As-Summan

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Novembre
Hanafuda: Salice / Poeta / Rondine
Luogo: as-Summan (لصمّان), Arabia Saudita
Coordinate: 23°40’19.6″N; 49°25’45.3″E
(Latitudine 23.67210; longitudine 49.42926)
La scrittura, così come la lettura, è un modo di allungare la strada. Se nella mia vita devo andare da un punto A a un punto B, come dicono i matematici, se devo affrontare qualsiasi esperienza, potrei scegliere la via più rapida, quella più efficiente. Il gesto di prendere un foglio e scrivere – o di aprire un libro e leggere – è una perdita di tempo, una sorta di espediente per vivere vite che non sono la mia. Eppure, quanta ricchezza in questa divagazione fra il punto A e l’inesorabile punto B.
Capita a volte di sorprendere una lentezza, una sospensione nascosta nelle cose ordinarie. Qualche giorno fa stavo tornando a casa lungo una strada che dal centro della mia città porta verso la collina. Faceva freddo, perciò la mia intenzione era quella di affrettarmi per arrivare il più presto possibile. Eppure, a un certo punto, mi sono fermato, e in pochi secondi mi sono accorto che stavo leggendo il mondo in maniera diversa. Mi sembrava di essere al centro di un mosaico, le cui tessere si disponevano con precisione. Poco più avanti passava un treno, orizzontalmente; di fianco a me scorrevano le automobili, verticalmente. Sulla sinistra, dietro la vetrata di una palestra, ragazzi con abiti colorati ripetevano lo stesso gesto; sulla destra, ingrossato dalla pioggia, scendeva un torrente. Ogni tessera aveva un suono o un silenzio: lo sferragliare del treno, il pigolare degli uccelli, il rombo delle automobili, il gorgoglìo del ruscello, le azioni mute dei ginnasti dietro la vetrata.


Prima la realtà sembrava una cosa sola, come se fosse un monolite. Dopo la mia sosta, invece, le singole tessere del mosaico spiccavano nel loro splendore. Ho cercato di riprodurre questa sensazione anche nel mio viaggio ad as-Summan, in Arabia Saudita. È stato più difficile, perché all’inizio percepivo soltanto il vuoto. Poi, passato qualche minuto, il vuoto è diventato qualcosa di ancora più lancinante: un’assenza, una privazione.
Stavo camminando sull’altopiano di as-Summan, che si estende per quattrocento chilometri a est di ad-Dahna. Procedendo verso nord, in direzione del Golfo Persico, dopo un centinaio di chilometri avrei incontrato una regione meno improba, intorno all’oasi di al-Aḥsāʾ, la più grande di tutto il paese, abitata fin dalla preistoria. Ma non era mia intenzione percorrere tutti quei chilometri: ero al volante di una vecchia Toyota e avevo bisogno di fare benzina. Il mio piano era quello di procedere fuori strada per circa quattro chilometri; poi avrei trovato una strada che in un’ora mi avrebbe portato fino alla città di Haradh, famosa per le installazioni petrolifere e del gas. Ma non è di tutto ciò che voglio parlare, né dell’atmosfera di Haradh, con le sue case piccole e bianche, raggruppate insieme, e intorno un immenso cantiere, un mostruoso pianeta di tubi, acciaio e cemento.
Quello che mi piacerebbe descrivere è proprio quel momento in cui mi sono fermato, ho girato lo sguardo intorno e non ho trovato niente. Nessun appiglio per gli occhi, nessuna tessera del mosaico. Mi è venuto un pensiero bizzarro: questa situazione è tanto diversa da quella che ho trovato lungo la strada che portava a casa mia? Che cosa si nasconde dietro l’asfalto, il ruscello, il vetro, i binari della ferrovia?
Il nulla è sempre a un passo da noi. Abbiamo costruito, nei secoli, nei millenni, abbiamo abitato la terra, l’abbiamo trasformata. Abbiamo il desiderio di lasciare un segno, ma fino a quando? Tuttavia, proprio nel profondo del deserto ho sentito che questo desiderio non è vano. Anche se il vento cancellerà ogni cosa, anche se il tempo macinerà le nostre opere, averle compiute non è privo di senso. Il bisogno della bellezza è inestirpabile nell’essere umano, così come la necessità di far fiorire i deserti, che siano geografici o esistenziali.
Guardo le carte di novembre. Il Salice è un invito ad accogliere quanto succede, a sapersi piegare, adattare, mentre il Poeta (o L’Uomo della Pioggia) è un invito a insistere, a non demordere nel seguire la propria esigenza espressiva. L’uomo si chiamava Ono no Michikaze (894-966), conosciuto anche con il nome di Ono no Tōfū. Fu lui il primo a dare i tratti distintivi alla calligrafia giapponese, distinguendola da quella cinese. Si racconta che un giorno, deluso e amareggiato per la mancanza di risultati nel suo lavoro, si soffermò a osservare una rana che tentava di saltare sopra il ramo di un salice: dopo sei balzi falliti, la rana riuscì infine nel suo obiettivo; e in quel momento Ono no Tōfū trovò la forza interiore per proseguire nella sua ricerca. Oggi il calligrafo è raffigurato su una carta da gioco, nello stesso mese in cui appare anche il Fulmine: l’imprevisto, l’azzardo, l’ignoto che, mentre porta scompiglio, può condurre verso una rivelazione.

HAIKU

L’eco di un fischio
indugia sopra i tetti –
L’ultima rondine.

PS: Ho inserito un frammento audio registrato proprio nel momento in cui vedevo comporsi le tessere del mosaico.

PPS: Questo è l’undicesimo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglioagostosettembre e ottobre.

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Un circo, in lontananza

È quasi buio. Sto camminando attraverso un grande prato, ancora libero dalle costruzioni. A un certo punto, in lontananza, avvisto le luci di un circo. Alla sinistra del tendone, avvolto dai colori, appaiono due grandi gru, impiegate in un cantiere edile. Dietro, si staglia il profilo nitido delle montagne. Più contemplo questa scena, più fatico a riprendere il cammino, nonostante il freddo. Ho l’impressione di avere già vissuto tutto questo: io immobile, in un prato che diventa buio; oltre il buio, la promessa dell’ignoto che si fa scoperta, avventura, meraviglia. Mentre ancora non ci sono arrivato, tuttavia, già sento la tristezza per la durata effimera delle luci e dello stupore. Il circo ripartirà, le due gru costruiranno un palazzo che resterà invece al suo posto, solido, massiccio. E io non sarò mai più sullo stesso prato, con lo stesso freddo, con gli stessi colori che mi aspettano all’orizzonte.
Alla fine mi sono avvicinato. Dentro il tendone era in corso uno spettacolo, perciò a guidarmi è stato il suono dell’orchestra. Ho girato intorno al circo, ho osservato gli autocarri, i recinti per gli animali, gli artisti in attesa di entrare in scena. Una cavallerizza fumava una sigaretta, appoggiandosi a una staccionata. Un clown si stropicciava le mani per tenerle calde. Fin da quando sono bambino ogni anno assisto allo spettacolo del circo Knie, e da sempre mi stupisce l’intreccio fra l’eccezionale e il quotidiano. Nella città grigia di novembre appare questo scintillìo, questa girandola di pagliacci, acrobati, cavalli. Un mondo che sorge di notte, come un incantesimo, e che dopo tre giorni riparte senza lasciare tracce. Dentro l’arena si accendono le fanfare, le risate, gli applausi; intanto fuori piove e un acrobata, avvolto in un manto sfavillante di lustrini, cammina nel fango verso il suo carrozzone.
La famiglia Knie è arrivata all’ottava generazione. Da cento anni porta in giro per tutta la Svizzera la sua carovana di animali e artisti, destreggiandosi per presentare i numeri in tre lingue e per adattarsi alle stagioni. Per me il circo ha un sapore tardo autunnale, ma in altre città dev’essere simile a una fiera estiva. In particolare, ho una predilezione per la figura del pagliaccio colto nella luce di novembre. Mi affascina quel senso di lontananza che sempre si sprigiona dai clown: sono lontani da noi, dalle nostre esperienze, sono esagerati, sono caratteri estremi… eppure, mentre li guardiamo, ci sorpendiamo all’improvviso come in uno specchio. Questa è la forza del circo: è una narrazione primordiale – forse il primo mezzo con cui l’essere umano ha provato a raccontare storie, insieme ai graffiti e alle fiabe – e allo stesso tempo è eternamente provvisorio. Arriva, crea una piccola fantasmagorica città e poi riparte.
Anche gli artisti del circo affondano le radici in una lontananza che, durante lo spettacolo, si tramuta in presente. Quest’anno ho apprezzato la figura di Yann Rossi nei panni del clown bianco. Già suo padre era un pagliaccio rinomato, così come i suoi antenati: nel 1732 i Rossi già si esibivano in Francia, alla corte di Luigi XIV. Anche Davis Vassallo e Francesco Fratellini sono stati molto bravi nel riproporre in maniera moderna e sofisticata alcuni numeri storici, fra cui quello dell’innaffiatore che finisce innaffiato. Fra l’altro, una variante elementare di questa gag ispirò un cortometraggio dei fratelli Lumière, L’arroseur arrosé, che venne proiettato nella prima rappresentazione pubblica di cinematografo, avvenuta il 28 dicembre 1895 al Salon indien du Grand Café, nel boulevard des Capucins a Parigi.
Anche Francesco Fratellini proviene da una dinastia celebre, cominciata con Giuliano Fratellini nel 1745: Francesco è un esponente dell’ottava generazione. Gli appassionati di circo conoscono soprattutto tre membri della quinta generazione: Paul (1877-1940), François (1879-1951) e Albert (1885-1961), fra i maggiori pagliacci in assoluto di tutti i tempi. Fra il 1909 e il 1940 il Trio Fratellini fece ridere tutta l’Europa, resistendo anche durante i tempi più difficili, come la Prima guerra mondiale. François era il clown bianco, Albert l’augusto, mentre Paul mediava fra i due estremi. I tre ispirarono scrittori (Jean Cocteau, Raymond Radiguet), pittori (Pablo Picasso e molti altri) o fotografi (Robert Doisneau). Annie Fratellini, nipote di Albert, fu la prima donna a vestire i panni dell’augusto; nel 1974 fondò con suo marito Pierre Étaix l’École Nationale du Cirque, poi Académie Fratellini. La coppia è presente nel film I clowns di Federico Fellini (dove appare anche Gustavo, un altro membro della famiglia). Nel 1955, a settant’anni, Albert raccontò in un libro la sua vita e quella dei suoi fratelli, augurandosi che il nome Fratellini restasse «il simbolo della gioia che s’infrange, come una tempesta, sui gradini del circo». Da quanto ho potuto vedere, la tempesta infuria ancora… e dalle onde, dalla schiuma nasce la poesia. Come ebbe a dire lo scrittore Henry Miller, «il clown ci insegna a ridere di noi stessi, ed è un ridere che nasce dalle lacrime». È un gesto potente, catartico. Perciò, sempre secondo Miller, «il clown è un poeta in azione. È lui stesso la storia che interpreta.»PS: Per chi abita non lontano dalla Svizzera italiana, suggerisco di visitare la mostra Remo Rossi e il circo. L’arte della meraviglia. Omaggio a Rolf Knie, aperta fino al 28 marzo 2020 nella sede della Fondazione Rossi a Locarno. Alcune opere sono visibili anche nella Casa Ossola a Orselina e nel Ristorante Teatro Dimitri a Verscio.
L’esposizione presenta numerosi schizzi e disegni dell’artista, dai quali scaturirono le sue opere scultoree (di cui alcune fra le più celebri sono state raccolte per l’occasione). Tra i suoi soggetti sono infatti assai numerosi i clown, gli acrobati e gli animali da circo (per esempio la scultura della foca nella piazza Governo di Bellinzona). Inoltre si possono ammirare anche alcuni dipinti e una scultura di Rolf Knie, nato nel 1949, esponente della sesta generazione, il quale fu clown, cavallerizzo e acrobata prima di diventare pittore e scultore.

PPS: La frase di Albert Fratellini proviene dal suo libro Nous, les Fratellini, edito per la prima volta nel 1958 e ripubblicato nel 2009 dalle Éditions Cartouches di Parigi. Le parole di Henry Miller sono tratte dalla postfazione al suo racconto The smile at the foot of the ladder (1958), tradotto in italiano da Valerio Riva (Henry Miller, Il sorriso ai piedi della scala, Feltrinelli 1963; 1980).

PPPS: Per conoscere altri dettagli sul circo Knie, e per mille altri approfondimenti legati al mondo del circo, consiglio di visitare il sito Solo Circo X Sempre, aggiornato e gestito con cura da Andrea Eglin.

PPPPS: Le prime tre immagini dell’articolo ritraggono il circo Knie. Poi c’è un ritratto di Albert Fratellini e una foto dello storico Trio Fratellini. Infine, Remo Rossi fotografato accanto alla scultura Acrobati su impalcatura (1960 circa). Anche la scultura qui sotto, intitolata Gli acrobati, è di Remo Rossi.

 

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Dighori

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Ottobre
Hanafuda: Acero / Cerbiatto
Luogo: Dighori (दिघोरी), Maharashtra 441203, India
Coordinate: 20°47’01.9″N; 79°13’11.7″E
(Latitudine 20.78386; longitudine 79.21991)
Andando in un sentiero di montagna m’imbatto in una coppia sui trent’anni. Stanno discutendo. Lei dice: «Qualcuno te lo deve insegnare, a essere forte, non puoi arrivarci da solo.» Lui tace. Lei aggiunge: «Come fai, se nessuno te lo insegna?» Il sentiero è pianeggiante, in mezzo a un bosco di latifoglie in cui spiccano l’arancione dei ciliegi e il rosso vivace degli aceri montani, luminosi come segnali d’allarme. Li saluto, loro proseguono. Alle mie spalle la voce di lei diventa più acuta. Mi accorgo che sta piangendo.
Che cosa posso fare? Non sono affari miei. Mi viene il pensiero di voltarmi, di chiedere se vada tutto bene. Di certo la prenderebbero come un’offesa. Esito, rallento. Mi fermo. Forse invece una parola detta da uno sconosciuto potrebbe aiutarli. Ma il mondo non funziona così. Il mondo può essere (o dirsi) moderno, aperto, sensibile alle differenze. Tuttavia gli steccati restano invalicabili: chi soffre deve soffrire da solo. Il dolore deve restare chiuso nella coppia, nella famiglia, nella cerchia più ristretta. O al massimo può essere buttato fuori nei social network, come un urlo scomposto. È doveroso, è necessario rispettare lo spazio privato degli altri. Bisogna salutare, cortesemente – e poi tirare diritto.
Dopo qualche secondo mi volto, quasi di nascosto. La coppia è scomparsa. C’è solo il sentiero, con gli alberi spogli, il fruscio del vento. Di colpo avverto il peso della mia solitudine. Sarà irragionevole, forse stupido. Di sicuro inutile. Ma sento un nodo di lacrime che mi stringe alla gola, come un morso, come l’agguato di una belva.
Sto pensando alla mia fragilità. Quante volte la vita ci sorprende inermi? Da bambini e da vecchi succede forse più spesso, ma anche nel pieno dei tempi, quando abbiamo costruito una fortezza – o almeno una baracca per ripararci dalle intemperie – anche allora capita che ci sentiamo perduti. Siamo come una preda. Un cerbiatto che si è attardato a bere, al fiume, e che si accorge di essere lontano, diviso da ogni gruppo, famiglia, compagnia. In quel momento, anche se non la vediamo, sappiamo che la belva si aggira nei dintorni. Il leopardo, con la sua capacità di piombarci addosso all’improvviso. La tigre, con la sua divisa mimetica, con la sua eleganza crudele. La tigre di cui non ti accorgi finché ormai è troppo tardi.
Ho provato questa sensazione nel mio viaggio in India. Avanzavo in un terreno brullo: polvere marrone, macchie di alberi, tratti di boscaglia più fitta. Non ero proprio fuori dal mondo: a un paio chilometri a sud-est c’era il villaggio di Dighori, che conta poco meno di cinquanta abitanti. Nella direzione opposta, camminando per tre chilometri circa, sarei giunto a Dongargaon, popolato da un centinaio di persone.
Questi paesi fanno pensare a una zona remota, in mezzo alla natura. Ed è così, in un certo senso. Ma se avessi raggiunto Dighori, e se avessi trovato un’automobile, in poco più di un’ora e mezzo, magari due contando gli imprevisti, sarei giunto alla città di Nagpur, la capitale d’inverno dello stato del Maharashtra (quella estiva è Mumbai).
Nagpur, con i suoi due milioni e mezzo di abitanti, è la tredicesima città più popolosa dell’India. Gli Inglesi la designarono come punto centrale del loro Impero delle Indie; e in effetti è proprio il centro geografico della penisola indiana, sebbene sia un po’ fuori dalle rotte turistiche. Secondo uno studio di Oxford nel periodo fra il 2019 e il 2035 Nagpur sarà la quinta città con la crescita più rapida al mondo, con un tasso di crescita media dell’8,41%. (Ai primi venti posti della classifica ci sono diciassette città indiane.) È un luogo vivo, pieno di movimento. Proprio in ottobre, ogni anno diventa una meta di pellegrinaggio per i buddisti, che in India sono una religione minoritaria. Nagpur è soprannominata anche il Cuore dell’India, la Capitale delle Arance (ne produce di rinomate) o la Capitale delle Tigri, per la grande quantità di questi animali presenti nelle riserve intorno alla città.
Mentre vagavo tra Dighori e Dongargaon, espressioni come “tasso di crescita” mi sembravano prive di consistenza. Anche “milioni di abitanti” era un concetto sfumato, astratto. Intorno a me non c’era nessuno. La parola “tigre”, invece, appariva nella mia mente come una cosa concreta. Era il tardo pomeriggio, la temperatura era calda, umida. Cercavo di camminare all’ombra degli alberi, per quanto possibile. Dal bosco venivano fruscii, schiocchi di rami. Che ne sarà di me, ho pensato. E adesso che sono tornato a casa, che sono lontano dalle tigri in carne e ossa, il pensiero non mi abbandona. Anche mentre scrivo, al sicuro nel mio studio, la domanda mi ferisce. Che ne sarà di me… che ne sarà di tutti noi?

HAIKU

Sale la nebbia.
Scricchiolano sul viale
passi di corsa.

 

PS: Questo è il decimo  “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglioagosto e settembre.

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Santa Fe

 “Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Settembre
Hanafuda: Crisantemo / Coppa di saké
Luogo: Santa Fe, Nuovo Messico, Stati Uniti
Coordinate: 35°41’46.2″N; 106°10’21.7″W
(Latitudine 35.69616; longitudine -106.17269)
Esco a fare una passeggiata. Sul fianco di una collina mi soffermo a guardare la città dall’alto. È tardi, fra un’ora sarà buio. Riprendo a camminare, seguo un tornante e di nuovo mi giro a contemplare la città. Stavolta però mi trovo davanti il verde smagliante di una siepe. Mi viene in mente che, oltre quella siepe, si distendono le strade, le piazze, i quartieri residenziali, il fiume… ma che importa? Sono nella classica situazione leopardiana. Nel pensiero posso fingere interminati spazi e infiniti silenzi di là dalla siepe, posso giungere fin dove mi porta il desiderio. Mi accorgo però di avere trascurato un dettaglio. Di là dalla siepe c’è una terrazza. E sulla terrazza, approfittando dell’ultimo sole, un uomo e una donna stanno chiacchierando. Devono essere davanti alla porta della cucina, perché sullo sfondo sento una voce infantile che ripassa le moltiplicazioni.
– Cinque per uno cinque, cinque per due dieci, cinque per tre quindici…
La voce dell’uomo è più grave. – Lo so che fanno tutti così. Ma a me piace spendere i soldi che ho. Cioè, se voglio una macchina la compro.
– Ma se non puoi comprarla? – interviene la donna.
– Allora ne compro un’altra. Ma sarà la mia macchina.
– Anche se la prendi in leasing è tua. È la stessa cosa.
L’uomo fa un sospiro. – Io spendo solo i soldi che ho.
– Sette per tre ventuno – dice intanto il bambino (o la bambina). – Sette per quattro ventotto, sette per cinque trenta, no, trentacinque, sette per sei quarantadue, sette per sette quarantanove…
Mi allontano. Non ho visto niente, non ho immaginato niente. Ma forse ascoltare è ancora meglio. Ascoltare e capire quando è il momento buono per scrivere. Un tempo, in Giappone, durante le feste di settembre era usanza riunirsi in riva ai ruscelli e ai canali per comporre versi sullo splendore dei crisantemi. Per gioco si facevano galleggiare le coppe di saké sull’acqua corrente e tutti cercavano di scrivere un poema prima che la coppa arrivasse davanti a loro. Anch’io voglio scrivere in questo modo. Non bevendo saké (o non sempre), ma tentando di raccontare una cosa solo al momento giusto, quando mi sembra necessario condividerla.
Confesso che non mi sento del tutto pronto a parlarvi del mio viaggio nel Santa Fe National Park. Ancora non ho capito bene che cosa mi sia accaduto. Però sento che qualcosa devo dire prima che finisca settembre.
Era una giornata di sole. Non faceva troppo caldo, ma tutto era secco, e il vento sollevava sbuffi di polvere. Faticavo a orientarmi, perché il paesaggio era uniforme: rocce, piccoli arbusti che sembravano pini, qualche picco in lontananza. Forse quello a nordovest era il Cerro Micho. Speravo che potesse fungere da punto di riferimento: secondo i miei calcoli dovevo essere a una decina di chilometri dal Rio Grande, dove avrei trovato l’acqua.
Dopo un paio d’ore di cammino mi sentivo in un mio personale film western. Non ero più un Andrea qualunque, ma un personaggio: il bandito a cui hanno rubato cavallo e borraccia. L’uomo solo che deve passare dalle zone più impervie, covando la nostalgia di una voce amica, di un whisky, di un profumo femminile. Il desperado braccato dai cacciatori di taglie. In fondo il suo desiderio è fuggire in un luogo lontano e mettere su un ranch, ma sa che non sarà facile. No, non sarà per niente facile.
Il bandido, roso dalla sete, punta verso il Rio Grande. Potrebbe cambiare direzione e tornare verso Agua Fria, dove forse troverebbe un riparo per la notte. Ma è troppo rischioso. Non devo farmi prendere. Non mi resta altro che la mia libertà. È una vita sporca, misera, solitaria. Ma è la mia vita. Non me la lascerò strappare via dal primo sceriffo in cerca di gloria.
A pochi passi dal Rio Grande una voce mi coglie di sorpresa.
– Ehi, gringo, stai cercando qualcuno?
Mi volto, lentamente. Sono pronto a combattere.
Ecco. Questo è il mio delirante viaggio di settembre. È tutto vero? È tutto falso? This is the West, sir. When the legend becomes fact, print the legend. Nel west, se la leggenda incontra la storia, vince sempre la leggenda.

HAIKU

Viene la notte –
In fondo all’orto ridono
i fiori d’oro.

 

PS: Questo è il nono  “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo, aprilemaggiogiugnoluglio e agosto.

PPS: La frase «This is the West, sir. When the legend becomes fact, print the legend» proviene dal film The man who shot Liberty Valance, girato da John Ford nel 1962. È un giornalista a pronunciarla, per sottolineare come sui giornali trovi posto il mito del Far West anche quando esso non corrisponde ai fatti. Nella prima parte dell’articolo, cito qualche parola della poesia L’infinito, scritta nel 1819 da Giacomo Leopardi.

PPPS: Colpiti da questa serie di viaggi immaginari, alcuni lettori del blog di viaggi Rolling Pandas hanno voluto approfondire la conoscenza con me. L’intervista si trova qui. Ringrazio Alice e tutti i responsabili del sito Rolling Pandas, che offre la possibilità di organizzare viaggi in tutto il mondo.

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Panchinario 56-64

Nel romanzo Maigret s’amuse, il commissario creato da Simenon si trova per una serie di circostanze a passare le sue vacanze a Parigi. Come occupare il tempo? Ecco il programma di Maigret: lunghe passeggiate, lettura dei giornali al bar, osservazione di ciò che succede fuori dalla finestra di casa, ristorante e cinema con la signora Maigret. Fra una cosa e l’altra, il commissario seguirà da lontano – tramite i giornali – un caso di cui si occupa Janvier, l’ispettore che lo sostituisce.
Ma qual è l’atto più rivoluzionario di queste vacanze parigine di Maigret?
«C’era un’altra cosa che avrebbe fatto, ma senza parlarne a sua moglie, per paura che si prendesse gioco di lui. Forse sarebbe stato costretto a scegliere un luogo poco frequentato, la place des Vosges, per esempio, oppure il Parc Montsouris? Aveva voglia di sedersi su una panchina e di rimanerci a lungo, tranquillo, senza pensare a niente, fumando la pipa e guardando i bambini giocare.»

56) LUGANO, alla foce del Cassarate
Coordinate: 2’717’920.3; 1’095’693.8
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… entrare in una cartolina del 1920.
Lo chiamano “mago”, ma in francese: Magicien. Con il cilindro, il vestito nero, i guanti bianchi e il monocolo, sembra il padrone di un circo nella Parigi d’inizio Novecento. Io l’ho incontrato a Lugano, un giorno d’estate. Dalla mia panchina ammiravo il lago scintillante, la curva dolce del monte Brè. Mi sono voltato e il Magicien era lì, dietro il suo treppiede, che mi stava  scattando una foto. Subito il paesaggio è diventato bianco e nero. Le case sul Brè sono sparite. I passanti indossavano abiti d’epoca. Allora ho capito: ero scivolato dentro la fotografia, nella Lugano del 1920! Accanto a me, due ragazzi parlavano in dialetto. Un turista sedeva a pescare sul bordo del lago. L’incanto è durato finché ho battuto le palpebre, poi sono tornato nella Lugano di oggi. Il Magicien era scomparso. Ma non è mai lontano: si aggira intorno a noi, sempre intento a trasformare il mondo in una vecchia cartolina.
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57) LOCARNO, in via del Tiglio, davanti alla Chiesa della SS. Trinità
Coordinate: 2’704’216.5; 1’114’442.2
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ascoltare un matrimonio.
I matrimoni sono una strana faccenda. Capita di averne paura prima di sposarsi: sarà la persona giusta? Ma anche dopo: oh, merda, e adesso che cosa faccio? Tutta la vita è un sacco di tempo! Ci sono poi altre paure, diciamo così, collaterali: ehi, ma come testimone non dovrò mica fare un discorso? Oppure: cerimonia, pranzo, giochi vari, dal mattino fino a mezzanotte… dovevano proprio invitarmi? Tuttavia ci sono matrimoni che si presentano con una intatta grazia, con una dolce freschezza: sono quelli fra persone che non conosciamo. Basta sedersi di sabato su questa panchina locarnese. Con un po’ di fortuna, mentre guardiamo dall’altra parte, sentiremo alle nostre spalle la colonna sonora dello sposalizio. Applausi, schiocchi di baci, congratulazioni, musica, chiacchiericcio, disperate richieste di un aperitivo. Ascoltare un matrimonio è come leggere un romanzo d’avventura.
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58) CHIASSO, in piazza Indipendenza
Coordinate: 2’723’699.0; 1’077’028.7
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… osservare la linea d’ombra.
«Ma chi sta veramente bene?» La domanda, vertiginosa, mi accoglie appena varco la soglia del bar. È una giornata caldissima. La cameriera sventola il menu plastificato come un ventaglio. Al bancone, un uomo sulla sessantina indossa un abito di lino e un paio di sandali. Sta parlando della felicità. Secondo la cameriera, se una persona sta bene può essere felice. E lui, torvo: «Ma chi sta veramente bene?» Poi, dopo un secondo, aggiunge una frase che è un perfetto endecasillabo e che taglia come un rasoio: «Anamnesi! Lo sai cos’è un’anamnesi?» Torno fuori. Cammino attraverso la piazza. Mi siedo su una panchina all’ombra e ascolto il fruscìo delle fontane. Niente si muove, tranne la linea d’ombra proiettata dalle case. La osservo spostarsi, indietreggiare, farsi sempre più vicina. Respiro adagio, mi asciugo il sudore sulle tempie. Fra poco rimarrò esposto al sole.
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59) SALERNO, sul lungomare accanto alla spiaggia Santa Teresa
Coordinate: 40°40’40” N; 14°45’27” E
Comodità: 1 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… sorvegliare il sole.
A un certo punto, su questa panchina, mi coglie un dubbio. Anzi, un moto di paura. Ho l’impressione che il meccanismo si sia inceppato. Normalmente le giornate procedono ora dopo ora, scivolando dal pallore mattutino giù fino al buio della notte. Invece oggi tutto è fermo. L’impeccabile blu del mare, il porto di Salerno, le palme. L’incessante viavai di famiglie, turisti, giovani e anziani. È un tranquillo pomeriggio estivo. Ma non era lo stesso ore fa? Quanto può durare un pomeriggio? Perché il sole non si muove più? La luce abbagliante mi avvolge come un incantesimo. Che cosa succede? Infilo gli occhiali scuri, lancio un’occhiata al sole. Forse ha bisogno di un incoraggiamento. Qualcuno che gli dica: ti sto tenendo d’occhio. Infatti, piano piano, il pomeriggio sfuma nella sera, mentre il mare si tinge di rosso e di viola. Accanto a me si accende un lampione. Anche per oggi è fatta.
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60) AEROPORTO MALPENSA, a Somma Lombardo
Coordinate: 45°38’56” N; 8°43’11” E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… restare con i piedi per terra.
Due milioni di anni fa l’Homo erectus migrò dall’Africa verso l’Europa. Immagino che qualcuno abbia detto «Be’, mi sa che dobbiamo andare», qualcuno avrà radunato i bambini… e via, verso l’ignoto. Il 6 settembre 1620 un centinaio di persone salpò sul galeone Mayflower, diretto negli Stati Uniti. Immagino che tutti abbiano rivolto un ultimo sguardo alle coste di Plymouth, sapendo che non avrebbero mai più rivisto l’Inghilterra. Oggi, qui all’aeroporto della Malpensa, una numerosa famiglia composta da genitori, figli, fidanzate dei figli e, se non sbaglio, anche una nonna (o una vecchia zia), corre verso il terminal. E io, seduto su una panchina di cemento, rimango. Fermo, senza nessun altra ragione per essere qui se non guardare gli aeroplani che passano avanti e indietro sopra di me, incrociando storie, desideri, speranze, destini, mescolando chi viaggia per vedere posti nuovi e chi per salvarsi la vita.
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61) MOLARE, accanto alla fermata dell’autopostale
Coordinate: 2’704’782.2; 1’149’323.1
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… lasciar passare i pensieri.
La bicicletta sfreccia silenziosa. Prima la strada scende: Tengia, Rossura. Poi sale con pendenze ripide per una decina di chilometri: Primadengo, Calpiogna, Campello, Molare, Carì. Lentamente mi allontano da ciò che ero, o che credevo di essere. La salita è altrove, è un mondo segreto dentro il mondo di tutti i giorni. Non c’è differenza fra me e la bicicletta: siamo un macchinario fatto di cuore, catena, polmoni, ruote. Sono solo con la mia fatica, con i miei pensieri, con le immagini che vanno e vengono nella mia testa. Arrivato in cima, volto la bici e scendo fino a Molare, dove mi siedo per qualche minuto su questa piccola panchina. Un cartello avvisa di lasciare l’acqua pulita («niente sapone!»). Bevo, ascolto la fontana. Mentre guardo la strada assolata mi sembra che tutti i miei pensieri – le preoccupazioni, i dubbi, i timori – passino davanti a me, in un soffio, e svaniscano come fantasmi.
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62) BRISSAGO, vicino all’Alpe Arolgia e al rifugio “Al Legn”
Coordinate: 2’723’699.0; 1’077’028.7
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… inventare i nomi delle montagne.
Chi decide i nomi delle montagne? Un giorno, da bambino, qualcuno mi indicò il Pizzo Mezzogiorno e io ci rimasi male: nella mia testa l’avevo già chiamato Monte Piramide. Le montagne non sono eterne – niente a questo mondo lo è – però danno una sensazione d’immutabilità, mentre generazioni di esseri umani si succedono l’una dopo l’altra. Chi mai può avere l’ardire di mettere un nome a qualcosa che durerà per millenni dopo la sua morte? Questa panchina si trova sulle pendici di quello che la gente del posto chiama Monte Gridone; nella Svizzera italiana tuttavia è più diffuso il nome Ghiridone, mentre sulle mappe italiane è indicato come Monte Limidario. Del resto, che importa? Il panorama è stupendo: il Lago Maggiore, la pianura Padana, Milano che sfuma in lontananza… è bello sedersi qui, un mattino d’estate, e divertirsi a battezzare le montagne.
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63) CASTIGLIONE DELLA PESCAIA, in via Nazario Sauro
Coordinate:42°45’57” N; 10°52’24” E
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… immaginare il mare.
Castiglione della Pescaia è un villaggio toscano che si affaccia sul mare. È dotato di spiagge, scogli, pinete, e anche di un centro storico arroccato su un promontorio. Proprio in cima, vicino al castello medievale, c’è un belvedere che sembra fatto apposta per le fotografie. Perché allora cercare questa panchina di cemento, costruita accanto a un parcheggio? Be’, prima di tutto i due ulivi fanno una bella ombra… Inoltre, a ben vedere, il mare non è lontano. Sul retro della panchina qualcuno ha lasciato un segno azzurro: appaiono onde, barche, gabbiani; e pare quasi che, fra le automobili e le motociclette, si sprigioni un profumo di salsedine. Vi consiglio di sedervi qui la mattina presto o la sera tardi, quando non c’è traffico. Dopo qualche minuto avrete l’impressione che gli ulivi, nel loro linguaggio impercettibile, si raccontino a bassa voce i pettegolezzi degli ultimi cento o duecento anni.
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64) ASCONA, in piazza Giuseppe Motta
Coordinate: 2’702’886.9; 1’112’148.4
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere Friedrich Glauser.
Nato nel 1896, l’autore svizzero Friedrich Glauser ebbe una vita avventurosa: partecipò alla nascita del dadaismo a Zurigo, si arruolò nella Legione Straniera, lavorò come minatore in Belgio; intorno al 1920 visse anche nel Canton Ticino, dove frequentò gli artisti del Monte Verità. Nel 1938, prima di morire, stava lavorando a un romanzo poliziesco ambientato proprio ad Ascona. Seduto di fronte al lago, provo a immaginare il sergente Studer alla pensione “Mimosa”, sulle tracce di un assassino. Di fronte a me, sul pontile, c’è una fila di variopinti pinguini di plastica. Pinguini dadaisti? Chissà. Glauser scrisse che durante il suo soggiorno ticinese aveva imparato una lezione importante: le cose che riusciamo a dire, in parole o immagini, non dipendono dalla nostra volontà: «ci vengono donate, e vanno considerate come un dono» (F. Glauser, Dada, Ascona e altri ricordi, trad. di Gabriella de’ Grandi, Casagrande 2018).
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PS: Ho citato un estratto da questo romanzo: Georges Simenon, Maigret s’amuse, Presses de la Cité 1957. Un altro titolo della serie per gli amanti delle panchine è Maigret et l’homme du banc (Presses de la cité 1953); in questo caso l’occhio del narratore si posa su «quegli individui senza una professione precisa che se ne stanno per ore sulle panchine dei boulevard a guardare vagamente i passanti.»

PPS: Esprimo la mia gratitudine a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie mille ad Alice (Lugano, Locarno e Brissago) e a Martina (Lugano).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30, qui da 31 a 37, qui da 38 a 45 e qui da 46 a 55. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPPS: Ringrazio anche le lettrici e i lettori che m’inviano fotografie di panchine (da ogni parte del mondo!). Mi annoto sempre i suggerimenti; e, quando posso, vado a vedere con i miei occhi. In futuro magari pubblicherò, con il consenso degli autori, alcune di queste panchine, come mi è già capitato di fare qualche volta qui nel Panchinario.

 

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