Elogio degli invisibili

Che cosa accade a un romanzo, dopo che l’hai scritto? Se viene pubblicato, se qualcuno lo legge, vuol dire che la tua presenza non è più necessaria. Ma dove vanno a finire quei personaggi, quel mondo che era così intimamente tuo? E tu, che hai trovato questa storia e hai provato a narrarla, tu – autore – hai ancora il diritto di aggirarti nel “tuo” mondo?

Di recente mi è capitato di prendere in mano una copia del mio romanzo L’arte del fallimento (Guanda). Ho sfogliato qualche pagina: mi parevano le parole di un altro. Allora Mario, il suo tormento, il suono del sax fra i mobili di Dolcecasa, i tatuaggi di Lisa, Contini che si aggira nei boschi… tutto questo non è più roba mia? Di sicuro, è ancora radicata dentro di me la domanda su che cosa sia il fallimento, su come si manifesti nella nostra vita.
img_7161Mi è tornata in mente una lirica di Walt Whitman, che avevo letto anni fa. Il titolo è A quelli che hanno fallito. Ecco la traduzione (qui l’originale): A quelli che avevano alte aspirazioni, e hanno fallito, / ai militi ignoti caduti in prima fila, combattendo, / ai macchinisti tranquilli e fedeli – ai viaggiatori troppo 
ardenti – ai piloti nelle loro navi, / ai numerosi sublimi canti o dipinti mai riconosciuti –
 vorrei erigere un monumento tutto coperto
 d’alloro, / alto, più alto di ogni altro – / a quanti furono falciati
 prima del tempo, / posseduti da uno strano spirito di fuoco,
 spenti da una morte precoce.
Queste parole, in maniera curiosa, mi hanno restituito L’arte del fallimento. Da sempre la mia attenzione è attratta dai militi ignoti, da quelli che sono posseduti (e bruciati) da uno strano spirito di fuoco. Non sono per forza vicende epiche: tracce di storie perdute s’insinuano pure tra i frammenti della quotidianità. Nel romanzo, Mario non riesce a trattenere uno sfogo.

«Una volta sono passato davanti alla casa di un mio compagno delle medie. Cioè, la casa dei suoi genitori: lui si è bruciato il cervello con le droghe a vent’anni, ora ne dimostra cinquanta e gira per la città parlando da solo. Un altro compagno invece ha due bambini, organizza le feste di compleanno dei figli e applaude ai loro saggi musicali. Perché? Che cosa è successo a quei due, che erano nella stessa classe?»
Mario riprese fiato. Il silenzio intorno era irreale. Pareva che Lisa non respirasse nemmeno.
«Chi li vede mai tutti gli sbandati, quelli rimasti indietro, quelli che si sono schiantati, gli sfigati, quelli che a quindici o a venticinque anni hanno avuto il loro momento di gloria e adesso fanno finta che sia tutto normale? Guarda, il mondo è pieno di falliti che non si riprendono.»

I fallimenti sono ovunque: nella cronaca, nei luoghi di lavoro, nello sport. In un breve capitolo di Addio al calcio (Einaudi 2010), Valerio Magrelli riassume la vicenda di Claudio Valigi: nato nel 1962, centrocampista brillante, all’inizio degli anni Ottanta era conteso da varie squadre di Serie A. Acquistato dalla Roma, partecipò alla vittoria dello scudetto 1982-83. L’allenatore Niels Liedholm lo soprannominò “erede di Falcão”, per una somiglianza nello stile con il campione brasiliano. Da quel momento, non seppe mantenere le aspettative: passò al Perugia, al Padova, giocò a Messina, Benevento, Mantova, finché abbandonò l’attività agonistica. Claudio Valigi – commenta Magrelli – è il nostro milite ignoto. Rappresenta le decine di migliaia di ragazzi caduti sul percorso della gloria senza arrivare a ottenerla.
img_7156Non sempre, tuttavia, l’invisibilità è sinonimo di fallimento. Certo, il percorso professionale di Valigi sembra una sconfitta. Ma che cosa ne sappiamo noi del suo destino, della sua coscienza, del suo modo di stare al mondo? Ci sono smarrimenti inevitabili, che non sono il prologo di una vittoria né un insegnamento di saggezza; ma che, semplicemente, ci rendono noi stessi. E non è poco.
Se c’è una speranza, secondo me, essa proviene dagli “invisibili”. Sono quelle figure che si muovono nel profondo della vita reale, lontani dagli specchi mediatici e dal tam-tam impazzito dei social network. Magari ci sono tanto prossimi che li diamo per scontati: un collega, un insegnante, un vicino di casa. I loro segni distintivi sono la discrezione, la pazienza, la serenità. Non sono per forza nostri amici intimi, ma si rivelano nei momenti drammatici. Per una persona inquieta, come me, la presenza di queste figure è un appiglio: un pro-memoria, perché il caos non prevalga.
image1Tempo fa ho cenato in una casa dove, sopra il camino, c’erano alcuni pezzi di pietra che parevano frammenti di un dipinto. Mi hanno spiegato che nei paraggi era crollata una cappella votiva, una fra le tante che punteggiano i sentieri di montagna, senza particolare valore artistico. Prima che sgomberassero le macerie, qualcuno era riuscito a salvare qualche residuo. Di chi sono quegli occhi, quella bocca scampati al crollo dell’affresco? Nessuno può dirlo: il “santo invisibile” se ne sta fermo sulla mensola, chiuso nel suo silenzio. Anzi, in un certo senso – contro ogni previsione – si è mosso. Da un paese di montagna è atterrato qui, sul mio blog, dove continua a fare ciò che faceva da sempre: guardarci.
Ho incrociato di recente il percorso di un’altra figura religiosa, stavolta provvista di nome e cognome: si tratta di Teresa Manganiello (1849-76), vissuta a Montefusco, in Irpinia, e proclamata beata nel 2010. Non sapevo niente di lei, finché un anno fa mi proposero di scrivere la sua storia per le edizioni San Paolo. Il libro avrebbe fatto parte di una nuova collana, “Vite esagerate”, il cui intento era di raccontare persone legate alla fede, ma di farlo in maniera laica, non agiografica, con un’attenzione agli aspetti umani delle vicende.
img_7169All’inizio ero scettico, non avendo esperienza di questo tipo di narrazione. Mi spiegarono che era questa l’idea: un approccio personale a una figura già raccontata (pure in un film della RAI) e già studiata dagli specialisti. Con un pizzico di follia, accettai. Era una bella sfida, anche perché il percorso di Teresa è intrigante: morì ad appena ventisette anni, dopo una vita senza scossoni, sempre in un piccolo paese di campagna. Com’è possibile che sia sfuggita all’oblio, che qualcuno si ricordi di lei? Eppure c’è perfino un ordine religioso nato dal suo esempio: le suore francescane immacolatine, presenti in tutto il mondo. Sebbene non abbia compiuto azioni clamorose, aveva un carisma che seppe affascinare prima i suoi compaesani e poi molti altri, fra cui anche dotti e sapienti. La cultura non proviene solo dall’alfabeto: Teresa non sapeva né leggere né scrivere, ma aveva sviluppato una conoscenza approfondita delle piante e delle erbe medicinali, che usava per curare i poveri, i prigionieri, gli invisibili derelitti che non mancavano nella sua epoca, così come nella nostra.
img_7194Ho potuto avvalermi dellaiuto di Antonietta Gnerre, poetessa e giornalista che vive in Irpinia e che ha scritto la postfazione del romanzo. Grazie ai suoi preziosi consigli, ho viaggiato idealmente fra le vie di Montefusco, cercando di risalire il tempo e di identificarmi – io, scrittore del XXI secolo – con una contadina analfabeta di duecento anni fa. Il romanzo si trova in libreria; sulla quarta di copertina c’è questa frase: Teresa Manganiello è un’anomalia. Non è figlia del suo tempo, non è il prodotto di un’educazione e di una cultura. È un imprevisto, un mistero che si è manifestato un giorno qualunque.

PS: La lirica di Whitman risale al 1888-89 e proviene da Sands at Seventy (“Granelli di sabbia dei settant’anni”), nel volume Foglie d’erba, con la traduzione di Alessandro Quattrone (Demetra 1997). Il romanzo La beata analfabeta verrà presentato a Milano lunedì 10 ottobre, alle 18, nella Libreria San Paolo di via Pattari 6. Sarà presente anche il curatore della collana, Davide Rondoni (trovate qui il suo breve commento).

PPS: La fotografia di Whitman proviene da internet; quella di Montefusco è di Antonietta Gnerre (è scattata da un luogo dove probabilmente Teresa passava spesso, nelle sue escursioni alla ricerca di erbe curative).

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La mauvaise réputation

Perché la Svizzera è una nazione?
Ogni tanto Natalia se lo domandava. Gli svizzeri non parlano la stessa lingua, non hanno la stessa religione e nemmeno la stessa cultura, non mangiano le stesse cose, non si vestono allo stesso modo. Perché hanno deciso di stare insieme?
Ci sono ragioni storiche, Natalia lo sapeva. Ma se incontrava uno svizzero tedesco, faticava a comprendere ciò che le diceva. È mai possibile che due compatrioti non possano comunicare? Del resto, la stessa Natalia era un esempio perfetto del mistero elvetico: era fiera del suo paese e non lo avrebbe cambiato con nessun altro, anche se aveva rinunciato a capire lo schwitzerdütsch. In fondo, gli svizzeri hanno almeno il privilegio di poter andare all’estero restando in patria.
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Nel romanzo La sparizione, pubblicato da Guanda nel 2010, raccontavo di un delitto avvenuto durante la festa nazionale svizzera del primo di agosto. La protagonista Natalia, una ragazza di diciassette anni, si trova in un paese fra le montagne del Canton Ticino. È triste, perché da poco ha perso suo padre, ma come ogni anno appende alla finestra la bandiera rossa con la croce bianca: era un gesto che faceva insieme a suo padre, ora è un modo per ricordarlo.
Penso che la patria sia soprattutto questo: un legame con chi è venuto prima di noi. Da qualche parte su questa terra dobbiamo pur vivere, e non si può vivere senza condividere parole, usanze, ricordi. Ecco, questa condivisione fra vicini di casa con gli anni diventa una bandiera, una costituzione, un insieme di leggi. Ma tutto questo ha valore solo se riesce a incarnarsi nel filo dei giorni, nella banalità dei gesti quotidiani più che nella retorica. Non sono mai stato particolarmente patriottico, né mi sono mai appassionato alla politica; ai discorsi durante le cerimonie ufficiali preferisco il silenzio che segue quando tutto è finito e qualcuno smonta il palco. Il fatto che io sia un cittadino svizzero in fondo è casuale: potrei essere nato altrove o potrei condurre vita nomade. Ma è successo invece che sia nato qui, e allora ogni tanto mi capita di riflettere sul mio paese.
IMG_5623Spesso (non sempre) ambiento le mie storie in Svizzera. Questo non solo perché mi costa meno tempo in viaggi e ricerche, ma soprattutto perché ritengo che sia un luogo affascinante e meritevole di narrazione. La Confederazione elvetica è uno stato unico al mondo: al centro dell’Europa, crocevia di genti e culture, miracolo di convivenza fra popoli diversi. Sono fiero di essere svizzero? Sì, ma sono anche incuriosito. Com’è possibile questa anomalia geografica e politica? Che cos’è oggi la Svizzera, che cosa rappresenta per chi come me, di lingua e cultura italiana, tenta di vivere facendo lo scrittore?
IMG_5627Della Svizzera naturalmente non mi sfuggono i limiti, i difetti (talora molto preoccupanti). Tuttavia, quando scrivo, il mio scopo non è scoperchiare le vergogne sotterranee del paese, bensì rappresentarlo così com’è, con il suo reticolo di luci e ombre. Anche quando ho parlato del primo d’agosto, ho voluto mostrare la doppia faccia della medaglia: la festa, con i petardi e il falò, ma pure la solitudine di chi è tagliato fuori, la malinconia di chi non riesce a partecipare. Sempre nel romanzo La sparizione, proprio mentre sfavillano i fuochi d’artificio, Elia Contini litiga con Francesca, la sua ragazza. Lei lo rimprovera di non avere progetti seri per il futuro, lui preferisce scansare il conflitto. Allora Francesca se ne va. E Contini?
Rimase a lungo in silenzio. Dopo un po’, si accese una sigaretta. Finì di bere il vino. Ogni tanto qualcuno faceva scoppiare un petardo. Il gatto grigio arrivò di corsa dal sentiero e si rifugiò in un angolo. Che c’è, gatto, non ti piace il primo d’agosto? Il gatto muoveva la coda. Non so, Contini, più che altro apprezzo la pace. E tu?
Io cosa? Io che cosa sto cercando, pensò Contini, che cosa voglio?
Domanda troppo complessa, per il momento. E poi i gatti non amano le domande. Contini si chinò a dare un buffetto alla bestiola, poi si alzò e rientrò in casa. Qualche minuto dopo, ne uscì con abiti scuri e una macchina fotografica. S’inoltrò nel bosco.
Percorse qualche metro fra gli arbusti e i noccioli, poi sbucò sul sentiero e se ne allontanò di nuovo per inerpicarsi su un pendio. Traversò una macchia di faggi e scese verso il Tresalti. Sapeva che di là dal torrente c’erano grandi cespugli di more e lamponi. Spesso accadeva che una delle volpi si spingesse fin lì per mangiare frutta. Forse per le more era un po’ presto, ma i lamponi erano già belli grossi.
Contini si nascose sul bordo del Tresalti. Trovò una posizione comoda, accese la macchina fotografica. Alla luce della luna, il bosco era un fondale nero, sul quale si muovevano ghirigori di rami e foglie mosse dal vento. Contini abituò gli occhi all’oscurità e si preparò ad aspettare.
Il primo d’agosto è la festa nazionale, e tutte le nazioni in fondo si assomigliano: c’è chi guarda i fuochi d’artificio, chi canta, chi ricorda i propri cari scomparsi, chi ascolta i discorsi, chi li pronuncia, chi accende i falò e chi se ne va nel bosco a cercare le volpi. È giusto così. In fondo, una comunità umana ha bisogno anche dei solitari, dei refrattari, degli scorbutici. Quelli che hanno una mauvaise réputation e che il giorno della festa nazionale se ne stanno a letto a dormire, come racconta un cantautore molto amato da Contini.

In conclusione, buon primo d’agosto a tutti: a chi dorme, a chi festeggia (e a chi cerca le volpi, naturalmente…).

PS: Mi è già capitato qui sul blog di riflettere sul tema dell’integrazione (una parola assai pronunciata nei discorsi ufficiali). Potete inoltre scaricare qui, in formato digitale a 0.99 euro, il racconto Swisstango, nel quale fra le altre cose evoco alcuni luoghi comuni elvetici visti da uno straniero (poi c’è di mezzo anche una rapina nel cuore della Svizzera… ma proprio nel cuore che più cuore non si può!).

PPS: La mauvaise réputation risale al 1952. So che forse non è il brano più appropriato per la festa nazionale… Ma consideriamolo un omaggio a Contini. E comunque, dopo Brassens, potete sempre ascoltarvi anche l’inno svizzero.

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Butcher’s Crossing

Le parole non ci appartengono. Più avanzo nel mio lavoro, più mi accorgo dell’inconsistenza di tutte quelle espressioni come “nelle parole di quell’autore” o “con le mie parole ho voluto dire”. Che importa di ciò che hai voluto dire? Quello che conta è ciò che le parole – le parole – esprimono. Può essere ciò che hai voluto dire oppure no; nel migliore dei casi, è ciò che hai voluto dire con qualche cosa in più, quell’imponderabile, quel supplemento di significato che misteriosamente si annida in ogni sillaba che pronunciamo.
IMG_3706In questi giorni mi capita di parlare con i lettori del romanzo L’arte del fallimento, o di leggere qualche recensione sui giornali e su internet. Sono utili questi scambi, questi confronti? Credo di sì, proprio perché quel libro non mi appartiene. Nella mia mente sto seguendo il ritmo di una nuova storia: di quella non parlo con nessuno (nemmeno qui, dove siamo tra di noi…); ma di una storia già scritta si può discutere, e spesso mi capita d’imparare qualcosa.
Ieri, per esempio, mi hanno inviato un articolo apparso nel blog “unreliablehero” (lo trovate qui). È una bella recensione, che coglie alcuni aspetti per me essenziali del romanzo. A un certo punto l’autrice, che si firma come “Benny”, riporta una frase del romanzo: Perché è la cosa più difficile, sai? Dire: ho perso. Quello che passa, lasciarlo andare… Senza cancellare il presente, senza crogiolarsi nei sogni di rivalsa… perdere e basta, perdere e rimanere. Avere il coraggio di rimanere. In un primo momento non ricordavo di averla scritta, poi mi è tornato in mente che sono parole del vecchio Giona. Il coraggio di rimanere. Mi sono detto: ecco un tema che avrei potuto sfruttare meglio. Dopo un fallimento, dopo l’esperienza della morte, della sconfitta, della disillusione, che senso ha il gesto di rimanere? Non è nemmeno un gesto, a pensarci bene: è solo stare lì, senza fuggire. Ma sarà vero? Ogni tanto, invece, per fortuna, mi pare che il fallimento sia l’occasione per andarsene, per tagliare i ponti e per ricominciare. E tuttavia: è davvero possibile ricominciare da capo? Non si ricostruisce sempre sopra una rimanenza, sopra le macerie?
IMG_5746Seduto in balcone, sotto un maestoso passaggio di nuvole, ho riflettuto su questi argomenti. Mi sono venuti in mente altri autori e altre storie. Qualche settimana fa ho scritto per il sito “Il Libraio” un articolo in cui presentavo qualche consiglio di lettura. Il pezzo s’intitolava Sette lezioni di fallimento (lo trovate qui). Gli scrittori andavano da Thomas Mann a P. G. Wodehouse. Ecco le sette “lezioni”:
1) Come fallire in maniera grandiosa
2) Come accettare il fallimento
3) Come rialzarsi dopo i fallimenti
4) Come fare del fallimento un’arte
5) Come fallire un’indagine
6) Come trasformare il fallimento in eroismo
7) Come ridere del fallimento.
Riflettendoci ora, mi ricordo un libro che avrei potuto aggiungere alla lista: Butcher’s Crossing, di John Williams (uscito per la prima volta nel 1960, pubblicato in italiano da Fazi nel 2013). È la storia di un ragazzo che nel 1873 parte da Boston e raggiunge le terre selvagge del West. Nel corso del romanzo compie un’immersione nella natura, in un confronto serrato con i suoi limiti e le sue paure. Partecipa a un’epica, immensa caccia al bisonte ed è costretto a misurarsi con la dimensione del fallimento.
FullSizeRenderNon vi dico altro, per non guastarvi la lettura. Aggiungo soltanto che a un certo punto il ragazzo se ne va, ricomincia, cavalca verso posti nuovi. Però non torna a casa, a Boston, dove potrebbe avere una vita di ricchezza e successi. Ha il coraggio di rimanere in una terra dove non ha certezze e non è nessuno, ma dove – forse proprio per questo – ha qualche possibilità d’incontrare sé stesso.
Una sottile striscia di sole infiammava l’orizzonte a est. Si rigirò e guardò la pianura davanti a lui, dove la sua ombra si proiettava lunga e liscia, con i bordi frastagliati dall’erba appena nata. Le redini nelle sue mani erano dure e lucide. Sotto di sé sentiva bene la sella, liscia come la pietra, e i fianchi del cavallo che si gonfiavano appena, mentre inspirava ed espirava. Fece un bel respiro inalando l’aria fragrante che saliva dall’erba fresca, mischiandosi al sudore umido del cavallo. Strinse le redini in una mano, sfiorò coi tacchi i fianchi dell’animale e cavalcò verso l’aperta campagna. Tranne che per una direzione di massima, non sapeva dove stava andando. Sapeva solo che gli sarebbe venuto in mente in seguito, nel corso della giornata. Proseguì senza fretta, sentendo sotto di sé il sole che si alzava lentamente e scaldava l’aria.

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Le audiocassette di Contini

Ieri sera ho presentato L’arte del fallimento all’Università di Zurigo. Nell’aula D31, oltre a insegnanti, studenti, lettori e curiosi, c’era un personaggio fatto di aria e memoria. Era ben presente, seduto sul bordo di un tavolo, ma anche intangibile, congelato in un altrove più lontano delle galassie, più remoto dello spazio profondo. Quel ragazzo, studente in quella stessa Università nei primi anni dopo il 2000, non poteva essere lì. Eppure c’era. Annuiva impassibile, come se mi ascoltasse, ma si vedeva benissimo che stava pensando ad altro. Aveva nella testa un investigatore privato di nome Elia Contini (gli piaceva il suono di quelle tre “i”) e stava scrivendo una storia su di lui. Una storia? Un romanzo, addirittura.
BarcheZhTornare dove tutto è cominciato è sempre un’operazione rischiosa. Amo la città di Zurigo, il suo fiume, i suoi ponti, il suo cielo vasto e mutevole. Conosco le vie, i posti dove mangiare e quelli dove starsene da soli – come ogni città, anche Zurigo ha i suoi angoli di campagna, che resistono fra i tram e i negozi di telefonia mobile. Ho amici con cui tirare tardi e scolare pinte di birra (magari una di troppo, ieri sera). Ho strade dove mi piace tornare e altre che credevo di avere dimenticato. Ma soprattutto, il luogo dove ho trascorso i miei anni di studente mi offre l’opportunità di un rendiconto. Lo sguardo degli altri mi permette di capire meglio il lavoro che sto facendo; ma anche lo sguardo indietro verso il passato – purché non mi soffermi troppo a lungo – mi aiuta a dare sostanza alle narrazioni.
StudentiZhLa professoressa Tatiana Crivelli e il professor Nunzio La Fauci (che ieri mi ha insegnato un detto siciliano sul fallimento) hanno incrociato la mia strada all’inizio, quando stavo rimuginando la mia prima storia, e di nuovo ieri sera, quando fingendo di parlare dell’ultima storia stavo già provando a rimuginare la prossima. Ecco, questo è il punto: la prossima storia. Parlando e passeggiando con qualche amico, prima e dopo l’incontro, mi sono reso conto che le divagazioni e i pensieri in apparenza assurdi hanno il valore di ancorarci al presente, anche nei luoghi che per vicenda personale sono intrisi di passato. Più che riflettere sulle vicende che mi hanno portato a creare i miei personaggi, m’interessa coglierne di nuovi. Perché ieri pomeriggio un uomo, in una viuzza del Niederdorf, stava bagnando con l’annaffiatoio il davanzale di una finestra? Non c’erano vasi, non c’erano fiori, ma lui era intento nell’innaffiare, meticoloso, come se coltivasse qualcosa d’invisibile.
TramontoZhTutto sta in queste immagini, in questi incontri fortuiti.
Nei giorni scorsi mi ha scritto una lettrice a proposito di un mio articolo uscito qualche tempo fa sul sito “Il Libraio”. È un testo che presenta dieci investigatori presi da altrettanti romanzi polizieschi, rappresentando ognuno di loro con un oggetto caratteristico (trovate qui l’articolo). E il suo Elia Contini, mi ha chiesto la lettrice, con quale oggetto si potrebbe rappresentare? Non è una domanda facile. Ho pensato a qualcosa che abbia a che fare con le volpi o con le zattere di legno che Contini si diverte a costruire, ma poi mi sono detto: perché non le audiocassette?
image1Il mio investigatore è refrattario alla tecnologia. Ama le piccole azioni concrete, quelle che implicano toccare cose e spostare oggetti. Non gli piace scorrere il dito sugli schermi, non sopporta le macchine che creano link e connessioni, che incrociano dati e immagini in un mondo dove non si può camminare, ma tuttalpiù navigare virtualmente. Di sicuro è un atteggiamento infantile: perché ostinarsi ad ascoltare la musica sulle audiocassette, quando esistono impianti ben più sofisticati? La mia risposta è: non lo so. Non posso spiegare perché Contini sia fatto in questo modo, così come non so perché un uomo a Zurigo annaffiasse una finestra. Io non ascolto più le audiocassette, Contini invece sì. Il fatto che sia un personaggio creato da me, dopotutto, non significa che io conosca ogni suo segreto. E magari è giusto così: si scrive per approfondire il mistero, non per svelarlo. Tornerò a raccontare una storia con Elia Contini? Non so nemmeno questo. Forse sì, forse invece non mi capiterà più. In fondo l’importante non è scrivere di lui, ma sapere che lui è là fuori – da qualche parte nei boschi intorno a Corvesco – e che, fra un’audiocassetta e l’altra, continua a camminare.

Contini stesso non era un fallito? Alla sua età non aveva un vero mestiere, una vera storia professionale, ma si arrabattava accettando casi che un’agenzia seria avrebbe subito respinto al mittente. Chi era lui per avere pietà di Mario? Ripensò ai nomi sulla lapide e ai desideri che quelle persone avevano rincorso per tutta la vita, e qualche volta realizzato. Tutto era svanito come un miraggio, mentre chissà perché Contini aveva l’impressione che le sconfitte avessero più consistenza. Che cosa resta di te, alla fine? Ciò che hai posseduto o magari invece ciò che non hai mai avuto, ciò che hai sperato… o magari disperato?
Ecco il genere di domande a cui di solito rispondeva senza parole, andando a camminare nei boschi.
Sulla via del ritorno, propose a Francesca di ascoltare un po’ di musica. Ora che guidava lei, per Contini non era facile propinarle Brel, Brassens e Aznavour. Lei però non si spingeva fino a fargli ascoltare i Coldplay e così cercavano un compromesso.
«Si chiamano Timber Timbre. Cantano in inglese, ma forse ti piacciono lo stesso…»
«Timber Timbre. Che razza di nome è?»
La musica però non era male. Atmosfere profonde come un dirupo e un cantante dalla voce bassa, cavernosa. Un brano in particolare, Grand Canyon, liberò spazio nella mente di Contini mentre guardava il paesaggio scorrere dai finestrini. Era cresciuto in un territorio piccolo, fitto di montagne e campanili. E chissà che alla fine di lui non potesse restare invece la nostalgia per le pianure sconfinate, per un orizzonte aperto e selvaggio, sempre nuovo…

PS: Il testo con Elia Contini proviene dal romanzo L’arte del fallimento (capitolo 40, “Grand Canyon”, pagine 171-72). Il brano Grand Canyon è tratto dall’album Hot Dreams, pubblicato dai Timber Timbre nel 2014.

PPS: Grazie a Elena Biaggio per le fotografie di Zurigo. E grazie a Yari Bernasconi: non solo per aver condiviso con me la conferenza, ma soprattutto per aver notato l’uomo che annaffia le finestre!

PPPS: Il detto del professor La Fauci suggerisce di guardare al fallimento come a una forma di salvamento. Non è un vero e proprio proverbio, ma un’osservazione, un’arguzia che lo stesso La Fauci ha avuto modo di ascoltare in Sicilia, durante la giovinezza. Avulso dal contesto, suggellato dalla rima, il detto a mio parere assume quasi il valore di un autentico proverbio. Mi sembra infatti portatore di una verità non banale: a volte, nella vita, le cose si aggiustano proprio nel momento in cui falliscono (ne avevo già parlato qui).

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Stella by Starlight

L’uscita di un romanzo mi coglie sempre di sorpresa, mi riempie di strane incertezze e paure. Questo si acutizza al momento delle presentazioni: il 17 marzo a Lugano, poi a Mendrisio, a Milano e altrove. Sono combattuto: da una parte il piacere di festeggiare con un brindisi insieme agli amici, dall’altra la sensazione di non essere all’altezza. È un sentimento irrazionale, ma persistente: ciò che ho portato per mesi nella mente e nel cuore adesso è lì, davanti a tutti, tangibile, e a me tocca spiegare in che modo sia venuto alla luce. Com’è possibile?

L’arte del fallimento (Guanda) è in libreria da qualche settimana. In questi giorni stavo leggendo l’autobiografia dell’autrice britannica PD James (1920-2014), scritta a settantanove anni. A un certo punto, la vecchia signora accenna a un cambiamento di costumi: se da giovane le bastava pubblicare un libro, ora le organizzano lunghi tour di reading. Sono un po’ stancanti, alla sua età, ma almeno ha la possibilità di stringere la mano di persona ai suoi lettori. L’ironia di PD James mi ha fatto riflettere: che valore ha la presentazione di un libro? Non è imbarazzante, porsi davanti alla propria storia?
IMG_2058Lo so, anch’io sto facendo un tour di presentazioni. Qual è il probema, allora? Nel mio caso, non si tratta di imbarazzo. Sono un giornalista, ho anni di esperienza nella conduzione radiofonica e televisiva: benché abbia un’indole timida, ho imparato a parlare in pubblico. La verità è che non si tratta di mestiere: nei miei romanzi, anche se a prima vista non sembra, metto a nudo la parte più intima di me. So gestire professionalmente un’intervista alla radio o alla tivù, ma quando devo indagare la mia scrittura mi chiedo se – con le mie parole – non rischi di togliere l’incanto, di aggiungere concetti e commenti alla storia, che dovrebbe bastare a sé stessa.
Seguendo il filo di queste riflessioni, mi è venuto in mente un pensiero dello scrittore nigeriano Ben Okri: È il lettore che scrive il libro, perché la vera destinazione dei libri è la vita, e i viventi. Sono convinto che uno scrittore debba essere discreto, e che sia necessario difendere il proprio silenzio, la solitudine necessaria alla creazione. Ma credo pure che sia utile vedere qualche volta i propri lettori davanti a sé, sentire i loro commenti, il loro punto di vista. Parliamone, dunque, scherziamoci sopra, critichiamo. Togliamo i libri dalla teca di cristallo. Assecondiamo il ritmo della vita. Basta non dimenticare che, prima e dopo, c’è il tempo silenzioso della creazione (sia come autore, sia come lettore, perché la lettura è una forma di creazione).
Visto che L’arte del fallimento parla di jazz, lasciatemi fare un esempio musicale. È una bellissima versione di Stella by Starlight, registrata dal vivo dal quintetto di Miles Davis con George Coleman (sax tenore), Herbie Hancok (piano), Ron Carter (contrabbasso), Tony Williams (batteria) alla Philarmonic Hall di New York il 12 febbraio 1964.

Fin dall’inizio, c’è un’atmosfera speciale: l’improvvisazione ripete gesti trovati in tanti concerti (come il glissando che Hancock e Davis suonano insieme a 0:42). Poi Davis comincia a variare il tema con note lunghe, sempre dialogando con il piano; fra 1:46 e 1:52 il tutto culmina in un lungo acuto della tromba, che finisce con due note brevi subito ripetute al volo da Hancock (che tempismo!). Davis si ferma, qualcuno dal pubblico risponde all’acuto con un urlo altrettanto lungo. Davis allora reagisce con una scala che lo riporta in alto. La musica si fa più incandescente, il gruppo va più veloce (tecnicamente, in double time feel). IMG_2343
Mi piace questa testimonianza di un grido dal pubblico che muove i musicisti, li sollecita, e rimane nell’incisione. L’assolo di Davis continua fino a 4.35, quando parte George Coleman (bello anche il re acuto, ripetuto con insistenza da Davis a 4:14, quasi a scuotere il gruppo). Insomma, durante il concerto dialogano i musicisti, reagisce il pubblico, accadono cose. Come dice un verso della poetessa Rita Pacilio, intorno alla tromba si parla, si frana.
La lettura di un romanzo è diversa è un’attività più intima e silenziosa. E la scrittura non è di certo un’arte performativa, come la musica. Ma per chi scrive, come me, non è male ogni tanto vedere qualche faccia, sentire qualche voce. Quello strano, irrazionale timore resta vivo, ma è vivo anche il piacere di brindare insieme all’arte del fallimento.

PS: Qualche indicazione bibliografica: PD James, Il tempo dell’onestà, Mondadori 2001; Ben Okri, La tigre nella bocca del diamante, Minimum Fax 2000.

PPS: L’analisi tecnica del brano jazz proviene dal volume di Stefano Zenni I segreti del jazz. Una guida all’ascolto (Stampa Alternativa 2007). È un manuale prezioso e documentatissimo, che permette di cogliere meglio le sfumature della bellezza.

PPPS: Di bellezza si tratta anche nell’opera di Rita Pacilio Il suono per obbedienza (Marco Saya 2015). Per descrivere l’assolo di Davis in realtà sarebbero bastati i versi in cui Rita Pacilio osserva come noi siamo il passaggio tra due sfere, / sperimentazione / e obbedienza. Siamo doppi, / simultanei. È proprio vero che l’arte ci aiuta a convivere in due mondi. Potete leggere qui la poesia ispirata a Miles Davis, da cui ho rubato un verso. Trovate qui, invece, la lirica che ho appena citato sopra.

PPPPS: Quasi me ne stavo dimenticando… Se volete brindare anche voi al fallimento, trovate i dettagli sulle presentazioni qui nel mio sito, oppure anche (con tanto di carta geografica) nel sito “Il Libraio”.

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