Myaungmya

“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.

Maggio
Hanafuda: Iris / Ponte
Luogo: Myaungmya, Myanmar (Birmania)
Coordinate: 16°31’20.5″N 95°10’56.7″E
(Latitudine 16.52237; longitudine 95.18241)
È una calda giornata di maggio. Alle sei di sera sono seduto da solo al tavolo di un bar, davanti a un parcheggio. Sto pensando a un quadro di Van Gogh intitolato Iris. L’artista lo dipinse nel maggio 1899, un anno prima di morire, quando era ricoverato nell’ospedale del monastero di Saint-Paul-de-Mausole, a Saint-Rémy-de-Provence. Dopo una settimana di degenza, Van Gogh si affidò alla vivacità, alla leggerezza, all’incanto di questi fiori per non sprofondare nella solitudine e nella malattia. Fece in modo che il viola si stagliasse sul verde e sul bruno, e cercò di trovare pace nella precisione del suo lavoro, nel gesto abituale, mostrando ancora una volta quanto un semplice giardino non sia mai soltanto un semplice giardino.
Ordino un bicchiere di vino bianco secco. Bere un aperitivo da solo è un’attività che consente di rallentare il tempo, almeno in apparenza. Il mio pensiero spazia dalle iris della Provenza alle chiacchiere dei miei vicini di tavolo. Osservo una macchina che tenta di parcheggiare. Vedo il segno L della scuola guida e capisco che l’automobilista dev’essere alle prime armi… infatti l’operazione fallisce. Allora pilota e co-pilota si scambiano di posto: la ragazza che era alla guida cede il posto alla donna che la stava istruendo. Ma nemmeno quest’ultima è in grado di parcheggiare la macchina. Le due, nervosamente si scambiano di posto un’altra volta. Di colpo, noto una cosa straordinaria: la conducente e l’insegnante sono la stessa persona! Entrambe vestite con leggins e maglietta nera, entrambe con i capelli ricci e neri fino alle spalle, con gli stessi identici lineamenti.
Mentre infine una delle due riesce a parcheggiare, capisco meglio la scelta di Van Gogh, la scelta di ogni artista. C’è sempre una spiegazione banale: le due ragazze sono sorelle, vicine per età e molto simili d’aspetto; oppure sono madre e figlia, e la madre è estremamente giovanile. Ma noi davvero vogliamo le spiegazioni banali? Davvero il nostro pensiero non preferisce navigare verso l’impossibile? Basta poco. Io che faccio scuola guida a me stesso. Il mio doppio che riesce a parcheggiare dove io ho fallito.
Mi è capitato di ripensare all’oscillazione fra reale e immaginario sulla strada fra Kyonmange e Myaungmya, nel sud della Birmania (o del Myanmar). L’automobile procede lungo una strada sterrata. Alla guida c’è un uomo sulla sessantina, che mi ha detto di chiamarsi U Kan e che, in un misto tra inglese e francese, prova a spiegarmi perché il paese dei suoi sogni non sarà mai come quello reale.
Mi spiega che stiamo costeggiando l’Irrawaddy, il grande Fiume Madre. Mi dice che da bambino amava navigare con la barca di suo zio nel mezzo della corrente. Stava sdraiato nel fondo dell’imbarcazione, con il cielo negli occhi. Poi si rialzava e il paesaggio appariva meraviglioso: le variazioni di colore dell’acqua, le foreste, i piccoli porti, le città, i delfini di fiume…
– At that time there were still dolphins – borbotta. – It was the childhood. But c’était la misère. We everytime hungry, we scared.
Il Myanmar (o Birmania) resta fra i paesi più poveri del mondo. Inoltre la violenza non è mai lontana: le minoranze cristiane e islamiche sono perseguitate da gruppi di fondamentalisti buddisti.
– My name is Kan. C’est la fortune, the luck… – il mio autista scoppia a ridere. – We are alive… we are all lucky, okay, c’est la belle vie, non?
Il fiume Irrawaddy (ဧရာဝတီမြစ်) nasce sull’Himalaya, a quasi seimila metri di quota, e scorre per 2170 chilometri prima di gettarsi nell’Oceano Indiano. Mi sono informato: in effetti i delfini di fiume, cioè le orcelle asiatiche (Orcaella brevirostris) sono in via di estinzione. Il mio autista, nonostante tutto, si dice speranzoso.
– Kò – mi chiama. – Kò, we have a great river.
A dodici chilometri dalla città di Kyonmange, ci fermiamo a Myaungmya. Facciamo due passi tra i campi, sulla destra. Davanti a noi c’è un ponte che supera un canale perpendicolare all’Irrawaddy. Il mio autista dice che gli piacciono i ponti. La sua opinione è che dovrebbero fare più ponti. Io penso a Van Gogh, alle gemelle della scuola guida, al passaggio precario tra la quotidianità e l’immaginazione. Gli dico che anche a me piacciono i ponti. Lui si fa pensieroso. A proposito, mi chiede, perché ho voluto fermarmi proprio qui? Che cosa sono venuto a cercare a Myaungmya?
Rimango per un attimo in silenzio. – I don’t know – rispondo.
Lui scoppia a ridere. – Ah, c’est la belle vie – ripete. – C’est la belle vie…

HAIKU

Splende nel calice
un vino bianco freddo.
È quasi estate.

 

PS: Questo è il quinto “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraiomarzo e aprile.

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Igarapeba

[“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.]

Aprile
Hanafuda: Glicine / Cuculo
Luogo: Igarapeba, São Benedito do Sul, Pernambuco, Brasile
Coordinate: 8°48’09.8″S, 35°54’15.7″W
(Latitudine -8.80271; longitudine -35.90437)
Mi sono allenato poco. I muscoli, mezzo addormentati, inviano al cervello messaggi di protesta. Salgo sui pedali, poi mi siedo e tento di respirare con regolarità. Cerco il passo giusto, l’andatura che mi permetta di arrivare in cima. Per la prima volta le temperature sono quasi estive, il sole avvampa, insetti e tosaerba ronzano ovunque lungo la via. Un’altra curva. La strada è sempre più ripida. La fatica mi aggredisce, mi prende alla gola. I polmoni chiedono aria. Da qualche parte intorno a me, come a ritmare la mia pedalata, arriva il canto di un cuculo. Il battito frenetico del mio cuore in qualche modo si accorda a quel basso continuo, a quella sillaba ripetuta sempre alla stessa altezza, nella stessa tonalità.
Il mondo, filtrato dalla fatica, appare più calmo, più armonioso. Il mio affanno mi spinge a pensare a ciò che manca, a ciò che resta fuori dal quadro. C’è chi non è pronto alla primavera. Le persone ferite, le cose che non vanno, chi non procede al passo degli altri, chi sanguina da una ferita che non si rimargina nemmeno al sole dei giorni migliori. Dopo un tratto di pianura, affronto un’altra salita. Dal prato alla mia destra salta fuori una cavalletta e si posa proprio davanti alla ruota. Tutto avviene in fretta. La bicicletta avanza, sovrasta l’animale… ma appena un secondo prima di finire schiacciata la cavalletta balza di nuovo, fugge, torna al suo prato.
Il tempo, il momento giusto. Sto avanzando ancora in bicicletta, ma stavolta lungo un altopiano a São Benedito do Sul, nello stato brasiliano del Pernambuco. Il mio obiettivo è il villaggio di Igarapeba: in linea d’aria è a un paio di chilometri, ma in bicicletta, secondo i miei calcoli, sarano dieci chilometri. Poi vorrei scendere verso sud, fino all’agriturismo Fazenda Mambuca, dove trascorrerò la notte. Ma per arrivarci devo prima capire come raggiungere la strada carrozzabile. Il viottolo sterrato che mi ha portato fin qui si è perso nell’aia di una fattoria. Le nuvole incombono basse, minacciando pioggia. Dicono che da queste parti si possono ammirare cascate stupende, ma al momento intorno a me vedo solo erba e polvere.
Mi avvicino alla fattoria. Chiamo. Dopo un paio di minuti, si affaccia un uomo corpulento, sulla cinquantina. Mi viene incontro.
– Para onde vais?
– Igarapeba.
– Você anda de bicicleta?
Annuisco. L’uomo fa un sospiro. Mi stringe la mano.
– José.
– Andrea.
Dopo avermi offerto un bicchiere d’acqua, José prova a disegnarmi la strada su un pezzo di giornale. In realtà, mi spiega, il tratto più difficile sono i primi cinque o seicento metri: devo spingere la bicicletta a mano fra i campi, trovare il modo di attraversare il fiume e arrampicarmi fino alla strada. José mi dice che la strada sale per qualche chilometro, ma poi è tudo em declive, è tutta discesa fino a Igarapeba. Prima di salutarmi, José mi consiglia di fermarmi al bar Encontro Dos Amigos in rua do Comercio, se è aperto, e di scolarmi una birra alla sua salute.
Il momento giusto. Il posto giusto. Essere nel terrazzo di un bar, a Igarapeba, all’ombra di un albero o di una pergola, a bere una birra che lavi tutta la polvere del viaggio. Una birra fresca, il sudore sulla pelle. Gli occhi sazi di colline, campi, erba lisciata dal vento. Mentre spingo la bicicletta verso il fiume, rifletto sulla semplicità della mia situazione: lo sforzo fisico, la sete, il desiderio di sedermi a un tavolo, di scambiare due parole con uno sconosciuto. Cerco d’immaginare la mia meta. Un piccolo bar dalle pareti appena intonacate, una terrazza coperta di glicine. Il bianco, il viola. Una birra che, nel pensiero, diventa sempre più fresca, sempre più rigenerante.
Questi desideri banali mi parificano al mondo, mi ancorano alla cosiddetta “attualità” più del flusso d’informazioni che invade il mio telefono. Penso al vecchio pezzo di giornale dove José ha disegnato la strada. Che ci sarà stato, su quel giornale? Le solite polemiche, i soliti discorsi sui massimi sistemi, la retorica dello sport, il miagolìo della cultura, la politica con le sue parole – destra, sinistra, volontà popolare – sempre più prive di senso, sempre meno adatte a descrivere il buio, il terrore, ma anche la meraviglia e l’incanto dell’attimo presente.

HAIKU

In bicicletta –
Il cuculo sorprende
la mia fatica.

 

PS: Questo è il quarto “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaiofebbraio e marzo.

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Panchinario 38-45

Giorno dopo giorno, il popolo delle panchine si muove sul nostro pianeta. È una tribù senza terra, una nazione senza confini. Le donne e gli uomini che si siedono sulle panchine, ovunque nel mondo, hanno la stessa cittadinanza, lo stesso invisibile passaporto. Dalla coppia di adolescenti che si avvinghia in un abbraccio al vecchio che, dopo una perigliosa camminata, approda in un luogo sicuro. Spinti dalla curiosità, dalla stanchezza, dalla noia. Non importa come ci arriviamo. Ma una volta seduti, siamo in una zona franca. A pochi metri da noi si erigono statue, si asfaltano strade, crollano le borse, bruciano i boschi, passano cortei di festa o di protesta, si fanno elezioni, convegni, giornali, rapine. Fra qualche minuto dovremo varcare la frontiera e occuparci di queste faccende. Ma ora siamo lontani. Abbiamo chiesto asilo politico a un altro Stato, senza governo e senza leggi. Siamo qui. Siamo il popolo delle panchine.

38) FRANKENTAL, all’incrocio fra Limmattalstrasse e Bombachhalde
Coordinate: 2’678’577.8; 1’250’956.8
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… dare un’occhiata alla fine del mondo.
Oggi non c’è nessun luogo che si possa definire “distante”. In poche ore si arriva dappertutto, anche i deserti e le foreste sono stati esplorati, sulla cima dell’Everest manca poco che mettano un tavolo da picnic. Come raggiungere dunque la fine del mondo? Personalmente faccio così: vado a Zurigo, prendo il tram numero 13 e scendo al capolinea. Frankental. Non so perché questa parola risvegli in me una sensazione di lontananza. In fondo è un quartiere di periferia come tanti. Eppure, c’è qualcosa di remoto, di misterioso. Frankental. Fra i palazzi e le case residenziali appaiono vigneti, pezzi di prato, negozi di alimentari, palestre. Dall’alto si vede la Limmat che scorre maestosamente. Oltre il fiume appaiono cantieri, gru, ciminiere di fabbriche. Sbuffi di fumo bianco salgono verso il cielo. Frankental.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

39) CAPRINO, fra il Sentiero alla Cava e il Vicolo delle Cantine
Coordinate: 2’719’809.3; 1’094’069.0
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… leggere una poesia di Vittorio Sereni.
Il sentiero corre accanto ai moli, alle barche tirate in secco. Il sole si posa di striscio sull’acqua. Supero scalinate, terrazze, vigne, bandiere, finché arrivo a questa panchina che, me ne accorgo subito, ho già visto. Ma quando? Come? Con chi? Lentamente ritrovo i brandelli di un ricordo; ma sono passati anni, il me stesso di allora mi pare un altro. Con quali occhi avrò guardato la baia di Lugano, il monte Brè, il San Salvatore? E quali pensieri urgenti, quali sogni mi occupavano il pensiero? Nel momento in cui credo di riafferrarlo, quell’Andrea remoto mi sfugge, e di lui resta solo un riflesso, un brivido fra l’acqua e le montagne. «Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema / ma pari più non gli era il mio respiro / e non era più un lago ma un attonito / specchio di me una lacuna del cuore» (Vittorio Sereni, “Un ritorno”, in Gli strumenti umani, Einaudi 1965).
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40) BELLINZONA, piazza Indipendenza
Coordinate: 2’722’275.4; 1’116’602.3
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… entrare in contatto con gli alieni.
Sono le quattro del mattino della prima notte di carnevale. Una folla di sopravvissuti sta riparando verso casa. In mezzo alla piazza svetta un’astronave aliena a forma di obelisco, giunta dalle profondità dello spazio. Accasciato di fianco a me, proprio sotto l’insegna del WWF, c’è un grande orso dal pelo nero. Mi accorgo che sta piangendo, con la faccia nascosta tra le zampe. Nella piazza arrivano tre macchine pulitrici… o sono dei robot marziani? La mia panchina è vuota, mentre su quella di fianco sono approdati sei personaggi in cattive condizioni: un frate, un figlio dei fiori, un pollo, un tizio in calzamaglia rosa e altre imprecisate creature. Quando scatto un’istantanea alla mia panchina, una ragazza mi chiede con garbo: «Cazzo ti fotografi?» Mentre mi allontano, a lungo m’insegue la voce del frate. «Torna qui, zio, dai, torna qui… facciamoci un selfie insieme, dai… ehi, zio, facciamoci un selfie!»
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Colonna sonora (30 secondi):

 

41) MÜNCHENSTEIN, sulla Loogstrasse accanto alla chiesa St. Franz Xaver
Coordinate: 2’613’200.8; 1’263’296.6
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… giocare a rimpiattino.
Sono in un villaggio poco lontano da Basilea. Mi siedo sulla panchina un pomeriggio d’inverno. Di fronte a me c’è una scuola. All’improvviso, sento un concerto di voci infantili: risate, strilli, richiami… Eppure non vedo nessuno, com’è possibile? Intuisco che i bambini stanno giocando a rimpiattino nel cortile della scuola, che si trova dall’altra parte dell’edificio. Li ascolto, immaginando le fughe, le rincorse. E come per miracolo, ogni cosa partecipa al gioco: il sole che si nasconde l’albero, i rami dell’albero che inseguono la primavera, la mia infanzia che di colpo si affaccia alla memoria e cancella il tempo. Ho la strana, irragionevole certezza che, se andassi a dare un’occhiata, troverei il me stesso bambino che tenta di nascondersi in un angolo del cortile. Un po’ intimidito, alzerebbe gli occhi e mi chiederebbe: dove sei stato per tutto questo tempo?
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42) MADONNA D’ARLA, tra Fiè e il Pian Piret
Coordinate: 2’721’423.3; 1’103’304.7
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… inventare fiabe.
C’era una volta un orco giardiniere. Era molto bravo, ma a causa del suo aspetto terrificante non lo voleva nessuno. Alla fine venne assunto dal diavolo in persona. Il demonio, infatti, possiede un piccolo giardino aspro e scosceso in mezzo alle montagne, nascosto da una serie di picchi taglienti che la gente del posto chiama “Denti della vecchia”. Adesso l’orco lavora lì e ogni tanto, insieme alla gramigna e alla zizzania, coltiva di nascosto qualche tulipano. Un giorno il diavolo lo scopre e si arrabbia, sprizza fuoco e fiamme. «Sono così belli!», balbetta l’orco. «Il mio giardino non è fatto per la bellezza!», ringhia il demonio. Ma il mattino, appena sveglio, quando non c’è nessuno, il diavolo passa come per caso davanti ai tulipani. Li guarda appena, con la coda dell’occhio. E sente risuonare dentro di lui, fievole, lontano, un rintocco di nostalgia.
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43) MILANO, in Largo Corsia dei Servi
Coordinate: 45°27’52” N; 9°11’46” E
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… leggere un autore russo.
«Non era ancora buio, ma qua e là, nelle case si cominciavano ad accendere i lumi […]. Laptèv, seduto su una panca vicino al portone, attendeva che l’ufficio del vespro finisse nella chiesa di San Pietro e Paolo: contava di vedere Jùlija Sergèevna e di parlarle, sperando di passare forse la serata intera con lei.» A pochi passi dal Duomo, la chiesa di San Vito in Pasquirolo (originaria del XII secolo, ricostruita nel XVII) è oggi affidata a una comunità ortodossa russa. Dalla mia panchina, sento il chiacchiericcio dei passanti che si mescola alle salmodie. Fra poco dal portone uscirà Jùlija Sergèevna… e passeggeremo lungo il viale e sarà come essere in campagna. «Si percepiva un sussurrìo di voci femminili, risa soffocate; qualcuno suonava piano, dolcemente, la balalàjka. Vagava nell’aria un odore di tiglio e di fieno» (A. Cechov, Tre anni, traduzione di E. Reggio e M. Shkirmantova).
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44) GIUBIASCO, in viale 1814
Coordinate: 2’721’557.5; 1’115’273.2
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 1 stella su 5
Ideale per… parcheggiare.
Per immettervi nel parcheggio dovete camminare sul marciapiede e poi svoltare a sinistra, segnalando col braccio il cambio di direzione. Scalate le marce dei muscoli e attraversate lo spiazzo. Dovreste riuscire a sedervi sulla panchina senza fare troppe manovre. Si trova esattamente al centro di uno stallo delimitato da strisce bianche. Posteggiatevi, allungate le gambe, rallentate il battito del motore. Se fa caldo socchiudete anche i fari e, benché la panchina non sia comoda, magari vi appisolerete. Io ci sono stato di domenica, quando il piazzale d’asfalto era deserto e io solo, sotto il sole, stavo seduto sul cemento. Una domanda mi tormentava: che cosa diavolo ci fa una panchina in mezzo allo stallo di un parcheggio? Ma poi ho pensato che era pur sempre una panchina in più. E per combattere il caldo mi sono tolto la giacca… oppure ho abbassato i finestrini? Vai a sapere. In primavera la mia memoria è lenta come un diesel.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

45) CAMORINO, via In Muntagna
Coordinate: 2’721’713.8; 1’113’800.8
Comodità: 2 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… aspettare la primavera
Questa panchina merita due visite, tra fine febbraio e inizio aprile (il periodo può variare a seconda degli anni). La prima visita rivela un paesaggio spoglio: erba giallastra e alberi secchi, dall’aspetto fragile. Ma osservando il piano di Magadino potete già percepire un rintocco nell’aria, una luce diversa. È come se la natura fosse percorsa da un brivido che in tutte le sue fibre la sveglia, la sommuove, la spinge verso la primavera. Provate allora a sognare il futuro: la lenta crescita delle gemme, l’arrivo del colore verde, sempre più intenso, l’azzurro, i fiori, il canto degli uccelli. Immaginate tutto ciò e serbatelo nel cuore, poi aspettate qualche settimana. Quando nello splendore di aprile tornerete alla panchina, resterete sorpresi. La primavera, come un grande artista, avrà superato la vostra immaginazione, dipingendo un paesaggio luminoso, colmo di fantasia e di speranza.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

PS: Grazie a chi mi aiuta, mi accompagna e mi fa scoprire nuove panchine. In particolare, grazie a Yari (Frankental), Eloisa (Münchenstein, Bellinzona), Gioele Z. (Madonna d’Arla), Gioele J. (Camorino).
Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine da 5 a 10, qui da 11 a 17 e qui da 18 a 23, qui da 24 a 30 e qui da 31 a 37. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

PPS: Alcune lettrici e lettori, che mi hanno scritto in privato, si aspettavano una panchina da Locarno e una da Firenze. Le ho posticipate per ragioni tecniche, ma arriveranno nelle prossime settimane.

 

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Makuya

[“Viaggi immaginari” è una serie di reportage da luoghi che non ho mai visto, scelti a caso sulla mappa del mondo. A farmi da guida l’antico gioco Hanafuda, che scandisce le stagioni dell’anno. Ogni mese le carte mi accompagnano nella scrittura di un racconto di viaggio e di un haiku.]

Marzo
Hanafuda: Ciliegio / Tenda
Luogo: Makuya, Lualaba, Congo
Coordinate: 9°29’11.1″S, 21°53’15.3″E
(Latitudine -9.486342; longitudine 21.88759)
Sto pensando alla prima volta in cui ho visto il mondo dall’alto. Non il mondo intero, naturalmente, ma una porzione di esso: una città, un prato o un fiume che scorre sotto un ponte. Se mi affido alla memoria, scorgo me stesso fra i rami di un grande ciliegio. Ricordo la vertigine, le teste dei miei famigliari sotto l’albero, le braccia di mio zio che mi sorreggevano. Sento il brivido di chi si avventura in un mondo nuovo, dove tutto è diverso, tutto ha un’altra consistenza. Invece di solida terra, rami sempre più fragili a salire; invece di strade, piste avventurose di foglie e corteccia. E poi lo sfolgorìo delle ciliegie, la loro dolcezza, il nocciolo da sputare verso il basso, come un gesto di addio al vecchio mondo orizzontale.
Il ciliegio non esiste più da anni. Oggi in mezzo al prato spunta un ceppo. Il tronco, i rami, l’ombra nei pomeriggi assolati… tutto ciò vive solo nella memoria. Provo a ricostruire quell’ombra, a rifugiarmi nella sua frescura mentre cammino in mezzo alla savana, nel sud ovest del Congo. Il cielo è nuvoloso, l’aria è piena di umidità. Sono zuppo di sudore. Mi fermo e bevo un sorso d’acqua, mentre cerco di orientarmi fra l’erba alta e gli arbusti. Davanti a me, a qualche centinaio di metri, scorgo una macchia di foresta più fitta. Controllo la mappa e mi accorgo che sto andando nella direzione sbagliata (o almeno credo). Mi volto dall’altra parte e riprendo a camminare. La pista dovrebbe essere a un paio di chilometri. A quel punto, dirigendomi a nord, dovrei arrivare a un villaggio poco distante dal fiume Kasai.
Le cinghie dello zaino s’incidono nella pelle. Piove, poi smette. Ho bisogno di udire una voce, di sapere che c’è qualcuno in fondo a questa pianura. Mi sento come se una tenda invisibile mi avesse separato dalle case, dalle famiglie, dalle risate e dalle urla, dall’odore del cibo e della pelle, da tutto ciò che è umano. Oltre la tenda c’è tutta la mia vita, il passato e il futuro, ciò che potrei essere, che dovrei essere: il bambino sul ciliegio, l’adolescente che si perde nei romanzi, il figlio, il padre, l’uomo che scrive e quello che sta in silenzio, il moribondo, la creatura appena nata.
Rifletto sulla sofferenza di questo paese. Le ferite sono aperte: nonostante le elezioni dello scorso dicembre si siano svolte senza violenza, molti contestano i risultati. Ci sono gruppi armati, proteste, ampie zone di terreno minato. Ma forse qui, a più di novecento chilometri in linea d’aria da Kinshasa, l’eco delle battaglie è più fievole. Un passo dopo l’altro, mi avvicino alla pista. Un pensiero dopo l’altro, cerco di guardare di là dalla tenda.

HAIKU

Guardando giù
dall’alto di un ciliegio
vedo me stesso.

 

PS: Questo è il terzo “viaggio immaginario”. Ecco le puntate di gennaio e di febbraio.

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Ztalpedarap

#Paradeplatz2018 è stato un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli. Da gennaio a dicembre 2018, per dodici mesi, ci siamo dati appuntamento a Paradeplatz, ci siamo seduti con una poesia ogni volta diversa, abbiamo cercato di capire meglio questo luogo e le persone che lo attraversano (compresi noi stessi). Abbiamo allenato il nostro sguardo, abbiamo sperimentato diverse modalità di scrittura, ci siamo posti domande le cui risposte erano altre domande.

E così siamo tornati. Senza grandi pretese o – peggio – intenti simbolici. Siamo tornati perché volevamo incontrarci e risultava comodo per entrambi. Ci siamo quindi limitati a gironzolare per qualche minuto. Abbiamo letto le insegne, le pubblicità sulle fiancate dei tram. Ci siamo fermati accanto alla vetrina di un gioielliere, dove una targa strillava una lista di città: New York, Beverly Hills, Paris, London, Tokyo, Hong Kong, Běijīng, Shanghai, Dubai, Moscow. Poi abbiamo guardato la vetrina. E proprio lì, attraversati da un vento sottile, ci siamo rivisti. Tra perle e brillanti. La piazza sullo sfondo appena diversa da come la ricordavamo, con le insegne dell’SBU e della essiuS tidérC. Eccoci qui. Abbastanza alti, dentro abiti neutrali e poco originali, con un sorriso a metà. Gli zaini colmi di libri, fogli e cianfrusaglie. Gli occhi appena malinconici, come ogni persona che abbia il tempo di guardarsi allo specchio, di dire io, tunoi. [YB+AF]

Ecco la lista dei nostri viaggi a Paradeplatz. Alla fine trovate pure un piccolo extra. In linguaggio contemporaneo: una bonus track con il making of.

Gennaio (episodio 1)
Non ci saremoSiamo seduti su una panchina e dopo pochi minuti siamo già i più vecchi abitanti della piazza. Gli altri corrono, noi restiamo. Nonostante il desiderio di abbandonarsi alla poesia dei capolinea e di balzare sul primo tram diretto allo zoo o a Frankenthal.

Febbraio (episodio 2)
Una piazza è una piazzaSiamo tornati a Zurigo con l’intento di non fare niente per un paio d’ore. Ma abbiamo scoperto che, se stai seduto abbastanza a lungo, a Paradeplatz appaiono agenti segreti, viaggiatori nel tempo, fanciulle stilnoviste e brucaliffi.

Marzo (episodio 3)
Un giorno ideale per i pescitaccuino
In mezzo ai tram e ai passanti, compare un tizio con una videocamera. Si avvicina e la punta contro di noi: nera, impassibile, attenta. Si scorgono i suoi denti aguzzi. E nel volgere di un attimo, gli osservatori diventano osservati.

Aprile (episodio 4)
FosforescenzeLa primavera ci ha colti di sorpresa: pensavamo d’incontrare la solita, vecchia piazza, ma Paradeplatz si è trasformata davanti ai nostri occhi, diventando un luogo insieme intimo e selvaggio, pieno di pericoli invisibili.

Maggio (episodio 5)
A testa in giù Esserci o non esserci. Cosa diventa un luogo quando non ci siamo? Ma soprattutto: esiste ancora? Cerchiamo di stare attenti ai piccoli vuoti, alle piccole coincidenze. Alla fine ci accorgiamo che, in certi casi, il modo migliore per visitare un luogo è mettersi a testa in giù.

Giugno (episodio 6)
A Zurigo, sulla luna I soliti tram e le solite cravatte di Paradeplatz: nemmeno il tempo di pensarlo e siamo finiti sulla luna. Capita a volte che, all’improvviso, ci si trovi davanti ai propri desideri: in fondo, siamo anche e soprattutto quello che saremmo voluti essere (senza riuscirci).

Luglio (episodio 7)
La solitudine del formichiere La piazza è inondata dal sole. La domenica passano pochi tram. In compenso sfilano piccioni altezzosi, ragazzi abbronzati, fanciulle che schioccano le infradito, famiglie che fanno jogging. Ci caliamo nella parte e andiamo allo zoo.

Agosto (episodio 8)
Pourquoi ici? Eccoci seduti l’uno di fianco all’altro. Entrambi con gli occhi cerchiati di sonno. Per ragioni diverse, la notte scorsa abbiamo dormito poco (fra tutti e due, meno di dieci ore). Dormire a Paradeplatz? Per un attimo il pensiero ci sfiora, ma è tutto troppo chiaro, troppo abbagliante.

Settembre (episodio 9)
L’uomo nudo Quando soffia il “föhn”, Zurigo è più stravagante, più colorata, più pazza. Nel tentativo di raggiungere per altre vie la piazza, stavolta ci siamo persi. Quando infine riusciamo a trovarci, nasce anche in noi – colpa del favonio! – un improvviso grano di follia…

Ottobre (episodio 10)
L’ultima sigaretta Che cosa nasconde il cuore del cuore di Zurigo? Che cosa ancora Paradeplatz non ci ha raccontato, in questi dieci mesi di corteggiamento? Un uomo barbuto si esercita a lanciare mozziconi di sigaretta. E noi scendiamo nel sottosuolo, cercando cunicoli e passaggi segreti.

Novembre (episodio 10)
Il sergente Studer?Gli alberi di Natale schierati sopra il tetto dell’UBS sembrano un plotone di esecuzione poco prima dell’alba. Ma non è l’alba. Non è nemmeno mattina, sebbene l’orologio segni le undici. È un mondo senza tempo, dove novembre a lungo scioglie il suo canto d’addio.

Dicembre (episodio 12)
Capolinea Frankental Se fino a oggi i nostri incontri zurighesi potevano apparire inutili o assurdi, che cosa dire di questo ultimo viaggio? Due persone adulte salgono sul tram numero 13 diretto a Frankental con l’unico scopo di andare a Frankental. Nient’altro che il desiderio di essere lì.

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Speciale!
BONUS (making of)

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