Niente di niente

Quando viaggio da solo in un paese straniero, a volte incontro uno dei miei personaggi. Sono momenti fuggevoli: dopo pochi secondi il personaggio svanisce, torna a essere uno dei tanti che girano per le strade. Ma non scompare del tutto: diventa uno stato d’animo, una sensazione, un desiderio, un riflesso d’ombra che s’insinua fra i pensieri della quotidianità.
Qualche giorno fa stavo camminando a Varsavia. Erano le dieci di sera. Per le strade c’erano persone che procedevano in fretta, perché sicuramente qualcuno le aspettava da qualche parte. C’erano coppie d’innamorati che approfittavano della temperatura non troppo rigida. C’erano gruppi di ragazzi, operai alla fine del turno, poliziotti, qualche barbone che preparava un giaciglio per la notte. Non si vedevano stranieri, o almeno, nessuno che fosse immediatamente riconoscibile come tale. Mi sono chiesto se fossero davvero tutti polacchi. Di sicuro ci sarà stato qualche ucraino, qualcuno che non riuscivo a riconoscere come straniero. Ma quando ho visto un uomo dalla pella scura, con il volto coperto da un cappuccio e da una sciarpa, la sua differenza ha attirato la mia attenzione. Stava seduto su una panchina, immobile, e fissava nel vuoto. Allora mi è venuto in mente Moussa ag Ibrahim, uno dei protagonisti del romanzo Gli Svizzeri muoiono felici (Guanda 2018).
Moussa è un uomo di origini tuareg. Fin dall’infanzia ha vissuto come nomade nel deserto del Sahara, tentando di seguire le tradizioni dei suoi antenati. Ma i tempi cambiano, fra leggi restrittive, violenza, desertificazione. Per una serie di ragioni, Moussa arriva in Svizzera. La sua speranza è di trovare un lavoro, per aiutare i suoi parenti in Niger. Ma subito è colpito dalla nostalgia e da un senso d’inadeguatezza.

Quel mattino, mentre diceva le sue preghiere, Moussa aveva avuto paura di essersi spinto troppo oltre, in mezzo a gente troppo diversa. Come avrebbe fatto a resistere in quel paese, dove tutti avevano il loro posto? Ognuno partiva sapendo dove andare, per quale ragione, a che ora. Tutti avevano un telefono, un indirizzo email, un appuntamento e poi un altro e un altro ancora, come una ragnatela nella quale tessevano sempre nuovi fili, creando strade, palazzi, monumenti, macchine, libri, parole, immagini. E Moussa invece passava come un soffio in mezzo ai progetti degli altri, come chi non ha niente di niente.

Un uomo in mezzo alla folla. Diverso da tutti gli altri. Completamente solo. Camminando verso l’hotel Metropol, poco lontano dall’immenso Palazzo della Cultura, ho cercato di calarmi nell’animo di Moussa, nella sua lontananza. Spesso è da questi esercizi d’immedesimazione che traggo le idee per la scrittura. Anche quando il romanzo è già pubblicato, come in questo caso, mi fa piacere restare per un po’ da solo con i miei personaggi.

Ero in Polonia per una serie di conferenze. La prima sera, al bar dell’hotel, mi chiedevo che cosa dire agli studenti e alle persone che mi avrebbero ascoltato. Ero seduto davanti a uno dei camini fasulli più realistici che mi sia mai capitato di vedere: finti carboni ardenti, finte fiamme guizzanti, finto fumo grigio. Davanti a me, sul tavolino, c’era una birra (vera). E io? Fino a che punto sarei riuscito a essere autentico? Un uomo in una città straniera, sospeso fra un fuoco finto e una birra vera. Chi è veramente l’uomo? Cioè, chi sono io? Sono più simile alla fasulla perfezione del fuoco o alla verità fermentata della birra?

Questi pensieri mi hanno fatto capire che era giunta l’ora di andare a letto… Prima di dormire, ho sfogliato qualche pagina di un autore polacco. Adam Zagajewsi (nato a Leopoli nel 1945) racconta in un saggio dei suoi giorni da liceale, quando gli studenti erano «attratti dalle feste private, dai primi appuntamenti, dai giri in bicicletta, dalla musica di Elvis Presley, Chubby Checker e Little Richard, dalla vita intesa soprattutto come uno sguardo rivolto senza troppa attenzione a un lontano futuro». In quel contesto, un giorno il poeta Zbigniew Herbert, giovane ma già conosciuto, viene invitato al liceo per una conferenza. Al di là di ogni aspettativa, annota Zagajevski, la visita di Herbert «ha cambiato qualcosa nel mio modo di guardare alla letteratura; magari non subito, ma – con un certo ritardo – lo ha fatto sicuramente».
Nel mio piccolo, chissà, forse anch’io sono riuscito a lasciare qualcosa agli studenti che ho incontrato in questi giorni. Ho letto qualche pagina da L’arte del fallimento e da Gli Svizzeri muoiono felici, ho cercato di condividere la mia esperienza di scrittore, i miei dubbi, ciò che ho imparato e ciò che mi resta da imparare. Sul palco del festival Jazz&Literatura di Katowice oppure in un’aula dell’Uniwersytet Śląski a Sosnowiec: sempre guardavo uno per uno quei volti attenti, in ascolto, e mi chiedevo: che cosa resterà di tutto questo? Sulle prime ero pessimista, poi mi dicevo: Andrea Fazioli di certo non è abbastanza, ma forse i personaggi si sono espressi per me. Forse Moussa ag Ibrahim è riuscito a comunicare loro qualcosa, nella maniera silenziosa in cui parlano i Tuareg. Magari non subito. Magari le parole si sono deposte in profondità, avvolte in un bozzolo di silenzio. Magari fra qualche anno quegli studenti ripenseranno a Moussa, a Contini, anche solo fuggevolmente, e la realtà immaginata sarà loro d’aiuto per affrontare la realtà reale.
E io? Anch’io ho vissuto incontri che mi saranno utili per essere sempre più birra (vera) e sempre meno fuoco (finto). All’Istituto italiano di cultura di Varsavia ho avuto modo di parlare di letteratura e mi sono annotato nomi di autori italiani e polacchi da scoprire. Anche qui, come del resto è accaduto pure con gli studenti, ho l’impressione di aver ricevuto più di quanto sia riuscito a trasmettere. Ma non bisogna fare calcoli: questo tipo d’incontro, di scambio culturale, continua a generare frutti nel tempo, lentamente.
Nei miei giorni in Polonia ho avuto modo di confrontare i segni del passato con un futuro che cresce a vista d’occhio. Vecchi palazzi di stampo sovietico e nuovi edifici creati da grandi architetti. Luci al neon, traffico, fast food, ancora luci al neon di ogni forma, di ogni dimensione. Campi gelati e betulle lungo la ferrovia. Vaste zone industriali. Ciminiere, parchi, centri commerciali. Lo splendido nucleo di Nikiszowiec, costruito all’inizio del XX come osiedle robotnicze, come quartiere operaio per le famiglie dei minatori, con i familoki di mattoni rossi che si dispongono in forma geometrica, creando strade, cortili, angoli discosti dove il silenzio è interrotto solo da un improvviso volo di uccelli o dal suono ovattato di una radio.
L’ultima sera, a Varsavia, torno a camminare lungo le strade intorno al Palazzo della Cultura. Il mio telefono è scarico e ho smarrito il caricatore. Mi fermo in un negozio e chiedo in inglese alla commessa se ne venda o se sappia dove possa acquistarne uno. «Mi dispiace – risponde lei – abito lontano da qui.» Poi sorride e aggiunge: «Abito lontano da tutto». Annuisco. «Me too – le dico – anch’io». Provo a ripeterlo in polacco: «Ja też». Lei sorride di nuovo. Ci salutiamo. Esco e penso che in fin dei conti posso anche restare senza telefono. Così sarà più facile intravedere Moussa ag Ibrahim che cammina con la consapevolezza di non avere niente di niente. Forse è proprio da questo vuoto che possono sprigionarsi le parole più preziose. In Polonia, in Svizzera, nel deserto del Sahara.
Più tardi, prima di dormire, rileggo una poesia di Adam Zagajevski. S’intitola “Là, dove il respiro”.

Sta sulla scena
senza alcuno strumento.

Appoggia le mani sul petto,
là dove nasce il respiro
e dove si spegne.

 Non sono le mani a cantare
e nemmeno il petto.
Canta ciò che tace.

Nell’ultimo verso si riassume il senso di questo articolo. Canta ciò che tace. Anche quando abbiamo la sensazione di non aver detto abbastanza, o di non aver detto nel modo giusto, o di non avere incontrato nessun personaggio, o di non avere capito ciò che abbiamo visto, per fortuna canta ciò che tace.
Il silenzio, fin dall’inizio dei tempi, è il miglior narratore di storie.

PS: La prima citazione di Zagajevski proviene da L’ordinario e il sublime. Due saggi sulla cultura contemporanea (Casagrande 2002; traduzione di Alessandro Amenta). La poesia è tratta invece dal volume Dalla vita degli oggetti. Poesie 1938-2005 (Adelphi 2002 e 2012; traduzione di Krystyna Jaworska). In un altro testo, lo stesso Zagajewski accenna a quei momenti in cui si compiono misteriose connessioni fra immaginazione e realtà: «Esiste un senso che resta nascosto nella quotidianità, ma diventa accessibile negli istanti di maggior concentrazione, negli attimi in cui la coscienza ama il mondo. Cogliere quel senso complesso ti porta un’esperienza di particolare felicità, perderlo ti consegna alla malinconia» (da Tradimento, Adelphi 2007; traduzione di Valentina Parisi).

PPS: Grazie a tutte le persone che mi hanno accolto e accompagnato in Polonia. Fra gli altri il vice ambasciatore svizzero Chasper Sarott; Marzena Anioł di Jazz&Literatura; la studentessa e ottima traduttrice simultanea Natalia Myszor; Justyna Orzeł, che ha tradotto i miei testi per i lettori polacchi; il direttore Roberto Cincotti e tutti i suoi collaboratori all’Istituto di cultura italiano a Varsavia; gli insegnanti, gli studenti e le studentesse dell’Instytut Języków Romańskich i Translatoryki all’Uniwersytetu Śląskiego.

PPPS: Le fotografie di Nikiszowiec le ho prese da internet. Le altre le ho scattate io. Il video di presentazione del romanzo Gli Svizzeri muoiono felici è stato realizzato da Alessandro Tomarchio.

PPPPS: Per completare la fotografia presa davanti alla stazione di Katowice, che vedete qui sopra, ecco un frammento sonoro.

 

PPPPPS: Infine, per chi volesse rendere più vivida l’apparizione di Moussa ag Ibrahim nelle strade di Varsavia, ecco la versione polacca del brano che ho citato sopra.

Tamtego ranka, gdy odmawiał swoje modlitwy, Moussa poczuł strach, że posunął się za daleko, wśród ludzi całkiem od niego różnych. Jak mógłby wytrzymać w kraju, gdzie wszyscy mieli swoje miejsce? Każdy wyjeżdżał wiedząc, gdzie jedzie, z jakiego powodu, o której godzinie. Każdy miał telefon, adres e-mail, spotkanie, a potem kolejne, a potem jeszcze jedno, jak w pajęczej sieci, w której tkali coraz to nowe nici, tworząc ulice, budynki, pomniki, samochody, książki, słowa, obrazy. A Moussa mijał jak tchnienie wśród czyichś planów, tak jak ktoś, kto nie ma zupełnie nic.

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Pourquoi ici?

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Tutto si fa distante, certe volte. Si comincia a dubitare di un dettaglio e all’improvviso manca il terreno sotto i piedi. Non è necessario che ci siano cause scatenanti evidenti o spettacolari: basta un secondo d’inspiegabile vuoto. Una minuscola goccia di buio.
È quello che mi succede oggi a Paradeplatz. Arriviamo a piedi dalla stazione, come al solito. È pomeriggio, l’una e una manciata di minuti, e ci accoglie un’ampia luce bianca. Accenno una battuta ad Andrea a proposito di un signore spaparacchiato su una panchina. Sembra il sosia perfetto di Bukowski. Sorrido, ma non sono a mio agio.
Quando ci sediamo e prendiamo i taccuini, sento sorgere un certo avvilimento. Restiamo lunghi minuti in silenzio e io non so più per quale motivo siamo lì, in mezzo a gente che sa con esattezza cosa sta facendo, e se non lo sa può vantarsi di non saperlo. Io sono solo confuso e insicuro. Vedo Andrea con la coda dell’occhio e ho l’impressione che anche lui, a dispetto dello sguardo che si posa sulla piazza, sia in realtà altrove. Evito di parlargliene. Rileggo la poesia che abbiamo portato con noi:

Io e il mio io
nello stesso scontro.
Gli dico:
non cedere allo sconforto
no, risponde,
speranza è cavalli bradi
mai calmi
mai stanchi
e nitriscono sempre.

È di un autore siriano, Faraj Bayrakdar. È stato in prigione, per anni e anni non ha potuto scrivere e si è così costruito una biblioteca personale nella memoria. Certo, mi dico ingiustamente, tutto così calzante, così perfetto! Versi che senza mezzi termini ci suggeriscono di non lasciarci addomesticare, di non addormentarci, di non stancarci di fare sentire la nostra voce. Bene, fantastico, continuo a pensare, ma quale voce? Il cavallo nitrisce per natura, è la sua unica voce, non può far altro. Ma noi? Noi possiamo scegliere e questo complica le cose: come dire qualcosa? E poi perché? Sono a Paradeplatz ma potrei essere in qualsiasi altro luogo, perché non trovo alcuno spunto valido e costruttivo. Sono stanco. Cresce il timore che la risposta da dare sia la più ovvia, e cioè che la nostra presenza a Paradeplatz è inutile e abbastanza ridicola, anche se nessuno ce lo dirà mai con queste parole.
Allora mi alzo. Mi viene in mente che stamattina, curiosamente, al posto delle lenti a contatto ho optato per gli occhiali. Mi dirigo in mezzo alla piazza e li tolgo. Oscilla tutto: non colgo i visi dei passanti, lo stile dei vestiti, i dettagli verso cui rivolgo in genere la mia attenzione. Eppure mi accorgo presto che non ci sono soltanto presenze vaghe, ma anche movimenti sinuosi, per lo più illeggibili ma con una loro armonia. Riconosco il blu dei tram, ma chi scende e chi sale è una sorprendente scia colorata che si sfalda, si ricompone, si perde.
In quel mondo incompiuto e solo suggerito, fuori fuoco, mi sento subito meglio. Persino meno solo.

[YB]

*

Eccoci, seduti uno di fianco all’altro. Entrambi con gli occhiali, entrambi con gli occhi cerchiati di sonno. Per ragioni diverse, la notte scorsa abbiamo dormito poco (fra tutti e due, meno di dieci ore). Dormire in Paradeplatz? Per un attimo il pensiero mi sfiora, poi capisco che qui è tutto troppo chiaro, troppo abbagliante. Mi sembra che ci sia più sole del consueto forse per via di questo vento secco e caldo, che spazza il cielo e porta con sé un vago odore di bruciato.
Saranno i freni dei tram, penso, e apro il taccuino. Cerco una pagina nuova. Scrivo: odore freni tram. Ma il candore della pagina mi ferisce gli occhi. Perché tutto questo chiarore? Perché tutti vestono di bianco? Faccio una verifica, dandomi un tempo di trenta secondi: intorno a me conto nove camicie bianche. Mentre cerco di arrivare a dieci, vengo distratto da un’apparizione. Di fronte a noi, maestosamente incede una giovane madre con una carrozzina: roseo il vestito così come le scarpe, lieve il sorriso, sereno lo sguardo. Dopo qualche secondo svanisce nel sole. Nel frattempo, di fianco a Yari si è seduta una coppia: lui e lei, abbracciati stretti, sospesi fra il desiderio di baciarsi perdutamente (un minuto) e fra quello di guardare un video sul cellulare (cinque minuti).
Leggo la poesia di Faraj Bayrakdar. Trovo la parola أمل [ʾamal], “speranza”, e la parola صهيل [ṣahil], “nitrito”: i segni scritti suscitano un’immagine – cavalli bradi, spazio vasto e senza confini – che può rendere prezioso ogni fatto marginale, ogni minuto passato a sbadigliare in Paradeplatz. Certo: la speranza. Il problema è che a volte, nel momento stesso in cui la nomino, la mia povera speranza rientra in sé stessa, perde la vitalità dei cavalli e dei nitriti, resta una parola. Solo un’altra parola da mettere nel taccuino: speranza. Come una farfalla infilzata.
Quale speranza trovo, in questo giorno di fine agosto, per me, per la mia vita e il mio lavoro? E per Yari? E per tutti i passanti con le loro camicie bianche, i loro baci, i loro passeggini? C’è una forma di speranza che possa placare la lotta che ognuno di noi, nascostamente, combatte contro sé stesso? In un’altra lirica, Bayrakdar scrive: «Unitevi, / uccelli delle domande. / Nitrite, / limiti del possibile. / Perché un barlume / nella disperazione / basta / a iniziare l’azzurro / a innescare le risposte.» Di nuovo, al confine di ciò che sembra inevitabile, risuona un nitrito. Ma come negoziare un po’ di azzurro in un giovedì pomeriggio di agosto, con questo vento caldo, la stanchezza, la sfiducia verso ciò che stiamo facendo?
Sulle fiancate dei tram appaiono pubblicità di centri wellness, dolciumi, cibo per animali domestici. Torna la mamma rosavestita, quando ormai pensavo fosse da tempo volata via nel sole. Invece, nel momento in cui prova a partire davvero, qualcosa si frappone fra lei e il suo destino: la porta del tram sta per chiudersi, a carrozzina si piega… immediatamente, e senza che nessuno dischiuda le labbra per dire una parola, due, tre, quattro persone intervengono e aiutano la rosea madre a salire sul tram.

Passa una macchina pulitrice. Si ferma, ne scende un uomo con una divisa arancione. Afferra una scopa di saggina. Poi spazza la sporcizia da sotto la pensilina, spingendola verso l’esterno. Le persone sedute ad aspettare il tram alzano entrambi i piedi, perché l’uomo possa allungare la scopa. Infine, l’uomo si mette al volante della macchina e risucchia ogni cosa: mozziconi di sigarette, lattine vuote, cartacce. Sul fianco della macchina c’è una scritta: Damit es in der Stadt so schön ist wie zuhause. Mi colpisce l’idea che stare qui sia come stare a casa.
Fra i vari libri che Yari e io abbiamo con noi, c’è anche un racconto per bambini tradotto in francese dal norvegese. S’intitola Pourquoi ici?. Nell’ultima pagina, il giovane protagonista sviluppa una riflessione: «Tutto avrebbe potuto essere totalmente diverso se fossi stato altrove. Perché sono nato io, e non qualcun altro? E perché sono precisamente qui? Ma forse io sono la mia casa. In questo caso, non importa dove mi trovi: dappertutto sono a casa mia.» Magari è questo il senso del nostro tornare qui mese dopo mese: con l’esercizio della scrittura tentiamo di abitare una piazza e di trovare una casa.

[AF]

*

Quando arrivo a Berna, piovono risposte illuminanti. Prima sulla vetrina di un negozio: Zuhause ist, wo dein Bett steht. Questa è per te, Andrea. Poi su un quotidiano gratuito, aperto a caso, un articolo a mezza pagina: «Ich esse manchmal WC-Papier». Questa è per tutti quelli che non sanno dove stiamo andando.

[YB]

*

Quando arrivo a Bellinzona, sto quasi dormendo. In realtà, non mi è mai riuscito facile assopirmi durante i viaggi in treno. Stavolta, nel momento in cui prendo sonno, mi rendo conto di essere giunto a destinazione. Un po’ intontito, mi avvio lungo il corridoio. Pourquoi ici?

[AF]

PS: Le poesie di Bayrakdar sono tratte da Specchi dell’assenza (Interlinea  2017; traduzione e cura di Elena Chiti). Hvorfor er jet her?, scritto nel 2014 da Constance Ørbeck-Nilssen e illustrato da Akin Düzakin, è stato tradotto in francese nel 2017 da Aude Pasquier, con il titolo Pourquoi ici?, per le edizioni La Joie de lire.

PPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno e luglio.

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Ultime bozze

Ho appena consegnato le bozze del romanzo, quando mi arriva una mail dalla casa editrice. Monica scrive che, nel controllare le ciano prima del “visto si stampi”, le è venuto un dubbio. A pagina 36 si dice che Annika aveva nove anni, ma poi a pagina 43 si accenna al suo ottavo compleanno. «Che ne pensi? Come correggiamo?» Faccio un respiro. Mi guardo attorno. La carta, dopo avere conquistato la scrivania e la poltrona, ha invaso ogni superficie libera tranne il soffitto. Mi aggiro sul pavimento, trovo le pagine 36 e 43, controllo i miei appunti, verifico l’età del personaggio, cerco altri riferimenti, paragono la mia versione originale con il pdf già impaginato. Com’è possibile che mi sia sfuggita l’età della bambina? Alla fine per fortuna, dopo un’indagine accurata, riesco a ricostruire le vicende di Annika e della sua famiglia.
Chiamo Monica, che risponde al primo squillo.
«Allora?»
«Ha otto anni.»
«Sicuro?»
«Ho controllato.»
«Bene!» Monica sorride. «Allora possiamo andare avanti.»
Non si finisce mai di scrivere un romanzo. Semplicemente, a un certo punto è il romanzo stesso che ha voglia di vedere il mondo e chiede di andarsene per conto suo. Allora ci si preoccupa. Avrà freddo? Fame? Sete? C’è qualche dettaglio da sistemare, qualche imprecisione, qualche parola da sostituire? Fino all’ultimo l’autore aiuta il romanzo a preparare lo zaino per il viaggio. Ma viene il momento in cui autore, editor, correttori di bozze, redattori, tutti si ritirano nell’ombra. Il romanzo viene affidato ai tipografi. È pronto per partire verso l’ignoto.
Gli Svizzeri muoiono felici uscirà nei primi giorni di settembre per l’editore Guanda. È una storia noir, con l’investigatore Elia Contini, ma è allo stesso tempo il diario di una ricerca esistenziale. È anche la cronaca di un incontro fra culture diverse, paesaggi distanti (la montagna, il deserto) e visioni del mondo che sembrano opposte, inconciliabili. Da tempo mi portavo dentro questa vicenda, ma ero bloccato. Sono infine riuscito a scriverla grazie all’incoraggiamento di qualche amico e ad alcune circostanze favorevoli. Si tratta di un romanzo anomalo e avevo il timore di non riuscire a esprimermi in maniera efficace. Mi è stato utile confrontarmi con altri, in fase di scrittura e di revisione; non solo per le questioni tecniche, ma soprattutto per definire meglio ciò che volevo dire.
Per scavare un pozzo a mano, nel Maghreb, bisogna essere in due: una persona che scava e un’altra che porta fuori la terra con un secchio e una corda. Questo succede anche con la scrittura. Non si tratta di un lavoro totalmente solitario, di un confronto con sé stessi nel proprio recinto, perché di continuo il gesto creativo rimanda a un altrove. Il luogo dove nascono le storie rimane misterioso, come un pozzo nella profondità della terra, e le storie stesse acquistano un senso solo se destinate a un lettore, a qualcuno che le accolga e le renda vive.
A proposito di pozzi. I Tuareg raccontano la storia di due compagni di viaggio che, dopo un lungo cammino nel deserto, arrivano a un pozzo parzialmente ostruito. Uno dei due, impaziente, abbevera il cammello, riempie la borraccia e riparte. L’altro si ferma, rimuove le pietre, riesce a calarsi nel pozzo. Dopo qualche metro trova dell’acqua più buona di quella che affiorava alla superficie. Ma c’è un ingombro di materiali che rende difficoltoso attingere a una maggiore profondità. A questo punto, l’uomo s’interroga: devo accontentarmi di questo rivolo o devo scavare ancora, rischiando e faticando, per cercare un’acqua più fresca, più abbondante, più pura?
È una domanda difficile. Per quanto riguarda la scrittura, credo che ciò che mi spinga a inventare nuove storie sia il bisogno di trovare un’acqua sempre più limpida, insieme al desiderio di condividere quest’acqua. Dopo aver scavato il pozzo, infatti, l’uomo non si limita a proseguire il cammino, ma fabbrica un muro di pietre, perché la fonte non si ostruisca di nuovo e perché il prossimo viaggiatore possa dissetarsi.
Nella mia vita mi è successo di arrivare a pozzi soffocati. Ma ho conosciuto anche libri, luoghi, persone che sono per me come pozzi di acqua viva. Proprio in segno di gratitudine continuo a scavare, a costruire storie e personaggi. Ogni tanto mi sfugge qualche dettaglio, come l’età di Annika… ma per fortuna arriva sempre una mail con un’osservazione o un dubbio dell’ultimo minuto. È proprio vero: per costruire un buon pozzo, bisogna essere (almeno) in due.

PS: Il disegno di un pozzo nel deserto risale al 28 ottobre 1885 e proviene dal taccuino di Charles de Foucauld. La fotografia è di Alain Morel: scattata nel Sahara maliano, a nord di Araouane, raffigura un pozzo profondo che permette di abbeverare le carovane di sale provenienti da Taoudenni. È tratta dal saggio dello stesso Morel intitolato Comprendre les déserts, che si trova in AAVV, Le livre des déserts. Itinéraries scientifiques, littéraires et spirituels, a cura di Bruno Doucey (edizioni Robert Laffont 2006).

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Che cosa succede?

Nei racconti di Succede sempre qualcosa (Casagrande) per la prima volta scrivo di me stesso, della mia vita. All’inizio mi sentivo in imbarazzo e avevo qualche timore. Poi, rileggendo, mi sono accorto che quell’uomo di nome Andrea è un personaggio come tutti gli altri. Forse un po’ più rognoso della media; non perché sono io, ma perché Andrea – quell’Andrea – è uno difficile da capire. (Forse lo è anche questo Andrea: ma mi fermo qui, altrimenti comincia a girarmi la testa…). Del resto, non capisco mai del tutto i miei personaggi: se ci riuscissi, mi sembrerebbero falsi.
Ho sempre amato inventare racconti. Sono un modo di sperimentare nuovi stili e modalità diverse di scrittura. Inoltre, seguendo i suggerimenti dalle lettrici e dei lettori di questo blog, negli ultimi anni mi sono cimentato pure con il genere del reportage (nulla di giornalistico: più che altro pretesti concreti per divagazioni narrative). Dopo tanti racconti pubblicati nelle riviste o in antologie, avevo il desiderio di riunirne qualcuno in una raccolta. Mi mancava però un filo conduttore.
Magda Mandelli, delle edizioni Casagrande, mi ha incoraggiato e mi ha aiutato a dare una forma precisa alle mie intenzioni. Siamo partiti dalle storie della piazzetta, un progetto nato in origine proprio per il blog.
Che cosa succede, dentro questo libro?
C’è una magnolia. Un western. Storie d’amore. Una volpe, una tigre, una zanzara, un elefante. Corto Maltese, i Tuareg, il mio bisnonno, un tappeto volante, una sirena. Storie di viaggio. Parigi. La Cina. La notte di carnevale, la notte di Natale, un sabato sera in un centro commerciale, una salita in bicicletta. Il sax di John Coltrane. Una canzone di Guccini. Un luna park. Qualche poesia, qualche canto di uccelli. Pensieri sulla morte, sulla vita. Una stanza chiusa. Il primo giorno di vacanza… e altro ancora.
(E poi ci sono io. Anche se, come vi dicevo, non sono io.)
Buona lettura!

PS: Se aveste voglia di fare due chiacchiere e di bere un aperitivo, presenterò ufficialmente Succede sempre qualcosa venerdì 6 luglio a Lugano, al Longlake Festival, con Massimo Gezzi (Park&Read, Parco Ciani, 18.30). Poi giovedì 12 luglio a Bellinzona, nell’ambito del festival Territori, con Lorenzo Erroi (Corte del Municipio, 18.00) e a Milano con Marco Rossari (a suo tempo vi darò i dettagli). È previsto anche un incontro “firma copie” alla libreria Taborelli di Bellinzona, sabato 7 luglio alle 11.30.

PPS: Grazie a Magda Mandelli, ad Anna Banfi e a tutti i collaboratori delle edizioni Casagrande. Sono grato anche a chi ha condiviso i miei viaggi, le mie letture, i miei silenzi, le mie domande. E i miei smarrimenti. (Senza perdersi, come si fa a scrivere un libro?).

PPPS: La fotografia sulla copertina è di Maia Flore, dalla serie L’enchantement va de soi (France, Deauville, 24 marzo 2016). © Maia Flore / Agence VU

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Panchinario (1-4)

Ci sono panchine dov’è bello starsene da soli. Altre che sembrano fatte apposta per mangiare un hamburger. O per leggere Guerra e pace. O per baciare qualcuno. Non è sempre facile capire quale sia l’attività ideale per la panchina su cui ci stiamo sedendo. A volte sono le circostanze a decidere per noi: senza libro, non possiamo leggere; senza cibo, non possiamo mangiare; senza labbra (altrui), non possiamo baciare. A volte per fortuna accade il miracolo. La panchina giusta nel posto giusto, sulla quale dolcemente baciare una splendida fanciulla mentre addentiamo un saporito cheeseburger e, con la coda dell’occhio, leggiamo le peripezie di Andrej Bolkonskij.
Ho sempre amato fermarmi sulle panchine, nei sentieri di campagna o nelle strade affollate delle città. Forse si tratta di una fuga. Le mie giornate, come quelle di tutti, sono talvolta un insieme di linee rette. Orari, scadenze, gesti necessari, spostamenti da un luogo all’altro, allo scopo di compiere azioni che portano ad altre azioni. Ma ogni tanto, in questo labirinto geometrico, si apre una crepa. Mi fermo, esco dal flusso delle cose da fare e compio un gesto inutile. Una linea curva. Mi siedo. E resto seduto, per un po’, senza fare niente di utile.
Lo scarto è minimo: pochi minuti rubati, pochi metri fuori dal percorso prestabilito. Ma il gesto ha una portata avventurosa, perché una panchina è sempre un viaggio. Si tratta di assumere un punto di vista e di mantenerlo, affinché la distinzione fra l’io che contempla e il luogo contemplato divenga sempre meno netta.
«La panchina è un luogo di sosta, un’utopia realizzata», scrive Beppe Sebaste. «È il margine sopraelevato della realtà, vacanza a portata di mano. È anche il posto ideale per osservare quello che accade.» Quando ci sediamo anche solo per qualche istante su una panchina, osserva Pierre Sansot ,«ci troviamo a “inquadrare” un frammento della città. Ne fissiamo gli elementi maggiori, le linee di fuga e di confusione. Il punto di vista a partire dal quale organizziamo una messinscena crea un paesaggio.» Credo che sia proprio così: sono le panchine a creare il paesaggio.
A partire da oggi comincia Sopra la panca, una rubrica sulla rivista “Ticino 7” (allegata al quotidiano “La Regione”). Si tratta di una mia piccola guida alle panchine, molto libera e molto personale. Semplicemente, ogni settimana racconterò un paio di cose intorno a una panchina su cui di recente mi è capitato di sedermi. Qui sul blog, oltre ai testi e alle fotografie, pubblicherò anche un frammento di “paesaggio sonoro”.

1) BELLINZONA, via Sasso Corbaro
Coordinate: 2’722’676.0; 1’116’414.8
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… ascoltare il vento.
È come un teatro per uno o due spettatori (magari anche tre, o quattro seduti vicini vicini). La panchina è rustica, di sasso, senza schienale. Davanti c’è un muretto a forma di mezzaluna. Oltre il muretto, si distende la parte sud di Bellinzona: via Ospedale, Ravecchia, le Semine, Giubiasco, il fiume e l’autostrada, fino all’azzurra lontananza delle montagne. Da quelle parti tira spesso il vento, perciò la vista sulla città è spesso accompagnata dal fruscio delle foglie: quelle verdi fra gli alberi e quelle accartocciate ai piedi del muretto (anche in piena estate, c’è sempre un rimasuglio di foglie secche). Se restate seduti abbastanza a lungo, di sicuro transiterà alle vostre spalle qualche coppia a spasso con il cane e qualche corridore (detto anche “runner”). Il respiro ansimante (del cane e dei corridori in affanno) si confonde con i discorsi del vento.
PDF dell’articolo su “Ticino7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

2) BREGANZONA, all’angolo tra via Camara e via Vergiò
Coordinate: 2’715’548.0; 1’096’755.9
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… mangiare un pompelmo.
È necessaria una certa preparazione. Se si arriva con i mezzi pubblici, c’è una fermata dell’autobus accanto alla panchina. Altrimenti si può lasciare la macchina in via Vergiò. Poi bisogna camminare lungo la strada in discesa, fermarsi alla Coop (dove comunque ci sono dei parcheggi), comprare un pompelmo e tornare a piedi fino all’angolo con via Camara. Per raggiungere la panchina, che poggia su un pavimento di mattonelle sopra un terrapieno, occorre salire tre o quattro gradini di legno. Il gesto di sbucciare e mangiare un pompelmo, lassù, rende in qualche modo esotico il flusso ordinario delle cose: un cantiere sulla sinistra (scintillìo delle gru, colpi di martello); un appezzamento di orti sulla destra (verde intenso, odore di campagna); una motocicletta che rallenta e imbocca via Vergiò (discesa e risalita del motore sopra il canto degli uccelli).
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3) SEMENTINA, al bivio tra via Moyar e via Mondò
Coordinate: 2’718’714.0; 1’115’650.5
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… riprendere fiato dopo la salita in bicicletta.
Mi piace arrivarci in bicicletta. Dal Ponte Vecchio di Giubiasco vado fino a Camorino, poi salgo lungo Al Sècch e In Vigana. Da Vigana scendo a Sant’Antonino. Via Paiardi, via Canvera, via della Posta, via Stazione, via al Ticino. Ora sono in mezzo ai campi: strada dei Pianoni, al Gaggiolo, alle Golene. Supero il fiume su via Stradonino e a Gudo imbocco la via Cantonale, che diventa via Locarno. A Sementina svolto in via Moyar e riprendo a salire all’altezza della fattoria L’Amorosa. Pedalo tra boschi e vigneti e finalmente, dopo un ultimo strappo, ecco la panchina. Di fronte c’è una betulla. Oltre, la vista si allarga: prati, alberi, fiume, città, ferrovia, autostrada, montagne. Mi concentro nell’atto di respirare. Un aeroplano traccia una striscia bianca nel cielo. Il ronzio, quasi impercettibile, misura il passaggio del tempo nella vastità del pomeriggio.
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4) CADEMARIO, incrocio tra via Lisone e via Lücc
Coordinate: 2’712’095.1; 1’097’808.6
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… prendere il sole dopopranzo.
Passa un autobus giallo con la scritta FUORI SERVIZIO. Poi torna il silenzio, interrotto soltanto dal gorgoglio della fontana. La panchina sta su un pendio erboso, dove si trova pure un tavolo per fare picnic. Poco distante c’è la strada che porta al Monastero delle Clarisse. Arriva un altro autobus. Anche questo ha la scritta FUORI SERVIZIO. Oppure è lo stesso? Ma perché dovrebbe passare due volte in dieci minuti? Ogni cosa, all’improvviso, assume un aspetto segreto, misterioso. Un uomo con gli occhiali scuri sta ritto in piedi alla fermata. Un operaio esce da un cantiere e si siede sulla panchina di fianco alla mia per mangiare un panino al salame. Ha un serpente tatuato all’incavo fra il collo e la spalla. Per la terza volta, passa l’autobus FUORI SERVIZIO. L’uomo con gli occhiali da sole fa un cenno di saluto al conducente.
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PS: Per leggere le prossime “panchine”, scegliete la categoria Panchinario nel menu in alto a destra.

PPS: Ringrazio la redazione di “Ticino 7”, in particolare Lorenzo Erroi e Giancarlo Fornasier, per l’ospitalità e la preziosa collaborazione.

PPPS: La canzone Les amoureux des bancs publics venne incisa dal cantautore francese Georges Brassens nel 1954. Le parole di Beppe Sebaste provengono da Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne (Laterza, 2008). Quelle di Pierre Sansot da Jardin public (Payot 1993, ristampato nel 2003; la traduzione è mia). La prima panchina di questo articolo è tratta dal film Manhattan, girato da Woody Allen nel 1979. Pure la seconda è una panchina newyorchese: raffigura il pittore René Magritte che dorme sotto un suo quadro esposto al Museum of Modern Art (Steve Shapiro, Magritte Sleeping, New York, 1965).

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