Panchinario 24-28

RICHIESTA DI SCUSE
Agli occhi del mondo ci sono tre gradi di follia. Il primo è quello di chiunque, strappandosi alle necessità quotidiane, si prenda il tempo di sedersi su una panchina. Il secondo è quello di chi, appena seduto, cominci a sentire la voce della panchina stessa impegnata in un dialogo con altre panchine. Il terzo, il più grave, contraddistingue la persona che passando accanto a una panchina le rivolge la parola, magari chiedendole scusa perché non riesce a fermarsi. Devo confessare che, dopo aver superato da un pezzo il primo grado, qualche settimana fa a Mendrisio ho raggiunto il secondo. E il terzo? Be’, a pochi metri da casa mia c’è una panchina. È di colore rosso, sta sotto un noce e sembra abbastanza comoda. Ogni giorno, quando esco di casa, lei mi guarda offesa. Ogni giorno, prima di allontanarmi, le dico: verrà il tuo momento, dammi ancora un po’ di tempo. Preferisci le panchine sudamericane, ribatte lei con voce amara. No, la rassicuro, no, è che giocare in casa non è sempre facile.
Se leggi questa nota, panchina di casa mia, ti prego di accettare le mie più profonde scuse. So di averti trascurata. Ma ti prometto che presto rimedierò. Abbi fiducia.

24) MENDRISIO, in via Luigi Lavizzari
Coordinate: 2’720’281.0; 1’081’051.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… oscillare.
Nel parco giochi ci sono due panchine, l’una di fianco all’altra. Davanti, sull’erba, due altalene basculanti sopra una molla, a forma di automobile (a sinistra) e di elefante (a destra). PANCHINA DI FERRO (PF): Si fermerà su di me… sono più vicina. PANCHINA DI LEGNO (PL): Più vicina a cosa? PF: Più vicina e più moderna. Sai, si fermano tutti alla prima panchina. PL (scettica): E la prima saresti tu? PF: Be’, ho lo schienale curvo, sono spaziosa, sono elegante… PL: Sei anche più bassa. PF (acida): Io sarò bassa, ma quelle assi di legno non si possono più vedere. PL: I classici non passano di moda. PF (trionfante): Intanto guarda, si è seduto su di me! PL: Solo per scattare una foto, ma ora eccolo sulle mie confortevoli assi di legno. PF: Solo per scrivere un appunto, ma sta già tornando da me. PL: Però adesso le coordinate le prende dalla mia posizione. PF: Sai una cosa? Questo mi sembra fuori di testa. PL: Sì, forse non hai tutti i torti…
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Colonna sonora (30 secondi)

 

25) NIKISZOVIEC, dietro piazza Wyzwolenia, tra le vie Świętej Anny  e Janowska
Coordinate: 50°14’34” N; 19°4’52” E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… ascoltare la canzone Miniera.
Nikiszoviec si trova nel comune di Katowice, in Polonia. Venne costruito fra il 1908 e il 1914 come osiedle robotnicze, cioè come quartiere per le famiglie degli operai impiegati nelle miniere di carbone. I familoki di mattoni rossi sono disposti con simmetria in nove isolati: un reticolo di strade, passaggi ad arco e cortili davanti alla chiesa di sant’Anna. Oggi è un luogo quieto, fuori dal tempo. Seduto su una panchina sbilenca, penso alla canzone Miniera (scritta da Bixio e Cherubini nel 1927). Nel mio iPod ho la versione incisa da Gianmaria Testa nel 2006 per l’album Da questa parte del mare. Il gesto eroico del minatore bruno mi commuove ancora a ogni ascolto. «Nella miniera è tutto un baglior di fiamme / piangono bimbi spose sorelle e mamme / ma a un tratto il minatore dal volto bruno / dice agli accorsi se titubante è ognuno / io solo andrò laggiù che non ho nessuno.»
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Colonna sonora (30 secondi)

 

26) LIMA, in Plaza de Armas davanti alla Catedral
Coordinate: 12°2’46” S; 77°1’50” O
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… sognare città dorate.
Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés racconta nella sua Historia de las Indias (1535-49) che gli indigeni peruviani avevano ideato una «burla», una maniera per liberarsi dei conquistadores: raccontavano agli Spagnoli di tesori, di città dorate e di fonti della giovinezza, così i soldati si lanciavano in lunghe spedizioni nelle terre selvagge… e almeno per un po’ gli indigeni potevano dedicarsi indisturbati alle loro faccende. Seduto su una panchina nella Plaza de Armas, rifletto sulla perspicacia degli indios. Nel sogno di una città tutta d’oro, perduta nella foresta, si nasconde una malinconia, un desiderio di altrove tutto europeo. Ma forse la vera città dorata è proprio questa: Lima con la sua carica vitale, la sua eleganza; Lima con le palme e i mirador, i balconi di legno intarsiato; Lima di domenica, in primavera, con la musica della banda e gli strilli dei bambini.
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Colonna sonora (30 secondi)

 

27) QUITO, sulla Cruz Loma nel massiccio del vulcano Pichincha
Coordinate: 0°11’6″ S; 78°32’16” O
Comodità: 5 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… sfiorare il cielo.
L’aria è rarefatta: siamo a quattromila metri sul livello del mare. Più in basso le case di Quito sembrano arrampicarsi sulle colline come un immenso gregge di pecore. In lontananza, s’intravede il profilo dei vulcani: il Corazon, l’Atacazo, il Chimborazo. Quest’ultimo, con i suoi 6.268 metri, è la cima più alta dell’Ecuador; ed è anche in un certo senso il punto più alto del mondo, cioè il più distante dal centro della terra. Le montagne hanno un colore verde scuro. Crescono ciuffi di erba spessa, resistente. Ci sono grappoli di fiori viola, un’altalena per dondolarsi sopra la città, una chiesetta, un sentiero che sale fino al vulcano Pichincha, che negli ultimi anni ha ripreso a mandare sbuffi di fumo. Quassù si placa invece il magma di ansia, di stress, di nervosismo che sobbolle dentro di noi. Siamo vicini al cielo. Perché rimuginare? Basta tacere e guardare, respirando piano.
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Colonna sonora (30 secondi)

 

28) BOGOTÀ, nella Plazoleta del Rosario, fra l’avenida Jiménez de Quesada e la Carrera 6a
Coordinate: 4°36’4″ N; 74°4’23” O
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… comprare una poesia.
Gonzalo Jiménez Quesada Rivera, l’esploratore spagnolo che nel 1538 fondò la città di Bogotà, si erge su un piedistallo al centro della piazza. Intorno c’è un viavai di studenti, pensionati, mercanti e artisti di strada. A pochi passi dalla panchina, un ragazzo sta seduto sul marciapiede con una macchina da scrivere. Ha una valigia per raccogliere gli spiccioli, sulla quale ha posato un cartello scritto a mano: POEMAS A LA VENTA (poesie in vendita). Mi avvicino e chiedo il prezzo. Lui mi dice che «la poesia no tiene precio», quindi posso dargli quello che voglio. Mi porge due foglietti, con due poesie intitolate Carta a mi mismo e Cómo se concibe un poema. Lascio cadere qualche moneta nella valigia, poi torno alla panchina e leggo i versi battuti a macchina. Uno studente vicino a me accorda una chitarra. Una ragazza chiede una sigaretta. Qualcuno comincia a cantare.
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Colonna sonora (30 secondi)

 

PS: Grazie a Rosa (Mendrisio); Chasper, Marzena e Natalia (Nikiszoviec); Gregorio (Lima, Quito, Bogotà). Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine dalla sesta alla decima, qui dalla undicesima alla diciassettesima e qui le successive. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

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Il sergente Studer?

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

A volte gli addii sono più lunghi del viaggio.
Prima di partire saluti la persona che ti sta accanto. Le stringi la mano. Dopo qualche secondo entri nell’automobile. Accendi il motore e abbassi il finestrino, per una parola di commiato. Lei resta in piedi e ti fa un cenno. Tu rispondi, mentre con l’altra mano ruoti il volante per uscire dal parcheggio. Lei sta ancora sventolando il braccio destro. Tu alzi brevemente i fari, come un battito di ciglia. Poi t’immetti in una strada che gira intorno al cortile e un’altra volta passi di fianco a lei che, instancabile, muove il braccio avanti e indietro. Allora per forza rallenti, abbassi il finestrino – ciao, gridi sporgendo la mano – acceleri leggermente e un attimo dopo, alzando il capo, la scorgi nello specchietto retrovisore… è ritta in piedi, ancora ti sta guardando; e a te sembra che ogni istante apra un solco nella memoria, nella speranza, come una ferita. Tu pensi alla strada, alla direzione da prendere. Ma vorresti tornare, salutare di nuovo la persona che ami, prolungare il gesto dell’addio, anche se quello stesso gesto ti riempie di dolore.
Ecco, per me il mese di novembre funziona più o meno così. Ci sono queste giornate sontuose, con i muretti caldi al sole del mezzogiorno. Ma il blu del cielo è diverso, più circospetto. I pomeriggi mettono in scena una sorta di parodia della lentezza estiva, con la luce che si distende, che incide il profilo delle montagne. Le montagne tuttavia sono brune, il cielo si spegne in pochi minuti, il freddo scende nei polmoni a ogni respiro. Questo incombere del buio ti fa pensare al tempo che si accorcia, alla vita che si consuma. Perché l’addio dev’essere tanto lungo? Perché l’inverno non arriva in un soffio? Ma niente, novembre ci tiene alla sua bellezza.
In uno di questi giorni di commiato, Yari e io andiamo a Paradeplatz. Stavolta ci arriviamo in maniera: uno concretamente e l’altro affacciato alla finestra di FaceTime. Accadde già nel mese di maggio: Yari, per ragioni di forza maggiore, dovette visitare Paradeplatz attraverso il mio sguardo. Stavolta sono io che mi affido ai suoi occhi per tentare di capire questo luogo che ancora ci ossessiona con il suo segreto, undici mesi dopo l’inizio delle nostre indagini.
Mi trovo in un giardino, a Breganzona, con una spendida vista sul laghetto di Muzzano. Novembre si mette in mostra: lo scintillio del sole sull’acqua, il verde smagliante dei prati, il vento quasi tiepido che pulisce l’aria. Dall’altra parte, è tutto grigio. Nello schermo del telefono vedo Paradeplatz intrisa di pioggia e di malinconia: grigio l’asfalto, grigie le facciate delle banche e dell’hotel, grigio l’albero di Natale, grigie anche le bocce colorate, grigi i tram, grigi i passanti che scantonano sotto l’ombrello, grigia la vetrina di Marsano – ma dove sono andati i fiori? – e grigia la faccia di Yari irrigidita dal freddo.
Gli alberi di Natale schierati sopra il tetto dell’UBS sembrano un plotone di esecuzione poco prima dell’alba. Ma non è l’alba. Non è nemmeno mattina, sebbene l’orologio segni le undici. È un mondo senza tempo, dove novembre a lungo scioglie il suo canto d’addio. Yari e io ci scambiamo qualche parola, ma non sappiamo bene che cosa dire: questo incrocio di universi, questo urtarsi di sole e pioggia, di verde e grigio, questo paradosso che filtra nei nostri telefoni parla da sé.
– Ho portato una poesia – borbotta Yari dopo un po’.
– Ah bene – dico io.
– Non è facile da capire, devi leggere attentamente.
Comincio a preoccuparmi.
– Arriva da molto lontano – aggiunge Yari. – Te la invio?
Poco dopo, sullo schermo del mio telefono appare un codice miniato.

[AF]

*

Essere in ritardo quando nessuno ti sta aspettando è un’esperienza decisamente meno adrenalinica rispetto al canonico ritardo, quello che prevede la presenza di almeno un’altra persona o di un quadro istituzionale, professionale, sociale. Così quando il treno che da Berna mi sta portando a Zurigo si ferma improvvisamente a Rothrist, e il vagone è attraversato da un vociare convulso di donne scandalizzate e uomini isterici, io appoggio sul tavolino il libro di Friedrich Glauser e guardo con stanchezza attraverso il finestrino. Alla fine saranno trenta i minuti di ritardo complessivi, che su un viaggio di poco meno di un’ora non sono irrilevanti, come fa notare qualcuno. L’annuncio del capotreno germanofono è epico, soprattutto nel forzato passaggio al francese – «dérangement de véhicules», pronunciato lentamente e con la gravità di chi conosce, di chi sa– e infine a un inglese tanto improbabile da far pensare alla Linea di Cavandoli (forse una citazione voluta).
Continuo a guardare dal mio rettangolo trasparente quello che offre il panorama, cioè pioggia. E sullo sfondo il collo chino, dalle movenze preistoriche, di una gru o una scavatrice. Questa volta le ragioni di forza maggiore hanno reso la trasferta di Andrea impossibile. Il signore con i baffi seduto davanti a me – piuttosto anziano, senza nulla d’appariscente – osserva il mio taccuino mentre scrivo: non-ritardo. Non si capisce bene se sia serio o sorrida. A pochi metri, una donna anziana sembra sentirsi poco bene, poi l’emergenza rientra.
Giunto a Paradeplatz propongo una videochiamata ad Andrea e cerco di mostrargli tutto quello che novembre ha tolto: i fiori, i colori, la spensieratezza. Complice la pioggia, la gente si stringe sotto la tettoia centrale e sembra poco propensa al sorriso. Tutti consultano orari e tabelloni. Alcune vetrine digitali mostrano il solito Natale standard di candeline, renne, paesaggi innevati, calorose casette, zenzero, marzapane e vogliamoci bene. «Ehi, ma allora siamo vicini. Io sono a Paradeplatz, hai in mente? Sì, le banche. Ti aspetto davanti alla Lindt&Sprüngli»: l’uomo spegne il telefono, esita, ma dopo pochi istanti se ne va di corsa, senza guardarsi intorno. Evito di restare nei paraggi, d’incrociare – chi lo sa – uno sguardo deluso. Si può dire addio anche se non ci si è incontrati?
Sarà l’inesorabile bellezza di novembre, ma sono sfiduciato. Eppure, quasi ottocento anni fa, tale Giovanni di Pietro di Bernardone, umbro d’origine, sembrava nutrire una maggiore fiducia in quello che gli stava intorno, tanto da scrivere una delle poesie più memorabili fra le memorabili. Già. Chissà cosa direbbe oggi Francesco d’Assisi della sora nostra matre terra. Siederebbe pure lui al riparo dalla pioggia, nel tripudio d’asfalto, rotaie e addobbi natalizi. Osserverebbe passare i fenicotteri rosa con le zampe a mollo in un blu-piscina pubblicitario, su uno dei tanti tram. Poserebbe lo sguardo sulle due alci dorate all’entrata del fioraio. Loderebbe il suo Signore per Paradeplatz. Poi, con una piccola dose – diciamo una punta – di cinismo, ricorderebbe una volta di più la sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare.
Spedisco ad Andrea il Cantico delle creature: magari lui, che è dall’altra parte del mondo, riesce a essere più fiducioso. Intanto un ragazzo mi guarda e solo dopo avere registrato il mio (finto) disinteresse si siede sulla panchina, a pochi centimeri dal mio zaino, e gioca a calcio sul suo cellulare. Se non fosse stato per lui, non avrei notato l’uomo alle nostre spalle, dietro la porta d’entrata dei bagni pubblici. Immobile, vicino al vetro, guarda intorno con pazienza. Mi sembra di riconoscerlo, piuttosto anziano, senza nulla d’appariscente, con quei baffi che non si capisce bene se sia serio o sorrida.

[YB]

*

Era un uomo piuttosto anziano che non aveva nulla d’appariscente: camicia con colletto floscio, abito grigio un po’ sformato perché il corpo che vestiva era grasso. Quell’uomo aveva un volto pallido, magro, i baffi coprivano la bocca, sicché non si capiva bene se sorridesse o fosse serio. Si frugò in tasca, ne cavò un sigaro Brissago e lo infilò tra le labbra. Aveva gli occhi semichiusi, ma non gli sfuggiva niente di quanto accadeva sulla piazza lucida di pioggia. Passanti, ombrelli, tram… tutto appariva come doveva essere. Davvero? Fece un passo avanti, accostando la porta alle sue spalle. Trasse una scatola di fiammiferi e accese il sigaro, mentre la sua attenzione veniva attratta da un dettaglio bizzarro. Un’inceppatura nel sistema? Qualcosa del genere…
Un uomo alto, infagottato in un giaccone. Prima aveva parlato a lungo al telefono, poi aveva scattato fotografie agli edifici intorno alla piazza. Ora aveva per le mani un documento dall’aspetto antico, e leggeva mormorando le parole a fior di labbra. Era tutto normale? L’uomo anziano si domandò che cosa avrebbero detto i suoi giovani colleghi. Sicuramente che dava i numeri.
Quando i colleghi dicevano che era matto, forse volevano dire che aveva troppa fantasia per un bernese. Ma anche questo non era del tutto vero. Vedeva forse un po’ al di là del suo naso che sporgeva lungo, appuntito e sottile sul volto magro, e non si adattava affatto al suo corpo massiccio.
Notò che l’uomo alto stava per salire su un tram, ma aveva lasciato la pergamena, o quello che era, appoggiata sulla panchina. Si avvicinò. Provò a leggere quelle strane lettere che parevano arrivare da un altro mondo.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu omo ène dignu Te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue Creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le Stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et umile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’l sosterranno in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande umilitate.

[AF]

*

Non so quanta umiltà ci voglia per accettare un eufemismo come «Personenunfall – Accident de personne», che è quanto si sente ogni tanto sui treni che fanno la spola fra Romandia e Svizzera tedesca, a cui segue un contegno artificioso e, solitamente, il poco dissimulato nervosismo dei pendolari. Nessuno – io incluso – si chiede mai se la persona che giace inerte sui binari se ne sia andata con ancora addosso i suoi peccata mortali, chi fosse, cosa facesse, e naturalmente: perché. «Non c’è tempo», si dirà. «Così va il mondo». Per fortuna c’è ancora chi cava un Brissago dalla tasca.

[YB]

PS: La Linea è il celebre e indimenticabile personaggio animato di Osvaldo Cavandoli (1920-2007), creato alla fine degli anni ’50.

PPS: San Francesco d’Assisi (1181-1226) scrisse le Laudes Creaturarum o Canticum fratris Solis nel 1224. Il Cantico è considerato il primo testo poetico (di cui si conosca l’autore) della letteratura italiana. Per altri dettagli si veda Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, 1976.

PPPS: Il testo contiene due citazioni da Friedrich Glauser. La frase in corsivo che comincia con Era un uomo piuttosto anziano è tratta da Il sergente Studer (Sellerio 1986; traduzione di Gabriella De’ Grandi e Valeria Valenza da Wachtmeister Studer, Morgarten, Zürich 1936). La frase in corsivo che appare qualche riga sotto (quella che comincia con Quando i colleghi; ma già l’espressione dava i numeri) è tratta da Il grafico della febbre (Sellerio 1985; traduzione di Gabriella De’ Grandi da Die Fieberkurve, Morgarten, Zürich 1938). Entrambe sono riferite a Jakob Studer, l’investigatore della Polizia cantonale di Berna protagonista di alcuni romanzi e racconti di Friedrich Glauser (1896-1938).

PPPPS: La terza immagine di questo articolo è un dipinto dell’artista tedesco Wolf Panizza (1901-1977). È intitolato Novemberlandschaft, risale al 1935 ed è conservato nella Pinakothek der Moderne di Monaco.

PPPPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagostosettembre e ottobre.

 

 

 

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Myself when I am real

Dicono i saggi che l’uomo non abbandona mai l’infanzia. Tutti cresciamo e presto o tardi diventiamo adulti; ma niente si cancella, in questo mondo. Che ne è di quegli anni di giochi, di spensieratezza, d’improvvisi turbamenti?
C’è un momento preciso in cui formuliamo il nostro primo pensiero da adulti. Può capitare a dodici anni, a quindici, certe volte bisogna aspettare i trenta (e anche oltre…). Secondo un’antica leggenda araba, quando per la prima volta pensiamo come un adulto l’infanzia vola via sotto forma di un piccolo uccello colorato. L’uccello se ne va a cercare altri come lui, altre infanzie alate. E finalmente arriva in uno dei luoghi dove abbiamo vissuto da bambini, e dove riecheggiano le grida, i pianti e le risate della nostra giovinezza.
Quando passeggio nel giardino di Villa dei Cedri, a Bellinzona, ho l’impressione che la mia infanzia si trovi proprio lì, sulle fronde degli alberi. Chiudo gli occhi e ascolto il canto degli uccelli. Uno di quei trilli è diverso dagli altri. È un segnale, un richiamo dal profondo della memoria. Se arrivo all’imbrunire, quando il parco è vuoto, gli alberi sembrano venirmi incontro, abbracciarmi. Lecci austeri, magnolie, faggi meditabondi, frassini, palme, querce silenziose, e poi le conifere, che invece sono più ciarliere, i cedri, i cipressi, gli abeti di Douglas, le sequoie.

 

In me nasce allora il desiderio di scrivere, perché le cose rimangano. Non si tratta d’immaginare romanzi ma di esprimere la quotidianità, gli eventi minimi che apparentemente si perdono nel flusso dei giorni. Ho provato a scrivere in questo modo nella raccolta Succede sempre qualcosa (Casagrande 2018), che riunisce reportage, divagazioni, storie di viaggio e anche racconti di pura invenzione. I vari pezzi sono allineati seguendo il corso delle stagioni, nel tentativo di rappresentare alcune parti di me stesso che – se non mi fermo a riflettere – rischiano di sfuggirmi, di sbiadire senza che me ne accorga. La scrittura inoltre mi aiuta, qualche volta almeno, a tenere a bada parti di me più pericolose, che mi spingono all’isolamento, alla malinconia, alla durezza.
C’è una canzone che mi ha ispirato nel comporre Succede sempre qualcosa. È anche un buon riassunto dei miei pensieri durante le passeggiate nel parco, con la mia infanzia che mi svolazza intorno. Il brano s’intitola Myself when I am real e venne suonato al pianoforte da Charles Mingus il 30 luglio 1967. Il pezzo proviene da Mingus plays piano (Impulse 1963), un album anomalo nella carriera di Mingus (1922-79), che fu un grande bassista e compositore. Se aveva già occasionalmente suonato il piano, questa infatti è lunica circostanza in cui possiamo ascoltarlo al pianoforte, da solo, per un intero disco.
Il sottotitolo dell’album, Spontaneous Compositions and Improvisations, indica bene lo stato di assoluta libertà con cui Mingus si mise al pianoforte. Myself when I am real è il brano di apertura (anche se venne suonato alla fine della seduta d’incisione). Più che un brano, sembra un album completo: non solo per la lunghezza (sette minuti e mezzo), ma soprattutto per la varietà di atmosfere. Mingus era un musicista passionale, impetuoso, un uomo senza peli sulla lingua che nel 1971 intitolò la sua autobiografia Beneath the underdog, in italiano Peggio di un bastardo. Ma in questo brano esplora con delicatezza il suo inconscio. Nel flusso dell’improvvisazione mostra differenti aspetti del suo carattere: la forza, il dolore, la rabbia insieme alla felicità e alla tenerezza. Fin dall’inizio si sente una dualità: un motivo a percussione convive con una melodia più eterea e sognante. Nel corso dell’improvvisazione ci sono momenti meditativi (intorno a 1.30) e improvvisi cambi di rotta, come quando a 1.40 entra in scena un ritmo di valzer, mescolato a sonorità spagnoleggianti (1.47). In generale si susseguono passaggi più duri, melodie serene, rallentamenti introspettivi (4.50) e nodi di tensione (6.08). A 6.40 c’è spazio per un’ultima variazione fra impeto e dolcezza, prima dei leggeri tocchi finali, che sembrano una confessione intima bisbigliata all’ascoltatore.

Mingus era un uomo dalla personalità complessa. Spesso si ha l’impressione che ci siano due o più Mingus in perenne dialogo e conflitto. Nessuno lo chiamava Charles o Charlie: era Ming per i musicisti e Mingus per tutti gli altri, compresa sua moglie. La sua autobiografia comincia così: «In other worlds I am three». Infatti nell’album Ah Um (Columbia 1959) c’è un brano intitolato Self-Portrait in Three Colors. Sempre nell’autobiografia, si riferisce a sé stesso con l’espressione «my boy» e poi «my man». Significativo anche il titolo dell’album Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus (Impulse 1963).
Senza aspirare a tanta mingusiana molteplicità, posso dire di avere anch’io il mio daffare a gestire i vari Andrea che vogliono prendere la parola o che, più spesso, chiedono un po’ di silenzio. Proprio per questo mi è stato utile comporre Succede sempre qualcosa. Le varie modalità di racconto hanno in comune l’urgenza di una ricerca, di una tensione all’unità dei vari frammenti. L’unità non procede mai per esclusione, ma per una progressiva accoglienza della mia identità multipla. Scrivo romanzi polizieschi e racconti brevi, reportage e divagazioni letterarie; ho la mia età ma cerco di non perdere di vista l’uccello variopinto dell’infanzia. Il fatto di riunire e pubblicare questi trentasei pezzi, scritti nel corso degli ultimi anni, mi ha portato più domande che risposte. Ma questo è normale.
Camminando nel parco di Villa dei Cedri ripenso a me stesso quando sono reale, e mi sembra che il piano di Mingus accompagni la mia passeggiata. L’antropologo francese Pierre Sansot scrisse che «un parco va scoperto passo dopo passo, seguendo il filo dei mattini e delle sere, nel corso delle differenti stagioni. Non è la stessa cosa entrare nel parco seguendo questo o quel sentiero. Inoltre, e soprattutto, siamo in presenza di un viaggio interiore, che ci cambierà nel profondo del nostro essere.»
A qualunque età, questo tipo di viaggio è sempre da ricominciare.

PS: Nei prossimi giorni sono previste tre presentazioni di Succede sempre qualcosa. Saranno occasioni per dialogare sia con i lettori, sia con gli autori Marco Rossari, Mario Chiodetti e Yari Bernasconi. E anche, naturalmente, con i vari Andrea che popolano il libro…
MILANO: domenica 18 novembre, Bookcity, Mare Culturale Urbano (via Giuseppe Gabetti 15), ore 14. Con Marco Rossari.
VARESE: sabato 24 novembre, Galleria Ghiggini 1822 (via Albuzzi 17), ore 17.30. Con Mario Chiodetti.
LUGANO: domenica 25 novembre, LAC, Hall, ore 11. Con Yari Bernasconi.

PPS: Qui sotto, un breve filmato che presenta l’idea su cui è costruito Succede sempre qualcosa.

PPPS: Ecco l’inizio di Peggio di un bastardo, nella traduzione di Stefano Torossi per Marcos y Marcos (1996; a cura di Claudio Galuzzi).
«In altre parole: io sono tre. Il primo sta sempre nel mezzo, senza preoccupazioni ed emozioni; osserva aspettando l’occasione di esprimere quello che vede agli altri due. Il secondo è come un animale spaventato che attacca per paura di essere attaccato. E poi c’è una persona piena d’amore e di gentilezza, che permette agli altri di penetrare nella cella sacra del tempio del suo essere. E si fa insultare, e si fida di tutti, e firma contratti senza leggerli, e si lascia convincere a lavorare sottocosto o gratis. Poi, quando si accorge di quello che gli hanno fatto, gli viene voglia di uccidere e distruggere tutto quello che gli sta intorno, compreso se stesso, per punirsi di essere stato tanto stupido. Ma non ce la fa: e così si rinchiude in sé stesso.»

PPPPS: La citazione di Sansot proviene dal volume Jardins public (Éditions Payot & Rivages 1993; 2003).

 

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Panchinario (18-23)

Sono convinto che, se potessimo giungere alla fine dell’universo, al limite remoto del big bang, ai bordi del continuum spazio temporale, laggiù dove svanisce la luce di cinquecento miliardi di galassie, proprio là troveremmo – come ultima propaggine di materia e avamposto estremo della quotidianità – una panchina. Un luogo tranquillo, con vista panoramica sul nulla. Nel turbinio caotico del cosmo, che è sempre un’esperienza stressante, la panchina sarebbe un invito a fermarsi, a starsene buoni almeno per qualche minuto. Tanto, per seguire l’espansione dell’universo c’è sempre tempo.
Restando in luoghi meno esotici, ecco qualche nuova panchina che si aggiunge alla collezione. Prossimamente, arriveranno anche quelle che ho scovato nei miei recenti viaggi in Polonia e in Sudamerica.

18) STABIO, in via Ligornetto (San Pietro)
Coordinate: 2’716’794.7; 1’079’550.8
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… veder crescere il grano.
Questa è una panchina che richiede doti di resistenza. Dovete andarci un mattino di autunno inoltrato, quando il campo è duro, livido; e non c’è altro da vedere se non il palo di un lampione. Ma nascosti nel profondo della terra i chicchi assorbono acqua, in un intimo raccoglimento, in una muta deflagrazione di vita. Voi restate seduti finché, dopo qualche settimana, i germogli romperanno la crosta del suolo. Allora dalla vostra panchina vedrete apparire tante piccole foglie verdi, che durante l’inverno diventeranno piantine pronte a lottare contro le intemperie. Mettetevi un cappotto, una sciarpa, e restate seduti fino a primavera. Assisterete alla nascita delle spighe, alla loro fioritura. Vedrete crescere il granturco giallo e maturo dei mesi estivi e poi lo vedrete seccare, fino al momento della raccolta. A quel punto salutate il lampione, che vi ha tenuto compagnia per tanti mesi, e tornate a casa.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

19) COMO, tra viale Cavallotti e via sant’Elia
Coordinate: 45°48’42” N; 9°4’31” E
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… visitare mondi inesplorati.
Le ultime rose dell’anno mostrano un volto smagliante, ma per terra si ammucchiano foglie secche. C’è una cassetta dalla quale si può estrarre un libro, lasciandone un altro al suo posto. Prendo in prestito Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle. Leggo di un altopiano remoto e popolato di creature preistoriche, quando un colpo di tosse mi riporta al presente. Due uomini, uno molto giovane e uno di mezza età, hanno spinto fin quassù un carrello carico di vestiti e cibarie. Stendono un materasso accanto alla panchina. Aprono una lattina di birra. Il più anziano si lamenta di essere perseguitato dai crampi. Il ragazzo commenta con un rutto. «Ringrazia – dice l’uomo – che sono troppo stanco per darti una sberla». «Me la darai domani», ribatte il ragazzo. Ripongo Il mondo perduto nella cassetta. «È bello?», mi chiede l’uomo. Rispondo di sì. «Una volta leggevo dei libri», commenta l’uomo. Il ragazzo, di nuovo, rutta sonoramente.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

20) LIGORNETTO, nel parco del Museo Vincenzo Vela in via Lorenzo Vela
Coordinate: 2’717’333.5; 1’080’280.7
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere un classico.
«Focione, l’Ateniese, non fu mai visto da nessuno né ridere, né piangere.» Alzo gli occhi dal libro e penso a questo saggio uomo politico. Non avrà mai avuto la tentazione di un sorriso? O di una lacrima? Una volta espresse la sua opinione nell’assemblea e tutti lo applaudirono, all’unanimità. Lui si volse verso gli amici e mormorò: «Devo aver detto una sciocchezza». Questa panchina di sasso invita a letture brevi ma consistenti. Torno a sfogliare Plutarco, Detti memorabili di re e generali, di Spartani, di Spartane (a cura di Carlo Carena, Einaudi 2018). Davanti a me c’è un salice che piange sul destino di Focione, condannato a morte nel 318. Nella quiete del parco, scorrono i grandi fatti della storia insieme alle minuzie, com’è giusto che sia. «Vilipeso per il fetore del suo alito, Ierone rimproverò alla moglie di non averglielo mai detto. E lei: “Credevo che tutti gli uomini avessero quell’odore”.»
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21) MONACO, nell’Englischer Garten vicino alla Chinesische Turm
Coordinate: 48°9’3″ N; 11°35’36” E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… stare in silenzio.
Siamo a Monaco, in Baviera. Il Biergarten “Am Chinesische Turm” è un viavai incessante di enormi boccali di birra, bratwurst, patate fritte, turisti e corvi neri che mangiucchiano gli avanzi. Ma basta allontanarsi di qualche decina di metri per trovare questa immensa Ruhebank, questa panchina silenziosa circondata dall’acqua. Per arrivarci bisogna camminare su un ponticello: sono pochi passi, ma si ha l’impressione di attraversare intere città, epoche, continenti. Sullo schienale è incisa una scritta: «HIER WO IHR WALLET DA WAR SONST WALD NUR UND SUMPF» (“Il luogo dove ora sostate fu un tempo foresta e palude”). Come non restare in silenzio, pensando alla natura selvaggia e agli esseri umani che vogliono lasciare un segno del loro passaggio in questo mondo? Per costruire la panchina, nel 1838 Leo Von Klenze impiegò il calcare di Kelheim, una roccia sedimentaria formatasi 150 milioni di anni fa.
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22) SAN VITTORE, sulla Strada dei Monti verso Giova
Coordinate: 2’728’903.6; 1’122’392.5
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… nascondersi.
Per visitare questa panchina dovete aspettare un giorno fitto d’impegni. Io ho scelto un luminoso sabato d’autunno. Su di me incombevano telefonate, mail, una conferenza da preparare. Avevo da finire un racconto e da pubblicare un pezzo nel blog. Che si fa in questi casi? Si fugge. Senza pensarci due volte, prendo la bicicletta e pedalo fino a San Vittore. Eccomi in via Mesolcina, con il vento alle spalle. Dopo aver superato due grotti, svolto a sinistra e comincio a salire. La panchina sta su uno sperone roccioso, accanto al serbatoio comunale di acqua potabile. Di fatto non è lontana dal mondo: dal basso arriva il ronzio dell’autostrada e s’intravedono le industrie di San Vittore. Ma all’ora giusta, con il sole radente, basta socchiudere gli occhi per scorgere solo alberi, montagne, cielo. Mi concentro sul fruscìo delle foglie mosse dal vento. Un pensiero mi balena per la testa: qui non mi troverà nessuno.
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23) DUNKELD, accanto alla Cattedrale di san Columba, sulla riva nord del fiume Tey
Coordinate: 56°33’52.1″ N; 3°35’21.3″ O
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… stare in pace.
Vicino al villaggio di Dunkeld, in Scozia, sorge una cattedrale gotico-normanna costruita fra il 1260 e il 1501. Intorno c’è un parco dove l’erba è perfettamente erbosa, il fiume perfettamente fluviale, il vento perfettamente ventoso. Tutto è pace e silenzio. Eppure proprio qui il 21 agosto 1689 infuriò la Battaglia di Dunkeld (Blàr Dhùn Chaillinn in gaelico). Nel lato a est della cattedrale restano i segni dei colpi di moschetto che si scambiarono i clan di giacobiti favorevoli a James VII di Scozia e un reggimento fedele a William di Orange. Centinaia di uomini persero la vita, fra i quali il ventisettenne tenente colonnello William Cleland, al comando del reggimento. Colpito al fegato e alla testa, si rincantucciò in un angolo così che i suoi soldati non lo vedessero morire. Oggi è sepolto nella navata della cattedrale, sotto una pietra su cui è inciso soltanto il suo nome.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 

PS: Grazie a Maria Linda (Monaco), Alice ed Eloisa (Dunkeld). Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine dalla sesta alla decima, qui le successive. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

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L’ultima sigaretta

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

L’uomo è irrequieto, si guarda intorno, esce di scena sulla Talacker per ricomparire un attimo dopo sulla Bahnhofstrasse. Si ferma nel triangolo di banchina che sorge come un isolotto fra i binari del tram. Avrà già compiuto settant’anni? La sua barba ricorda più quella di Rasputin che non quella di un hipster, e del resto l’abbigliamento non ha nulla di studiato. Semmai porta con sé un’aria trasandata dai colori spenti e polverosi. Incrocio il suo sguardo più volte, ma non se ne accorge. La sua attenzione è rivolta altrove. Si accende una sigaretta e riparte nervoso davanti al chiosco, attraversa la strada, poi si ferma in un punto preciso, scelto con cura, allinea i piedi, si abbassa leggermente, aggiusta pollice e indice della mano destra portandoli alle labbra, e infine lancia. La sigaretta – fumata solo a metà – vola per mezzo metro, prima di atterrare accanto al binario. Deluso, l’uomo riparte.
Al decimo mese, Paradeplatz sembra essere diventato un approdo. Un momento diverso dagli altri: ci si lascia il mare mosso alle spalle e ci si ferma per qualche ora, ancora coperti di sale, trotterellando qua e là con passo incerto, assorbiti da una quotidianità altrui di cui ogni tanto s’indovina qualcosa, più spesso non si capisce nulla. È ottobre inoltrato, ma la luce del sole insiste esuberante e l’ombra rimane sotto assedio.
Di nuovo l’uomo barbuto. Questa volta arriva dall’angolo fra Tiefenhöfe e Bleicherweg. Il pacchetto che tiene in mano è bianco e rosso. Recita: MAGNUM. Come potrebbe essere altrimenti? Sfila un’altra sigaretta e dopo averla accesa ritorna sulla rampa di lancio. Tre, due, uno. La sigaretta resta miracolosamente in piedi nel binario. L’uomo si ferma per qualche istante, in attesa di un tram che riporti il mozzicone in orizzontale. Ne transitano addirittura due. Dopo il trambusto, la sigaretta è effettivamente affondata all’interno del binario e l’uomo è scomparso. Una figura allegorica, forse.
Guardando il tram che sferraglia noto due dettagli. Il primo è una pubblicità: Erotik Adventskalender. Una conquista epocale: dopo il Bambin Gesù e i Santa Claus, la grande protagonista natalizia 2018 sarà Cleopatràs lussuriosa. Il secondo è un capolinea. Frankental. Il solito capolinea. Questa volta però mi ritornano in mente le parole pronunciate da Andrea in gennaio, durante il primo appuntamento zurighese. «La prossima volta dobbiamo andare a Frankental», aveva detto. Penso a tutti i progetti che abbiamo menzionato durante questi mesi: luoghi da vedere, testi da leggere, persone da incontrare. Ci restano solo due mesi a disposizione ed è improvvisamente chiaro chiarissimo che dovremo selezionare e lasciare cadere molte cose.
Dicembre incombe come una scure. Ma è giusto così, a poco servirebbe posticipare la scadenza. Questi siamo noi: la curiosità e l’entusiasmo che tende a moltiplicare, gli occhi che saltano a un futuro improbabile, in cui noi tendiamo comunque a credere, fino a essere persino colti alla sprovvista davanti al ridimensionamento (se va bene) o al fallimento (se va male). Forse più s’ignora il presente – che significa così spesso razionalizzare, pianificare, consolidare – e meno si deve pensare alla fine. Che però arriva, brutale.
Eccolo ancora, il moderno Rasputin. La sigaretta e il lancio che naturalmente, dopo il precedente exploit, non riesce. Ma fino a quando continuerà? E quando ha iniziato? Devo ricordarmi di andare a vedere quante sigarette stazionano inerti dentro le misteriose cavità del binario. Tre? Cento? Un milione? Sembra la versione 2.0 dell’ultima sigaretta (U.S.) di Zeno. Cerco Andrea, che oggi è particolarmente taciturno. Forse lui saprà dirmi qualcosa di più. Lo guardo e gli chiedo: Che sai tu, che taci?

[YB]

*

Un uomo parla al telefono, in italiano.
«Mi hanno comunicato la notizia ieri alle quattro e la sto ancora digerendo.» Fa una pausa. «È una questione di management, adesso non so che cosa succederà. Ma volevo dirtelo in anteprima… no, non è ancora ufficiale…» L’uomo continua la conversazione mentre sale sul tram numero 13 che, guarda caso, porta a Frankental. Io resto sul marciapiede, consapevole che non saprò mai niente di più su questa notizia confidenziale. Così come non saprò mai quale mistero nasconde l’uomo con i pantaloni rossi e un pupazzo di panda a grandezza naturale sulla spalla. E nemmeno saprò dov’è diretta la bambina che, transitando davanti al chiosco “Frido’s Marroni” canta una versione molto personale di Bella ciao.

 

Come facciamo a capire questo luogo? Gli unici che sembrano veramente a loro agio qui sono i tram, che passano e ripassano davanti a noi, scampanellano, si lanciano lunghi fischi stridenti, come grandi cetacei che parlino un’abissale lingua segreta. Lentamente mi aggiro intorno alla pensilina, registrando un audio con il telefono. Voglio catturare almeno cinque minuti sonori, per riascoltarli a casa, a occhi chiusi, immaginando di essere ancora a Zurigo. Scopro che il fatto di registrare ha quasi un potere ipnotico, come se piano piano perdessi tutti gli altri sensi e diventassi solo udito… finché la voce di Yari interrompe il sogno a orecchie aperte. Mi indica uno strano personaggio che lancia sigarette nei binari del tram. Poi leggiamo la poesia. Stavolta tocca a Mario Luzi e la lirica, tratta dalla raccolta Per il battesimo dei nostri frammenti (1985) parla proprio di Zurigo. (Ecco qui la versione in pdf con la spaziatura originale).

Sbrìgati,
non ebbe altro da dirmi
lei
dai suoi fradici rossori,
mi spinse nell’autunno dei suoi larici,
mi strappò in fretta la tazza
di nebbia e luce
che erano i suoi laghi, altra volta sue pupille.
M’incalzò quel monito
per tutte le sue valli,
giunse fino alle anatre
divenute molte
e nere tra Limmat e Zurchersee
e più verso la foce.
E tu
che mi guardi verso te
precipitare dirocciando
città rivierasca di che mare,
immagine o miraggio…

Che sai tu, che taci?

Fra la natura autunnale (lei) e la città (tu), il poeta precipita e spera di approdare a un chiarimento, a un mare che sciolga gli enigmi. Ma la città si schermisce, mentre le anatre divengono molte / e nere. Ho l’impressione che tutti noi rivolgiamo alla città la stessa domanda. Yari con il suo desiderio di andare a Frankental, io con i miei cinque minuti di puro ascolto, la bambina che canta, Rasputin che lancia sigarette. In una sorta di muto coro, insistiamo nel chiedere: che sai tu, che taci? Che cosa nasconde il cuore del cuore di Zurigo? Che cosa ancora Paradeplatz non ci ha raccontato, in questi dieci mesi di corteggiamento?
A un certo punto, mentre progettiamo il viaggio a Frankental per novembre o dicembre, Yari mi ricorda la leggenda metropolitana secondo cui sotto la Paradeplatz esterna s’intrecciano i cunicoli di una Paradeplatz scavata nella terra. Ci scambiamo un’occhiata. In fondo, che cosa ci costa provare? Apriamo la porta a vetri, ci avviamo lungo le scale. Come per scendere negli inferi bisognava pagare un obolo, per raggiungere il bagno pubblico di Paradeplatz bisogna infilare un franco nell’apposita fessura. Appena entrati cerchiamo una botola, un passaggio segreto. Ma il bagno è lindo, bianco, rispendente di specchi e porcellane. Una porta attira la nostra attenzione, anche solo per il laconico cartello: KEIN EINGANG, non si può entrare. Senza nemmeno consultarci, uno dopo l’altro, proviamo ad abbassare la maniglia. Niente, non si apre.
Mentre stiamo per uscire, scorgo un’altra porta chiusa. Questa si apre. Senza pensarci, oltrepasso la soglia e finisco in uno sgabuzzino. Mi accorgo che nei muri ci sono due buchi che sembrano portare nella profondità della terra. Che sia questo l’accesso? Provo a guardare in basso, ma non si vede niente. Vado a cercare Yari, passando per un’altra porta. Ho un attimo di disorientamento: sono tornato nel bagno… ma non è lo stesso bagno! Prima che la fantasia possa dipingere scenari di scambi dimensionali, capisco che sono finito nel bagno delle donne. Torno precipitosamente sui miei passi e riguadagno la superficie.
Fuori, tutto è come prima. Yari sta scattando qualche fotografia ed entrambi, senza bisogno di dircelo, ci rendiamo conto che siamo al terzultimo mese. Abbiamo passato ore in questa piazza, ma ci sembra che non sia abbastanza, ci sembra di non riuscire a scriverne come vorremmo. Però, a ben pensarci, questa è anche una fortuna. Quando evochiamo un luogo, una persona, un avvenimento, sempre dietro le nostre parole echeggia quell’interrogativo: che sai tu, che taci? E se non ci fosse questa domanda, forse non avremmo più ragioni per scrivere.

[AF]

*

Ne ho contate sette, di sigarette, sul fondo del binario. Ma Rasputin – mentre contavo – attendeva soltanto che mi allontanassi per riprovarci, con commovente tenacia. Perché? Qualcuno chiede perché? Le ragioni sono quelle taciute. Luminose e taciute. Possiamo ignorarle, ma regolano la nostra vita più di quanto immaginiamo. Ci pensavo salendo a due a due gli scalini dei bagni pubblici, l’anticamera del sottosuolo di Paradeplatz. Oggi ci siamo dovuti fermare sulla soglia. Ma KEIN EINGANG è un invito a continuare, a riprovarci. L’inverno bianco incalza, dice una voce amica. Sbrìgati.

[YB]

*

Accanto all’edicola, c’è una pila di copie del settimanale “Die Zeit”. Il titolo principale dice: Wer versteht noch die Welt? (chi capisce ancora il mondo?). Ma non è detto che il mondo vada capito a ogni costo. Forse il problema non è tanto comprendere, quanto essere nel mondo, con il mondo, parte del mondo. Il senso dell’esistenza si rivela nelle dissertazioni filosofiche o si nasconde invece nel lancio di una sigaretta?

[AF]

PS: L’audio di cinque minuti alla fine dura 6.17. Chi volesse può tenerlo come sottofondo mentre legge questo articolo. Segnaliamo comunque che dal minuto 2.50 si sente la bambina che canta Bella ciao.

PPS: La famosa “ultima sigaretta” (U.S.) è quella di Zeno, nel romanzo di Italo Svevo La coscienza di Zeno (1923). La lirica “Sbrìgati” venne pubblicata per la prima volta in L’Almanacco 1984, cronache di vita ticinese n. 3, Salvioni, Bellinzona 1983. In seguito Luzi la inserì in Per il battesimo dei nostri frammenti (Garzanti 1985), uno dei suoi libri più significativi.

PPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagosto e settembre.

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