“Lezioni private” in bicicletta

Mi piace scrivere di lavoro. Non so se dipenda dal mio gusto per l’ozio creativo (chiamiamolo così) o dal mio percorso professionale talvolta complesso. Amo guardare i gesti di chi è immerso in un mestiere, seguirne i tentativi, le sconfitte, le soluzioni. E se il lavoro non va? Ho provato a partire da questa situazione in un raccontino offerto gratuitamente in ebook da Guanda (lo trovate su Amazon).

Scarica gratuitamente l’ebook di “Lezioni private”

C’è di mezzo Contini con la sua routine: piccoli furti, ripicche, animali smarriti. Nella dolcezza di un autunno dorato che sfuma in inverno, l’investigatore si pone una domanda che prima o poi ci poniamo tutti: a che cosa serve il mio lavoro?
FazioliLEZIONIebook-bit01Una volta andavano di moda i detective privati: da Sherlock Holmes a Nero Wolfe, da Philip Marlowe a Pepe Carvalho. Oggi pare che gli autori preferiscano i poliziotti, forse perché sembrano più realistici. L’investigatore privato è più romantico, con quello strascico d’impermeabili e smorfie alla Bogart, ma anche più inverosimile. Certo, le agenzie d’investigazione esistono, ma di solito sono poco romanzesche; ed è proprio su questa discrepanza fra reale e immaginario che vorrei lavorare. Nel racconto “Lezioni private” Contini finisce in una storia più grande di lui. Naturalmente protesta, agisce quasi controvoglia. Controvoglia? Contini non lo ammetterebbe mai, ma sotto sotto si diverte a fingere di essere un vero detective, un tenebroso private eye
Mi accorgo però che sto eludendo la domanda: a che cosa serve il mio lavoro? Ci pensavo l’altro ieri, quando sono andato a fare un giro in bicicletta, poco dopo aver tenuto un laboratorio in un liceo. Per due ore avevamo parlato di storie, d’immaginazione, provando a buttare sulla carta le cose impalpabili che si aggirano dentro di noi. In fondo, era uscito l’aspetto piacevole della scrittura: l’intuizione, la creatività. Dopo aver salutato i ragazzi, mentre arrancavo in bicicletta, mi è venuto in mente anche l’altro aspetto. Perché scrivere assomiglia un po’ alle prime salite della stagione, quando le gambe sono ancora arrugginite e, a metà strada, non sai come riuscirai ad arrivare in cima.
image1-2La via si arrampicava tra i vigneti, dolcemente, con il sole che si posava di traverso e allungava le ombre. Io avevo il fiato corto, i muscoli cigolanti. Perché tanta fatica? Che cosa ci trovo di bello, a che scopo? Ecco, forse la risposta si trova lassù, nella panchina in cui mi siedo sempre prima di scendere e tornare a casa. Non saprei spiegarmi meglio, ma credo che qualcosa di essenziale si nasconda in quel cielo così intimamente blu, in quei minuti di quiete. Nel gesto di bere un po’ d’acqua. O nel lasciare che i pensieri divaghino, mentre mi dedico alla prima fra tutte le occupazioni umane: respirare.
Ho trovato una sorta di risposta anche in una lirica di Cesare Viviani. In ogni attività, infatti, mi pare decisiva la capacità di ricevere (oltre che di respirare).
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PS: La poesia è tratta da Credere all’invisibile (Einaudi 2009).

PPS: Di lavoro, o della sua mancanza, avevo già parlato qui, a proposito del romanzo L’arte del fallimento (ormai imminente: arriva il 18 febbraio).

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L’importanza delle volpi

L’altro ieri ho visto una volpe. Può sembrare un fatto banale, ma per me è importante. È stato come un segnale, un richiamo verso le zone più oscure della mia identità: nella mia vita la volpe ha sempre svolto il ruolo di custode del mistero. Così vicina, eppure così lontana. Così prossima all’uomo e così irrimediabilmente selvatica. Stavo guidando su una strada di campagna, quando con la coda dell’occhio ho colto un guizzo. Il tempo di rallentare e la volpe era lì.
image1-2Ho frenato. Per qualche secondo siamo rimasti immobili, io e la volpe. Poi ho allungato una mano verso la portiera e in quel momento lei si è allontanata, trotterellando. Allora ho spento i fari, sono uscito dalla macchina. Tutto era buio. Sentivo il vento fra gli alberi e il ronzio di un’automobile che passava da qualche parte. Faceva freddo, tanto che ho battuto i piedi per terra. Ma subito ho pensato: fermo, così la spaventi. Naturalmente la volpe non c’era più, ma io ero convinto che fosse ancora lì, da qualche parte, a spiarmi. Mi sono schiarito la voce, era da un po’ che non parlavo, e ho detto:
– Ehi! – Silenzio. – Ehi! – ho ripetuto.
La volpe non mi ha risposto (non siamo in quel genere di storia). Subito, tempo un paio di secondi, ho colto la scena nella sua portata reale: un tizio che grida in un campo deserto, nel cuore della notte. Meglio tornare a casa. Sono ripartito, ma nei pensieri mi è rimasta la scia di quell’incontro notturno.
IMG_1428-2La volpe scende fino alle nostre case, fruga nei resti delle nostre vite. Ma non si lascia addomesticare (solo dal Piccolo Principe, e anche in quel caso non è stato semplice). Elegante e furtiva, è simbolo della parte segreta del mondo, di tutto ciò che non arriverò mai a svelare completamente. Perciò nelle mie storie si trovano spesso delle volpi: quando si scrive, si ha sempre la speranza di raggiungere un segreto.
Per esempio, l’investigatore Elia Contini cammina nei boschi e ama fotografare le volpi. Questo tratto caratteriale non è il solito tic più o meno simpatico, ma nasce da un’esigenza narrativa. Contini normalmente indaga su piccole cose – furtarelli, ripicche e gelosie – però non rinuncia, non si abbandona alla routine; e infatti, di notte, va a cercare le volpi.
Quando scrivo cerco sempre di non avere tutto sotto controllo. Mi preparo, penso all’idea generale della storia, ma sto con il fiato sospeso, perché so che ci saranno degli imprevisti… E quale miglior bandiera, per l’imprevisto, della coda rossastra di una volpe?
Anche gli antichi e sapienti maestri giapponesi erano ben consci del valore di questo animale. Infatti uno di loro ci ha lasciato un prezioso haiku: La volpe va / nel folto dell’estate – / Ma chi la vede?

PS: Se qualcuno volesse come Contini seguire le tracce delle volpi, può essere utile il volume da cui ho rubato una delle immagini di questo articolo: Jean-Pierre et Yan-Chim Jost, Le Renard. Aspect, comportement, urbanisation, Cabédita 2005. Non è male anche Le renard, di Jean-Steve Meia (Delachaux et Niestlé 2008). Sto cercando qualcosa di buono in italiano (se avete qualche suggerimento, fatemi sapere).

PPS: L’immagine della volpe fatta di parole è tratta da un’incisione a bulino eseguita da Paolo Foletti per la raccolta di poesie ornate Bestie (Atelier Calcografico, Novazzano 1997), con i testi di Ugo Petrini.

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Working poor

Quando finisco un romanzo, mi piacerebbe riuscire a dimenticarlo. Copia di image1-2Se ci penso, mi preoccupo: sarò riuscito a dire ciò che volevo? Ci sarà qualcuno che apprezzerà il mio tentativo? Forse avrei dovuto scrivere diversamente, ma ormai è tardi.
Stavolta poi è ancora peggio, perché il titolo è L’arte del fallimento. E se il romanzo stesso si rivelasse un fallimento? Sarebbe elegante, dal punto di vista stilistico, ma… be’, diciamo che la mia coerenza non si spinge fino a questi estremi.
Ecco dunque che anche il blog può rivelarsi utile. Un paio di mesi fa ho già anticipato un brano del romanzo (lo trovate qui), e ora vorrei proporne un altro. Per me è un modo di restare nell’atmosfera, riflettendo sul mio lavoro.

Non è facile essere poveri in un paese ricco. C’è chi dice: almeno non si muore di fame. E c’è chi ricorre all’inglese: working poor. Come se l’essere working, pensava Contini sulle scale dell’Ufficio Fallimenti, potesse lavare l’onta del poor. Le facce che incrociava salendo forse non avevano fame, ma erano divorate dalla vergogna. È come uno di quei vermi che ti rodono l’intestino, finché qualcuno ti fa capire che, sì, puoi diventare povero, ma hai tutto l’interesse a fingere di non esserlo. Si fermò per far passare una coppia di giovani vestiti bene. Stavano litigando, ma smisero subito appena notarono la presenza di un estraneo.
Sei povero? Guarda gli altri, quelli che sono working e basta, fa’ come loro. È sottilissimo il diaframma che separa il precetto esecutivo dalle vacanze a Djerba, la Mercedes in leasing dal pignoramento dell’impianto stereo. Contini si fermò ad ascoltare sull’ultima rampa: prima di uscire sulla strada, credendosi al sicuro, i due giovani ricominciarono a litigare.
Non è permesso balzare da uno status sociale all’altro. Soltanto nelle fiabe il principe ruzzola fra i mendicanti e la sguattera s’infila a corte. Nei paesi civili queste operazioni richiedono documenti, pratiche, verifiche a domicilio. Come sacerdoti aztechi, i funzionari dell’Ufficio Fallimenti accompagnano le vittime al sacrificio: archiviano i compromessi, le speranze fasulle e, infine, registrano in triplice copia il tonfo.

Non è un brano decisivo, anzi, è una divagazione. Ma forse anche i brani marginali possono rivelare qualcosa della tonalità di un romanzo.
image1-2Non voglio rimuginarci troppo. Ho sempre creduto che la miglior tecnica di scrittura sia pensare ad altro. È il giorno dell’Epifania: appena finirò questo articolo approfitterò del sole e andrò a farmi un giro in bicicletta. Il pezzo lo pubblicherò domani (tanto, che cosa cambia?). Oggi lascerò che la mente passeggi fra cose concrete: nuvole, montagne, battiti del cuore. Prometto comunque di pensare ogni tanto a Contini e agli altri personaggi; e fino al 18 febbraio, quando il romanzo arriverà in libreria, cercherò di non dimenticarmi ciò che ho scritto (sembra facile, ma ricordate: è L’arte del fallimento…). Dopo l’uscita del libro, se ne avremo l’occasione, qualche volta potremo discuterne insieme.

PS: Avevo già parlato dell’Ufficio Fallimenti: potete trovare qui l’articolo.

PPS: Se foste curiosi, il giro in bicicletta è andato bene. Percorso misto: salita e pianura, ma soprattutto salita. Un po’ di fatica all’inizio, poi ho trovato il ritmo. Poche automobili, aria fredda, il silenzio appena velato dal mormorio lontano dell’autostrada.

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