Myaungmya

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Maggio
Hanafuda: Iris / Ponte
Luogo: Myaungmya, Myanmar (Birmania)
Coordinate: 16°31’20.5″N 95°10’56.7″E
(Latitudine 16.52237; longitudine 95.18241)
È una calda giornata di maggio. Alle sei di sera sono seduto da solo al tavolo di un bar, davanti a un parcheggio. Sto pensando a un quadro di Van Gogh intitolato Iris. L’artista lo dipinse nel maggio 1899, un anno prima di morire, quando era ricoverato nell’ospedale del monastero di Saint-Paul-de-Mausole, a Saint-Rémy-de-Provence. Dopo una settimana di degenza, Van Gogh si affidò alla vivacità, alla leggerezza, all’incanto di questi fiori per non sprofondare nella solitudine e nella malattia. Fece in modo che il viola si stagliasse sul verde e sul bruno, e cercò di trovare pace nella precisione del suo lavoro, nel gesto abituale, mostrando ancora una volta quanto un semplice giardino non sia mai soltanto un semplice giardino.
Ordino un bicchiere di vino bianco secco. Bere un aperitivo da solo è un’attività che consente di rallentare il tempo, almeno in apparenza. Il mio pensiero spazia dalle iris della Provenza alle chiacchiere dei miei vicini di tavolo. Osservo una macchina che tenta di parcheggiare. Vedo il segno L della scuola guida e capisco che l’automobilista dev’essere alle prime armi… infatti l’operazione fallisce. Allora pilota e co-pilota si scambiano di posto: la ragazza che era alla guida cede il posto alla donna che la stava istruendo. Ma nemmeno quest’ultima è in grado di parcheggiare la macchina. Le due, nervosamente si scambiano di posto un’altra volta. Di colpo, noto una cosa straordinaria: la conducente e l’insegnante sono la stessa persona! Entrambe vestite con leggins e maglietta nera, entrambe con i capelli ricci e neri fino alle spalle, con gli stessi identici lineamenti.
Mentre infine una delle due riesce a parcheggiare, capisco meglio la scelta di Van Gogh, la scelta di ogni artista. C’è sempre una spiegazione banale: le due ragazze sono sorelle, vicine per età e molto simili d’aspetto; oppure sono madre e figlia, e la madre è estremamente giovanile. Ma noi davvero vogliamo le spiegazioni banali? Davvero il nostro pensiero non preferisce navigare verso l’impossibile? Basta poco. Io che faccio scuola guida a me stesso. Il mio doppio che riesce a parcheggiare dove io ho fallito.
Mi è capitato di ripensare all’oscillazione fra reale e immaginario sulla strada fra Kyonmange e Myaungmya, nel sud della Birmania (o del Myanmar). L’automobile procede lungo una strada sterrata. Alla guida c’è un uomo sulla sessantina, che mi ha detto di chiamarsi U Kan e che, in un misto tra inglese e francese, prova a spiegarmi perché il paese dei suoi sogni non sarà mai come quello reale.
Mi spiega che stiamo costeggiando l’Irrawaddy, il grande Fiume Madre. Mi dice che da bambino amava navigare con la barca di suo zio nel mezzo della corrente. Stava sdraiato nel fondo dell’imbarcazione, con il cielo negli occhi. Poi si rialzava e il paesaggio appariva meraviglioso: le variazioni di colore dell’acqua, le foreste, i piccoli porti, le città, i delfini di fiume…
– At that time there were still dolphins – borbotta. – It was the childhood. But c’était la misère. We everytime hungry, we scared.
Il Myanmar (o Birmania) resta fra i paesi più poveri del mondo. Inoltre la violenza non è mai lontana: le minoranze cristiane e islamiche sono perseguitate da gruppi di fondamentalisti buddisti.
– My name is Kan. C’est la fortune, the luck… – il mio autista scoppia a ridere. – We are alive… we are all lucky, okay, c’est la belle vie, non?
Il fiume Irrawaddy (ဧရာဝတီမြစ်) nasce sull’Himalaya, a quasi seimila metri di quota, e scorre per 2170 chilometri prima di gettarsi nell’Oceano Indiano. Mi sono informato: in effetti i delfini di fiume, cioè le orcelle asiatiche (Orcaella brevirostris) sono in via di estinzione. Il mio autista, nonostante tutto, si dice speranzoso.
– Kò – mi chiama. – Kò, we have a great river.
A dodici chilometri dalla città di Kyonmange, ci fermiamo a Myaungmya. Facciamo due passi tra i campi, sulla destra. Davanti a noi c’è un ponte che supera un canale perpendicolare all’Irrawaddy. Il mio autista dice che gli piacciono i ponti. La sua opinione è che dovrebbero fare più ponti. Io penso a Van Gogh, alle gemelle della scuola guida, al passaggio precario tra la quotidianità e l’immaginazione. Gli dico che anche a me piacciono i ponti. Lui si fa pensieroso. A proposito, mi chiede, perché ho voluto fermarmi proprio qui? Che cosa sono venuto a cercare a Myaungmya?
Rimango per un attimo in silenzio. – I don’t know – rispondo.
Lui scoppia a ridere. – Ah, c’est la belle vie – ripete. – C’est la belle vie…

HAIKU

Splende nel calice
un vino bianco freddo.
È quasi estate.

 

PS: Questo è il quinto “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo e aprile.

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Igarapeba

[“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.]

Aprile
Hanafuda: Glicine / Cuculo
Luogo: Igarapeba, São Benedito do Sul, Pernambuco, Brasile
Coordinate: 8°48’09.8″S, 35°54’15.7″W
(Latitudine -8.80271; longitudine -35.90437)

Mi sono allenato poco. Le giunture scricchiolano, i muscoli inviano al cervello messaggi di protesta. Salgo sui pedali, poi mi siedo e tento di respirare con regolarità. Cerco il passo giusto, l’andatura che mi permetta di arrivare in cima. Per la prima volta le temperature sono quasi estive, il sole avvampa, ovunque lungo la via ronzano insetti e tosaerba. Un’altra curva. La strada è sempre più ripida. La fatica mi aggredisce, mi prende alla gola. I polmoni chiedono aria. Da qualche parte intorno a me, come a ritmare la mia pedalata, arriva il canto di un cuculo. Il battito frenetico del mio cuore in qualche modo si accorda a quel basso continuo, a quella sillaba ripetuta sempre alla stessa altezza, nella stessa tonalità.
Il mondo, filtrato dalla fatica, appare più calmo, più armonioso. Il mio affanno mi spinge a pensare a ciò che manca, a ciò che resta fuori dal quadro. Qui, altrove, a un passo da me, dietro lo scintillìo del presente si cela il mondo opaco, il mondo impreparato alla primavera. Le persone ferite, le cose che non vanno, chi non procede al passo degli altri, chi sanguina da una ferita che non si rimargina nemmeno al sole dei giorni migliori. Dopo un tratto di pianura, affronto un’altra salita. Dal prato alla mia destra salta fuori una cavalletta e si posa proprio davanti alla ruota. Tutto avviene in un lampo. La bicicletta avanza, sovrasta l’animale. Ma all’ultimo istante, appena prima di finire spezzata e travolta, la cavalletta balza di nuovo, fugge, torna al suo prato.
Il tempo, il momento giusto. Sto avanzando ancora in bicicletta, ma stavolta lungo un altopiano a São Benedito do Sul, nello stato brasiliano del Pernambuco. Il mio obiettivo è il villaggio di Igarapeba: in linea d’aria è a un paio di chilometri, ma in bicicletta, secondo i miei calcoli, sarano dieci chilometri. Poi vorrei scendere verso sud, fino all’agriturismo Fazenda Mambuca, dove trascorrerò la notte. Ma per arrivarci devo prima capire come raggiungere la strada carrozzabile. Il viottolo sterrato che mi ha portato fin qui si è perso nell’aia di una fattoria. Le nuvole incombono basse, minacciando pioggia. Dicono che da queste parti si possono ammirare cascate stupende, ma al momento intorno a me vedo solo erba e polvere.
Mi avvicino alla fattoria. Chiamo. Dopo un paio di minuti, si affaccia un uomo corpulento, sulla cinquantina. Mi viene incontro.
– Para onde vais?
– Igarapeba.
– Você anda de bicicleta?
Annuisco. L’uomo fa un sospiro. Mi stringe la mano.
– José.
– Andrea.
Dopo avermi offerto un bicchiere d’acqua, José prova a disegnarmi la strada su un pezzo di giornale. In realtà, mi spiega, il tratto più difficile sono i primi cinque o seicento metri: devo spingere la bicicletta a mano fra i campi, trovare il modo di attraversare il fiume e arrampicarmi fino alla strada. José mi dice che la strada sale per qualche chilometro, ma poi è tudo em declive, è tutta discesa fino a Igarapeba. Prima di salutarmi, José mi consiglia di fermarmi al bar Encontro Dos Amigos in rua do Comercio, se è aperto, e di scolarmi una birra alla sua salute.
Il momento giusto. Il posto giusto. Essere nel terrazzo di un bar, a Igarapeba, all’ombra di un albero o di una pergola, a bere una birra che lavi tutta la polvere del viaggio. Una birra fresca, il sudore sulla pelle. Gli occhi sazi di colline, campi, erba lisciata dal vento. Mentre spingo la bicicletta verso il fiume, rifletto sulla semplicità della mia situazione: lo sforzo fisico, la sete, il desiderio di sedermi a un tavolo, di scambiare due parole con uno sconosciuto. Cerco d’immaginare la mia meta. Un piccolo bar dalle pareti appena intonacate, una terrazza coperta di glicine. Il bianco, il viola. Una birra che, nel pensiero, diventa sempre più fresca, sempre più rigenerante.
Questi desideri banali mi parificano al mondo, mi ancorano alla cosiddetta “attualità” più del flusso d’informazioni che invade il mio telefono. Penso al vecchio pezzo di giornale dove José ha disegnato la strada. Che ci sarà stato, su quel giornale? Le solite polemiche, i soliti discorsi sui massimi sistemi, la retorica dello sport, il miagolìo della cultura, la politica con le sue parole – destra, sinistra, volontà popolare – sempre più prive di senso, sempre meno adatte a descrivere il buio, il terrore, ma anche la meraviglia e l’incanto dell’attimo presente.

HAIKU

In bicicletta –
Il cuculo sorprende
la mia fatica.

 

PS: Questo è il quarto “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraio e marzo.

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Makuya

[“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.]

Marzo
Hanafuda: Ciliegio / Tenda
Luogo: Makuya, Lualaba, Congo
Coordinate: 9°29’11.1″S, 21°53’15.3″E
(Latitudine -9.486342; longitudine 21.88759)
Sto pensando alla prima volta in cui ho visto il mondo dall’alto. Non il mondo intero, naturalmente, ma una porzione di esso: una città, un prato o un fiume che scorre sotto un ponte. Se mi affido alla memoria, scorgo me stesso fra i rami di un grande ciliegio. Ricordo la vertigine, le teste dei miei famigliari sotto l’albero, le braccia di mio zio che mi sorreggevano. Sento il brivido di chi si avventura in un mondo nuovo, dove tutto è diverso, tutto ha un’altra consistenza. Invece di solida terra, rami sempre più fragili a salire; invece di strade, piste avventurose di foglie e corteccia. E poi lo sfolgorìo delle ciliegie, la loro dolcezza, il nocciolo da sputare verso il basso, come un gesto di addio al vecchio mondo orizzontale.
Il ciliegio non esiste più da anni. Oggi in mezzo al prato spunta un ceppo. Il tronco, i rami, l’ombra nei pomeriggi assolati… tutto ciò vive solo nella memoria. Provo a ricostruire quell’ombra, a rifugiarmi nella sua frescura mentre cammino in mezzo alla savana, nel sud ovest del Congo. Il cielo è nuvoloso, l’aria è piena di umidità. Sono zuppo di sudore. Mi fermo e bevo un sorso d’acqua, mentre cerco di orientarmi fra l’erba alta e gli arbusti. Davanti a me, a qualche centinaio di metri, scorgo una macchia di foresta più fitta. Controllo la mappa e mi accorgo che sto andando nella direzione sbagliata (o almeno credo). Mi volto dall’altra parte e riprendo a camminare. La pista dovrebbe essere a un paio di chilometri. A quel punto, dirigendomi a nord, dovrei arrivare a un villaggio poco distante dal fiume Kasai.
Le cinghie dello zaino s’incidono nella pelle. Piove, poi smette. Ho bisogno di udire una voce, di sapere che c’è qualcuno in fondo a questa pianura. Mi sento come se una tenda invisibile mi avesse separato dalle case, dalle famiglie, dalle risate e dalle urla, dall’odore del cibo e della pelle, da tutto ciò che è umano. Oltre la tenda c’è tutta la mia vita, il passato e il futuro, ciò che potrei essere, che dovrei essere: il bambino sul ciliegio, l’adolescente che si perde nei romanzi, il figlio, il padre, l’uomo che scrive e quello che sta in silenzio, il moribondo, la creatura appena nata.
Rifletto sulla sofferenza di questo paese. Le ferite sono aperte: nonostante le elezioni dello scorso dicembre si siano svolte senza violenza, molti contestano i risultati. Ci sono gruppi armati, proteste, ampie zone di terreno minato. Ma forse qui, a più di novecento chilometri in linea d’aria da Kinshasa, l’eco delle battaglie è più fievole. Un passo dopo l’altro, mi avvicino alla pista. Un pensiero dopo l’altro, cerco di guardare di là dalla tenda.

HAIKU

Guardando giù
dall’alto di un ciliegio
vedo me stesso.

 

PS: Questo è il terzo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaio e di febbraio.

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Muling

[“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.]

Febbraio
Hanafuda: Pruno / Usignolo
Luogo: Muling, Mudanjiang, Heilongjiang, Cina
Coordinate: 44°49’25.9″N, 130°35’12.8″E
(Latitudine 44.82385; longitudine 130.58689)
«Ho avuto la gastrite», dice una donna al telefono nella piazza deserta. Io la osservo dall’alto, seduto sul terrazzo. Accanto a me, per terra, la carcassa dell’albero di Natale. Una colomba si posa in cima alla betulla. Gli aeroplani, lassù, fanno due scie lunghissime; nel cuore del silenzio disegnano una X. Io resto immobile. Sul terrazzo. Con l’albero che mi guarda e sembra rimpiangere tempi migliori. Ma ci sono tempi migliori? Migliori di questo, voglio dire, migliori dell’istante in cui scrivo della donna, della gastrite, dell’albero, della colomba. Vorrei che qualcuno mi raccontasse tutto ciò come una fiaba, come una delle storie meravigliose che da bambino ascoltavo prima di dormire. Certe volte spero che qualcuno da qualche parte custodisca quelle fiabe, per dirmele a bassa voce quando sarò in punto di morte. Intanto la colomba è volata via. Una sirena suona da lontano. Sulla strada  passa un camion della nettezza urbana.
Queste immagini e questi suoni mi tornano in mente poco prima dell’alba, nei campi intorno a Taihecun (太和村). Sono nel nordest della Cina, vicino al confine con la Russia, e sto camminando in un vuoto di storie. La terra è nera e secca, il terreno brullo. Cade una pioggia insistente. A quest’ora non c’è nessuno in giro, né contadini né animali. Corro il rischio di perdermi. Per fortuna a poco più di un chilometro c’è Taihecun, con le sue strade polverose, i suoi cortili e le sue fattorie colorate. Ho l’impressione di essere in un luogo remoto, ma mi rendo conto che non è vero. La città di Muling (穆棱市), il capoluogo della regione, dista appena dieci chilometri e ha trecentomila abitanti. Andando verso nord in automobile, potrei raggiungere in due ore Jixi (鸡西市), che di abitanti ne ha circa due milioni. E allora perché questa sensazione di vuoto, sotto la pioggia, nel grigio che precede l’alba?
È perché non senti-ti-ti, non senti, mi risponde il canto di un uccello. Mi guardo intorno. Sono qui, qui, qui. Sopra un palo di legno si posa un uccellino. Ha il becco arancione e la gola gialla. Appena lo guardo lui riprende a cantare. La cosa strana è che, pur riconoscendo che si tratta di un insieme di trilli e gorgheggi, riesco a capirlo come se fossero parole. Sai cosa volevo dirti-ti-ti? Faccio segno di no. L’uccellino allora comincia a raccontare che in questa regione c’è un bellissimo giardino di pruni selvatici, protetto da quattro mura. Sono pruni speciali, perché possono fiorire anche in pieno inverno, anticipando la primavera. È sufficiente che un uomo saggio entri nel giardino e li guardi. Se li guarda uno stolto non succede niente. Al contrario, lo sguardo di un saggio suscita la primavera, facendo sbocciare mille fiori rosa del colore dell’alba nascente o delle guance di una fanciulla.
L’uccellino ha finito di raccontare. Si posa su un cespuglio, poco più in là. Sento che sta per volare via. Aspetta, vorrei dirgli. La storia non è finita. Dov’è il giardino? Quante persone hanno provato a far sbocciare i fiori? È già successo che un uomo saggio riuscisse a compiere il miracolo? Come se mi avesse letto nel pensiero, l’uccellino piega la testa. Quei fiori nessuno mai li sbocciò-ciò, nessuno mai. E perché? Forse non ci sono uomini saggi? Ma cosa dici-ci-ci? L’uccellino cinguetta che la primavera non è mai cominciata in anticipo. Infatti gli stolti guardano i pruni e non succede niente, mentre i saggi non li guardano mai prima del tempo. Perché se uno è saggio, sa che la primavera comincia quando comincia. Nel momento giusto. Né prima né dopo. I fiori sbocciano quando devono sbocciare. Proprio così-sì-sì.

HAIKU

Sulla betulla
si posa una colomba –
È quasi marzo.

 

PS: Trovate qui il primo viaggio immaginario e un’introduzione a tutta la serie.

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Pilley’s Island

Questo viaggio comincia con un mazzo di carte giapponesi.
Si chiama Hanafuda (花札; cioè “mazzo dei fiori”). Le carte consentono di praticare diversi giochi; i più comuni sono lo Hana awase (a tre o quattro giocatori) e il koi koi (a due giocatori). Non conosco le regole né dell’uno ne dell’altro; credo che ricordino la briscola. Quando per caso mi sono trovato per le mani uno Hanafuda, ho sentito che l’anno intero mi scorreva fra le dita. Le quarantotto carte, infatti, si dividono in dodici semi che corrispondono ai dodici mesi. A ogni mese è abbinato un fiore o un albero e, qualche volta, anche un animale.
Subito mi è venuto in mente di usare le carte come un calendario. Ho pensato di partire dalle immagini per entrare nell’atmosfera, scrivendo qualche appunto e condensando poi il tutto in un haiku di stile giapponese. Non volevo tuttavia che la fantasia restasse troppo legata al Giappone; avevo il desiderio di spostarmi in luoghi diversi.
Nel 2017 mi sedevo ogni mese in una piazzetta della mia città, osservando ciò che accadeva intorno a me. Nel 2018 ogni mese tornavo con Yari Bernasconi a Zurigo, in Paradeplatz. Quest’anno andrò più lontano, muovendomi su tutta la Terra in una serie di viaggi immaginari. Ho scovato un sito che permette di designare un punto a caso sul mappamondo: basta premere un pulsante e il programma sceglie aleatoriamente delle coordinate.
Ecco dunque il mio progetto: ogni mese viaggerò idealmente in un luogo che non ho mai visto, aiutando la fantasia con quattro carte giapponesi. Se il sito dovesse mandarmi (com’è probabile) in mezzo al mare, ripeterò la scelta fino ad approdare sulla terraferma; se arrivassi dove sono già stato, ripeterò la scelta fino a trovarmi in un luogo sconosciuto.Hanafuda: Pino / Gru
Luogo: Pilley’s Island, Terranova e Labrador, Canada
Coordinate: 49°30’34.2″ N; 55°43’43.6794″ E
(Latitudine 49.50950; longitudine -55.7280)

Verso la metà di gennaio capita che il cielo raggiunga la tonalità di colore dell’asfalto. Me ne sono accorto qualche giorno fa, camminando in un parcheggio vuoto verso la fine del pomeriggio, poco prima che scendesse il buio. Ho infilato le mani in tasca per cercare le chiavi della macchina, poi ho alzato lo sguardo. Per un istante, il sopra e il sotto si sono confusi: il grigio, la durezza, le strisce di vernice – o di nuvole – che tagliavano fette di cielo e delimitavano lo spazio dei parcheggi. Non mi sarei stupito se la mia automobile fosse stata lassù, oltre il ciglio delle montagne. Ci ripenso ora, mentre cammino adagio, sprofondando nella neve. La strada più vicina è a chilometri da qui. Anche il villaggio di Pilley’s Island è irraggiungibile, con le sue staccionate bianche, la chiesetta, la baia tranquilla e le case di legno dove le stufe sono sempre accese.
Non sono mai stato tanto a Nord. Da qualche parte in mezzo al bosco c’è un rifugio dove posso trascorrere la notte, ma devo sbrigarmi. Le ore di luce sono brevi e la giornata è tutta un tramonto, o tutta un’alba, a seconda dei punti di vista. Il cielo ha colori bellissimi: sfumature di rosso, di viola, di rosa, variazioni dorate, qualche lampo di verde. Non c’è niente che faccia pensare all’asfalto.
Intuisco una vita segreta di orsi, di volpi, di aquile, di piccoli roditori che sono in letargo o che tentano di sopravvivere all’inverno. Il suono del vento tra i rami dei pini mi porta la voce di chi non c’è, di tutte le persone di cui ho smarrito le tracce.
Poi, all’improvviso, la vedo.
Una gru immensa, con tanto di carrucole e cavi d’acciaio, si muove con leggerezza nel bosco, scivolando sui cingoli. Si ferma per un attimo davanti a me, oscillando, poi riprende il suo cammino, sradicando i cespugli, con l’incedere di un grande animale preistorico.
Che ci fa una gru di ferro nelle foreste canadesi? È stato un sogno? Un’allucinazione? Eppure per terra resta il segno dei cingoli e, in lontananza, sento ancora il ruggito metallico del motore, sopra il vento, sopra i tonfi della neve, persistente, feroce, come un canto d’amore.

HAIKU

Parcheggio vuoto –
Sopra le case e gli alberi
svetta una gru.

 

PS: L’haiku (俳句) è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo. La definizione fa discutere gli studiosi; ma si può dire, semplificando, che i poemi sono composti di diciassette sillabe distribuite in tre gruppi, rispettivamente di cinque, sette e cinque sillabe. L’haiku è passato anche nelle letterature occidentali del XX secolo; in italiano è composto da un quinario, un settenario e un quinario (naturalmente questa regola è arbitraria, tuttavia mi ci atterrò per avere una forma fissa di riferimento).
Secondo Roland Barthes, l’haiku non descrive ma fissa nel tempo un’apparizione, fotografa un istante (L’empire des signes, 1970; L’impero dei segni, traduzione di Marco Vallora, Einaudi 2002). In poche parole, si tratta di annotare un gesto, un paesaggio, uno stato d’animo. In origine gli haiku erano legati al passare del tempo nell’arco dell’anno, tanto da contenere sempre una parola che indicava la stagione.
Per questa serie di viaggi immaginari impiego mezzi poveri:  un mazzo di carte e due coordinate geografiche. Ho deciso di concludere ogni puntata con un haiku perché si tratta di una forma essenziale: esso infatti 
«non formula ma, rapido, si fa slancio verso la cosa, fusione con essa, silenzio già all’interno delle sue parole» (Yves Bonnefoy, Du haïku, in Entretiens sur la poésie 1972-1990, Mercure de France 1990; Sull’haiku, traduzione di Andrea Cocco, O barra O edizioni 2015).

PPS: Per i dettagli sull’Hanafuda, si veda Véronique Brindeau, Hanafuda. Le Jeu des fleurs, Philippe Picquier 2012.

 

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