Merlità

C’è una poesia di Toti Scialoja che dice: L’uccello nero / salta leggero, / si chiama merlo / senza saperlo. L’altro giorno, tanto per fare conversazione, l’ho recitata a una bambina, suscitando grandi risate. Le ho chiesto per quale motivo ridesse e lei mi ha spiegato che il merlo era buffo, perché non sapeva nemmeno chi era. Allora mi sono informato: E tu lo sai chi sei? La bambina mi ha rivelato il suo nome, poi mi ha detto: Anche tu sai chi sei, no? Certo, le ho risposto, io sono il merlo.
fullsizerenderCi sono giornate così, da merlo. Saltelliamo leggeri (o più spesso arranchiamo pesanti) senza sapere bene chi siamo veramente. A volte, risalire a sé stessi è un’impresa. Nella maggior parte dei casi, cerco di avvicinarmi alla mia identità per mezzo del lavoro, ma talvolta è il lavoro stesso a privarmi di consistenza. Per farla breve, il mio mestiere è scegliere parole da presentare a chi vuole ascoltarmi. È chiaro allora che si crea un divario fra le mie parole e il mio “io”. Che le mie storie siano i miei saltelli? Che siano proprio loro a nascondermi il mio essere merlo?
copia-di-fullsizerenderBene, mi rendo conto che questi ragionamenti possano sembrare sintomo incipiente di schizofrenia. Provo a spiegarmi con un esempio. Il critico musicale Alain Gerber, nel suo Balades en jazz (Gallimard 2007), racconta di un incontro con il grande sassofonista Stan Getz (1927-1991). Siamo nel famoso locale “Chat qui pêche” di Parigi, un sabato pomeriggio. È un’ora senza incanto: nel seminterrato il giorno arriva come un filo di luce grigiastra, e fra le pareti ristagna ancora il fumo della notte precedente. Il sax di Stan Getz pende inerte dal suo braccio, mentre lui è assente, quasi stordito. Gerber è imbarazzato: poco prima ha visto Getz comportarsi in modo ridicolo, protestando per delle sciocchezze, scoppiando a piangere come un bambino. Aveva gridato, era diventato tutto rosso. Gerber riflette con amarezza: Quando l’avevo incontrato nei dischi in cui era di poco più vecchio di me, una dozzina di anni prima, l’avevo preso per un re di questo mondo. Confondiamo sempre i musicisti con ciò che non sono: in particolare, li confondiamo facilmente con la loro musica. Davanti ai miei occhi, il gigante si era trasformato in un bambino viziato. Odioso, irascibile e precario. Gerber non vuole rinunciare alle illusioni di gioventù, alla semenza ancora verde di un amore puro. Con uno slancio disperato, si mette allora a canticchiare Hershey bar, una di quelle melodie che avevano incoronato Stan Getz nei miei sogni, in passato. Il musicista si gira, lo guarda, fa un sorriso un po’ di gomma e si porta il sax alle labbra.

Quando suona, accade una sorta di prodigio, come se Stan Getz conoscesse da sempre Alain Gerber: le sue frasi leggevano in me come in un libro aperto. Il critico riflette: mai un concerto fu tanto privato come quello. Nello stesso tempo si rende conto di essere davanti a un enigma: qualcosa che possiedo senza comprenderlo. Ha l’impressione di aver colto un riflesso di paradiso: comme un reflet d’un paradis où l’on ne saurait pas son nom. Il paradiso allora significa scordarsi il proprio nome? In questo caso il merlo di Scialoja sarebbe sulla via giusta… ma non ne sono convinto. Getz era un uomo pieno di limiti, infantile, schiavo della droga; tuttavia, mediante il suo strumento, aveva il dono di creare una bellezza straordinaria. Qual è il vero Stan Getz, fra i due che si sono manifestati quel sabato pomeriggio in un seminterrato parigino? Non riesco a rispondere: per me lo sono entrambi. Forse non sono necessari i limiti, perché sorga la bellezza; ma di fatto mi pare che nel nostro mondo accada sempre così: la voce più pura nasce dall’imperfezione, e non c’è melodia sublime che non celi nel profondo una ferita.
Perciò, nel mio piccolo, cerco di stare lontano dalla pericolosa suddivisione fra le mie parole e il mio cosiddetto “io autentico”. So che anche quando invento storie dissemino qualcosa di me; e quando parlo delle mie faccende qui sul blog, non sempre riesco a trasmettere l’essenza del mio pensiero. Anzi, ogni tanto parto per dire una cosa e alla fine mi accorgo di averne detta un’altra. Chissà, magari capiterà anche stavolta…
image1Un tempo, nella scrittura, ero un perfezionista: come se tutto dipendesse dal mio scegliere le parole giuste. In parte lo sono ancora. Ma cerco di imparare ad accogliere gli imprevisti; e forse è anche per questa ragione che ho deciso di suonare il sax (ne ho parlato qui). Non ho nemmeno un centesimo della grazia di Stan Getz, naturalmente. Quando suono non mi trovo sul mio terreno – come accade invece quando uso le parole – e di continuo devo fare i conti con la differenza fra ciò che vorrei e ciò che sono. Ma non è così anche quando scrivo, in un certo senso? Per quanto possa pianificare e costruire, c’è un nucleo segreto al quale non accederò mai. In altre parole, anche quando il merlo scopre di essere merlo, non saprà mai fino in fondo in che cosa consiste la sua “merlità”. È una sofferenza? Direi di sì, è una continua incertezza; ma sapere tutto, forse, sarebbe ancora peggio. Ogni gesto creativo, ogni atto di comunicazione è in gran parte misterioso. Come cantava Gianmaria Testa: …e non sapremo mai / da che segrete stanze / scaturisca il canto / e da quali lontananze, paure, rabbia / tenerezza / o rimpianto / e da quale nostalgia / prenda voce e parta / questa lunga scia / che ancora adesso / e imprevedibilmente / ci porta via.

PS: La poesia di Scialoja viene da Amato topino caro (Bompiani 1971); si trova pure nella raccolta Versi del senso perso (Einaudi 2007). La canzone di Testa è presa dall’album Extra-muros, pubblicato nel 1996 (Tôt ou tard) e poi ancora nel 2005 (Harmonia mundi). L’incisione di Hershey bar è avvenuta a New York il 17 maggio 1950; insieme a Getz ci sono Al Haig al pianoforte, Tommy Potter al basso e Roy Haynes alla batteria; il brano si trova in The complete Roost sessions (Definitive Classics 2008). Non so a quale epoca risalga l’aneddoto di Gerber (nel libro non lo specifica), ma credo che sia negli anni Sessanta. I merli sono quelli del gioco Il mio primo frutteto (Erster Obstgarten, Haba 2009). La fotografia di Stan Getz è di Giuseppe Pino, tratta dal volume Sax! (Earbooks 2005).

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Il gusto della birra

In uno dei suoi madrigali, Michelangelo Buonarroti paragona l’artista alla natura: entrambi giungono alla perfezione dopo un lungo apprendistato. Così come la natura impiega secoli a modellare le sue bellezze (fra cui la donna alla quale Michelangelo dedica la poesia), così l’artista: Negli anni molti e nelle molte pruove / cercando, il saggio al buon concetto arriva / d’un’imagine viva / vicino a morte, in pietra alpestra e dura; / ch’all’alte cose e nuove / tardi si viene, e poco poi si dura. Insomma: ormai vicino a morire, il saggio (l’artista) arriva a realizzare nella pietra alpestre e dura l’idea di un’immagine viva, perché si arriva solo in tarda età alle opere migliori e più originali. Non so se sia vero. In un certo senso è consolante, perché vuol dire che c’è sempre un margine di miglioramento, e che la vecchiaia può conoscere lo slancio della novità.
FullSizeRenderMa anche la natura raggiunge la perfezione prima di morire? Forse… basti pensare alla dolcezza di certi autunni. A differenza degli artisti però, la natura risorge ogni anno ed è originale sempre, nel fulgore della primavera così come nel sonnolento ronzio dell’estate. Basta camminare per le strade, in questi giorni, per accorgersi che non ha perso la mano. Come per caso, oltre un muretto, alzo gli occhi e mi imbatto nel mandorlo di Van Gogh. Quasi centoventi anni dopo le pennellate dell’artista, il ramo fiorito non mostra segni di stanchezza: è sempre lui, vestito a festa, tenacemente fragile sullo sfondo del cielo. Dopo qualche secondo mi rendo conto che il mandorlo non è un mandorlo, è semplicemente il solito vecchio ciliegio del mio giardino. Ma che differenza fa? La primavera è un’artista proprio perché trasforma i mandorli in ciliegi, la realtà in opere d’arte e le opere d’arte in realtà. Senza cedimenti organizza ogni anno una nuova mostra, e ogni anno è un successo. Di critica e di pubblico.
IMG_0012È curioso quando, camminando, capita d’imbattersi in un paesaggio o in una situazione di cui si è giunti a conoscenza tramite un gesto artistico. Ecco uno scorcio inedito, che mai si è presentato proprio con questi colori e che mai tornerà… eppure l’ho già visto in un quadro, l’ho già incontrato in un film. Ecco un odore, una sensazione che sarebbero nuovi se non ne avessi già letto in un romanzo.
Ogni primavera, per esempio, di solito nel mese di aprile o di maggio, mi concedo una birra insieme al commissario Maigret. Bisogna che sia una di quelle giornate che alla primavera riescono solo tre o quattro volte l’anno – quando ci si mette d’impegno –, una di quelle giornate che bisognerebbe gustare senza fare niente, così come si gusta un sorbetto, una vera giornata da ricordo d’infanzia. Allora mi trovo un posto tranquillo dove bermi una birra, mentre guardo la gente che passa. Non trascorre un minuto senza che io avverta una presenza massiccia, alle mie spalle. Non mi volto, per discrezione, ma so che è arrivato. Sento il rumore di una sedia, lo strofinio di un fiammifero. Ed ecco, infine, l’odore inconfondibile del tabacco Caporal gris.
FullSizeRenderTutto era buono, leggero, inebriante, di una qualità rara: il blu del cielo, il fluire morbido di una nuvola, la brezza che all’improvviso vi accarezzava all’angolo di una strada, e che faceva fremere i castagni quel tanto che basta per indurvi ad alzare il capo verso i loro grappoli di fiori zuccherati. Un gatto sul davanzale di una finestra, un cane steso sul marciapiede, un calzolaio con il grembiule di cuoio sulla soglia, un volgare autobus verde e giallo che passava, tutto era prezioso quel giorno, tutto vi metteva allegria nell’anima, ed è per questo senza dubbio che Maigret conservò per tutta la vita un ricordo delizioso del carrefour di boulevard Saint Germain e della rue des Saints-Pères, ed è sempre per questo che, più tardi, gli capitò spesso di fermarsi in un certo caffè per bere, all’ombra, un bicchiere di birra che purtroppo non aveva più lo stesso gusto.
Nessuna birra ha mai lo stesso gusto, che ci volete fare? È lo strazio della nostra umanità, della nostra imperfezione. Però, per fortuna, ci sono sempre nuove birre, nuove primavere, nuovi ciliegi, mandorli, madrigali e commissari tutti da scoprire.

PS: Il madrigale di Michelangelo è stato scritto negli anni ’30 o ’40 del XVI secolo. Trovate qui il testo completo, tratto dal Canzoniere pubblicato da Guanda nel 2015 (a cura di Maria Chiara Tarsi). La prima fotografia di questo articolo è la copertina del libro: Daniele da Volterra, volto di un apostolo con le fattezze di Michelangelo per l’Assunzione Della Rovere, matita nera su traccia a punta di piombo, 1550-52, Haarlem, Teylers Museum.

PPS: La scena con Maigret proviene dal racconto Le client le plus obstiné du monde, scritto il 2 maggio 1946 e pubblicato nel 1947 nella raccolta Maigret et l’inspecteur Malgracieux. L’immagine di Maigret seduto al tavolino è di Jacques de Loustal, che ha pubblicato delle storie illustrate di Simenon per l’editore Carnets Omnibus.

PPPS: Joy Spring, scritta da Clifford Brown, è interpretata nel 1981 da Stan Getz. Quando suona lui, è come se la primavera soffiasse dentro il sax…
(Insieme a Getz, Lou Levy al piano, Monty Ludwig al basso e Victor Lewis alla batteria; il brano proviene dall’album The dolphin).

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