Panchinario 116–117

Da quanto non pubblico panchine sul blog?
L’ho scritto più volte e lo ripeto: amo andare a zonzo, perdermi, rifugiarmi nel tempo senza tempo di una panchina. È più arduo però tornare a casa, cercare le coordinate, trasferire l’esperienza al computer e poi immetterla il blog e infine lanciarla su internet.
Una volta qualcuno mi ha detto che le reti sociali informatiche sono l’equivalente virtuale di una panchina. Ci si incontra, anche fra sconosciuti, si scambiano due chiacchiere, eccetera. Non sono d’accordo: gli sconosciuti hanno una faccia, un corpo, un odore. Una puzza, magari. Ma sempre meglio di un emoticon.
Detto questo, credo che la condivisione abbia sempre un valore. Le panchine ci sono già: ne ho pubblicate duecentosessantacinque sul quotidiano svizzero “La Regione”, settimana dopo settimana. Tutte con lo stesso schema. Una (piccola) guida a un (minuscolo) mondo di (brevi) fughe soprappensiero. Ne pubblico due, così per ricominciare. Entrambe risalgono al 2020, in piena pandemia di coronavirus. A leggerla oggi, quella di Bellinzona sembra uscita da un altro universo…

 

116) CERIGNALE, accanto alla chiesa parrocchiale di San Lorenzo
Coordinate: 44°40’47″N; 9°21’02.8″E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… non guardare il paesaggio.
Cerignale (Piacenza) è un villaggio dell’alta val Trebbia, a settecento metri di quota sull’Appennino ligure. È ricco di storia, di fonti, di prati, di sole. Fra le case del nucleo serpeggia un piccolo canale, dove scorre acqua sempre limpida e fresca. A nord-est, un po’ isolata, la chiesa sorge in mezzo ai campi. Verso sera, una luce dorata avvolge tutte le cose, compreso il bosco alle spalle di questa panchina. Il guaio è che tutto ciò dalla panchina non si vede: di fronte, a due metri, si erge il muro della chiesa. È una sensazione curiosa quella di avere la dolcezza del paesaggio alle spalle e un muro davanti. Resisto alla tentazione di voltarmi e, dopo un po’, mi chiedo se che anche i mattoni di roccia della chiesa – il calcare bianco, i diaspri, i calceoliti scuri, di origine magmatica – in fondo non raccontino la stessa bellezza, ma in un linguaggio più segreto.
Colonna sonora (30 secondi):

 

117) BELLINZONA, nel giardino dell’Ospedale San Giovanni
Coordinate: 2’722’588.4; 1’115’892
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… immaginare il futuro.
Nei mesi estivi, in questi tempi segnati dal coronavirus, l’ospedale ha allestito una sala d’attesa all’aperto: poche sedie bianche sotto un gazebo bianco. Faccio qualche passo per sgranchirmi le gambe e m’imbatto in questa panchina di cemento. Mi siedo, ascolto i colpi di martello nel cantiere davanti a me. Un operaio grida qualcosa, la gru si muove lentamente. Penso al futuro, con cautela. In genere per me il futuro è un progetto: un testo da scrivere o da leggere, un viaggio, una faccenda in sospeso. Ma oggi immagino un paesaggio più vago, un orizzonte lontano, forse irraggiungibile. Poi mi viene in mente che un ospedale non è solo dolore e abbattimento, ma pure un canto polifonico di speranza, intessuto di guarigioni, fiducia, nascite e anche rinascite. Il battito del martello, inconsapevolmente, sveglia i miei pensieri: li sprona a riscuotersi, a galoppare come cavalli selvaggi verso l’orizzonte.
Colonna sonora (30 secondi):

 

 

PS: Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37, qui da 38 a 45, qui da 46 a 55, qui da 56 a 64, qui da 65 a 73, qui da 74 a 81, qui da 82 a 93, qui da 94 a 103 e qui da 104 a 115. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: In genere, per segnalare le panchine di tutto il mondo uso il WGS84 (World Geodetic System 1984), cioè un sistema di coordinate costruito a partire da un ellissoide di riferimento risalente al 1984. La latitudine e la longitudine sono designate mediante la proiezione universale trasversa di Mercatore (UTM), da cui la sigla UTM-WGS84. Le cifre sono espresse in base sessagesimale: gradi, minuti, secondi.
Per quanto riguarda le panchine situate in Svizzera, invece, uso la triangolazione nazionale MN95, introdotta negli anni Novanta e ultimata nel 2016: si tratta di coordinate a sette cifre con la città di Berna come punto di origine. I valori hanno sempre un 1 in direzione nord-sud e un 2 in direzione ovest-est. Gli assi sono quindi 2’600’000 metri (est) e 1’200’000 metri (nord). Per definire un punto nel territorio elvetico, le coordinate MN95 sono più precise rispetto a quelle mondiali. A chi volesse convertire le coordinate MN95 in UTM-WGS84, consiglio di consultare il sito Swisstopo, che fornisce tutti i dettagli, compresa una mappa molto accurata (potete inserire nella mappa le coordinate svizzere per individuare una singola panchina).

 

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C’è qualcuno in ascolto?

Di recente ho subito un piccolo intervento chirurgico all’ospedale di Bellinzona. Ho avuto a che fare con persone efficienti e gentili prima, durante e dopo l’operazione. Ho scritto “durante”, anche se in quel momento non ero lì: in seguito all’anestesia totale, quella parte del mio io in grado di percepire la propria presenza si era ritirato in una zona d’ombra. M’immagino che fosse dentro una casa dalle pareti di sasso, in una valle scoscesa. Intorno alla casa un recinto nero, le montagne, i boschi sempre più silenziosi mentre tutto si fa buio e, dalla terra, lentamente sale l’umidità.
A che cosa ho pensato, nel profondo di quella valle, nei recessi di quella dimora isolata? Non lo so, non conservo nessuna memoria. Quando l’io si è ricongiunto al corpo, dopo aver registrato la presenza della luce, ha subito cercato di ricostruire che cosa fosse accaduto. Era il mattino del giorno in cui mi sarei fatto operare o era appena avvenuta l’operazione? Subito la seconda ipotesi si è imposta come un’evidenza. Allora ho cominciato a parlare, in maniera bizzarra. Di solito sono una persona abbastanza taciturna, e quando mi succede qualcosa d’importante non mi riesce facile comunicarlo a chi mi sta intorno. Invece in quell’occasione ho cominciato a prendere appunti a voce alta, un po’ come fanno gli esploratori spaziali nei film di fantascienza.
«Mi trovo in un letto, non sento dolore. Dalla mia posizione riesco a vedere un altro letto, di fronte a me, e un computer sulla sinistra. Una donna siede al computer. Qualcuno più in là sta parlando di Alberto Sordi. Il soffito sembra diverso da quello che ho visto prima di addormentarmi…» Insomma, una sorta di delirio. Non so sa dove provenisse; forse era la continuazione di un sogno nato nel cuore della narcosi. Ho recitato dei versi, ho provato a fare dei calcoli, ho risposto di sì a chi mi chiedeva se andasse tutto bene. Avranno pensato che ero strambo… e come dare loro torto? A un certo punto ho detto: «In questo momento, sembra che nessuno mi stia ascoltando». Allora una voce femminile, vicino al computer, ha risposto: «Io ogni tanto la ascolto».
Questa frase mi ha colpito. In quel momento non stavo cercando di comunicare qualcosa di preciso, anzi, stavo parlando più che altro a me stesso. Eppure il fatto di sapere che qualcuno mi ascoltava mi ha riempito di riconoscenza: ciò che mi confortava era il fatto stesso che la mia voce venisse captata nel suo fluire non sempre coerente. Era qualcosa che andava oltre le funzioni tradizionali del linguaggio: non importava il codice, il messaggio, il mittente o il destinatario, quanto il fatto stesso che le parole trovassero un’accoglienza.
Ecco un luogo comune: oggi manca la capacità di ascoltare. Davvero? Eppure fioriscono gli spazi di trasmissione, tutti siamo incentivati a “esprimere noi stessi”. Non si è mai scritto tanto. Basta entrare in un social network, annotare qualunque cosa ci passi per la testa e di sicuro qualcuno ascolterà. Si potranno criticare i contenuti dei commenti, la loro superficialità, la loro grossolanità, ma di certo le chat sono lì a dimostrare che la gente legge ciò che gli altri scrivono. Qual è il problema, allora? Forse il fatto che l’ascolto si limita al contenuto primario.
Quando parliamo, non ci basta che gli altri afferrino il senso delle nostre parole, ma nel profondo desideriamo che accolgano interamente la nostra voce, le sue sfumature, le ripetizioni, quel senso di comunicazione che nasce prima del linguaggio codificato, prima di ogni contenuto razionale. Ci vuole tempo e pazienza, sia dalla parte di chi parla sia dalla parte di chi ascolta. È la voce della madre che arriva al bambino, sono i balbettii del bambino che la madre capisce senza capirli, nella storia del tempo condiviso.
Ritrovo questo desiderio anche nel mio mestiere di scrittore. Ciò a cui lavoro non è la costruzione di un significato da trasmettere, ma la ricerca di una voce che mi appartenga e che, nello stesso tempo, mi superi. Ogni singolo testo ha la sua ragione, spesso legata a una contingenza. Non si tratta tuttavia di esprimere un punto di vista, quanto di rispondere a una necessità più vitale e più segreta. Scrivere è mettermi all’ascolto, prima di tutto, perché una voce può levarsi solo all’interno di un dialogo.

In questi giorni sto ascoltando il disco Americana di JD Allen. Il musicista riprende un classico blues: Another man done gone. Il brano venne registrato all’inizio degli anni Quaranta, quando l’etnomusicologo Alan Lomax incise la voce di Vera Hall (1902-1964), una donna dell’Alabama. Il blues fa riferimento alle cosiddette “chain gang”, le terribili squadre di lavoratori neri legati alla catena. La voce profonda del sax di Allen non solo rende omaggio a Vera Hall, ma nella ripetizione rinnova quel dolore, quello strazio, quell’anelito di libertà. La musica è ricorsiva e insieme originale, antica e nuova, come ogni storia che valga la pena di ascoltare. Di chi è quella voce? Di Vera Hall, di JD Allen, di tutti gli afroamericani, di chiunque si metta all’ascolto con attenzione. In questo modo, fra l’altro, la voce non è più solo un lamento, ma una vera e propria forza vitale. JD Allen stesso, nel libretto, cita una frase dell’autore Albert Murray: «The blues is not the creation of a crushed spirit people. It is the product of a forward-looking, upward-striving people» (“Il blues non è la creazione di un popolo dallo spirito distrutto. È il prodotto di un popolo che guarda al futuro e che tende verso l’alto”).

PS: Nell’album Americana (Savant Records 2016), insieme a JD Allen suonano Gregg August (basso) e Rudy Royston (batteria). L’interazione fra i tre musicisti, il loro scambio d’idee e di emozioni è un buon esempio di ascolto reciproco.

PPS: L’immagine con la madre e il bambino è un dipinto dell’artista svizzero Ferdinand Hodler (1853-1918) ed è intitolato Madre e figlio.

PPPS: In questo articolo la vicenda medica e autobiografica è solo uno spunto per riflettere sul senso dell’ascoltare. Ne approfitto comunque per esprimere un ringraziamento al dottor Ramon Pini e a tutte le altre persone che all’Ospedale San Giovanni si sono prese cura di me.

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