As-Summan

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Novembre
Hanafuda: Salice / Poeta / Rondine
Luogo: as-Summan (لصمّان), Arabia Saudita
Coordinate: 23°40’19.6″N; 49°25’45.3″E
(Latitudine 23.67210; longitudine 49.42926)
La scrittura, così come la lettura, è un modo di allungare la strada. Se nella mia vita devo andare da un punto A a un punto B, come dicono i matematici, se devo affrontare qualsiasi esperienza, potrei scegliere la via più rapida, quella più efficiente. Il gesto di prendere un foglio e scrivere – o di aprire un libro e leggere – è una perdita di tempo, una sorta di espediente per vivere vite che non sono la mia. Eppure, quanta ricchezza in questa divagazione fra il punto A e l’inesorabile punto B.
Capita a volte di sorprendere una lentezza, una sospensione nascosta nelle cose ordinarie. Qualche giorno fa stavo tornando a casa lungo una strada che dal centro della mia città porta verso la collina. Faceva freddo, perciò la mia intenzione era quella di affrettarmi per arrivare il più presto possibile. Eppure, a un certo punto, mi sono fermato, e in pochi secondi mi sono accorto che stavo leggendo il mondo in maniera diversa. Mi sembrava di essere al centro di un mosaico, le cui tessere si disponevano con precisione. Poco più avanti passava un treno, orizzontalmente; di fianco a me scorrevano le automobili, verticalmente. Sulla sinistra, dietro la vetrata di una palestra, ragazzi con abiti colorati ripetevano lo stesso gesto; sulla destra, ingrossato dalla pioggia, scendeva un torrente. Ogni tessera aveva un suono o un silenzio: lo sferragliare del treno, il pigolare degli uccelli, il rombo delle automobili, il gorgoglìo del ruscello, le azioni mute dei ginnasti dietro la vetrata.


Prima la realtà sembrava una cosa sola, come se fosse un monolite. Dopo la mia sosta, invece, le singole tessere del mosaico spiccavano nel loro splendore. Ho cercato di riprodurre questa sensazione anche nel mio viaggio ad as-Summan, in Arabia Saudita. È stato più difficile, perché all’inizio percepivo soltanto il vuoto. Poi, passato qualche minuto, il vuoto è diventato qualcosa di ancora più lancinante: un’assenza, una privazione.
Stavo camminando sull’altopiano di as-Summan, che si estende per quattrocento chilometri a est di ad-Dahna. Procedendo verso nord, in direzione del Golfo Persico, dopo un centinaio di chilometri avrei incontrato una regione meno improba, intorno all’oasi di al-Aḥsāʾ, la più grande di tutto il paese, abitata fin dalla preistoria. Ma non era mia intenzione percorrere tutti quei chilometri: ero al volante di una vecchia Toyota e avevo bisogno di fare benzina. Il mio piano era quello di procedere fuori strada per circa quattro chilometri; poi avrei trovato una strada che in un’ora mi avrebbe portato fino alla città di Haradh, famosa per le installazioni petrolifere e del gas. Ma non è di tutto ciò che voglio parlare, né dell’atmosfera di Haradh, con le sue case piccole e bianche, raggruppate insieme, e intorno un immenso cantiere, un mostruoso pianeta di tubi, acciaio e cemento.
Quello che mi piacerebbe descrivere è proprio quel momento in cui mi sono fermato, ho girato lo sguardo intorno e non ho trovato niente. Nessun appiglio per gli occhi, nessuna tessera del mosaico. Mi è venuto un pensiero bizzarro: questa situazione è tanto diversa da quella che ho trovato lungo la strada che portava a casa mia? Che cosa si nasconde dietro l’asfalto, il ruscello, il vetro, i binari della ferrovia?
Il nulla è sempre a un passo da noi. Abbiamo costruito, nei secoli, nei millenni, abbiamo abitato la terra, l’abbiamo trasformata. Abbiamo il desiderio di lasciare un segno, ma fino a quando? Tuttavia, proprio nel profondo del deserto ho sentito che questo desiderio non è vano. Anche se il vento cancellerà ogni cosa, anche se il tempo macinerà le nostre opere, averle compiute non è privo di senso. Il bisogno della bellezza è inestirpabile nell’essere umano, così come la necessità di far fiorire i deserti, che siano geografici o esistenziali.
Guardo le carte di novembre. Il Salice è un invito ad accogliere quanto succede, a sapersi piegare, adattare, mentre il Poeta (o L’Uomo della Pioggia) è un invito a insistere, a non demordere nel seguire la propria esigenza espressiva. L’uomo si chiamava Ono no Michikaze (894-966), conosciuto anche con il nome di Ono no Tōfū. Fu lui il primo a dare i tratti distintivi alla calligrafia giapponese, distinguendola da quella cinese. Si racconta che un giorno, deluso e amareggiato per la mancanza di risultati nel suo lavoro, si soffermò a osservare una rana che tentava di saltare sopra il ramo di un salice: dopo sei balzi falliti, la rana riuscì infine nel suo obiettivo; e in quel momento Ono no Tōfū trovò la forza interiore per proseguire nella sua ricerca. Oggi il calligrafo è raffigurato su una carta da gioco, nello stesso mese in cui appare anche il Fulmine: l’imprevisto, l’azzardo, l’ignoto che, mentre porta scompiglio, può condurre verso una rivelazione.

HAIKU

L’eco di un fischio
indugia sopra i tetti –
L’ultima rondine.

PS: Ho inserito un frammento audio registrato proprio nel momento in cui vedevo comporsi le tessere del mosaico.

PPS: Questo è l’undicesimo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglioagostosettembre e ottobre.

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Dighori

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Ottobre
Hanafuda: Acero / Cerbiatto
Luogo: Dighori (दिघोरी), Maharashtra 441203, India
Coordinate: 20°47’01.9″N; 79°13’11.7″E
(Latitudine 20.78386; longitudine 79.21991)
Andando in un sentiero di montagna m’imbatto in una coppia sui trent’anni. Stanno discutendo. Lei dice: «Qualcuno te lo deve insegnare, a essere forte, non puoi arrivarci da solo.» Lui tace. Lei aggiunge: «Come fai, se nessuno te lo insegna?» Il sentiero è pianeggiante, in mezzo a un bosco di latifoglie in cui spiccano l’arancione dei ciliegi e il rosso vivace degli aceri montani, luminosi come segnali d’allarme. Li saluto, loro proseguono. Alle mie spalle la voce di lei diventa più acuta. Mi accorgo che sta piangendo.
Che cosa posso fare? Non sono affari miei. Mi viene il pensiero di voltarmi, di chiedere se vada tutto bene. Di certo la prenderebbero come un’offesa. Esito, rallento. Mi fermo. Forse invece una parola detta da uno sconosciuto potrebbe aiutarli. Ma il mondo non funziona così. Il mondo può essere (o dirsi) moderno, aperto, sensibile alle differenze. Tuttavia gli steccati restano invalicabili: chi soffre deve soffrire da solo. Il dolore deve restare chiuso nella coppia, nella famiglia, nella cerchia più ristretta. O al massimo può essere buttato fuori nei social network, come un urlo scomposto. È doveroso, è necessario rispettare lo spazio privato degli altri. Bisogna salutare, cortesemente – e poi tirare diritto.
Dopo qualche secondo mi volto, quasi di nascosto. La coppia è scomparsa. C’è solo il sentiero, con gli alberi spogli, il fruscio del vento. Di colpo avverto il peso della mia solitudine. Sarà irragionevole, forse stupido. Di sicuro inutile. Ma sento un nodo di lacrime che mi stringe alla gola, come un morso, come l’agguato di una belva.
Sto pensando alla mia fragilità. Quante volte la vita ci sorprende inermi? Da bambini e da vecchi succede forse più spesso, ma anche nel pieno dei tempi, quando abbiamo costruito una fortezza – o almeno una baracca per ripararci dalle intemperie – anche allora capita che ci sentiamo perduti. Siamo come una preda. Un cerbiatto che si è attardato a bere, al fiume, e che si accorge di essere lontano, diviso da ogni gruppo, famiglia, compagnia. In quel momento, anche se non la vediamo, sappiamo che la belva si aggira nei dintorni. Il leopardo, con la sua capacità di piombarci addosso all’improvviso. La tigre, con la sua divisa mimetica, con la sua eleganza crudele. La tigre di cui non ti accorgi finché ormai è troppo tardi.
Ho provato questa sensazione nel mio viaggio in India. Avanzavo in un terreno brullo: polvere marrone, macchie di alberi, tratti di boscaglia più fitta. Non ero proprio fuori dal mondo: a un paio chilometri a sud-est c’era il villaggio di Dighori, che conta poco meno di cinquanta abitanti. Nella direzione opposta, camminando per tre chilometri circa, sarei giunto a Dongargaon, popolato da un centinaio di persone.
Questi paesi fanno pensare a una zona remota, in mezzo alla natura. Ed è così, in un certo senso. Ma se avessi raggiunto Dighori, e se avessi trovato un’automobile, in poco più di un’ora e mezzo, magari due contando gli imprevisti, sarei giunto alla città di Nagpur, la capitale d’inverno dello stato del Maharashtra (quella estiva è Mumbai).
Nagpur, con i suoi due milioni e mezzo di abitanti, è la tredicesima città più popolosa dell’India. Gli Inglesi la designarono come punto centrale del loro Impero delle Indie; e in effetti è proprio il centro geografico della penisola indiana, sebbene sia un po’ fuori dalle rotte turistiche. Secondo uno studio di Oxford nel periodo fra il 2019 e il 2035 Nagpur sarà la quinta città con la crescita più rapida al mondo, con un tasso di crescita media dell’8,41%. (Ai primi venti posti della classifica ci sono diciassette città indiane.) È un luogo vivo, pieno di movimento. Proprio in ottobre, ogni anno diventa una meta di pellegrinaggio per i buddisti, che in India sono una religione minoritaria. Nagpur è soprannominata anche il Cuore dell’India, la Capitale delle Arance (ne produce di rinomate) o la Capitale delle Tigri, per la grande quantità di questi animali presenti nelle riserve intorno alla città.
Mentre vagavo tra Dighori e Dongargaon, espressioni come “tasso di crescita” mi sembravano prive di consistenza. Anche “milioni di abitanti” era un concetto sfumato, astratto. Intorno a me non c’era nessuno. La parola “tigre”, invece, appariva nella mia mente come una cosa concreta. Era il tardo pomeriggio, la temperatura era calda, umida. Cercavo di camminare all’ombra degli alberi, per quanto possibile. Dal bosco venivano fruscii, schiocchi di rami. Che ne sarà di me, ho pensato. E adesso che sono tornato a casa, che sono lontano dalle tigri in carne e ossa, il pensiero non mi abbandona. Anche mentre scrivo, al sicuro nel mio studio, la domanda mi ferisce. Che ne sarà di me… che ne sarà di tutti noi?

HAIKU

Sale la nebbia.
Scricchiolano sul viale
passi di corsa.

 

PS: Questo è il decimo  “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglioagosto e settembre.

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Santa Fe

 “Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Settembre
Hanafuda: Crisantemo / Coppa di saké
Luogo: Santa Fe, Nuovo Messico, Stati Uniti
Coordinate: 35°41’46.2″N; 106°10’21.7″W
(Latitudine 35.69616; longitudine -106.17269)
Esco a fare una passeggiata. Sul fianco di una collina mi soffermo a guardare la città dall’alto. È tardi, fra un’ora sarà buio. Riprendo a camminare, seguo un tornante e di nuovo mi giro a contemplare la città. Stavolta però mi trovo davanti il verde smagliante di una siepe. Mi viene in mente che, oltre quella siepe, si distendono le strade, le piazze, i quartieri residenziali, il fiume… ma che importa? Sono nella classica situazione leopardiana. Nel pensiero posso fingere interminati spazi e infiniti silenzi di là dalla siepe, posso giungere fin dove mi porta il desiderio. Mi accorgo però di avere trascurato un dettaglio. Di là dalla siepe c’è una terrazza. E sulla terrazza, approfittando dell’ultimo sole, un uomo e una donna stanno chiacchierando. Devono essere davanti alla porta della cucina, perché sullo sfondo sento una voce infantile che ripassa le moltiplicazioni.
– Cinque per uno cinque, cinque per due dieci, cinque per tre quindici…
La voce dell’uomo è più grave. – Lo so che fanno tutti così. Ma a me piace spendere i soldi che ho. Cioè, se voglio una macchina la compro.
– Ma se non puoi comprarla? – interviene la donna.
– Allora ne compro un’altra. Ma sarà la mia macchina.
– Anche se la prendi in leasing è tua. È la stessa cosa.
L’uomo fa un sospiro. – Io spendo solo i soldi che ho.
– Sette per tre ventuno – dice intanto il bambino (o la bambina). – Sette per quattro ventotto, sette per cinque trenta, no, trentacinque, sette per sei quarantadue, sette per sette quarantanove…
Mi allontano. Non ho visto niente, non ho immaginato niente. Ma forse ascoltare è ancora meglio. Ascoltare e capire quando è il momento buono per scrivere. Un tempo, in Giappone, durante le feste di settembre era usanza riunirsi in riva ai ruscelli e ai canali per comporre versi sullo splendore dei crisantemi. Per gioco si facevano galleggiare le coppe di saké sull’acqua corrente e tutti cercavano di scrivere un poema prima che la coppa arrivasse davanti a loro. Anch’io voglio scrivere in questo modo. Non bevendo saké (o non sempre), ma tentando di raccontare una cosa solo al momento giusto, quando mi sembra necessario condividerla.
Confesso che non mi sento del tutto pronto a parlarvi del mio viaggio nel Santa Fe National Park. Ancora non ho capito bene che cosa mi sia accaduto. Però sento che qualcosa devo dire prima che finisca settembre.
Era una giornata di sole. Non faceva troppo caldo, ma tutto era secco, e il vento sollevava sbuffi di polvere. Faticavo a orientarmi, perché il paesaggio era uniforme: rocce, piccoli arbusti che sembravano pini, qualche picco in lontananza. Forse quello a nordovest era il Cerro Micho. Speravo che potesse fungere da punto di riferimento: secondo i miei calcoli dovevo essere a una decina di chilometri dal Rio Grande, dove avrei trovato l’acqua.
Dopo un paio d’ore di cammino mi sentivo in un mio personale film western. Non ero più un Andrea qualunque, ma un personaggio: il bandito a cui hanno rubato cavallo e borraccia. L’uomo solo che deve passare dalle zone più impervie, covando la nostalgia di una voce amica, di un whisky, di un profumo femminile. Il desperado braccato dai cacciatori di taglie. In fondo il suo desiderio è fuggire in un luogo lontano e mettere su un ranch, ma sa che non sarà facile. No, non sarà per niente facile.
Il bandido, roso dalla sete, punta verso il Rio Grande. Potrebbe cambiare direzione e tornare verso Agua Fria, dove forse troverebbe un riparo per la notte. Ma è troppo rischioso. Non devo farmi prendere. Non mi resta altro che la mia libertà. È una vita sporca, misera, solitaria. Ma è la mia vita. Non me la lascerò strappare via dal primo sceriffo in cerca di gloria.
A pochi passi dal Rio Grande una voce mi coglie di sorpresa.
– Ehi, gringo, stai cercando qualcuno?
Mi volto, lentamente. Sono pronto a combattere.
Ecco. Questo è il mio delirante viaggio di settembre. È tutto vero? È tutto falso? This is the West, sir. When the legend becomes fact, print the legend. Nel west, se la leggenda incontra la storia, vince sempre la leggenda.

HAIKU

Viene la notte –
In fondo all’orto ridono
i fiori d’oro.

 

PS: Questo è il nono  “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglio e agosto.

PPS: La frase «This is the West, sir. When the legend becomes fact, print the legend» proviene dal film The man who shot Liberty Valance, girato da John Ford nel 1962. È un giornalista a pronunciarla, per sottolineare come sui giornali trovi posto il mito del Far West anche quando esso non corrisponde ai fatti. Nella prima parte dell’articolo, cito qualche parola della poesia L’infinito, scritta nel 1819 da Giacomo Leopardi.

PPPS: Colpiti da questa serie di viaggi immaginari, alcuni lettori del blog di viaggi Rolling Pandas hanno voluto approfondire la conoscenza con me. L’intervista si trova qui. Ringrazio Alice e tutti i responsabili del sito Rolling Pandas, che offre la possibilità di organizzare viaggi in tutto il mondo.

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Ajano-Majskij

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Agosto
Hanafuda: Miscanthus sinensis / Luna piena
Luogo: Ajano-Majskij, Chabarosk, Russia
Coordinate: 58°51’05.8″N; 132°47’40.3″E
(Latitudine 58.85161; longitudine 132.79453)
Trascorro gli ultimi giorni di agosto in un villaggio di montagna. Le case di vacanza sono sbarrate, i parcheggi vuoti, nessuno cammina più per i sentieri. Anche gli ultimi cercatori di funghi hanno ceduto al richiamo delle città. Qualche famiglia ha resistito più a lungo, ma il vortice di settembre – scuola quaderni libri riunioni – le ha risucchiate tutte, una dopo l’altra. Le montagne sono sempre al loro posto, ma sembrano perdute, avvolte in un azzurro irraggiungibile. Le sere sono un po’ più oscure, è meno fulgido il verde dei prati. È scomparso il rombo delle tosaerba; e crescono le piante spontanee, le vagabonde, le irregolari.
Tra le mani tengo le carte dell’Hanafuda, l’antico gioco giapponese che segue il corso delle stagioni. Le quattro immagini del mese di agosto mostrano le spighe d’argento di una graminacea, la Miscanthus sinensis. Su due carte gli steli piegati dal vento evocano la solitudine, lo spazio vuoto, ma anche la dolcezza dell’abbandono davanti alla terra scura e al cielo bianco. Su un’altra carta la luna piena, immensa, sorge dietro la collina, in un cielo rosso come il coraggio; le macchie lunari assumono la forma di un coniglio, com’è usanza in Giappone. Infine, nell’ultima carta appare la migrazione autunnale delle oche selvatiche, che torneranno solo in primavera. È stupefacente come un semplice gioco possa esprimere con tanta forza un’atmosfera, raccontando una storia senza trama, una condizione dell’animo. (Del resto, nessun gioco è mai veramente semplice.)
Nella mia testa il vento che muove gli steli della Miscanthus è lo stesso che accompagna i miei passi nell’estremo est della Russia. È un paesaggio sempre uguale, ondulato, con piccoli corsi d’acqua e laghi nascosti dietro le colline. Nel 1639 l’esploratore Ivan Jur’evič Moskvitin, insieme a quarantanove cosacchi, attraversò i territori di quello che oggi è il distretto di Ajano Majskij, oltrepassò i monti Džugdžur e infine arrivò alle coste del mare di Okhotsk. Oggi anch’io mi trovo da qualche parte lì in mezzo, a una cinquantina di chilometri dal fiume Aldan. Sono proprio al confine tra l’Ajano-Majskij rajon e la Sacha (detta anche Jacuzia). Dico “al confine”, ma naturalmente intorno a me non c’è niente, se non alberi, erba, rocce. La Jacuzia da una parte, con i suoi tre milioni di chilometri quadrati; l’Ajano-Majskij dall’altra, con quasi centosettantamila chilometri quadrati per meno di duemila abitanti. Supero il confine con la Jacuzia e dirigo verso ovest, in direzione dell’Aldan. Non vedo né sentieri, né piste, né tantomeno strade; e con me non c’è neppure un cosacco.
Sono luoghi selvaggi, lontani da tutto. Eppure anche qui la storia lasciò le sue ferite: l’Ajano-Majskij infatti accolse l’ultima sacca di resistenza ai bolscevichi da parte dei controrivoluzionari “bianchi”, durante la guerra civile russa (1917-22). In queste zone il tenente generale ucraino Anatolij Pepeljaev continuò la lotta e non si arrese fino al giugno 1923. In seguito Pepeljaev fu condannato a morte, ma ottenne la grazia e venne mandato in prigione; nel 1936 venne scarcerato e lavorò come carpentiere, prima di venire di nuovo arrestato e fucilato come «nemico del popolo» nel 1938.
Tutto questo ormai è passato. Intorno a me, nel tardo pomeriggio di agosto, si sente solo il suono del vento. Non riuscirò ad arrivare al fiume prima di sera, ma voglio avvicinarmi. Sono stanco. Concentro i miei pensieri nel gesto di muovere le gambe, di appoggiare i piedi. Che cosa dice il vento? Avanzo a passi misurati, secondo il mio ritmo. Forse le storie che frusciano nell’erba riecheggiano le antiche battaglie, il furore? Magari invece cantano la malinconia della stagione che svanisce; oppure – oggi così come all’inizio del mondo – ripetono l’eterna vicenda della partenza, dell’addio, della speranza di un ritorno, non si sa come, non si sa quando.

HAIKU

L’erba d’argento
brilla come un addio –
Non c’è nessuno.

 

PS: Questo è l’ottavo  “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugno e luglio.

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Myaungmya

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Maggio
Hanafuda: Iris / Ponte
Luogo: Myaungmya, Myanmar (Birmania)
Coordinate: 16°31’20.5″N 95°10’56.7″E
(Latitudine 16.52237; longitudine 95.18241)
È una calda giornata di maggio. Alle sei di sera sono seduto da solo al tavolo di un bar, davanti a un parcheggio. Sto pensando a un quadro di Van Gogh intitolato Iris. L’artista lo dipinse nel maggio 1899, un anno prima di morire, quando era ricoverato nell’ospedale del monastero di Saint-Paul-de-Mausole, a Saint-Rémy-de-Provence. Dopo una settimana di degenza, Van Gogh si affidò alla vivacità, alla leggerezza, all’incanto di questi fiori per non sprofondare nella solitudine e nella malattia. Fece in modo che il viola si stagliasse sul verde e sul bruno, e cercò di trovare pace nella precisione del suo lavoro, nel gesto abituale, mostrando ancora una volta quanto un semplice giardino non sia mai soltanto un semplice giardino.
Ordino un bicchiere di vino bianco secco. Bere un aperitivo da solo è un’attività che consente di rallentare il tempo, almeno in apparenza. Il mio pensiero spazia dalle iris della Provenza alle chiacchiere dei miei vicini di tavolo. Osservo una macchina che tenta di parcheggiare. Vedo il segno L della scuola guida e capisco che l’automobilista dev’essere alle prime armi… infatti l’operazione fallisce. Allora pilota e co-pilota si scambiano di posto: la ragazza che era alla guida cede il posto alla donna che la stava istruendo. Ma nemmeno quest’ultima è in grado di parcheggiare la macchina. Le due, nervosamente si scambiano di posto un’altra volta. Di colpo, noto una cosa straordinaria: la conducente e l’insegnante sono la stessa persona! Entrambe vestite con leggins e maglietta nera, entrambe con i capelli ricci e neri fino alle spalle, con gli stessi identici lineamenti.
Mentre infine una delle due riesce a parcheggiare, capisco meglio la scelta di Van Gogh, la scelta di ogni artista. C’è sempre una spiegazione banale: le due ragazze sono sorelle, vicine per età e molto simili d’aspetto; oppure sono madre e figlia, e la madre è estremamente giovanile. Ma noi davvero vogliamo le spiegazioni banali? Davvero il nostro pensiero non preferisce navigare verso l’impossibile? Basta poco. Io che faccio scuola guida a me stesso. Il mio doppio che riesce a parcheggiare dove io ho fallito.
Mi è capitato di ripensare all’oscillazione fra reale e immaginario sulla strada fra Kyonmange e Myaungmya, nel sud della Birmania (o del Myanmar). L’automobile procede lungo una strada sterrata. Alla guida c’è un uomo sulla sessantina, che mi ha detto di chiamarsi U Kan e che, in un misto tra inglese e francese, prova a spiegarmi perché il paese dei suoi sogni non sarà mai come quello reale.
Mi spiega che stiamo costeggiando l’Irrawaddy, il grande Fiume Madre. Mi dice che da bambino amava navigare con la barca di suo zio nel mezzo della corrente. Stava sdraiato nel fondo dell’imbarcazione, con il cielo negli occhi. Poi si rialzava e il paesaggio appariva meraviglioso: le variazioni di colore dell’acqua, le foreste, i piccoli porti, le città, i delfini di fiume…
– At that time there were still dolphins – borbotta. – It was the childhood. But c’était la misère. We everytime hungry, we scared.
Il Myanmar (o Birmania) resta fra i paesi più poveri del mondo. Inoltre la violenza non è mai lontana: le minoranze cristiane e islamiche sono perseguitate da gruppi di fondamentalisti buddisti.
– My name is Kan. C’est la fortune, the luck… – il mio autista scoppia a ridere. – We are alive… we are all lucky, okay, c’est la belle vie, non?
Il fiume Irrawaddy (ဧရာဝတီမြစ်) nasce sull’Himalaya, a quasi seimila metri di quota, e scorre per 2170 chilometri prima di gettarsi nell’Oceano Indiano. Mi sono informato: in effetti i delfini di fiume, cioè le orcelle asiatiche (Orcaella brevirostris) sono in via di estinzione. Il mio autista, nonostante tutto, si dice speranzoso.
– Kò – mi chiama. – Kò, we have a great river.
A dodici chilometri dalla città di Kyonmange, ci fermiamo a Myaungmya. Facciamo due passi tra i campi, sulla destra. Davanti a noi c’è un ponte che supera un canale perpendicolare all’Irrawaddy. Il mio autista dice che gli piacciono i ponti. La sua opinione è che dovrebbero fare più ponti. Io penso a Van Gogh, alle gemelle della scuola guida, al passaggio precario tra la quotidianità e l’immaginazione. Gli dico che anche a me piacciono i ponti. Lui si fa pensieroso. A proposito, mi chiede, perché ho voluto fermarmi proprio qui? Che cosa sono venuto a cercare a Myaungmya?
Rimango per un attimo in silenzio. – I don’t know – rispondo.
Lui scoppia a ridere. – Ah, c’est la belle vie – ripete. – C’est la belle vie…

HAIKU

Splende nel calice
un vino bianco freddo.
È quasi estate.

 

PS: Questo è il quinto “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo e aprile.

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