Il territorio delle volpi

Per ascoltare questo articolo:

«Per chi lo sa ascoltare il bosco non ha segreti. Contini conosce ogni palmo del suo territorio e intuisce da piccoli segni quando sta entrando nel territorio di una volpe.»

È un passaggio del romanzo Una piccola cosa proibita, che uscirà per Guanda il 13 ottobre 2026. Il protagonista, l’investigatore Elia Contini, ha una doppia vita (e chi non ce l’ha, del resto?). Di giorno indaga fra il Canton Ticino e l’Italia, in mezzo a traffici, imbrogli, affari più o meno loschi. Ma la sera risale a Corvesco, un paese di montagna, e si lascia abbracciare dal silenzio delle foreste.
Di notte, quando non deve lavorare, Contini esce di casa e s’inerpica tra i faggi e i castagni. Segue le tracce delle volpi, che sono il suo animale guida. Ama osservarle, fotografarle. Annota in un taccuino i loro andirivieni.

Perché il bosco, perché le volpi?

La vicenda di Contini s’intreccia con quella dell’autore. Fin da bambino le volpi sono per me una via d’accesso al mistero. L’origine è forse nelle storie che mi raccontavano quando non sapevo leggere: il personaggio dal pelo rosso e dalla coda lunga si aggira nell’ombra, tessendo le sue trame. La volpe furba ma anche fragile, pronta alla fuga se intravede lupi o cacciatori. Così vicina alle nostre case, alle nostre vite, eppure così lontana. Nel tepore del mio letto, prima di dormire, la volpe era simbolo dell’ignoto, della notte, di tutto ciò che nella vita resta sotterraneo, inesprimibile.

Nello stesso tempo, la volpe deve cavarsela in ogni circostanza. Questo per me non è facile. Spesso mi sono bloccato in situazioni che mi parevano insormontabili, mi sono smarrito in sentieri che non portavano da nessuna parte. Ma in qualche modo ho cercato di tornare a casa. Come tutti ho le mie ferite, le mie cicatrici. Non sempre posso muovermi nel mondo che vorrei, e allora mi tocca accettare la realtà, osservarla, cercare dov’è il buono in mezzo alle sterpaglie o ai rifiuti.

La volpe è un animale selvatico, irrimediabilmente, non si può addomesticare. Eppure ha imparato ad avvicinarsi alle città degli umani, perché là si trova ciò che le permette di sopravvivere.
Forse “sopravvivere” è un concetto limitato? Ma la volpe poi torna alla sua tana, nel cuore del mistero. Anche quando ci pare magra, rognosa, ormai contaminata dalla città e dai suoi immondezzai, la volpe riesce a restare libera.

Ecco perché nell’ufficio di Contini c’è la fotografia di una volpe al limitare di un bosco. Ed ecco perché nell’atrio di casa sua c’è la piccola scultura di una volpe. Dopo una brutta esperienza Contini si è liberato degli oggetti inutili. Qualche mese fa, si legge nel romanzo, l’atrio era ingombro di cose. «Oggi resta l’essenziale: una credenza, un attaccapanni, una ciotola per mettere le chiavi. E un giocattolo di legno a forma di volpe, creato dall’artista Antonio Vitali.»

Ogni volta che torna a casa dopo le sue avventure, gli occhi di Contini si posano sull’animale di legno. L’investigatore pensa: anche oggi sono qui, un altro giorno è andato. Il giocattolo è fisso, immobile, ma freme di una vita segreta, come se da un momento all’altro potesse agitare la coda, voltare il muso, fuggire dove gli alberi sono più fitti e dove si aprono radure come respiri profondi.

In Una piccola cosa proibita Contini avrà a che fare con un nuovo personaggio: Anna Scovalupi, un’ispettrice di Milano (ma originaria di Cremona) che viene trasferita in Svizzera per lavorare in un corpo di polizia transfrontaliero. L’investigatore privato e la poliziotta non vanno d’accordo, ma devono collaborare per fermare un assassino.
Nella vicenda è coinvolto un giovane libraio, che vorrebbe starsene per conto suo a scrivere poesie e invece si trova nei guai. Proprio in omaggio al libraio, che si chiama Giosuè Pasquali, chiudo con uno haiku scritto dall’autore giapponese Tan Taigi (1709-1771): «nel campo dei meloni / il ladro, la volpe / s’incontrano faccia a faccia».

Anche a me è capitato di vedere una volpe all’improvviso, magari la mattina presto quando percorro in macchina una strada di montagna. È questione di un attimo: la volpe sta ferma, abbagliata dai fari. Poi si riscuote, in un guizzo torna fra gli alberi. Io proseguo verso la mia giornata, il mio lavoro. Lei rientra dopo una notte di scorribande. Ma per il tempo di un secondo, io sono stato la volpe e la volpe è stata Andrea. In questo scambio per me sta tutta la letteratura.

PS: Qui l’annuncio del nuovo romanzo nel sito della casa editrice.

PPS: Ho già parlato di Una piccola cosa proibita nel blog, quando stavo correggendo le bozze.

PPPS: La traduzione dello haiku di Tan Taigi è di Adriana Ziffer Gallo, in Poesie zen (Newton Compton, 1983), a sua volta tratta da Zen Poetry (Penguin Classics, 1977/81), a cura di Lucien Stryk e Takashi Ikemoto. Un’altra versione è fornita da Leonardo Vittorio Arena in Haiku (Rizzoli, 1995): «La volpe s’imbatte / in un ladro: / campo di meloni». Ecco la trascrizione dell’originale giapponese: «nusubito ni / deau kitsune ya / uri batake».

PPPPS: L’immagine della volpe fatta di parole è tratta da un’incisione a bulino eseguita da Paolo Foletti per la raccolta di poesie ornate Bestie (Atelier Calcografico, Novazzano 1997), con i testi di Ugo Petrini.
Se qualcuno volesse come Contini seguire le tracce delle volpi, può essere utile il volume da cui ho rubato un’altra delle immagini di questo articolo: Jean-Pierre et Yan-Chim Jost, Le Renard. Aspect, comportement, urbanisation, Cabédita 2005. Non è male anche Le renard, di Jean-Steve Meia (Delachaux et Niestlé 2008). Anche nel catalogo della mia casa editrice si trova un bel libro sull’argomento: Adele Brand, La vita segreta delle volpi (2019; Guanda 2021). Proprio di Adele Brand è un’altra delle foto di questo articolo (la prossima volta vedrò di allegare anche una foto di Contini, se sarà tanto gentile da inviarmene una).

PPPPPS: Qui sotto, invece, altre immagini. La prima raffigura un reperto dei primi anni Ottanta che testimonia come il giovane futuro autore di questo blog già unisse il gusto per le volpi a quello per la lettura (pure se con palesi difficoltà nella scrittura…). La seconda e la terza mostrano rispettivamente un manufatto e un disegno creato dalle due figlie maggiori dell’autore. in attesa dei primi tentativi della terzogenita, questo già dimostra come la volpitudine sia ereditaria…

Condividi il post

Il paese che non c’è

Per ascoltare questo articolo:

Mentre pedalo in salita, mi chiedo dove sia Corvesco.
È uno di quei paesi dove torni sempre, ma non arrivi mai. Pensi di averlo scovato quando riconosci una sensazione: il profilo delle montagne, la luce che taglia la valle, il fruscio delle fontane. Invece tutto è nuovo. Le nuvole, le voci che attraversano la piazza. Dove sono finito, ti domandi, in quale parte del mondo? Esci dal grotto Pepito e cammini verso la casa di Elia Contini, che è bianca e con le imposte verdi, un po’ discosta dalle altre.
Ma Elia Contini, come sempre, non si fa trovare.
Mi viene in mente una di quelle poesie paradossali di Giorgio Caproni: «Sono tornato là / dove non ero mai stato. / Nulla, da come non fu, è mutato.» Insomma, questo luogo esiste oppure no? Forse è come Kokovoko, un’isola citata da Melville in Moby Dick, che «non è segnata in nessuna carta: i posti veri non lo sono mai». Ecco perché ancora non sono riuscito a reperire Corvesco.
Lo stesso Caproni fornisce dei dettagli che, dietro la negazione di una prima forma di esistenza sperimentabile, fanno intuire un diverso modo di essere: «Sul tavolo (sull’incerato / a quadretti) ammezzato / ho ritrovato il bicchiere / mai riempito». Certo, nessuno ha riempito il bicchiere… eppure, eccolo. «Tutto / è ancora rimasto quale / mai l’avevo lasciato».
È la vigilia del primo d’agosto, la festa nazionale svizzera. Anche a Corvesco organizzeranno qualcosa: un falò, dei fuochi d’artificio, una cena in piazza. Un’occasione per vedersi e parlarsi e sapere come va in questi tempi difficili (perché i tempi sono sempre difficili).
Ma Contini, come sempre, non si farà trovare.

Non so come sia possibile, eppure sono partito in bicicletta proprio da Corvesco. Ho pedalato lungo la strada che sale verso nord. Faido, il Dazio Grande, Quinto, Ambrì. A tratti ho costeggiato l’autostrada, invasa da una fiumana di macchine ferme. Anche sulla cantonale mi superavano automobili con targhe di tutta l’Europa. Ad Airolo ho preso la via che risale la valle Bedretto, fino al passo della Novena. Ho fatto fatica, perché ero stanco e perché faceva un caldo torrido. In cima però era fresco, con un vento che spalancava le bandiere.
È uno dei passi che separa la Svizzera italiana da quella tedesca: la Novena oppure la Nufenen. Era già tardi. Ho guardato le montagne riarse, ho mangiato un po’ di cioccolato e ho bevuto del tè. Poi ho indossato il giubbotto per la discesa e sono tornato indietro. Inspiegabilmente, non sono mai arrivato a Corvesco.
Com’era prevedibile, sono rientrato a casa mia.
Eppure, per qualche strana ragione, ora sono qui. Nella Corvesco che non c’è. Picchio con due dita i tasti del computer, sul tavolo di legno che mi fa da scrivania, a pochi passi dal bosco in cui stanotte Contini uscirà per cercare le sue volpi.

PS: Corvesco è il luogo in cui abita l’investigatore Elia Contini, protagonista di vari miei romanzi. Il più recente s’intitola Le strade oscure. Il prossimo uscirà in ottobre, sempre per l’editore Guanda.

PPS: La poesia di Caproni s’intitola Ritorno ed è tratta da Il muro della terra (1975).

PPPS: Qui sotto, una veduta di Corvesco. Chi me l’ha inviata, assicura che si tratta del panorama visto da una delle finestre di Elia Contini. Forse quella del bagno, o della cucina. Sarà. La casa di Contini, del resto, non c’è… come tutti i luoghi che veramente esistono.

Condividi il post

La luce a Corvesco

Per ascoltare questo articolo:

Contini non guarda i tramonti.
Piuttosto, a volte gli sembra che i tramonti guardino lui.
La luce si fa ambigua, con sfumature che trasformano gli alberi in fantasmi, le case in ricordi, le montagne in illusioni. E tutto si consuma nel tempo di un respiro. Su questo fondale cangiante si muovono gli esseri umani, laggiù, ancorati ai loro gesti, ansiosi di estrarre il telefono e di fissare per sempre l’attimo che già diventa buio. Come si può non credere che qualcuno ti stia guardando?
Contini si appoggia alla balaustra del portico. Gli sembra di essere il personaggio di un romanzo o di un film: indovina degli occhi che leggono o contemplano dall’alto il villaggio di Corvesco. Sono spettatori invisibili che spiano proprio lui, nella sua casa ai margini del bosco. Che cosa ci sarà da vedere, pensa Contini. Eppure anche lui è uno che osserva. Se ha deciso di fare l’investigatore, anche dopo la fine della sua breve e ingloriosa carriera come poliziotto, è perché gli piace il ruolo di chi guarda, studia, annota i dettagli. Dopotutto, quando di notte cammina nel bosco per cercare le volpi, è uguale a un bambino che con meraviglia ascolta una storia, sempre la stessa e sempre diversa.

Elia Contini non ha torto. È il personaggio di un romanzo, anzi, di parecchi romanzi.
Sono sicuro che gli piacerebbe essere semplicemente un tizio che vive per conto suo, senza che un autore racconti le sue avventure. Ma il destino ha voluto altrimenti… e in parte di sicuro è colpa mia.
Il primo romanzo con protagonista Elia Contini lo scrissi all’università, quando avevo poco più di vent’anni. Il più recente, Le strade oscure, risale al 2022. In questi giorni sto correggendo le bozze del prossimo, che uscirà il 13 ottobre 2026, sempre per l’editore Guanda. Non so bene motivare il mio accanimento: non è stata una cosa voluta o cercata, fatto sta che anno dopo anno ho sempre trovato delle ragioni per seguire questa figura di investigatore che vive immerso nella natura e che tuttavia conosce le miserie del genere umano.
La mia speranza è che il microcosmo della Svizzera italiana, dove si muove Contini, possa diventare un luogo ideale in cui chi legge riconosca il proprio piccolo mondo, qualunque sia. Certo, i romanzi continiani a volte mettono in scena altre realtà, in Italia, in Svizzera o più raramente in altre nazioni. Ma il punto di partenza è sempre quello di cercare delle costanti universali a partire da un territorio ben delimitato. Per me è sempre una sfida, oltre che un’occasione per pormi nuove domande. In questo romanzo, in particolare, appare un personaggio importante, che assume un ruolo da co-protagonista.
Il mattino mi siedo in terrazza, davanti alle montagne, e cerco di stanare gli ultimi refusi, le ultime imprecisioni. Fra poco lascerò andare anche questa storia. A quel punto non mi apparterrà più: mi capiterà di parlarne, di leggerne dei brani, ma sarò già immerso in altri luoghi e in altre vicende.
Poche persone hanno letto questo romanzo: lettrici o lettori di fiducia a cui ho chiesto dei consigli. Ne parlo al telefono con Laura Bosio, la mia editor. Le bozze sono abbastanza pulite: al massimo c’è da togliere una virgola o da mettere in tondo una frase in corsivo. Poca roba. Gli ultimi ritocchi. Laura si trova al mare, io in montagna. E Contini, e gli altri personaggi, dove sono loro? Né al mare né in montagna, ma nel bianco misterioso della pagina che accoglie fiumi, picchi, deserti, colline, città, oceani senza fine e insetti minuscoli, nuvole, stelle, miniere d’oro, biciclette, assassini e poliziotti e rane che si tuffano in uno stagno.

Condividi il post

Volpi e cinghiali

CARTOLINE (OTTOBRE)

“Cartoline” (#cartoline2020) è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli.

CARTOLINA NUMERO 37
Da Roma, Italia


Abbiamo ritrovato questa cartolina di quasi vent’anni fa. Troppo tardi per spedirtela? Fanne quello che vuoi. Per noi è come se fosse ieri: il caldo, i pini sparpagliati come funghi, le rovine. E la folla sotto le arcate del Colosseo. Goethe diceva che «il sole e la luna, non dissimilmente dallo spirito umano, hanno qui tutt’altra funzione che in altri luoghi: qui, dove il loro sguardo è fronteggiato da masse enormi, eppure formalmente perfette». Noi abbiamo trascorso il pomeriggio ad ascoltare bisticci tra fidanzati («dimmelo una volta per tutte»), capricci di bambini («stasera facciamo i conti») e lamentele di ogni tipo («in Germania non si sarebbe mai vista una coda del genere»). Unicuique suum.

CARTOLINA NUMERO 38
Da una città fantasma


Non si sente più nulla. Avanziamo fra i ruderi, seguendo il percorso che offrono i buchi. Superiamo costole di case, finestre spezzate, cocci, vetri, porte abbattute. È un detrito del mondo, una vasta nostalgia senza parole. I rampicanti sgretolano le pietre e le radici dei faggi sfondano le pareti. Gli animali – topi e uccelli di cenere – passano svelti fra le camere. Nell’ombra più scura, un muro si tiene in piedi con fierezza: è coperto di graffiti illeggibili, come tracce di un tatuaggio sul dorso della mano. A poche decine di metri, il centro commerciale è ridotto a un cumulo di calcinacci e frammenti di metallo, mentre di fianco, nell’ufficio postale, restano gli scheletri degli sportelli, due lettere ingiallite, il mare di una vecchia cartolina. Attraversiamo la piazza, invasa dai roveti, e ci affacciamo sulla soglia di un bar. Dietro il bancone luccica una fila di bottiglie. Sulla parete vicino all’entrata, invece, rimane l’autografo di un ciclista: PantaniMarco, una parola sola, avvolta da uno svolazzo inciso con forza da una biro blu. Per un attimo anche noi siamo sul punto di svanire. Poi ci ricordiamo che abbiamo promesso di scriverti, ed eccoti questa cartolina. Nell’ufficio postale abbiamo perfino trovato un francobollo per inviartela.

CARTOLINA NUMERO 39
Da Nižnij Novgorod, Russia


La città è un enigma: più di un milione di abitanti, fabbriche, palazzi di vetro e cemento… Però in certi momenti, all’imbrunire, sembra di percorrere le vie di un villaggio. Il cremlino, con le sue dodici torri, si staglia contro l’ampiezza del Volga, dove scorrono imbarcazioni che giungono da un altro tempo. Il respiro dell’acqua governa i passi e i pensieri. Quando le case di mattoni o di legno si accendono di luci, noi, dall’esterno, immaginiamo le facce e i saluti e i litigi che non sapremo mai. Nell’aria fredda tutto si allontana. Ma quelle risate, quelle tristezze, quel suono di chiacchiere al tavolo della cucina… Noi vogliamo essere le parole degli altri, i loro sguardi. Mentre scende la sera, vogliamo essere la nebbia che risale il fiume, l’odore di manzo bollito, il pianto di un bambino che lentamente si placa.

CARTOLINA NUMERO 40
Da Corvesco, Svizzera


Nelle sere d’autunno a Corvesco i televisori scoppiettano in salotto, gli ultimi pendolari rientrano per la cena, i bambini corrono a lavarsi le mani. Perché torniamo sempre in questa valle fra le montagne? Qualcuno dice che bisogna attraversare ore di noia per poter finalmente riconoscere i dieci minuti in cui le cose cominciano ad accadere. Ma la verità è che qui non ci annoiamo. Riscopriamo ogni volta la cascata del Tresalti. Osserviamo il tramonto che si appoggia sul Monte Basso. Ceniamo al grotto Pepito. E soprattutto, salendo a piedi oltre l’ultima casa, con le luci di Corvesco alle spalle, ci troviamo a fissare quel muro impenetrabile che è il bosco. Certe sere d’autunno – lo sappiamo senza dircelo – ci sentiamo assediati da un nemico ineffabile, che invece di circondarci continua a bussare dall’interno. Così il bosco ci viene incontro, con le sue piste appena distinguibili, i ruscelli, i dirupi, e le volpi e i cinghiali nell’oscurità. Presenze ignote, ma vicine.

PS: Potete leggere qui le prime quattro cartoline. Le successive: qui dalla 5 alla 8, qui dalla 9 alla 12, qui dalla 13 alla 16, qui dalla 17 alla 20, qui dalla 21 alla 24, qui dalla 25 alla 28, qui dalla 29 alla 32 e qui dalla 33 alla 36.

PPS: La citazione di Goethe è tratta da Viaggio in Italia (1813-17), traduzione di Emilio Castellani, Mondadori, 1983.

Condividi il post

Festa danzante

Una notizia di cronaca spicciola: è tornato in libreria il romanzo L’arte del fallimento (Guanda 2016), stampato dall’editore TEA in formato tascabile. Un’altra notizia, ancora più spicciola: oggi compio quarant’anni. Non so perché, le due novità s’incrociano nella mia mente. Ma è una sovrapposizione pericolosa.
L’arte del quarantesimo.
Fallire un compleanno.
Quarant’anni di fallimenti.
I titoli ronzano come zanzare. Per distrarmi, sfoglio il romanzo. Rivedo con piacere quel piccolo refuso che ha resistito per tutte le fasi della revisione, superando indenne le varie bozze e ristampe e, a quanto pare, anche l’edizione tascabile. In fondo è giusto così: L’arte del fallimento non sarebbe la stessa senza errori di stampa. Ma non voglio rivelare niente: i refusi vanno scovati in solitudine.
Gli occhi mi cadono su un paragrafo in cui, alle prese con i suoi fantasmi, Elia Contini se ne va a camminare nei boschi. Non è un esercizio fisico, quanto un modo per accedere alla parte misteriosa dell’esistenza. Le volpi di Corvesco sono un segnale che viene dal profondo, dall’invisibile. Non c’è bisogno d’incontrarle. Basta cercarne le tracce, avvertirne l’indecifrabile prossimità.

C’era un sentimento che lo teneva legato. Poteva riconoscerlo in un lungo silenzio, o nei fari di un’auto che saliva dal fondovalle. Il bosco pareva soffocante, perfino minaccioso. L’unica salvezza era prendere la macchina fotografica e camminare. Lungo le piste appena distinguibili, a pochi passi da un ruscello o da un dirupo, non c’erano più pensieri, soltanto azioni, e c’erano volpi nell’oscurità, presenze ignote ma vicine.

La figura del camminatore solitario mi fa pensare a una poesia che lessi per la prima volta a diciassette o diciotto anni. È di Mario Luzi e risale al 1954. S’intitola: Nell’imminenza dei quarant’anni. Ricordo il senso d’immedesimazione suscitato dai primi versi: Il pensiero m’insegue in questo borgo / cupo ove corre un vento d’altipiano / e il tuffo del rondone taglia il filo / sottile in lontananza dei monti. Un uomo che cammina nel paesaggio deserto. Un individuo che, a me, pareva già quasi anziano: Si sollevano gli anni alle mie spalle / a sciami. Immaginavo quei quarant’anni d’ansia, / d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide / com’è rapida a marzo la ventata / che sparge luce e pioggia. Leggevo: L’albero di dolore scuote i rami… Pensavo: chissà che cosa vuol dire trovarsi a quello snodo, scorgere l’ombra del proprio passato.
Be’, adesso ci sono.
Nulla m’impedisce di rifare lo stesso gioco. Prendo l’ultimo libro pubblicato in vita da Luzi, a novant’anni. S’intitola: Dottrina dell’estremo principiante (Garzanti 2004). Leggo: Bellezza, lo sentiamo / che sei al mondo. / Qualche transitiva forma / ci illudiamo ti sorprenda. / Da qualche raro volto / ci fulmini e ci incanti. Penso: chissà che cosa vuol dire trovarsi a quel punto estremo, guardare indietro e poi ancora intorno a sé, cercando sempre la bellezza.
A proposito di novantenni. Ieri sera, tornando a casa in macchina sotto la pioggia, stavo ascoltando l’ultimo disco del pianista francese Martial Solal. S’intitola My one and only love (Intuition 2018). È  un concerto per piano solo, registrato live il 17 novembre 2017. Solal aveva compiuto novant’anni qualche mese prima. Secondo il critico Franck Bergerot si tratta di uno dei migliori dischi della carriera di Solal, «un musicista che non ha mai cessato di progredire verso l’essenziale». Un esempio è Sir Jack, sviluppato a partire dal brano tradizionale Brother John (in italiano Fra Martino). Mi ha colpito la leggerezza del tocco, la fantasia, la sapienza del grande improvvisatore che non ha perso la capacità di giocare e meravigliarsi.

Ero già arrivato a casa. Mi sono fermato nel parcheggio e ho aspettato che finisse il brano, con l’accompagnamento della pioggia che batteva sui vetri.

PS: Per l’occasione, voglio invitare le lettrici e i lettori di questo blog a una festa danzante nel villaggio di Saint-Rigomer-des-Bois.

Festa danzante

È un piccolo momento fuori dal tempo, un breve racconto inedito senza volpi, ma con un bar dov’è piacevole bere un boccale di birra.

PPS: La lirica Nell’imminenza dei quarant’anni è tratta da Onore del vero (Neri Pozza 1956), confluita poi nel volume L’opera poetica (Mondadori 1998). Ecco il testo completo delle due poesie: Nell’imminenza dei quarant’anni e Bellezza, lo sentiamo.

PPPS: La citazione di Bergerot proviene dal numero 704 di Jazz magazine (aprile 2018). L’audio con la musica di Solal non è limpido, ma restituisce l’esperienza sonora. Automobile, pioggia, pianoforte. Ascoltare un pianista novantenne che improvvisa su Fra Martino: ci sono modi peggiori per festeggiare un compleanno.

PPPPS: L’altopiano nella foto sopra non è quello di Viterbo, dove camminava Mario Luzi nel ’54, ma quello della Greina, nella parte alta del Canton Ticino. Anche lassù il tuffo del Gypaetus barbatus, in mancanza di rondoni, taglia il filo / sottile in lontananza dei monti.

PPPPPS: Non so se qualcuno sia arrivato fino al quinto post scriptum. Ma se vi restasse ancora tempo, e se ancora non l’aveste guardato, vi ripropongo il video sul romanzo L’arte del fallimento, realizzato da Alessandro Tomarchio con il sax di Alan Rusconi. Qui non si vede nessun tipo di altopiano, ma semplicemente il piano di Magadino, come una pianura padana in formato tascabile fra le montagne.

Condividi il post