Una creatura dei boschi

Per ascoltare questo articolo:

Tra i viaggi dell’ultimo mese un posto speciale nella memoria avrà la mia tournée in Germania.
Sono arrivato a Francoforte dopo essere passato da Monaco e Stoccarda, nell’ambito di una serie di conferenze. A Monaco ho parlato nella sede dell’Istituto italiano di cultura. A Stoccarda ho partecipato a una serata organizzata insieme dal consolato italiano e dall’Istituto italiano di cultura; con me c’era la scrittrice Alice Urciolo. Anche a Francoforte ho parlato dei miei romanzi, nella residenza del console svizzero, e sono stato alla Fiera del libro. Sono stato poi a Düsseldorf, per una lettura pubblica alla Casa della letteratura Heine Haus, un’istituzione nata dalla collaborazione fra la città, la libreria Müller & Böhm e l’Associazione per la promozione della casa natale di Heinrich Heine.
Ognuna di queste città, ognuna di queste serate sono state occasioni preziose per incontri e scambi di vedute: talvolta fuggevoli, talvolta più lunghi, ma tutti hanno lasciato il segno. Ho incontrato numerosi italiani e svizzeri all’estero, ma non solo, anche cittadine e cittadini tedeschi che si sono avvicinati con curiosità alle mie storie, ambientate perlopiù in quel bizzarro unicum culturale che è la Svizzera italiana.

Non voglio però soffermarmi troppo sulla parte ufficiale, anche perché nella mia memoria ci sono eventi più arcani. Dietro il suono delle parole pubbliche c’è un controcanto più intimo, composto dai discorsi e dagli scambi privati, personali. Queste conversazioni spicciole, spesso, sono l’anima di un viaggio più dei momenti solenni che affiorano nelle fotografie. Inoltre, ci sono i silenzi. A Francoforte ero ospite con un amico nella residenza di Thomas Kalau, che si occupa degli eventi culturali per il consolato svizzero. La sua abitazione, annidata nel bellissimo borgo di Kronberg im Taunus, è meravigliosa e accogliente. Dopo tanti soggiorni negli alberghi, ho avuto la sensazione di essere a casa di amici. Prima degli impegni ufficiali, ogni mattina, abbiamo fatto una gita nei boschi insieme a Mary, la moglie di Thomas e a un’amica. È stato un momento particolare avvistare da lontano, in mezzo allo splendore del foliage, la città di Francoforte. La Fiera del libro, con il suo intreccio di contatti, contratti, parole, affari, relazioni, è parsa all’improvviso più remota della luna. E un misterioso abitante dei boschi è parso più vivo dei vivi, sebbene fosse soltanto (oppure no?) una statua di legno scolpita in una radura a partire da un vecchio tronco. Abbiamo ascoltato con rispetto il silenzio di questo personaggio, ricco di tutta l’esperienza della sua vita selvatica, esposta alle intemperie ma anche alla dolcezza delle stagioni.

Questa piccola scultura non ha niente a che vedere con il viaggio di lavoro, ma per me ne è stata l’emblema segreto. Forse sto diventando anch’io come Elia Contini, il protagonista di tanti miei romanzi? Forse cerco di capire l’affanno del mondo seguendo le tracce delle volpi (nel suo caso) o di evanescenti creature dei boschi?
Non mi spingerei fino a questo punto. La mia vita è tessuta di tante parole, non saprei adattarmi fino in fondo ai silenzi di Contini. Anche lui, del resto, è pur sempre un investigatore privato (sia pure di piccolo cabotaggio) e per sbarcare il lunario deve incontrare persone, indagare, occuparsi di faccende più o meno rognose. Per conto mio ho bisogno della natura, dei suoi incanti ma anche della sua durezza. È grazie a questa dimensione immutabile che trovo la forza per escogitare nuove storie e intrecciare fra di loro nuove parole: un atto per me fondamentale, necessario, che proprio perché è estremamente serio non va preso troppo sul serio, affinché conservi la pensosa leggerezza indispensabile alla cultura.
Seguendo la guida della creatura silvana, ascolto la musica dei miei viaggi come se fosse un contrappunto: dietro ogni conferenza e ogni lettura c’è una storia, un trasferimento più o meno lungo (come l’epopea tra Francoforte e Düsseldorf, con un eroico Thomas alla guida), una cena rischiarata da una birra e da buona conversazione (come quelle a Monaco e a Stoccarda), una passeggiata come quelle di Kronberg o un momento di solitudine mattutino in un parco, come a Monaco e Stoccarda. La parte più visibile dei viaggi e quella invisibile, o nascosta, si mescolano fra di loro. Il collante che unisce entrambe è la curiosità, il desiderio di conoscere, di stringere nuovi legami, insieme all’esigenza di ripensare a tutto questo in silenzio, lasciando alle parole il tempo di affiorare dall’ombra.

PS: Un ringraziamento speciale a Thomas e Mary Kalau, per la loro splendida accoglienza; Thomas ha organizzato il tour in ogni dettaglio, impegnandosi anche nel tradurre, nell’introdurre e nel creare dei legami preziosi. Grazie al console generale svizzero a Monaco Eros Robbiani e a chi lavora con lui, all’Istituto italiano di cultura a Monaco, alla direttrice Maria Cristina Salati e a tutte le sue collaboratrici e i suoi collaboratori. Grazie al console generale a Francoforte Eric Jakob; a Danie Häne e Roberto Lupi del consolato svizzero di Stoccarda, così come a Giuseppe Restuccia, direttore dell’Istituto italiano di cultura a Stoccarda, insieme a Matilde Madonna e a tutte le altre persone che lavorano per l’Istituto; grazie a Simonetta Puleio per le sue parole e le sue domande, ad Alice Urciolo e a molti altri che di sicuro sto dimenticando, non da ultimo Gregorio Ortelli che ha condiviso con me parte delle avventure di questo viaggio.

PPS: Ho parlato anche qui di Monaco, dove sono tornato un’altra volta sempre nel mese di ottobre. Qui invece ho scritto di un’altro viaggio in occasione della Settimana della lingua italiana del mondo: sono stato a Canton, in Cina, per una lectio magistralis alla Guangdong University for Foreign Studies.

PPPS: Di seguito qualche fotografia scelta fra quelle scattate durante i viaggi in Germania. Non allego le foto di ogni incontro ufficiale per non essere pedante, ed evito le immagini del pubblico per non invadere la vita privata di nessuno. Ho condiviso nelle reti sociali più immagini, soprattutto a Monaco e Stoccarda; qui per evitare di ritrarre il pubblico propongo solo una selezione.
L’impronta della mano è una tradizione della Heine Haus.
L’immensa sequoia nell’ultima fotografia è un altro incontro avvenuto a Kronberg im Taunus. La sua corteccia è appassionante come un classico della letteratura…

Esercizi di scrittura a Stoccarda: camminare piano.
(Residenza del console generale svizzero a Francoforte)
(Frammenti della parte ufficiale del viaggio… ma anche qui, ci sono le montagne!)
(A Stoccarda.)
(Piccola immagine “rubata” a Monaco)
(Una locandina; una sola, in rappresentanza delle altre…)
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Cose minute

Per ascoltare questo articolo (tranne i Post Scriptum, che presentano una serie di foto):

Nel mese di ottobre sono stato spesso in viaggio, in varie città tedesche, poi in Cina, poi di nuovo a Monaco in Germania. Mi sono trovato spesso nella situazione di essere solo, almeno per qualche ora, in una città straniera. Alla fine, ho riconosciuto che quella condizione non è troppo diversa quella che vivo ogni giorno, nella mia città, fra le cose e le persone che conosco. Sentirsi stranieri non è questione solo di geografia.
Naturalmente la mia è una sensazione diversa rispetto a un totale estraniamento. È vero comunque che nella mia città natale mi capita ancora di perdermi, come facevo da bambino e come mi succede ovunque vada, nonostante il telefono mi aiuti a orientarmi con tutta la forza delle sue app.
Lo smarrimento è un’occasione per fantasticare, purché prima o poi si ritrovi la strada. E mi pare che fra le fine di ottobre e l’inizio di novembre ciò sia ancora più vero. Le città si nascondono, d’autunno. Si fanno più elusive. A bassa voce ci parlano di noi. Ci sono cose piccole, ci sono cose grandi. E tutte sembrano accadere fuori, nelle strade e nei parchi. Ma tutte accadono dentro di noi.

Nella Pinakothek der Moderne di Monaco ho visto un’opera dell’artista tedesca Rosemarie Trockel: Ohne titel (Rorshachtest), 1992. Dentro la macchia ho visto una ragazza che narra una storia di pirati, battendola su una macchina da scrivere. Evocato dalla sua immaginazione, si erge davanti a lei un fortino al centro di un’isola inaccessibile, dov’è detenuto il capitano del vascello pirata. Per liberarlo la sua ciurma si avvale dell’aiuto di una tribù di indigeni, e in particolare dello stregone. Questi è un individuo alto e magro, dall’apparenza serafica e sempre imperturbabile. Fissando la fiamme del fuoco, dopo avere ascoltato la richiesta dei pirati, lo stregone mormora come fra sé: «Forse ho un’idea».
Purtroppo la macchia non dice quale sia l’idea, così ignoro il resto della storia.

La velocità con cui queste immagini si sono affastellate nella mia mente fa da contrasto alla lentezza con cui ho studiato un’altra opera: Erdtelephone, composta nel 1968 da Joseph Beuys. Ho girato intorno all’installazione. Ho scattato una foto alla scultura con il mio iPhone, che è assai diverso dai due telefoni nella teca: un apparecchio nero tradizionale, vecchio stile, accanto a un mucchio di terra che ricorda vagamente la forma del primo. Dopo qualche minuto ho pensato: non è forse così? Non sono forse fatte di terra tutte le nostre linee rapide, i nostri messaggi, i cuoricini e i pollici alzati nell’universo impalpabile dei social network?
Sono fatte di terra anche le parole che scrivo in questo momento.
La velocità con cui una macchia mi ha portato una storia non potrà mai venire raggiunta da nessun congegno meccanico né da nessuna cosiddetta intelligenza artificiale. C’è qualcosa dentro di noi che supera la terra, che dà un senso alla polvere. Questo punto di conoscenza può essere avvicinato dalla tecnologia, ci mancherebbe. Ma si trova proprio oltre la frontiera, là dove la tecnologia ritorna terra.

Il mio soggiorno a Monaco è rimasto sospeso fra due poli: la fantasia e la terra. È l’impasto fra queste dimensioni che crea le storie, le mie così come quelle di tutti. Perché le mie non sono diverse dalle altre: le storie non appartengono a chi le scrive ma sono racchiuse nella realtà, proprio come i miei pirati erano dentro la macchia di Rosemarie Trockel.
L’arte di scrivere consiste più nel riconoscere che nell’inventare.
In questo inizio di novembre, sono grato ai miei viaggi per avere affinato il mio sguardo. Anche questo è avvenuto grazie a un impasto fra terra e fantasia, fra immaginazione e materia inerte. Soprattutto, è nella rivisitazione dopo il viaggio che s’impara a distinguere ciò che si è visto. Appena tornato a casa, ho cercato una poesia di Pierluigi Cappello che rileggo sempre all’inizio di novembre. S’intitola proprio Novembre, ancora. Si apre su una scena di paesaggio: «C’è l’azzurro, quasi bianco in fondo, / dove segue i profili delle creste, / c’è, con l’odore di foglie morte, / questo novembre che tarda a farsi novembre / e poi una mattina aperta, la pulizia delle forme».

È proprio questa «pulizia delle forme» che mi ha colpito durante i miei viaggi. Cappello prosegue annotando una scena e la sua difficoltà nel descriverla: «davvero, non saprei dire quando le parole cadono lontane, / né come la luce diventi silenzio, questa, per esempio, / su questa facciata che le finestre riflettono muta / o sull’opaco di una mentre sale in bicicletta la strada, / l’intralcio delle borse appese, una fatica già avanti negli anni, / remissiva, desolata.» Io ho visto paesaggi diversi, scene diverse, ma ho ritrovato la medesima tensione verso la piccolezza, verso le cose che nota solo chi si smarrisce: «C’è, nella desolazione, un che di candido, / un transito delle cose minute, la ruggine che affiora, / l’erba che spacca l’asfalto.» Ecco, è proprio così. Nel finale della poesia Cappello si rivolge a me, parlando forse a sé stesso: «E, dentro il rodere del tempo, tu, / con la tua cuffia pesante, con le tue mani in tasca / e un filo di freddo infilato sotto il maglione. / Mettici anche i pochi metri che ti separano da casa, / un saluto frettoloso e un saluto lasciato cadere / nella luce che non dice altro che sé stessa / e allora, nella mattina aperta, pulita nelle sue forme, / alzi lo sguardo di tutte le volte che non hai guardato».
Quante volte non ho guardato.
Quante volte, specialmente nei luoghi che conosco bene, non sono stato abbastanza straniero.
I parchi di Monaco, le sue strade luminose, le attese, i colori, il traffico, i telefoni di terra e le macchie colme di pirati, tutto è un promemoria. Anche la desolazione di Dachau, la raffinatezza del castello di Nymphenburg, tutto ciò che rischia di essere solo un’immagine di passaggio, colta e fotografata in un riflesso turistico. Spero che non sia così. Spero che ogni frammento rimanga dentro di me e che, nella tensione fra terra e fantasia, mi insegni a vedere sempre meglio.

PS: La poesia di Pierluigi Cappello è tratta da Stato di quiete. Poesie 2010-2016, Bur, Milano, 2017.
PPS: Ho scritto qui del viaggio in Cina.
PPPS: A Monaco, come dico meglio qui, ho tenuto una conferenza in occasione della Settimana della lingua italiana nel mondo. Ringrazio l’Istituto italiano di cultura e il consolato svizzero per l’organizzazione e per l’accoglienza: è stata una serata memorabile, ricca d’incontri e di scambi. Ringrazio anche gli studenti e i docenti del Liceo Diocesano di Breganzona che mi hanno accompagnato nella mia seconda visita, due settimane dopo; il viaggio si è dipanato come un laboratorio creativo sullo sguardo e la parola.

(Dachau)
(Nymphenburg)

PPPPS: Qualche volte, nei musei, lo sguardo indugia su chi osserva tanto quanto sulle opere. In fondo, anche gli esseri umani sono un’opera d’arte. Qualche contemplazione rubata – non me ne vogliano i contemplatori – nelle fotografie seguenti.

PPPPPS: Anche l’autore di queste righe era fra i contemplatori, come documentano le prossime immagini. Nel primo caso, si sentiva a pezzi; nel secondo, è stato colto nel gesto atavico dello sbirciare. Stava forse contemplando i nodi narrativi di una delle opere esposte alla Pinakothek der Moderne. Ora non ricordo il nome dell’installazione, ma forse è meglio così: sono i nodi di ogni possibile storia immaginabile, ordinati eppure sempre disordinati.

PPPPPPS: Infine, in un dipinto esposto alla Alte Pinakothek, può capitare d’intravedere un altro telefono. Solo che stavolta non è un telefono di terra, bensì di fantasia. L’opera infatti risale al 1850/60. S’intitola Die Erwartete, di Ferdinand Georg Waldmüller (1793-1865).

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Panchinario (18-23)

Sono convinto che, se potessimo giungere alla fine dell’universo, al limite remoto del big bang, ai bordi del continuum spazio temporale, laggiù dove svanisce la luce di cinquecento miliardi di galassie, proprio là troveremmo – come ultima propaggine di materia e avamposto estremo della quotidianità – una panchina. Un luogo tranquillo, con vista panoramica sul nulla. Nel turbinio caotico del cosmo, che è sempre un’esperienza stressante, la panchina sarebbe un invito a fermarsi, a starsene buoni almeno per qualche minuto. Tanto, per seguire l’espansione dell’universo c’è sempre tempo.
Restando in luoghi meno esotici, ecco qualche nuova panchina che si aggiunge alla collezione. Prossimamente, arriveranno anche quelle che ho scovato nei miei recenti viaggi in Polonia e in Sudamerica.

18) STABIO, in via Ligornetto (San Pietro)
Coordinate: 2’716’794.7; 1’079’550.8
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… veder crescere il grano.
Questa è una panchina che richiede doti di resistenza. Dovete andarci un mattino di autunno inoltrato, quando il campo è duro, livido; e non c’è altro da vedere se non il palo di un lampione. Ma nascosti nel profondo della terra i chicchi assorbono acqua, in un intimo raccoglimento, in una muta deflagrazione di vita. Voi restate seduti finché, dopo qualche settimana, i germogli romperanno la crosta del suolo. Allora dalla vostra panchina vedrete apparire tante piccole foglie verdi, che durante l’inverno diventeranno piantine pronte a lottare contro le intemperie. Mettetevi un cappotto, una sciarpa, e restate seduti fino a primavera. Assisterete alla nascita delle spighe, alla loro fioritura. Vedrete crescere il granturco giallo e maturo dei mesi estivi e poi lo vedrete seccare, fino al momento della raccolta. A quel punto salutate il lampione, che vi ha tenuto compagnia per tanti mesi, e tornate a casa.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

19) COMO, tra viale Cavallotti e via sant’Elia
Coordinate: 45°48’42” N; 9°4’31” E
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 2 stelle su 5
Ideale per… visitare mondi inesplorati.
Le ultime rose dell’anno mostrano un volto smagliante, ma per terra si ammucchiano foglie secche. C’è una cassetta dalla quale si può estrarre un libro, lasciandone un altro al suo posto. Prendo in prestito Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle. Leggo di un altopiano remoto e popolato di creature preistoriche, quando un colpo di tosse mi riporta al presente. Due uomini, uno molto giovane e uno di mezza età, hanno spinto fin quassù un carrello carico di vestiti e cibarie. Stendono un materasso accanto alla panchina. Aprono una lattina di birra. Il più anziano si lamenta di essere perseguitato dai crampi. Il ragazzo commenta con un rutto. «Ringrazia – dice l’uomo – che sono troppo stanco per darti una sberla». «Me la darai domani», ribatte il ragazzo. Ripongo Il mondo perduto nella cassetta. «È bello?», mi chiede l’uomo. Rispondo di sì. «Una volta leggevo dei libri», commenta l’uomo. Il ragazzo, di nuovo, rutta sonoramente.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

20) LIGORNETTO, nel parco del Museo Vincenzo Vela in via Lorenzo Vela
Coordinate: 2’717’333.5; 1’080’280.7
Comodità: 1 stella su 5
Vista: 4 stelle su 5
Ideale per… leggere un classico.
«Focione, l’Ateniese, non fu mai visto da nessuno né ridere, né piangere.» Alzo gli occhi dal libro e penso a questo saggio uomo politico. Non avrà mai avuto la tentazione di un sorriso? O di una lacrima? Una volta espresse la sua opinione nell’assemblea e tutti lo applaudirono, all’unanimità. Lui si volse verso gli amici e mormorò: «Devo aver detto una sciocchezza». Questa panchina di sasso invita a letture brevi ma consistenti. Torno a sfogliare Plutarco, Detti memorabili di re e generali, di Spartani, di Spartane (a cura di Carlo Carena, Einaudi 2018). Davanti a me c’è un salice che piange sul destino di Focione, condannato a morte nel 318. Nella quiete del parco, scorrono i grandi fatti della storia insieme alle minuzie, com’è giusto che sia. «Vilipeso per il fetore del suo alito, Ierone rimproverò alla moglie di non averglielo mai detto. E lei: “Credevo che tutti gli uomini avessero quell’odore”.»
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Colonna sonora (30 secondi):

 

21) MONACO, nell’Englischer Garten vicino alla Chinesische Turm
Coordinate: 48°9’3″ N; 11°35’36” E
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… stare in silenzio.
Siamo a Monaco, in Baviera. Il Biergarten “Am Chinesische Turm” è un viavai incessante di enormi boccali di birra, bratwurst, patate fritte, turisti e corvi neri che mangiucchiano gli avanzi. Ma basta allontanarsi di qualche decina di metri per trovare questa immensa Ruhebank, questa panchina silenziosa circondata dall’acqua. Per arrivarci bisogna camminare su un ponticello: sono pochi passi, ma si ha l’impressione di attraversare intere città, epoche, continenti. Sullo schienale è incisa una scritta: «HIER WO IHR WALLET DA WAR SONST WALD NUR UND SUMPF» (“Il luogo dove ora sostate fu un tempo foresta e palude”). Come non restare in silenzio, pensando alla natura selvaggia e agli esseri umani che vogliono lasciare un segno del loro passaggio in questo mondo? Per costruire la panchina, nel 1838 Leo Von Klenze impiegò il calcare di Kelheim, una roccia sedimentaria formatasi 150 milioni di anni fa.
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Colonna sonora (30 secondi):

 

22) SAN VITTORE, sulla Strada dei Monti verso Giova
Coordinate: 2’728’903.6; 1’122’392.5
Comodità: 4 stelle su 5
Vista: 3 stelle su 5
Ideale per… nascondersi.
Per visitare questa panchina dovete aspettare un giorno fitto d’impegni. Io ho scelto un luminoso sabato d’autunno. Su di me incombevano telefonate, mail, una conferenza da preparare. Avevo da finire un racconto e da pubblicare un pezzo nel blog. Che si fa in questi casi? Si fugge. Senza pensarci due volte, prendo la bicicletta e pedalo fino a San Vittore. Eccomi in via Mesolcina, con il vento alle spalle. Dopo aver superato due grotti, svolto a sinistra e comincio a salire. La panchina sta su uno sperone roccioso, accanto al serbatoio comunale di acqua potabile. Di fatto non è lontana dal mondo: dal basso arriva il ronzio dell’autostrada e s’intravedono le industrie di San Vittore. Ma all’ora giusta, con il sole radente, basta socchiudere gli occhi per scorgere solo alberi, montagne, cielo. Mi concentro sul fruscìo delle foglie mosse dal vento. Un pensiero mi balena per la testa: qui non mi troverà nessuno.
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23) DUNKELD, accanto alla Cattedrale di san Columba, sulla riva nord del fiume Tey
Coordinate: 56°33’52.1″ N; 3°35’21.3″ O
Comodità: 3 stelle su 5
Vista: 5 stelle su 5
Ideale per… stare in pace.
Vicino al villaggio di Dunkeld, in Scozia, sorge una cattedrale gotico-normanna costruita fra il 1260 e il 1501. Intorno c’è un parco dove l’erba è perfettamente erbosa, il fiume perfettamente fluviale, il vento perfettamente ventoso. Tutto è pace e silenzio. Eppure proprio qui il 21 agosto 1689 infuriò la Battaglia di Dunkeld (Blàr Dhùn Chaillinn in gaelico). Nel lato a est della cattedrale restano i segni dei colpi di moschetto che si scambiarono i clan di giacobiti favorevoli a James VII di Scozia e un reggimento fedele a William di Orange. Centinaia di uomini persero la vita, fra i quali il ventisettenne tenente colonnello William Cleland, al comando del reggimento. Colpito al fegato e alla testa, si rincantucciò in un angolo così che i suoi soldati non lo vedessero morire. Oggi è sepolto nella navata della cattedrale, sotto una pietra su cui è inciso soltanto il suo nome.
PDF dell’articolo su “Ticino 7”
Colonna sonora (30 secondi):

 

 

PS: Grazie a Maria Linda (Monaco), Alice ed Eloisa (Dunkeld). Potete leggere qui le prime quattro panchine, qui le panchine dalla quinta alla decima, qui le successive. In generale, nella categoria Panchinario (in alto a destra), si trovano tutte le panchine.

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You look like my brother

Ecco uno dei miei personaggi preferiti.

C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.

È una storia malinconica narrata dall’autore russo Daniil Charms nel 1937. Ogni tanto torno a rileggerla, e sempre mi stupisce un paradosso: la narrazione consiste nello smantellamento del personaggio, tanto che egli progressivamente scompare, diventa nulla; e tuttavia – proprio perché possiamo parlare di un personaggio, proprio perché possiamo definirlo con un egli – in qualche modo egli esiste davvero. Il personaggio non c’è, ma c’è; e se ne sta davanti a noi con i suoi capelli rossi (che non ha). Sul filo dell’assurdo, la storia apre domande esistenziali. Che cosa definisce quell’insieme di memoria e desideri che si chiama “Andrea”? Nel corso della mia vita mi accadrà quello che accade all’uomo che (non) aveva i capelli rossi: un progressivo allontanamento da ciò che mi è caro, una perdita di ricordi, legami, capacità. Questo vale per tutti noi – persone vere e personaggi fittizi. Allora è meglio non parlarne più? Eppure scattiamo fotografie, suoniamo, scriviamo lettere, romanzi e articoli sui blog. E aggiorniamo i nostri profili sui social network. Insomma, vogliamo esistere. Mi capita di pensarci in viaggio, quando incrocio una persona che non vedrò mai più: è negli incontri, magari fortuiti, che la storia di Charms può cambiare finale. Infatti nello sguardo degli altri, anche in minima parte, appare sempre qualcosa di noi.
C’è un uomo che vive a Monaco, in Baviera. Qualche volta la sera, durante la settimana, indossa gli stivali, un paio di calzoni a tinta mimetica, una maglietta con il disegno di un teschio e un cappellino da baseball. Poi prende la metro e va in un locale dove mettono musica rock. È una discoteca di periferia, in una zona in cui si aprono le voragini degli edifici in costruzione e dove, accanto alle insegne colorate dei locali notturni, brillano i fari di posizione delle gru. Nel locale a volte non c’è quasi nessuno. Ma anche se la pista è vuota, l’uomo non si lascia scoraggiare. Avanza tra le luci fosforescenti e gli sbuffi di fumo, si lascia prendere dal ritmo. Appena c’è un assolo di chitarra, imita il musicista e mima il gesto di suonare.
Nello stesso locale, la settimana scorsa, c’ero anch’io. Guardavo l’uomo con il cappellino mentre fingeva d’imbracciare una chitarra, e ho notato come la musica lo avvolgeva. Lui non si è accorto di me, ma senza volerlo ha lasciato una traccia, tanto che ora si trova qui, nel blog. Le nostre vite si sono appena sfiorate; eppure quell’incontro è riuscito a suscitare un’impressione, un pensiero, un segno scritto.
Nella stessa discoteca, ho visto un uomo che pareva una montagna. Era un ammasso di muscoli, con due bicipiti spessi come un paracarro e una canottiera aderente cosparsa di parole minacciose. Al centro della pista, dondolando al ritmo dei Black Sabbath, avrebbe potuto spaventare chiunque. Invece, a modo suo, voleva fare amicizia. Verso le due di notte ha preso in simpatia un altro avventore, alto la metà di lui. I due hanno ballato l’uno accanto all’altro e si sono dati il cinque. Poi la Montagna ha abbracciato l’uomo più minuto e gli ha detto, con ruvida commozione: You look like my brother, sembri mio fratello. L’ha ripetuto un paio di volte – tanto che l’uomo più piccolo ci ha tenuto a precisare, con un filo di esitazione: But I’m not… Infine la Montagna ha dato una pacca affettuosa al suo nuovo amico (rischiando di mandarlo a gambe all’aria) e ha ripreso a ballare, felice di quel riconoscimento notturno, di quel fratello lontano apparso per un attimo con le fattezze di un estraneo. Come nella storia di Charms, nella nostra vita sono sempre in tensione i poli dell’assenza e della presenza. A volte un’assenza può rovesciarsi in presenza inaspettata, a volte invece una presenza impallidisce, tanto che non arriviamo più a percepirla.
Sempre a Monaco, nel Museo Brandhorst, mi è capitato di vedere un’opera dell’artista statunitense Jeff Koons: Amore (1988), del ciclo Banality. È la riproduzione in porcellana (81.3 x 50.8 x 50.8 cm) di un bambolotto dalle guanciotte rosse e dagli occhietti azzurri, avvolto in un costume da orsacchiotto da cui esce un ciuffo di capelli biondi e ricci. In una mano ha un cuore con la dicitura I love you, nell’altra un vasetto di marmellata. Al collo, un bavaglino ricamato con la scritta amore. Ha un altro cuore disegnato sul petto e se ne sta seduto su un basamento in stile rococò, tra cuoricini, fiorellini e altri oggetti simili. Per il filosofo Arthur Danto, Amore e le altre opere del ciclo sono meraviglie innaturali che dovrebbero piacere a tutti noi, se non fossimo stati educati a svalutarle come banali esempi di kitsch. Non so se quest’opera abbia suscitato in me il conflitto interiore di cui parla Danto. Intorno al bambolotto c’era un gruppo di persone che discutevano animatamente. Qualcuno leggeva dotte spiegazioni da un volantino, altri scuotevano il capo o indicavano i dettagli della scultura. In un certo senso, mi è parso che la vera opera d’arte fossero loro, i visitatori, con la loro presenza e con il fatto che stessero quasi litigando sul senso di quell’inquietante bambolotto.
Secondo Koons non è necessario essere preparati per conoscere l’arte, ma basta accettare sé stessi: Volevo che il ciclo Banality comunicasse alle persone che la loro storia personale, qualunque sia, è perfetta; per creare un’arte eccezionale serve soltanto la propria storia. L’arte che ne uscirà rappresenta l’espansione delle vostre possibilità. Non capisco bene che cosa tutto ciò voglia dire. Forse abbiamo smarrito la nostra parte infantile, capace di meravigliarsi anche davanti al kitsch? Ho provato a mostrare la cartolina con la riproduzione di Amore a una bambina di cinque anni, la quale in effetti non si è posta il problema del kitsch. Però non ha nemmeno commentato l’estetica dell’opera, limitandosi invece a chiedere: 1) se fosse una bimba travestita da orso; 2) come facesse a stare seduta senza rovesciarsi all’indietro.
Anche se l’avessimo smarrita, la nostra parte infantile non può scomparire. È una presenza silenziosa, nel profondo dell’anima, alla quale possiamo attingere in caso di bisogno. Quasi sempre, essa non si manifesta con affermazioni o con apprezzamenti estetici, ma spostando il punto della questione. Ho letto alla bambina la storia di Charms, e lei non ha dubitato nemmeno per per un attimo dell’esistenza del protagonista. Senza battere ciglio, mi ha chiesto: Ma lui dove abita? E dopo qualche secondo ha aggiunto: Di sicuro abita in una casa invisibile.

PS: Daniil Charms nacque nel 1905 a San Pietroburgo; dopo una vita difficile, venne arrestato nel 1941 e morì in un ospedale psichiatrico di Leningrado nel 1942. In italiano è uscito il volume Casi (Adelphi 1990), a cura di Rosanna Giaquinta, in cui si trova il racconto sull’uomo con i capelli rossi. Le parole di Koons (nato nel 1955) sono tratte da Ulrich Obrist, Jeff Koons, Walter König Verlag 2012. Quelle di Danto provengono dal saggio Banality and Celebration. The Art of Jeff Koons, in Unnatural Wonders, Columbia University Press 2007.

PPS: Grazie a Emanuele per alcune delle fotografie di questo articolo.

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Il cavallo e l’anatra

Rodolfo Abella è nato nel 1954 e vive in un villaggio nella Cordigliera delle Ande. Una delle sue attività favorite è camminare lungo il letto dei torrenti, osservando il legname trascinato e levigato dalla corrente. In un ramo, in una scheggia di corteccia o in una radice contorta, Abella legge un frammento di una forma compiuta. Allora raccoglie i pezzi di legno e li porta a casa. Poi li accosta e li assembla, finché diventano ciò che aveva intravisto mentre camminava nel ruscello.
fullsizerenderUn paio di settimane fa, a Losanna, sono entrato nel Musée de l’Art Brut e mi sono imbattuto in un cavallo costruito da Abella nel 1995. Ciò che più mi ha sorpreso non è tanto la perizia compositiva, quanto la capacità di vedere e comunicare un cavallo, contro ogni logica evidente, usando un alfabeto nascosto e apparentemente caotico. L’incontro con il cavallo deve aver suscitato in me un desiderio di comunicazione incontrollato, perché qualche ora dopo – in un negozio del centro – ho comprato un richiamo per anatre. Avrei voluto provarlo già a Losanna, ma non ho avuto modo di incontrare anatre; ho aspettato così la settimana dopo quando, ai Giardini inglesi di Monaco, in Baviera, ho tentato di conversare con qualche palmipede ai bordi di un laghetto.
image1Il tentativo è in parte riuscito: le anatre hanno tutte nuotato verso di me, ignorando chi a poca distanza tentava di adescarle offrendo loro briciole di pane. Tuttavia, dentro di me ha preso forma la consapevolezza che il dialogo era soltanto un’apparenza, un lanciare segnali senza sapere codificarli. Io restavo irrimediabilmente me stesso, mentre le anatre restavano anatre, senza un’intersezione nei nostri modi di vedere e spiegare il mondo.


Ho riflettuto sulla condizione degli artisti. Mi sono chiesto se affrontare un’opera d’arte non sia come parlare a un’anatra: intuisco la presenza di un messaggio, ma non so appropriarmene. Sempre a Monaco, nella Pinacoteca di Arte Moderna, ho visto un’installazione che metteva in scena un tavolo apparecchiato per la prima colazione. C’erano tazze, piattini, teiere di raffinata ceramica… ma sulla tovaglia erano proiettate immagini che rappresentavano la profondità degli abissi marini. È tutto qui; non ricordo neppure il nome dell’artista. Comunque, mi sembra che quella voragine nella quotidianità esprima anche il mio modo di essere, sebbene non trovi le parole per precisare questa sensazione.
copia-di-fullsizerenderNello stesso museo, mi sono trovato in una sala dov’era allestita l’opera La fine del Ventesimo secolo di Joseph Beuys (1921-86). Costruita nel 1983, consiste in un insieme di 44 pietre di 48x150x40 centimetri, tutte ammassate in una stanza. Ogni pietra ha un foro nel quale è inserito una sorta di tappo, fatto dello stesso materiale delle pietre. Mentre ero lì, si sono timidamente affacciate due visitatrici francesi di una certa età. Hanno cominciato a discutere fra di loro, chiedendosi la ragione dei fori e dei tappi. Alla fine hanno provato a chiedere a un custode che, con aria annoiata, se ne stava in piedi sulla soglia. Ma nemmeno lui sapeva spiegare il senso di quel bouchon inserito in ogni pietra. Del resto, non aveva l’aria di uno che conoscesse l’autore o l’opera; con la barba di un paio di giorni, le borse sotto gli occhi e i capelli un po’ spettinati, sembrava semplicemente aspettare la fine del turno. Ha però ascoltato con pazienza le domande delle due signore e poi, con un mezzo sorriso, ha detto loro (in francese): Di sicuro, nell’arte non esistono coincidenze. Mi ha stupito questa fiducia nella presenza di un significato, nonostante l’incapacità di coglierlo.
Nello stesso museo ho incontrato altre opere misteriose. Per fare solo un esempio, la fotografia
An eviction (1988-2004) di Jeff Wall, un artista nato nel 1946. In un quartiere residenziale di Vancouver, la polizia opera uno sfratto, con violenza, mentre intorno la vita procede come sempre.
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Non so spiegarmi tutto questo, anche se in un certo senso mi rappresenta. Non so comunicare con le anatre né so intravedere una logica in ciò che mi accade intorno: a differenza di Abella, insomma, non riesco a costruire il cavallo. Durante il viaggio a Monaco, mi è capitato di pensarci mentre dalla cima di una torre, al tramonto, osservavo i movimenti della folla: se uno spariva inghiottito dall’oscurità della metropolitana, c’era una ragione; se altri due si fermavano a parlare e poi si separavano, c’era una ragione; se un terzo sostava da solo accanto a un cestino dell’immondizia, c’era una ragione. Ma per me, dall’alto, tutto era incomprensibile.
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L’incapacità di riuscire a esprimere il proprio sentire non è soltanto una difficoltà artistica, ma può consistere in un malessere che spinge nello stesso tempo verso il silenzio e verso l’esigenza insopprimibile di trovare le parole. Nei dintorni di Monaco, ho visitato il memoriale del Campo di concentramento di Dachau; e davanti ai pannelli, nelle baracche, nel flusso di turisti, mi sono riecheggiate nella mente le parole di Elie Wiesel: Dire l’indicibile, comunicare con la parola ciò che sfida la parola. Mantenere vivo il ricordo di un mondo scomparso nella cenere. Conferire un senso umano a un evento che, per la sua dimensione di crudeltà, si situa oltre l’umano. Offrire ai nostri figli la possibilità, se non la necessità di non rinunciare alla speranza.
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La tensione verso il significato raggiunge di rado tali vertici, nati da un’esperienza che sta appunto oltre l’umano. Ma per tutti gli artisti e gli scrittori questa tensione è sempre qualcosa che smuove, che genera parole (quando va bene) o angoscia (quando l’atto di linguaggio pare privo di efficacia). Anche per me, nel mio piccolo, l’incapacità di trovare una corrispondenza è spesso drammatica. In un suo breve saggio, Giuseppe Pontiggia mette l’accento proprio su questa difficoltà: Non crediamo più nella parola giusta, ma conosciamo per esperienza quella sbagliata. Ne siamo sommersi. Ritrovare l’energia biologica della parola è una sfida che vale la pena sia raccolta. Perché ciò avvenga, è necessario trovare il modo di passare dall’esperienza dell’anatra a quella del cavallo. Conclude infatti lo stesso Pontiggia: Non si scrive né per sé, né per gli altri. Si scrive per quel sé che coincide con gli altri.

PS: Le parole di Elie Wiesel provengono da La notte (La Giuntina 1980; l’edizione originale in francese risale al 1958). Il saggio di Pontiggia, intitolato “Linneo e il romanzo contemporaneo”, si trova in L’isola volante (Mondadori 1996). Le fotografie delle opere d’arte sono in parte scattate dal vivo, in parte tratte dalle cartoline acquistate nei musei. Ringrazio Ilaria per le immagini di Monaco (quella più in basso rappresenta le scale della Alte Pinakotheke).

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