Non importa dove

CARTOLINE (MARZO)

“Cartoline” (#cartoline2020) è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli.

CARTOLINA NUMERO 9
Da Parigi, Francia
Un bar, un palazzo in periferia, un ponte sulla Senna, l’angolo di una piazza, un parco, un take-away… Non importa dove: Parigi offre sempre un punto di fuga, un aldilà. Scendendo da Montmartre ci fermiamo per scriverti questa cartolina, appoggiati a un muretto. All’inizio non ce ne accorgiamo, sentiamo solo un fruscio, un respiro interrotto. Poi voltiamo lo sguardo ed eccolo, sta uscendo da un muro. Noi sobbalziamo. L’uomo sbuca fuori, letteralmente, da un solido muro di pietra. Ben vestito, sulla quarantina. Si rivolge a noi con gentilezza e si presenta come Dutilleul. Gli chiediamo qualche spiegazione, ma lui – come se tutto fosse normale – alza le spalle. Forse ha ragione: a cosa serve un muro, dopotutto, se non a passarci attraverso?

CARTOLINA NUMERO 10
Dal solaio
Nella penombra appaiono bambole, bottiglie, ceste di vimini. In un angolo troviamo una grossa scatola di cartone con la dicitura LIBRI! in rosso. È un’indicazione intrigante, ma la scatola è ben sigillata con un nastro adesivo marrone scuro, del genere più tenace. Esitiamo, poi ci blocchiamo. Una scoperta del genere è un bivio: impossibile sapere se la scatola rappresenti un banale ritardo, una dimenticanza, o al contrario un’attesa, un anticipo. Insomma, il trasloco è alle spalle o all’orizzonte? Nell’attimo stesso in cui lo sguardo incontra il punto esclamativo, non è più chiaro se questa sia la casa in cui stiamo per vivere o quella in cui abbiamo vissuto.

CARTOLINA NUMERO 11
Da Bellinzona, in un giorno di primavera del Neolitico medio
C’è un’armonia naturale nella precarietà delle capanne circolari. La luce del sole si allunga sui prati. Da quassù, la piana alluvionale sembra vicina e al tempo stesso lontana: è come se la vedessimo con anticipo sul tempo che scorre. Fra seimila anni le macchine fotografiche saranno tutte per le rocce delle fortificazioni. Verranno ricordate le prime tracce di edifici romani, risalenti alla fine del I secolo avanti Cristo, e via via le altre tappe che renderanno possibile il celebre insieme di castelli e cinta murarie. Un panorama che indurrà i passanti a fermarsi e a scattare selfie spettacolari. Tutto il contrario di queste capanne leggere, ridicole di fronte ai millenni. Eppure il silenzio ha un odore diverso, qui, sul verde della collinetta che guarda con torpore la pianura da una parte e la montagna dall’altra. La notte, non c’è bisogno della torre più alta per avvicinarsi al cielo.

CARTOLINA NUMERO 12
Dalla cucina di un palazzo nobiliare
La cucina è vasta e polverosa. Ci sono arcate di pietra, un solido tavolo di legno, pentole di rame, lunghi spiedi, forchettoni alle pareti. Di fianco all’immenso camino, una catasta di legna; nel camino stesso, sotto l’ampia cappa, hanno messo due piccole panche su cui sedersi. La ragazza sta lì e fissa il vuoto. Proviamo ad attirare la sua attenzione con un colpo di tosse. Lei si volta e nei suoi occhi leggiamo dolore, rassegnazione, nostalgia per il tempo perduto. Ma è così giovane! «Che succede?», chiediamo. «Sei sola in casa?» La ragazza abbassa lo sguardo sulla cenere. «Sono tutte al ballo». In quel momento percepiamo nell’aria qualcosa di insolito. Tutto è inesorabilmente grigio e triste, ma allo stesso tempo sembra vibrare qualcosa di potente, come un pulviscolo di scintille invisibili, forse magiche. «Come ti chiami?» Lei fa un sorriso mesto. «Che cosa importa? Tutti mi chiamano Cenerentola».

PS: Potete leggere qui le prime quattro cartoline e qui le cartoline dalla quinta all’ottava.

PPS: L’uomo che passa attraverso i muri, l’enigmatico Dutilleul, è il protagonista di un racconto di Marcel Aymé (1902-1967), intitolato Le passe-muraille e contenuto in una raccolta omonima insieme ad altre nove storie (Gallimard, Paris, 1943). In italiano è stato pubblicato con il titolo Garù-Garù Passamuri, tradotto da Fiore Pucci in AAVV, Umoristi del Novecento. Con alcuni singolari precursori del secolo precedente, a cura di Giambattista Vicari, prefazione di Attilio Bertolucci, Garzanti, Milano, 1959. Ecco l’inizio del racconto: «A Montmartre, numero 75 bis della rue d’Orchampt, terzo piano, abitava un brav’uomo, di nome Dutilleul, che aveva il singolare dono di passare attraverso i muri senza alcuna difficoltà».

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Appunti sulla resistenza

Propongo anche qui un articolo apparso sabato 21 marzo 2020 sul quotidiano svizzero “La Regione” (lo potete leggere nel sito del giornale). Non ho modificato il testo, ma ho aggiunto qualche fiore primaverile.

***

Quando esco a fare la spesa, nelle strade vedo facce tirate e sguardi che misurano le distanze. Abbiamo paura, è normale. Una certa ansia è inevitabile e perfino utile. Mi chiedo tuttavia: come fare perché il panico non abbia l’ultima parola? Più che limitarci a esclamare #iorestoacasa, dobbiamo forse aiutarci a dare un senso a questo limite, a questa immobilità. Non basta sognare il futuro – #andràtuttobene – ma possiamo cercare forme di bellezza anche dentro le circostanze avverse.
Dopo che hanno chiuso le scuole elementari, le mie figlie hanno cominciato a giocare alla scuola. Ognuna delle due impersonava il ruolo di una maestra. Entrambe avevano una classe di una ventina di allievi, a cui si rivolgevano con domande, richieste, rimproveri. Hanno invaso ogni spazio con esercizi, compiti, comunicazioni ai genitori, pagelle, quaderni, carta, colla, matite. Le loro maestre (quelle vere) hanno inviato dei compiti (veri), ma tutto si mescola nel gioco e la mia casa è piena di alunni immaginari: me li ritrovo sul divano, in sala da pranzo, nel mio studio. Prima di andare in bagno, ormai, dico alle bambine: se ci sono allievi immaginari qui dentro, per favore cacciateli fuori! Fra l’altro, proprio in questi giorni avremmo dovuto traslocare, ma naturalmente non è possibile. Siamo ancora qui, viviamo un’altra primavera dentro queste mura a cui avevamo già detto addio.
A volte le mie figlie scorgono dall’altra parte del giardino una loro coetanea. Si scambiano qualche parola con imbarazzo, nonostante abbiano passato intere giornate a giocare insieme. Non sono abituate alla distanza. A me sembra triste vederle così, ma dopo un po’ le bambine cominciano a scambiarsi informazioni. «Quante figlie avevi tu?» chiede l’una indicando le bambole dell’altra. «Sette» risponde l’interpellata, e precisa che «erano tutte appena nate». Io mi complimento per il parto settigemellare e mi abituo all’idea di essere nonno. Ecco una forma di resistenza: affidarsi all’immaginazione per combattere l’angoscia.
Certo, il dolore non si cancella, anche perché la pandemia non è uguale per tutti. C’è chi deve spostarsi ogni giorno per lavorare, chi è senza casa, chi è separato dai suoi famigliari, chi non riesce più a tirare avanti. Non siamo in grado di colmare tutte le sofferenze, ma possiamo fare del nostro meglio per infonderci coraggio. Come scrittore, non capisco se sia meglio offrire la mia testimonianza o il mio silenzio. Se mi avventuro nei social network vengo inondato da un flusso di notizie, teorie, discussioni, litigi, appelli, racconti, drammatizzazioni e sdrammatizzazioni… Questo mi spaventa. Perché proprio io dovrei aggiungere altre parole?
Il romanziere Andrea Pomella, descrivendo sé stesso mentre in questi giorni fa ginnastica insieme a suo figlio, annota che gli è «sembrato di sentire la sua voce da grande che tenta di ricordare. Allora – aggiunge – ho pensato che non voglio perdermi niente, nemmeno queste giornate messe in fila sul davanzale come bottiglie vuote ad asciugare». Anch’io tento come tutti d’infondere vita a queste giornate-bottiglie. Perciò scrivo questo articolo, leggo, riordino la casa, cucino, suono il sax, mi cimento con lo studio dell’arabo (o almeno ci provo…), ogni tanto lavoro alla radio e mi collego con i miei studenti liceali per le videolezioni. L’altro ieri abbiamo letto insieme Vittorio Sereni, e in particolare un testo risalente agli anni Quaranta. Prigioniero degli americani in Algeria, il poeta scopre che è difficile pensare ad altro «poiché questo è accaduto: che i fatti si sono sostituiti alle immagini; che quattro o cinque sentimenti elementari si sono sovrapposti all’immaginazione».
Guardando sullo schermo le facce degli allievi, ho indovinato nei loro sguardi la stessa difficoltà a pensare ad altro. Tuttavia, insieme alla fatica di restare sempre in casa, ho intravisto anche la consapevolezza che non sia inutile, in queste circostanze, parlare di poesia. Sereni racconta che nel campo di prigionia c’era chi scriveva, come lui. Ma subito dopo dice che la sua fiducia è soprattutto «per l’ignoto che tornerà a casa senza preziosi quaderni nel sacco perché osa ancora credere alla pazienza e alla memoria». Ecco un’altra forma di resistenza: credere alla pazienza e alla memoria.
Proseguendo la lezione, ci siamo imbattuti in un perfetto endecasillabo: «Così, distanti, ci veniamo incontro». Un verso composto da Sereni più di settant’anni fa, in una situazione diversa, ci ha raggiunti come un dono (qualcuno ha detto che potrebbe diventare un hashtag: #cosìdistanticiveniamoincontro). Ho deciso che lo prenderò come un’indicazione di rotta. La disponibilità all’incontro, all’incontro vero, può aiutarci a lottare contro la sofferenza, le ingiustizie, la paura, la fatica.
«Così, distanti, ci veniamo incontro.»

PS: Grazie al quotidiano “La Regione” e in particolare a Lorenzo Erroi, che mi ha esortato a scrivere questo articolo nonostante la mia iniziale reticenza. Grazie anche ad Andrea Pomella: la sua immagine di questi giorni come bottiglie vuote mi ha spinto a riflettere sulla mia quotidianità.

PPS: Ho scattato queste fotografie nelle scorse settimane (fino all’inizio di marzo). La prima immagine, invece, ritrae una genziana primaticcia cresciuta nel giugno 2019 sull’altopiano della Greina, a circa 2300 metri sul livello del mare. Ho sempre amato le genziane primaticce (Gentiana verna) perché in luoghi aspri e remoti annunciano lo scioglimento delle nevi. Il loro blu profondo, misterioso, esprime la lontananza e forse anche la promessa di una stagione più serena.

PPPS: Dal sito del liceo, ecco un frammento di video in cui – rispondendo a una domanda sulle lezioni in diretta video – cito anche il verso di Vittorio Sereni.

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Panchinario 82-93

Dopo una convalescenza, sono uscito di casa e ho camminato fino a una panchina. Ho pensato alla potenza racchiusa in questo gesto: uscire. La storia dell’umanità è cominciata così, con una persona che si avventurava fuori da ciò che considerava “casa”. Poi sono arrivati l’agricoltura, il commercio, le guerre, le migrazioni, i viaggi di nozze e le partite di calcio. Camminare non vince l’angoscia, non cancella il male. Però mi restituisce alla consapevolezza che il mondo sussisterà solo finché saremo capaci di amore, questa cosa assurda, questa parola sanvalentinizzata. I fastidi quotidiani, le catastrofi umanitarie ed ecologiche, la malattia, la depressione, tutto sembra minare la fiducia necessaria all’amore. Per me la lotta è serrata. Da una parte, la speranza di trarre qualcosa di buono da questa mia fatica; dall’altra, il brillante cinismo che può trasformare il mio sconforto in abitudine. Percepisco una lontananza dalla realtà, insieme alla tentazione dell’isolamento. Mi siedo accanto a un cippo: venti minuti di marcia fino a Bellinzona, due giorni fino a Milano. Non so quanto tempo per raggiungere i miei famigliari, i miei amici, i miei colleghi.

NB: La panchina a cui faccio riferimento è la numero 93, che trovate in fondo a questo articolo.

Ringrazio le lettrici e i lettori che m’inviano le foto delle loro panchine preferite. Cercherò di pubblicarne qualcuna nei prossimi tempi. Stavolta lo spazio è un po’ troppo affollato: qui sotto trovate dodici panchine.

82) CONCHES, in chemin Jean-François Dupuy
Coordinate: 2’502’241.8; 1’115’993.3
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… navigare fra le rapide.
Siamo alla periferia di Ginevra, all’inizio di un viale alberato. Il fruscìo delle foglie secche mi fa pensare all’acqua che scorre… proprio per questo, forse, quando vedo la panchina capisco che non è semplicemente un luogo dove sedersi, ma un mezzo di fortuna: una canoa per tornare alla civiltà prima che l’inverno chiuda ogni passaggio, prima che il ghiaccio stringa i fiumi nella sua morsa. Questi bambù sono intrecciati con perizia, seguendo le indicazione di un manuale di sopravvivenza in luoghi selvaggi. La panchina è leggera, maneggevole, in grado di seguire le tortuosità di un canyon e di superare indenne le cascate. Al momento d’imbarcarsi, rimane un filo d’incertezza: la navicella è duttile, ma è anche fragile. Reggerà gli urti delle rocce? Uscirà indenne dai salti e dai mulinelli? Sono fiducioso di sì. Sono pronto. Mi siedo e lascio che la panchina-canoa cominci il lungo viaggio verso la primavera.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

83) CUREGLIA, all’angolo fra via Canton e via Prato Grande
Coordinate: 2’716’655.7; 1’099’759.5
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… avvistare una cometa.
Dopo una cena con amici, questa panchina ci lancia un muto richiamo. Ubbidisco e mi siedo. Poco lontano, il campo da tennis coperto sembra un grosso animale addormentato. Mi guardo intorno, osservo il cartello con il simbolo “vicolo cieco”, l’indicazione PRATO GRANDE, l’immensa siepe sempreverde che pare il sipario di un palcoscenico. Mi sento all’intersezione fra due mondi: la tranquilla via residenziale sfuma nel mondo delle fiabe. Sto contemplando una decorazione natalizia a forma di stella quando sento un’esclamazione: i miei amici hanno visto passare nel cielo una stella cadente. Subito dopo ne scorgo una anch’io. La stella finta e quella vera (probabilmente dello sciame delle Geminidi) si sovrappongono nei miei pensieri; e su questa ruvida panchina di cemento anch’io non so più dove finisca l’Andrea reale e dove cominci quello immaginario, fatto di sogni e di lontane stelle.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

84) LOSONE, nel Dog Park lungo l’argine della Maggia
Coordinate: 2’702’141.0; 1’114’784.0
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… parlare con un cane.
È un mattino freddo e limpido. Cammino fra l’argine sommergibile e quello insommergibile della Maggia. La brina sul prato sembra riflettersi nella luce bianca del cielo. Mentre medito sulle incertezze del futuro, sento un fruscìo di foglie. Abbasso lo sguardo e vedo un cane: un bassotto con le orecchie lunghe. «Sei tutto solo?» gli domando. Lui inclina la testa. «Ma ti pare? Quelli laggiù sono con me.» Intravedo in lontananza la forma di due esseri umani. Il bassotto mi annusa i piedi e mi augura buon anno. Io mi presento; lui mi annuncia che si chiama Morpheus. «Come il dio dei sogni?» gli chiedo. Lui sbuffa. «Scommetto che stai fantasticando sul futuro.» Io rimango stupito: non era mai successo che un cane mi leggesse nel pensiero. Il bassotto sogghigna. «Ma io sono il dio dei sogni, ricordi?» Poi segue la pista di un odore, allontanandosi. «Homo sapiens» borbotta. «Chissà chi l’ha inventato, questo nome…»
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Colonna sonora (30 secondi):

 

85) FIGGIONE, lungo la via dei monti, vicino alla cappella di Sant’Antonio
Coordinate: 2’702’141.0; 1’114’784.0
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… osservare una balena
Da ragazzo, nel corso di un’estate senza fine, proprio da queste parti mi capitò di leggere Moby Dick, il romanzo di Herman Melville che racconta del capitano Achab a caccia della balena bianca. Arrivato al capitolo 57 («Delle balene in pitture, in denti, in legno, in fogli di ferro, in montagne e in stelle»), alzai gli occhi e, proprio sotto il Pizzo Forno, avvistai il dorso della Balena. «Nei paesi di montagna – scrive Melville – dove il viandante è circondato di continuo da anfiteatri di vette, qua e là da qualche buon punto di vista potrete cogliere fuggitive apparizioni di profili di balene che si stagliano lungo le creste ondulate» (H. Melville, Moby Dick, 1852, tradotto da C. Pavese per Einaudi nel 1941). Ancora oggi, quando da questa panchina contemplo il crinale curvo dei monti, nel fragore delle onde sento riecheggiare come un tuono la voce del capitano Achab.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

86) URMEIN, tra via Cazeschg e Hof Cazeschg
Coordinate: 2’749’661.7; 1’173’007.2
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere le tracce.
Siamo nel Canton Grigioni, vicino a Thusis. È un posto ideale per osservare le impronte sulla neve: bisogna arrivare il mattino presto, magari portando con sé un manuale come il classico Guida alle tracce degli animali del danese Preben Bang (edito da Zanichelli). Ogni pista diventa una storia: la corsa di un capriolo, i balzi di una lepre, l’avanzare cauto di una volpe. Poi, dopo qualche ora, i segni vengono cancellati dal sole. Anche se, ammonisce Bang, «in condizioni favorevoli le tracce si possono conservare per anni, addirittura per millenni»; e cita le impronte fossili di un orso delle caverne (Ursus spelaeus) rinvenute nel Sud della Francia ventimila anni dopo il passaggio del plantigrado. Proprio come le impronte, anche le storie sono labili, spariscono… eppure qualche volta, misteriosamente, sono capaci di resistere al volgere delle epoche: mutano le generazioni e loro sono sempre lì.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

87) BELLINZONA, nel parco di Villa dei Cedri all’ingresso di via Rompeda
Coordinate: 2’722’144.0; 1’115’972.1
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… ascoltare un po’ di jazz.
Da bambino qualche volta mi addentravo da solo fra queste canne di bambù, immaginando di essere nel cuore della giungla. Era un territorio insidioso, popolato di animali feroci e misteriose sette di strangolatori. Procedevo lentamente, guardandomi le spalle, pronto a schivare un agguato. Ancora oggi mi piace tornare a sedermi su questa panchina, non tanto per la vista quanto perché fra i bambù si tengono delle indiavolate jam session di musica jazz. Ormai si è sparsa la voce: arrivano da lontano grandi solisti, si posano sui rami, spalancano il becco e cominciano a swingare, con un senso del ritmo e una fantasia prodigiosa. Non so perché gli uccelli prediligano proprio questo luogo, ma fidatevi: se passate un tardo pomeriggio d’inverno, con un po’ di fortuna, potrete ascoltare un assolo di pettirosso memorabile.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

88) FIRENZE, nel giardino D’Azeglio in piazza Massimo D’Azeglio
Coordinate:43°46’28″N; 11°16’4″E
Comodità:2 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per…invecchiare.
All’inizio qui c’erano orti e case popolari. Io ero giovane, sarà stato il 1860. Ma le cose cambiano e quando pochi anni dopo Firenze divenne capitale d’Italia, nel quartiere della Mattonaia fecero una cosa molto chic, un grande square all’inglese. Fiorirono case e ville in stile liberty, pensate per gli ambasciatori e l’alta borghesia. Però le cose cambiano, e all’inizio del Novecento arrivarono intellettuali e artisti al posto dei borghesi. Cominciavo a entrare nella mezza età quando portarono le giostre; poi costruirono pure il parco giochi, il campo da calcetto, quello da basket. Perché le cose cambiano. Ma io sono sempre qui e vedo i bambini che corrono, un barbone che cerca di dormire. Sarà vero che la notte spacciano? Guardo la nuova Area Cani: si chiama Rin Tin Tin, come il celebre cane attore morto a Los Angeles nel 1932, all’età di quattordici anni. È una splendida giornata. Mi sento vecchio.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

89) SANT’ANTONINO, in via Serrai
Coordinate: 2’717’665.1; 1’112’711.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… lavare i pensieri.
Supermercati, negozi di sport e di arredamento. Parcheggi, distributori di benzina, un autolavaggio. A pochi metri dai campi, il centro commerciale sorge come l’avamposto di una civiltà extraterrestre. Sebbene qui di fantascientifico ci sia poco, anzi, è tutto umano, tutto terribilmente umano: impiegati che fumano una sigaretta, una commessa che sbuffa, un camionista che aspetta davanti al cartello RITIRO MERCE. Non è un posto in cui passeggiare, e tanto meno mi verrebbe l’idea di farci un picnic. Eppure c’è un tavolo e anche una struttura che sembra un grill. Qualcuno d’estate verrà qui a cucinare salsicce? Mi appoggio allo schienale e provo a pensare a qualcosa di negativo: un problema, un fastidio, una preoccupazione. Quando si mette in moto l’autolavaggio, mi pare che nel gran risciacquo anche i miei pensieri oscuri vengano smacchiati, ripuliti, lucidati. Dopo un po’ mi alzo e me ne vado. Sono quasi diventato un ottimista.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

90) ZURIGO, nella Pflanzschulstrasse, poco prima dell’incrocio con la Hohlstrasse
Coordinate: 2’681’830.1; 1’248’126.85
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… festeggiare un compleanno.
La panchina si trova lungo una via alberata, accanto a un bar. Nei dintorni c’è una scuola, una chiesa cattolica dedicata a don Bosco e un ambulatorio dermatologico. Perché venire proprio qui a festeggiare, con tutti i luoghi panoramici che offre Zurigo? Perché non si tratta del mio o del vostro compleanno, bensì di quello della panchina “Landi”, inventata nel 1939. Nel 2019 si celebrava l’ottantesimo e oggi questo modello gigante ricorda la fortuna della classica panca elvetica a listelle rosse. Mentre mi avvicino, vedo una ragazza che sta leggendo un cartello al centro dello schienale. Do un’occhiata: è un bando di concorso per un selfie scattato sulla mega panchina, da postare sui social network con l’hashtag #landilove. Il premio per il vincitore? Una panchina, naturalmente: il Modello Speciale della Landi, esclusivo, sofisticato, creato apposta per l’anniversario.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

91) LUGANO, nel Parco Ciani, fra la darsena e il parco giochi
Coordinate: 2’717’665.1; 1’095’839.3
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… catturare la luce.
È una di quelle domeniche invernali tessute di vento e malinconia, quando i pensieri girano in tondo come cavalli in una giostra. Il sole splende con piglio primaverile… ma è un inganno, ancora ci sono raffreddori in agguato, notti fredde, mani screpolate. Provo a combattere il malumore e mi siedo su una panchina in faccia al lago. Aspetto il momento buono. Quando il sole si posa obliquo sull’acqua, nasce un abbaglio, una luce che ferisce lo sguardo. Gli occhi si chiudono, ma la luce rimane sotto le palpebre. È come un giacimento segreto, una promessa dorata. L’esperienza dura solo pochi secondi: in quegli istanti – contro ogni norma logica – mi ritrovo nel cuore dell’estate. Al riparo delle mie palpebre si sprigiona il ritmo lento di una mattina di vacanza, la freschezza di una bibita dopo una salita in bicicletta, un aperitivo al mare, una cena con gli amici sotto una luna immensa, infinita.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

 92) SAN GALLO, in Bärenplatz
Coordinate: 2’746’198.2; 1’254’483.2
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… sentirsi più leggeri.
Nato in Irlanda, discepolo di Colombano, il monaco Gallo morì fra il 630 e il 645. Sulla sua tomba sorse una chiesa, primo nucleo dell’abbazia e della futura città di San Gallo. Si narra che un giorno Gallo tolse una spina dal piede di un orso bruno; secondo la leggenda, in seguito il plantigrado e il monaco divennero amici. Per questo l’orso appare nello stemma della città e, sotto forma di statua, anche in questa piazza con una panchina circolare in mezzo. È un luogo miracoloso, che offre leggerezza a tutto ciò che pesa. Guardo la statua, massiccia – e subito compare un palloncino. Leggo sul giornale notizie di guerre, epidemie, violenze – e subito vedo una ragazza, seduta accanto a me, che usa lo stesso giornale per comporre un origami. Le amiche pensano che abbia creato un drago, lei dice che no, siete matte, è una farfalla. E tutte insieme scoppiano a ridere.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

93) GIUBIASCO, in via Sottomontagna
Coordinate: 2’721’650.6; 1’114’711.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… calcolare le distanze.
Sto camminando da Giubiasco a Bellinzona. Quando passo davanti a questa panchina, scopro che mancano venti minuti a destinazione. Bello, non mi tocca nemmeno usare un’app sul telefono. Scopro pure che se volessi andare a Milano dovrei marciare per due giorni. Mi siedo e comincio a fantasticare. Fra una settimana ho un impegno proprio a Milano… e se invece di usare il treno, o peggio l’automobile, mi limitassi a camminare? Dovrei pernottare da qualche parte, naturalmente. Dovrei uscire dalla frenesia della nostra vita quotidiana, così come la interpretiamo all’inizio del XXI secolo, e pensare in maniera più antica. Da questa panchina potrei arrivare a Roma in due settimane, a Parigi in una ventina di giorni. In due mesi sarei a Mosca o a Marrakesh. All’improvviso i luoghi più remoti mi sembrano famigliari, domestici, come se il mondo intero fosse solo un quartiere più in là.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37, qui da 38 a 45, qui da 46 a 55, qui da 56 a 64, qui da 65 a 73 e qui da 74 a 81. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: Esprimo la mia gratitudine a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie a Jessica (Conches), Valentina e Nicola (Cureglia), Martina, Gregorio e Morpheus (Losone), Michele (Figgione), Marco e Leonardo (Firenze), Eloisa (Zurigo e Lugano).

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Giorni straordinari

CARTOLINE (FEBBRAIO)

“Cartoline” (#cartoline2020) è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli.

CARTOLINA NUMERO 5
Da Kilkenny, Irlanda
Piove. Il fiume An Fheoir ha un colore rossastro. Il castello è un’apparizione, l’erba verde una promessa. Il centro commerciale, più avanti lungo la strada, è soltanto un centro commerciale. Ci viene in mente una vecchia canzone, ma nessuno di noi ricorda le parole. Possiamo inventarne di nuove?

CARTOLINA NUMERO 6
Da Piazza del Sole, Bellinzona, Svizzera
Siamo nell’ombelico del mondo. Sopra stanno ballando. Quaggiù, invece, nelle viscere dell’autosilo, si respira aria vecchia (poco ossigeno, molta anidride carbonica). Alziamo gli occhi verso il soffitto. Oltre la durezza del cemento, oltre le sbarre e l’asfalto, hanno eretto una grande tenda. La usano per celebrare i riti: oggi tocca al carnevale, domani sarà qualche altro sacrificio collettivo. Noi continuiamo a camminare nella penombra. Stiamo attenti al silenzio e al baccano che copre il silenzio. Pensiamo all’infuriare dei «bagordi», come li chiamano i giornali. Ai re doverosamente allegri, ai bicchieri doverosamente riciclabili, alla folla doverosamente entusiasta: saluti, risate, urla, bocche, saliva… Sopra la tenda c’è la rupe, sopra la rupe il castello, sopra la torre una grande maschera e infine, sopra la punta della torre, il cielo. E le stelle.

CARTOLINA NUMERO 7
Da Venezia, Mar Mediterraneo
Che cosa aggiungere che non sia già stato detto? A Venezia è sempre tutto come deve essere, anche in questo luminoso mattino del tardo XXI secolo. Checché ne dicano i puristi e i nostalgici, da quando hanno trasferito Venezia sulla Grande Nave le visite risultano più rapide, più comode, perfino più naturali. Noi siamo saliti a Genova, ma avremmo potuto farlo anche a Nizza o a Marsiglia: tutti i porti da dove transita Venezia sono ormai serviti dai lussuosi pullman della Compagnia. Peccato che tu non sia con noi. Se vuoi venirci in futuro, comunque, fa’ attenzione alle date: dall’anno prossimo, con l’allargamento dello stretto di Gibilterra, la città sarà quasi otto mesi all’estero, fuori dal Mediterraneo.

CARTOLINA NUMERO 8
Dalla stazione di Lamone-Cadempino, Svizzera
Tu dirai che non è (solo) il bar a essere anonimo: siamo noi due, finiti qui chissà come, a essere due anonimi avventori in un anonimo pomeriggio né caldo né freddo, che attraverso le finestre mostra il suo cielo di anonime nuvole transitorie. Ma come può essere anonimo un 29 febbraio? Giunti alla stazione ci viene in mente che il 29 febbraio del 2000 uno di noi era in viaggio proprio lungo questa tratta, e annotava su un taccuino quanto sia «raro un anno bisestile all’inizio di un secolo: 1800, 2000, 2400». Contemplando i fili di pioggia sui vetri, pensava che «nessuno di noi vivrà un giorno come questo». Poteva immaginare che il 29 febbraio 2020 ci saremmo trovati davanti ai binari, a spiare il riflesso di un ricordo in ogni treno che passa? Certo, nel 2400 non ci saremo, ma oggi sì. Precisamente vent’anni dopo. E vorremmo trovare le parole per dire a quel ragazzo quanto sono straordinarie le giornate anonime. Chissà, forse un giorno riusciremo a capirlo anche noi.

PS: Potete leggere qui le prime quattro cartoline.

PPS: La fotografia della cartolina numero 8 è presa da internet. Si tratta proprio di una vecchia cartolina, non sappiamo di che anno. Di sicuro quel giorno nessuno di noi due era da quelle parti, anche perché non eravamo ancora nati. Ma è consolante sapere che la stazione di Lamone-Cadempino esisteva già e che, in un certo senso, ci aspettava.

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C’è qualcuno in ascolto?

Di recente ho subito un piccolo intervento chirurgico all’ospedale di Bellinzona. Ho avuto a che fare con persone efficienti e gentili prima, durante e dopo l’operazione. Ho scritto “durante”, anche se in quel momento non ero lì: in seguito all’anestesia totale, quella parte del mio io in grado di percepire la propria presenza si era ritirato in una zona d’ombra. M’immagino che fosse dentro una casa dalle pareti di sasso, in una valle scoscesa. Intorno alla casa un recinto nero, le montagne, i boschi sempre più silenziosi mentre tutto si fa buio e, dalla terra, lentamente sale l’umidità.
A che cosa ho pensato, nel profondo di quella valle, nei recessi di quella dimora isolata? Non lo so, non conservo nessuna memoria. Quando l’io si è ricongiunto al corpo, dopo aver registrato la presenza della luce, ha subito cercato di ricostruire che cosa fosse accaduto. Era il mattino del giorno in cui mi sarei fatto operare o era appena avvenuta l’operazione? Subito la seconda ipotesi si è imposta come un’evidenza. Allora ho cominciato a parlare, in maniera bizzarra. Di solito sono una persona abbastanza taciturna, e quando mi succede qualcosa d’importante non mi riesce facile comunicarlo a chi mi sta intorno. Invece in quell’occasione ho cominciato a prendere appunti a voce alta, un po’ come fanno gli esploratori spaziali nei film di fantascienza.
«Mi trovo in un letto, non sento dolore. Dalla mia posizione riesco a vedere un altro letto, di fronte a me, e un computer sulla sinistra. Una donna siede al computer. Qualcuno più in là sta parlando di Alberto Sordi. Il soffito sembra diverso da quello che ho visto prima di addormentarmi…» Insomma, una sorta di delirio. Non so sa dove provenisse; forse era la continuazione di un sogno nato nel cuore della narcosi. Ho recitato dei versi, ho provato a fare dei calcoli, ho risposto di sì a chi mi chiedeva se andasse tutto bene. Avranno pensato che ero strambo… e come dare loro torto? A un certo punto ho detto: «In questo momento, sembra che nessuno mi stia ascoltando». Allora una voce femminile, vicino al computer, ha risposto: «Io ogni tanto la ascolto».
Questa frase mi ha colpito. In quel momento non stavo cercando di comunicare qualcosa di preciso, anzi, stavo parlando più che altro a me stesso. Eppure il fatto di sapere che qualcuno mi ascoltava mi ha riempito di riconoscenza: ciò che mi confortava era il fatto stesso che la mia voce venisse captata nel suo fluire non sempre coerente. Era qualcosa che andava oltre le funzioni tradizionali del linguaggio: non importava il codice, il messaggio, il mittente o il destinatario, quanto il fatto stesso che le parole trovassero un’accoglienza.
Ecco un luogo comune: oggi manca la capacità di ascoltare. Davvero? Eppure fioriscono gli spazi di trasmissione, tutti siamo incentivati a “esprimere noi stessi”. Non si è mai scritto tanto. Basta entrare in un social network, annotare qualunque cosa ci passi per la testa e di sicuro qualcuno ascolterà. Si potranno criticare i contenuti dei commenti, la loro superficialità, la loro grossolanità, ma di certo le chat sono lì a dimostrare che la gente legge ciò che gli altri scrivono. Qual è il problema, allora? Forse il fatto che l’ascolto si limita al contenuto primario.
Quando parliamo, non ci basta che gli altri afferrino il senso delle nostre parole, ma nel profondo desideriamo che accolgano interamente la nostra voce, le sue sfumature, le ripetizioni, quel senso di comunicazione che nasce prima del linguaggio codificato, prima di ogni contenuto razionale. Ci vuole tempo e pazienza, sia dalla parte di chi parla sia dalla parte di chi ascolta. È la voce della madre che arriva al bambino, sono i balbettii del bambino che la madre capisce senza capirli, nella storia del tempo condiviso.
Ritrovo questo desiderio anche nel mio mestiere di scrittore. Ciò a cui lavoro non è la costruzione di un significato da trasmettere, ma la ricerca di una voce che mi appartenga e che, nello stesso tempo, mi superi. Ogni singolo testo ha la sua ragione, spesso legata a una contingenza. Non si tratta tuttavia di esprimere un punto di vista, quanto di rispondere a una necessità più vitale e più segreta. Scrivere è mettermi all’ascolto, prima di tutto, perché una voce può levarsi solo all’interno di un dialogo.

In questi giorni sto ascoltando il disco Americana di JD Allen. Il musicista riprende un classico blues: Another man done gone. Il brano venne registrato all’inizio degli anni Quaranta, quando l’etnomusicologo Alan Lomax incise la voce di Vera Hall (1902-1964), una donna dell’Alabama. Il blues fa riferimento alle cosiddette “chain gang”, le terribili squadre di lavoratori neri legati alla catena. La voce profonda del sax di Allen non solo rende omaggio a Vera Hall, ma nella ripetizione rinnova quel dolore, quello strazio, quell’anelito di libertà. La musica è ricorsiva e insieme originale, antica e nuova, come ogni storia che valga la pena di ascoltare. Di chi è quella voce? Di Vera Hall, di JD Allen, di tutti gli afroamericani, di chiunque si metta all’ascolto con attenzione. In questo modo, fra l’altro, la voce non è più solo un lamento, ma una vera e propria forza vitale. JD Allen stesso, nel libretto, cita una frase dell’autore Albert Murray: «The blues is not the creation of a crushed spirit people. It is the product of a forward-looking, upward-striving people» (“Il blues non è la creazione di un popolo dallo spirito distrutto. È il prodotto di un popolo che guarda al futuro e che tende verso l’alto”).

PS: Nell’album Americana (Savant Records 2016), insieme a JD Allen suonano Gregg August (basso) e Rudy Royston (batteria). L’interazione fra i tre musicisti, il loro scambio d’idee e di emozioni è un buon esempio di ascolto reciproco.

PPS: L’immagine con la madre e il bambino è un dipinto dell’artista svizzero Ferdinand Hodler (1853-1918) ed è intitolato Madre e figlio.

PPPS: In questo articolo la vicenda medica e autobiografica è solo uno spunto per riflettere sul senso dell’ascoltare. Ne approfitto comunque per esprimere un ringraziamento al dottor Ramon Pini e a tutte le altre persone che all’Ospedale San Giovanni si sono prese cura di me.

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