale ho conversato per qualche minuto si trova a Mosca, in un quartiere periferico. Ricordo che qualche anno fa venni invitato in occasione di un festival a presentare una traduzione in russo di un mio romanzo. Sulla via del ritorno, mi fermai a mangiare in un Burger King. E chi scopro là fuori, condannato dalla storia a fissare senza scampo proprio l’insegna del fast food? Vladimir Lenin. È proprio vero che, in questo mondo, non c’è pace nemmeno per le statue.

PS: La fotografia che vedete qui sopra è stata scattata dalla vetrina del Burger King moscovita. Quella del tavolo di lavoro ripreso dall’alto è di Yari Bernasconi. La lirica di Franco Fortini proviene da Paesaggio con serpente (Einaudi 1984). L’aforisma di Canetti è tratto da una raccolta di appunti presi dal 1942 al 1972, intitolata Die Provinz des Menschen (La provincia dell’uomo, Adelphi 1978). La voce dell’Archivio storico su Bubenberg risale al 1979 ed è firmata da K. F. Wälchli.

PPS: Proprio questa sera Yari Bernasconi e io riproporremo nella Svizzera italiana la conferenza che abbiamo tenuto a Friburgo: l’appuntamento è alle 20.30 nella Sala multiuso comunale di Magliaso. Adrian von Bubenberg non ci sarà; in compenso, non mancheranno le magnolie.

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Il cavallo e l’anatra

Rodolfo Abella è nato nel 1954 e vive in un villaggio nella Cordigliera delle Ande. Una delle sue attività favorite è camminare lungo il letto dei torrenti, osservando il legname trascinato e levigato dalla corrente. In un ramo, in una scheggia di corteccia o in una radice contorta, Abella legge un frammento di una forma compiuta. Allora raccoglie i pezzi di legno e li porta a casa. Poi li accosta e li assembla, finché diventano ciò che aveva intravisto mentre camminava nel ruscello.
fullsizerenderUn paio di settimane fa, a Losanna, sono entrato nel Musée de l’Art Brut e mi sono imbattuto in un cavallo costruito da Abella nel 1995. Ciò che più mi ha sorpreso non è tanto la perizia compositiva, quanto la capacità di vedere e comunicare un cavallo, contro ogni logica evidente, usando un alfabeto nascosto e apparentemente caotico. L’incontro con il cavallo deve aver suscitato in me un desiderio di comunicazione incontrollato, perché qualche ora dopo – in un negozio del centro – ho comprato un richiamo per anatre. Avrei voluto provarlo già a Losanna, ma non ho avuto modo di incontrare anatre; ho aspettato così la settimana dopo quando, ai Giardini inglesi di Monaco, in Baviera, ho tentato di conversare con qualche palmipede ai bordi di un laghetto.
image1Il tentativo è in parte riuscito: le anatre hanno tutte nuotato verso di me, ignorando chi a poca distanza tentava di adescarle offrendo loro briciole di pane. Tuttavia, dentro di me ha preso forma la consapevolezza che il dialogo era soltanto un’apparenza, un lanciare segnali senza sapere codificarli. Io restavo irrimediabilmente me stesso, mentre le anatre restavano anatre, senza un’intersezione nei nostri modi di vedere e spiegare il mondo.


Ho riflettuto sulla condizione degli artisti. Mi sono chiesto se affrontare un’opera d’arte non sia come parlare a un’anatra: intuisco la presenza di un messaggio, ma non so appropriarmene. Sempre a Monaco, nella Pinacoteca di Arte Moderna, ho visto un’installazione che metteva in scena un tavolo apparecchiato per la prima colazione. C’erano tazze, piattini, teiere di raffinata ceramica… ma sulla tovaglia erano proiettate immagini che rappresentavano la profondità degli abissi marini. È tutto qui; non ricordo neppure il nome dell’artista. Comunque, mi sembra che quella voragine nella quotidianità esprima anche il mio modo di essere, sebbene non trovi le parole per precisare questa sensazione.
copia-di-fullsizerenderNello stesso museo, mi sono trovato in una sala dov’era allestita l’opera La fine del Ventesimo secolo di Joseph Beuys (1921-86). Costruita nel 1983, consiste in un insieme di 44 pietre di 48x150x40 centimetri, tutte ammassate in una stanza. Ogni pietra ha un foro nel quale è inserito una sorta di tappo, fatto dello stesso materiale delle pietre. Mentre ero lì, si sono timidamente affacciate due visitatrici francesi di una certa età. Hanno cominciato a discutere fra di loro, chiedendosi la ragione dei fori e dei tappi. Alla fine hanno provato a chiedere a un custode che, con aria annoiata, se ne stava in piedi sulla soglia. Ma nemmeno lui sapeva spiegare il senso di quel bouchon inserito in ogni pietra. Del resto, non aveva l’aria di uno che conoscesse l’autore o l’opera; con la barba di un paio di giorni, le borse sotto gli occhi e i capelli un po’ spettinati, sembrava semplicemente aspettare la fine del turno. Ha però ascoltato con pazienza le domande delle due signore e poi, con un mezzo sorriso, ha detto loro (in francese): Di sicuro, nell’arte non esistono coincidenze. Mi ha stupito questa fiducia nella presenza di un significato, nonostante l’incapacità di coglierlo.
Nello stesso museo ho incontrato altre opere misteriose. Per fare solo un esempio, la fotografia
An eviction (1988-2004) di Jeff Wall, un artista nato nel 1946. In un quartiere residenziale di Vancouver, la polizia opera uno sfratto, con violenza, mentre intorno la vita procede come sempre.
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Non so spiegarmi tutto questo, anche se in un certo senso mi rappresenta. Non so comunicare con le anatre né so intravedere una logica in ciò che mi accade intorno: a differenza di Abella, insomma, non riesco a costruire il cavallo. Durante il viaggio a Monaco, mi è capitato di pensarci mentre dalla cima di una torre, al tramonto, osservavo i movimenti della folla: se uno spariva inghiottito dall’oscurità della metropolitana, c’era una ragione; se altri due si fermavano a parlare e poi si separavano, c’era una ragione; se un terzo sostava da solo accanto a un cestino dell’immondizia, c’era una ragione. Ma per me, dall’alto, tutto era incomprensibile.
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L’incapacità di riuscire a esprimere il proprio sentire non è soltanto una difficoltà artistica, ma può consistere in un malessere che spinge nello stesso tempo verso il silenzio e verso l’esigenza insopprimibile di trovare le parole. Nei dintorni di Monaco, ho visitato il memoriale del Campo di concentramento di Dachau; e davanti ai pannelli, nelle baracche, nel flusso di turisti, mi sono riecheggiate nella mente le parole di Elie Wiesel: Dire l’indicibile, comunicare con la parola ciò che sfida la parola. Mantenere vivo il ricordo di un mondo scomparso nella cenere. Conferire un senso umano a un evento che, per la sua dimensione di crudeltà, si situa oltre l’umano. Offrire ai nostri figli la possibilità, se non la necessità di non rinunciare alla speranza.
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La tensione verso il significato raggiunge di rado tali vertici, nati da un’esperienza che sta appunto oltre l’umano. Ma per tutti gli artisti e gli scrittori questa tensione è sempre qualcosa che smuove, che genera parole (quando va bene) o angoscia (quando l’atto di linguaggio pare privo di efficacia). Anche per me, nel mio piccolo, l’incapacità di trovare una corrispondenza è spesso drammatica. In un suo breve saggio, Giuseppe Pontiggia mette l’accento proprio su questa difficoltà: Non crediamo più nella parola giusta, ma conosciamo per esperienza quella sbagliata. Ne siamo sommersi. Ritrovare l’energia biologica della parola è una sfida che vale la pena sia raccolta. Perché ciò avvenga, è necessario trovare il modo di passare dall’esperienza dell’anatra a quella del cavallo. Conclude infatti lo stesso Pontiggia: Non si scrive né per sé, né per gli altri. Si scrive per quel sé che coincide con gli altri.

PS: Le parole di Elie Wiesel provengono da La notte (La Giuntina 1980; l’edizione originale in francese risale al 1958). Il saggio di Pontiggia, intitolato “Linneo e il romanzo contemporaneo”, si trova in L’isola volante (Mondadori 1996). Le fotografie delle opere d’arte sono in parte scattate dal vivo, in parte tratte dalle cartoline acquistate nei musei. Ringrazio Ilaria per le immagini di Monaco (quella più in basso rappresenta le scale della Alte Pinakotheke).

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“L’intraducibile blu dell’inverno”

La città di Bregenz, in Austria, è immersa nel silenzio. È una mattinata fredda: bianco il cielo e bianchi volti dei passanti, che tirano diritto con le mani in tasca. Camminando, ascolto il suono dei miei passi, il fruscio di una bicicletta sul lungolago. Finché un uomo comincia a gridare. Così, di colpo. All’inizio non si capisce da dove venga quella voce rauca, che invade le vie pedonali. Nessuno manifesta stupore, nessuno si ferma. Per parecchi minuti urla a squarciagola frasi incomprensibili (almeno a me). A un certo punto mi sembra di averlo intravisto, ma non ne sono sicuro: un’ombra in un vicolo verso il castello. Chi era, che cosa voleva? Non posso togliermi dalla testa quella cantilena sgraziata.
FullSizeRender-2Sono entrato nella Cappella rotonda dedicata a San Giovanni Nepomuceno. Doveva essere un uomo interessante: nato a Nepomuk, una cittadina della Boemia, divenne sacerdote a Praga. Gli capitò di ascoltare la confessione della moglie di re Venceslao IV di Boemia; si rifiutò di raccontare ciò che aveva detto la regina; venne torturato e, il 16 maggio 1383, venne annegato nella Moldava dal sovrano marito.
Il silenzio delle vie di Bregenz, il silenzio del confessore, il silenzio del cielo gonfio di futura neve. E nel silenzio, quelle grida selvagge. Sono sicuro che da qualche parte ci dev’essere un significato, ma non riesco ad afferrarlo. Temo che forse, per coglierlo pienamente, esista una sola via: uscirmene ora per le strade di Bellinzona e gridare a squarciagola.
image1-2Ero invitato a un festival letterario a Norimberga (Nürnberg). Dopo aver fatto tappa a Bregenz, mia moglie e io siamo partiti di buon mattino: in meno di tre ore saremmo dovuti giungere a Norimberga, dove avrei avuto tutto il tempo per preparare la conferenza. Prima di lasciare l’albergo, ho notato una scritta sul muro: proprio in quell’edificio aveva vissuto dal 1829 al 1832 Alois Negrelli, l’ingegnere che disegnò il canale di Suez. Per la mente mi sono passate immagini di viaggi, navi, terre esotiche, mercanti e avventurieri. Non sapevo che presto avremmo avuto la nostra dose di peripezie.
Dopo sei ore ininterrotte di viaggio sotto la neve, sull’autostrada ridotta a una pista per alci, fra lamenti di remote sirene di polizia e spettrali ingorghi a ogni svincolo, siamo arrivati nel luogo della conferenza con un quarto d’ora di ritardo. Sono sceso dalla macchina, sono entrato nella sala e ho cominciato subito la mia lettura.
IMG_1470Grazie alla gentilezza del pubblico e dei relatori (in particolare del traduttore Bernd Wurm), mi sono sentito a mio agio e mi sono scrollato di dosso la stanchezza. L’aspetto curioso è che la maggior parte della conferenza riguardava il mio romanzo La sparizione (Das Verschwinden), la cui protagonista è una ragazza di diciassette anni colpita da un’afasia. A causa di uno choc rimane senza parole, chiusa nel silenzio, e deve imparare tutto di nuovo come una bambina.
Tra il pubblico c’era un amico di Bernd, anche lui un traduttore. Alla fine mi ha raccontato la sua esperienza: dopo un’apoplessia, qualche anno fa, si è risvegliato in un letto di ospedale e si è accorto di aver dimenticato la sua lingua madre. Sul comodino c’era un pettine, ma lui non sapeva come si chiamasse. Dopo un po’ è riuscito a dire “pettine”, in italiano, mentre continuava a non ricordarsi la parola tedesca (“Kamm”). Insomma: aveva perso la sua lingua madre ma gli restavano brandelli di italiano.
Anche l’amico di Bernd, con il tempo, ha ritrovato le parole. E ascoltandolo parlare, mi sono detto: ecco, dovrei lavorare in questo modo. Per gli scrittori, per chiunque lavori con la lingua questo dovrebbe essere il punto di partenza: mantenere intatto lo stupore per ogni parola, per ogni singola parola che interrompa il silenzio.
IMG_1842Dopo aver passato la notte a Norimberga, siamo tornati in Svizzera. Andando verso sud, a un certo punto abbiamo visto qualcosa di azzurro: il sole aveva oltrepassato la barriera di nuvole. Salendo sul San Bernardino, in mezzo a cumuli di neve, non ho potuto fare a meno di paragonare quel cielo ritrovato alle parole dell’amico di Bernd e forse, chissà, alle urla dello sconosciuto. Mi è venuta in mente una frase della scrittrice Anna Gnesa, quando parla di quell’inesprimibile azzurro ch’è solo invernale e solo di sfondo alle vette nevate: così lieve che vi spicca nitidamente contro la peluria dei crinali, così fuso di sole e lontananza che più d’ogni musica desta le nostalgie profonde dell’anima.
Insieme all’azzurro, a destare le nostalgie delle nostre anime, abbiamo chiamato il sax di JD Allen, preciso e caldo, come una prima avvisaglia di primavera.

PS: Anche nell’albergo di Norimberga c’era una targa: ricordava che proprio fra quelle mura nel 1910 si tenne un Congresso internazionale di psicoanalisi. Fra i presenti, Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e Alfred Adler. Questo ha a che vedere con le urla, l’afasia, il canale di Suez? Ma certo. Come dubitarne?

PPS: Il titolo di questo articolo è un endecasillabo di Bruno Galluccio, tratto da una bella poesia di atmosfera invernale, dove segmenti che scongelano / generano parole isolate tra virgole. Ecco qui il testo completo. La lirica è tratta da La misura dello zero (Einaudi 2015).

PPPS: La frase di Anna Gnesa proviene dal volume Acqua sempre viva! Testi inediti, a cura di Candido Matasci, pubblicato nel 2011 da Armando Dadò.

PPPPS: Insieme a JD Allen (al sax tenore), suonano Gregg August (basso) e Rudy Royston (batteria). Il brano è tratto dall’album Victory! (2011).

PPPPPS: La prima immagine di questo articolo, benché all’inizio io parli di Bregenz, rappresenta Norimberga. Ma il cielo era lo stesso.

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