Chi l’ha visto?

Dove sono e dove sto andando? Me lo chiedo perché oggi è il mio compleanno. L’anno scorso stavo facendo un trasloco mentre ora, a prima vista, sono approdato in un luogo stabile. Ma non è così. Non è mai così. Nella mia vita ho mai saputo veramente dove sono? Sono lontano ormai dall’Andrea dell’infanzia, ma risalendo fino ai miei primi ricordi trovo una serie di intermittenze: m’incantavo a fissare un formicaio, una scena dipinta su un muro, un intrico di rami secchi. Credo che, ogni tanto, mi perdessi di vista. L’Andrea di tre anni, quello di diciotto, quello di ieri, chi li ha visti, dove sono finiti? Le fotografie nei vecchi album mi mettono in guardia: attento, tu non sei più qui. Dove sono, quindi? C’è una sola risposta possibile, che dice tutto e niente: sono qui. (Ma non chiedetemi dove sia “qui”.)


Lo scopo di questo articolo è soprattutto quello di presentare, secondo la tradizione, un breve racconto inedito. Per non limitarmi agli smarrimenti, vorrei però accennare un’occasione recente in cui mi sono riconosciuto. Qualche tempo fa ero a Zurigo e ho visitato la mostra “Kunst der Vorzeit” al Museo Rietberg. Si tratta di un’esposizione che raccoglie numerose copie di incisioni rupestri paleolitiche e neolitiche provenienti da tutto il mondo. Sono immagini splendide, realizzate fra il 1913 e il 1937 da un gruppo di pittrici e pittori diretti dall’etnologo tedesco Leo Frobenius (1873-1938). Le incisioni, risalenti fino a quarantamila anni fa, sono state meticolosamente copiate e dipinte in deserti, montagne o grotte nascoste. La mediazione degli artisti contemporanei non ci allontana dalle opere originarie, come si potrebbe pensare; anzi, ce le rende più presenti. La riproduzione infonde vita alle creazioni preistoriche, come se gli artisti del Ventesimo secolo svelassero e compissero il gesto dei loro progenitori.

Fra le altre cose, mi ha colpito una figura umana realizzata 5500 anni fa in una grotta norvegese e copiata nel 1934 da Agnes Schulz con gesso su carta. Mi sono immaginato l’artista neolitico, il suo impegno nel rappresentare le fattezze di sé stesso o di un altro essere umano a lui vicino. È un’opera quasi infantile, molto semplice, evocativa. Appena mi sono imbattuto nel quadro, mi sono chiesto: chi era? L’ho osservato da vicino e da lontano. Quella persona aveva un nome, una storia, un cuore e un cervello pieni di contraddizioni, come tutti noi. Se vivesse oggi, probabilmente sceglierebbe quell’immagine come foto profilo in qualche social network, per dire al mondo: questo sono io, amici e followers, guardatemi, sono proprio io.
Quell’uomo mi assomigliava. Il braccio sinistro è più lungo, più complesso: questo mi fa pensare che fosse mancino, come me. Le gambe sembrano indicare che stesse camminando: anche a me piace pensare mentre cammino e soprattutto anch’io, come lui, sono sempre un po’ storto, un po’ asimmetrico. La testa è inclinata verso destra, nella posizione che assumiamo quando stiamo fantasticando, quando lasciamo spazio all’immaginazione.
Sarà strano, ma in quel dipinto ho riconosciuto l’Andrea che avevo per un attimo smarrito nelle fotografie dei vecchi album. Questo mi fa pensare che, per fortuna, quando ci perdiamo di vista poi ci incontriamo di nuovo, magari quando non ce lo aspettiamo, in coda alla cassa di un supermercato, a un angolo di strada o su una parete di roccia a Tennes, in Norvegia, poco lontano dal Polo Nord.
Detto questo, ecco il racconto.

Clicca qui per leggere Chi l’ha visto?

È una storia che non parla d’incisioni rupestri né di vecchie fotografie. Il titolo del racconto è anche il titolo di questo articolo, ma la circostanza è puramente casuale. Se quanto scrivo nel blog è cronaca, la vicenda di Camilla è fantasia. È una situazione immaginaria, ambientata in una scuola immaginaria, con personaggi immaginari. L’ho scritta durante un pomeriggio grigio, ascoltando il ticchettío della pioggia e tenendo la testa lievemente inclinata verso destra.

PS: Come sempre, ecco anche un rapido bilancio del mio lavoro. Ho scritto poco, quest’anno, per varie ragioni. Però ho portato avanti alcuni progetti, anche su questo blog. Ora sto ricominciando a lavorare con una certa continuità, in particolare a un romanzo con Elia Contini e a un altro romanzo, più complesso, che sta maturando lentamente. Ho pubblicato alcune opere assai diverse fra di loro: la raccolta di racconti Il commissario e la badante (Guanda), il romanzo Le vacanze di Studer (Casagrande), creato a partire da un frammento di Friedrich Glauser inedito in italiano, e il reportage letterario A Zurigo, sulla luna (Capelli), scritto a quattro mani con Yari Bernasconi.

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Amores nuevos

LIBRI IMPOSSIBILI (MARZO)
#libriimpossibili2021 è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Ronald De Pisis, Brillantina, Franco Ceschi Editore, 2020, 73 pagine

Quarta di copertina
«Da più di quarant’anni Ronald De Pisis raccoglie i suoi aforismi in grandi quaderni con la copertina nera. Diventati quasi un oggetto di culto fra i pochi fortunati cui era concesso leggerli, ora gli aforismi sono finalmente stampati nero su bianco. De Pisis ha distillato pazientemente il meglio di decenni di studi e osservazioni della natura umana: frasi brevi, intuizioni, appunti che sembrano esistere da sempre e che invece nessuno aveva mai pensato prima. Sospeso fra malinconia e saggezza, passione e disincanto, lo stile di De Pisis non manca mai di precisione e ironia. Il Maestro era solito dire agli amici e agli estimatori che “pubblicare un libro prima dei sessant’anni è un gesto di temeraria incoscienza”. Ora, passati i sessanta, De Pisis ha finalmente aperto lo scrigno dei suoi tesori».

Prefazione dell’autore
«A sessant’anni, durante un viaggio in Andalusia, vidi una pianta dal nome soave: amores nuevos. Mi ricordai che la stessa cresceva pure da noi, nei campi verso il mare. Da bambino la chiamavo “erba brillantina” e pensavo che fosse incantata. Poi da ragazzo cercai a lungo amores nuevos nelle balere di periferia. Indossavo il completo a righine, le scarpe lucide, e mi tiravo indietro i capelli con la brillantina, sempre pensando che quella roba fosse un incantesimo. Qualche giorno fa, compiuti i sessantasei anni, mi ha preso il desiderio di scrivere un libro: il tempo ormai è maturo, forse anche troppo. Non so ancora se intitolarlo “Brillantina” o “Amores nuevos”: deciderò all’ultimo, come sempre. Sulla copertina andrà la foto della pianta, con didascalia in latino: briza minor, giacché un po’ di latinorum aiuta a creare l’atmosfera. Ma non aspettatevi incantesimi; tuttalpiù, come i vecchi prestidigitatori, farò sparire un foulard e due monetine».

Ronald “Ronnie” De Pisis nasce il 5 aprile del 1955 a New York da madre americana e padre napoletano. All’età di quattro anni rientra in Italia con la famiglia: prima in Lombardia, a Limone sul Garda, per un periodo di tre anni, poi definitivamente a Napoli. Dopo gli studi in lettere all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e un’esperienza in Inghilterra, all’Università di Reading, dove difende una tesi di dottorato su H.P. Lovecraft, De Pisis torna a Napoli e fino alla pensione lavora come insegnante di francese e inglese in un liceo cittadino. Nel 1997 vince il Premio di Montesarchio con il saggio L’occhio del ciclone. Tre casi di weird fiction (I Quaderni di Fantascienza, 1996). Brillantina è il suo primo libro di aforismi.

Tre domande all’autore

YB+AF:Ronald De Pisis, dopo aver pubblicato diversi saggi durante la sua carriera di ricercatore e insegnante, oggi – all’età di 66 anni – ha deciso di condividere i suoi aforismi. Perché questa scelta e quali sono le caratteristiche che più le stanno a cuore della scrittura per aforismi?
RDP: Vi risponderò con una osservazione di Gesualdo Bufalino, lui pure approdato alla pubblicazione in tarda età: «Anche quando le parole sembrano più volarmi sotto la penna, sento che hanno, ciascuna, un grammo di piombo nell’ala». Ho trascorso anni a spiombarmi le ali: una pagina ridotta a un paragrafo sublimato in una riga. Nel frattempo mi toccava l’incombenza di vivere, medicata dalla possibilità di leggere. Come diceva lo stesso Bufalino, anch’io mi commuovo per tutto ciò che è scritto, dalla Bibbia all’elenco telefonico. (Anzi, la rapida sparizione degli elenchi telefonici è un cruccio della mia tarda età.) Vivendo, dunque, scrivevo, quasi per distrazione. La saggistica era un obolo che pagavo al mio senso dell’avventura: è meno costoso scrivere una dissertazione su un madrigale del Tasso che partire per un viaggio nella foresta amazzonica; ma entrambe sono attività colme di pericoli. Vengo al sodo: degli aforismi amo l’eleganza un po’ sfacciata, l’ambizione di racchiudere in sé molte pagine non scritte. Un aforisma – o un aforismo, per usare la forma corretta – è come un gesto abbozzato, una rapida stretta sul braccio per dire: sono qui, sono accanto a voi, anch’io finalmente voglio dirvi qualcosa, ma brevemente, anzi fulmineamente. Il tempo di pronunciare una parola ed essa già diventa ricordo, sogno di epoche preistoriche, pietra tombale o – chi può dirlo? – astronave per futuri e inimmaginabili mondi.
YB+AF:In una recente intervista ha dichiarato di scrivere aforismi fin dall’adolescenza. Come ha lavorato per selezionare quelli da pubblicare? È stata una scelta ardua?
RDP: Mi viene in mente una storiella che viene dall’Indonesia e che narra di un uomo qualsiasi, che scoprì un giorno di avere il cosiddetto “pollice verde”: riusciva senza fatica alcuna a coltivare i più bei fiori che si fossero visti nella sua regione. In poco tempo divenne una piccola personalità sull’isola di Sumatra. Quando tuttavia un ricco possidente gli chiese di lavorare per lui, e di abbellire coi fiori le sue ville di campagna, l’uomo respinse l’offerta e bruciò tutti i suoi campi. I suoi amici insorsero e gli chiesero se non avesse esagerato, se non fosse stato troppo frettoloso. Lui rispose laconico: “Precipitosa è la via della libertà”. Con tali parole definirei anche la mia selezione: precipitosa, ma senza serbarne alcun rimpianto o rimorso. Ho una collezione di aforismi che sfugge dal mio controllo: non potevo che agire con intuito, annusando le carte, e scegliere affidandomi alla fortuna. In alcuni frangenti ho usato un dado che mi è molto caro, l’icosaedro, quello con venti facce. Mi sono assai divertito.
YB+AF: Lei ha insegnato per tutta la vita, ma accanto all’attività scolastica ha coltivato una singolare passione per il collezionismo. Osvaldo Cravero, in un articolo sul “Corriere del Mezzogiorno”, l’ha definito «collezionista seriale e stravagante», citando fra l’altro il suo debole per i campanelli da bicicletta e i rastrelli da giardino. Nello stesso articolo, si racconta di come lei abbia instaurato l’usanza personale di bersi ogni giorno un caffè allo scoccare delle 10:10, senza eccezioni, tanto che in alcuni bar del suo quartiere si parla – anche in sua assenza – di “caffè De Pisis”. Che rapporto esiste fra queste sue “tradizioni” (private e pubbliche) e la sua scrittura?
RDP: Perdonatemi la debolezza, forse lievemente senile, di rispondervi ancora con le parole di uno dei miei maestri. Si tratta stavolta del grande scrittore colombiano Nicolás Gómez Dávila, il quale ebbe a dire: «Nessuno parla così chiaramente di sé stesso come chi parla d’altro». Non mi è facile discutere di me, dei miei vizi e delle mie abitudini. Il mio gusto per alcuni meravigliosi oggetti – che squillino felicità per le strade o che massaggino il suolo – è forse un tentativo di restare ancorato al qui e ora. Che volete, non ho la forza di entrare in un “social network”: sono intimorito dalla crescente smania di manifestare la propria opinione, come pure dalla tendenza a indulgere in una rabbiosa suscettibilità. Scrisse Gómez Dávila: «Maturare è veder crescere il numero di cose sulle quali sembra grottesco avere un’opinione, favorevole o contraria che sia». Se i miei giorni sono scanditi da piccoli, precisi rendez-vous, potrebbe essere un modo per compiere il mio desiderio di vivere la pienezza del presente. In altre parole: per sottrarmi al dominio delle opinioni, cerco di essere fedele ai piccoli gesti della mia e nostra vita quotidiana.

Alcuni aforismi tratti dal libro
(clicca qui per leggerli in pdf)

Ho vissuto un’adolescenza pleonastica.

La pace dei sensi è una guerra che si perde sempre.

«Il capitano affonda!» gridò la nave. «Si salvi chi può!»

Rileggendo il Furioso: Ingiustissimo Onor, perché si raro / corrispondenti fai nostri pensiri? / Onde, perfido, avvien che t’è sì caro / il concorde doler di due martíri?

Nidificare in un cespuglio sempreverde è come ingannare le stagioni, ma non renderà i tuoi pulcini né più forti, né più scaltri.

Ogni parola è sull’orlo dell’abisso.

Un giorno un androide si rese conto di quanto il suo proprietario invidiasse le sue conoscenze. E lo ebbe in pugno.

In indovino veritas?

Bisognerebbe affrontare la morte come si legge un romanzo di avventura.

Ah, il profumo profumato del bosco boscoso!

Amo gli ossimori concordi.

Le migliori conversazioni non sono altro che la punteggiatura del silenzio.

La casa non ha radici.

Era un uomo fedele ai suoi principi, proprio come un cane che finisce per affezionarsi alle proprie pulci.

Che l’inferno sia una lunga gita turistica?

Il bambino era convinto che la manza al pascolo fosse un montone, finché questa fece pipì. Talvolta la verità appare in forma di deiezione.

La rugiada è il pianto del gallo.

Nel salone cominciò il grande ballo. Violini, fruscii di seta, gentiluomini e damigelle audaci. Poco dopo la mezzanotte, in un angolo oscuro, una coppia si avvinghiò in un intenso, interminabile, appassionante selfie d’addio.

Talvolta le vecchie bugie vengono promosse a verità.

Prospettive future: l’uomo senza terra o la terra senza l’uomo. Nel dubbio, non resta che andare al mare.

Se una formica avesse un giorno coscienza di sé, continuerebbe a essere una formica?

L’intelligenza è il più spaventoso dei vizi.

Soltanto morendo s’impara a vivere. 

***

NB: Per questioni meramente giuridiche (legate ai diritti editoriali dell’opera), non siamo purtroppo autorizzati a pubblicare in questa sede la copertina del libro. Vi invitiamo a cercare il volume nelle librerie o nelle biblioteche.

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Il mistero della casa

LIBRI IMPOSSIBILI (FEBBRAIO)
#libriimpossibili2021 è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Lucio Costa, Casa mia, Ed. Spirito Giallo, 2020, 182 pagine

Quarta di copertina
«Un terribile omicidio viene commesso in una villa immersa nella campagna piemontese. La polizia è alle prese con un torbido intrigo di famiglia. Sembrano le premesse per una classica vicenda poliziesca, ma questa volta a raccontare la storia è un personaggio fuori dall’ordinario: la casa in cui è avvenuto il delitto. L’insolito punto di vista consente all’autore di sviluppare una trama ricca di colpi di scena e nello stesso tempo di scavare nella psicologia dei personaggi. Un lavoro di assoluta originalità nel panorama del nuovo giallo italiano e non solo».

Lucio Costa è nato a Sorengo nel 1994 ed è cresciuto a Lugano. Dopo il liceo, si è trasferito in Piemonte per gli studi in letteratura comparata e comunicazione. Attualmente vive a Torino, dove lavora come copywrighter. Casa mia, il suo esordio narrativo uscito nel 2020 per Spirito Giallo, è stato presentato da Luca Crovi nel quadro del Cureggio Noir Festival. Ne hanno parlato Nanni Canconi sul quotidiano “La Stampa” e Gianni Biondillo sul blog “Nazione Indiana”. Il romanzo sarà pubblicato in Francia dalla prestigiosa casa editrice Flammarion.

Tre domande all’autore

YB+AF: Lucio Costa, il primo aspetto che colpisce del suo romanzo è naturalmente la prospettiva narrativa, affidata dall’inizio alla fine agli “occhi” della casa in cui avviene l’omicidio dell’avvocato Pirello. Un approccio originale che crea anche una particolare suspense: alcuni avvenimenti restano sconosciuti al lettore per il semplice fatto che avvengono fuori casa, mentre altri dettagli minimi e quotidiani (e forse secondari ai fini della trama) vengono raccontati con grande dovizia. Come è giunto a questa scelta o “soluzione” narrativa?
LC: Stavo lavorando al romanzo con un punto di vista più tradizionale, ma avevo l’impressione di scrivere l’ennesimo giallo con il solito poliziotto, la scientifica e via discorrendo. In quel periodo stavo leggendo Here, una graphic novel di Richard McGuire in cui l’autore compie un esperimento narratologico dove una sola stanza di una casa viene mostrata in diverse epoche temporali, delineando una storia che procede dalla preistoria(prima che la casa venisse costruita, ma lo “spazio” già c’era) fino al 2111. Mi sono detto: è come se fosse la stanza a raccontare la storia! Allora ho impostato il romanzo diversamente, seguendo il flusso di una voce che è nello stesso tempo tutti i personaggi e nessuno di loro. La casa è il destino: il luogo della disperazione ma anche la tensione verso un ritorno, verso la pace. Scrivendo avevo in mente pure il capolavoro di Perec, La Vie, mode d’emploi, in cui vene rivelata per segmenti la vita di tutti gli abitanti di un palazzo. Nel mio romanzo la casa è la narratrice e, in un certo senso, anche la “persona” che compie l’indagine. In questo modo, seguendo l’ispirazione di Perec, ho cercato di raccontare non solo i fatti brutali del poliziesco, ma anche il flusso della quotidianità, quella che Perec chiamerebbe l’infra-ordinaire.
YB+AF: Nel romanzo ci sono effettivamente diversi riferimenti alla letteratura francese. La proprietaria della villa, per esempio, è una seguace della patafisica, la scienza dell’immaginario inventata da Alfred Jarry; le sentenze dell’anziana signora, sempre sul filo dell’assurdo, fanno da controcanto cinico alla narrazione, con molta ironia. Poi c’è Marcel Proust, con l’epigrafe tratta proprio dalla Ricerca del tempo perduto: «L’essere che sarò dopo la morte non ha maggior ragione di ricordarsi dell’uomo che io sono dalla mia nascita in poi di quanta ne abbia quest’ultimo di ricordarsi di ciò che sono stato prima di nascere» (dalla trad. di Maria Teresa Nessi Somaini)…
LC: La cultura francese ha cominciato ad affascinarmi all’università. Ho scoperto autrici e autori con cui ancora oggi trascorro molto del mio tempo. Della citazione in esergo non posso dire molto, visto che gioca un ruolo chiave nell’intera vicenda. Ma posso dire che a lungo ho riflettuto se aggiungere una seconda citazione di Perec, una frase che avevo stampato e tenuto accanto al computer durante i mesi di stesura del romanzo: «Vivere è passare da uno spazio all’altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male». Anche in questo caso, chi leggerà il libro capirà. Quanto alla patafisica, be’, è una delle cose più spassose che io conosca: non poteva mancare nel mio primo libro. È anche un modo per fare un passo indietro, non dimenticare che basta poco per prendersi troppo sul serio e credere di avere la verità in tasca. Errore imperdonabile, credo, per chi scrive.
YB+AF: Lei è nato e cresciuto nel Canton Ticino. Che rapporto sente di avere, oggi, con la Svizzera italiana? Cosa rappresenta questo territorio, per lei?
LC: Mia madre è svizzera (di Lucerna) e Lugano è la città in cui ho scoperto il mondo. Dopo il liceo mi sono trasferito a Torino. Da qualche anno anche i miei genitori abitano in Piemonte, ma i miei legami con la Svizzera italiana sono rimasti forti. In Ticino ho molti amici e infatti mi capita di tornare spesso. Inoltre il mio “imprinting” è segnato anche dagli scrittori ticinesi e dagli eventi culturali locali. Ricordo per esempio che in prima o seconda liceo, al festival “Tutti i colori del giallo”, conobbi le autrici Margherita Oggero, che è di Torino, ed Elisabetta Bucciarelli, che ho poi rivisto spesso in varie rassegne. Forse proprio in quell’occasione decisi che prima o poi avrei provato anch’io a scrivere un romanzo poliziesco.

Un estratto dal libro
(clicca qui per leggerlo in pdf)

[…]
– Non credo che sia in ufficio.
– Ma allora dov’è?
– Non lo so.
– Andiamo a vedere.
Il commissario Bardi e il suo subalterno uscirono dalla porta sul retro e ripresero a parlare, gesticolando, troppo lontani perché potessi sentirli o vederli.
E Anita? Rientrai dentro me stessa: la donna sedeva sulla poltrona del salotto, gli occhi cerchiati di stanchezza. Nella sua grigia disperazione insisteva a mostrarsi determinata, quasi gelida. “Sei lontana”, le aveva detto Marco prima di andare dal notaio. Si erano abbracciati senza enfasi. Io mi ero concentrata, avevo chiuso mentalmente tutte le finestre. Pensavo di cogliere almeno un segnale, un filo di complicità. Nulla: sembravano a un punto di non ritorno.
Ora Anita aveva rilassato le spalle e curvato leggermente la schiena. Lo sguardo però sempre immobile e teso. La polvere girava nel vuoto e pensai che per gli umani la morte arriva di colpo, come un pensiero involontario. Le maschere vengono a cadere. Le convenzioni e i sorrisi di facciata, così come le relazioni superflue, si accartocciano e prendono fuoco. Gli umani cambiano, muoiono, nascono, fanno tutto così in fretta. Non stanno mai fermi.
Anita si alzò. Sentii la carezza della luce obliqua che illuminava gran parte del salotto. Cominciava a essere tardi. La donna spostò i bicchieri e la brocca sul vassoio e portò tutto in cucina. Percepii il peso del suo passo, rigido come quello di un automa. Continuava a esibire indifferenza, anche ora che si muoveva sola nelle stanze silenziose. Passò due volte vicino allo stipite dove nemmeno tre giorni prima aveva trovato il cadavere dell’avvocato Pirello. Il “suo” avvocato, diceva Marco quando parlavano di lui.
Io mi rilassai. Feci un giro rapido dei locali, lasciandomi cullare dall’ultimo sole. Sentivo il calore sulle finestre e sulle tegole del tetto. Presto sarebbe tornata la gatta.
Poi suonarono alla porta.

[Dal capitolo III, pp. 56-57]

***

NB: Per questioni meramente giuridiche (legate ai diritti editoriali dell’opera), non siamo purtroppo autorizzati a pubblicare in questa sede la copertina del libro. Vi invitiamo a cercare il volume nelle librerie o nelle biblioteche.

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