Perché i bambini piangono?

Ha senso interrogarsi sui neonati, fantasticando sui loro pensieri, quando là fuori ci sono tanti argomenti robusti e urgenti che dovrebbero attrarre l’attenzione di uno scrittore? Il mondo che va a rotoli, le guerre, le ingiustizie sociali, le persecuzioni, il riscaldamento climatico, i social network che ci stanno distruggendo, eccetera. Be’, credo che se vogliamo tentare una rinascita occorra chiedere agli specialisti, a chi è fresco di esperienza. Come scrisse il poeta Mario Luzi: «Così scendono e salgono verso l’avvenire / così avviene / l’avvenire nella loro lattea mente».

Quando tengo fra le braccia un neonato, non posso fare a meno di chiedermi tre cose.
1) Com’è arrivato qui?
2) Che cosa resterà nella sua memoria?
3) Che cosa conosce questo lattante che io non conosco?
Ho provato a intervistare una bambina nata meno di un mese fa. Lei è stata gentile, disponibile, ma le sue risposte sono difficili da interpretare.
RISPOSTA 1:

RISPOSTA 2:

RISPOSTA 3:

In attesa di riprovarci, preciso che la mia curiosità non mira a spiegazioni scientifiche; perciò ho chiesto a una bambina e non a un biologo. Prendiamo la prima domanda: mi hanno detto che il feto avverte la diminuzione del glucosio nella placenta e si formano degli ormoni e insomma per farla breve il bimbo si gira e poi cominciano le contrazioni eccetera. Ma a parte questo, immagino che il nascituro abbia un rudimentale piano d’azione, che so, forse nel cervello gli appare un’immagine, un sogno, una frase musicale, qualcosa in più che una reazione fisiologica di stress. A un certo punto il concetto di “nascita”, espresso senza parole e con sfumature indicibili, deve per forza attraversargli la mente.
Ve lo confesso: mi piacerebbe nascere di nuovo. Come avvenne la prima volta? Posso solo intuire quel momento di strazio e curiosità, quella percezione oscura che il grembo materno non basta più. Il feto ha i polmoni pronti per l’uso, anche se per nove mesi ha ricevuto l’ossigeno attraverso il cordone ombelicale. Ma il momento della partenza, la fatica di quel supremo passaggio – il primo respiro! – la vastità del mondo dispiegata come un castello di nuvole che senza fine mutano forma… ecco, mi piacerebbe ritrovare tutto questo.
A volte mi dico che è possibile. In fondo, tutto ciò con cui entro in contatto è più vasto di me: anche le cose che credo di avere capito, soprattutto quelle, aprono di continuo altre domande e sentieri da percorrere. Si può nascere di nuovo? Prima di tutto bisognerebbe essere capaci di desiderarla, una nuova nascita. Purtroppo con il tempo il desiderio tende ad appannarsi, almeno in questa epoca e in questa zona del mondo. È un paradosso: per rinascere serve un desiderio forte, ma per svegliare i desideri è necessario rinascere.

Mi sforzo di ricordare qualcosa delle mie prime settimane di vita. Sarà senz’altro un’illusione, però a volte affiora un’atmosfera che mi sembra antica: quando siedo da solo di notte in una stanza in penombra, oppure quando sento intensamente caldo o freddo, magari quando ho la febbre. A stupirmi è la sensazione di fragilità, di estrema inermità. Nessuno slancio, nessuna convinzione può resistere alla scoperta che sono preda della vita, questa vita-balena che m’inghiotte e mi tiene all’oscuro ogni volta che smetto di stare in guardia. Per uscire dalle balene bisogna avere pazienza. La reazione dei neonati è abbandonarsi alla madre, all’unica creatura che conoscono bene. Credo che anche ai neonati cresciuti e ingrigiti possa restare una certa capacità di avere fiducia. Da qualche parte nell’inconscio conserviamo almeno un brandello di ricordo: eravamo fiduciosi, lo siamo stati con tutti noi stessi. La balena non può avere l’ultima parola.
Provo a intervistare ancora la mia lattante di riferimento. Dalla sua risposta mi convinco che in effetti sappia molte cose più di me. Inoltre ho la sensazione che non ami essere intervistata (tanto giovane e già sottoposta alla tortura del giornalismo).
RISPOSTA 4:

Mi basta scrutare la bambina negli occhi, nell’intensita della pupilla che vede tutto senza guardare niente. La neonata ha percorso il più lungo, il più intenso dei viaggi che mai esploratore abbia osato, più che le spedizioni in terre selvagge, più che un giro del mondo, più che uno sbarco sulla luna o su Marte. Il suo cervello è ancora rudimentale? Sarà, ma sono convinto che ne sappia più di me su molti aspetti decisivi della vita.
Del resto, il pianto è una forma di conoscenza. Credo che i neonati piangano più o meno per le stesse ragioni che causano i nostri singhiozzi, compresi quelli che spesso mi strozzano la gola e non riescono a manifestarsi. Se i lattanti potessero leggere l’Eneide di Virgilio, forse sarebbero capaci di spiegarci il misterioso verso 461 del primo libro: «Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt», sono le lacrime delle cose e toccano la mente dei mortali. Quando a scuola studiavo questo verso, traducevo con una certa libertà: ci sono lacrime nelle cose. E pensavo proprio alla materia, agli oggetti, al mare, agli alberi, alle montagne, al mondo e a tutti i suoi abitanti, e mi figuravo che da ogni parte trasudassero delle lacrime. È un fenomeno invisibile, a volte anche impercettibile, ma la sostanza stessa della realtà è rivestita di lacrime. Ogni cosa al mondo continuamente piange.
Anche nei nuovi nati è presente qualcosa di nefasto, d’inevitabile. Non è vero che sono innocenti: vivono qui, fra di noi, e in loro cova il nostro stesso male. È una ferita che abbiamo tutti. A che cosa serve allora piangere? Forse è semplicemente un modo per imparare. Ogni vera educazione è prima di tutto un’educazione alla capacità di compatire, di riconoscere come nostro il dolore degli altri. Noi non siamo come vorremmo essere, o forse non vogliamo più niente. Le altre persone non sono come vorremmo che fossero. La natura stessa è intrisa di dolore, di sofferenza. Il pianto è una domanda, per alcuni una preghiera.
Perché piangono i bambini? Perché piangiamo noi? Per una delusione d’amore, perché dobbiamo morire, perché abbiamo fatto la cacca, perché ci sentiamo soli, perché abbiamo causato dolore agli altri, perché abbiamo fame e sete, perché ci fa male la pancia. Comunque sia, il nostro pianto significa che siamo al mondo. Infatti quel vagito iniziale serve pure a dilatare gli alveoli polmonari. Ecco di nuovo il primo respiro, il primo anelito dei nuovi nati che accolgono il mondo. È un’operazione difficile. Io cerco di metterci il massimo impegno, ma dopo tanti anni mi sembra di non avere ancora imparato a respirare.

PS: I versi citati nel preambolo in corsivo provengono dalla poesia C’è – lo sentono, lo sanno, contenuta nella raccolta Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (Garzanti, Milano 1994). Luzi è tornato più volte sul tema dei neonati, fino alla poesia Dorme, nuovo nato al mondo nell’ultima raccolta pubblicata a novant’anni (Dottrina dell’estremo principiante, Garzanti, Milano 2004). Anche la metafora della primavera, tanto spesso ribadita nei suoi versi con attenzione particolare ai primi, impercettibili segnali di risveglio nella natura, si può interpretare come una tensione verso una rinascita: «E con questo tutto il non ancora / il prima della primavera, quella / luce piovigginosa, quella grigia / fabbriceria di gemme nell’aria acquosa» (versi tratti da Non tra i bambini – con loro in Per il battesimo dei nostri frammenti, Garzanti, Milano 1985).

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Hi there!

#Rubruk2022 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Guglielmo di Rubruk partì nel 1253 per una lunga spedizione in Asia. Il suo Itinerarium, redatto in latino, è fra i più bei resoconti di viaggio che siano mai stati scritti. Basta leggerne poche frasi per trovarsi nel cuore dell’ignoto, oggi come ieri, desiderosi di conoscere ciò che è diverso da noi.

Rubruk
Divagazioni intorno ai viaggi di Guglielmo di Rubruk

Terzo episodio.

7) «Quella sera l’uomo che ci faceva da guida ci diede da bere del comos; al primo sorso mi misi tutto a sudare per il disgusto e la sorpresa, perché non ne avevo mai bevuto. Tuttavia mi sembrò che avesse un buon sapore, ed effettivamente ce l’ha».

Guglielmo beve, ed è come se bevesse l’universo. Nella sua espressione c’è tutto quello che si può cercare: le tenebre dell’ignoto, lo scontro, la luce della scoperta. Come quando fra le montagne, in mezzo a creste e pendii, si giunge a un pianalto inatteso. Guglielmo, con la fronte perlata di sudore, sorride alla guida. Poi si gira verso di noi e scuote la testa, desolato, scoprendoci in bilico sul bicchiere, titubanti e anzi angosciati. Forse più sudati di lui. Abbozza una smorfia ironica: sa bene che non siamo all’altezza, nulla di nuovo, ma bere da un bicchiere, accidenti!
Stretti fra l’imbarazzo e il desiderio di essere altrove, ci torna in mente il ricordo di un altro mondo. Siamo sempre noi due, a Zurigo, e stiamo entrando in un caffè che si vuole internazionale e sfoggia un marchio riconoscibile (l’abbiamo già visto mille volte). Ci avviciniamo al banco luminoso e il commesso ci dice: «Hi there!». Manco a farlo di proposito restiamo interdetti fra l’inglese ostentato del ragazzo con grembiule e la lista infinita di bevande. Volevamo prenderci due ristretti, ma ci troviamo a scegliere fra Vanilla or Caramel Macchiato, Flat White, Chai Tea Latte, Oat Cappuccino (Vegan), Matcha Tea Latte, Espresso 1x 2x 3x, White or Black Macchiato, Cold Brew, Premium Hazelnut Chocolate, Filterkaffee, Café Latte, White Chocolate Mocha, Iced Americano, Java Chip e altre cose che non abbiamo più tempo di leggere, perché dietro sbuffano e il ragazzo ci dice ancora qualcosa in inglese.
Allora uno di noi, di colpo sicuro, dice: «Two Comos, thank you».
E l’altro aggiunge: «Large, please».
Il comos, o kumis, è una bevanda ottenuta a partire dal latte di giumenta. Di certo il frate di origini fiamminghe avrebbe preferito della birra… ma non importa. La memoria evade dal passato. Nell’eterno presente del viaggio, Guglielmo si specchia nelle parole dei tartari, nei loro occhi sottili, nei gusti, negli odori. È fatto così. Non si limita a bere il comos per necessità: finisce per trovarlo buono.
«Okay!» risponde il commesso.
Si volta, traffica fra le bevande, ci porge due bicchieri di carta. Noi ci guardiamo. Non abbiamo nessuna idea di che cosa ci abbia servito. Ma Guglielmo ancora ci osserva – fra le luci del bar moderno, con il suo corpaccio robusto, il saio stazzonato – e quindi, dopo avere elemosinato una cannuccia, non possiamo fare altro che bere il mistero fino all’ultimo sorso.

8) «Camminammo per tre giorni senza incontrare nessuno. Eravamo sfiniti, e così pure i nostri buoi, e non sapevamo in che direzione avremmo potuto trovare dei Tartari; quando improvvisamente ci vennero incontro due cavalli, che accogliemmo con grande gioia. La guida e l’interprete montarono in sella e andarono in esplorazione, per vedere da che parte trovare qualcuno. Quando, il quarto giorno, incontrammo finalmente degli uomini, la nostra felicità fu come quella di naufraghi che arrivano in porto. Lì prendemmo cavalli e buoi, e procedemmo di bivacco in bivacco finché non giungemmo, il 31 luglio, all’accampamento di Sartach».

Alla periferia di noi stessi. Come può il mondo esistere? Il semaforo è giallo, lampeggia, nelle case le tende non si scostano, si appannano gli occhiali. Poi due cavalli ci chiamano per nome.

9) «Muovemmo dunque diritto verso oriente in direzione di Baatu. Il terzo giorno giungemmo all’Etilia; quando vidi il fiume mi chiesi stupito da dove arrivasse tutta quell’acqua che scendeva da nord».

Camminiamo sotto la pioggia, in silenzio. Indossiamo degli stivali di gomma scura e siamo infagottati dentro giacche dai colori squillanti. Uno di noi, sulla testa, porta una specie di cappello da cowboy; l’altro un affare curioso, che potrebbe essere a tutti gli effetti un paralume. La strada sale. Non c’è nessuno. Chi uscirebbe del resto in un giorno come questo? L’acqua scroscia nelle grondaie, gocciola dagli alberi, s’attorciglia sui tetti. E come se niente fosse succede qualcosa. Solo che quando ce ne accorgiamo non c’è già più. Certo non un fatto storico, ma nemmeno un dettaglio particolarmente importante per la nostra vita. Eppure accade. In quell’istante, senza bisogno di parlarci, siamo entrambi invasi dalla meraviglia. Una cosa quasi sciocca: siamo stupiti da come scende la pioggia e da come scricchiolano gli stivali. Dalle sfumature di verde nei prati. Dal profilo incerto delle montagne, poco più in là del nostro naso bagnato.
«Se volete mangiare con noi, vi conviene rientrare e asciugarvi», ci chiamano da una finestra.
Siamo abituati a leggere tante cose, a fissare degli schermi più o meno luminosi dove continuano a muoversi immagini che pretendono di essere nuove e originali. Sappiamo bene quanto sia importante leggere con cura e spegnere gli schermi appena possibile. Ma è la nostra vita. Qualche volta ci addentriamo perfino in quelle prigioni senza sbarre che sono i social network, dove si grida il bisogno di conforto e di ascolto, in mezzo al flusso d’insulti, vanterie, moralismo. È la nostra vita.
La dimenticanza è sempre in agguato. Il rischio di sprofondare nella noia, nell’ansia, nella disperazione. Dopotutto, forse, quell’istante di stupore non era così banale. La salvezza viene anche dal camminare dentro una pozzanghera (tanto abbiamo gli stivali) e da quella nitida, fugace sensazione: i prati sono prati, le case sono case, la strada sale poi scende e resta una strada. E l’acqua è l’acqua.
«Ah, e salendo, controllate che il passeggino sotto la tettoia non si sia bagnato!».

PS: Potete leggere qui il primo episodio e qui il secondo.

PPS: Le frasi in grassetto sono tratte dall’Itinerarium di Guglielmo, secondo l’edizione stabilita da Paolo Chiesa in G. di Rubruk, Viaggio in Mongolia, Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011. Spesso abbiamo usato la versione italiana dello stesso Chiesa; qualche volta abbiamo invece tradotto noi stessi dal testo latino.

PPPS: Negli anni fra il 1237 e il 1242 un’orda di guerrieri mongoli avanzò verso l’Europa. I Tartari, come venivano chiamati, si spinsero in Russia, Polonia, Boemia, Ungheria, devastando città e villaggi. L’esercito arrivò fino all’Adriatico e si ritirò soltanto alla morte del comandante Ögedei Khan. Qualche anno dopo, nel 1253, il re di Francia Luigi IX decise d’inviare un ambasciatore verso le steppe, per tentare qualche relazione con i Mongoli. Il sovrano si affidò a un frate fiammingo, Guglielmo di Rubruk, che viaggiò per due anni nei territori dell’Asia Centrale fino a Karakorum, dove risiedeva il Gran Khan Möngke. Guglielmo, capace di percorrere grandi distanze in poco tempo (più di dodicimila chilometri in totale) era colto, robusto e dotato di buon senso. Sapeva parlare con i re e con i poveri, con un monaco buddista o con uno sciamano, con un soldato o con un prigioniero. Era aperto e curioso nei confronti delle lingue, delle usanze, delle abitudini dei popoli stranieri. Il suo Itinerarium è uno dei più bei libri di viaggio medievali (e anche oltre).

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Ah, se sapessi disegnare!

#Rubruk2022 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Guglielmo di Rubruk partì nel 1253 per una lunga spedizione in Asia. Il suo Itinerarium, redatto in latino, è fra i più bei resoconti di viaggio che siano mai stati scritti. Basta leggerne poche frasi per trovarsi nel cuore dell’ignoto, oggi come ieri, desiderosi di conoscere ciò che è diverso da noi.

Rubruk
Divagazioni intorno ai viaggi di Guglielmo di Rubruk

Secondo episodio.

3) «In nessun luogo hanno una città stabile, e neppure sanno dove l’avranno domani».

Stiamo pedalando affiancati, quando comincia a piovere. L’asfalto diventa scivoloso. La salita è ancora lunga, così decidiamo di fermarci sotto una tettoia arrugginita. Sembra la vecchia fermata di un autobus. Metà della struttura è ricoperta di erica e altri rampicanti. Sotto, seminascosto dalle erbacce, c’è il pannello che un tempo doveva ospitare gli orari. Appoggiamo le biciclette a un grosso albero, forse un faggio. Lasciamo il casco sulla testa e ascoltiamo il nostro respiro che torna regolare.
– Guarda come viene giù.
– Che facciamo, aspettiamo?
– Ma sì, fra poco smette.
– Tanto abbiamo tempo.
Parliamo senza pensarci, come per dimostrare a noi stessi che non stiamo sognando, siamo lì veramente, in piedi, uno accanto all’altro. Dietro le nuvole e la pioggia c’è ancora il sole a scaldare l’aria.
Poi succede tutto in un attimo: chiudiamo gli occhi e siamo a casa. Per una manciata di secondi sentiamo di appartenere a qualcosa. Siamo in viaggio, sostiamo sotto un riparo improvvisato, quasi nulla sappiamo della terra su cui poggiano i nostri piedi, eppure la consapevolezza è talmente forte che quando apriamo gli occhi quello ciò che abbiamo intorno – la ruggine, l’edera, gli alberi, l’asfalto – assume un nuovo, prezioso significato.
Ieri, in autostrada, ci siamo fermati in un’area di servizio dove stazionavano molte roulotte. Era un gruppo di Jenisch. Alcune bambine che giocavano con un pallone ci hanno salutato con le mani, gridando qualcosa. Abbiamo risposto incuriositi. Quelle erano le loro abitazioni, pronte per ripartire. Fisse nel movimento. Radicate in quella geografia mobile che tanto sembra impossibile agli stanziali, e che invece loro continuano a chiamare casa.
Chissà dove saranno oggi, ci chiediamo a mezza voce. Poi recuperiamo le biciclette, beviamo un sorso d’acqua e riprendiamo la salita.

4) «Entrando in casa, gli uomini non appendono mai la loro faretra sul lato delle donne».

Nel Medioevo li chiamavano Tartari. Allora come oggi, basta nominarli per evocare guerrieri indecifrabili e possenti, assalti all’arma bianca, tempeste di frecce, maestose cavalcate nell’infinito enigma della steppa. Eppure anche il Tartaro, quando la sera rientra a casa, ha le sue piccole abitudini. Noi appoggiamo le chiavi sul piattino all’ingresso, lui appende la faretra sempre dalla stessa parte.

5) «Le donne si fanno costruire dei carri bellissimi, che saprei descrivervi solo con un disegno; ma in verità tutto quanto vi avrei dipinto, se sapessi disegnare!».

Guglielmo scrive. Poi si volta. Ci scruta in silenzio per qualche secondo. Infine borbotta: «Non è che voi sapete disegnare, per caso?» Ci guardiamo negli occhi. Non è stato facile convincerlo a portarci con lui: non sembriamo esattamente due esploratori pronti a un viaggio nella steppa, fra sconosciute tribù di Tartari. Però avevamo i nostri due taccuini, una scorta di buona volontà, oltre a maglioni di lana e scarpe robuste. Guglielmo, che gira invece per la steppa con i sandali da frate, ci ha raccomandato più volte di non perderci e noi facciamo del nostro meglio. Ma un disegno? «Disegnare non è il nostro forte, purtroppo». Lui risponde qualcosa d’incomprensibile in fiammingo. Forse si chiede quale sia il nostro forte.
La bellezza di quei carri resterà insomma un mistero. Gli storici descriveranno esemplari simili, gli esperti ne ricostruiranno la forma e gli addobbi. Quei carri, però, proprio quelli, così come apparivano nell’estate del 1253, saranno per sempre velati dalla loro stessa bellezza: pulcherrimas bigas, scrive Gugliemo, ammutolito per lo stupore. Noi in verità qualche schizzo sui taccuini l’abbiamo fatto. E senza dubbio avremmo potuto scattare una foto con i nostri cellulari (li abbiamo infilati nello zaino di nascosto). Ma perché? A che proposito? Ci sono cose che non si possono dire, ed è bene che sia così. Il mondo ha bisogno anche di silenzio.
Ah, se sapessi disegnare! Lo stile di Guglielmo è immediato, pieno di vita, e i suoi silenzi sono eloquenti. Ancora oggi, del resto, noi ci aggrappiamo alla sua tonaca per partecipare al suo viaggio, e giorno dopo giorno impariamo a conoscere il mondo. E se Guglielmo vivesse nel 2022? Se avesse postato tutto sul suo profilo Instagram, fotografie e dirette video? Vogliamo credere che anche oggi Guglielmo avrebbe avuto la saggezza di spegnere il cellulare.

PS: Potete leggere qui il primo episodio.

PPS: Le frasi in grassetto sono tratte dall’Itinerarium di Guglielmo, secondo l’edizione stabilita da Paolo Chiesa in G. di Rubruk, Viaggio in Mongolia, Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011. Spesso abbiamo usato la versione italiana dello stesso Chiesa; qualche volta abbiamo invece tradotto noi stessi dal testo latino.

PPPS: Negli anni fra il 1237 e il 1242 un’orda di guerrieri mongoli avanzò verso l’Europa. I Tartari, come venivano chiamati, si spinsero in Russia, Polonia, Boemia, Ungheria, devastando città e villaggi. L’esercito arrivò fino all’Adriatico e si ritirò soltanto alla morte del comandante Ögedei Khan. Qualche anno dopo, nel 1253, il re di Francia Luigi IX decise d’inviare un ambasciatore verso le steppe, per tentare qualche relazione con i Mongoli. Il sovrano si affidò a un frate fiammingo, Guglielmo di Rubruk, che viaggiò per due anni nei territori dell’Asia Centrale fino a Karakorum, dove risiedeva il Gran Khan Möngke. Guglielmo, capace di percorrere grandi distanze in poco tempo (più di dodicimila chilometri in totale) era colto, robusto e dotato di buon senso. Sapeva parlare con i re e con i poveri, con un monaco buddista o con uno sciamano, con un soldato o con un prigioniero. Era aperto e curioso nei confronti delle lingue, delle usanze, delle abitudini dei popoli stranieri. Il suo Itinerarium è uno dei più bei libri di viaggio medievali (e anche oltre).

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Un altro mondo

#Rubruk2022 è un progetto di Yari Bernasconi e Andrea Fazioli

Guglielmo di Rubruk partì nel 1253 per una lunga spedizione in Asia. Il suo Itinerarium, redatto in latino, è fra i più bei resoconti di viaggio che siano mai stati scritti. Basta leggerne poche frasi per trovarsi nel cuore dell’ignoto, oggi come ieri, desiderosi di conoscere ciò che è diverso da noi.

Rubruk
Divagazioni intorno ai viaggi di Guglielmo di Rubruk

Primo episodio.

1) «Il terzo giorno incontrammo i Tartari; quando arrivai fra loro mi sembrò davvero di entrare in un altro mondo».

Ci sembra di vederlo qui, davanti a noi, come se fosse vivo, questo frate di grossa corporatura, paziente, infaticabile. Un puntino scuro nella steppa immensa. Il 13 aprile 1253 Guglielmo era a Costantinopoli: intraprese il suo viaggio in compagnia di un confratello, un garzone, un chierico e un interprete. Il 7 maggio entrarono nel Mar Nero e il 21 maggio arrivarono a Sudak, dove dieci giorni dopo ripartirono a cavallo. Il 3 giugno incontrarono i Mongoli o, come venivano chiamati allora, i Tartari. Eccoli: da una parte il gruppo di soldati alteri, forse un po’ guardinghi; dall’altra il frate che si avvicina determinato, seguito dal suo interprete. Che cosa si saranno detti? Con quali parole avranno misurato la distanza fra due mondi? Sulle prime, Guglielmo sarà rimasto in silenzio, sprovvisto di parole. Un po’ come sta capitando a noi: ammiriamo la sua audacia e ancora, senza bisogno di dircelo, invidiamo il suo sguardo risoluto e al tempo stesso spalancato. Oggi sembra tutto più difficile: partire, viaggiare, meravigliarsi. Arrivare in un luogo che sia davvero lontano, davvero altrove. Dove si nascondono i Tartari? Dov’è l’assolutamente altro-da-noi? Mentre chiediamo due caffè in un chiosco della stazione di Zurigo, inciampando nel tedesco, il plexiglas che ci separa dal cassiere riflette appena le nostre facce. E subito, mentre azzardiamo un «Dankeschön» a mezza voce, i lineamenti intravisti ci ricordano quanto siamo estranei anche a noi stessi, accoccolati nell’idea provvisoria di un pronome che per comodità evitiamo di interrogare. Così, per strapparci alla paura e ai pregiudizi, cerchiamo di stare più attenti a noi e agli altri nel caos della stazione, sul treno, sulla strada verso casa. È sufficiente un soffio dell’audacia di Guglielmo e di quello sguardo aperto, senza filtri. Allora si va davvero lontano, davvero altrove. E i nostri occhi si riempiono di figure altere, forse un po’ guardinghe, che ci cambiano la vita.

2) «Quando posano a terra le case dove abitano, rivolgono sempre la porta a sud».

Per quanto possa sembrare strano, portarsi appresso la propria casa come se fosse uno zainetto da viaggio ha i suoi vantaggi. Alcuni gasteropodi hanno sperimentato un notevole numero di varianti nel corso dell’evoluzione, senza lesinare nell’impiego di risorse e con eccellenti risultati. In fondo, per quanto riguarda noi umani, l’importante è che lo zainetto racchiuda quell’insieme di voci condivise, di pazienza, di affetto, quel groviglio di cose e persone che per brevità chiamiamo “casa”. Nelle notti più aspre, poi, quelle fredde e tenebrose in cui tutto sembra perduto, basta orientarsi verso sud. Non si tratta di leggere il cielo e le stelle: è un istinto. Giri su te stesso con gli occhi chiusi finché l’aria ti riscalda il petto, la promessa di sole ti chiama per nome e in lontananza senti ricominciare il discorso più antico del mondo, il mormorio di quelle onde che tante volte hai osservato senza uno scopo preciso.

PS: Le frasi in grassetto sono tratte dall’Itinerarium di Guglielmo, secondo l’edizione stabilita da Paolo Chiesa in G. di Rubruk, Viaggio in Mongolia, Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011. Spesso abbiamo usato la versione italiana dello stesso Chiesa; qualche volta abbiamo invece tradotto noi stessi dal testo latino.

PPS: Negli anni fra il 1237 e il 1242 un’orda di guerrieri mongoli avanzò verso l’Europa. I Tartari, come venivano chiamati, si spinsero in Russia, Polonia, Boemia, Ungheria, devastando città e villaggi. L’esercito arrivò fino all’Adriatico e si ritirò soltanto alla morte del comandante Ögedei Khan. Qualche anno dopo, nel 1253, il re di Francia Luigi IX decise d’inviare un ambasciatore verso le steppe, per tentare qualche relazione con i Mongoli. Il sovrano si affidò a un frate fiammingo, Guglielmo di Rubruk, che viaggiò per due anni nei territori dell’Asia Centrale fino a Karakorum, dove risiedeva il Gran Khan Möngke. Guglielmo, capace di percorrere grandi distanze in poco tempo (più di dodicimila chilometri in totale) era colto, robusto e dotato di buon senso. Sapeva parlare con i re e con i poveri, con un monaco buddista o con uno sciamano, con un soldato o con un prigioniero. Era aperto e curioso nei confronti delle lingue, delle usanze, delle abitudini dei popoli stranieri. Il suo Itinerarium è uno dei più bei libri di viaggio medievali (e anche oltre).

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CARTOLINE (DICEMBRE)

“Cartoline” (#cartoline2020) è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli.

CARTOLINA NUMERO 45
Da Kingman, Arizona, Stati Uniti


Da quando la Atchison, Topeka and Santa Fe Railway ha costruito il deposito di Kingman sulla linea secondaria che si interrompe a Mullinville, non pochi personaggi taciturni e minacciosi hanno cominciato a transitare dalla cittadina. Non siamo e non saremo gli ultimi, insomma, anche se oggi le nostre preoccupazioni riguardano il carico speciale che avremmo dovuto ritirare per conto del Gordo. La polvere sotto gli stivali è sempre la stessa, ma l’ombra che gira e s’allunga non promette niente di buono. Il convoglio sarebbe dovuto passare da un pezzo. Ci scambiamo uno sguardo cupo: ci sono in ballo interessi che vanno al di là della nostra immaginazione, come ci ha lasciato intendere ieri sera il guerriero che si fa chiamare Mastamho. Gli uomini del Gordo dicono che c’è poco da fidarsi della popolazione mohave. A noi, per dirla tutta, pare che ci sia poco da fidarsi di chiunque decida di mettere radici in questo posto, che lo si chiami Kingman o Huwaalyapay Nyava. Per esempio, chi è questo che viene, proprio mentre ti stiamo scrivendo, e sembra armato e ci fa segno da lontano di non muoverci, sventolando una cartella di cuoio? Non giriamoci intorno: ci siamo messi nei guai. Una volta di più.

CARTOLINA NUMERO 46
Dal ventre di un grosso pesce

All’inizio sembrava una virgola, un’increspatura nell’acqua grigia. Quando ci siamo avvicinati, però, abbiamo riconosciuto la forma di un’isola nera e lisciata dal vento. Abbiamo calato la scialuppa e dopo due colpi di remi l’isola ha spalancato enormi fauci, piombando su di noi. Troppo tardi abbiamo capito che si trattava del Grande Pesce. Proprio lui: il Cetaceo, il Pescecane, il Kraken, il Leviathan. O la Balena. Le sue viscere sono buie, umide e soffocanti. Ci facciamo strada fra relitti di navi, scheletri, masserizie. Poi, in lontananza, intravediamo una luce. «Ohi! Che fate costì? Venite, venite…» Intorno a un tavolo stanno un vecchietto tutto bianco, un individuo magro e barbuto ma dall’aspetto solenne e un burattino di legno. È il vecchio a fare le presentazioni: «Mi chiamo Geppetto e son falegname, molto lieto! Questi è il mi’ figliuolo Pinocchio e questi è il signor Giona, che di mestiere fa il profeta». Il burattino tira fuori le carte: «Che bello, ora possiamo fare un poker in cinque!» Ci sediamo con cautela e, cercando d’ignorare il persistente odore di pesce, cominciamo la partita. Giona ci dà un’occhiata in tralice: «Attenti», mormora, «il burattino tenterà di fregarvi».

CARTOLINA NUMERO 47
Da Sidi Bou Said, Cartagine, Tunisia

Azraq. Oggi comprendiamo perché la parola “azzurro” proviene dall’arabo. Appena arrivati a Sidi Bou Said, un sobborgo a nord-est di Tunisi, abbiamo vagato tra i vicoli in salita, in mezzo a case bianche con porte celesti. Dalla cima si vedono il golfo di Tunisi e il luogo dove milleduecento anni fa Cartagine splendeva nella sua potenza. Ogni cosa è lāzuwardī: l’azzurro del mare rispecchia quello del cielo, quello delle porte, quello dei nostri sguardi e dei nostri respiri. Sidi Bou Said è un approdo turistico; anzi, nel 1915 fu il primo sito al mondo a venir considerato protetto. Ma oggi il vento porta immagini avventurose e il pensiero corre ad Annibale, che da qui trascinò il suo esercito fin sulle Alpi – azzurro il cielo spezzato dai monti, azzurre le genziane nei prati macchiati di neve… – prima di scendere faticosamente verso l’Italia. Per noi, in un attimo, è come sentirsi a casa. Dove abitiamo non si vede il mare, eppure anche noi apparteniamo al Mediterraneo. Anche noi soffriamo per le sue ferite. Azraq, azul, azur, azzurro, blu ċar, e kaltërt, galázio, mavi, modrá, plava, ṯelet… Sebbene risuoni in molte lingue, il colore è sempre lo stesso. E oggi appare vivo, brillante, come una bandiera di speranza.

CARTOLINA NUMERO 48
Dall’interno di un social network

Abbiamo confezionato una fotografia con commento, due “tag”, e ancora data e località. Poi abbiamo gettato il tutto nel fitto della foresta telematica, fra pollici alzati e faccine che ridono, faccine che piangono, faccine che abbracciano cuoricini, accompagnati da ripetuti inviti a condividere, a dire come ci sentiamo, a fare amicizia. Più sotto, come un pieghevole che si moltiplica senza fine, i commenti pedagogici: «forse non hai capito», «ti sbagli di grosso», «dove andremo a finire», «sei un cretino!», «fascista!!», «sei bravissimo!!», «guarda le statistiche!!!», «ti banno!!!!», «ti amo!!!!!». E citazioni, bestemmie, poesie, ricordi, grida d’aiuto. Intanto, là fuori, la vita oscilla tra un vagito meraviglioso, un appuntamento mancato, una madre che respinge il suo piccolo, una stella filante, la voce tenue di chi si è perso e non si ritroverà. Sorridi, se vuoi.

PS: Dicembre è il dodicesimo e ultimo mese del progetto #Cartoline2020. In un anno così imprevedibile, nel quale viaggiare è diventato più difficile, talvolta impossibile, è stato per noi significativo compiere insieme queste quarantotto ricognizioni avventurose. Speriamo siano piaciute anche a voi.

PS: Potete leggere qui le prime quattro cartoline. Le successive: qui dalla 5 alla 8, qui dalla 9 alla 12, qui dalla 13 alla 16, qui dalla 17 alla 20, qui dalla 21 alla 24, qui dalla 25 alla 28, qui dalla 29 alla 32, qui dalla 33 alla 36,  qui dalla 37 alla 40 e qui dalla 41 alla 44.

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