Una piccola luce

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Domani è Natale.
Ma ne siamo sicuri?
In fondo, se facciamo astrazione dalle luci, dalle ghirlande, dalle renne fosforescenti sui balconi e dall’esercito di babbinatali nelle vetrine, da che cosa possiamo dedurre che domani, fuori di ogni dubbio, sia effettivamente Natale? Da quale elemento partirebbe per dimostrarlo la mente poderosa di uno Sherlock Holmes? Be’, forse basterebbe un accorto esame del calendario.
Ma esiste un segno del Natale ancora più sicuro del calendario?
C’è una prova ancora più inoppugnabile?
Non so se sia una prova, ma ci sarebbe quello che io chiamo il «sommovimento».
Secondo me è qualcosa che precede sia il Natale cristiano, sia quello più antico che celebrava la rinascita del Sol invictus. È un oscuro richiamo nato quando gli esseri umani cominciavano appena a essere tali. Qualcosa, nel profondo della nostra mente o della nostra anima, attende la luce, il ritorno della vita. È un grido che va oltre il ciclo delle stagioni e il solstizio e la lunghezza astronomica della notte. Semplicemente, se siamo esseri umani è anche perché, dopo un po’ che siamo al buio (in ogni senso) qualcosa in noi chiede la luce. È la speranza. Naturalmente, se per un motivo o per l’altro la luce si offusca, si diffonde un buio più feroce, più assoluto. Ma non inevitabile: siamo uomini e donne, e siamo definiti dalla capacità di attendere la luce, di cercarla.
Di accoglierla, nonostante tutto.

È il tardo pomeriggio. Sto cercando di ultimare un romanzo a cui lavoro ormai da troppo tempo…
Mi alzo dalla scrivania, mi affaccio al balcone. Il profilo delle montagne ritaglia un cielo perfetto, di un colore che sembra scaturito dal finale di una fiaba (o di un vecchio film in technicolor). Più in basso, scorgo la massa scura delle case.
Proprio sotto di me, si accende una finestra. Non so più a quale dei miei vicini appartenga. Poi la luce si spegne. Qualche secondo dopo si accende di nuovo. Intravedo la sagoma di una persona che passa davanti al riquadro luminoso. Ecco, si ferma per un attimo. Forse sta guardando in alto, verso la mia finestra. È un momento sospeso. Poi la sagoma si muove e io torno a scrivere.
Sono in un punto difficile della storia. Per farmi coraggio mi dico che in fondo quella che ho visto poco fa potrebbe essere una figura della mia narrazione. I personaggi non sono altro che questo: sagome che passano e che mi sforzo di cogliere, cercando in loro un riflesso della mia vita. Penso alle persone che mi leggeranno. Anche loro sono là fuori, vicine eppure lontanissime, ombre scure dietro finestre irraggiungibili. Forse è proprio per questo che scrivo. Per mettere in comunicazione le finestre, per colmare le distanze. E forse è a questo che serve il Natale: a colmare ogni distanza.

Per ascoltare i Post Scriptum:

PS: Buon Natale alle lettrici e ai lettori di questo blog! (Prometto che per gennaio finirò il romanzo…)

PPS: Vorrei regalarvi l’inizio di un vecchio racconto poliziesco, scritto all’inizio del Novecento da Peter Todd (pseudonimo di Charles Hamilton, 1875/6-1961). È una parodia dei racconti di Sherlock Holmes che mette in campo Herlock Sholmes con il suo fidato assistente Jotson. L’originale inglese Herlock Sholmes’s Christmas Case apparve il 3 dicembre 1916 su The Magnet Library (461). Ne trovate una traduzione italiana in Il grande libro dei racconti di Natale, a cura di Otto Penzler, traduzioni di Luca Briasco, Maria Gallone, Grazie Maria Griffini, Marcello Jatosti, Lydia Lax, Bruno Tasso, Enzo Verrengia, Mondadori, 2020.
Ecco l’inizio.

«Domani è Natale!» osservò pensieroso Herlock Sholmes.
Io trasalii.
«Mio caro Sholmes!» mormorai.
Herlock Sholmes sorrise.
«Sembra sorpreso, Jotson, da questa mia affermazione così categorica» osservò. «E tuttavia, le assicuro che è effettivamente così.»
«Riconosco, Sholmes, che non dovrei più stupirmi di qualsiasi cosa lei dica o faccia. Ma in base a che cosa lei inferisce che…»
«È molto semplice, caro Jotson. Osservi dalla finestra le strade con la neve ridotta a poltiglia e la folla frettolosa, tutti indizi dell’approssimarsi del Natale!»
«Giusto! Ma perché precisamente domani?»
«Ah, qui occorre andare un pochino più a fondo, Jotson. Deduco che Natale ricorra domani da un accorto esame del calendario.»
«Il calendario!» esclamai, sbalordito.
«Esatto!»
«Lei sa bene, Sholmes, quanto mi sia sforzato di studiare i suoi metodi, a mio modesto modo, eppure confesso di non comprendere il nesso…»
«Probabilmente no, Jotson. Ma alla mente allenata di un professionista, il mistero non presenta alcuna difficoltà. Natale, come lei saprà, cade il venticinquestimo giorno del mese!»
«È vero!»
«Guardi il calendario, Jotson!»
Obbedii.
«Non le dice nulla?»
«Nulla!» confessai.
Sholmes sorrise di nuovo, con aria un pochino tediata.
«Mio caro amico, il calendario indica che oggi è il 24!»
«Senza dubbio. Ma…»
«E dato che Natale cade il 25, ne consegue… almeno per una mente avvezza alle rapide deduzioni… che domani è Natale!»
Non potei far altro che guardare il mio straordinario amico con muta ammirazione.

Il racconto prosegue con un’avventura natalizia.
Il bello dell’incipit è che, nonostante sia una garbata presa in giro, esprime un concetto profondo. Come riusciamo a essere sicuri che sia Natale? È davvero tanto ovvio? Viene quasi spontaneo replicare a Herlock Sholmes che non basta il calendario. In fondo, perché sia Natale dobbiamo volerlo, dobbiamo sperarlo. O almeno, dobbiamo essere pronti a riconoscere i segni. Certo, il Natale accade anche se noi lo ignoriamo, per fortuna. Ma perché sia un vero Natale, perché sia provvisto di «sommovimento», occorre interpretare con cura le tracce, e aspettare con fiducia che la luce nasca nel punto in cui il buio è più buio.

PPPS: Voglio chiudere condividendo un brano musicale. All’apparenza, non c’entra niente né con il Natale, né con Sherlock Holmes, né con il romanzo che sto scrivendo. Ma che importa? È una composizione del fisarmonicista Gianni Coscia, tratta dall’album La violetera, appena pubblicato per Tuk Music. In qualche modo, nel ritmo in tre tempi, avverto la presenza di quella sagoma che passa davanti alla finestra, e vedo comporsi una storia, un incontro, la possibilità di un destino. Ma soprattutto, visto che Coscia è nato nel 1931 e che la melodia è fresca ed eterna come l’acqua, quale migliore musica per evocare la speranza?

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Il mio arabo

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A volte le parole s’insinuano nel mio taccuino seguendo dei percorsi misteriosi. Ci sono frasi che non ricordo di avere mai letto, né tanto meno trascritto, eppure sono lì, nere nel bianco della pagina. La grafia, spigolosa e faticosa, è la mia. Sono riflessi di un Andrea del passato prossimo che ha letto, si è stupito… e si è dimenticato. Per fortuna, prima dell’oblio, ha pensato all’Andrea di oggi, che si trova così una bella frase dell’autore francese Amin Maalouf: «Per restituire alla nostra umanità disorientata qualche segnale di speranza, occorre andare ben oltre un dialogo delle culture e delle credenze, e progredire in un dialogo delle anime. Questa, in questo inizio del secolo XXI, è la missione insostituibile dell’arte.»

In tempi di conflitti e rancori, queste parole accendono un lampo. La domanda che mi tormenta è: che cosa posso fare io? A che cosa servono le mie parole dentro il grande fiume, dentro l’alluvione di frasi dette, scritte, stampate? Certo, se uno pensa così non scrive più. Invece io di recente sto provando a finire un romanzo in sospeso da troppo tempo. Non è una storia che parli di guerra o di genocidio, non lancia grida d’allarme. Però, proprio in quanto narrazione, tenta di capire. Solo il fatto di mettersi nei panni di un personaggio, che sia il protagonista di un dramma esistenziale, di un giallo o di un racconto umoristico, è un piccolo tassello di quel «dialogo delle anime».
Detto questo, è possibile anche affrontare direttamente le questioni di attualità. Da una parte, anch’io come tutti mi tengo informato, quando posso do una mano a chi è nel bisogno. E questo non richiede pubblicità. Dall’altra parte, come scrittore, negli ultimi anni mi sono cimentato in un’impresa un po’ folle, di cui una volta o l’altra dirò di più ma a cui voglio almeno accennare.
Ho provato a imparare la lingua araba.
Non so nemmeno perché. Non ho niente in comune con quella cultura, e nemmeno con l’Islam, non ho origini famigliari né amici stretti che provengono dal mondo arabo. All’inizio è stato solo un tentativo di aprirmi all’altro. A ogni notizia desolante di un atto terroristico o di una ritorsione, dentro di me qualcosa si ribellava. Non può essere soltanto questo, mi dicevo. Non può ridursi tutto a suddividere i buoni dai cattivi. E come potrei, anche se ci riuscissi, mettermi dalla parte dei buoni? Posso però stare con le vittime. Di qualunque tipo esse siano: terroristi vittime di un lavaggio del cervello o civili inermi massacrati da altre vittime di lavaggi del cervello. (Con ciò non intendo rifiutarmi di riconoscere le responsabilità di chi compie il male: anche i carnefici però sono in parte vittime, come tutti.)

Ho provato a compiere un gesto: imparare l’alfabeto, i suoni, le parole della lingua araba per gettare un ponte, per essere vicino – da lettore e da scrittore – alle persone che in quella lingua soffrono e lottano.
Sono stati anni impegnativi. Ho raggiunto un livello sufficiente a esprimermi come un bambino. Ho conosciuto persone che hanno arricchito la mia vita e ho scoperto che mi piace scrivere da destra a sinistra (sarà perché sono mancino). Non sono arrivato fino in fondo: sono forse troppo vecchio per dedicarmi a un’immersione totale nella lingua, che sarebbe il prossimo passo. Fatalmente, quindi, dimenticherò (ma non del tutto) anche l’arabo, come molte altre cose. Ma sfogliando il taccuino troverò i miei appunti, le mie traduzioni, i miei tentativi di esprimere qualcosa – anche un pensiero poetico – in una lingua lontana. Lontana? La mia terza figlia, Teresa, ha anche un nome arabo: Amal, che vuol dire speranza. Niente è mai troppo lontano. E nessuna speranza, quando è seminata, resta sterile. Bisogna avere pazienza. Come dicono gli arabi: assabru jamilu, che cosa c’è di più bello della pazienza, quando insiste nel cercare la bellezza?

آخر الأخبار

.أفكّر في السلام بلغة ليست لغتي

في الظلّ تظهر إبتسامة الحقد صفراء

والآراء تطنّ كرصاص.

ولكني أبدأ الدراسة مرة أخرى

.وأكتب تصريف الأفعال. السلام في القواعد

Ultime notizie

Penso alla pace in una lingua che non è la mia. Nell’ombra appare il ghigno malevolo dell’odio e le opinioni ronzano come pallottole. Ma ricomincio a studiare e scrivo la coniugazione dei verbi. La pace sta nella grammatica.

Per ascoltare il testo in arabo:

Per ascoltare la traduzione in italiano:

PS: La prima fotografia mi raffigura mentre scribacchio su un taccuino. Non ha a che fare direttamente con l’arabo, visto che è stata scattata nel nord della Francia. Ma in fondo tout se tient: la frase di Maalouf, ritrovata per caso, era trascritta in francese.
PPS: Ringrazio Enrico Bianda per il libro che si vede nelle fotografie qui sotto: è molto evocativo, pur non essendo quello su cui ho studiato (mi sono avvalso di metodi più moderni, oltre che dello scambio diretto con persone di lingua madre).

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Perché i bambini piangono?

Ha senso interrogarsi sui neonati, fantasticando sui loro pensieri, quando là fuori ci sono tanti argomenti robusti e urgenti che dovrebbero attrarre l’attenzione di uno scrittore? Il mondo che va a rotoli, le guerre, le ingiustizie sociali, le persecuzioni, il riscaldamento climatico, i social network che ci stanno distruggendo, eccetera. Be’, credo che se vogliamo tentare una rinascita occorra chiedere agli specialisti, a chi è fresco di esperienza. Come scrisse il poeta Mario Luzi: «Così scendono e salgono verso l’avvenire / così avviene / l’avvenire nella loro lattea mente».

Quando tengo fra le braccia un neonato, non posso fare a meno di chiedermi tre cose.
1) Com’è arrivato qui?
2) Che cosa resterà nella sua memoria?
3) Che cosa conosce questo lattante che io non conosco?
Ho provato a intervistare una bambina nata meno di un mese fa. Lei è stata gentile, disponibile, ma le sue risposte sono difficili da interpretare.
RISPOSTA 1:

RISPOSTA 2:

RISPOSTA 3:

In attesa di riprovarci, preciso che la mia curiosità non mira a spiegazioni scientifiche; perciò ho chiesto a una bambina e non a un biologo. Prendiamo la prima domanda: mi hanno detto che il feto avverte la diminuzione del glucosio nella placenta e si formano degli ormoni e insomma per farla breve il bimbo si gira e poi cominciano le contrazioni eccetera. Ma a parte questo, immagino che il nascituro abbia un rudimentale piano d’azione, che so, forse nel cervello gli appare un’immagine, un sogno, una frase musicale, qualcosa in più che una reazione fisiologica di stress. A un certo punto il concetto di “nascita”, espresso senza parole e con sfumature indicibili, deve per forza attraversargli la mente.
Ve lo confesso: mi piacerebbe nascere di nuovo. Come avvenne la prima volta? Posso solo intuire quel momento di strazio e curiosità, quella percezione oscura che il grembo materno non basta più. Il feto ha i polmoni pronti per l’uso, anche se per nove mesi ha ricevuto l’ossigeno attraverso il cordone ombelicale. Ma il momento della partenza, la fatica di quel supremo passaggio – il primo respiro! – la vastità del mondo dispiegata come un castello di nuvole che senza fine mutano forma… ecco, mi piacerebbe ritrovare tutto questo.
A volte mi dico che è possibile. In fondo, tutto ciò con cui entro in contatto è più vasto di me: anche le cose che credo di avere capito, soprattutto quelle, aprono di continuo altre domande e sentieri da percorrere. Si può nascere di nuovo? Prima di tutto bisognerebbe essere capaci di desiderarla, una nuova nascita. Purtroppo con il tempo il desiderio tende ad appannarsi, almeno in questa epoca e in questa zona del mondo. È un paradosso: per rinascere serve un desiderio forte, ma per svegliare i desideri è necessario rinascere.

Mi sforzo di ricordare qualcosa delle mie prime settimane di vita. Sarà senz’altro un’illusione, però a volte affiora un’atmosfera che mi sembra antica: quando siedo da solo di notte in una stanza in penombra, oppure quando sento intensamente caldo o freddo, magari quando ho la febbre. A stupirmi è la sensazione di fragilità, di estrema inermità. Nessuno slancio, nessuna convinzione può resistere alla scoperta che sono preda della vita, questa vita-balena che m’inghiotte e mi tiene all’oscuro ogni volta che smetto di stare in guardia. Per uscire dalle balene bisogna avere pazienza. La reazione dei neonati è abbandonarsi alla madre, all’unica creatura che conoscono bene. Credo che anche ai neonati cresciuti e ingrigiti possa restare una certa capacità di avere fiducia. Da qualche parte nell’inconscio conserviamo almeno un brandello di ricordo: eravamo fiduciosi, lo siamo stati con tutti noi stessi. La balena non può avere l’ultima parola.
Provo a intervistare ancora la mia lattante di riferimento. Dalla sua risposta mi convinco che in effetti sappia molte cose più di me. Inoltre ho la sensazione che non ami essere intervistata (tanto giovane e già sottoposta alla tortura del giornalismo).
RISPOSTA 4:

Mi basta scrutare la bambina negli occhi, nell’intensita della pupilla che vede tutto senza guardare niente. La neonata ha percorso il più lungo, il più intenso dei viaggi che mai esploratore abbia osato, più che le spedizioni in terre selvagge, più che un giro del mondo, più che uno sbarco sulla luna o su Marte. Il suo cervello è ancora rudimentale? Sarà, ma sono convinto che ne sappia più di me su molti aspetti decisivi della vita.
Del resto, il pianto è una forma di conoscenza. Credo che i neonati piangano più o meno per le stesse ragioni che causano i nostri singhiozzi, compresi quelli che spesso mi strozzano la gola e non riescono a manifestarsi. Se i lattanti potessero leggere l’Eneide di Virgilio, forse sarebbero capaci di spiegarci il misterioso verso 461 del primo libro: «Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt», sono le lacrime delle cose e toccano la mente dei mortali. Quando a scuola studiavo questo verso, traducevo con una certa libertà: ci sono lacrime nelle cose. E pensavo proprio alla materia, agli oggetti, al mare, agli alberi, alle montagne, al mondo e a tutti i suoi abitanti, e mi figuravo che da ogni parte trasudassero delle lacrime. È un fenomeno invisibile, a volte anche impercettibile, ma la sostanza stessa della realtà è rivestita di lacrime. Ogni cosa al mondo continuamente piange.
Anche nei nuovi nati è presente qualcosa di nefasto, d’inevitabile. Non è vero che sono innocenti: vivono qui, fra di noi, e in loro cova il nostro stesso male. È una ferita che abbiamo tutti. A che cosa serve allora piangere? Forse è semplicemente un modo per imparare. Ogni vera educazione è prima di tutto un’educazione alla capacità di compatire, di riconoscere come nostro il dolore degli altri. Noi non siamo come vorremmo essere, o forse non vogliamo più niente. Le altre persone non sono come vorremmo che fossero. La natura stessa è intrisa di dolore, di sofferenza. Il pianto è una domanda, per alcuni una preghiera.
Perché piangono i bambini? Perché piangiamo noi? Per una delusione d’amore, perché dobbiamo morire, perché abbiamo fatto la cacca, perché ci sentiamo soli, perché abbiamo causato dolore agli altri, perché abbiamo fame e sete, perché ci fa male la pancia. Comunque sia, il nostro pianto significa che siamo al mondo. Infatti quel vagito iniziale serve pure a dilatare gli alveoli polmonari. Ecco di nuovo il primo respiro, il primo anelito dei nuovi nati che accolgono il mondo. È un’operazione difficile. Io cerco di metterci il massimo impegno, ma dopo tanti anni mi sembra di non avere ancora imparato a respirare.

PS: I versi citati nel preambolo in corsivo provengono dalla poesia C’è – lo sentono, lo sanno, contenuta nella raccolta Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (Garzanti, Milano 1994). Luzi è tornato più volte sul tema dei neonati, fino alla poesia Dorme, nuovo nato al mondo nell’ultima raccolta pubblicata a novant’anni (Dottrina dell’estremo principiante, Garzanti, Milano 2004). Anche la metafora della primavera, tanto spesso ribadita nei suoi versi con attenzione particolare ai primi, impercettibili segnali di risveglio nella natura, si può interpretare come una tensione verso una rinascita: «E con questo tutto il non ancora / il prima della primavera, quella / luce piovigginosa, quella grigia / fabbriceria di gemme nell’aria acquosa» (versi tratti da Non tra i bambini – con loro in Per il battesimo dei nostri frammenti, Garzanti, Milano 1985).

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Sorridi, se vuoi

CARTOLINE (DICEMBRE)

“Cartoline” (#cartoline2020) è un progetto ideato e scritto da Yari Bernasconi e Andrea Fazioli.

CARTOLINA NUMERO 45
Da Kingman, Arizona, Stati Uniti


Da quando la Atchison, Topeka and Santa Fe Railway ha costruito il deposito di Kingman sulla linea secondaria che si interrompe a Mullinville, non pochi personaggi taciturni e minacciosi hanno cominciato a transitare dalla cittadina. Non siamo e non saremo gli ultimi, insomma, anche se oggi le nostre preoccupazioni riguardano il carico speciale che avremmo dovuto ritirare per conto del Gordo. La polvere sotto gli stivali è sempre la stessa, ma l’ombra che gira e s’allunga non promette niente di buono. Il convoglio sarebbe dovuto passare da un pezzo. Ci scambiamo uno sguardo cupo: ci sono in ballo interessi che vanno al di là della nostra immaginazione, come ci ha lasciato intendere ieri sera il guerriero che si fa chiamare Mastamho. Gli uomini del Gordo dicono che c’è poco da fidarsi della popolazione mohave. A noi, per dirla tutta, pare che ci sia poco da fidarsi di chiunque decida di mettere radici in questo posto, che lo si chiami Kingman o Huwaalyapay Nyava. Per esempio, chi è questo che viene, proprio mentre ti stiamo scrivendo, e sembra armato e ci fa segno da lontano di non muoverci, sventolando una cartella di cuoio? Non giriamoci intorno: ci siamo messi nei guai. Una volta di più.

CARTOLINA NUMERO 46
Dal ventre di un grosso pesce

All’inizio sembrava una virgola, un’increspatura nell’acqua grigia. Quando ci siamo avvicinati, però, abbiamo riconosciuto la forma di un’isola nera e lisciata dal vento. Abbiamo calato la scialuppa e dopo due colpi di remi l’isola ha spalancato enormi fauci, piombando su di noi. Troppo tardi abbiamo capito che si trattava del Grande Pesce. Proprio lui: il Cetaceo, il Pescecane, il Kraken, il Leviathan. O la Balena. Le sue viscere sono buie, umide e soffocanti. Ci facciamo strada fra relitti di navi, scheletri, masserizie. Poi, in lontananza, intravediamo una luce. «Ohi! Che fate costì? Venite, venite…» Intorno a un tavolo stanno un vecchietto tutto bianco, un individuo magro e barbuto ma dall’aspetto solenne e un burattino di legno. È il vecchio a fare le presentazioni: «Mi chiamo Geppetto e son falegname, molto lieto! Questi è il mi’ figliuolo Pinocchio e questi è il signor Giona, che di mestiere fa il profeta». Il burattino tira fuori le carte: «Che bello, ora possiamo fare un poker in cinque!» Ci sediamo con cautela e, cercando d’ignorare il persistente odore di pesce, cominciamo la partita. Giona ci dà un’occhiata in tralice: «Attenti», mormora, «il burattino tenterà di fregarvi».

CARTOLINA NUMERO 47
Da Sidi Bou Said, Cartagine, Tunisia

Azraq. Oggi comprendiamo perché la parola “azzurro” proviene dall’arabo. Appena arrivati a Sidi Bou Said, un sobborgo a nord-est di Tunisi, abbiamo vagato tra i vicoli in salita, in mezzo a case bianche con porte celesti. Dalla cima si vedono il golfo di Tunisi e il luogo dove milleduecento anni fa Cartagine splendeva nella sua potenza. Ogni cosa è lāzuwardī: l’azzurro del mare rispecchia quello del cielo, quello delle porte, quello dei nostri sguardi e dei nostri respiri. Sidi Bou Said è un approdo turistico; anzi, nel 1915 fu il primo sito al mondo a venir considerato protetto. Ma oggi il vento porta immagini avventurose e il pensiero corre ad Annibale, che da qui trascinò il suo esercito fin sulle Alpi – azzurro il cielo spezzato dai monti, azzurre le genziane nei prati macchiati di neve… – prima di scendere faticosamente verso l’Italia. Per noi, in un attimo, è come sentirsi a casa. Dove abitiamo non si vede il mare, eppure anche noi apparteniamo al Mediterraneo. Anche noi soffriamo per le sue ferite. Azraq, azul, azur, azzurro, blu ċar, e kaltërt, galázio, mavi, modrá, plava, ṯelet… Sebbene risuoni in molte lingue, il colore è sempre lo stesso. E oggi appare vivo, brillante, come una bandiera di speranza.

CARTOLINA NUMERO 48
Dall’interno di un social network

Abbiamo confezionato una fotografia con commento, due “tag”, e ancora data e località. Poi abbiamo gettato il tutto nel fitto della foresta telematica, fra pollici alzati e faccine che ridono, faccine che piangono, faccine che abbracciano cuoricini, accompagnati da ripetuti inviti a condividere, a dire come ci sentiamo, a fare amicizia. Più sotto, come un pieghevole che si moltiplica senza fine, i commenti pedagogici: «forse non hai capito», «ti sbagli di grosso», «dove andremo a finire», «sei un cretino!», «fascista!!», «sei bravissimo!!», «guarda le statistiche!!!», «ti banno!!!!», «ti amo!!!!!». E citazioni, bestemmie, poesie, ricordi, grida d’aiuto. Intanto, là fuori, la vita oscilla tra un vagito meraviglioso, un appuntamento mancato, una madre che respinge il suo piccolo, una stella filante, la voce tenue di chi si è perso e non si ritroverà. Sorridi, se vuoi.

PS: Dicembre è il dodicesimo e ultimo mese del progetto #Cartoline2020. In un anno così imprevedibile, nel quale viaggiare è diventato più difficile, talvolta impossibile, è stato per noi significativo compiere insieme queste quarantotto ricognizioni avventurose. Speriamo siano piaciute anche a voi.

PS: Potete leggere qui le prime quattro cartoline. Le successive: qui dalla 5 alla 8, qui dalla 9 alla 12, qui dalla 13 alla 16, qui dalla 17 alla 20, qui dalla 21 alla 24, qui dalla 25 alla 28, qui dalla 29 alla 32, qui dalla 33 alla 36,  qui dalla 37 alla 40 e qui dalla 41 alla 44.

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