Hi there!

#Rubruk2022 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Guglielmo di Rubruk partì nel 1253 per una lunga spedizione in Asia. Il suo Itinerarium, redatto in latino, è fra i più bei resoconti di viaggio che siano mai stati scritti. Basta leggerne poche frasi per trovarsi nel cuore dell’ignoto, oggi come ieri, desiderosi di conoscere ciò che è diverso da noi.

Rubruk
Divagazioni intorno ai viaggi di Guglielmo di Rubruk

Terzo episodio.

7) «Quella sera l’uomo che ci faceva da guida ci diede da bere del comos; al primo sorso mi misi tutto a sudare per il disgusto e la sorpresa, perché non ne avevo mai bevuto. Tuttavia mi sembrò che avesse un buon sapore, ed effettivamente ce l’ha».

Guglielmo beve, ed è come se bevesse l’universo. Nella sua espressione c’è tutto quello che si può cercare: le tenebre dell’ignoto, lo scontro, la luce della scoperta. Come quando fra le montagne, in mezzo a creste e pendii, si giunge a un pianalto inatteso. Guglielmo, con la fronte perlata di sudore, sorride alla guida. Poi si gira verso di noi e scuote la testa, desolato, scoprendoci in bilico sul bicchiere, titubanti e anzi angosciati. Forse più sudati di lui. Abbozza una smorfia ironica: sa bene che non siamo all’altezza, nulla di nuovo, ma bere da un bicchiere, accidenti!
Stretti fra l’imbarazzo e il desiderio di essere altrove, ci torna in mente il ricordo di un altro mondo. Siamo sempre noi due, a Zurigo, e stiamo entrando in un caffè che si vuole internazionale e sfoggia un marchio riconoscibile (l’abbiamo già visto mille volte). Ci avviciniamo al banco luminoso e il commesso ci dice: «Hi there!». Manco a farlo di proposito restiamo interdetti fra l’inglese ostentato del ragazzo con grembiule e la lista infinita di bevande. Volevamo prenderci due ristretti, ma ci troviamo a scegliere fra Vanilla or Caramel Macchiato, Flat White, Chai Tea Latte, Oat Cappuccino (Vegan), Matcha Tea Latte, Espresso 1x 2x 3x, White or Black Macchiato, Cold Brew, Premium Hazelnut Chocolate, Filterkaffee, Café Latte, White Chocolate Mocha, Iced Americano, Java Chip e altre cose che non abbiamo più tempo di leggere, perché dietro sbuffano e il ragazzo ci dice ancora qualcosa in inglese.
Allora uno di noi, di colpo sicuro, dice: «Two Comos, thank you».
E l’altro aggiunge: «Large, please».
Il comos, o kumis, è una bevanda ottenuta a partire dal latte di giumenta. Di certo il frate di origini fiamminghe avrebbe preferito della birra… ma non importa. La memoria evade dal passato. Nell’eterno presente del viaggio, Guglielmo si specchia nelle parole dei tartari, nei loro occhi sottili, nei gusti, negli odori. È fatto così. Non si limita a bere il comos per necessità: finisce per trovarlo buono.
«Okay!» risponde il commesso.
Si volta, traffica fra le bevande, ci porge due bicchieri di carta. Noi ci guardiamo. Non abbiamo nessuna idea di che cosa ci abbia servito. Ma Guglielmo ancora ci osserva – fra le luci del bar moderno, con il suo corpaccio robusto, il saio stazzonato – e quindi, dopo avere elemosinato una cannuccia, non possiamo fare altro che bere il mistero fino all’ultimo sorso.

8) «Camminammo per tre giorni senza incontrare nessuno. Eravamo sfiniti, e così pure i nostri buoi, e non sapevamo in che direzione avremmo potuto trovare dei Tartari; quando improvvisamente ci vennero incontro due cavalli, che accogliemmo con grande gioia. La guida e l’interprete montarono in sella e andarono in esplorazione, per vedere da che parte trovare qualcuno. Quando, il quarto giorno, incontrammo finalmente degli uomini, la nostra felicità fu come quella di naufraghi che arrivano in porto. Lì prendemmo cavalli e buoi, e procedemmo di bivacco in bivacco finché non giungemmo, il 31 luglio, all’accampamento di Sartach».

Alla periferia di noi stessi. Come può il mondo esistere? Il semaforo è giallo, lampeggia, nelle case le tende non si scostano, si appannano gli occhiali. Poi due cavalli ci chiamano per nome.

9) «Muovemmo dunque diritto verso oriente in direzione di Baatu. Il terzo giorno giungemmo all’Etilia; quando vidi il fiume mi chiesi stupito da dove arrivasse tutta quell’acqua che scendeva da nord».

Camminiamo sotto la pioggia, in silenzio. Indossiamo degli stivali di gomma scura e siamo infagottati dentro giacche dai colori squillanti. Uno di noi, sulla testa, porta una specie di cappello da cowboy; l’altro un affare curioso, che potrebbe essere a tutti gli effetti un paralume. La strada sale. Non c’è nessuno. Chi uscirebbe del resto in un giorno come questo? L’acqua scroscia nelle grondaie, gocciola dagli alberi, s’attorciglia sui tetti. E come se niente fosse succede qualcosa. Solo che quando ce ne accorgiamo non c’è già più. Certo non un fatto storico, ma nemmeno un dettaglio particolarmente importante per la nostra vita. Eppure accade. In quell’istante, senza bisogno di parlarci, siamo entrambi invasi dalla meraviglia. Una cosa quasi sciocca: siamo stupiti da come scende la pioggia e da come scricchiolano gli stivali. Dalle sfumature di verde nei prati. Dal profilo incerto delle montagne, poco più in là del nostro naso bagnato.
«Se volete mangiare con noi, vi conviene rientrare e asciugarvi», ci chiamano da una finestra.
Siamo abituati a leggere tante cose, a fissare degli schermi più o meno luminosi dove continuano a muoversi immagini che pretendono di essere nuove e originali. Sappiamo bene quanto sia importante leggere con cura e spegnere gli schermi appena possibile. Ma è la nostra vita. Qualche volta ci addentriamo perfino in quelle prigioni senza sbarre che sono i social network, dove si grida il bisogno di conforto e di ascolto, in mezzo al flusso d’insulti, vanterie, moralismo. È la nostra vita.
La dimenticanza è sempre in agguato. Il rischio di sprofondare nella noia, nell’ansia, nella disperazione. Dopotutto, forse, quell’istante di stupore non era così banale. La salvezza viene anche dal camminare dentro una pozzanghera (tanto abbiamo gli stivali) e da quella nitida, fugace sensazione: i prati sono prati, le case sono case, la strada sale poi scende e resta una strada. E l’acqua è l’acqua.
«Ah, e salendo, controllate che il passeggino sotto la tettoia non si sia bagnato!».

PS: Potete leggere qui il primo episodio e qui il secondo.

PPS: Le frasi in grassetto sono tratte dall’Itinerarium di Guglielmo, secondo l’edizione stabilita da Paolo Chiesa in G. di Rubruk, Viaggio in Mongolia, Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011. Spesso abbiamo usato la versione italiana dello stesso Chiesa; qualche volta abbiamo invece tradotto noi stessi dal testo latino.

PPPS: Negli anni fra il 1237 e il 1242 un’orda di guerrieri mongoli avanzò verso l’Europa. I Tartari, come venivano chiamati, si spinsero in Russia, Polonia, Boemia, Ungheria, devastando città e villaggi. L’esercito arrivò fino all’Adriatico e si ritirò soltanto alla morte del comandante Ögedei Khan. Qualche anno dopo, nel 1253, il re di Francia Luigi IX decise d’inviare un ambasciatore verso le steppe, per tentare qualche relazione con i Mongoli. Il sovrano si affidò a un frate fiammingo, Guglielmo di Rubruk, che viaggiò per due anni nei territori dell’Asia Centrale fino a Karakorum, dove risiedeva il Gran Khan Möngke. Guglielmo, capace di percorrere grandi distanze in poco tempo (più di dodicimila chilometri in totale) era colto, robusto e dotato di buon senso. Sapeva parlare con i re e con i poveri, con un monaco buddista o con uno sciamano, con un soldato o con un prigioniero. Era aperto e curioso nei confronti delle lingue, delle usanze, delle abitudini dei popoli stranieri. Il suo Itinerarium è uno dei più bei libri di viaggio medievali (e anche oltre).

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Ah, se sapessi disegnare!

#Rubruk2022 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Guglielmo di Rubruk partì nel 1253 per una lunga spedizione in Asia. Il suo Itinerarium, redatto in latino, è fra i più bei resoconti di viaggio che siano mai stati scritti. Basta leggerne poche frasi per trovarsi nel cuore dell’ignoto, oggi come ieri, desiderosi di conoscere ciò che è diverso da noi.

Rubruk
Divagazioni intorno ai viaggi di Guglielmo di Rubruk

Secondo episodio.

3) «In nessun luogo hanno una città stabile, e neppure sanno dove l’avranno domani».

Stiamo pedalando affiancati, quando comincia a piovere. L’asfalto diventa scivoloso. La salita è ancora lunga, così decidiamo di fermarci sotto una tettoia arrugginita. Sembra la vecchia fermata di un autobus. Metà della struttura è ricoperta di erica e altri rampicanti. Sotto, seminascosto dalle erbacce, c’è il pannello che un tempo doveva ospitare gli orari. Appoggiamo le biciclette a un grosso albero, forse un faggio. Lasciamo il casco sulla testa e ascoltiamo il nostro respiro che torna regolare.
– Guarda come viene giù.
– Che facciamo, aspettiamo?
– Ma sì, fra poco smette.
– Tanto abbiamo tempo.
Parliamo senza pensarci, come per dimostrare a noi stessi che non stiamo sognando, siamo lì veramente, in piedi, uno accanto all’altro. Dietro le nuvole e la pioggia c’è ancora il sole a scaldare l’aria.
Poi succede tutto in un attimo: chiudiamo gli occhi e siamo a casa. Per una manciata di secondi sentiamo di appartenere a qualcosa. Siamo in viaggio, sostiamo sotto un riparo improvvisato, quasi nulla sappiamo della terra su cui poggiano i nostri piedi, eppure la consapevolezza è talmente forte che quando apriamo gli occhi quello ciò che abbiamo intorno – la ruggine, l’edera, gli alberi, l’asfalto – assume un nuovo, prezioso significato.
Ieri, in autostrada, ci siamo fermati in un’area di servizio dove stazionavano molte roulotte. Era un gruppo di Jenisch. Alcune bambine che giocavano con un pallone ci hanno salutato con le mani, gridando qualcosa. Abbiamo risposto incuriositi. Quelle erano le loro abitazioni, pronte per ripartire. Fisse nel movimento. Radicate in quella geografia mobile che tanto sembra impossibile agli stanziali, e che invece loro continuano a chiamare casa.
Chissà dove saranno oggi, ci chiediamo a mezza voce. Poi recuperiamo le biciclette, beviamo un sorso d’acqua e riprendiamo la salita.

4) «Entrando in casa, gli uomini non appendono mai la loro faretra sul lato delle donne».

Nel Medioevo li chiamavano Tartari. Allora come oggi, basta nominarli per evocare guerrieri indecifrabili e possenti, assalti all’arma bianca, tempeste di frecce, maestose cavalcate nell’infinito enigma della steppa. Eppure anche il Tartaro, quando la sera rientra a casa, ha le sue piccole abitudini. Noi appoggiamo le chiavi sul piattino all’ingresso, lui appende la faretra sempre dalla stessa parte.

5) «Le donne si fanno costruire dei carri bellissimi, che saprei descrivervi solo con un disegno; ma in verità tutto quanto vi avrei dipinto, se sapessi disegnare!».

Guglielmo scrive. Poi si volta. Ci scruta in silenzio per qualche secondo. Infine borbotta: «Non è che voi sapete disegnare, per caso?» Ci guardiamo negli occhi. Non è stato facile convincerlo a portarci con lui: non sembriamo esattamente due esploratori pronti a un viaggio nella steppa, fra sconosciute tribù di Tartari. Però avevamo i nostri due taccuini, una scorta di buona volontà, oltre a maglioni di lana e scarpe robuste. Guglielmo, che gira invece per la steppa con i sandali da frate, ci ha raccomandato più volte di non perderci e noi facciamo del nostro meglio. Ma un disegno? «Disegnare non è il nostro forte, purtroppo». Lui risponde qualcosa d’incomprensibile in fiammingo. Forse si chiede quale sia il nostro forte.
La bellezza di quei carri resterà insomma un mistero. Gli storici descriveranno esemplari simili, gli esperti ne ricostruiranno la forma e gli addobbi. Quei carri, però, proprio quelli, così come apparivano nell’estate del 1253, saranno per sempre velati dalla loro stessa bellezza: pulcherrimas bigas, scrive Gugliemo, ammutolito per lo stupore. Noi in verità qualche schizzo sui taccuini l’abbiamo fatto. E senza dubbio avremmo potuto scattare una foto con i nostri cellulari (li abbiamo infilati nello zaino di nascosto). Ma perché? A che proposito? Ci sono cose che non si possono dire, ed è bene che sia così. Il mondo ha bisogno anche di silenzio.
Ah, se sapessi disegnare! Lo stile di Guglielmo è immediato, pieno di vita, e i suoi silenzi sono eloquenti. Ancora oggi, del resto, noi ci aggrappiamo alla sua tonaca per partecipare al suo viaggio, e giorno dopo giorno impariamo a conoscere il mondo. E se Guglielmo vivesse nel 2022? Se avesse postato tutto sul suo profilo Instagram, fotografie e dirette video? Vogliamo credere che anche oggi Guglielmo avrebbe avuto la saggezza di spegnere il cellulare.

PS: Potete leggere qui il primo episodio.

PPS: Le frasi in grassetto sono tratte dall’Itinerarium di Guglielmo, secondo l’edizione stabilita da Paolo Chiesa in G. di Rubruk, Viaggio in Mongolia, Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011. Spesso abbiamo usato la versione italiana dello stesso Chiesa; qualche volta abbiamo invece tradotto noi stessi dal testo latino.

PPPS: Negli anni fra il 1237 e il 1242 un’orda di guerrieri mongoli avanzò verso l’Europa. I Tartari, come venivano chiamati, si spinsero in Russia, Polonia, Boemia, Ungheria, devastando città e villaggi. L’esercito arrivò fino all’Adriatico e si ritirò soltanto alla morte del comandante Ögedei Khan. Qualche anno dopo, nel 1253, il re di Francia Luigi IX decise d’inviare un ambasciatore verso le steppe, per tentare qualche relazione con i Mongoli. Il sovrano si affidò a un frate fiammingo, Guglielmo di Rubruk, che viaggiò per due anni nei territori dell’Asia Centrale fino a Karakorum, dove risiedeva il Gran Khan Möngke. Guglielmo, capace di percorrere grandi distanze in poco tempo (più di dodicimila chilometri in totale) era colto, robusto e dotato di buon senso. Sapeva parlare con i re e con i poveri, con un monaco buddista o con uno sciamano, con un soldato o con un prigioniero. Era aperto e curioso nei confronti delle lingue, delle usanze, delle abitudini dei popoli stranieri. Il suo Itinerarium è uno dei più bei libri di viaggio medievali (e anche oltre).

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Un altro mondo

#Rubruk2022 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Guglielmo di Rubruk partì nel 1253 per una lunga spedizione in Asia. Il suo Itinerarium, redatto in latino, è fra i più bei resoconti di viaggio che siano mai stati scritti. Basta leggerne poche frasi per trovarsi nel cuore dell’ignoto, oggi come ieri, desiderosi di conoscere ciò che è diverso da noi.

Rubruk
Divagazioni intorno ai viaggi di Guglielmo di Rubruk

Primo episodio.

1) «Il terzo giorno incontrammo i Tartari; quando arrivai fra loro mi sembrò davvero di entrare in un altro mondo».

Ci sembra di vederlo qui, davanti a noi, come se fosse vivo, questo frate di grossa corporatura, paziente, infaticabile. Un puntino scuro nella steppa immensa. Il 13 aprile 1253 Guglielmo era a Costantinopoli: intraprese il suo viaggio in compagnia di un confratello, un garzone, un chierico e un interprete. Il 7 maggio entrarono nel Mar Nero e il 21 maggio arrivarono a Sudak, dove dieci giorni dopo ripartirono a cavallo. Il 3 giugno incontrarono i Mongoli o, come venivano chiamati allora, i Tartari. Eccoli: da una parte il gruppo di soldati alteri, forse un po’ guardinghi; dall’altra il frate che si avvicina determinato, seguito dal suo interprete. Che cosa si saranno detti? Con quali parole avranno misurato la distanza fra due mondi? Sulle prime, Guglielmo sarà rimasto in silenzio, sprovvisto di parole. Un po’ come sta capitando a noi: ammiriamo la sua audacia e ancora, senza bisogno di dircelo, invidiamo il suo sguardo risoluto e al tempo stesso spalancato. Oggi sembra tutto più difficile: partire, viaggiare, meravigliarsi. Arrivare in un luogo che sia davvero lontano, davvero altrove. Dove si nascondono i Tartari? Dov’è l’assolutamente altro-da-noi? Mentre chiediamo due caffè in un chiosco della stazione di Zurigo, inciampando nel tedesco, il plexiglas che ci separa dal cassiere riflette appena le nostre facce. E subito, mentre azzardiamo un «Dankeschön» a mezza voce, i lineamenti intravisti ci ricordano quanto siamo estranei anche a noi stessi, accoccolati nell’idea provvisoria di un pronome che per comodità evitiamo di interrogare. Così, per strapparci alla paura e ai pregiudizi, cerchiamo di stare più attenti a noi e agli altri nel caos della stazione, sul treno, sulla strada verso casa. È sufficiente un soffio dell’audacia di Guglielmo e di quello sguardo aperto, senza filtri. Allora si va davvero lontano, davvero altrove. E i nostri occhi si riempiono di figure altere, forse un po’ guardinghe, che ci cambiano la vita.

2) «Quando posano a terra le case dove abitano, rivolgono sempre la porta a sud».

Per quanto possa sembrare strano, portarsi appresso la propria casa come se fosse uno zainetto da viaggio ha i suoi vantaggi. Alcuni gasteropodi hanno sperimentato un notevole numero di varianti nel corso dell’evoluzione, senza lesinare nell’impiego di risorse e con eccellenti risultati. In fondo, per quanto riguarda noi umani, l’importante è che lo zainetto racchiuda quell’insieme di voci condivise, di pazienza, di affetto, quel groviglio di cose e persone che per brevità chiamiamo “casa”. Nelle notti più aspre, poi, quelle fredde e tenebrose in cui tutto sembra perduto, basta orientarsi verso sud. Non si tratta di leggere il cielo e le stelle: è un istinto. Giri su te stesso con gli occhi chiusi finché l’aria ti riscalda il petto, la promessa di sole ti chiama per nome e in lontananza senti ricominciare il discorso più antico del mondo, il mormorio di quelle onde che tante volte hai osservato senza uno scopo preciso.

PS: Le frasi in grassetto sono tratte dall’Itinerarium di Guglielmo, secondo l’edizione stabilita da Paolo Chiesa in G. di Rubruk, Viaggio in Mongolia, Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011. Spesso abbiamo usato la versione italiana dello stesso Chiesa; qualche volta abbiamo invece tradotto noi stessi dal testo latino.

PPS: Negli anni fra il 1237 e il 1242 un’orda di guerrieri mongoli avanzò verso l’Europa. I Tartari, come venivano chiamati, si spinsero in Russia, Polonia, Boemia, Ungheria, devastando città e villaggi. L’esercito arrivò fino all’Adriatico e si ritirò soltanto alla morte del comandante Ögedei Khan. Qualche anno dopo, nel 1253, il re di Francia Luigi IX decise d’inviare un ambasciatore verso le steppe, per tentare qualche relazione con i Mongoli. Il sovrano si affidò a un frate fiammingo, Guglielmo di Rubruk, che viaggiò per due anni nei territori dell’Asia Centrale fino a Karakorum, dove risiedeva il Gran Khan Möngke. Guglielmo, capace di percorrere grandi distanze in poco tempo (più di dodicimila chilometri in totale) era colto, robusto e dotato di buon senso. Sapeva parlare con i re e con i poveri, con un monaco buddista o con uno sciamano, con un soldato o con un prigioniero. Era aperto e curioso nei confronti delle lingue, delle usanze, delle abitudini dei popoli stranieri. Il suo Itinerarium è uno dei più bei libri di viaggio medievali (e anche oltre).

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Questo sono io

Se avete qualche minuto di tempo, mi piacerebbe che andassimo insieme nella steppa asiatica, vicino all’avamposto occupato da un distaccamento dell’armata mongola. È il IV secolo avanti Cristo ed è un giorno come tutti gli altri. Raffiche di vento, odore di cuoio, di cavalli. Gli ordini secchi dei comandanti, i colpi di un martello. Un gruppo di soldati sta giocando a dadi, ai margini dell’accampamento, mentre due cani si azzuffano poco più in là. Lentamente il sole si arrampica nel cielo finché, all’inizio del pomeriggio, si staglia all’orizzonte un gruppo di uomini a cavallo.
Un fermento corre nella truppa… oggi non è più un giorno come tutti gli altri. Da mesi i soldati non vengono pagati, ma finalmente sono arrivati i soldi. Gli uomini si mettono in fila e il tesoriere, con fare solenne, consegna a ognuno di loro una moneta d’argento. Tutti ridono, si danno pacche sulle spalle. 
Un soldato basso, di corporatura robusta, si allontana senza dire niente. Dimostra quarant’anni e il volto, segnato dalla fatica, ha dei tratti occidentali. I suoi compagni, pur rispettandolo, ne hanno un certo timore, forse perché è mancino o perché ha gli occhi di due colori diversi: uno azzurro e l’altro nero. Fissando il soldo d’argento, il soldato prende a borbottare fra sé. Avviciniamoci, senza far rumore, e tendiamo l’orecchio. «Sono io – mormora con voce rotta. – Questo sono io.» Si rigira la moneta fra le mani. «Io ho fatto coniare questa moneta per celebrare una vittoria su Dario, quand’ero Alessandro di Macedonia.»

Questa piccola gita asiatica è ispirata a The Clipped Stater, una poesia di Robert Graves. Il poeta britannico immagina che Alessandro Magno non sia morto a Babilonia nel giugno del 323 avanti Cristo. Dopo una battaglia il condottiero era rimasto separato dall’esercito. Confuso, smarrito, a lungo vagò per una foresta e in seguito attraversò fiumi e montagne. Jorge Luis Borges, che amava questa leggenda, racconta che un giorno Alessandro «scorge i fuochi di un accampamento. Uomini dagli occhi obliqui e di carnagione gialla lo accolgono, lo salvano e infine lo arruolano nel loro esercito. Fedele al suo destino di soldato, partecipa a lunghe campagne nei deserti di una geografia che ignora.» Solo il giorno della paga Alessandro ritrova la sua identità. O meglio, riconosce una vicinanza fra l’uomo della moneta e l’uomo arruolato nell’esercito mongolo. È realmente la stessa persona?

La vita è un lungo moltiplicarsi. Se mi volgo indietro, se immagino il futuro, scorgo una quantità di Andrea diversi. Alcuni mi osservano con stupore infantile, altri sono disillusi, addolorati, malinconici, altri ancora mi offrono saggezza e perfino lampi di felicità. Ogni volta, con diffidenza prima e poi con meraviglia, mi convinco che siamo la stessa persona: quel che avevo di buono nell’infanzia non è perduto, anche se talvolta si nasconde ai miei occhi offuscati.
Anche scrivendo, e qui la faccenda si complica, m’interrogo sull’identità dei miei personaggi. È appena uscito per l’editore Casagrande il romanzo Le vacanze di Studer, che ho scritto a quattro mani con l’autore svizzero Fredrich Glauser. A quattro mani per modo di dire, visto che Glauser visse tra il 1896 e il 1938… In realtà l’editore ha fatto tradurre alcuni frammenti di un romanzo inedito, ambientato nel Canton Ticino, a cui Glauser stava lavorando prima di morire.

Glauser aveva abbozzato una trama: nel 1921 il sergente Studer, della Polizia cantonale bernese, sta trascorrendo una vacanza ad Ascona quando s’imbatte in un misterioso omicidio avvenuto nei ditorni del Monte Verità. La storia si muove tra ambienti sociali diversi: i commercianti e i pescatori di Ascona, gli artisti del Monte Verità, i primi turisti attirati dal Lago Maggiore. 
All’inizio ho faticato a trovare il passo, forse per soggezione. Leggo Glauser da quando sono ragazzo e lo ammiro per lo stile, per la capacità di evocare un’atmosfera, per la maestria con cui usa il genere poliziesco. Il suo obiettivo non era costruire un indovinello intorno a un cadavere e nemmeno titillare i lettori con scene morbose; al contrario, Glauser desiderava portare i lettori «in piccole stanze che non hanno mai visto», mettendo in scena personaggi memorabili. Il sergente Studer, creato negli anni Trenta, è protagonista di parecchi racconti e romanzi. Il suo metodo è molto simile a quello del commissario Maigret di Simenon, e consiste proprio nel non avere un metodo. Studer si muove con passo lento, parla con le persone, s’impregna degli odori, dei sapori, dei pensieri altrui.
Per superare le mie difficoltà, ho deciso di condividerle. Insieme alla storia, nella quale metto in scena Studer, ho narrato anche il modo in cui ho affrontato questa sfida. Mi ha aiutato il fatto che lo stesso Studer si trova in difficoltà, perché deve muoversi in un ambiente che non è il suo. Il Ticino è assai diverso da Berna e il poliziotto, con il suo dialetto svizzero tedesco, si sente impacciato, lontano dalla realtà. Questa condizione lo conduce a interrogarsi sul suo ruolo d’investigatore, ma non solo. A un certo punto, di fronte a una bambina appena nata, Studer vive un momento di vertigine.

«Studer sbirciò la bambina. I suoi occhi azzurri, sgranati, parevano intenti a osservare un mondo invisibile a tutti [gli adulti presenti]. Ad un tratto Studer ebbe nostalgia di quella vastità, di quella meraviglia. Un giorno anche lui aveva conosciuto la tenerezza e l’abbandono di chi si aspetta qualcosa dalla vita; di certo anche il piccolo Köbu, fra le rassicuranti strade di Berna, aveva fissato una fontana, un geranio, una carrozza, un ciuffo d’erba o un ciottolo, e forse li aveva visti per ciò che sono realmente. Chi ne sapeva di più? Il piccolo Köbu o lo smaliziato sergente Jakob Studer, della Polizia cantonale di Berna?»

È la stessa domanda: quella di Alessandro il Grande, quella di Studer, quella di tutti noi. Questi interrogativi giungono spesso nei momenti difficili, quando ci sembra di essere lontani dalla realtà, così come accade a Studer. Il mio augurio per Natale è che, anche in tempi segnati dalla crisi (sanitaria, economica, esistenziale…), sappiamo ritrovare il senso del passato e la speranza nel futuro, con la coscienza che entrambi non esistono se non ancorati nel presente, con tutte le sue ombre. Sembra contorto, «eppure – come scrive Glauser – la faccenda è naturale se non addirittura misteriosa, proprio come il fatto che un melo che si credeva seccato incominci d’un tratto a fiorire.»

PS: Buon Natale alle lettrici e ai lettori di questo blog!

PPS: Il romanzo Le vacanze di Studer. Un poliziesco rirovato (Casagrande 2020) è uscito in anteprima nella Svizzera italiana. A partire da gennaio sarà disponibile in tutte le librerie.

PPPS: La poesia The Clipped Stater di Robert Graves (1895-1985) venne pubblicata per la prima volta nel volume Welchman’s Hose, The Fleuron Press, London 1925. Si trova in numerose antologie e anche in The complete poems, Penguin Modern Classics, London 2003. Jorge Luis Borges (1899-1996) ne parlò in due racconti brevi. Il primo, Un mito de Alejandro, si trova nella raccolta Cuentos breves y extraordinarios (1955), scritta con Adolfo Bioy Casares e tradotta da T. Scarano con il titolo Racconti brevi e straordinari, Adelphi, Milano 2020; il secondo, Graves a Deyá, si trova nella raccolta Atlas(1984), tradotta da D. Porzio e H. Lyria con il titolo di Atlante in Tutte le opere, Mondadori, Milano 1985. Nell’articolo ho citato frasi da entrambe le versioni. Inoltre, Borges raccontò questa «favola tanto bella che meriterebbe di essere antica»in alcune conferenze e dialoghi (si veda per esempio l’intervista del 9 dicembre 1985 con Armando Verdiglione, pubblicata in Una vita di poesia, Spirali, Milano 1986).

PPPPS: La fotografia della moneta d’argento e quella che ritrae Glauser sono prese da internet. Purtroppo le dimensioni delle fotografie potrebbero risultare troppo grandi o troppo piccole, a seconda del supporto su cui leggete l’articolo. O magari invece saranno perfette. Sto riscontrando qualche problema tecnico che spero di risolvere al più presto.

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