Spedizione sopra un ciliegio

Integrazione? Perché quando si parla di questo argomento mi viene sempre in mente quel vecchissimo musicista jazz americano che durante un concerto a Willisau si lamentò di non essere mai stato seduto su un melo? Il giorno dopo, chiamando, per maggiore sicurezza, i pompieri con una scala, lo fecero salire sul melo più grande che c’era nei dintorni. E lui rimase lì, seduto, ed era felice.
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Non l’ho mai capito fino in fondo, questo aneddoto raccontato dall’autore svizzero Peter Bichsel. Proprio per questo, forse, mi piace molto. E ci penso spesso, a quel jazzista americano che si gode beato la vista dal melo di Willisau. Dopo un po’, rimuginando questa scena agreste, finisco per chiedermi: ma che cosa c’entra l’integrazione? Qui il discorso si fa misterioso. Alcuni scrittori hanno il talento d’inventare frasi con un’eco profonda, come certe valli di montagna: pensi che sia già tutto finito, quando fra le rocce risuona ancora una parola.
Integrazione. Ecco la parola. Sebbene abbia un certo aspetto logoro, consumata com’è dai dibattiti politici, in fin dei conti si tratta di roba semplice: quando arrivo in un luogo che non conosco, in mezzo a persone e usanze diverse, mi adeguo alla situazione, trasformando me stesso. Se ci riesco, allora divento “integrato”. È tutto qui? No, certo che no. Altrimenti, che ci starebbe a fare il musicista in cima al melo? Quando si parla di integrazione, si dimentica che il processo avviene in due direzioni. Una persona si adatta all’ambiente, ma così facendo incide sull’ambiente stesso, ne ribalta le abitudini e lo rende più vivo, più dinamico. Il jazzista di sicuro avrà colto la bellezza della campagna di Willisau, tanto che – pensando alla sua infanzia – si è reso conto di non essersi mai arrampicato su un albero. Poi però l’ha fatto davvero, ha avuto il coraggio di chiedere e di tornare bambino, sebbene fosse vecchissimo. In questo modo (m’immagino la scena) avrà stupito gli indigeni di Willisau, insegnando loro che un melo può essere anche uno strumento per la fantasia, un’occasione per rovesciare la prospettiva di tutti i giorni. Integrazione è adattarsi a un nuovo paese, per chi arriva. Ma è anche lasciarsi sorprendere dalle novità, per chi accoglie. Ogni nuovo arrivo è la possibilità di un imprevisto, tanto che non è nemmeno più necessario usare la parola “integrazione”; c’è già la parola “incontro”, che suona molto meglio.
image1-3 copia 3Ma queste sono considerazioni teoriche, e in fondo lasciano il tempo che trovano. Uno non dovrebbe mettersi a parlare di meli, se non con l’intenzione reale di salirci sopra. Magari è proprio questo il modo giusto di leggere la frase di Bichsel: un consiglio fulmineo per un’avventura della quotidianità.
Ecco dunque che, come un esploratore, mi accingo a partire per la mia spedizione. Innanzi tutto, occorre trovare un melo che sia raggiungibile, accessibile e scalabile. A questo proposito mi permetto di sostituire il melo con un ciliegio, per tre ragioni: 1) È uno dei primi alberi sui quali mi sia arrampicato in vita mia (non quello di cui scrivo oggi, ma un maestoso ciliegio ormai scomparso che stava nel giardino di mia nonna); 2) Fra i miei conoscenti annovero un ciliegio: abita proprio fuori da casa mia e ci vediamo tutti i giorni; 3) dal punto di vista letterario, il ciliegio ha un’atmosfera cechoviana elegantemente ironica.
image1-2Non è tanto difficile salire sopra un albero, quanto rimanerci. Dopo il primo sforzo ascensionale, quando si raggiunge un certo assetto stabile, ci si accorge che non è possibile stare comodi: in pace, questo sì, ma sempre con un filo di tensione, con una prudenza che deriva dal trovarsi nel rovescio del mondo.
Ma Bichsel ha ragione? Davvero le cose di ogni giorno, se contemplate dalla cima di un albero, appaiono diverse? Ho visto due bambini che si rincorrevano, un’immobile altalena, l’erba del prato improvvisamente distante. E poi, ancora, ho osservato un gatto scivolare in un cespuglio, una bicicletta sfrecciare sul vialetto e una moglie alzare il capo e chiedermi se fossi diventato matto.
Be’, arrampicarti su un albero ti cambia la prospettiva, è vero. Basta muovere un passo in un’altra direzione e le cose più semplici si ammantano di mistero. Poi però, a un certo punto, bisogna saper scendere. Dunque eccomi qui, di nuovo con i piedi per terra. Ma negli occhi resta quello scintillio, quella tonalità di sguardo scanzonato che abbiamo noi, che abbiamo visto il cielo da un ciliegio. Tutto questo mi fa pensare a un verso di Paolo Conte e a un aeroplano che scintillava come gli occhi dei ragazzi che randagi lo guardavano tra i rami dei ciliegi.

PS: La citazione iniziale è tratta dal volume Quando sapevamo aspettare, edito in italiano da Comma 22 nel 2011 e scritto da Peter Bichsel nel 2008 con il titolo Heute kommt Johnson nicht. La traduzione è di Anna Allenbach.

PPS: Alcune parti di questo articolo sono apparse in un mio pezzo sul mensile “Illustrazione ticinese” (gennaio 2015). La spedizione sopra il ciliegio invece è recentissima: il viaggio risale a questo pomeriggio.

PPPS: La citazione di Paolo Conte proviene dal brano Novecento, inciso nel 1992 e pubblicato nell’album omonimo. Sopra potete vedere il video ufficiale.

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4 pensieri su “Spedizione sopra un ciliegio

  1. Molto divertente l’avventura in cima al ciliegio! Ma anche la riflessione della prima parte: spesso si parla d’integrazione, ma senza approfondire il senso della parola. Spero che la discesa dal ciliegio sia avvenuta senza difficoltà! 😉

    1. Grazie. Sono tornato a terra sano e salvo…
      Oggi il ciliegio è coperto di neve, e sembra appartenere a un altro mondo. Per il momento, però, resisto alla tentazione di una spedizione di tipo polare. Buona giornata!

  2. Chissà se i simpatici vicini ti lasceranno scalare il ciliegio quando i suoi frutti saranno maturi… Mai cosí buone, le ciliegie, come stando a rimpinzarsene di fra i suoi rami! E se poi si tirasse al bersaglio con i noccioli…
    Da bambina salivo sopra un fico che aveva una forma proprio invitante e con un ramo bello grosso su cui starci a cavallo e anche mezzo sdraiati. In spagnolo, per dire che si è mangiata la foglia da un pezzo, si dice che dal fico si è già scesi da un pezzo…

    1. Grazie per il pensiero. Anch’io, durante l’infanzia, ho esplorato i rami di un ciliegio; e anch’io sono rimasto colpito da questo fatto, difficilmente spiegabile in maniera scientifica eppure incontestabilmente vero: le ciliegie non hanno lo stesso gusto quando le mangi a terra e quando le assaggi lassù, appollaiato nella biforcazione tra due rami nodosi… Non c’è paragone. Questo dimostra che il ciliegio è un albero misterioso (ma anche il fico, certamente). Un saluto, alla prossima scalata!

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