Il sergente Studer?

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

A volte gli addii sono più lunghi del viaggio.
Prima di partire saluti la persona che ti sta accanto. Le stringi la mano. Dopo qualche secondo entri nell’automobile. Accendi il motore e abbassi il finestrino, per una parola di commiato. Lei resta in piedi e ti fa un cenno. Tu rispondi, mentre con l’altra mano ruoti il volante per uscire dal parcheggio. Lei sta ancora sventolando il braccio destro. Tu alzi brevemente i fari, come un battito di ciglia. Poi t’immetti in una strada che gira intorno al cortile e un’altra volta passi di fianco a lei che, instancabile, muove il braccio avanti e indietro. Allora per forza rallenti, abbassi il finestrino – ciao, gridi sporgendo la mano – acceleri leggermente e un attimo dopo, alzando il capo, la scorgi nello specchietto retrovisore… è ritta in piedi, ancora ti sta guardando; e a te sembra che ogni istante apra un solco nella memoria, nella speranza, come una ferita. Tu pensi alla strada, alla direzione da prendere. Ma vorresti tornare, salutare di nuovo la persona che ami, prolungare il gesto dell’addio, anche se quello stesso gesto ti riempie di dolore.
Ecco, per me il mese di novembre funziona più o meno così. Ci sono queste giornate sontuose, con i muretti caldi al sole del mezzogiorno. Ma il blu del cielo è diverso, più circospetto. I pomeriggi mettono in scena una sorta di parodia della lentezza estiva, con la luce che si distende, che incide il profilo delle montagne. Le montagne tuttavia sono brune, il cielo si spegne in pochi minuti, il freddo scende nei polmoni a ogni respiro. Questo incombere del buio ti fa pensare al tempo che si accorcia, alla vita che si consuma. Perché l’addio dev’essere tanto lungo? Perché l’inverno non arriva in un soffio? Ma niente, novembre ci tiene alla sua bellezza.
In uno di questi giorni di commiato, Yari e io andiamo a Paradeplatz. Stavolta ci arriviamo in maniera: uno concretamente e l’altro affacciato alla finestra di FaceTime. Accadde già nel mese di maggio: Yari, per ragioni di forza maggiore, dovette visitare Paradeplatz attraverso il mio sguardo. Stavolta sono io che mi affido ai suoi occhi per tentare di capire questo luogo che ancora ci ossessiona con il suo segreto, undici mesi dopo l’inizio delle nostre indagini.
Mi trovo in un giardino, a Breganzona, con una spendida vista sul laghetto di Muzzano. Novembre si mette in mostra: lo scintillio del sole sull’acqua, il verde smagliante dei prati, il vento quasi tiepido che pulisce l’aria. Dall’altra parte, è tutto grigio. Nello schermo del telefono vedo Paradeplatz intrisa di pioggia e di malinconia: grigio l’asfalto, grigie le facciate delle banche e dell’hotel, grigio l’albero di Natale, grigie anche le bocce colorate, grigi i tram, grigi i passanti che scantonano sotto l’ombrello, grigia la vetrina di Marsano – ma dove sono andati i fiori? – e grigia la faccia di Yari irrigidita dal freddo.
Gli alberi di Natale schierati sopra il tetto dell’UBS sembrano un plotone di esecuzione poco prima dell’alba. Ma non è l’alba. Non è nemmeno mattina, sebbene l’orologio segni le undici. È un mondo senza tempo, dove novembre a lungo scioglie il suo canto d’addio. Yari e io ci scambiamo qualche parola, ma non sappiamo bene che cosa dire: questo incrocio di universi, questo urtarsi di sole e pioggia, di verde e grigio, questo paradosso che filtra nei nostri telefoni parla da sé.
– Ho portato una poesia – borbotta Yari dopo un po’.
– Ah bene – dico io.
– Non è facile da capire, devi leggere attentamente.
Comincio a preoccuparmi.
– Arriva da molto lontano – aggiunge Yari. – Te la invio?
Poco dopo, sullo schermo del mio telefono appare un codice miniato.

[AF]

*

Essere in ritardo quando nessuno ti sta aspettando è un’esperienza decisamente meno adrenalinica rispetto al canonico ritardo, quello che prevede la presenza di almeno un’altra persona o di un quadro istituzionale, professionale, sociale. Così quando il treno che da Berna mi sta portando a Zurigo si ferma improvvisamente a Rothrist, e il vagone è attraversato da un vociare convulso di donne scandalizzate e uomini isterici, io appoggio sul tavolino il libro di Friedrich Glauser e guardo con stanchezza attraverso il finestrino. Alla fine saranno trenta i minuti di ritardo complessivi, che su un viaggio di poco meno di un’ora non sono irrilevanti, come fa notare qualcuno. L’annuncio del capotreno germanofono è epico, soprattutto nel forzato passaggio al francese – «dérangement de véhicules», pronunciato lentamente e con la gravità di chi conosce, di chi sa– e infine a un inglese tanto improbabile da far pensare alla Linea di Cavandoli (forse una citazione voluta).
Continuo a guardare dal mio rettangolo trasparente quello che offre il panorama, cioè pioggia. E sullo sfondo il collo chino, dalle movenze preistoriche, di una gru o una scavatrice. Questa volta le ragioni di forza maggiore hanno reso la trasferta di Andrea impossibile. Il signore con i baffi seduto davanti a me – piuttosto anziano, senza nulla d’appariscente – osserva il mio taccuino mentre scrivo: non-ritardo. Non si capisce bene se sia serio o sorrida. A pochi metri, una donna anziana sembra sentirsi poco bene, poi l’emergenza rientra.
Giunto a Paradeplatz propongo una videochiamata ad Andrea e cerco di mostrargli tutto quello che novembre ha tolto: i fiori, i colori, la spensieratezza. Complice la pioggia, la gente si stringe sotto la tettoia centrale e sembra poco propensa al sorriso. Tutti consultano orari e tabelloni. Alcune vetrine digitali mostrano il solito Natale standard di candeline, renne, paesaggi innevati, calorose casette, zenzero, marzapane e vogliamoci bene. «Ehi, ma allora siamo vicini. Io sono a Paradeplatz, hai in mente? Sì, le banche. Ti aspetto davanti alla Lindt&Sprüngli»: l’uomo spegne il telefono, esita, ma dopo pochi istanti se ne va di corsa, senza guardarsi intorno. Evito di restare nei paraggi, d’incrociare – chi lo sa – uno sguardo deluso. Si può dire addio anche se non ci si è incontrati?
Sarà l’inesorabile bellezza di novembre, ma sono sfiduciato. Eppure, quasi ottocento anni fa, tale Giovanni di Pietro di Bernardone, umbro d’origine, sembrava nutrire una maggiore fiducia in quello che gli stava intorno, tanto da scrivere una delle poesie più memorabili fra le memorabili. Già. Chissà cosa direbbe oggi Francesco d’Assisi della sora nostra matre terra. Siederebbe pure lui al riparo dalla pioggia, nel tripudio d’asfalto, rotaie e addobbi natalizi. Osserverebbe passare i fenicotteri rosa con le zampe a mollo in un blu-piscina pubblicitario, su uno dei tanti tram. Poserebbe lo sguardo sulle due alci dorate all’entrata del fioraio. Loderebbe il suo Signore per Paradeplatz. Poi, con una piccola dose – diciamo una punta – di cinismo, ricorderebbe una volta di più la sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare.
Spedisco ad Andrea il Cantico delle creature: magari lui, che è dall’altra parte del mondo, riesce a essere più fiducioso. Intanto un ragazzo mi guarda e solo dopo avere registrato il mio (finto) disinteresse si siede sulla panchina, a pochi centimeri dal mio zaino, e gioca a calcio sul suo cellulare. Se non fosse stato per lui, non avrei notato l’uomo alle nostre spalle, dietro la porta d’entrata dei bagni pubblici. Immobile, vicino al vetro, guarda intorno con pazienza. Mi sembra di riconoscerlo, piuttosto anziano, senza nulla d’appariscente, con quei baffi che non si capisce bene se sia serio o sorrida.

[YB]

*

Era un uomo piuttosto anziano che non aveva nulla d’appariscente: camicia con colletto floscio, abito grigio un po’ sformato perché il corpo che vestiva era grasso. Quell’uomo aveva un volto pallido, magro, i baffi coprivano la bocca, sicché non si capiva bene se sorridesse o fosse serio. Si frugò in tasca, ne cavò un sigaro Brissago e lo infilò tra le labbra. Aveva gli occhi semichiusi, ma non gli sfuggiva niente di quanto accadeva sulla piazza lucida di pioggia. Passanti, ombrelli, tram… tutto appariva come doveva essere. Davvero? Fece un passo avanti, accostando la porta alle sue spalle. Trasse una scatola di fiammiferi e accese il sigaro, mentre la sua attenzione veniva attratta da un dettaglio bizzarro. Un’inceppatura nel sistema? Qualcosa del genere…
Un uomo alto, infagottato in un giaccone. Prima aveva parlato a lungo al telefono, poi aveva scattato fotografie agli edifici intorno alla piazza. Ora aveva per le mani un documento dall’aspetto antico, e leggeva mormorando le parole a fior di labbra. Era tutto normale? L’uomo anziano si domandò che cosa avrebbero detto i suoi giovani colleghi. Sicuramente che dava i numeri.
Quando i colleghi dicevano che era matto, forse volevano dire che aveva troppa fantasia per un bernese. Ma anche questo non era del tutto vero. Vedeva forse un po’ al di là del suo naso che sporgeva lungo, appuntito e sottile sul volto magro, e non si adattava affatto al suo corpo massiccio.
Notò che l’uomo alto stava per salire su un tram, ma aveva lasciato la pergamena, o quello che era, appoggiata sulla panchina. Si avvicinò. Provò a leggere quelle strane lettere che parevano arrivare da un altro mondo.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu omo ène dignu Te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue Creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le Stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et umile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’l sosterranno in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande umilitate.

[AF]

*

Non so quanta umiltà ci voglia per accettare un eufemismo come «Personenunfall – Accident de personne», che è quanto si sente ogni tanto sui treni che fanno la spola fra Romandia e Svizzera tedesca, a cui segue un contegno artificioso e, solitamente, il poco dissimulato nervosismo dei pendolari. Nessuno – io incluso – si chiede mai se la persona che giace inerte sui binari se ne sia andata con ancora addosso i suoi peccata mortali, chi fosse, cosa facesse, e naturalmente: perché. «Non c’è tempo», si dirà. «Così va il mondo». Per fortuna c’è ancora chi cava un Brissago dalla tasca.

[YB]

PS: La Linea è il celebre e indimenticabile personaggio animato di Osvaldo Cavandoli (1920-2007), creato alla fine degli anni ’50.

PPS: San Francesco d’Assisi (1181-1226) scrisse le Laudes Creaturarum o Canticum fratris Solis nel 1224. Il Cantico è considerato il primo testo poetico (di cui si conosca l’autore) della letteratura italiana. Per altri dettagli si veda Gianfranco Contini, Letteratura italiana delle origini, Sansoni, 1976.

PPPS: Il testo contiene due citazioni da Friedrich Glauser. La frase in corsivo che comincia con Era un uomo piuttosto anziano è tratta da Il sergente Studer (Sellerio 1986; traduzione di Gabriella De’ Grandi e Valeria Valenza da Wachtmeister Studer, Morgarten, Zürich 1936). La frase in corsivo che appare qualche riga sotto (quella che comincia con Quando i colleghi; ma già l’espressione dava i numeri) è tratta da Il grafico della febbre (Sellerio 1985; traduzione di Gabriella De’ Grandi da Die Fieberkurve, Morgarten, Zürich 1938). Entrambe sono riferite a Jakob Studer, l’investigatore della Polizia cantonale di Berna protagonista di alcuni romanzi e racconti di Friedrich Glauser (1896-1938).

PPPPS: La terza immagine di questo articolo è un dipinto dell’artista tedesco Wolf Panizza (1901-1977). È intitolato Novemberlandschaft, risale al 1935 ed è conservato nella Pinakothek der Moderne di Monaco.

PPPPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagostosettembre e ottobre.

 

 

 

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L’ultima sigaretta

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

L’uomo è irrequieto, si guarda intorno, esce di scena sulla Talacker per ricomparire un attimo dopo sulla Bahnhofstrasse. Si ferma nel triangolo di banchina che sorge come un isolotto fra i binari del tram. Avrà già compiuto settant’anni? La sua barba ricorda più quella di Rasputin che non quella di un hipster, e del resto l’abbigliamento non ha nulla di studiato. Semmai porta con sé un’aria trasandata dai colori spenti e polverosi. Incrocio il suo sguardo più volte, ma non se ne accorge. La sua attenzione è rivolta altrove. Si accende una sigaretta e riparte nervoso davanti al chiosco, attraversa la strada, poi si ferma in un punto preciso, scelto con cura, allinea i piedi, si abbassa leggermente, aggiusta pollice e indice della mano destra portandoli alle labbra, e infine lancia. La sigaretta – fumata solo a metà – vola per mezzo metro, prima di atterrare accanto al binario. Deluso, l’uomo riparte.
Al decimo mese, Paradeplatz sembra essere diventato un approdo. Un momento diverso dagli altri: ci si lascia il mare mosso alle spalle e ci si ferma per qualche ora, ancora coperti di sale, trotterellando qua e là con passo incerto, assorbiti da una quotidianità altrui di cui ogni tanto s’indovina qualcosa, più spesso non si capisce nulla. È ottobre inoltrato, ma la luce del sole insiste esuberante e l’ombra rimane sotto assedio.
Di nuovo l’uomo barbuto. Questa volta arriva dall’angolo fra Tiefenhöfe e Bleicherweg. Il pacchetto che tiene in mano è bianco e rosso. Recita: MAGNUM. Come potrebbe essere altrimenti? Sfila un’altra sigaretta e dopo averla accesa ritorna sulla rampa di lancio. Tre, due, uno. La sigaretta resta miracolosamente in piedi nel binario. L’uomo si ferma per qualche istante, in attesa di un tram che riporti il mozzicone in orizzontale. Ne transitano addirittura due. Dopo il trambusto, la sigaretta è effettivamente affondata all’interno del binario e l’uomo è scomparso. Una figura allegorica, forse.
Guardando il tram che sferraglia noto due dettagli. Il primo è una pubblicità: Erotik Adventskalender. Una conquista epocale: dopo il Bambin Gesù e i Santa Claus, la grande protagonista natalizia 2018 sarà Cleopatràs lussuriosa. Il secondo è un capolinea. Frankental. Il solito capolinea. Questa volta però mi ritornano in mente le parole pronunciate da Andrea in gennaio, durante il primo appuntamento zurighese. «La prossima volta dobbiamo andare a Frankental», aveva detto. Penso a tutti i progetti che abbiamo menzionato durante questi mesi: luoghi da vedere, testi da leggere, persone da incontrare. Ci restano solo due mesi a disposizione ed è improvvisamente chiaro chiarissimo che dovremo selezionare e lasciare cadere molte cose.
Dicembre incombe come una scure. Ma è giusto così, a poco servirebbe posticipare la scadenza. Questi siamo noi: la curiosità e l’entusiasmo che tende a moltiplicare, gli occhi che saltano a un futuro improbabile, in cui noi tendiamo comunque a credere, fino a essere persino colti alla sprovvista davanti al ridimensionamento (se va bene) o al fallimento (se va male). Forse più s’ignora il presente – che significa così spesso razionalizzare, pianificare, consolidare – e meno si deve pensare alla fine. Che però arriva, brutale.
Eccolo ancora, il moderno Rasputin. La sigaretta e il lancio che naturalmente, dopo il precedente exploit, non riesce. Ma fino a quando continuerà? E quando ha iniziato? Devo ricordarmi di andare a vedere quante sigarette stazionano inerti dentro le misteriose cavità del binario. Tre? Cento? Un milione? Sembra la versione 2.0 dell’ultima sigaretta (U.S.) di Zeno. Cerco Andrea, che oggi è particolarmente taciturno. Forse lui saprà dirmi qualcosa di più. Lo guardo e gli chiedo: Che sai tu, che taci?

[YB]

*

Un uomo parla al telefono, in italiano.
«Mi hanno comunicato la notizia ieri alle quattro e la sto ancora digerendo.» Fa una pausa. «È una questione di management, adesso non so che cosa succederà. Ma volevo dirtelo in anteprima… no, non è ancora ufficiale…» L’uomo continua la conversazione mentre sale sul tram numero 13 che, guarda caso, porta a Frankental. Io resto sul marciapiede, consapevole che non saprò mai niente di più su questa notizia confidenziale. Così come non saprò mai quale mistero nasconde l’uomo con i pantaloni rossi e un pupazzo di panda a grandezza naturale sulla spalla. E nemmeno saprò dov’è diretta la bambina che, transitando davanti al chiosco “Frido’s Marroni” canta una versione molto personale di Bella ciao.

 

Come facciamo a capire questo luogo? Gli unici che sembrano veramente a loro agio qui sono i tram, che passano e ripassano davanti a noi, scampanellano, si lanciano lunghi fischi stridenti, come grandi cetacei che parlino un’abissale lingua segreta. Lentamente mi aggiro intorno alla pensilina, registrando un audio con il telefono. Voglio catturare almeno cinque minuti sonori, per riascoltarli a casa, a occhi chiusi, immaginando di essere ancora a Zurigo. Scopro che il fatto di registrare ha quasi un potere ipnotico, come se piano piano perdessi tutti gli altri sensi e diventassi solo udito… finché la voce di Yari interrompe il sogno a orecchie aperte. Mi indica uno strano personaggio che lancia sigarette nei binari del tram. Poi leggiamo la poesia. Stavolta tocca a Mario Luzi e la lirica, tratta dalla raccolta Per il battesimo dei nostri frammenti (1985) parla proprio di Zurigo. (Ecco qui la versione in pdf con la spaziatura originale).

Sbrìgati,
non ebbe altro da dirmi
lei
dai suoi fradici rossori,
mi spinse nell’autunno dei suoi larici,
mi strappò in fretta la tazza
di nebbia e luce
che erano i suoi laghi, altra volta sue pupille.
M’incalzò quel monito
per tutte le sue valli,
giunse fino alle anatre
divenute molte
e nere tra Limmat e Zurchersee
e più verso la foce.
E tu
che mi guardi verso te
precipitare dirocciando
città rivierasca di che mare,
immagine o miraggio…

Che sai tu, che taci?

Fra la natura autunnale (lei) e la città (tu), il poeta precipita e spera di approdare a un chiarimento, a un mare che sciolga gli enigmi. Ma la città si schermisce, mentre le anatre divengono molte / e nere. Ho l’impressione che tutti noi rivolgiamo alla città la stessa domanda. Yari con il suo desiderio di andare a Frankental, io con i miei cinque minuti di puro ascolto, la bambina che canta, Rasputin che lancia sigarette. In una sorta di muto coro, insistiamo nel chiedere: che sai tu, che taci? Che cosa nasconde il cuore del cuore di Zurigo? Che cosa ancora Paradeplatz non ci ha raccontato, in questi dieci mesi di corteggiamento?
A un certo punto, mentre progettiamo il viaggio a Frankental per novembre o dicembre, Yari mi ricorda la leggenda metropolitana secondo cui sotto la Paradeplatz esterna s’intrecciano i cunicoli di una Paradeplatz scavata nella terra. Ci scambiamo un’occhiata. In fondo, che cosa ci costa provare? Apriamo la porta a vetri, ci avviamo lungo le scale. Come per scendere negli inferi bisognava pagare un obolo, per raggiungere il bagno pubblico di Paradeplatz bisogna infilare un franco nell’apposita fessura. Appena entrati cerchiamo una botola, un passaggio segreto. Ma il bagno è lindo, bianco, rispendente di specchi e porcellane. Una porta attira la nostra attenzione, anche solo per il laconico cartello: KEIN EINGANG, non si può entrare. Senza nemmeno consultarci, uno dopo l’altro, proviamo ad abbassare la maniglia. Niente, non si apre.
Mentre stiamo per uscire, scorgo un’altra porta chiusa. Questa si apre. Senza pensarci, oltrepasso la soglia e finisco in uno sgabuzzino. Mi accorgo che nei muri ci sono due buchi che sembrano portare nella profondità della terra. Che sia questo l’accesso? Provo a guardare in basso, ma non si vede niente. Vado a cercare Yari, passando per un’altra porta. Ho un attimo di disorientamento: sono tornato nel bagno… ma non è lo stesso bagno! Prima che la fantasia possa dipingere scenari di scambi dimensionali, capisco che sono finito nel bagno delle donne. Torno precipitosamente sui miei passi e riguadagno la superficie.
Fuori, tutto è come prima. Yari sta scattando qualche fotografia ed entrambi, senza bisogno di dircelo, ci rendiamo conto che siamo al terzultimo mese. Abbiamo passato ore in questa piazza, ma ci sembra che non sia abbastanza, ci sembra di non riuscire a scriverne come vorremmo. Però, a ben pensarci, questa è anche una fortuna. Quando evochiamo un luogo, una persona, un avvenimento, sempre dietro le nostre parole echeggia quell’interrogativo: che sai tu, che taci? E se non ci fosse questa domanda, forse non avremmo più ragioni per scrivere.

[AF]

*

Ne ho contate sette, di sigarette, sul fondo del binario. Ma Rasputin – mentre contavo – attendeva soltanto che mi allontanassi per riprovarci, con commovente tenacia. Perché? Qualcuno chiede perché? Le ragioni sono quelle taciute. Luminose e taciute. Possiamo ignorarle, ma regolano la nostra vita più di quanto immaginiamo. Ci pensavo salendo a due a due gli scalini dei bagni pubblici, l’anticamera del sottosuolo di Paradeplatz. Oggi ci siamo dovuti fermare sulla soglia. Ma KEIN EINGANG è un invito a continuare, a riprovarci. L’inverno bianco incalza, dice una voce amica. Sbrìgati.

[YB]

*

Accanto all’edicola, c’è una pila di copie del settimanale “Die Zeit”. Il titolo principale dice: Wer versteht noch die Welt? (chi capisce ancora il mondo?). Ma non è detto che il mondo vada capito a ogni costo. Forse il problema non è tanto comprendere, quanto essere nel mondo, con il mondo, parte del mondo. Il senso dell’esistenza si rivela nelle dissertazioni filosofiche o si nasconde invece nel lancio di una sigaretta?

[AF]

PS: L’audio di cinque minuti alla fine dura 6.17. Chi volesse può tenerlo come sottofondo mentre legge questo articolo. Segnaliamo comunque che dal minuto 2.50 si sente la bambina che canta Bella ciao.

PPS: La famosa “ultima sigaretta” (U.S.) è quella di Zeno, nel romanzo di Italo Svevo La coscienza di Zeno (1923). La lirica “Sbrìgati” venne pubblicata per la prima volta in L’Almanacco 1984, cronache di vita ticinese n. 3, Salvioni, Bellinzona 1983. In seguito Luzi la inserì in Per il battesimo dei nostri frammenti (Garzanti 1985), uno dei suoi libri più significativi.

PPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglioagosto e settembre.

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Niente di niente

Quando viaggio da solo in un paese straniero, a volte incontro uno dei miei personaggi. Sono momenti fuggevoli: dopo pochi secondi il personaggio svanisce, torna a essere uno dei tanti che girano per le strade. Ma non scompare del tutto: diventa uno stato d’animo, una sensazione, un desiderio, un riflesso d’ombra che s’insinua fra i pensieri della quotidianità.
Qualche giorno fa stavo camminando a Varsavia. Erano le dieci di sera. Per le strade c’erano persone che procedevano in fretta, perché sicuramente qualcuno le aspettava da qualche parte. C’erano coppie d’innamorati che approfittavano della temperatura non troppo rigida. C’erano gruppi di ragazzi, operai alla fine del turno, poliziotti, qualche barbone che preparava un giaciglio per la notte. Non si vedevano stranieri, o almeno, nessuno che fosse immediatamente riconoscibile come tale. Mi sono chiesto se fossero davvero tutti polacchi. Di sicuro ci sarà stato qualche ucraino, qualcuno che non riuscivo a riconoscere come straniero. Ma quando ho visto un uomo dalla pella scura, con il volto coperto da un cappuccio e da una sciarpa, la sua differenza ha attirato la mia attenzione. Stava seduto su una panchina, immobile, e fissava nel vuoto. Allora mi è venuto in mente Moussa ag Ibrahim, uno dei protagonisti del romanzo Gli Svizzeri muoiono felici (Guanda 2018).
Moussa è un uomo di origini tuareg. Fin dall’infanzia ha vissuto come nomade nel deserto del Sahara, tentando di seguire le tradizioni dei suoi antenati. Ma i tempi cambiano, fra leggi restrittive, violenza, desertificazione. Per una serie di ragioni, Moussa arriva in Svizzera. La sua speranza è di trovare un lavoro, per aiutare i suoi parenti in Niger. Ma subito è colpito dalla nostalgia e da un senso d’inadeguatezza.

Quel mattino, mentre diceva le sue preghiere, Moussa aveva avuto paura di essersi spinto troppo oltre, in mezzo a gente troppo diversa. Come avrebbe fatto a resistere in quel paese, dove tutti avevano il loro posto? Ognuno partiva sapendo dove andare, per quale ragione, a che ora. Tutti avevano un telefono, un indirizzo email, un appuntamento e poi un altro e un altro ancora, come una ragnatela nella quale tessevano sempre nuovi fili, creando strade, palazzi, monumenti, macchine, libri, parole, immagini. E Moussa invece passava come un soffio in mezzo ai progetti degli altri, come chi non ha niente di niente.

Un uomo in mezzo alla folla. Diverso da tutti gli altri. Completamente solo. Camminando verso l’hotel Metropol, poco lontano dall’immenso Palazzo della Cultura, ho cercato di calarmi nell’animo di Moussa, nella sua lontananza. Spesso è da questi esercizi d’immedesimazione che traggo le idee per la scrittura. Anche quando il romanzo è già pubblicato, come in questo caso, mi fa piacere restare per un po’ da solo con i miei personaggi.

Ero in Polonia per una serie di conferenze. La prima sera, al bar dell’hotel, mi chiedevo che cosa dire agli studenti e alle persone che mi avrebbero ascoltato. Ero seduto davanti a uno dei camini fasulli più realistici che mi sia mai capitato di vedere: finti carboni ardenti, finte fiamme guizzanti, finto fumo grigio. Davanti a me, sul tavolino, c’era una birra (vera). E io? Fino a che punto sarei riuscito a essere autentico? Un uomo in una città straniera, sospeso fra un fuoco finto e una birra vera. Chi è veramente l’uomo? Cioè, chi sono io? Sono più simile alla fasulla perfezione del fuoco o alla verità fermentata della birra?

Questi pensieri mi hanno fatto capire che era giunta l’ora di andare a letto… Prima di dormire, ho sfogliato qualche pagina di un autore polacco. Adam Zagajewsi (nato a Leopoli nel 1945) racconta in un saggio dei suoi giorni da liceale, quando gli studenti erano «attratti dalle feste private, dai primi appuntamenti, dai giri in bicicletta, dalla musica di Elvis Presley, Chubby Checker e Little Richard, dalla vita intesa soprattutto come uno sguardo rivolto senza troppa attenzione a un lontano futuro». In quel contesto, un giorno il poeta Zbigniew Herbert, giovane ma già conosciuto, viene invitato al liceo per una conferenza. Al di là di ogni aspettativa, annota Zagajevski, la visita di Herbert «ha cambiato qualcosa nel mio modo di guardare alla letteratura; magari non subito, ma – con un certo ritardo – lo ha fatto sicuramente».
Nel mio piccolo, chissà, forse anch’io sono riuscito a lasciare qualcosa agli studenti che ho incontrato in questi giorni. Ho letto qualche pagina da L’arte del fallimento e da Gli Svizzeri muoiono felici, ho cercato di condividere la mia esperienza di scrittore, i miei dubbi, ciò che ho imparato e ciò che mi resta da imparare. Sul palco del festival Jazz&Literatura di Katowice oppure in un’aula dell’Uniwersytet Śląski a Sosnowiec: sempre guardavo uno per uno quei volti attenti, in ascolto, e mi chiedevo: che cosa resterà di tutto questo? Sulle prime ero pessimista, poi mi dicevo: Andrea Fazioli di certo non è abbastanza, ma forse i personaggi si sono espressi per me. Forse Moussa ag Ibrahim è riuscito a comunicare loro qualcosa, nella maniera silenziosa in cui parlano i Tuareg. Magari non subito. Magari le parole si sono deposte in profondità, avvolte in un bozzolo di silenzio. Magari fra qualche anno quegli studenti ripenseranno a Moussa, a Contini, anche solo fuggevolmente, e la realtà immaginata sarà loro d’aiuto per affrontare la realtà reale.
E io? Anch’io ho vissuto incontri che mi saranno utili per essere sempre più birra (vera) e sempre meno fuoco (finto). All’Istituto italiano di cultura di Varsavia ho avuto modo di parlare di letteratura e mi sono annotato nomi di autori italiani e polacchi da scoprire. Anche qui, come del resto è accaduto pure con gli studenti, ho l’impressione di aver ricevuto più di quanto sia riuscito a trasmettere. Ma non bisogna fare calcoli: questo tipo d’incontro, di scambio culturale, continua a generare frutti nel tempo, lentamente.
Nei miei giorni in Polonia ho avuto modo di confrontare i segni del passato con un futuro che cresce a vista d’occhio. Vecchi palazzi di stampo sovietico e nuovi edifici creati da grandi architetti. Luci al neon, traffico, fast food, ancora luci al neon di ogni forma, di ogni dimensione. Campi gelati e betulle lungo la ferrovia. Vaste zone industriali. Ciminiere, parchi, centri commerciali. Lo splendido nucleo di Nikiszowiec, costruito all’inizio del XX come osiedle robotnicze, come quartiere operaio per le famiglie dei minatori, con i familoki di mattoni rossi che si dispongono in forma geometrica, creando strade, cortili, angoli discosti dove il silenzio è interrotto solo da un improvviso volo di uccelli o dal suono ovattato di una radio.
L’ultima sera, a Varsavia, torno a camminare lungo le strade intorno al Palazzo della Cultura. Il mio telefono è scarico e ho smarrito il caricatore. Mi fermo in un negozio e chiedo in inglese alla commessa se ne venda o se sappia dove possa acquistarne uno. «Mi dispiace – risponde lei – abito lontano da qui.» Poi sorride e aggiunge: «Abito lontano da tutto». Annuisco. «Me too – le dico – anch’io». Provo a ripeterlo in polacco: «Ja też». Lei sorride di nuovo. Ci salutiamo. Esco e penso che in fin dei conti posso anche restare senza telefono. Così sarà più facile intravedere Moussa ag Ibrahim che cammina con la consapevolezza di non avere niente di niente. Forse è proprio da questo vuoto che possono sprigionarsi le parole più preziose. In Polonia, in Svizzera, nel deserto del Sahara.
Più tardi, prima di dormire, rileggo una poesia di Adam Zagajevski. S’intitola “Là, dove il respiro”.

Sta sulla scena
senza alcuno strumento.

Appoggia le mani sul petto,
là dove nasce il respiro
e dove si spegne.

 Non sono le mani a cantare
e nemmeno il petto.
Canta ciò che tace.

Nell’ultimo verso si riassume il senso di questo articolo. Canta ciò che tace. Anche quando abbiamo la sensazione di non aver detto abbastanza, o di non aver detto nel modo giusto, o di non avere incontrato nessun personaggio, o di non avere capito ciò che abbiamo visto, per fortuna canta ciò che tace.
Il silenzio, fin dall’inizio dei tempi, è il miglior narratore di storie.

PS: La prima citazione di Zagajevski proviene da L’ordinario e il sublime. Due saggi sulla cultura contemporanea (Casagrande 2002; traduzione di Alessandro Amenta). La poesia è tratta invece dal volume Dalla vita degli oggetti. Poesie 1938-2005 (Adelphi 2002 e 2012; traduzione di Krystyna Jaworska). In un altro testo, lo stesso Zagajewski accenna a quei momenti in cui si compiono misteriose connessioni fra immaginazione e realtà: «Esiste un senso che resta nascosto nella quotidianità, ma diventa accessibile negli istanti di maggior concentrazione, negli attimi in cui la coscienza ama il mondo. Cogliere quel senso complesso ti porta un’esperienza di particolare felicità, perderlo ti consegna alla malinconia» (da Tradimento, Adelphi 2007; traduzione di Valentina Parisi).

PPS: Grazie a tutte le persone che mi hanno accolto e accompagnato in Polonia. Fra gli altri il vice ambasciatore svizzero Chasper Sarott; Marzena Anioł di Jazz&Literatura; la studentessa e ottima traduttrice simultanea Natalia Myszor; Justyna Orzeł, che ha tradotto i miei testi per i lettori polacchi; il direttore Roberto Cincotti e tutti i suoi collaboratori all’Istituto di cultura italiano a Varsavia; gli insegnanti, gli studenti e le studentesse dell’Instytut Języków Romańskich i Translatoryki all’Uniwersytetu Śląskiego.

PPPS: Le fotografie di Nikiszowiec le ho prese da internet. Le altre le ho scattate io. Il video di presentazione del romanzo Gli Svizzeri muoiono felici è stato realizzato da Alessandro Tomarchio.

PPPPS: Per completare la fotografia presa davanti alla stazione di Katowice, che vedete qui sopra, ecco un frammento sonoro.

 

PPPPPS: Infine, per chi volesse rendere più vivida l’apparizione di Moussa ag Ibrahim nelle strade di Varsavia, ecco la versione polacca del brano che ho citato sopra.

Tamtego ranka, gdy odmawiał swoje modlitwy, Moussa poczuł strach, że posunął się za daleko, wśród ludzi całkiem od niego różnych. Jak mógłby wytrzymać w kraju, gdzie wszyscy mieli swoje miejsce? Każdy wyjeżdżał wiedząc, gdzie jedzie, z jakiego powodu, o której godzinie. Każdy miał telefon, adres e-mail, spotkanie, a potem kolejne, a potem jeszcze jedno, jak w pajęczej sieci, w której tkali coraz to nowe nici, tworząc ulice, budynki, pomniki, samochody, książki, słowa, obrazy. A Moussa mijał jak tchnienie wśród czyichś planów, tak jak ktoś, kto nie ma zupełnie nic.

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L’uomo nudo

#Paradeplatz2018 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Ogni mese: 1) lettura di una poesia a Paradeplatz (Zurigo); 2) osservazione e ascolto; 3) scrittura.

Come levare tutti gli schermi, i veli, tutte le corazze, le cotte di maglia, i giubbotti antiproiettili sotto cui nascondiamo il nostro io? Come arrivare all’essenza della nostra identità, a quello che Georges Simenon chiamava l’homme tout nu? È difficile guardare noi stessi per quello che siamo, semplicemente, senza inganni. È difficile anche guardare gli altri. Ma non solo le persone; perfino i luoghi tendono a nascondersi nel momento stesso in cui li visitiamo: sono nove mesi che torniamo a Paradeplatz, eppure a volte mi sembra di non averla ancora mai vista.
Secondo la mia esperienza, esistono due tecniche ben precise e collaudate che permettono di guardare l’uomo nudo che nascondiamo dentro noi stessi.
1) Perdersi.
2) Camminare a Zurigo quando soffia il föhn.
La sera prima del viaggio a Zurigo avevo un incontro in una libreria di Como. Alla fine ho salutato i librai e mi sono allontanato, mentre loro chiudevano bottega. Dopo qualche metro però mi sono accorto che non sapevo più dove fossi. Non solo, mi ero pure scordato dove avevo parcheggiato l’automobile. Il telefono era morto, senza batteria. Ho pensato di chiedere un’indicazione a un passante… ma per dove? Ho camminato a lungo, mentre scendeva la sera, finché mi sono imbattutto per caso nel parcheggio. Il giorno successivo sono arrivato alla stazione di Bellinzona, pronto a prendere il treno per Zurigo, e ho scoperto che il treno stava partendo proprio in quel momento. Che cos’è accaduto? Perché prima ero puntuale e poi di colpo in ritardo? Non ci sono risposte. Quando ci si perde, non bisogna indugiare sulle cause dello smarrimento, bensì muoversi, camminare, cambiare treno.
In seguito, mentre aspettavo a Paradeplatz, ho ricevuto un messaggio di Yari. M’informava che, inspiegabilmente, si era perso lungo il tragitto dalla stazione alla piazza. Mi ha inviato fotografie strane di una città che non sembrava nemmeno Zurigo. Abbiamo provato a segnalarci la nostra posizione con il telefono, ma quando sono arrivato al puntino rosso che avrebbe dovuto essere Yari, non ho trovato nessuno: il puntino yarico si era spostato nel posto in cui lo stavo aspettando prima di andare a cercarlo.
Tutto ciò per dire che il momento in cui siamo riusciti a raggiungere lo stesso luogo – Paradeplatz, finalmente! – è stato come lo scioglimento di un nodo narrativo. Musica epica in sottofondo, scena al rallentatore. Siamo qui! Siamo noi! Questa è la nostra piazza! I nostri smarrimenti ci hanno regalato uno sguardo più fresco, pronto alla meraviglia (e ai punti esclamativi). Tuttavia ci siamo resi conto che Paradeplatz non era per niente “la nostra piazza”, perché stava soffiando il föhn ed erano tutti matti… noi compresi, come dimostrano gli smarrimenti di cui sopra.
Il föhn, o favonio, è un vento caldo, secco, sfibrante. La piazza sussultava a ogni sferzata, sorpresa nella sua intimità. C’erano tre lavori in corso: due per terra e uno sul tetto di un palazzo. L’uomo al volante della macchina pulitrice aveva uno sguardo trasognato. Dal cantiere sul tetto, calavano colpi di martello, uno dopo l’altro, sopra il vocio di un gruppo di bambini (nervosi pure loro) e sopra la telefonata accorata di un signore di mezza età che ripeteva, allo sfinimento, «quando non ci sarò più, andrà tutto bene, aspetta che non ci sarò più, andrà tutto bene quando non ci sarò più». Mentre prendevo appunti sul mio taccuino una signora anziana con una nuvola di capelli azzurri vaporosi, mi ha sorriso comprensiva. È il föhn, sembrava che volesse dirmi, non puoi farci niente.
Accanto a lei, sulla panchina, sedeva una ragazza vestita di giallo. Stava leggendo Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle, in italiano. Assorta, concentrata, con una piccola ruga sulla fronte. Mi sono ricordato che il romanzo racconta di un viaggio in terre remote: un gruppo di esploratori arriva su un altopiano isolato, in mezzo alla foresta amazzonica, sul quale vivono creature preistoriche. Terre remote? Di certo non sono più lontane di Paradeplatz, oggi, qui.

[AF]

*

Ore 10:38, Yari – Caro, mi confermi il pranzo al sacco?
Ore 10:42, Andrea – Sì, io non l’ho portato, ma compro qualcosa a Zurigo. Ricorda la poesia!
Ore 10:45, Yari – Non preoccuparti, ho preparato un tramezzino di endecasillabi.
Ore 10:46, Andrea – Ottimo se ci bevi sopra un sonetto caudato.
Ore 10:49, Yari – D’altra parte, il sonetto caudato è parente del caffè corretto, no?
Ore 10:51, Andrea – Certo, poi c’è chi esagera e prende un madrigale on the rocks.
Ore 11:00, Yari – Sono gli stessi che si fanno uno stornello non filtrato e poi lo trovano denso.
Ore 11:55, Yari – Tra l’altro, diversi disturbi sulla linea ferroviaria. Spero di arrivare. Ho paura che non resisterò e azzannerò il mio panino prima di arrivare a Paradeplatz.
Ore 12:28, Yari – 12 minuti di ritardo. Vediamoci pure a metà strada, davanti a quel ristorante italiano che abbiamo visto l’ultima volta.
Ore 12:36, Andrea – Perfetto. A dopo.
Ore 13:23, Yari – Mi sono perso. [POSIZIONE]
Ore 13:26, Andrea – Cammina dritto e vai a sinistra. Perpendicolare. [POSIZIONE]
Ore 13:30, Yari – Acc, scusa, stavo andando al contrario, ma vale la pena: è un posto strano. Arrivo.
Ore 13:32, Andrea – Non trovo il ristorante italiano.
Ore 13:34, Yari (messaggio vocale) – “È molto semplice: se guardi in direzione della stella polare e giri due volte a destra di te stesso, ecco, ci arrivi facilmente”.
Ore 13:34, Andrea – Ma dov’è? Sono alla fontana circolare grande, dove il mese scorso stava seduto il cuoco. Vicino al negozio di foulard.
Ore 13:35, Yari (messaggio vocale) – “Oppure, come diceva il mio vecchio docente di geografia, diritto verso il nord della Polare”. [POSIZIONE]
Ore 13:36, Andrea (messaggio vocale) – “Stai dicendo che tu aspetti al ristorante italiano sapendo che potrebbe accadere di tutto. Qui sta già accadendo di tutto, perché c’è in giro molta più gente strana del solito. Prova a fare un salto alla fontana”.
Ore 13:38, Yari – Fontana circolare? Circo ilare? Lucio Fontana? Ilare uccello?
Ore 13:40, Yari – Ma come?! Ti sei spostato? [POSIZIONE]
Ore 13:41, Andrea – [POSIZIONE] Fermo lì!
Ore 13:41, Yari – Io sono qui. Di fianco a me fumano un sigaro cubano. Quasi quasi mi sposto, però, perché a questo punto sarà deludente incontrarsi.
Ore 13:42, Yari – Ho appena visto transitare una ragazza che deve aver confuso il senso del ridicolo con il senso di marcia, e se ne va in giro su trampoli argentati con la gonna più corta di una sigaretta (fumata a metà).
Ore 13:43, Andrea – Macchina.
Ore 13:44, Andrea – Pulitrice.
Ore 13:44, Yari – Ti vedo. Cioè, vedo le tue scarpe rosse.

[…]

Ore 15:03, Yari – Sono sul treno.
Ore 15:14, Andrea – Anch’io.
Ore 15:29, Yari – Mi scrive mia moglie: “Certo che erano tutti strani. Succedono sempre cose strane a Zurigo, quando c’è il föhn. Lo diceva anche Dürrenmatt”.
Ore 15:29, Andrea – Bello! Con il föhn sono tutti nudi…
Ore 15:29, Yari – Sì, come gli alberi spogliati dall’autunno.
Ore 15:31, Andrea – E come gli atri delle banche.
Ore 15:33, Yari – Spogliati anche quelli dall’autunno (dell’animo umano?).

[YB]

*

È difficile incontrarsi.
Per fortuna, come dimostrano i messaggi trascritti da Yari, la tensione verso l’incontro è già una vicinanza. I messaggi s’interrompono quando siamo arrivati davvero nello stesso luogo. Dentro quella parentesi quadra – […] – oltre a osservare quanto accadeva intorno a noi, abbiamo letto una breve poesia di Federico Hindermann.

Vivi tra molti
parenti, amici, l’età confondi,
storie d’altrove, non sai chi ascolti

[AF]

*

La vita potrebbe essere proprio una parentesi quadra dove inscatolare tutti gli incontri che si fanno per strada o nei libri. Creature con cui si sorride, si soffre, si mangia. E alla fine non sai se sei tu a essere loro o loro a essere te. Confondi la tua voce con quella degli altri.

[YB]

PS: Il riferimento di Simenon all’homme tout nu si trova in parecchi testi o interviste; per esempio nella conferenza Le romancier, tenuta a New York nel 1945: Je me rapprochais de l’homme, de l’homme tout nu, de l’homme en tête à tête avec son destin qui est, je pense, le ressort suprême du roman. Il testo completo si trova in L’Âge du roman (Complexe 1988).PPS: Il mondo perduto venne pubblicato da Arthur Conan Doyle nel 1912. Fu tradotto in italiano per la prima volta nel 1913 e da allora pubblicato in varie edizioni. È la prima storia con il professor Challenger, protagonista di una serie di racconti e romanzi precursori del genere fantascientifico.PPPS: La poesia di Hindermann è tratta da I sette dormienti, a cura di Matteo M. Pedroni, Bellinzona, Sottoscala, 2018.PPPPS: Vi segnaliamo le altre puntate della serie. Siamo già stati a Paradeplatz in gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugnoluglio e agosto.

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La mia felicità

Gli Svizzeri muoiono felici è la storia di un incontro impossibile. Spesso gli incontri impossibili finiscono per accadere, magari proprio quando nessuno ci sperava più: la vita infatti, come diceva il poeta Vinícius de Moraes, è l’arte dell’incontro. Il romanzo, in uscita in questi giorni per l’editore Guanda, parla di solitudine e nostalgia, di fuga, di accoglienza. Le Alpi e il deserto del Sahara fanno da sfondo a una vicenda dove la morte, l’irrimediabile lontananza, ferisce l’animo dei protagonisti. Ma nello stesso tempo, la scoperta dell’altro dischiude la possibilità della speranza. Il “booktrailer” di Alessandro Tomarchio dura un minuto e non rivela niente della trama; è un piccolo cortometraggio d’autore, liberamente ispirato ai luoghi e all’atmosfera del romanzo.

Le immagini mostrano l’altopiano della Greina, nella Svizzera italiana. Ideato, girato e montato da Alessandro Tomarchio (che è anche l’autore della colonna sonora), il video è stato realizzato grazie alla disponibilità di Martina e Paolo, che hanno fatto da guida al regista nei luoghi dove si svolgono molte scene del romanzo.
Trovate qui il risvolto di copertina, con qualche citazione dal testo, e qui le date delle presentazioni. Ne approfitto per ringraziare chi mi ha aiutato nel lavoro della scrittura: Ibrahim Kane Annour e tutti gli altri Tuareg che mi hanno ispirato (alcuni vogliono mantenere l’anonimato, perché preferiscono apparire nascosti nel personaggio di Moussa ag Ibrahim); i miei amici, i miei famigliari e i miei lettori di fiducia: Anna, Eloisa, Erina, Lucia, Maria, Michele, Nicola, Paolo, Tommaso, Yari. Sono grato a tutto il gruppo di Guanda, in particolare ad Annachiara, Monica, Paola, Lucia, Viviana. Come sempre, un pensiero speciale per la mia editor Laura Bosio, che mi ha aiutato a portare a termine questo viaggio fra l’Assekrem e la Greina.
A un certo punto, nel romanzo, l’investigatore Elia Contini viene interrogato da uno psicanalista.

 – Lei, per esempio, come giudica la sua vita da uno a dieci?
Contini sperò che fosse una domanda retorica. Ma non lo era.
– Allora? Mi dica? Si dà la sufficienza?
Contini sospirò. – Faccia come vuole. Dieci?
– Dieci! Caspita, lei è un uomo felice.
– Anzi, uno.

Non sono un uomo felice. Non lo sono mai stato. Questo non vuol dire che stia soffrendo per una circostanza precisa, né che mi sia accaduto qualcosa d’irreparabile (tranne la vita stessa), né tantomeno che voglia lamentarmi. Ma fin da bambino, non ho mai avuto l’attitudine alla felicità. Non mi sono mai lietamente riconosciuto in un gruppo, nella baraonda del cortile non avevo voglia di gridare, non m’importava di vincere o perdere. Non mi piacevano le “festicciole”, i compleanni, le scampagnate. Non sto dicendo che fossi cupo e disperato; anzi, mi piaceva scherzare e – da adolescente – ero più o meno sempre innamorato. Ma quando tutti intorno a me, insieme, perdutamente, gioivano di una gioia collettiva, in me sorgeva il desiderio di stare in disparte. È un’ombra che mi accompagna ancora oggi. Al momento degli applausi, quando si levano i calici per un brindisi, quando si grida “viva gli sposi!” o “buon anno!” o “vittoria!”, mi affretto a cercare la via di fuga più vicina. Non è una posa o un moto d’orgoglio. Semplicemente, mi rendo conto di non essere portato per la felicità. O forse devo ancora capire che cosa sia.
Gli Svizzeri muoiono felici è un romanzo noir, con il suo intreccio poliziesco e i suoi colpi di scena, ma nasconde anche una domanda sulla felicità. Da un paio d’anni mi ronzava in mente la storia di un uomo che sparisce nel cuore delle montagne. Nello stesso tempo mi è capitato di conoscere alcune persone di origine tuareg; nei loro racconti ho sentito affiorare una nostalgia e un desiderio che assomigliavano a ciò che provavo io. È possibile sentirsi vicino a un luogo dove non si è mai stati? È possibile che, nell’identità multipla di cui siamo fatti, ci sia posto anche per paesaggi e culture conosciute solo tramite i racconti? Credo di sì: non bisogna mai sottovalutare la forza di un racconto. La scrittura, fra mille altre cose, è anche compiere l’esercizio di essere un altro, pur restando sé stessi. Scrivere (e leggere, naturalmente) è sempre una ricerca, è un modo di progredire. Forse, a proposito, l’uomo felice è proprio «colui che, senza cercare direttamente la felicità, trova per di più inevitabilmente la gioia nell’atto di giungere alla pienezza e al punto estremo di sé stesso, in avanti» (Pierre Teilhard de Chardin).
Credo che ci sia una correlazione profonda, anche se nascosta, fra la Svizzera e il Sahara. La ricercatrice Jeanne-Marie Baude scrisse che «ci sarebbe tutto uno studio da fare sulla letteratura del deserto nella Svizzera romanda contemporanea». L’idea si potrebbe allargare alla letteratura europea in generale, che spesso ha fatto i conti con il concetto esistenziale di “deserto”, al di là dell’aspetto puramente geografico. Restando in Svizzera, alcune liriche di Anne Perrier hanno una consonanza con l’inquietudine di tanti poemi tuareg.

Oh, rompere gli indugi
Partire partire
Io non sono fra coloro che restano
La casa il giardino tanto amati
Non sono mai dietro ma davanti
Nella splendida bruma
Sconosciuta

La stessa Anne Perrier, trafitta dal blu delle lontananze, si avventura in un deserto che è forse anche la pagina bianca su cui si compone la poesia.

Questo laggiù
Questo canto questa alba
Questo volo di fronde
Questo orizzonte come un giardino
Che riposa nella luce
E gli aromi

La letteratura permette incontri impossibili, superando ogni distanza culturale e temporale. Si può dunque appartenere sia alle montagne fra cui è nata Anne Perrier (1922–2017), sia alle dune fra cui visse Kenoūa oult Amāstan, nata nel 1860. Colpita dalla bellezza di un uomo, Kenoūa ne scrisse con impeto e struggimento, evocandolo come se fosse un paesaggio.

Io, quest’anno, ho visto
una collina di muschio dai mille colori;
l’erba era d’oro e cresceva con vigore;
il miele mescolato con il burro ingrassava la terra;
il latte scorreva e bagnava la collina, racchiusa tra maglie d’argento.

Gli Svizzeri muoiono felici si muove tra paesaggi diversi, con voci diverse. Ma ogni personaggio, compreso lo stesso Contini, prova a un certo punto la tentazione di andarsene, di lasciarsi tutto alle spalle. La fuga porta alla felicità? Difficile dirlo. Probabilmente non si può essere felici senza una certa forma di leggerezza e di autoironia, senza un certo distacco dalle cose del mondo. Ma la felicità deve anche fare i conti con la vita quotidiana, con l’impietoso scorrere dei giorni.
Mi accorgo che sto ancora parlando di felicità. Come se le parole mi potessero avvicinare al sentimento… Magari è proprio così, vai a sapere. Lo stesso Giacomo Leopardi, quando scriveva, non poteva fare a meno di una certa allegrezza: «Ma quantunque chi non ha provato la sventura non sappia nulla, è certo che l’immaginazione e anche la sensibilità malinconica non ha forza senza un’aura di prosperità e senza un vigor d’animo che non può stare senza un crepuscolo, un raggio, un barlume di allegrezza» (Zibaldone, 24 giugno 1820).PS: La vita, amico, è l’arte dell’incontro è un album di Vinícius de Moraes, Giuseppe Ungaretti e Sergio Endrigo pubblicato dalla Fonit Cetra nel 1969. Il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin è tratto dall’opera Sur le Bonheur (Seuil 1966), tradotta in italiano da Annetta Daverio con il titolo Sulla felicità (Queriniana 1990; 2013). La frase di Jeanne-Marie Baude proviene dal saggio “La voix nomade de Anne Perrier”, in Gérard Nauroy, Pierre Halen, Anne Spica, Le Désert, un espace paradoxal, atti del convegno all’Università di Metz (13-15 settembre 2001), Peter Lang, Berna 2001. I versi di Anne Perrier si trovano nell’opera La voie nomade (1982-86), in La voie nomade et autres poèmes. Œuvres complètes 1952-2007, L’Éscampette Éditions 2008. I versi di Kenoūa oult Amāstan si trovano in Chants touaregs recueillis et traduits par Charles de Foucauld (Albin Michel 1997; in origine pubblicati da Charles de Foucauld in due tomi, con il titolo Poésies touarègues, nel 1925 e nel 1930). Sono mie le traduzioni dal francese.

PPS: La fotografia sotto il “booktrailer” raffigura il regista nell’atto di filmare. Anche la fotografia con i fiori blu rappresenta uno scorcio della Greina: le genziane primaticce (Gentiana verna) mi sembrano una buona immagine, se non della felicità, almeno della speranza.

PPPS: Ecco un altro video, sempre girato sull’altopiano della Greina, in cui le parole dell’incipit lottano contro il vento…

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