Makuya

[“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.]

Marzo
Hanafuda: Ciliegio / Tenda
Luogo: Makuya, Lualaba, Congo
Coordinate: 9°29’11.1″S, 21°53’15.3″E
(Latitudine -9.486342; longitudine 21.88759)
Sto pensando alla prima volta in cui ho visto il mondo dall’alto. Non il mondo intero, naturalmente, ma una porzione di esso: una città, un prato o un fiume che scorre sotto un ponte. Se mi affido alla memoria, scorgo me stesso fra i rami di un grande ciliegio. Ricordo la vertigine, le teste dei miei famigliari sotto l’albero, le braccia di mio zio che mi sorreggevano. Sento il brivido di chi si avventura in un mondo nuovo, dove tutto è diverso, tutto ha un’altra consistenza. Invece di solida terra, rami sempre più fragili a salire; invece di strade, piste avventurose di foglie e corteccia. E poi lo sfolgorìo delle ciliegie, la loro dolcezza, il nocciolo da sputare verso il basso, come un gesto di addio al vecchio mondo orizzontale.
Il ciliegio non esiste più da anni. Oggi in mezzo al prato spunta un ceppo. Il tronco, i rami, l’ombra nei pomeriggi assolati… tutto ciò vive solo nella memoria. Provo a ricostruire quell’ombra, a rifugiarmi nella sua frescura mentre cammino in mezzo alla savana, nel sud ovest del Congo. Il cielo è nuvoloso, l’aria è piena di umidità. Sono zuppo di sudore. Mi fermo e bevo un sorso d’acqua, mentre cerco di orientarmi fra l’erba alta e gli arbusti. Davanti a me, a qualche centinaio di metri, scorgo una macchia di foresta più fitta. Controllo la mappa e mi accorgo che sto andando nella direzione sbagliata (o almeno credo). Mi volto dall’altra parte e riprendo a camminare. La pista dovrebbe essere a un paio di chilometri. A quel punto, dirigendomi a nord, dovrei arrivare a un villaggio poco distante dal fiume Kasai.
Le cinghie dello zaino s’incidono nella pelle. Piove, poi smette. Ho bisogno di udire una voce, di sapere che c’è qualcuno in fondo a questa pianura. Mi sento come se una tenda invisibile mi avesse separato dalle case, dalle famiglie, dalle risate e dalle urla, dall’odore del cibo e della pelle, da tutto ciò che è umano. Oltre la tenda c’è tutta la mia vita, il passato e il futuro, ciò che potrei essere, che dovrei essere: il bambino sul ciliegio, l’adolescente che si perde nei romanzi, il figlio, il padre, l’uomo che scrive e quello che sta in silenzio, il moribondo, la creatura appena nata.
Rifletto sulla sofferenza di questo paese. Le ferite sono aperte: nonostante le elezioni dello scorso dicembre si siano svolte senza violenza, molti contestano i risultati. Ci sono gruppi armati, proteste, ampie zone di terreno minato. Ma forse qui, a più di novecento chilometri in linea d’aria da Kinshasa, l’eco delle battaglie è più fievole. Un passo dopo l’altro, mi avvicino alla pista. Un pensiero dopo l’altro, cerco di guardare di là dalla tenda.

HAIKU

Guardando giù
dall’alto di un ciliegio
vedo me stesso.

 

PS: Questo è il terzo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaio e di febbraio.

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Il gusto della birra

In uno dei suoi madrigali, Michelangelo Buonarroti paragona l’artista alla natura: entrambi giungono alla perfezione dopo un lungo apprendistato. Così come la natura impiega secoli a modellare le sue bellezze (fra cui la donna alla quale Michelangelo dedica la poesia), così l’artista: Negli anni molti e nelle molte pruove / cercando, il saggio al buon concetto arriva / d’un’imagine viva / vicino a morte, in pietra alpestra e dura; / ch’all’alte cose e nuove / tardi si viene, e poco poi si dura. Insomma: ormai vicino a morire, il saggio (l’artista) arriva a realizzare nella pietra alpestre e dura l’idea di un’immagine viva, perché si arriva solo in tarda età alle opere migliori e più originali. Non so se sia vero. In un certo senso è consolante, perché vuol dire che c’è sempre un margine di miglioramento, e che la vecchiaia può conoscere lo slancio della novità.
FullSizeRenderMa anche la natura raggiunge la perfezione prima di morire? Forse… basti pensare alla dolcezza di certi autunni. A differenza degli artisti però, la natura risorge ogni anno ed è originale sempre, nel fulgore della primavera così come nel sonnolento ronzio dell’estate. Basta camminare per le strade, in questi giorni, per accorgersi che non ha perso la mano. Come per caso, oltre un muretto, alzo gli occhi e mi imbatto nel mandorlo di Van Gogh. Quasi centoventi anni dopo le pennellate dell’artista, il ramo fiorito non mostra segni di stanchezza: è sempre lui, vestito a festa, tenacemente fragile sullo sfondo del cielo. Dopo qualche secondo mi rendo conto che il mandorlo non è un mandorlo, è semplicemente il solito vecchio ciliegio del mio giardino. Ma che differenza fa? La primavera è un’artista proprio perché trasforma i mandorli in ciliegi, la realtà in opere d’arte e le opere d’arte in realtà. Senza cedimenti organizza ogni anno una nuova mostra, e ogni anno è un successo. Di critica e di pubblico.
IMG_0012È curioso quando, camminando, capita d’imbattersi in un paesaggio o in una situazione di cui si è giunti a conoscenza tramite un gesto artistico. Ecco uno scorcio inedito, che mai si è presentato proprio con questi colori e che mai tornerà… eppure l’ho già visto in un quadro, l’ho già incontrato in un film. Ecco un odore, una sensazione che sarebbero nuovi se non ne avessi già letto in un romanzo.
Ogni primavera, per esempio, di solito nel mese di aprile o di maggio, mi concedo una birra insieme al commissario Maigret. Bisogna che sia una di quelle giornate che alla primavera riescono solo tre o quattro volte l’anno – quando ci si mette d’impegno –, una di quelle giornate che bisognerebbe gustare senza fare niente, così come si gusta un sorbetto, una vera giornata da ricordo d’infanzia. Allora mi trovo un posto tranquillo dove bermi una birra, mentre guardo la gente che passa. Non trascorre un minuto senza che io avverta una presenza massiccia, alle mie spalle. Non mi volto, per discrezione, ma so che è arrivato. Sento il rumore di una sedia, lo strofinio di un fiammifero. Ed ecco, infine, l’odore inconfondibile del tabacco Caporal gris.
FullSizeRenderTutto era buono, leggero, inebriante, di una qualità rara: il blu del cielo, il fluire morbido di una nuvola, la brezza che all’improvviso vi accarezzava all’angolo di una strada, e che faceva fremere i castagni quel tanto che basta per indurvi ad alzare il capo verso i loro grappoli di fiori zuccherati. Un gatto sul davanzale di una finestra, un cane steso sul marciapiede, un calzolaio con il grembiule di cuoio sulla soglia, un volgare autobus verde e giallo che passava, tutto era prezioso quel giorno, tutto vi metteva allegria nell’anima, ed è per questo senza dubbio che Maigret conservò per tutta la vita un ricordo delizioso del carrefour di boulevard Saint Germain e della rue des Saints-Pères, ed è sempre per questo che, più tardi, gli capitò spesso di fermarsi in un certo caffè per bere, all’ombra, un bicchiere di birra che purtroppo non aveva più lo stesso gusto.
Nessuna birra ha mai lo stesso gusto, che ci volete fare? È lo strazio della nostra umanità, della nostra imperfezione. Però, per fortuna, ci sono sempre nuove birre, nuove primavere, nuovi ciliegi, mandorli, madrigali e commissari tutti da scoprire.

PS: Il madrigale di Michelangelo è stato scritto negli anni ’30 o ’40 del XVI secolo. Trovate qui il testo completo, tratto dal Canzoniere pubblicato da Guanda nel 2015 (a cura di Maria Chiara Tarsi). La prima fotografia di questo articolo è la copertina del libro: Daniele da Volterra, volto di un apostolo con le fattezze di Michelangelo per l’Assunzione Della Rovere, matita nera su traccia a punta di piombo, 1550-52, Haarlem, Teylers Museum.

PPS: La scena con Maigret proviene dal racconto Le client le plus obstiné du monde, scritto il 2 maggio 1946 e pubblicato nel 1947 nella raccolta Maigret et l’inspecteur Malgracieux. L’immagine di Maigret seduto al tavolino è di Jacques de Loustal, che ha pubblicato delle storie illustrate di Simenon per l’editore Carnets Omnibus.

PPPS: Joy Spring, scritta da Clifford Brown, è interpretata nel 1981 da Stan Getz. Quando suona lui, è come se la primavera soffiasse dentro il sax…
(Insieme a Getz, Lou Levy al piano, Monty Ludwig al basso e Victor Lewis alla batteria; il brano proviene dall’album The dolphin).

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Spedizione sopra un ciliegio

Integrazione? Perché quando si parla di questo argomento mi viene sempre in mente quel vecchissimo musicista jazz americano che durante un concerto a Willisau si lamentò di non essere mai stato seduto su un melo? Il giorno dopo, chiamando, per maggiore sicurezza, i pompieri con una scala, lo fecero salire sul melo più grande che c’era nei dintorni. E lui rimase lì, seduto, ed era felice.
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Non l’ho mai capito fino in fondo, questo aneddoto raccontato dall’autore svizzero Peter Bichsel. Proprio per questo, forse, mi piace molto. E ci penso spesso, a quel jazzista americano che si gode beato la vista dal melo di Willisau. Dopo un po’, rimuginando questa scena agreste, finisco per chiedermi: ma che cosa c’entra l’integrazione? Qui il discorso si fa misterioso. Alcuni scrittori hanno il talento d’inventare frasi con un’eco profonda, come certe valli di montagna: pensi che sia già tutto finito, quando fra le rocce risuona ancora una parola.
Integrazione. Ecco la parola. Sebbene abbia un certo aspetto logoro, consumata com’è dai dibattiti politici, in fin dei conti si tratta di roba semplice: quando arrivo in un luogo che non conosco, in mezzo a persone e usanze diverse, mi adeguo alla situazione, trasformando me stesso. Se ci riesco, allora divento “integrato”. È tutto qui? No, certo che no. Altrimenti, che ci starebbe a fare il musicista in cima al melo? Quando si parla di integrazione, si dimentica che il processo avviene in due direzioni. Una persona si adatta all’ambiente, ma così facendo incide sull’ambiente stesso, ne ribalta le abitudini e lo rende più vivo, più dinamico. Il jazzista di sicuro avrà colto la bellezza della campagna di Willisau, tanto che – pensando alla sua infanzia – si è reso conto di non essersi mai arrampicato su un albero. Poi però l’ha fatto davvero, ha avuto il coraggio di chiedere e di tornare bambino, sebbene fosse vecchissimo. In questo modo (m’immagino la scena) avrà stupito gli indigeni di Willisau, insegnando loro che un melo può essere anche uno strumento per la fantasia, un’occasione per rovesciare la prospettiva di tutti i giorni. Integrazione è adattarsi a un nuovo paese, per chi arriva. Ma è anche lasciarsi sorprendere dalle novità, per chi accoglie. Ogni nuovo arrivo è la possibilità di un imprevisto, tanto che non è nemmeno più necessario usare la parola “integrazione”; c’è già la parola “incontro”, che suona molto meglio.
image1-3 copia 3Ma queste sono considerazioni teoriche, e in fondo lasciano il tempo che trovano. Uno non dovrebbe mettersi a parlare di meli, se non con l’intenzione reale di salirci sopra. Magari è proprio questo il modo giusto di leggere la frase di Bichsel: un consiglio fulmineo per un’avventura della quotidianità.
Ecco dunque che, come un esploratore, mi accingo a partire per la mia spedizione. Innanzi tutto, occorre trovare un melo che sia raggiungibile, accessibile e scalabile. A questo proposito mi permetto di sostituire il melo con un ciliegio, per tre ragioni: 1) È uno dei primi alberi sui quali mi sia arrampicato in vita mia (non quello di cui scrivo oggi, ma un maestoso ciliegio ormai scomparso che stava nel giardino di mia nonna); 2) Fra i miei conoscenti annovero un ciliegio: abita proprio fuori da casa mia e ci vediamo tutti i giorni; 3) dal punto di vista letterario, il ciliegio ha un’atmosfera cechoviana elegantemente ironica.
image1-2Non è tanto difficile salire sopra un albero, quanto rimanerci. Dopo il primo sforzo ascensionale, quando si raggiunge un certo assetto stabile, ci si accorge che non è possibile stare comodi: in pace, questo sì, ma sempre con un filo di tensione, con una prudenza che deriva dal trovarsi nel rovescio del mondo.
Ma Bichsel ha ragione? Davvero le cose di ogni giorno, se contemplate dalla cima di un albero, appaiono diverse? Ho visto due bambini che si rincorrevano, un’immobile altalena, l’erba del prato improvvisamente distante. E poi, ancora, ho osservato un gatto scivolare in un cespuglio, una bicicletta sfrecciare sul vialetto e una moglie alzare il capo e chiedermi se fossi diventato matto.
Be’, arrampicarti su un albero ti cambia la prospettiva, è vero. Basta muovere un passo in un’altra direzione e le cose più semplici si ammantano di mistero. Poi però, a un certo punto, bisogna saper scendere. Dunque eccomi qui, di nuovo con i piedi per terra. Ma negli occhi resta quello scintillio, quella tonalità di sguardo scanzonato che abbiamo noi, che abbiamo visto il cielo da un ciliegio. Tutto questo mi fa pensare a un verso di Paolo Conte e a un aeroplano che scintillava come gli occhi dei ragazzi che randagi lo guardavano tra i rami dei ciliegi.

PS: La citazione iniziale è tratta dal volume Quando sapevamo aspettare, edito in italiano da Comma 22 nel 2011 e scritto da Peter Bichsel nel 2008 con il titolo Heute kommt Johnson nicht. La traduzione è di Anna Allenbach.

PPS: Alcune parti di questo articolo sono apparse in un mio pezzo sul mensile “Illustrazione ticinese” (gennaio 2015). La spedizione sopra il ciliegio invece è recentissima: il viaggio risale a questo pomeriggio.

PPPS: La citazione di Paolo Conte proviene dal brano Novecento, inciso nel 1992 e pubblicato nell’album omonimo. Sopra potete vedere il video ufficiale.

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