La mia ipoteca

Venni al mondo il 15 maggio del 1978, in un giorno piovoso proprio come oggi. Era il lunedì di Pentecoste. Mentre sono seduto alla scrivania, di fronte al computer, ascolto i suoni della pioggia: lo scroscio, il picchiettío, il risucchio della grondaia. Magari anche allora, nella mia culla, sentivo gli stessi suoni. Se chiudo gli occhi, se faccio astrazione dal mio corpo, dai miei pensieri pieni di rughe, posso ancora essere lui, cioè io. Posso diventare quell’Andrea intatto e fragile, quel minuscolo ammasso di ossa, carne e respiro.
Si dice che i bambini appena nati sentano soprattutto le frequenze acute, ma sono convinto che quel diluvio furibondo sia penetrato nel mio cervello, almeno in parte. Del resto, spesso nelle orecchie dei neonati resta del liquido amniotico: se non il rumore della pioggia, forse avrò udito l’eco di quel brodo primordiale, dentro il quale avevo abitato per nove mesi come creatura acquatica.
Non è possibile, naturalmente.
Non ascolto più la pioggia nello stesso modo. Infatti ora la chiamo “pioggia”: il nome precisa il fenomeno, lo circoscrive, lo inserisce in una struttura di pensiero. Quella prima esperienza ormai è persa per sempre: nel 1979 già ascoltavo la pioggia in un altro modo. E forse oggi l’ascolto in maniera differente rispetto a un anno fa, anche solo per il fatto di avere scritto queste righe.
A questo punto, ci sta una precisazione. Ho scritto queste righe perché è una tradizione del blog; così com’è tradizione che, insieme ai miei vaneggiamenti, vi appioppi anche un racconto. Eccolo.

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Mi permetto ancora qualche vaneggiamento, approfittando dell’ora mattutina e del fatto che oggi mi sento vicino a quel neonato venuto con la pioggia. Forse è perché in questi giorni sto traslocando: una marea di caos torna a rimescolare le cose della quotidianità, fra scaffali vuoti, pile di scatole, cumuli di libri che si ergono come rovine di un castello. Presto la casa dove abito sarà un ricordo, e la prossima pioggia l’ascolterò dietro finestre che ora mi sono estranee. Ho l’impressione che il trasloco sia un fenomeno temporale più che geografico.
Trans-locare: spostare qualcosa da un luogo all’altro. Ma un anno della nostra vita in fondo non è altro che un luogo, con i suoi armadi, le sue credenze, i suoi cassetti chiusi a chiave, dal lucernario che illumina il solaio pieno di desideri giù fino alle cantine polverose, ai rimpianti, alle malinconie. Quando parliamo, spesso mescoliamo lo spaziotempo: «La prima settimana è quella dove ho fatto più fatica»; «Ci sono dei periodi dove ti sembra che tutto vada bene». Forse è giusto così, forse invecchiare significa caricare le proprie masserizie su un furgone e viaggiare verso un posto nuovo. A ogni trasloco lasciamo indietro qualcosa, ma nello stesso tempo ritroviamo oggetti smarriti: lettere legate con lo spago, fotografie, penne, coltellini, barattoli pieni di conchiglie, quaderni, maschere di carnevale. Una parte di noi vorrebbe indugiare. Un’altra parte s’impigrisce al pensiero di spostare mobili, vestiti, abitudini. Comunque non possiamo farci niente: la casa aspetta, gli anni passano, c’è un’ipoteca esistenziale da pagare.
Ecco, parliamo dell’ipoteca. Non ho deciso io di venire al mondo, di cominciare questa sequela di traslochi. Qualcuno ha pagato per me, quel mattino di maggio. Anno dopo anno, mentre il tempo mi consuma, cerco di pagare le rate del mutuo, gli ammortamenti, le spese accessorie. Su internet leggo che «stipulare un’ipoteca fissa significa vincolarsi a lungo termine, e quindi correre anche un grosso rischio». Capisco bene che sia così. Ma che ci posso fare? La vita è senz’altro «un grosso rischio». Sarà anche vero che  «i contraenti di un’ipoteca dovrebbero sempre leggere attentamente anche le postille riportate in piccolo sul contratto», ma io non ho firmato niente. Sono qui, in mezzo agli scatoloni, e rimugino su come si potrebbe trasportare il pianoforte giù dalle scale.
All’inizio ho scritto: «Venni al mondo il 15 maggio del 1978». In realtà, di primo acchito, avrei voluto scrivere: «Sono venuto al mondo», così per abbreviare la distanza. Ma ora leggo su Wikipedia che «l’estensione dell’ipoteca alle accessioni dell’immobile ipotecato […] finisce con il tradursi in garanzia ipotecaria, su cose future, non menzionate nell’iscrizione ipotecaria». Mi piace quell’accenno alle «cose future». Come tutti i fastidi, anche i traslochi e le ipoteche sono un’occasione per guardare avanti. Così mi viene in mente che forse mi sto sbagliando: non dovevo dire «venni» e nemmeno «sono venuto al mondo». Questa è la frase che mi sembra più corretta: «Verrò al mondo il 15 maggio del 1978».

PS: Scrissi il racconto Sala d’aspetto un pomeriggio d’estate del 2013, in una casa di montagna. Esso vene poi pubblicato sul settimanale “Extra”, allegato al “Corriere del Ticino”. Un paio di mesi prima, mentre aspettavo per una visita di controllo dall’oculista, avevo annotato sul taccuino qualche dettaglio a proposito delle persone che vedevo intorno a me, senza accorgermi che stavo annotando cose su me stesso.

PPS: Alle lettrici e ai lettori fedeli (cioè a chi ha resistito leggendo tutto fino a questo PPS) sono lieto di annunciare che il 9 luglio 2020 uscirà per l’editore Guanda una mia raccolta di racconti brevi: Il commissario e la badante.

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10 pensieri su “La mia ipoteca

  1. Di colpo, mi sono ritrovata a pensare al primo suono udito nella mia vita. E a immaginare che cosa sia questa “ipoteca esistenziale”, quale senso abbiano questi ammortamenti che versiamo anno dopo anno. Domande vertiginose…

  2. Ehi, auguri! Bella la riflessione sull’ipoteca… molto bello tutto l’articolo. Mi sa che invecchiando diventi saggio! 😉

  3. Più che lo sciabordio avrai ricercato quel rumorosissimo battito di cuore che ti aveva accompagnato per tutta la tua esistenza, fino a quel 15 maggio, battito con un ritmo che ci fa amare i bravi batteristi, capaci di riprodurlo, e Mozart, che così spesso l’ha usato. Buon «impacchettaggio»!

    1. Grazie, Lucia! Hai ragione, prima del liquido amniotico, della pioggia, dei tuoni (c’era un temporale), avrò riconosciuto il ritmo della batteria… sul quale – con risultati alterni – cerco ancora oggi d’improvvisare.

  4. Auguri, Andrea!
    Bello questo passaggio sul tuo blog, questa ipoteca sul trascorrere dei giorni.
    Attendo “Il commissario e la badante”, per il quale ti faccio i migliori auguri!

    1. Grazie, Paola! Spero che i racconti ti piaceranno: i personaggi ricorrenti sono un vecchio poliziotto in pensione, non più del tutto autosufficiente, e la sua badante tunisina.

  5. Ricordo anche che, oltre a trans-locare, si potrebbe tirare in ballo anche il termine metafora, dal lat. metaphŏra, dal gr. metaphorá, der. di metaphérō ‘trasferisco’ .
    Buon trasloco, metaforico e non 🙂

    1. Grazie mille, Sebastiano, per la tua preziosa annotazione. In questi giorni complessi – quando insieme a scatole, vestiti, libri e utensili anche i pensieri si mescolano in maniera confusa – potrò attingere a questa consapevolezza: il trasloco è un atto (ri)creativo. Trasferire cose da uno spazio (da un mondo) all’altro: ecco una possibile definizione della poesia.

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