As-Summan

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Novembre
Hanafuda: Salice / Poeta / Rondine
Luogo: as-Summan (لصمّان), Arabia Saudita
Coordinate: 23°40’19.6″N; 49°25’45.3″E
(Latitudine 23.67210; longitudine 49.42926)
La scrittura, così come la lettura, è un modo di allungare la strada. Se nella mia vita devo andare da un punto A a un punto B, come dicono i matematici, se devo affrontare qualsiasi esperienza, potrei scegliere la via più rapida, quella più efficiente. Il gesto di prendere un foglio e scrivere – o di aprire un libro e leggere – è una perdita di tempo, una sorta di espediente per vivere vite che non sono la mia. Eppure, quanta ricchezza in questa divagazione fra il punto A e l’inesorabile punto B.
Capita a volte di sorprendere una lentezza, una sospensione nascosta nelle cose ordinarie. Qualche giorno fa stavo tornando a casa lungo una strada che dal centro della mia città porta verso la collina. Faceva freddo, perciò la mia intenzione era quella di affrettarmi per arrivare il più presto possibile. Eppure, a un certo punto, mi sono fermato, e in pochi secondi mi sono accorto che stavo leggendo il mondo in maniera diversa. Mi sembrava di essere al centro di un mosaico, le cui tessere si disponevano con precisione. Poco più avanti passava un treno, orizzontalmente; di fianco a me scorrevano le automobili, verticalmente. Sulla sinistra, dietro la vetrata di una palestra, ragazzi con abiti colorati ripetevano lo stesso gesto; sulla destra, ingrossato dalla pioggia, scendeva un torrente. Ogni tessera aveva un suono o un silenzio: lo sferragliare del treno, il pigolare degli uccelli, il rombo delle automobili, il gorgoglìo del ruscello, le azioni mute dei ginnasti dietro la vetrata.


Prima la realtà sembrava una cosa sola, come se fosse un monolite. Dopo la mia sosta, invece, le singole tessere del mosaico spiccavano nel loro splendore. Ho cercato di riprodurre questa sensazione anche nel mio viaggio ad as-Summan, in Arabia Saudita. È stato più difficile, perché all’inizio percepivo soltanto il vuoto. Poi, passato qualche minuto, il vuoto è diventato qualcosa di ancora più lancinante: un’assenza, una privazione.
Stavo camminando sull’altopiano di as-Summan, che si estende per quattrocento chilometri a est di ad-Dahna. Procedendo verso nord, in direzione del Golfo Persico, dopo un centinaio di chilometri avrei incontrato una regione meno improba, intorno all’oasi di al-Aḥsāʾ, la più grande di tutto il paese, abitata fin dalla preistoria. Ma non era mia intenzione percorrere tutti quei chilometri: ero al volante di una vecchia Toyota e avevo bisogno di fare benzina. Il mio piano era quello di procedere fuori strada per circa quattro chilometri; poi avrei trovato una strada che in un’ora mi avrebbe portato fino alla città di Haradh, famosa per le installazioni petrolifere e del gas. Ma non è di tutto ciò che voglio parlare, né dell’atmosfera di Haradh, con le sue case piccole e bianche, raggruppate insieme, e intorno un immenso cantiere, un mostruoso pianeta di tubi, acciaio e cemento.
Quello che mi piacerebbe descrivere è proprio quel momento in cui mi sono fermato, ho girato lo sguardo intorno e non ho trovato niente. Nessun appiglio per gli occhi, nessuna tessera del mosaico. Mi è venuto un pensiero bizzarro: questa situazione è tanto diversa da quella che ho trovato lungo la strada che portava a casa mia? Che cosa si nasconde dietro l’asfalto, il ruscello, il vetro, i binari della ferrovia?
Il nulla è sempre a un passo da noi. Abbiamo costruito, nei secoli, nei millenni, abbiamo abitato la terra, l’abbiamo trasformata. Abbiamo il desiderio di lasciare un segno, ma fino a quando? Tuttavia, proprio nel profondo del deserto ho sentito che questo desiderio non è vano. Anche se il vento cancellerà ogni cosa, anche se il tempo macinerà le nostre opere, averle compiute non è privo di senso. Il bisogno della bellezza è inestirpabile nell’essere umano, così come la necessità di far fiorire i deserti, che siano geografici o esistenziali.
Guardo le carte di novembre. Il Salice è un invito ad accogliere quanto succede, a sapersi piegare, adattare, mentre il Poeta (o L’Uomo della Pioggia) è un invito a insistere, a non demordere nel seguire la propria esigenza espressiva. L’uomo si chiamava Ono no Michikaze (894-966), conosciuto anche con il nome di Ono no Tōfū. Fu lui il primo a dare i tratti distintivi alla calligrafia giapponese, distinguendola da quella cinese. Si racconta che un giorno, deluso e amareggiato per la mancanza di risultati nel suo lavoro, si soffermò a osservare una rana che tentava di saltare sopra il ramo di un salice: dopo sei balzi falliti, la rana riuscì infine nel suo obiettivo; e in quel momento Ono no Tōfū trovò la forza interiore per proseguire nella sua ricerca. Oggi il calligrafo è raffigurato su una carta da gioco, nello stesso mese in cui appare anche il Fulmine: l’imprevisto, l’azzardo, l’ignoto che, mentre porta scompiglio, può condurre verso una rivelazione.

HAIKU

L’eco di un fischio
indugia sopra i tetti –
L’ultima rondine.

PS: Ho inserito un frammento audio registrato proprio nel momento in cui vedevo comporsi le tessere del mosaico.

PPS: Questo è l’undicesimo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglioagostosettembre e ottobre.

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Un circo, in lontananza

È quasi buio. Sto camminando attraverso un grande prato, ancora libero dalle costruzioni. A un certo punto, in lontananza, avvisto le luci di un circo. Alla sinistra del tendone, avvolto dai colori, appaiono due grandi gru, impiegate in un cantiere edile. Dietro, si staglia il profilo nitido delle montagne. Più contemplo questa scena, più fatico a riprendere il cammino, nonostante il freddo. Ho l’impressione di avere già vissuto tutto questo: io immobile, in un prato che diventa buio; oltre il buio, la promessa dell’ignoto che si fa scoperta, avventura, meraviglia. Mentre ancora non ci sono arrivato, tuttavia, già sento la tristezza per la durata effimera delle luci e dello stupore. Il circo ripartirà, le due gru costruiranno un palazzo che resterà invece al suo posto, solido, massiccio. E io non sarò mai più sullo stesso prato, con lo stesso freddo, con gli stessi colori che mi aspettano all’orizzonte.
Alla fine mi sono avvicinato. Dentro il tendone era in corso uno spettacolo, perciò a guidarmi è stato il suono dell’orchestra. Ho girato intorno al circo, ho osservato gli autocarri, i recinti per gli animali, gli artisti in attesa di entrare in scena. Una cavallerizza fumava una sigaretta, appoggiandosi a una staccionata. Un clown si stropicciava le mani per tenerle calde. Fin da quando sono bambino ogni anno assisto allo spettacolo del circo Knie, e da sempre mi stupisce l’intreccio fra l’eccezionale e il quotidiano. Nella città grigia di novembre appare questo scintillìo, questa girandola di pagliacci, acrobati, cavalli. Un mondo che sorge di notte, come un incantesimo, e che dopo tre giorni riparte senza lasciare tracce. Dentro l’arena si accendono le fanfare, le risate, gli applausi; intanto fuori piove e un acrobata, avvolto in un manto sfavillante di lustrini, cammina nel fango verso il suo carrozzone.
La famiglia Knie è arrivata all’ottava generazione. Da cento anni porta in giro per tutta la Svizzera la sua carovana di animali e artisti, destreggiandosi per presentare i numeri in tre lingue e per adattarsi alle stagioni. Per me il circo ha un sapore tardo autunnale, ma in altre città dev’essere simile a una fiera estiva. In particolare, ho una predilezione per la figura del pagliaccio colto nella luce di novembre. Mi affascina quel senso di lontananza che sempre si sprigiona dai clown: sono lontani da noi, dalle nostre esperienze, sono esagerati, sono caratteri estremi… eppure, mentre li guardiamo, ci sorpendiamo all’improvviso come in uno specchio. Questa è la forza del circo: è una narrazione primordiale – forse il primo mezzo con cui l’essere umano ha provato a raccontare storie, insieme ai graffiti e alle fiabe – e allo stesso tempo è eternamente provvisorio. Arriva, crea una piccola fantasmagorica città e poi riparte.
Anche gli artisti del circo affondano le radici in una lontananza che, durante lo spettacolo, si tramuta in presente. Quest’anno ho apprezzato la figura di Yann Rossi nei panni del clown bianco. Già suo padre era un pagliaccio rinomato, così come i suoi antenati: nel 1732 i Rossi già si esibivano in Francia, alla corte di Luigi XIV. Anche Davis Vassallo e Francesco Fratellini sono stati molto bravi nel riproporre in maniera moderna e sofisticata alcuni numeri storici, fra cui quello dell’innaffiatore che finisce innaffiato. Fra l’altro, una variante elementare di questa gag ispirò un cortometraggio dei fratelli Lumière, L’arroseur arrosé, che venne proiettato nella prima rappresentazione pubblica di cinematografo, avvenuta il 28 dicembre 1895 al Salon indien du Grand Café, nel boulevard des Capucins a Parigi.
Anche Francesco Fratellini proviene da una dinastia celebre, cominciata con Giuliano Fratellini nel 1745: Francesco è un esponente dell’ottava generazione. Gli appassionati di circo conoscono soprattutto tre membri della quinta generazione: Paul (1877-1940), François (1879-1951) e Albert (1885-1961), fra i maggiori pagliacci in assoluto di tutti i tempi. Fra il 1909 e il 1940 il Trio Fratellini fece ridere tutta l’Europa, resistendo anche durante i tempi più difficili, come la Prima guerra mondiale. François era il clown bianco, Albert l’augusto, mentre Paul mediava fra i due estremi. I tre ispirarono scrittori (Jean Cocteau, Raymond Radiguet), pittori (Pablo Picasso e molti altri) o fotografi (Robert Doisneau). Annie Fratellini, nipote di Albert, fu la prima donna a vestire i panni dell’augusto; nel 1974 fondò con suo marito Pierre Étaix l’École Nationale du Cirque, poi Académie Fratellini. La coppia è presente nel film I clowns di Federico Fellini (dove appare anche Gustavo, un altro membro della famiglia). Nel 1955, a settant’anni, Albert raccontò in un libro la sua vita e quella dei suoi fratelli, augurandosi che il nome Fratellini restasse «il simbolo della gioia che s’infrange, come una tempesta, sui gradini del circo». Da quanto ho potuto vedere, la tempesta infuria ancora… e dalle onde, dalla schiuma nasce la poesia. Come ebbe a dire lo scrittore Henry Miller, «il clown ci insegna a ridere di noi stessi, ed è un ridere che nasce dalle lacrime». È un gesto potente, catartico. Perciò, sempre secondo Miller, «il clown è un poeta in azione. È lui stesso la storia che interpreta.»PS: Per chi abita non lontano dalla Svizzera italiana, suggerisco di visitare la mostra Remo Rossi e il circo. L’arte della meraviglia. Omaggio a Rolf Knie, aperta fino al 28 marzo 2020 nella sede della Fondazione Rossi a Locarno. Alcune opere sono visibili anche nella Casa Ossola a Orselina e nel Ristorante Teatro Dimitri a Verscio.
L’esposizione presenta numerosi schizzi e disegni dell’artista, dai quali scaturirono le sue opere scultoree (di cui alcune fra le più celebri sono state raccolte per l’occasione). Tra i suoi soggetti sono infatti assai numerosi i clown, gli acrobati e gli animali da circo (per esempio la scultura della foca nella piazza Governo di Bellinzona). Inoltre si possono ammirare anche alcuni dipinti e una scultura di Rolf Knie, nato nel 1949, esponente della sesta generazione, il quale fu clown, cavallerizzo e acrobata prima di diventare pittore e scultore.

PPS: La frase di Albert Fratellini proviene dal suo libro Nous, les Fratellini, edito per la prima volta nel 1958 e ripubblicato nel 2009 dalle Éditions Cartouches di Parigi. Le parole di Henry Miller sono tratte dalla postfazione al suo racconto The smile at the foot of the ladder (1958), tradotto in italiano da Valerio Riva (Henry Miller, Il sorriso ai piedi della scala, Feltrinelli 1963; 1980).

PPPS: Per conoscere altri dettagli sul circo Knie, e per mille altri approfondimenti legati al mondo del circo, consiglio di visitare il sito Solo Circo X Sempre, aggiornato e gestito con cura da Andrea Eglin.

PPPPS: Le prime tre immagini dell’articolo ritraggono il circo Knie. Poi c’è un ritratto di Albert Fratellini e una foto dello storico Trio Fratellini. Infine, Remo Rossi fotografato accanto alla scultura Acrobati su impalcatura (1960 circa). Anche la scultura qui sotto, intitolata Gli acrobati, è di Remo Rossi.

 

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Dighori

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Ottobre
Hanafuda: Acero / Cerbiatto
Luogo: Dighori (दिघोरी), Maharashtra 441203, India
Coordinate: 20°47’01.9″N; 79°13’11.7″E
(Latitudine 20.78386; longitudine 79.21991)
Andando in un sentiero di montagna m’imbatto in una coppia sui trent’anni. Stanno discutendo. Lei dice: «Qualcuno te lo deve insegnare, a essere forte, non puoi arrivarci da solo.» Lui tace. Lei aggiunge: «Come fai, se nessuno te lo insegna?» Il sentiero è pianeggiante, in mezzo a un bosco di latifoglie in cui spiccano l’arancione dei ciliegi e il rosso vivace degli aceri montani, luminosi come segnali d’allarme. Li saluto, loro proseguono. Alle mie spalle la voce di lei diventa più acuta. Mi accorgo che sta piangendo.
Che cosa posso fare? Non sono affari miei. Mi viene il pensiero di voltarmi, di chiedere se vada tutto bene. Di certo la prenderebbero come un’offesa. Esito, rallento. Mi fermo. Forse invece una parola detta da uno sconosciuto potrebbe aiutarli. Ma il mondo non funziona così. Il mondo può essere (o dirsi) moderno, aperto, sensibile alle differenze. Tuttavia gli steccati restano invalicabili: chi soffre deve soffrire da solo. Il dolore deve restare chiuso nella coppia, nella famiglia, nella cerchia più ristretta. O al massimo può essere buttato fuori nei social network, come un urlo scomposto. È doveroso, è necessario rispettare lo spazio privato degli altri. Bisogna salutare, cortesemente – e poi tirare diritto.
Dopo qualche secondo mi volto, quasi di nascosto. La coppia è scomparsa. C’è solo il sentiero, con gli alberi spogli, il fruscio del vento. Di colpo avverto il peso della mia solitudine. Sarà irragionevole, forse stupido. Di sicuro inutile. Ma sento un nodo di lacrime che mi stringe alla gola, come un morso, come l’agguato di una belva.
Sto pensando alla mia fragilità. Quante volte la vita ci sorprende inermi? Da bambini e da vecchi succede forse più spesso, ma anche nel pieno dei tempi, quando abbiamo costruito una fortezza – o almeno una baracca per ripararci dalle intemperie – anche allora capita che ci sentiamo perduti. Siamo come una preda. Un cerbiatto che si è attardato a bere, al fiume, e che si accorge di essere lontano, diviso da ogni gruppo, famiglia, compagnia. In quel momento, anche se non la vediamo, sappiamo che la belva si aggira nei dintorni. Il leopardo, con la sua capacità di piombarci addosso all’improvviso. La tigre, con la sua divisa mimetica, con la sua eleganza crudele. La tigre di cui non ti accorgi finché ormai è troppo tardi.
Ho provato questa sensazione nel mio viaggio in India. Avanzavo in un terreno brullo: polvere marrone, macchie di alberi, tratti di boscaglia più fitta. Non ero proprio fuori dal mondo: a un paio chilometri a sud-est c’era il villaggio di Dighori, che conta poco meno di cinquanta abitanti. Nella direzione opposta, camminando per tre chilometri circa, sarei giunto a Dongargaon, popolato da un centinaio di persone.
Questi paesi fanno pensare a una zona remota, in mezzo alla natura. Ed è così, in un certo senso. Ma se avessi raggiunto Dighori, e se avessi trovato un’automobile, in poco più di un’ora e mezzo, magari due contando gli imprevisti, sarei giunto alla città di Nagpur, la capitale d’inverno dello stato del Maharashtra (quella estiva è Mumbai).
Nagpur, con i suoi due milioni e mezzo di abitanti, è la tredicesima città più popolosa dell’India. Gli Inglesi la designarono come punto centrale del loro Impero delle Indie; e in effetti è proprio il centro geografico della penisola indiana, sebbene sia un po’ fuori dalle rotte turistiche. Secondo uno studio di Oxford nel periodo fra il 2019 e il 2035 Nagpur sarà la quinta città con la crescita più rapida al mondo, con un tasso di crescita media dell’8,41%. (Ai primi venti posti della classifica ci sono diciassette città indiane.) È un luogo vivo, pieno di movimento. Proprio in ottobre, ogni anno diventa una meta di pellegrinaggio per i buddisti, che in India sono una religione minoritaria. Nagpur è soprannominata anche il Cuore dell’India, la Capitale delle Arance (ne produce di rinomate) o la Capitale delle Tigri, per la grande quantità di questi animali presenti nelle riserve intorno alla città.
Mentre vagavo tra Dighori e Dongargaon, espressioni come “tasso di crescita” mi sembravano prive di consistenza. Anche “milioni di abitanti” era un concetto sfumato, astratto. Intorno a me non c’era nessuno. La parola “tigre”, invece, appariva nella mia mente come una cosa concreta. Era il tardo pomeriggio, la temperatura era calda, umida. Cercavo di camminare all’ombra degli alberi, per quanto possibile. Dal bosco venivano fruscii, schiocchi di rami. Che ne sarà di me, ho pensato. E adesso che sono tornato a casa, che sono lontano dalle tigri in carne e ossa, il pensiero non mi abbandona. Anche mentre scrivo, al sicuro nel mio studio, la domanda mi ferisce. Che ne sarà di me… che ne sarà di tutti noi?

HAIKU

Sale la nebbia.
Scricchiolano sul viale
passi di corsa.

 

PS: Questo è il decimo  “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglioagosto e settembre.

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Panchinario 65-73

Scrivere di panchine è scrivere di uomini e donne, di alberi e animali, di tutto ciò che vive sulla terra. Ogni panchina offre al passante le storie di chi abita nei dintorni e di chi se n’è andato ma ancora, misteriosamente, torna ogni tanto a sedersi. Ho trovato questa immagine in una poesia dell’autore inglese Thomas Hardy (1840-1928). Nella traduzione di Eugenio Montale s’intitola Vecchia panchina.

Il suo verde d’un tempo si logora, volge al blu.
Le sue solide gambe cedono sempre più.
Presto s’incurverà senz’avvedersene,
presto s’affonderà senz’avvedersene.

A notte, quando i più accesi fiori si fanno neri,
ritornano coloro che vi stettero a sedere;
e qui vengono in molti e vi si posano,
vengono in bella fila e vi riposano.

E la panchina non sarà stroncata,
né questi sentiranno gelo o acquate,
perché sono leggeri come l’aria
di lassù, perché sono fatti d’aria.

65) ANZINO, nell’Alpe Baolina
Coordinate: 45°58’48″N; 8°9’3″E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… ascoltare il bosco.
Siamo in Piemonte, nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola. La strada carrozzabile che parte da Anzino s’inoltra fra gli alberi e diventa un sentiero. C’è una biforcazione: a sinistra si arriva all’Alpe Rondirenco, mentre a destra si può andare a Bannio, passando da Valpiana. Al bivio tutto è sospeso fra la civiltà e la natura, l’asfalto e la terra, il noto e l’ignoto. Il bosco, pure quando è vicino alle case, è sempre misterioso. C’è un’anima profonda, selvaggia, che con i nostri sensi addomesticati dalla modernità possiamo solo intuire. Anche la panchina è sospesa fra due mondi: sta in un territorio privato (come dice un vecchio cartello quasi illeggibile) ma è pubblica, a disposizione di tutti i passanti. Basta sedersi per qualche minuto, in silenzio, e il bosco comincerà a parlare: fruscii, schiocchi, canti di uccelli e ronzii di insetti, parole di erba e di acqua e di vento. È il linguaggio più antico del mondo.
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66) ARTH, in Guggähürliweg, ai bordi del bosco
Coordinate: 2’695’018.9; 1’108’698.9
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… perdere un treno.
Tutta l’Europa passa lungo la ferrovia del Gottardo. Lavoratori, turisti, studenti, affaristi, furfanti, politici, migranti, artisti… ognuno con le sue ragioni e le sue speranze. E tutti, senza badarci, passano da Arth-Goldau. Quante volte sono sceso a questa piccola stazione e sono salito sul treno per Zurigo, che parte (di solito) dal binario opposto? A volte mi fermo meno di un minuto. A volte perdo la coincidenza e devo aspettare. Finché un giorno ho deciso di perdere un treno in più: sono uscito dalla stazione e mi sono trovato nel villaggio di Goldau, che conta cinque o seimila abitanti e che appartiene al comune di Arth. Dalla stazione poi, con una passeggiata di quaranta minuti, ho raggiunto questa panchina discreta, con vista sul centro di Arth e sul lago di Zugo. (Per chi avesse molti treni da perdere: dalla panchina in meno di cinque ore si arriva sulla cima del Monte Rigi.)
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67) CORFÙ, sulla spiaggia di Arillas
Coordinate: 39°44’34.8″N; 19°38’51.4″E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… leggere Jules Verne.
Sono nell’isola greca di Corfù, all’estremità di un molo; di fronte a me vedo l’isolotto di Nisida Kravi. Ma dopo un po’, sferzato dal vento e dalla schiuma, comincio a sospettare che il luogo da reale stia diventando immaginario. Eccomi dentro un racconto di Jules Verne: «Frritt!… è il vento che si scatena. Flacc!… è la pioggia che cade a torrenti. Questa raffica muggente piega gli alberi della costa volsiniana e s’infrange contro il fianco delle montagne di Crimma. Lungo il litorale, le alte scogliere sono incessantemente logorate dalle onde di questo vasto mare della Megalocride. Frritt!… Flacc!…». Non sono più a Corfù, ma nella misteriosa cittadina di Luktrop. Verne avvisa i lettori: inutile cercarla sulle mappe, perché «i migliori geografi non hanno saputo mettersi d’accordo sulla sua latitudine, e nemmeno sulla sua longitudine» (“Frritt-Flacc”, pubblicato su “Le Figaro illustré” nel 1884).
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68) LUGANO, in piazza Molino Nuovo
Coordinate: 2’717’460.3; 1’096’749.4
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… pensare al futuro.
Ci sono ancora le mezze stagioni. Un lunedì pomeriggio, nel cuore di settembre, siedo su questa panchina rossa sotto un albero verde; nonostante la resistenza dei colori, avverto nell’aria un languore, come un respiro che si fa più lento. Il blu del cielo è compatto, insondabile. Che cos’è l’autunno? Spesso appare come un segno della fine, una discesa verso il vuoto dell’inverno. Ma perché non vederlo come la stagione in cui, profondamente, le cose preparano un nuovo inizio? Forse la primavera è già qui, ma in incognito. Le voci dei passanti si mescolano al suono del traffico. Un uomo esce dal bar con la “Gazzetta dello Sport”, un bimbo protesta perché non vuole stare nel passeggino, lungo la via Trevano passa lentamente una Harley Davidson, scintillante sotto il sole. Al centro della piazza, proprio di fronte a me, la fontana è impacchettata in un telo di plastica: lavori in corso.
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69) SAVONLINNA, sull’Aino Acktén Puistoten
Coordinate: 39°44’34.8″N; 19°38’51.4″E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… lanciare il proprio telefono.
Savonlinna è una città finlandese di 36.000 abitanti. Il quaranta per cento del suo territorio è fatto di acqua: dal lago Haukivesi fino al Pihlajavesi, ovunque è uno scintillìo di riflessi, un tremolìo di onde sullo sfondo verde scuro delle foreste.L’Ovanlinna, il castello di sant’Olaf, è la fortezza medievale più a nord fra quelle rimaste in piedi in tutto il mondo; fu costruito nel 1475 per controllare la frontiera tra il regno di Svezia e la Russia. La città venne distrutta più volte, nel corso di varie guerre. Oggi tutto è calma e silenzio, solo le torri grigie ricordano che qui avvennero battaglie e lotte sanguinarie. Nella luce dolce del pomeriggio l’acqua assorbe i rumori, i contrasti, i cattivi pensieri. Proprio a Savonlinna, ogni anno si svolge il Campionato mondiale di lancio del telefono cellulare: nel 2005 il finlandese Mikko Lampi stabilì il record assoluto con la distanza di 94 metri e 97 centimetri.
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70) DIJON, in place de la Libération
Coordinate: 47°19’16.8″N; 5°02’29.7″E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… riflettere sui soprannomi.
Gli zampilli delle fontane crescono, diventano rigogliosi, poi tornano piccoli e quasi scompaiono. Davanti a me il Palazzo ducale, oggi sede del Municipio e del Museo delle Belle Arti. I duchi di Borgogna, all’apogeo del loro dominio, estesero la loro influenza dai mari del nord fino al Mediterraneo. Tutto cominciò con Riccardo il Giustiziere (877-921), ma la fase di grande espansione arrivò con Filippo l’Ardito (1363-1404), Giovanni Senza Paura (1404-1419), Filippo il Buono (1419-67) e Carlo il Temerario (1467-77). Mi chiedo: i soprannomi corrispondevano al vero? Sembra di sì. Di certo Carlo fu temerario: l’ultimo duca borgognone mosse battaglia contro i Cantoni elvetici, sicuro di vincere, ma venne sconfitto tre volte e lasciò la pelle nella battaglia di Nancy (1477). Gli Svizzeri vittoriosi, confermando la loro indole pratica, rinunciarono ad annettere la Franca Contea in cambio di centocinquantamila fiorini d’oro.
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71) FUSIO, davanti al cimitero
Coordinate: 2’694’102.7; 1’144’302.3
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… sentirsi vivo.
La panchina forse non esisteva ancora, ma fu proprio da questo punto di vista che nel 1870 il viaggiatore inglese Samuel Butler s’innamorò di Fusio: «Non so in che cosa consista il suo incanto peculiare, ma è il più bel villaggio del genere che io conosca» (S. Butler, Alpi e santuari, trad. di P. Bianconi, Dadò 1984). È sempre difficile spiegare l’incanto: in questo giorno d’autunno mi limito a contemplare le case, il campanile, le finestre velate dalla nebbia. Dalla parte opposta c’è l’ossario, costruito nel 1823. Sulla facciata, due scheletri mi ricordano che la vita è un soffio e che presto calerà il buio; chissà perché, nonostante il memento mori, mi sento più che mai ricolmo di vita. Ogni cosa intorno mi pare luminosa: il villaggio, i prati, i boschi, l’angelo che nell’affresco solleva le anime purganti. E gli scheletri? Forse sono matto… ma credo proprio che, dietro uno sbuffo di nebbia, uno dei due mi abbia rivolto un sorriso.
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72) PREONZO, in Pasquéi
Coordinate: 2’720’524.5; 1’124’656.1
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… ascoltare l’autunno.
I luoghi più ordinari sono quelli più misteriosi. Un mite giorno di ottobre mi siedo su questa panchina, posta in un triangolo erboso accanto alla strada cantonale, che a Preonzo si chiama “el Stradón”. Accanto a me c’è una fontana. Più lontano, un cantiere edile. Subito di fronte, un parcheggio e l’ingresso di un ristorante. Tutto va come sempre. Passa un adolescente in motorino. Due signore si fermano a parlare. Dal ristorante viene un buon odore di pizza. Un uomo canticchia una canzone. Poi, di colpo, un bambino prende lo slancio ed entra di corsa in un mucchio di foglie secche. Allora noi, tutti noi che siamo rimasti fermi, ci scambiamo uno sguardo – io, le signore, l’uomo che canta. Dentro di me sento nascere un rimpianto: vorrei essere lì, al posto del bambino, dentro il cumulo di foglie, intento a causare quello scoppiettio, quell’accartocciarsi, quel fruscio crepitante… la perfetta colona sonora per un giorno d’autunno.
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73) SION, in rue du Grand-Pont
Coordinate: 2’593’973.9; 1’120’309.5
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… inventare una storia d’amore.
La panchina è double face e si trova nell’angolo fra due case, lungo la via principale. Da una parte si può contemplare la vetrina di una galleria d’arte e la brasserie Croix Fédérale. Dall’altra, c’è un negozio di barbiere: «Carmelo coiffure». Sulla destra, un arco di pietra immette in un vicolo. Un cartello con una freccia dice: «Coiffure Inès». Seduto con le spalle alla strada, guardo prima la vetrina di Carmelo, poi il cartello di Inès. I due si conoscono? Sono rivali? Immagino che all’inizio si saranno guardati in cagnesco. Poi magari una sera Carmelo – rimasto senza gel o senza lozione rivitalizzante – ha bussato alla porta di Inès. Lei aveva da fare e gli ha risposto in maniera sbrigativa. Ma il mattino dopo, affacciandosi da Carmelo, si è scusata per il tono brusco. E lui, cogliendo la palla al balzo: «Pas de problème, mademoiselle. Puis-je vous offrir un café?» Così cominciano le grandi storie d’amore.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Esprimo la mia gratitudine a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie mille a Barbara (Anzino), Alice (Arth, Lugano), Eloisa (Lugano), Paolo (Savonlinna), Martina e Gregorio (Fusio), Caterina e Lavinia (Preonzo), Prisca e Fabio (Sion).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37, qui da 38 a 45, qui da 46 a 55 e qui da 56 a 64. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: La poesia di Thomas Hardy proviene dal Quaderno di traduzioni di Eugenio Montale, pubblicato per la prima volta nel 1948 e ora contenuto in Tutte le poesie (Mondadori 1984; 2001). L’originale s’intitola The garden seat. Ecco il testo, preso dal sito della Thomas Hardy Society.

Its former green is blue and thin,
And its once firm legs sink in and in;
Soon it will break down unaware,
Soon it will break down unaware.

 At night when reddest flowers are black
Those who once sat thereon come back;
Quite a row of them sitting there,
Quite a row of them sitting there.

 With them the seat does not break down,
Nor winter freeze them, nor floods drown,
For they are as light as upper air,
They are as light as upper air!

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Santa Fe

 “Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Settembre
Hanafuda: Crisantemo / Coppa di saké
Luogo: Santa Fe, Nuovo Messico, Stati Uniti
Coordinate: 35°41’46.2″N; 106°10’21.7″W
(Latitudine 35.69616; longitudine -106.17269)
Esco a fare una passeggiata. Sul fianco di una collina mi soffermo a guardare la città dall’alto. È tardi, fra un’ora sarà buio. Riprendo a camminare, seguo un tornante e di nuovo mi giro a contemplare la città. Stavolta però mi trovo davanti il verde smagliante di una siepe. Mi viene in mente che, oltre quella siepe, si distendono le strade, le piazze, i quartieri residenziali, il fiume… ma che importa? Sono nella classica situazione leopardiana. Nel pensiero posso fingere interminati spazi e infiniti silenzi di là dalla siepe, posso giungere fin dove mi porta il desiderio. Mi accorgo però di avere trascurato un dettaglio. Di là dalla siepe c’è una terrazza. E sulla terrazza, approfittando dell’ultimo sole, un uomo e una donna stanno chiacchierando. Devono essere davanti alla porta della cucina, perché sullo sfondo sento una voce infantile che ripassa le moltiplicazioni.
– Cinque per uno cinque, cinque per due dieci, cinque per tre quindici…
La voce dell’uomo è più grave. – Lo so che fanno tutti così. Ma a me piace spendere i soldi che ho. Cioè, se voglio una macchina la compro.
– Ma se non puoi comprarla? – interviene la donna.
– Allora ne compro un’altra. Ma sarà la mia macchina.
– Anche se la prendi in leasing è tua. È la stessa cosa.
L’uomo fa un sospiro. – Io spendo solo i soldi che ho.
– Sette per tre ventuno – dice intanto il bambino (o la bambina). – Sette per quattro ventotto, sette per cinque trenta, no, trentacinque, sette per sei quarantadue, sette per sette quarantanove…
Mi allontano. Non ho visto niente, non ho immaginato niente. Ma forse ascoltare è ancora meglio. Ascoltare e capire quando è il momento buono per scrivere. Un tempo, in Giappone, durante le feste di settembre era usanza riunirsi in riva ai ruscelli e ai canali per comporre versi sullo splendore dei crisantemi. Per gioco si facevano galleggiare le coppe di saké sull’acqua corrente e tutti cercavano di scrivere un poema prima che la coppa arrivasse davanti a loro. Anch’io voglio scrivere in questo modo. Non bevendo saké (o non sempre), ma tentando di raccontare una cosa solo al momento giusto, quando mi sembra necessario condividerla.
Confesso che non mi sento del tutto pronto a parlarvi del mio viaggio nel Santa Fe National Park. Ancora non ho capito bene che cosa mi sia accaduto. Però sento che qualcosa devo dire prima che finisca settembre.
Era una giornata di sole. Non faceva troppo caldo, ma tutto era secco, e il vento sollevava sbuffi di polvere. Faticavo a orientarmi, perché il paesaggio era uniforme: rocce, piccoli arbusti che sembravano pini, qualche picco in lontananza. Forse quello a nordovest era il Cerro Micho. Speravo che potesse fungere da punto di riferimento: secondo i miei calcoli dovevo essere a una decina di chilometri dal Rio Grande, dove avrei trovato l’acqua.
Dopo un paio d’ore di cammino mi sentivo in un mio personale film western. Non ero più un Andrea qualunque, ma un personaggio: il bandito a cui hanno rubato cavallo e borraccia. L’uomo solo che deve passare dalle zone più impervie, covando la nostalgia di una voce amica, di un whisky, di un profumo femminile. Il desperado braccato dai cacciatori di taglie. In fondo il suo desiderio è fuggire in un luogo lontano e mettere su un ranch, ma sa che non sarà facile. No, non sarà per niente facile.
Il bandido, roso dalla sete, punta verso il Rio Grande. Potrebbe cambiare direzione e tornare verso Agua Fria, dove forse troverebbe un riparo per la notte. Ma è troppo rischioso. Non devo farmi prendere. Non mi resta altro che la mia libertà. È una vita sporca, misera, solitaria. Ma è la mia vita. Non me la lascerò strappare via dal primo sceriffo in cerca di gloria.
A pochi passi dal Rio Grande una voce mi coglie di sorpresa.
– Ehi, gringo, stai cercando qualcuno?
Mi volto, lentamente. Sono pronto a combattere.
Ecco. Questo è il mio delirante viaggio di settembre. È tutto vero? È tutto falso? This is the West, sir. When the legend becomes fact, print the legend. Nel west, se la leggenda incontra la storia, vince sempre la leggenda.

HAIKU

Viene la notte –
In fondo all’orto ridono
i fiori d’oro.

 

PS: Questo è il nono  “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglio e agosto.

PPS: La frase «This is the West, sir. When the legend becomes fact, print the legend» proviene dal film The man who shot Liberty Valance, girato da John Ford nel 1962. È un giornalista a pronunciarla, per sottolineare come sui giornali trovi posto il mito del Far West anche quando esso non corrisponde ai fatti. Nella prima parte dell’articolo, cito qualche parola della poesia L’infinito, scritta nel 1819 da Giacomo Leopardi.

PPPS: Colpiti da questa serie di viaggi immaginari, alcuni lettori del blog di viaggi Rolling Pandas hanno voluto approfondire la conoscenza con me. L’intervista si trova qui. Ringrazio Alice e tutti i responsabili del sito Rolling Pandas, che offre la possibilità di organizzare viaggi in tutto il mondo.

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