Odraxolonk

Oggi ho trovato un odraxolonk. Non lo stavo nemmeno cercando – del resto, sarebbe da pazzi uscire di casa con l’idea di cercare un odraxolonk, senza mezzi appropriati e senza un’adeguata preparazione. Avevo semplicemente l’idea di fare quattro passi per le vie del centro, e poi forse di spingermi fino ai bordi della città, lungo il fiume, per avvistare qualche segno di primavera: a volte basta un riflesso sull’acqua, una primula, un’esitazione. Ogni cambiamento si manifesta con segni piccoli, quasi impercettibili.
IMG_9347Ero stanco, perché mi ero alzato presto, ma camminare mi pareva riposante, così come poter lasciare libero lo sguardo, senza schermi o file di parole che esigessero attenzione. Una semplice passeggiata, qualche volta, può corteggiare il mistero con più leggerezza rispetto a viaggi esotici o a sfibranti escursioni in luoghi sperduti. Che cosa c’è di più selvaggio della nostra stessa città? La tribù degli avvocati in giacca e cravatta è altrettanto indecifrabile che i tatuaggi di un antico guerriero polinesiano, il rito della pausa caffè, officiato da impiegati ciarlieri, è complesso quanto le variazioni di un canto sciamanico inuit. Io stesso, che mi muovo tra i portici e i viali, sono parte della scena, un elemento dell’intreccio di gesti e vicende. Ogni passo ricalca i passi di altre generazioni, il saluto al barbiere, allacciarsi le stringhe di una scarpa, acquistare un giornale, sedersi sul bordo di una panchina.
IMG_9346Davanti al palazzo del Governo c’è la scultura di una foca, che nella bella stagione spruzza un getto d’acqua dal muso. Ora la stanno restaurando: è ricoperta da un imballaggio di plastica e circondata da varie impalcature. Sotto la maschera il naso si protende verso l’alto, come alla ricerca di aria, di libertà, o magari di una palla da tenere in equilibrio. A mio parere, è proprio la foca ad avere attirato l’odraxolonk. Senza il caos del cantiere, non sarebbe potuto restare nascosto ai passanti. Probabilmente di giorno se ne rimane acquattato in un angolo, mentre di notte scivola fuori e prova a stabilire un contatto con la foca. L’odraxolonk è un animale assai timido ma pare che – non si sa bene per quale ragione – abbia un debole per le foche, specialmente per quelle di pietra.
IMG_9351Mi rendo conto ora che qualche lettore potrebbe ignorare la natura impetuosa eppure schiva di questa bestiola. L’odraxolonk infatti è estremamente raro. Per capire a fondo la sua conformazione, occorre precisare che si tratta di un incrocio nel quale affiorano i tratti di altre creature. Una di esse è l’odradek, descritto per la prima volta da Franz Kafka nel 1917. Assomiglia a un rocchetto per avvolgere il filo, che grazie a due stanghette può starsene ritto come su due gambe. Si sarebbe tentati di credere – annota Kafka – che questa struttura, una volta, abbia avuto una forma adeguata a una funzione, e che ora si sia rotta. Non sembra invece che sia così; […] l’insieme appare inservibile, ma a suo modo completo. L’odradek può stare in soffitta, nel sottoscala, nei corridoi, nel vestibolo. Magari passano mesi senza che si faccia vedere. Quando ride, sembra un fruscio di foglie secche. È capace di rimanere a lungo in silenzio. Io non ne ho mai visto uno mentre Kafka, che lo conosce bene, si domanda se possa morire: Tutto ciò che muore ha avuto prima o poi uno scopo qualsiasi, una qualche attività, e così s’è consumato. Ma l’odradek? Scenderà le scale trascinando filacce tra i piedi dei miei figli, e dei figli dei miei figli? Non fa male a nessuno, ma l’idea che possa sopravvivermi è quasi dolorosa, per me.
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Un’altra specie che ha dato origine all’odraxolonk è quella che gli scienziati chiamano Lacrimacorpus dissolvens, ma che è meglio conosciuta come squonk. Vive perlopiù nelle cicutaie della Pennsylvania, è di tinta cupa e in genere viaggia all’ora del crepuscolo. La pelle, che è coperta di verruche e di nèi, non gli calza bene, annota William T. Cox in uno studio del 1910. A giudizio dei competenti, è il più sfortunato di tutti gli animali. Rintracciarlo è facile, perché piange continuamente e lascia una traccia di lacrime. I cacciatori di squonk hanno più fortuna nelle notti di freddo e di luna, quando le lacrime cadono lente e all’animale non piace muoversi; il suo pianto s’ode sotto i rami degli oscuri arbusti di cicuta.
img_7243_1440_850_matthieu_cartonNon so come si siano potuti incrociare uno squonk e un odradek. Ma soprattutto, non so come abbiano potuto mescolarsi con la specie dell’axolotl. Mi permetto di citare da Wikipedia: L’Ambystoma mexicanum (Shaw, 1789), comunemente chiamato axolotl o assolotto, è una salamandra neotenica (compie l’intero ciclo vitale allo stadio di larva) che vive nel lago di Xochimilco, nei pressi di Città del Messico. È considerato una specie probabilmente estinta, per diversi fattori quali la pesca, l’inquinamento e la distruzione dell’habitat. A me è capitato di vederne un esemplare, un paio di anni fa, al Jardin des Plantes di Parigi. Ho poi letto un racconto di Julio Cortazar dedicato proprio a questa bestiola. La storia comincia così: Ci fu un’epoca in cui pensavo molto agli axolotl. Andavo a vederli nell’acquario del Jardin des Plantes, e mi fermavo ore intere a guardarli, osservando la loro immobilità, i loro oscuri movimenti. Ora sono un axolotl.
AxolotlFotoBlogCortazar cominciò a recarsi ogni mattina al Jardin des Plantes, qualche volta anche il pomeriggio. Il guardiano degli acquari sorrideva perplesso nel ritirare il mio biglietto. Io mi appoggiavo alla sbarra di ferro che corre lungo le vasche e stavo là a guardarli. Non c’è nulla di strano in questo, perché fin dal primo momento compresi che eravamo legati, che qualcosa d’infinitamente perduto e distante continuava nonostante tutto a tenerci uniti. Affascinato dal quieto raccoglimento dell’axolotl, l’autore sente nello stesso tempo la loro insondabile lontananza e la loro prossimità. Gli occhi degli axolotl mi parlavano della presenza di una vita diversa, di un’altra maniera di guardare. Con il volto contro il vetro (qualche volta il guardiano tossiva, inquieto) cercavo di vedere meglio i minuti punti aurei, quell’entrata al mondo infinitamente lento e remoto delle creature rosate.
IMG_9348Nascosto tra le impalcature, il piccolo odraxolonk mi guardava con occhi fissi, e nello stesso tempo ruotava leggermente la testa, come in un gesto di domanda o di supplica. Non sapevo bene che cosa fare, così l’ho messo nella mia borsa e l’ho portato a casa.
Un po’, in queste ore, abbiamo imparato a conoscerci. L’odraxolonk ha una pelle ruvida in alcuni punti, morbida in altri. Ha la capacità – ereditata dall’axolotl – di starsene a lungo immobile. Al crepuscolo l’ho sentito piangere: sembrava un lamento che provenisse da epoche smarrite, e che accogliesse in sé il dolore del mondo. Poi invece, dopo cena, l’ho udito che rideva nel sottoscala: era la risata senza polmoni dell’odradek, come un accartocciarsi di foglie autunnali.
Non si può dire che l’odraxolonk sia affettuoso. Però è di sicuro capace di slanci: a volte sente il bisogno di tenerezza, così come lo sentiamo tutti. Altre volte invece fa perdere le sue tracce, oppure si isola dal mondo, immerso in una muta contemplazione. Non ho ancora capito se sappia parlare, se abbia una qualche forma di linguaggio. Quando oscilla la piccola testa triangolare, sembra proprio che sia sul punto di pronunciare una parola. Ma poi abbassa lo sguardo sulle zampette, che sembrano due piccole mani, e si stringe nelle spalle, come a dire: non badare a me, non ti darò fastidio.
IMG_9353Forse si sente solo. Ho notato che apprezza la musica, particolarmente le note lunghe e lente (ho provato a suonare il sax, e mi pareva contento). Tra gli oggetti che ingombrano il mio sottoscala c’è una piccola rana giocattolo, e l’odraxolonk sembra esserle affezionato. Non so se in qualche modo, questo pomeriggio, l’axolotl e la rana siano riusciti a comunicare. Ma a giudicare dalla loro espressione soddisfatta, direi proprio di sì. Devo confessare che, nonostante l’odraxolonk sia un ospite squisito, talvolta sono un po’ preoccupato. C’è tutta una serie di domande alle quali ancora non ho trovato risposta: che cosa mangi l’odraxolonk, quando e quanto dorma, che cosa significhi quel cinguettio che a volte emette dal suo rifugio nel sottoscala. Se qualcuno tra i miei lettori ne sapesse qualcosa, lo invito a mettersi in contatto con me. Ve ne sarò molto grato.

 

PS: Ho registrato il cinguettio. Mi perdonerete se oggi non vi segnalo come di consueto i titoli dei libri che ho consultato. Mi limito a esprimere un invito alla lettura dell’autore argentino Jorge Luis Borges; forse lui, pur senza averlo esplicitamente nominato, potrebbe avere accennato in un suo verso a questa creatura segreta e sfuggente. Ma mi fermo qui. Non vorrei che, mentre me ne sto al computer, l’odraxolonk e la rana combinassero qualche guaio.

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Mio eroe

640px-Lekanis_Agamemnon_MNA_TarantoNei giorni scorsi ho parlato con un ragazzo di quindici anni che, con risultati per ora insoddisfacenti, sta tentando di superare il primo anno di liceo. Per passare la classe, mi diceva, dovrei essere un eroe. Mi ha colpito l’uso di questa parola. Eroe. Probabilmente è una delle più antiche dell’umanità: quale epoca, quale popolo non ha cantato le gesta dei suoi eroi? Qualcuno, come il drammaturgo Bertold Brecht, considera sventurati i popoli che hanno bisogno di eroi. Ma esiste un popolo che ne possa fare a meno? Certo, la parola nel corso dei secoli ha cambiato forma e colore: siamo passati dal valoroso Agamennone e dall’astuto Ulisse alle diverse follie di Orlando e Don Chisciotte, da Parsifal e Lancillotto fino all’uomo senza qualità di Robert Musil, da Tex Willer a Charlie Brown, da Robin Hood a tanti inetti della letteratura del Novecento, per arrivare agli attori, ai calciatori, ai politici, ai cuochi della tivù. 1018_oag_humphrey-bogart-CROP-1000x666E non sto a citare i supereroi, gli antieroi, i post-eroi che sempre più affollano il nostro immaginario. Che lavoro potrebbe fare oggi un eroe, un vero eroe senza macchia e senza paura? Aprirebbe un ufficio da detective, come Philip Marlowe, oppure si accontenterebbe di aprire un profilo su Facebook, per cambiare il mondo a colpi di post?
Nei romanzi fantasy gli eroi compiono ancora il loro dovere, come ai vecchi tempi. Ma prendiamo per esempio Aragorn, uno dei personaggi più amati del Signore degli anelli di Tolkien. Se vivesse nel nostro mondo, che mestiere potrebbe fare? Ne ho parlato con una lettrice esperta di Tolkien, che senza esitazione mi ha risposto: farebbe lo spazzino.
IMG_9255Secondo lo psicologo e studioso di mitologia Joseph Campbell, i nostri non sono più tempi per l’eroe celebrato dalla collettività; oggi l’eroe si rivela non nei momenti gloriosi delle grandi vittorie della sua tribù, ma nei silenzi della sua disperazione. Un modello di eroe moderno si trova in un racconto scritto da Graham Greene nel 1940, intitolato The news in english. Il protagonista è David Bishop, un professore britannico che, durante la seconda Guerra mondiale, tiene anonimamente alla radio tedesca trasmissioni filonaziste rivolte agli inglesi; in patria viene soprannominato “dottor Funkhole” (che sarebbe come dire “dottor vigliacco”). GreeneScrive Greene: La tragedia di questi tipi di uomini è che non sono mai soli al mondo. A Crowborough, davanti al focolare, la madre e la moglie di Bishop lo ascoltano reiterare le menzogne. La madre condanna il figlio e insiste per denunciarlo alle autorità. La moglie cerca di difenderlo, dice che di sicuro lo avranno costretto con la forza. La vecchia e la giovane signora Bishop discutono con veemenza. Ma non capisci cosa significa – esclama Mary Bishop – potrebbero processarlo per tradimento, se vinceremo. E subito la suocera puntualizza: quando vinceremo. Alla fine lo denunciano, e naturalmente i media si scatenano: Il massimo che un giornale avrebbe ammesso era che se c’erano state delle minacce Bishop se l’era cavata in modo poco eroico. Commenta Greene: Esaltiamo gli eroi come se fossero rari, ma siamo sempre pronti a biasimare il nostro prossimo per la mancanza di eroismo. La vecchia signora Bishop continua ad ascoltare il figlio ogni sera, e ogni sera infierisce sulla sua vigliaccheria. La giovane signora Bishop ha paura a uscire di casa.

A volte pensava quasi con odio: “Perché David mi ha fatto questo? Perché?”
Poi improvvisamente ebbe la sua risposta.
Per una volta la voce imboccò una direzione nuova. Disse:
«In qualche luogo in Inghilterra mia moglie forse mi sta ascoltando. Io sono un estraneo per tutti voi, ma lei sa che non ho l’abitudine di mentire».
Un appello personale era troppo. Mary Bishop aveva affrontato la suocera e i giornalisti, ma non poteva affrontare suo marito. Si mise a piangere, seduta vicina alla radio come una bambina accanto alla sua casa di bambola dentro alla quale è stato rotto qualcosa che nessuno può riparare.

IMG_9258A un certo punto, David pronuncia le parole «Sta di fatto che…»; poi comincia a elencare cifre e dati che mostrano quanto sia florida la Germania. Mary ha un sussulto; afferra una matita e annota qualche parola su un taccuino. Il giorno dopo riesce a ottenere un colloquio con un funzionario al Ministero della Guerra. Per farla breve, Mary si è accorta che il marito sta usando il loro codice segreto: «Quando era lontano da me e al telefono mi diceva “Sta di fatto che” intendeva sempre “Sono tutte bugie, ma trascrivi le iniziali delle parole che seguono”… Oh, colonnello, se sapesse da quanti spiacevoli fine settimana l’ho salvato… perché, vede, poteva sempre telefonarmi, anche davanti al suo ospite».
Gli esperti del Ministero si accorgono che la giovane signora Bishop ha ragione: suo marito fornisce informazioni preziose per gli Alleati. Le raccomandano di tacere, di mantenere il segreto: agli occhi del mondo, David Bishop deve rimanere il “dottor Funkhole”. Ogni sera, quando lo sente alla radio, Mary ha il terrore che suo marito non vada più in onda. Quel codice era un codice da bambini. Come avrebbero potuto non individuarlo? Ma fu proprio così. Uomini dalla mente complicata possono venire ingannati dalla semplicità. Il funzionario del Ministero esorta Mary a tenere duro: È un uomo coraggioso, signora Bishop.
DownCottageFinché, dopo quattro settimane, il governo si decide a fare un tentativo per salvare David: in fondo il codice funziona in entrambe le direzioni; gli inglesi hanno un notiziario trasmesso in Germania, e David potrebbe ascoltarlo. L’operazione sembra funzionare, tanto che viene organizzato un piano di recupero: David deve soltanto recarsi a una stazione sul Reno, non lontano da Wesel. Quella sera la vecchia signora Bishop chiede: «Non ascolti tuo marito?» E Mary: «Non trasmetterà». Molto presto avrebbe potuto affrontare trionfalmente la madre di lui e dire: «Ecco, lo avevo sempre saputo, mio marito è un eroe». Ma inesorabilmente, anche quella sera il “dottor Funkhole” è in onda. La vecchia signora Bishop sibila un «te l’avevo detto». Mary è disperata.
Vi trascrivo il finale del racconto.

Parlava tanto velocemente che lei quasi non riusciva a tenergli dietro con la matita. Le parole si raggruppavano sul suo taccuino: «Cinque sottomarini al rifornimento oggi mezzodì 53.23 per 10.5. Notizia fonte attendibile Wesel così tornato. Discorso non autorizzato. Fine.»
«Adesso mi ascoltate? Molto orzo germoglia là in estate» esitò. «Ancora dobbiamo dire in onestà che…» La voce si affievolì, cessò del tutto. Le vide sul suo taccuino: A mia moglie, addio c…
Fine, addio, fine. Le parole rintoccavano come campane a morto. Si mise a piangere, seduta come aveva fatto in precedenza, attaccata all’apparecchio radio. La vecchia signora Bishop disse con una sorta di piacere: «Non sarebbe mai dovuto nascere. Io non l’ho mai voluto. Vigliacco» e a questo punto Mary Bishop non poté sopportare oltre.
«Oh», gridò alla suocera all’altro capo della stanzetta di Crowborough, surriscaldata e troppo ingombra di mobili «almeno fosse un vigliacco, almeno lo fosse. Ma è un eroe, che sia maledetto, un eroe, un eroe, un eroe…» continuò a gridare disperata, sentendo la stanza che le vorticava intorno, e immaginando confusamente dietro a tutto il dolore e all’orrore che anche lei, come altre donne, un giorno sarebbe stata orgogliosa.

È un eroismo segreto, sulle onde della radio, siglato da un ultimo, commovente addio. Nel racconto di Greene l’eroe non è più il guerriero che combatte a viso aperto, ma è un uomo solo in un mondo di nemici, ed è considerato un vigliacco dalla sua stessa madre.
Gli eroi saltano fuori quando non te l’aspetti. Come abbiamo visto pure di recente, nel caso di una catastrofe naturale – un terremoto, una valanga – alcuni esseri umani sanno superare i confini delle leggi naturali e rischiano la loro vita per salvare degli sconosciuti. In questi casi, l’eroismo si rivela nella sua natura più profonda, che è un amore disinteressato per il prossimo: l’eroe si mette nella pelle degli altri, e sa dimenticare il proprio “io”, o meglio, sa tenderlo pienamente verso il “tu” che si trova di fronte.
8050_A3Ma nella nostra quotidianità? Senza catastrofi, senza guerre, senza circostanze eccezionali, come può Aragorn mostrare la sua natura eroica nella sua routine di spazzino? Forse ha ragione il ragazzo di prima liceo: l’eroismo è volere intensamente qualcosa e avere il coraggio di crederci, nonostante tutto. Secondo il filosofo Bruce Bégout l’uomo ordinario partecipa tutti i giorni a una certa forma di eroismo. Non si tratta semplicemente di assolvere ai propri doveri, ma di non lasciarsi uniformare dai multipli sistemi sociali che vogliono modellare il comportamento. La sfida non è compiere grandi gesti, ma avere il coraggio dell’imprevisto, della gratuità: preservare una sorta di flou nell’esistenza ordinaria, qualcosa di non impiegato e di non impiegabile, una frangia di esperienza indisponibile che non potrà mai essere messa al servizio della normalizzazione sociale. Sarà un piccolo gesto, niente in confronto a chi salva una vita o a chi sa rischiare la propria, come David Bishop. Ma nella vita di tutti i giorni, è bello avere il coraggio di sfuggire alla regola dell’utilità. Un gesto gratuito, una cortesia fuori luogo, un’attesa, un ascolto, una parola inaspettata… a volte basta poco per seminare briciole di eroismo.

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PS: Il racconto di Graham Greene (1904-91) venne pubblicato in The Last Word and other stories (Reinhardt Books, Londra 1990): la raccolta contiene racconti scritti dal 1923 al 1989. Tradotto da Masolino D’Amico, Notiziario in inglese si trova in L’ultima parola e altri racconti (Mondadori 2005) o in Tutti i racconti (Mondadori 2011). Le parole di Joseph Campbell provengono da The Hero with a Thousand Faces (2008); in italiano L’eroe dai mille volti (Lindau 2012). La citazione di Bruce Bégout è tratta da La découverte du quotidien (Allia, Parigi 2010), dove lo studioso analizza i rapporti, talvolta difficili, tra la filosofia e la quotidianità. Come dice lo stesso Bégout, per quanto si possa giudicare, non c’è assolutamente nulla in comune fra il libro Gamma della Metafisica di Aristotele e il fatto di comprare del pane dal proprio panettiere.

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PPS: La prima immagine, che ritrae Agamennone seduto su una roccia mentre sorregge uno scettro, risale al 410-400 a. C. e si trova al Museo archeologico di Taranto. La seconda raffigura Humphrey Bogart nei panni di Philip Marlowe, la terza Viggo Mortensen nel ruolo di Aragorn. La quarta è un ritratto di Graham Greene. Poi c’è la foto di una vecchia radio, quella di un cottage a Crowborough (scattata nel 1937), gli attrezzi del nuovo Aragorn, la copertina di un Tex, qualche pagnotta e una vignetta dei Peanuts di Charles Schulz.

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Succede sempre qualcosa

La festa dell’Epifania mi fa riflettere su due dimensioni importanti nella mia attività di romanziere: lo sguardo e il movimento. La storia dei Magi che vedono apparire la stella e si muovono verso l’ignoto è anche, fra le altre cose, un buon riassunto di ciò che avviene nel processo di scrittura.
Qualche giorno fa è morto il critico d’arte inglese John Berger, nato nel 1926. Mi sono riletto Sul guardare (Mondadori 2003, dall’originale About looking del 1980) e Modi di vedere (Bollati Boringhieri 2004, a cura di Maria Nadotti). In Modi di vedere, Berger si sofferma proprio sul valore dello sguardo: Non credo che gli occhi siano soltanto gli organi della percezione ottica, pur essendo anche questo. Sto parlando di un’esperienza che è comune a tutti, soprattutto in rapporto alla natura. Anche se non è detto che si guardi la natura come faceva Cézanne, tuttavia, di fronte al mare o a un tramonto, a un semplice albero o a una cascata, ci si accorge che si sta guardando qualcosa che non coincide con ciò che si ha davanti agli occhi, che va oltre.
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La tensione a uno sguardo che vada oltre la percezione delle cose è ciò che mi motiva a scrivere. Tale sguardo non ha per forza bisogno di panorami esotici o di esperienze sconvolgenti; quando è allenato e affinato (ma non è facile), riesce a trovare una sostanza misteriosa anche nelle persone in apparenza più ordinarie o nei paesaggi visti e rivisti. Lo stesso Cézanne è un buon esempio. L’autore Charles Ferdinand Ramuz ne parla in questo modo: Ogni pretesto è buono per Cézanne: piantato in questo paese, non va a cercare più distante. Accettazione, anche qui, dei dintorni così come sono; uso di questi dintorni. Altri si sono spinti fino in Oceania; lui ha trovato l’Oceania nel suo cuore. L’immobilità di Cézanne nasconde un movimento interno che ne ha fatto un precursore, un esploratore di vie artistiche prima di lui poco battute. Secondo me la capacità di osservare diventa veramente creativa quando si sviluppa in un gesto, quando segue un itinerario artistico ed esistenziale.
C’è una storia in cui si riassumono tutti questi aspetti: ed è la novella Boule de suif (1880) di Guy de Maupassant, a cui si ispirò l’autore americano Ernest Haycox per scrivere il racconto Stagecoach to Lordsburg (1937). A sua volta, il regista John Ford si ispirò a Haycox per creare il suo film capolavoro Stagecoach (1939), in italiano Ombre rosse. Come scrive Attilio Brilli, il film di Ford è un brandello della grande letteratura europea dell’Ottocento esposto al sole e al vento delle praterie.
img_9003Non svelerò la trama né delle novelle né del film (i racconti si trovano agevolmente, così come il dvd di Ombre rosse; i miei lettori nella Svizzera italiana potranno vederlo su grande schermo in occasione del cineforum “Ippopotami in vacanza”, domenica 8 gennaio alle 17.30, in via Lucino 79 a Breganzona).
La storia di Maupassant è ambientata nella Normandia del 1870, durante la guerra franco-prussiana, e racconta di dieci persone in fuga da Rouen su una diligenza diretta a Dieppe. Le prime righe comunicano un senso di fine e, nello stesso tempo di urgenza: Per giorni e giorni, i resti dell’esercito in rotta attraversarono la città. Non erano soldati, ma orde sbandate. Gli uomini, con la barba lunga e sporca, le uniformi a brandelli, camminavano con passo stanco, senza bandiera, senza capi. […] I prussiani – si diceva – stavano per entrare a Rouen.
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Haycox riprende l’idea del viaggio in diligenza in una zona pericolosa: In quella regione non ancora riconosciuta come stato dell’Unione, era uno degli anni in cui i segnali di fumo apache si alzavano dalle cime delle montagne rocciose, e più di un ranch era ridotto ormai ad un quadrato di cenere annerita che si stendeva sul terreno. La partenza della diligenza da Tonto segnava l’inizio di un’avventura dall’incerto lieto fine…
La capacità di sguardo e di incisività psicologica di Maupassant è superiore a quella di Haycox, ma l’atmosfera western si addice bene al nucleo della storia: un pugno di persone che finiscono insieme per caso, lungo un percorso accidentato, e che finiranno per rivelarsi in maniera inaspettata.
Maupassant è più crudele nel mostrare le ipocrisie, i pregiudizi e i luoghi comuni di cui sono impastati i personaggi più virtuosi, quelli che si credono nel giusto. Ma anche Haycox, e poi Ford (con lo sceneggiatore Dudley Nichols), insisteranno su questo aspetto: l’itinerario, geografico ed esistenziale, fa uscire allo scoperto la sostanza di cui sono fatti uomini e donne. C’è chi sa guardare oltre l’apparenza e chi è irreparabilmente confinato nel recinto delle proprie rassicuranti convinzioni. Ognuno alla fine conquista qualcosa: l’amore, la morte, una nuova qualità di sguardo, la possibilità di cambiare vita o di tornare a rifugiarsi nella propria visione limitata.
stage1-300x168Scrive il critico cinematografico Jean Wagner: Ogni opera d’arte è un itinerario, itinerario di un’avventura o itinerario di una scrittura. Ogni opera d’arte è una conquista, conquista di un linguaggio o conquista del mondo. Tra i più grandi, questo mondo è, nello stesso tempo, quello di un’avventura e quello di una scrittura. […] Questo è ancora più evidente per il cinema, forma d’arte condizionata, come la musica, dal tempo (al limite, l’itinerario esiste dapprima per lo spettatore che si sceglie un film, lo subisce e ne esce, x minuti più tardi, immutato o trasformato). Questa situazione raggiunge il suo punto critico nel western: questo genere ha per soggetto essenziale un momento storico (la storia è itinerario). […] Non stupisce che abbia attirato i cineasti: bastava loro sovrapporre il proprio itinerario all’itinerario naturale del western.
ombre_rosseOgni progetto artistico parte da uno sguardo e assume la forma di un movimento. Tale movimento può essere celato nell’immobilità, come nel caso di Cézanne, oppure mettere in scena un viaggio reale che, nella mente del lettore, diventa un viaggio dell’anima. Questo vale pure per Ombre rosse: su quella diligenza ci siamo anche noi, tanti anni dopo, sebbene forse non abbiamo mai visto la Monument Valley e di sicuro non abbiamo mai combattuto contro gli apache. Anche noi sentiamo il banchiere disonesto, interpretato da Berton Churchill, che dice: Lo sapete di che cosa ha bisogno la nazione? Di un presidente che sia un buon uomo d’affari! Passano gli anni, ma siamo sempre su quella carrozza, e sempre lo sguardo del narratore (o del regista) ci invita a soffermarci sui reietti: la prostituta, l’ubriacone, il bandito. Sono loro il cuore della storia. Ero un bravo cowboy, dice Ringo (John Wayne), ma successe qualcosa. Dallas (Claire Trevor) annuisce, perché pure lei sa come va il mondo: Già, è così. Succede sempre qualcosa. Fra di loro in quel momento nasce uno sguardo, e subito lo sguardo si fa movimento, speranza, avventura. Ancora una volta dalla visione – che sia una stella nei cieli d’oriente o una prostituta in una diligenza – nasce  l’itinerario verso qualcosa di misterioso.

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PS: Il racconto di Haycox si trova con il titolo La diligenza per Lordsburg (Sellerio 1992, con la traduzione di Teresa Paratore e una nota di Attilio Brilli, che ho citato sopra). Boule de suif di Maupassant è edito da Albin Michel (anche nella collezione “Le livre de Poche”) e, in italiano, da Vallardi (con la traduzione di Mario Picchi, che ha scelto il titolo Pallina). Le parole di Ramuz provengono da L’exemple de Cézanne. Cézanne le précurseur, a cura di Matteo Bianchi e Carolina Leite, edizioni Pagine d’Arte (agosto 2016). Il breve testo di Wagner è preso dall’opera collettiva, a cura di Raymond Bellour, Il Western. Fonti, forme, miti, registi, attori, filmografia (Feltrinelli 1973, edizione a cura di Gianni Volpi). Le immagini in bianco e nero le ho trovate su internet. Il particolare del quadro Boule de suif (Pierre Falké, 1934) è la copertina dell’edizione francese; il quadro che rappresenta la diligenza, pure intitolato Boule de suif, è stato dipinto nel 1884 da Paul-Émile Boutigny; l’immagine di Cézanne, Étude d’arbre (Le grand Pin), risale al 1890 ed è tratta dal volume edito da Pagine d’arte. La stella cometa l’ho raccolta nei cieli virtuali della rete.

PPS: Del cineforum “Ippopotami in vacanza” avevo già parlato qui, dopo la proiezione di Casablanca.

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Bellinzona

Bellinzona è la città più lontana che io possa mai raggiungere. Come immaginare un viaggio più rischioso, più teso verso l’ignoto? Se valicassi catene montuose, se navigassi oceani sterminati mi limiterei a macinare chilometri; a Bellinzona, invece, ogni passo è scavato nel tempo. In realtà non amo indugiare nei ricordi, ma preferisco tentare di cogliere ciò che si muove nel presente, e proprio per questo una passeggiata a Bellinzona è un viaggio avventuroso: il presente me lo devo guadagnare a ogni svolta, oltre i ricordi, oltre la ricerca del tempo più o meno perduto. Essere aperto alla città, alle sue apparizioni, alle sue voci, alle sue inquietudini, diventa un vero esercizio di attenzione.
FullSizeRenderOgni tanto passo vicino alla casa in cui ho trascorso i primi sei anni di vita. Non ci sono mai più entrato, da allora. Un paio di giorni fa, quasi senza pensarci, mi sono soffermato accanto all’ingresso; ho notato la forma del cortile, le serrande abbassate dei garage, il vialetto che passa di fianco al muro. Di colpo, ho sentito lo schiaffo della memoria. Come succede sempre, in questi casi, il ricordo era impreciso. Credo che il cervello inconsciamente abbia riconosciuto uno scorcio che non vedeva da più di trent’anni: la stessa immagine registrata tanto spesso nei primi anni, nello stesso luogo, dallo stesso punto di osservazione. Questa coincidenza deve aver creato una specie di corto circuito, come una vecchia radio polverosa che, quando viene finalmente riaccesa, emette un suono gracchiante: la voce o la musica appartengono al presente, ma in qualche modo sembrano remote, intrise di tempo perduto.
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In questi casi, mi sforzo di scrollarmi di dosso il passato. Ciò che voglio vedere è un semplice vialetto che costeggia il muro di una casa qualunque. Qualunque? Certo: qualunque. E perciò interessante. La ricerca dei dettagli, l’immaginazione, la pazienza: sono queste le condizioni perché un paesaggio sia interessante. Che importa se appartiene al mio passato oppure no? A me preme osservare ciò che appare così come è ora. La memoria può aiutarmi per un istante a orientare lo sguardo, ma poi bisogna lasciarla andare. Bisogna dimenticare.
È un lavoro complesso. Ma è anche affascinante. Forse è per questo che scrivo qualche volta di Bellinzona; a parte i romanzi, segnalo per esempio il racconto “Un gioco da ragazzi”, che parla del fallimento di una squadra di calcio: è una storia con Elia Contini, pubblicata nell’antologia Un inverno color noir (curata da Marco Vichi per l’editore Guanda nel 2014).
Copia di image1-2Un altro mio scritto su Bellinzona, in cui cerco di restituire la dimensione spazio-temporale ma in maniera più ampia, senza legarla troppo alla mia biografia, si trova nel volume Negli immediati dintorni, edito nel 2015 da Casagrande in collaborazione con l’Associazione Doppiozero. Il testo, intitolato “Viaggio fuori dallo spazio-tempo”, si può leggere anche nel sito Doppiozero.com, corredato di fotografie. Ecco dunque il primo paragrafo della mia piccola guida a Bellinzona:

Vorrei stare da solo, a Bellinzona. E come si fa? A Bellinzona sono nato, a Bellinzona vivo, e non ho più nella memoria le prime passeggiate, le sconfitte e le scoperte, le fughe, il rischio del ritorno. Tutto è na­scosto sotto una piacevole coperta di abitudini. Ma per parlare di una città, dicono le guide più avvedute, devi starci da solo per un po’. Non basta esserci cre­sciuto, devi essere in grado di tornarci come nuovo. Potrei camminare con gli occhi bendati. Potrei farlo dopo un’immensa nevicata, di quelle che ridise­gnano le città, oppure potrei scegliere una via dove non sono mai passato. Perché a pensarci bene qua e là ci sono cortili o stradine che non ho mai voluto percorrere, e che potrebbero nascondere qualunque cosa. Sotto la coperta di abitudini, forse barando un poco, mi sono conservato qualche pezzo di mistero.

Trovate qui il testo integrale. Buona lettura… e buon viaggio verso l’ignoto!

PS: La casa dei miei primi anni, per chi conoscesse Bellinzona, si trova in via Guasta. L’ultima fotografia di questo articolo è misteriosa: per capirla, mi sa che dovrete proprio leggere il “Viaggio fuori dallo spazio-tempo”…

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Com’è potuto succedere?

Com’è potuto succedere? Non ricordo bene. Venivo da un periodo tranquillo, ma intuivo che stava per capitarmi qualcosa. Piccoli segnali, sapete, quasi impercettibili: cambiamenti di umore, un po’ d’insofferenza, una certa voglia di novità. Anche se, a pensarci ora, stavo bene dove mi trovavo. Ma che ci volete fare? È la vita. Ricordo che alla fine sono partito in fretta, come sempre. Non ho avuto il tempo di prepararmi, e tutto è stato abbastanza scioccante: la luce, l’impressione di muovermi a una velocità incredibile, una sensazione di dolore e soprattutto l’aria, una massa, una colonna d’aria che mi ha invaso i polmoni, il sangue, il pensiero. Ho cominciato a respirare… anche perché ho capito che non c’erano alternative. Intanto fuori diluviava. Erano le 5.42 del 15 maggio 1978.
A raccontarla così, sembra una gran cosa. Ma non è niente di speciale, credetemi. Lo fanno tutti e il mondo non se ne accorge nemmeno. Diciamo la verità: il 14 maggio era più o meno uguale al 16 maggio, e nessuno (o quasi) badava a me. Ero solo un pezzetto di mondo, come scrive Azzurra D’Agostino nella sua lirica Prima.
FullSizeRenderDall’ultimo mio anniversario ho passato un anno di alti e bassi (come sono più o meno tutti). Ho attraversato i miei guai e ho avuto le mie delusioni: roba di cui non scrivo nel blog… siamo su internet, ma comunque ci vuole una certa discrezione. Ho avuto anche momenti buoni, giorni in cui mi pare di aver capito qualcosa. Leggendo la poesia, che parla del “prima”, ho pensato al “dopo”.
image1Il mondo funzionava senza di me, quando non ero ancora nemmeno un pensiero, e continuerà a funzionare dopo di me. Fra cento o fra mille anni sarà come se io, come se queste mie parole, come se tutti noi non fossimo mai esistiti. Nessuno saprà più niente di noi (a meno che qualcuno diventi un personaggio storico: ma prima o poi tutti vengono dimenticati). E con ciò? Pensieri del genere non devono per forza suscitare tristezza, ma gratitudine e rispetto per questo mistero che possiamo riassumere in una sola parola: esserci. Fino a quando, come, perché? Difficile saperlo con certezza. Ma cercare di esserci, nella maniera più compiuta possibile, non è mai scontato.
Per festeggiare insieme, vi offro ciò che posso offrirvi: parole. Ecco un brevissimo racconto che scrissi un paio di anni fa (non è per niente autobiografico, ma si sviluppa intorno a un compleanno). Buona lettura e buona domenica!

Leggi il racconto “1978”

Ricordo che l’idea per questa storia mi arrivò quando, per caso, ascoltai alla radio una canzone di Battisti. Ero in macchina, nella periferia di Milano, ed era un pomeriggio di sole. Non so perché mi ritrovai a pensare al tempo. Sarà stato l’impasto fra la voce, la musica, il traffico, il suono dei clacson, la fretta dei passanti, le grandi insegne pubblicitarie, la consapevolezza di essere in ritardo per un appuntamento e il sospetto che, forse, tanto per cambiare, mi fossi perso.

PS: La lirica di Azzurra D’Agostino proviene dal volume Quando piove ho visto le rane (Valigie rosse, 2015). Sono belle poesie, capaci di risvegliare l’infanzia.

PPS: Ringrazio Maria Maggini, la madre della madre di mio padre, per avermi confezionato il vestito giallo e blu. Non penso che dove si trova ora abbia l’abitudine di leggere i blog su internet… ma in fondo, chi può dirlo?

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