Le piogge d’aprile

IMG_0181In questi giorni le mie corde vocali sono affaticate. La mia voce è sparita, poi è tornata ma è roca, fragile. Così cerco di seguire i consigli del medico: quando posso, me sto zitto. Sospetto che tale indicazione abbia una valenza che superi l’aspetto strettamente fisiologico. Mentre siedo in balcone, circondato da questa luce primaverile così tagliente, mi chiedo se il silenzio non abbia qualcosa da dirmi. Penso che, al di là di ogni tentazione morale, l’insegnamento del silenzio consista nel suo non essere silenzioso. Infatti dopo un po’ vengo raggiunto dal fruscio della fontana, dallo stormire del vento nei rami di una betulla, da una lontana conversazione femminile, dall’eco di una moto, dal richiamo di un uccello… Nell’attimo in cui sembrano negarlo, questi piccoli suoni abitano il silenzio e mi aiutano a percepirlo.
IMG_0179Mi viene in mente che fra pochi giorni si festeggia la Pasqua. Così come il Natale, anche questa festa è strettamente legata al silenzio. Se nello stupore natalizio può insinuarsi una certa dolcezza, qui si tratta dello sgomento davanti alla tomba. Non importa se siamo cristiani oppure no; la crudezza inesorabile della morte la conosciamo tutti. Possiamo credere oppure no alla resurrezione, a quella speranza mattutina, ma di certo conosciamo bene l’angoscia pomeridiana, lo strazio della fine. Non è forse vero che, minuto dopo minuto, il tempo della nostra vita ci crocifigge? Mutano le stagioni, si rinnova la luce delle primavere, ed eccomi qui seduto sul mio balcone, senza parole. I bambini giocano nel cortile, uomini e donne passano nell’aiuola qui sotto con il cane, aspettano che il cane faccia la cacca, raccolgono con cura gli escrementi, li gettano nelle apposite cassette. E mi consuma la tristezza, perché non riesco più a comprendere, a condividere queste grida, questa luce di primavera – ah, ma è un piacere star fuori in queste giornate! – questa cura nel ripulire la terra dagli stronzi di cane. Forse, se di colpo venisse a piovere sarebbe più facile: gente che corre, finestre che si chiudono, il tamburellio contro i vetri.
Ma dove sono andate quelle piogge d’aprile / che in mezz’ora lavavano un’anima o una strada / e lucidavano in fretta un pensiero o un cortile / bucando la terra dura e nuova come una spada? Dalla memoria risale una canzone di Guccini che mi ricorda estati senza fine / senza sapere la parola “nostalgia”, mi parla di stagioni smisurate quando ogni giorno figurava gli anni a venire / e dove a ogni autunno quando finiva l’estate / ritrovavi la voglia precisa di ripartire.

Forse il problema è questo. Forse si tratta di momenti svuotati, dell’affollarsi di ombre: che ci potrai fare di quelle energie finite, / di tutte quelle frasi storiche da dopocena; / consumato per sempre il tempo di sole e ferite, / basta vivere appena, basta vivere appena… A volte non è facile mantenere la forza pura del desiderio, quel desiderio inconscio di arrivare più in fondo / per essere più vero. In generale, la stanchezza e la mancanza di slancio misurano una distanza fra me e il mondo, tanto che il perimetro del balcone diventa un fossato invalicabile. In questi momenti lo schiaffo improvviso di una pioggia d’aprile corrisponde a ciò che Guccini chiama un’occasione ladra, un infinito o un ponte per ricominciare.
IMG_0180Credo che il ponte, se c’è, non possa che portarci verso il mattino. Mi piace pensare che, nella canzone di Guccini, a costruire questo ponte sia il sax di Antonio Marangolo. Sarà colpa delle mie corde vocali infiammate, ma ho l’impressione che il ponte debba nascere dal silenzio, sbocciando all’improvviso così come sgorga un assolo di sax alla fine di una strofa. Anch’io non posso fare altro che provare la mia voce, aspettando le parole giuste. Per me scrivere significa proprio tracciare un ponte. Tento di animare i miei personaggi per riflettermi dentro di loro, per muoverli al di là del fossato. Non so se questo basti, e mi rendo conto che forse la scrittura non può essere un ponte davvero solido. Ma di certo è un principio: nel gesto di cercare le parole, di raccoglierle con cura (come se fossero escrementi di cane) c’è di sicuro un’ombra di desiderio. Non si può raccontare una storia senza credere, sia pure in maniera inconscia, che la vita possa cominciare di nuovo, anche quando tutto sembra perso nel buio pomeridiano. Mi sembra di aver colto qualcosa del genere in una lirica di Melania Panico.

Se il silenzio potesse parlare
farebbe crollare palazzi
o restaurerebbe
portoni infestati da tarli.
Ma il silenzio non può
parlare
e i palazzi resistono
e i portoni dei palazzi
sopportano la pioggia
restando muti
fino al prossimo
mattino.

Chissà, magari in qualche modo il silenzio può restaurare anche me (e le mie corde vocali), magari a un certo punto anche sul mio balcone pioverà. In questi giorni di primavera sono più sensibile alla presenza del male: le mie ferite, quelle di chi mi sta accanto, la sofferenza che dilania il mondo, tra solitudini, malattie, innocenti massacrati e vite che bruciano senza che nessuno se ne accorga, nel corso di un tranquillo, banale pomeriggio di aprile. Auguro a me e ai lettori di questo blog, comunque siano messi di fronte alla Pasqua, il coraggio di non cedere alla disperazione. Bisogna avere fiducia e tentare di avvertire, dietro lo schermo del pomeriggio, il silenzio pieno di meraviglia del prossimo mattino.

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PS: La canzone di Francesco Guccini si chiama Le piogge d’aprile ed è tratta dall’album Signora Bovary (EMI 1987). Melania Panico è una poetessa nata nel 1985 a Napoli; la sua raccolta Campionature di fragilità è stata pubblicata da La Vita Felice nel 2015. La poesia che dà il titolo al libro finisce con due versi che, in un certo senso, sono anche un augurio: Il peso da dare alle cose / lo scriviamo ad occhi aperti. Il resto ve lo lascio scoprire da soli.

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15 pensieri su “Le piogge d’aprile

  1. Non so il perché, ma mi fa quasi ridere e piangere insieme… Cioè, la cosa dell’aiuola e dei cani e del silenzio che non c’è… è divertente! Ma poi arrivano questi pensieri oscuri… Non so se hai fatto apposta… ma complimenti, è un post che mi fa pensare… La canzone di Guccini non la conoscevo, bellissima! ❤️ Buona Pasqua!😘

  2. È la prima volta che scrivo un commento, ma ci tenevo a farle i miei complimenti per questo post, che mi ha sorpreso sia per la qualità della scrittura (che ormai sto imparando a conoscere), sia per la profondità di pensiero. Ritengo che, in mezzo a tanti discorsi triti o moralistici, questo sia un ottimo spunto di riflessione pasquale: il pomeriggio, la morte, la nostalgia degli “schiaffi improvvisi”, l’attesa del mattino. Certo, la riflessione, per chi non è credente, può essere triste. Ma non disperata. Ritengo che possa esserci la volontà di sentire uno slancio vitale, come dice Guccini, anche quando come nel mio caso non si arriva a intravvedere nessun “infinito”. Mi perdoni se sono stato troppo lungo con queste mie considerazioni. Colgo l’occasione per un cordiale augurio di buona Pasqua.

    1. Grazie mille per il suo messaggio, che approfondisce la riflessione. Per conto mio, mi sono limitato ad annotare qualche mia sensazione e la canzone suscitata dalle sensazioni. Come sempre, queste annotazioni sul blog sono scritte di getto: catturano il momento, come un taccuino di appunti. Buona Pasqua!

  3. Belle riflessioni. Non ci avevo mai pensato: è vero che anche quando scrive in maniera disperata, uno scrittore afferma inconsciamente una speranza solo per il fatto di mettersi a narrare.
    Mi è piaciuta molto la poesia di Melania Panico, con la sua profondità racchiusa in parole semplici, con il suo ritmo, i suoi rovesciamenti. Andrò a cercare le altre poesie della giovane autrice.
    Un augurio di buona Pasqua!

    1. Credo anch’io che l’atto di scrivere sia impossibile senza una certa dose di speranza. Quando la speranza è ridotta a niente, uno scrittore smette di raccontare, si ritira in un silenzio che non è positivo (attesa di una parola), ma che significa estrema chiusura e solitudine. Nella raccolta di Melania Panico ci sono altri versi che accompagnano la primavera: La casa di giorno ha sentore di verde / le foglie svegliano i piedi / la terra insegna i passi / per tributo alla vita.
      Grazie, e buona Pasqua!

  4. Cucù! bella la poesia sul silenzio! certo non sempre è facile stare davanti al silenzio e la brama della pioggia che lavi dubbi, incertezze, pensieri profondi e pesanti è grande, ma lo stare davanti al silenzio e a sé stessi è sicuramente necessario e arricchente (detto da qualcuno che si sente troppo spesso troppo Dorian Gray…)
    Buona pasqua!

    1. Ciao Alis, grazie mille per il tuo pensiero! Hai ragione, non è facile stare davanti al silenzio. Anch’io spesso ne sono attratto, poi però non sempre riesco a vivere l’esperienza in maniera proficua. Credo che ci voglia un po’ di allenamento. Di sicuro, ho scoperto che non si può raccontare una storia in maniera efficace se prima non si è passati dal silenzio: come dici tu, è necessario e arricchente. Un caro saluto e buona Pasqua!

  5. Mah, Andrea: che cosa ti devo dire? A volte il silenzio di un tardo pomeriggio, già oscurato da qualche nube primaverile, diventa molto ospitale, quasi desiderabile. Eh, sì, meglio non cedere forse a certi piaceri terreni… Che la terra a volte non è vero che ti attira dall’alto, è più facile che di richiami a sé quando ci sei già sdraiato sopra. Un abbraccio.

    1. Hai ragione, il silenzio spesso è come un’oasi desiderabile (specialmente quando ci si ritrova senza voce!). Ma è pure rischioso: talvolta maneggiare parole, affidarsi al flusso rassicurante delle parole (scritte o dette) può essere un piacere terreno fin troppo rassicurante. Forse lo scopo del silenzio è anche quello di tenere desta l’inquietudine. Un abbraccio, buona Pasqua!

  6. Mi hai ricordato Elia Contini. Anche lui come te, si sarebbe seduto in balcone, magari di notte a fumarsi un’ultima sigaretta guardando il buio. E se il silenzio insegna il suo non essere silenzioso, il buio rammenta che esiste uno spiraglio di luce. E’ quanto basta per infilarcisi dentro, respirare, rialzarsi.
    Buona Pasqua !

    1. Grazie: il passaggio dal silenzio al buio è davvero significativo. Vuole dire che quando Contini se ne sta in balcone, circondato dalla massa oscura del bosco, forse riesce a percepire senza vederle ombre che si avvicinano, che lo sfiorano. La presenza lontana-vicina delle sue volpi è come un richiamo a una vita più segreta e più intensa. In un certo senso, questa presenza che attende nel buio è quello spiraglio di luce, o almeno la speranza di quello spiraglio di luce. Un caro saluto, buona Pasqua!

  7. Provo a parafrasare, aggiungendo un filo di speranza: “L’orizzonte ormai è angusto e avaro, ma noi possiamo alimentare le nostre voglie corsare: magari con un infinito o un ponte per ricominciare o, ancor meglio, tutti e due…”
    Certo, la pioggia aiuta in questi casi, è necessaria… e lui spiega perchè.
    Trovo sia una delle canzoni più intense di Guccini, contenuta in un album intimissimo, che comprende autentici capolavori.

    1. Bella parafrasi, con un filo di speranza e un’attesa di pioggia…
      Sono d’accordo, “Signora Bovary” è un bellissimo album. Consiglio anche l’ascolto di “Keaton”: una canzone di dieci minuti che ripercorre le tappe di un’amicizia e, nello stesso tempo, tenta di raccontare una figura di musicista misterioso, sfuggente. Ma anche “Signora Bovary” e “Canzone di notte numero 3” sono memorabili. Buona Pasqua!

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