L’ignoto fuori di casa

Per ascoltare questo articolo:

A volte mi sveglio e sono nel XIX secolo.
Mi vesto, faccio colazione. Leggo un giornale (di carta), sfoglio qualche pagina di un libro (di carta). Sono circa le nove. Bevo un caffè e penso che là fuori ci sono dei continenti da esplorare.  Magari dovrei scendere al porto e imbarcarmi su un veliero? Potrei unirmi al Duncan: ho sentito parlare di una spedizione alla ricerca del capitano Grant, perduto da qualche parte in Sudamerica o forse in Australia.
Poi mi ricordo che sono il proprietario di un telefono portatile. Basta accenderlo per scoprire che sono le 9.07. Al mondo accade questo e quest’altro – proprio in questo preciso istante – e milioni di persone stanno girando milioni di video. Siamo tutti qui, contemporaneamente, come dei gatti selvatici chiusi in una stanza troppo piccola.

Ma che importa? Forse la questione dei continenti da esplorare non è legata alla realtà, bensì alla fantasia. Purtroppo ci sono state guerre, disastri ecologici, decenni di colonialismo, eccetera. Ora però non voglio approfondire la Storia, quanto invece le storie. Per esempio la trilogia di Jules Verne: I figli del capitano Grant (1867), Ventimila leghe sotto i mari (1870), L’isola misteriosa (1874). Nei romanzi è sempre possibile partire all’avventura, con la freschezza dell’adolescenza, con il ritmo di un mattino estivo, nel cuore delle vacanze. L’essere umano ha bisogno di una tensione verso l’ignoto, è questo che ci definisce.
Mi viene in mente la canzone Chi siamo noi? di Paolo Conte (nell’album Paolo Conte, Delta Italiana, 1975). Dopo avere tratteggiato un’atmosfera invernale a Torino e poi a Milano, il cantautore astigiano socchiude uno scenario fra il sogno e la fantasticheria, evocando Bastian Caboto che «andava / in pieno mare, intorno a lui la curiosità / spalancava allora in un sospiro il suo ventaglio / di meraviglie americane, / e si calmava in una rumba senza fine…» E più tardi cita anche Vasco da Gama, che andava «in pieno mare, e intorno a lui la verginità del mondo / gli parlava come un gatto il suo dialetto fresco / di mattino zulu»… È un gioco che dice una cosa importante: abbiamo bisogno di continenti inesplorati.

Non c’è niente di avventuroso nell’oleandro che cresce accanto a casa mia. Non so chi l’abbia piantato proprio lì, non so quando. Non è nemmeno una pianta esotica: è presente ai tropici, ma è attestato sia in oriente sia nella zona mediterranea da centinaia di anni. Eppure, c’è qualcosa che mi sfugge. Che continua a sfuggirmi, sia quando d’inverno lo vedo aggrovigliarsi nel freddo, sia quando all’inizio di giugno avvampa in una nuvola di fiori gialli.

Le componenti dell’albero, soprattutto le foglie e la corteccia, sono tossiche. Non a caso veniva chiamato anche «ammazza cavallo» o «ammazzalasino». Ogni giorno l’oleandro giallo mi ricorda che la vita può essere insieme splendida e velenosissima (per un autore di gialli è un insegnamento essenziale, direi…). Certo, anche dall’oleandro gli esperti traggono qualcosa: unguenti e cataplasmi che fanno bene alla pelle. Ma così come non voglio approfondire la Storia, non mi soffermo neppure sulla biologia. Qui si tratta solo di sguardo: posso percorrere il vialetto di casa accettando l’abitudine, la normalità dell’oleandro, oppure posso tenere desta la parte di me che è partita alla ricerca del capitano Grant. Considero la pianta come se fosse rara, appena scoperta. Nel sorvegliarne la fioritura, accolgo le variazioni di colori come se fossero inedite, e come se io e l’albero fossimo soli su un’isola al largo della Nuova Zelanda.
Risalgo la strada, trovo l’automobile, metto in moto. Prima di partire mi viene in mente uno haiku che ho letto tempo fa o che mi ha scritto un amico o che ho inventato io, non lo so più.

fuori di casa
il mondo è sempre nuovo
oleandro giallo

Così come dimentico che l’oleandro è un oleandro, cerco sempre di scordarmi chi ha scritto cosa. Le storie più belle, così come i fiori più gialli, non hanno autori. Si muovono nel mondo come se fossero qui da sempre e come se stessero nascendo proprio ora, nel momento esatto in cui i miei polpastrelli scelgono le lettere sulla tastiera, nell’attimo in cui l’indice preme sul punto che chiude questa frase.

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Il settimo gufo

Mancano pochi giorni alla fine di ottobre. È una domenica fosforescente di ciclisti, con una luce calda sui campi e sulle colline. Salgo in bicicletta con mio fratello lungo la strada che dal piano di Magadino porta verso il paese di Orgnana. L’aria è frizzante, l’asfalto cosparso di foglie. Sulla via incrociamo coppie con il cane, escursionisti, famiglie alla ricerca di castagne (con il figlio adolescente alla retroguardia, corrucciato e immerso in una felpa troppo grande).
Alla fine di uno strappo ci troviamo in un punto da cui lo sguardo spazia verso sud. C’è una panchina di legno ancora intrisa di umidità. Poco più in basso il sole avvolge in un pulviscolo d’oro i paesi sulla riva del lago. Riprendiamo fiato.
La strada prosegue fino alle case di Orgnana. Ci fermiamo in una piazza rotonda e riempiamo le borracce a una fontana. Il rubinetto è la testa di un animale: un drago, forse, o una bizzarra creatura anfibia. Poco più in là, sul muro di una casa, c’è la statua di un ramarro. Dopo aver placato la sete, notiamo il primo gufo: è una statua racchiusa in una nicchia sopra una finestra. Subito dopo scorgiamo il secondo che sporge da una parete e il terzo dipinto sulla facciata di una casa. Il quarto sta appollaiato sopra una porta. Percorriamo le vie deserte. In un balcone ci sono un corvo impagliato e alcune streghe di legno. Quando torniamo nella piazza, avvistiamo il quinto e il sesto gufo, che spiccano sul cemento di una casa moderna.
A lungo cerco il settimo gufo. Sono convinto che sarà lui a chiarire il significato degli altri sei – insieme al senso di questo sole d’ottobre, di questo sudore, di queste gite domenicali. Da quando sono bambino, mi capita di vivere esperienze che non riesco a comprendere. Mi limito a custodirle dentro di me. A volte, mesi o anni dopo, succede qualcosa che mi aiuta a capire; a volte invece il settimo gufo resta nell’ombra. Riprendiamo le biciclette e da Orgnana scendiamo a picco verso il Lago Maggiore, prima di tornare a Bellinzona.
Questo blog compie due anni di vita. Non essendo nella mia indole la condivisione di cio che mi accade, fin dall’inizio mi ero interrogato sul senso di un’impresa del genere. In occasione del primo anniversario, avevo tentato di trarre un bilancio. Ora, dopo due anni, mi sembra di poter essere più preciso: lo scopo non è altro che la ricerca del settimo gufo. Ci sono giorni in cui si lascia scovare e giorni in cui si nasconde: è necessario usare con cura le parole e non abbandonare la speranza.
In futuro proverò a scrivere articoli più corti. Alcuni lettori mi dicono che amano leggere testi lunghi, perché i contenuti fulminei già abbondano su internet. Ma penso che ci sia una giusta via di mezzo. Spesso, se mi dilungo, è perché mi manca il tempo di rifinire quanto scrivo; anche a costo di ridurre la frequenza, cercherò quindi di essere più conciso.
L’anno scorso, avevo pubblicato un elenco degli articoli più popolari. Ecco i tre che, negli ultimi dodici mesi, sono stati letti da più persone.

1) Coriandoli nella birra

2) Ho bisogno di soldi!

3) Smile

Vi propongo anche una selezione di articoli che, per un motivo o per l’altro, mi sembrano significativi.

1) Tecniche di sopravvivenza, dove racconto come sono entrato in un centro commerciale, uscendone sano e salvo (più o meno).

2) L’elefante innamorato, dove indago le vicende di una piazzetta di periferia, nella quale torno una volta al mese.

3) Z, dove rifletto sul ritrovamento di un’incisione rupestre scolpita probabilmente da mio nonno e rimasta nascosta per decenni.

4) L’uomo senza casa, dove rievoco la giovinezza di Elia Contini, il protagonista di parecchi miei romanzi e racconti.

5) Oggetti smarriti, dove ricordo un viaggio a Parigi, fra vie inafferrabili, quadri scomparsi, poesie persiane, alberi blu e melodie segrete.

L’anno scorso avevo lasciato a Paolo Conte e al suo Ratafià il compito di fare un brindisi. Di nuovo mi rivolgo a lui per un augurio di buon viaggio lungo questa strada zitta che vola via / come una farfalla, una nostalgia, / nostalgia al gusto di curaçao… / Forse un giorno meglio mi spiegherò.
Un cordiale saluto a tutti voi… e attenti al settimo gufo!

PS: La canzone Hemingway è tratta dall’album Appunti di viaggio (RCA 1982).

PPS: Se avete voglia di farmi sapere che cosa ne pensate del blog (lunghezza degli articoli, contenuti, eccetera), lasciate un pensiero qui sotto o inviatemi una mail.

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Macadam

A volte basta poco per scivolare nella giungla. Ti alzi il mattino, bevi un caffè, esci per andare al lavoro. Ti trovi in coda insieme ad altre automobili, nel pulsare della pioggia, con l’acqua che riga i vetri e con i segnali che spiccano nell’aria grigia. Superi un cartellone che annuncia – o minaccia – una festa delle fragole, un altro che promette sconti per l’acquisto di tosaerba e mobili da giardino. Il verde delle montagne appare più cupo, percorso da veli di nuvole. Sul ciglio della strada, un vecchio in impermeabile aspetta alle strisce pedonali. Ti fermi per lasciarlo passare, lui ti guarda e rivela uno sguardo azzurro chiaro, fermo come un cielo d’estate. Subito ricomincia il flusso del traffico. Ma per un secondo, dentro quegli occhi, hai visto uno squarcio di fuga, una possibilità di evasione.
Quello sguardo incrociato per caso mi fa venire in mente un brano di Paolo Conte. Parla di un vecchio sparring partner, un uomo che s’intuisce segnato dalle ferite della vita e, per tanti aspetti, poco affidabile. All’inizio della canzone, una donna lo giudica un macaco senza storia, poiché gli manca la memoria / in fondo ai guanti bui. Nel ritmo avvolgente, nell’eleganza sinuosa delle frasi musicali si cela tutto il segreto di questo misterioso sparring partner: Ma il suo sguardo è una veranda… / tempo al tempo e lo vedrai / che si addentra nella giungla…

Sono occasioni che vanno colte all’istante. Collego l’iPod agli altoparlanti e ascolto Sparring partner, mentre intorno le strade, i palazzi, i fari delle altre macchine sfumano in un principio di giungla, e non ho visto mai / una calma più tigrata / più segreta di così. Alla fine si tratta di inoltrarsi nell’ignoto, anche se in maniera un po’ sgangherata: prendi il primo pullman, via, tutto il resto è già poesia.
Ciò che mi ha sempre affascinato, in questo e in altri brani di Conte, è la capacità d’impastare il quotidiano con l’immaginario esotico. Faccio un esempio. Il macadam (con l’accento sull’ultima “a”) è un tipo di pavimentazione stradale fatto di pietrisco compresso. Creato dall’ingegnere scozzese John McAdam nel 1820 e diffuso in tutta Europa fino al XX secolo, venne poi sostituito dal catrame, che è più resistente; ma ancora oggi viene impiegato per le strade di campagna poco trafficate o per i vialetti nei giardini pubblici. Senza dubbio, tuttavia, l’aspetto più interessante del macadam è proprio il nome, con quella risonanza che pare uscita da un romanzo di avventura. Infatti, nella canzone di Conte, il vecchio sparring partner stava lì nel suo sorriso / a guardar passare i tram… / Vecchia pista da elefanti / stesa sopra al macadàm.
Ci vuole poco, a volte, perché una strada senza sorprese si tramuti in una pista da elefanti. Naturalmente occorre qualcosa, una miccia che muova l’immaginazione. Un vecchio con gli occhi azzurri, intravisto alle strisce pedonali? Non solo: ieri mattina ho avuto anche la fortuna d’incrociare un pachiderma (per giunta di colore giallo). Ho impiegato qualche secondo per accorgermene: davanti a me c’era un grosso autocarro di una ditta di trasporti che ha per marchio proprio un elefante. Dietro l’oscillare dei tergicristalli, si è manifestato all’improvviso come un simbolo, un richiamo di vita selvaggia.
È un’illusione? Sarebbe meglio restare ben ancorati nel presente, nelle telefonate di lavoro, nelle cose da fare? Non so se questo indugio in ciò che non esiste sia del tutto positivo. Ma per me sarebbe difficile rinunciare a questo mondo alternativo, che appare in filigrana dietro il mondo reale. La sfida è trovare un’intersezione fra l’universo dei tosaerba e del traffico e quello degli elefanti e degli sparring partner.
In un certo senso, si tratta di cucire addosso alle circostanze un vestito che le renda diverse da ciò che sono. Un qualsiasi uomo anziano con gli occhi azzurri diventa un inquietante sparring partner, al tempo stesso macaco senza storia e meravigliosa veranda. Di sicuro questa traslazione fantastica deforma la consistenza reale delle cose; però almeno rileva che, dietro la normale trafila dell’esistenza, c’è un nocciolo che resta inspiegabile. Se il sentiero (anzi, la pista da elefanti) della nostra vita è tutto sommato prevedibile, uguale a tante altre vite, ogni tanto succede uno scarto, una frizione minuscola che suscita domande e desideri. Dice una fulminea poesia di Cesare Viviani: Perdersi in una volta dell’animo, / nel groviglio di storie / altrui, di tutti, di ognuno. Questa è la vera giungla.
Tornato a casa, esco sul balcone e mi trovo davanti ancora lo stesso grigio, la stessa pioggia. Mi porto fuori un pompelmo, lo appoggio sulla ringhiera. Di colpo, la sostanza luminosa del frutto irradia il suo splendore nel parcheggio. Il Citrus paradisi (questo il nome scientifico) apre uno spiraglio di esotismo. Non c’è nemmeno bisogno di mangiarlo; basta guardarlo, annusarlo, pronunciarne il nome: pompelmo, dall’olandese pompelmoes (pompel, “grosso”, e limoes, “limone”), a sua volta derivato dal tamil pampalimasu.
Pompelmo e macadam: che altro serve per smarrirsi nella giungla?

PS: Il brano Sparring partner venne pubblicato nell’album Paolo Conte (CGD 1984). La versione che ho ascoltato in automobile, e che ho proposto qui, è stata incisa dal vivo all’Arena di Verona nel 2005 e si trova nel disco Live Arena di Verona (Warner 2005). La lirica di Cesare Viviani è tratta da Osare dire (Einaudi 2016). Il dipinto qui sopra è di Henry Rousseau (1844-1910): s’intitola Tigre nella giungla in tempesta, risale al 1891 ed è esposto alla National Gallery di Londra. Il pompelmo proviene dalla Florida. Normalmente il frutto è giallo come un elefante, ma questa è una variante rosa, oggi molto diffusa e comparsa per la prima volta in seguito a una mutazione spontanea avvenuta in Texas nel 1929.

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Foulard

In questo periodo mi alzo presto, perché sono in onda il mattino alla radio, e ogni giorno viaggio lungo l’autostrada semideserta da Bellinzona a Lugano. Alle quattro e mezzo del mattino in pianura c’è un banco di nebbia, che si dirada salendo verso il Monte Ceneri. L’altro ieri la nebbia era tanto fitta che si vedeva a malapena un orizzonte di pochi metri, poi la strada spariva in un’incertezza biancastra, dove anche la luce dei fari si smarriva. Ascoltavo una versione di Solitude con l’orchestra di Duke Ellington. Intanto mi chiedevo: e se dall’altra parte fosse tutto diverso? Se questo entrare nel nulla significasse uno slittamento di spazio, di tempo, di vita? M’immaginavo di sbucare dalla galleria e di trovarmi in uno scenario inaspettato: magari trent’anni indietro nel tempo, oppure nel cuore della giungla, o in un mondo dove gli animali parlano e gli uomini tacciono. (In quest’ultimo caso, sarebbe complesso andare in onda alla radio).

Poi, naturalmente, tutto era come doveva essere. Ma l’impressione del passaggio suscitava in me la possibilità di mondi diversi: in fondo è a questo che serve l’immaginazione. Gli universi invisibili, gli universi fantastici hanno una loro funzione: ci aiutano a osservare meglio questo nostro unico vecchio mondo, ci invitano a interrogarlo, a indagarne il mistero.
img_8566Domenica mattina ho vissuto un’esperienza simile. Ero andato a Poschiavo per una lettura (accompagnato dalla musica di Zeno Gabaglio) e sulla via del ritorno abbiamo valicato il passo del Bernina e lo Julier. Salendo sul Bernina, in particolare, il paesaggio si faceva sempre più innevato, e in cima abbiamo provato una sensazione di leggerezza. C’era un lago ghiacciato cosparso di pattinatori che scivolavano avanti e indietro, circondati da uno scenario di montagne abbaglianti sotto il sole. Scendendo, abbiamo perso la neve e siamo rientrati nel solito paesaggio, conservando nella memoria quel silenzio bianco, quel nitore di roccia contro il cielo azzurro.
I molteplici impegni di questi giorni – conferenze, laboratori – riducono talvolta il tempo per la scrittura, ma sono belle occasioni di scambio e d’incontro, sia a Poschiavo, sia a Milano, dove martedì c’era la presentazione dei finalisti al Premio Scerbanenco. Anche questo è stato un momento prezioso, sebbene fossi un po’ stralunato (a causa del risveglio all’alba); essere nella cinquina dei finalisti con L’arte del fallimento è per me un onore, e mi aiuta ad avere fiducia nel mio lavoro.
img_8558Insomma: sono giorni di andirivieni in automobile e di molte parole. Nel frattempo, l’avvicinarsi del Natale moltiplica le cene, gli aperitivi, le riunioni. In questi momenti mi capita di pensare a un vecchio libro natalizio per bambini, in cui si raccontano le avventure di una chiocciola testarda che – pur consapevole della sua lentezza e della sua inadeguatezza ai lunghi viaggi – decide di partire per Betlemme. Lungo la strada fa diversi incontri, viene distratta dalla varietà del mondo, dalle tentazioni. A volte la chiocciola sognava di vivere in un’immensa aiuola di fragole, dove non avrebbe fatto altro che mangiare e dormire tutto il giorno. Ma trova sempre la forza per andare avanti, spinta da una indefinita nostalgia.
Andare avanti. A volte è un gesto difficile, perché la tentazione di indugiare, o di voltarsi indietro, magari sulla scia del sentimentalismo natalizio, prevale sulla naturale curiosità che ci porta a indagare il mondo. Per me il mestiere di scrittore è un modo di avanzare, una tecnica per non smettere di pormi domande. Certo, è inevitabile che la scrittura si mescoli ai piccoli problemi e agli inciampi della quotidianità. In fondo non c’è niente di male. Anzi, è un aiuto a mantenere i piedi per terra e a vivere il lavoro in senso concreto, artigianale.
fullsizerender-2Di recente stavo sfogliando le trascrizioni dei quaderni di Agatha Christie. La scrittrice riempì durante tutta la sua carriera decine e decine di taccuini, dove si trovano annotazioni, progetti per romanzi e drammi teatrali, ma anche appunti pratici. È particolarmente affascinante la pagina in cui, insieme a una serie di spunti narrativi, ci sono alcuni promemoria per i regali di Natale. Una freccetta avvelenata e una cerbottana trovano posto insieme all’idea di regalare un cane al cognato Jack, un portamenù (qualunque cosa esso sia) a una certa signora E., una borsa e un foulard a Barbara e una cintura a Joan. Due righe sotto, Poirot riceve una lettera da un apparente psicopatico.
img_8564La piccola chiocciola e Agatha Christie in questo hanno un atteggiamento mentale simile: accettano le divagazioni, le distrazioni inevitabili del cammino, con le sue asperità e le sue dolcezze, ma non dimenticano il progetto finale, l’obiettivo del viaggio o del lavoro narrativo. Anche questo ci insegna la scrittura: quando si parte, è necessaria una meta. Poi, lungo la strada, è bello improvvisare.
Proprio ora, improvvisando, la nebbia e i foulard mi fanno venire in mente una vecchia canzone di Paolo Conte, in cui parla di certi gatti o certi uomini, / svaniti in una nebbia o in una tappezzeria. Intanto per piazze e ponti ognuno se ne va, / e se tu vuoi, li puoi vedere laggiù, danzanti, / che più che gente sembrano foulards…

PS: Il lungo viaggio verso Betlemme, scritto da Annegert Fuchshuber, è stato pubblicato in italiano da Elle Di Ci (purtroppo la pagina con i dettagli della pubblicazione è andata persa: credo che risalga agli anni Settanta). Solitude è una canzone scritta da Duke Ellington in venti minuti, appoggiato alla vetrata dello studio, a sentire quanto racconta lui stesso nella sua autobiografia Music is my mistress (uscita nel 1973; pubblicata da Minimum fax con il titolo La musica è la mia signora nel 2007 e poi nel 2014). La versione che ascoltavo in macchina è quella che ho inserito qui: è stata registrata a New York nel 1957 (la trovate in The complete Ellington indigos, Phoenix 2003). Madeleine proviene dall’album Paris Milonga del 1981; la versione che ho messo qui è stata registrata dal vivo all’Arena di Verona nel 2005. I taccuini di Agatha Christie sono stati pubblicati a cura di John Curran nel 2009 (in italiano: I quaderni segreti di Agatha Christie, Mondadori 2010).

PPS: Approfitto di questo spazio per ringraziare la giuria del Premio Scerbanenco e tutte le lettrici e i lettori che hanno votato per L’arte del fallimento, consentendogli di entrare nella cinquina. Anche Elia Contini, se non fosse l’uomo scorbutico che è, vi ringrazierebbe personalmente, inviandovi una lettera da Corvesco… Grazie pure a Josy Battaglia, a Simone Pellicioli e a tutte le persone che hanno accolto me e Zeno Gabaglio a Poschiavo: è stata una serata speciale. Un pensiero anche al Centro culturale della Svizzera italiana, che ha organizzato la conferenza di lunedì, insieme al pubblico che mi ha ascoltato con pazienza, nonostante la mia stanchezza. Infine, grazie a Eloisa per la piccola chiocciola.

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Ratafià

La settimana scorsa ero a Berna per un evento organizzato dal DFAE, il Dipartimento degli affari esteri della Confederazione svizzera. Ho letto qualche pagina dal romanzo L’arte del fallimento, dialogando con la musica di Zeno Gabaglio. È stato un momento speciale, per l’atmosfera avvolgente del luogo (l’Ono, un locale del centro) e per la grande attenzione del pubblico. Alla fine mi hanno rivolto numerose domande, anche a proposito del linguaggio e di alcuni aspetti tecnici della scrittura. Non voglio però parlarvi dell’evento pubblico, quanto di una piccola disavventura privata.
img_7515Alloggiavo in un albergo che ha come insegna una chiave d’oro. Naturalmente, la chiave è soltanto un simbolo: tutte le porte (stanze e ingresso principale) si aprono con una tessera magnetica. L’albergo non ha un portiere notturno e perciò, quando sono rientrato poco dopo mezzanotte, ho usato la mia tessera per passare dal portone principale e per azionare l’ascensore. Quando però l’ho accostata alla serratura della mia stanza, non c’è stata nessuna reazione. Ho provato, riprovato, rigirato la tessera in ogni modo. La porta era inesorabilmente chiusa. Ho perlustrato l’albergo – che era deserto – alla ricerca di indicazioni, numeri di telefono da chiamare, qualsiasi cosa. Niente.
img_7514Una muraglia invalicabile si ergeva tra me e il sonno, tra me e i miei effetti personali, i miei libri, i miei vestiti, i miei documenti, il mio spazzolino, il mio computer… Non mi restavano che la giacca, il telefono e quelle poche cose che tengo nelle tasche. Più la tessera, naturalmente. E una copia del mio romanzo: sebbene il titolo fosse in un certo senso adatto alla circostanza, era forse l’oggetto più inutile in quella versione bernese di un naufragio su un’isola deserta.
Ho aspettato un quarto d’ora, poi ho tentato di nuovo. Ho lisciato la tessera, ci ho soffiato sopra, l’ho accarezzata, l’ho supplicata. Tutto inutile. Allora mi sono arreso e ho chiamato Zeno Gabaglio, che mi ha accolto nella sua stanza (dove per fortuna c’erano due letti).
img_7517Il mattino dopo mi hanno spiegato che la serratura era guasta. Ma perché ve ne parlo? Perché l’esperienza di essere tagliato fuori mi ha fatto riflettere su quanto la nostra vita privata sia spesso inaccessibile o incomprensibile anche a noi stessi. Era la prima volta che mi capitava una cosa del genere dal punto di vista materiale; ma in senso filosofico, lo ammetto, mi succede spesso di sentirmi escluso dalla mia stessa esistenza. A volte ho l’impressione di osservarmi dall’esterno, senza riuscire a comprendere il nesso profondo che unisce le azioni di una giornata.
Forse il blog serve anche a questo. È un taccuino d’appunti in formato digitale, che mi permette di annotare qualche idea colta al volo. Lo scrivo quasi sempre in fretta, senza soffermarmi troppo a rileggere: è un modo per riflettere sul mio lavoro e per mantenere un contatto con i lettori. L’ho aperto un anno fa, su suggerimento della mia casa editrice e di qualche amico. Per divulgare i contenuti del blog, ho cominciato anche a usare (con parsimonia) il mio account su Facebook. Con il tempo, sempre più lettrici e lettori si sono iscritti alla lista di chi riceve gli aggiornamenti via mail. Inoltre, molti mi comunicano le loro impressioni: alcuni mi scrivono in privato, altri lasciano un pensiero qui oppure un commento su Facebook. E io, settimana dopo settimana, mi sono abituato a condividere questa piccola stanza virtuale, dove per fortuna si può entrare senza bisogno di tessere né di chiavi d’oro.
Per festeggiare il primo anniversario del blog, ho pensato di riproporvi qualche articolo. Ecco per esempio quelli con cui ho cominciato il 29 ottobre 2015 (due nello stesso giorno!).

1) Alla ricerca della noia

2) In a sentimental mood

Ho chiesto poi al gestore del sito di segnalarmi i tre articoli più letti (cioè quelli che fino a oggi hanno collezionato più “visualizzazioni”).

1) Working poor

2) La stanza chiusa

3) “Chi va a Parigi, va a casa”

Ecco infine cinque articoli che trovo significativi, per una ragione o per l’altra:

1) Il citofono di Cremona, dove ricordo la figura del mio bisnonno Benvenuto Fazioli.

2) Il gusto della birra, dove mi siedo al tavolino di un bar in compagnia del commissario Maigret.

3) “Every style is the result of a handicap”, dove parlo dei miei tentativi con il sax.

4) Kids are pretty people, dove rifletto sulla scuola e l’educazione.

5) La luna sottoterra, dove racconto di quando mi sono travestito da mezzaluna per carnevale.

Qualcuno mi consiglia di pubblicare con maggiore frequenza (ma anche volendo, non riuscirei; inoltre vorrei preservare i lettori che si sono iscritti agli aggiornamenti: un messaggio alla settimana mi sembra più che sufficiente). Altri invece mi hanno suggerito di diradare gli articoli, perché a questo ritmo non hanno il tempo di leggerli (ci penserò). Altri ancora mi chiedono di proporre articoli più brevi: in effetti, mi sono accorto che rispetto a qualche mese fa sono diventato più prolisso (cercherò di limitarmi).
Ma che compleanno sarebbe senza stappare una bottiglia? Per l’occasione, chiederei a Paolo Conte di versarci un po’ del suo Ratafià. Si tratta di una canzone del 1987 (nell’album Aguaplano), in cui c’è un verso che dice così: Il cinema è un gaucho seduto al caffè.
È una frase che mi sembra ricca d’ispirazione. Mi piacerebbe che in questo blog ci fosse proprio quell’atmosfera di avventurosa contemplazione della vita: l’inquietudine del gaucho, la quotidianità del caffè, la meraviglia del cinema.
Che altro dire?
Beviamo questo ratafià, e non perdiamoci di vista.

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