Il territorio delle volpi

Per ascoltare questo articolo:

«Per chi lo sa ascoltare il bosco non ha segreti. Contini conosce ogni palmo del suo territorio e intuisce da piccoli segni quando sta entrando nel territorio di una volpe.»

È un passaggio del romanzo Una piccola cosa proibita, che uscirà per Guanda il 13 ottobre 2026. Il protagonista, l’investigatore Elia Contini, ha una doppia vita (e chi non ce l’ha, del resto?). Di giorno indaga fra il Canton Ticino e l’Italia, in mezzo a traffici, imbrogli, affari più o meno loschi. Ma la sera risale a Corvesco, un paese di montagna, e si lascia abbracciare dal silenzio delle foreste.
Di notte, quando non deve lavorare, Contini esce di casa e s’inerpica tra i faggi e i castagni. Segue le tracce delle volpi, che sono il suo animale guida. Ama osservarle, fotografarle. Annota in un taccuino i loro andirivieni.

Perché il bosco, perché le volpi?

La vicenda di Contini s’intreccia con quella dell’autore. Fin da bambino le volpi sono per me una via d’accesso al mistero. L’origine è forse nelle storie che mi raccontavano quando non sapevo leggere: il personaggio dal pelo rosso e dalla coda lunga si aggira nell’ombra, tessendo le sue trame. La volpe furba ma anche fragile, pronta alla fuga se intravede lupi o cacciatori. Così vicina alle nostre case, alle nostre vite, eppure così lontana. Nel tepore del mio letto, prima di dormire, la volpe era simbolo dell’ignoto, della notte, di tutto ciò che nella vita resta sotterraneo, inesprimibile.

Nello stesso tempo, la volpe deve cavarsela in ogni circostanza. Questo per me non è facile. Spesso mi sono bloccato in situazioni che mi parevano insormontabili, mi sono smarrito in sentieri che non portavano da nessuna parte. Ma in qualche modo ho cercato di tornare a casa. Come tutti ho le mie ferite, le mie cicatrici. Non sempre posso muovermi nel mondo che vorrei, e allora mi tocca accettare la realtà, osservarla, cercare dov’è il buono in mezzo alle sterpaglie o ai rifiuti.

La volpe è un animale selvatico, irrimediabilmente, non si può addomesticare. Eppure ha imparato ad avvicinarsi alle città degli umani, perché là si trova ciò che le permette di sopravvivere.
Forse “sopravvivere” è un concetto limitato? Ma la volpe poi torna alla sua tana, nel cuore del mistero. Anche quando ci pare magra, rognosa, ormai contaminata dalla città e dai suoi immondezzai, la volpe riesce a restare libera.

Ecco perché nell’ufficio di Contini c’è la fotografia di una volpe al limitare di un bosco. Ed ecco perché nell’atrio di casa sua c’è la piccola scultura di una volpe. Dopo una brutta esperienza Contini si è liberato degli oggetti inutili. Qualche mese fa, si legge nel romanzo, l’atrio era ingombro di cose. «Oggi resta l’essenziale: una credenza, un attaccapanni, una ciotola per mettere le chiavi. E un giocattolo di legno a forma di volpe, creato dall’artista Antonio Vitali.»

Ogni volta che torna a casa dopo le sue avventure, gli occhi di Contini si posano sull’animale di legno. L’investigatore pensa: anche oggi sono qui, un altro giorno è andato. Il giocattolo è fisso, immobile, ma freme di una vita segreta, come se da un momento all’altro potesse agitare la coda, voltare il muso, fuggire dove gli alberi sono più fitti e dove si aprono radure come respiri profondi.

In Una piccola cosa proibita Contini avrà a che fare con un nuovo personaggio: Anna Scovalupi, un’ispettrice di Milano (ma originaria di Cremona) che viene trasferita in Svizzera per lavorare in un corpo di polizia transfrontaliero. L’investigatore privato e la poliziotta non vanno d’accordo, ma devono collaborare per fermare un assassino.
Nella vicenda è coinvolto un giovane libraio, che vorrebbe starsene per conto suo a scrivere poesie e invece si trova nei guai. Proprio in omaggio al libraio, che si chiama Giosuè Pasquali, chiudo con uno haiku scritto dall’autore giapponese Tan Taigi (1709-1771): «nel campo dei meloni / il ladro, la volpe / s’incontrano faccia a faccia».

Anche a me è capitato di vedere una volpe all’improvviso, magari la mattina presto quando percorro in macchina una strada di montagna. È questione di un attimo: la volpe sta ferma, abbagliata dai fari. Poi si riscuote, in un guizzo torna fra gli alberi. Io proseguo verso la mia giornata, il mio lavoro. Lei rientra dopo una notte di scorribande. Ma per il tempo di un secondo, io sono stato la volpe e la volpe è stata Andrea. In questo scambio per me sta tutta la letteratura.

PS: Qui l’annuncio del nuovo romanzo nel sito della casa editrice.

PPS: Ho già parlato di Una piccola cosa proibita nel blog, quando stavo correggendo le bozze.

PPPS: La traduzione dello haiku di Tan Taigi è di Adriana Ziffer Gallo, in Poesie zen (Newton Compton, 1983), a sua volta tratta da Zen Poetry (Penguin Classics, 1977/81), a cura di Lucien Stryk e Takashi Ikemoto. Un’altra versione è fornita da Leonardo Vittorio Arena in Haiku (Rizzoli, 1995): «La volpe s’imbatte / in un ladro: / campo di meloni». Ecco la trascrizione dell’originale giapponese: «nusubito ni / deau kitsune ya / uri batake».

PPPPS: L’immagine della volpe fatta di parole è tratta da un’incisione a bulino eseguita da Paolo Foletti per la raccolta di poesie ornate Bestie (Atelier Calcografico, Novazzano 1997), con i testi di Ugo Petrini.
Se qualcuno volesse come Contini seguire le tracce delle volpi, può essere utile il volume da cui ho rubato un’altra delle immagini di questo articolo: Jean-Pierre et Yan-Chim Jost, Le Renard. Aspect, comportement, urbanisation, Cabédita 2005. Non è male anche Le renard, di Jean-Steve Meia (Delachaux et Niestlé 2008). Anche nel catalogo della mia casa editrice si trova un bel libro sull’argomento: Adele Brand, La vita segreta delle volpi (2019; Guanda 2021). Proprio di Adele Brand è un’altra delle foto di questo articolo (la prossima volta vedrò di allegare anche una foto di Contini, se sarà tanto gentile da inviarmene una).

PPPPPS: Qui sotto, invece, altre immagini. La prima raffigura un reperto dei primi anni Ottanta che testimonia come il giovane futuro autore di questo blog già unisse il gusto per le volpi a quello per la lettura (pure se con palesi difficoltà nella scrittura…). La seconda e la terza mostrano rispettivamente un manufatto e un disegno creato dalle due figlie maggiori dell’autore. in attesa dei primi tentativi della terzogenita, questo già dimostra come la volpitudine sia ereditaria…

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Un passo leggero

Per ascoltare questo articolo:

Come ho vissuto il 2025?
Per certi aspetti, è stato un anno ricco di esperienze, di viaggi, di scoperte.
Per altri aspetti, sono riuscito a fare meno di quanto avevo previsto. Ma chi non si trova in questa condizione? Anzi, forse è un bene lasciare un margine di miglioramento. In fondo, ho sempre cominciato a scrivere nuovi romanzi perché qualcosa in quelli precedenti non mi convinceva del tutto. Naturalmente è un giudizio soggettivo. Alcuni preferiscono un libro, altri uno differente; per conto mio, cerco ogni volta di avvicinarmi alla mia voce, al mio stile. Lo troverò mai? Credo di no, perché la voce più vera si nasconde nel silenzio… e ancora non sono pronto a tacere.

Nel 2025 è uscito un piccolo libro che mi sta a cuore: Non importa dove, pubblicato da Gabriele Capelli e scritto da Yari Bernasconi & Andrea Fazioli. Come indica quella “&”, non si tratta di una scrittura occasionale a quattro mani, bensì del progetto di trovare una voce comune insieme al poeta Yari Bernasconi, che vive a Berna e con il quale nel 2025 ho condiviso viaggi e progetti di scrittura, ma anche molto altro. Trovate qui il nostro sito comune. Non importa dove è una raccolta di 58 cartoline, composte a partire dal 2018: è una selezione e un affinamento di testi che sono maturati lentamente negli anni: prose brevissime, alcune più scanzonate e altre più poetiche o riflessive, alle quali sono abbinate delle fotografie, perlopiù scattate dagli stessi YB&AF.
Senza fare un elenco, vorrei menzionare almeno la riedizione in tedesco de La sparizione (Guanda) con il titolo di Verschwunden in Tessin (Dörlemann); fra l’altro, lo stesso romanzo è stato pubblicato quest’anno anche in georgiano. Inoltre, segnalo la riedizione per TEA dell’antologia Un capodanno in noir, uscita nel 2023 per Guanda, in cui c’è un racconto con Elia Contini e di cui dico di più nel primo Post Scriptum a questo articolo.
Nel 2025 ho finito anche un romanzo particolare, esistenziale, che avevo cominciato anni fa. Magari un giorno ne dirò di più. Inoltre, sto terminando in questi giorni un nuovo capitolo della serie con l’investigatore Elia Contini. Avrei voluto scrivere più in fretta – l’ultimo della serie risale all’autunno del 2022 – ma negli anni scorsi ho avuto dei problemi di salute che hanno rallentato il lavoro. Da quando ho cominciato a stare meglio, ho ripreso anche a uscire in bicicletta con più assiduità: sicuramente quest’anno ho percorso molti chilometri e visto molti paesaggi. A volte gli stessi paesaggi, ai quali torno con l’intento di vederli come nuovi. Pedalo adagio, così come mi piace camminare adagio: con un passo leggero, attento alle minuzie.

Quando esco in bici d’inverno, sul piano di Magadino, incontro spesso un airone bianco maggiore. Accade soprattutto nelle giornate un po’ grigie, quando non c’è nessuno in giro. Il territorio è piatto: una Bassa padana in miniatura, cinta dalle montagne. L’airone sta in un campo oppure dentro un fossato. Ieri mi aspettava al bordo della strada, fedele come un tifoso che incoraggi un campione attardato. Per qualche secondo si è alzato in volo. Magnifico, leggiadro. Poi ha ripreso a camminare. Mi ha stupito il suo passo: spigoloso, oscillante, eppure in qualche modo colmo di bellezza. Vorrei che fosse il mio passo per il nuovo anno. Traballante, se capita, ma fiducioso nel seguire l’argine. Sempre vicino al mistero del fiume.
Concludo questo 2025 con uno haiku di augurio, che dedico alle lettrici e ai lettori di questo blog.

Fine dell’anno.
Sull’argine cammina
l’airone bianco.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Quest’anno la casa editrice TEA ha riproposto l’antologia di storie poliziesche legate al capodanno che l’editore Guanda aveva pubblicato due anni fa. C’è un racconto con Elia Contini, intitolato Il custode dell’abisso. Le altre storie sono di Gianni Biondillo, Gian Andrea Cerone, Luca Crovi, Giancarlo De Cataldo, Marco De Franchi, Diego De Silva, Marcello Fois, Leonardo Gori e Marco Vichi, che è il curatore della raccolta. Alcuni di loro sono cari amici, ed è bello che questo libro in comune sia tornato in libreria. Ne avevo parlato qui.

PPS: Quest’anno ho avuto occasione di fare alcuni viaggi per parlare della mia scrittura e dei miei libri. Trovate qui un resoconto dell’esperienza in Cina e qui un riassunto dei viaggi in Germania. Qui, invece, ho parlato di Monaco in maniera più sommessa.

PPPS: Fra i vari articoli nel blog, ne segnalo un paio. Qui accenno al mio lavoro alla radiotelevisione svizzera (RSI). Quest’anno, oltre alle dirette su Rete2, il canale culturale della radio pubblica, ho portato avanti con Marco Pagani Un attimino, un programma che si occupa di lingua e letteratura, con divagazioni dai cantautori all’antico sumero. Lo trovate anche su Spotify; ha avuto un’edizione speciale televisiva e, proprio quest’anno, una speciale estensione natalizia per l’avvento (Un avventino). Inoltre, collaboro con Nero su bianco, il nuovo programma di libri della televisione svizzera (per il quale mi occupo in particolare di presentare romanzi polizieschi o di avventura).
Mi capita inoltre di tenere laboratori di scrittura. Oltre a quello che si svolge in queste settimane alla Scuola Flannery di Milano, vorrei menzionare il fatto che il Liceo Diocesano di Breganzona, in Svizzera, ha in programma due ore di scrittura creativa alla settimana per le allieve e gli allievi di prima liceo. Nel 2026 riprenderanno inoltre i corsi della Scuola Yanez (seguiranno dettagli).
Qui trovate infine un articolo autunnale che parla di mucche e bicicletta. È uno fra i tanti che a prima vista non ha che fare con la scrittura, ma poi invece sì.

PPPPS: Nel 2025 ho ripreso anche a pubblicare della roba su Instagram e Facebook eccetera. Chi mi conosce sa quanto detesti l’idea stessa delle reti sociali, così feroci e subdole nell’abbandonarci non alla solitudine (che non è per forza un male) ma all’isolamento, per di più travestito da “condivisione”. Ritengo però che uno strumento perverso possa anche venire usato in maniera buona e quindi, nel mio piccolo, ci provo. Cerco di farlo sempre con leggerezza, nell’intento di portare alle poche persone che intercettano i miei segnali qualcosa di positivo, anche solo un frammento di sorriso o di riflessione.

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Giro del mondo

Nel 2018 avevo progettato di fare il giro del mondo. Sono partito nel gennaio 2019, con l’idea di visitare ogni mese un luogo diverso. Qualche volta è stato faticoso – a un certo punto ho temuto di non farcela – ma infine ho raggiunto l’obiettivo.
Per mancanza di mezzi finanziari non potevo permettermi né di volare in aeroplano, né di prendere il treno, né d’imbarcarmi per mare; per contro, andare a piedi o in bicicletta sarebbe stato troppo lungo. Ho sfruttato quindi l’immaginazione, che resta il mezzo di trasporto più ecologico mai inventato fino a oggi. I miei bagagli erano ridotti: avevo con me un mazzo di carte. Ecco le mie destinazioni, in ordine cronologico: Pilley’s Island (Canada), Muling (Cina), Makuya (Congo), Igarapeba (Brasile), Myaungmya (Birmania/Myanmar), Yabluniv (Ucraina), Ross Ice Shelf (Antartide), Ajano-Majskij (Russia), Santa Fe (Stati Uniti), Dighori (India), as-Summan (Arabia Saudita), One Tree (Australia).
Presento qui sotto, per ogni mese, la fotografia delle carte che mi hanno ispirato, il link al testo e l’immagine della mappa satellitare. Di seguito, i dodici haiku scritti in occasione di ogni viaggio. (Per i dettagli tecnici sulle spedizioni, si veda il Post Scriptum alla fine.)
Prima di lasciarvi alla lettura, vorrei proporvi una breve riflessione sull’utilità di tale impresa. Qualcuno potrebbe chiedersi: perché dare tanto spazio alle fantasticherie, in un’epoca come la nostra segnata da inquietudini planetarie reali e tangibili? A me sembra che la forza della letteratura, e quindi della fantasia, consista nella capacità di spezzare gli schemi, anche gli schemi che a prima vista ci sembrano corretti.
Non c’è bisogno di andare lontano. Oggi, per esempio, sono uscito di casa e, dopo appena qualche passo, mi sono ritrovato a contemplare le crepe sul marciapiede: di colpo, nel cuore della città, ho visto ergersi la sagoma di una giraffa; oppure ho scorto il profilo di un segugio che fiuta la sua pista. Le cose non sono come sembrano, proprio perché la realtà sfugge a ogni schema. Anch’io, quando scrivo, mi sento come quel segugio: non mi’interessa raccontare ciò che ho trovato, se mai ho trovato qualcosa, ma cercare nuove tracce. Immaginare ciò che non esiste mi aiuta a vedere meglio ciò che esiste; ogni passo – ogni parola – è un tentativo di capire un po’ meglio il mondo, questo inestricabile mistero che ogni giorno ci mette alla prova.

IL GIRO DEL MONDO

 
GENNAIO
Cliccare qui per leggere il testo
Hanafuda: Pino / Gru
Luogo: Pilley’s Island, Terranova e Labrador, Canada
Coordinate: 49°30’34.2″ N; 55°43’43.6794″ E

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FEBBRAIO
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Hanafuda: Pruno / Usignolo
Luogo: Muling, Mudanjiang, Heilongjiang, Cina
Coordinate: 44°49’25.9″N, 130°35’12.8″E

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MARZO
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Hanafuda: Ciliegio / Tenda
Luogo: Makuya, Lualaba, Congo
Coordinate: 9°29’11.1″S, 21°53’15.3″E

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APRILE
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Hanafuda: Glicine / Cuculo
Luogo: Igarapeba, São Benedito do Sul, Pernambuco, Brasile
Coordinate: 8°48’09.8″S, 35°54’15.7″W

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MAGGIO
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Hanafuda: Iris / Ponte
Luogo: Myaungmya, Myanmar (Birmania)
Coordinate: 16°31’20.5″N 95°10’56.7″E

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GIUGNO
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Hanafuda: Peonia / Farfalla
Luogo: Yabluniv, distretto di Kaniv, Oblast’ di Čerkasy, Ucraina
Coordinate: 49°40’27.8″N; 31°26’21.0″E

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LUGLIO
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Hanafuda: Lespedeza / Cinghiale
Luogo: Ross Ice Shelf, a circa 400 km dalla McMurdo Station, Antartide
Coordinate: 80°38’49.3″S 171°01’35.5″E

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AGOSTO
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Hanafuda: Miscanthus sinensis / Luna piena
Luogo: Ajano-Majskij, Chabarosk, Russia
Coordinate: 58°51’05.8″N; 132°47’40.3″E

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SETTEMBRE
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Hanafuda: Crisantemo / Coppa di saké
Luogo: Santa Fe, Nuovo Messico, Stati Uniti d’America
Coordinate: 35°41’46.2″N; 106°10’21.7″W

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OTTOBRE
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Hanafuda: Acero / Cerbiatto
Luogo: Dighori, Maharashtra 441203, India
Coordinate: 20°47’01.9″N; 79°13’11.7″E

***


NOVEMBRE
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Hanafuda: Salice / Poeta / Rondine
Luogo: as-Summan (لصمّان), Arabia Saudita
Coordinate: 23°40’19.6″N; 49°25’45.3″E

***


DICEMBRE
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Hanafuda: Paulonia / Fenice
Luogo: One Tree, Nuovo Galles del Sud, Australia
Coordinate: 34°11’05.9″S; 145°15’00.5″E

GLI HAIKU

Parcheggio vuoto.
Sopra le case e gli alberi
passa una gru.

***

Sulla betulla
si posa una colomba –
È quasi marzo.

***

Guardando giù
dall’alto di un ciliegio
vedo me stesso.

***

In bicicletta –
Il cuculo sorprende
la mia fatica.

***

Splende nel calice
un vino bianco freddo.
È quasi estate.

***

Viene la sera –
le peonie si addormentano
stanche di sole.

***

Un vecchio clown
nel buio suona il violino.
Notte di luglio.

***

L’erba d’argento
brilla come un addio –
Non c’è nessuno.

***

Viene la notte –
In fondo all’orto ridono
i fiori d’oro.

***

Sale la nebbia.
Scricchiolano sul viale
passi di corsa.

***

L’eco di un fischio
indugia sopra i tetti –
L’ultima rondine.

***

Libero i vetri
dal ghiaccio e nel frattempo
l’anno finisce.

***

PS: Per scegliere i luoghi in cui viaggiare mi sono affidato a un sito che designa casualmente una coppia di coordinate su tutta la terra. Se finivo nel mare (come accadeva nella maggior parte dei casi) o in un luogo già visitato, facevo un altro tentativo, accettando il primo risultato utile. Ho aiutato la fantasia con l’Hanafuda, un mazzo di carte giapponese risalente al XVI secolo: ogni mese il gioco propone l’immagine di una pianta o di un fiore e talvolta anche di un animale o di oggetti simbolici. Esistono varie versioni dell’Hanafuda; io ho usato quella dell’editore francese Robin Red Games (trovate qui i dettagli).
Insieme al resoconto del viaggio, ogni mese ho scritto anche un haiku, un piccolo poema di tre versi, pure di origine giapponese. L’haiku per me non era un riassunto o un complemento, ma piuttosto un punto di fuga verso l’ignoto.

PPS: Per altri dettagli, si legga anche qui (è l’introduzione al primo viaggio, nel mese di gennaio).

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One Tree

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Dicembre
Hanafuda: Paulonia / Fenice
Luogo: One Tree, Nuovo Galles del Sud, Australia
Coordinate: 34°11’05.9″S; 145°15’00.5″E
(Latitudine -34.18498; longitudine 145.25014)
One Tree, Australia.
– Perché non ti fermi ancora un po’? – mi chiede Jacqueline.
– Non posso, devo lavorare.
Siamo seduti sotto il portico dell’hotel, di fronte alla pianura punteggiata da radi cespugli. Jacqueline è sulla settantina. Parla un inglese senza inflessioni e nomina solo continenti, mai singoli paesi. Mi spiega che vive parte dell’anno «nelle Americhe» e parte «in Eurasia», poi mi chiede che mestiere faccia. Io cerco di spiegarglielo.
– Ho capito – dice lei. – È una specie di lavoro precario, right?
Io annuisco, poi cambio discorso e le domando se conosca la paulonia, il fiore che l’hanafuda propone per questo mese.
– Uh, non farmi pensare ai fiori… di che colore è?
La pawlonia tomentosa è una pianta flessibile, leggera, splendida quando si colora di viola. In Giappone, suo paese d’origine insieme alla Cina, è conosciuta come kiri (桐); nelle lingue occidentali invece prende il nome da Anna Pavlovna Romanova (1795-1865), l’ottava figlia dello zar Paolo I. Si dice che sia l’unico albero fra i cui rami si posi la fenice, il leggendario “uccello di fuoco” di cui scrissero antichi narratori e poeti. La fenice ogni cinquecento anni muore tra le fiamme e risorge dalle sue stesse ceneri; fra l’altro, sembra che possa riposare nelle fronde del suo albero prediletto solo quando al potere c’è un governante giusto – dunque, con i tempi che corrono, i cieli pullulano di fenici stanche di volare, che cercano, cercano un impero, un regno, magari solo un villaggio dove abiti la giustizia e fioriscano le paulonie.
Mentre parlo della paulonia, mi torna in mente l’aggettivo usato da Jacqueline: precarious. È una parola inflazionata, purtroppo. Prima di partire per l’Australia ho partecipato a un aperitivo di fine anno. In queste circostanze si finisce per parlare sempre delle stesse cose: meteorologia, sport, famiglia, lavoro… (Ho provato a infilare nella conversazione la pawlonia tomentosa, ma con scarsi risultati.) Il lavoro, in particolare, torna in maniera martellante. C’è chi ha un impiego solido, facile da spiegare. C’è chi ha perso da poco un impiego solido, facile da spiegare, e si vergogna a confessarlo. C’è chi da mesi o da anni è senza lavoro, chi ha un lavoro che detesta, chi ha un lavoro precario. Seduto sotto il portico dell’One Tree Hotel, penso che “precario” è l’aggettivo giusto per definire l’essere umano su questa terra. Che cosa resiste al mutare delle epoche, o anche solo di una generazione?
– Un party di Capodanno! – esclama Jacqueline. – Lo sai, ti capisco.
– In che senso?
– Sarei fuggita in Australia anch’io, se già non fossi qui.
One Tree si trova lungo la Cobb Highway, nella grande pianura fra Hay e Booligal. Nel 1862 venne edificato un hotel, che bruciò nel 1903 ma venne subito ricostruito tale e quale; oggi è ancora in piedi e resiste alle tempeste, al sole, al fuoco.
Jacqueline mi ha detto che la località di One Tree è conosciuta anche come “Hell”, a causa di un poeta che la descrisse così. In effetti, nelle ore centrali del giorno, il sole picchia feroce e prosciuga i billabong, le tipiche pozze d’acqua del deserto australiano. Di recente nel Nuovo Galles del Sud è stato dichiarato lo stato d’emergenza: le temperature non sono mai state tanto alte e di continuo si accendono nuovi roghi; negli ultimi mesi le fiamme hanno distrutto centinaia di case.
– Oggi sei stato nel deserto?
– Sì.
– Da solo?
– Sì.
– Hai avuto pensieri buoni o cattivi?
– Buoni e cattivi.
– Come sempre. Non occorre andare nel deserto per essere nel deserto.
Durante la mia escursione ho riflettuto sugli incendi, sulla devastazione, sulla nostra fragilità e anche sulla tenacia che ci spinge a ricostruire. Insieme al male inestirpabile, insieme alla precarietà, l’essere umano ha questa prodigiosa resistenza, questa vitalità che nessuna fiamma riesce ad annientare. Quante volte mi capita di scordarmelo? Spesso mi sorprendo a ragionare come se fossimo spacciati, come se la mia fatica fosse una prova dell’inutilità di ogni sforzo. Proprio questo, forse, è uno dei mali peggiori: perdere la speranza, la fiducia nei confronti dell’umanità.
– Raccontami ancora di quell’uccello… come si chiama?
– La fenice – rispondo. In inglese: the phoenix.
– Ah, sì, come la città. Hai detto che brucia e che risorge dalle ceneri, right?
– Sì. Ogni cinquecento anni.
Jacqueline annuisce, lentamente. – È quello che facciamo tutti.
– Cosa?
– Bruciare. E risorgere. È la vita, right? Ogni giorno qualcosa muore, qualcosa tenta di rinascere, e intanto diventiamo vecchi.
– Sì, è un buon riassunto, ma…
– È strano – Jacqueline m’interrompe.
– Come?
– Phoenix. È un nome strano, per un uccello.

HAIKU

Libero i vetri
dal ghiaccio e nel frattempo
l’anno finisce.

PS: Questo è l’ultimo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre e novembre.

PPS: La foto della paulonia è presa da internet.

PPPS: Un augurio di buon 2020 a tutte le lettrici e a tutti i lettori di questo blog!

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As-Summan

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Novembre
Hanafuda: Salice / Poeta / Rondine
Luogo: as-Summan (لصمّان), Arabia Saudita
Coordinate: 23°40’19.6″N; 49°25’45.3″E
(Latitudine 23.67210; longitudine 49.42926)
La scrittura, così come la lettura, è un modo di allungare la strada. Se nella mia vita devo andare da un punto A a un punto B, come dicono i matematici, se devo affrontare qualsiasi esperienza, potrei scegliere la via più rapida, quella più efficiente. Il gesto di prendere un foglio e scrivere – o di aprire un libro e leggere – è una perdita di tempo, una sorta di espediente per vivere vite che non sono la mia. Eppure, quanta ricchezza in questa divagazione fra il punto A e l’inesorabile punto B.
Capita a volte di sorprendere una lentezza, una sospensione nascosta nelle cose ordinarie. Qualche giorno fa stavo tornando a casa lungo una strada che dal centro della mia città porta verso la collina. Faceva freddo, perciò la mia intenzione era quella di affrettarmi per arrivare il più presto possibile. Eppure, a un certo punto, mi sono fermato, e in pochi secondi mi sono accorto che stavo leggendo il mondo in maniera diversa. Mi sembrava di essere al centro di un mosaico, le cui tessere si disponevano con precisione. Poco più avanti passava un treno, orizzontalmente; di fianco a me scorrevano le automobili, verticalmente. Sulla sinistra, dietro la vetrata di una palestra, ragazzi con abiti colorati ripetevano lo stesso gesto; sulla destra, ingrossato dalla pioggia, scendeva un torrente. Ogni tessera aveva un suono o un silenzio: lo sferragliare del treno, il pigolare degli uccelli, il rombo delle automobili, il gorgoglìo del ruscello, le azioni mute dei ginnasti dietro la vetrata.


Prima la realtà sembrava una cosa sola, come se fosse un monolite. Dopo la mia sosta, invece, le singole tessere del mosaico spiccavano nel loro splendore. Ho cercato di riprodurre questa sensazione anche nel mio viaggio ad as-Summan, in Arabia Saudita. È stato più difficile, perché all’inizio percepivo soltanto il vuoto. Poi, passato qualche minuto, il vuoto è diventato qualcosa di ancora più lancinante: un’assenza, una privazione.
Stavo camminando sull’altopiano di as-Summan, che si estende per quattrocento chilometri a est di ad-Dahna. Procedendo verso nord, in direzione del Golfo Persico, dopo un centinaio di chilometri avrei incontrato una regione meno improba, intorno all’oasi di al-Aḥsāʾ, la più grande di tutto il paese, abitata fin dalla preistoria. Ma non era mia intenzione percorrere tutti quei chilometri: ero al volante di una vecchia Toyota e avevo bisogno di fare benzina. Il mio piano era quello di procedere fuori strada per circa quattro chilometri; poi avrei trovato una strada che in un’ora mi avrebbe portato fino alla città di Haradh, famosa per le installazioni petrolifere e del gas. Ma non è di tutto ciò che voglio parlare, né dell’atmosfera di Haradh, con le sue case piccole e bianche, raggruppate insieme, e intorno un immenso cantiere, un mostruoso pianeta di tubi, acciaio e cemento.
Quello che mi piacerebbe descrivere è proprio quel momento in cui mi sono fermato, ho girato lo sguardo intorno e non ho trovato niente. Nessun appiglio per gli occhi, nessuna tessera del mosaico. Mi è venuto un pensiero bizzarro: questa situazione è tanto diversa da quella che ho trovato lungo la strada che portava a casa mia? Che cosa si nasconde dietro l’asfalto, il ruscello, il vetro, i binari della ferrovia?
Il nulla è sempre a un passo da noi. Abbiamo costruito, nei secoli, nei millenni, abbiamo abitato la terra, l’abbiamo trasformata. Abbiamo il desiderio di lasciare un segno, ma fino a quando? Tuttavia, proprio nel profondo del deserto ho sentito che questo desiderio non è vano. Anche se il vento cancellerà ogni cosa, anche se il tempo macinerà le nostre opere, averle compiute non è privo di senso. Il bisogno della bellezza è inestirpabile nell’essere umano, così come la necessità di far fiorire i deserti, che siano geografici o esistenziali.
Guardo le carte di novembre. Il Salice è un invito ad accogliere quanto succede, a sapersi piegare, adattare, mentre il Poeta (o L’Uomo della Pioggia) è un invito a insistere, a non demordere nel seguire la propria esigenza espressiva. L’uomo si chiamava Ono no Michikaze (894-966), conosciuto anche con il nome di Ono no Tōfū. Fu lui il primo a dare i tratti distintivi alla calligrafia giapponese, distinguendola da quella cinese. Si racconta che un giorno, deluso e amareggiato per la mancanza di risultati nel suo lavoro, si soffermò a osservare una rana che tentava di saltare sopra il ramo di un salice: dopo sei balzi falliti, la rana riuscì infine nel suo obiettivo; e in quel momento Ono no Tōfū trovò la forza interiore per proseguire nella sua ricerca. Oggi il calligrafo è raffigurato su una carta da gioco, nello stesso mese in cui appare anche il Fulmine: l’imprevisto, l’azzardo, l’ignoto che, mentre porta scompiglio, può condurre verso una rivelazione.

HAIKU

L’eco di un fischio
indugia sopra i tetti –
L’ultima rondine.

PS: Ho inserito un frammento audio registrato proprio nel momento in cui vedevo comporsi le tessere del mosaico.

PPS: Questo è l’undicesimo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre e ottobre.

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